Parrocchia san Giovanni Battista - Borno Parrocchia san Giovanni Battista - Borno torna inizio

Frugando nel sacco

Mons Ernesto Belotti

Mons. Ernesto Belotti

Nato a Temù il 22-01-1912
Ordinato Sacerdote a Brescia il 27-06-1937
Vicerettore seminario maggiore dal 1937 al 1938
Vicario parrocchiale (curato) a Artogne dal 1938 al 1945
Vicario parrocchiale (curato) a Borno dal 1945 al 1950
Parroco a Borno dal 1950 al 1963
Parroco a Pisogne dal 1963 al 1978
Canonico della Cattedrale dal 1979 al 1982
Residente a Borno dal 1983
Morto a Borno il 22-02-2000
Funerato e sepolto a Borno il 24-02-2000


Testamento Spirituale di don Ernesto

Credo fermamente in Dio e in tutte le verità da Lui rivelate e che la Santa Chiesa ci propone a credere. Ringrazio il Signore per tutto quelloche mi ha dato, come chiedo umilmente perdono per tutto quello che io ho fatto. Non ho nulla da perdonare a nessuno perché tutti sono stati buoni con me; che se io avessi offeso qualcuno gli chiedo umilmente perdono. La Madonna mi assista in morte come m'ha sempre assistito in vita. Desidero che il mio funerale sia il più povero possibile, come povero sono sempre stato. Se qualche soldo mi restasse in tasca, quello è dei poveri.
Desidero pure di essere sepolto a Pisogne ove ho prestato il mio ultimo umile servizio e dove mi hanno preceduto la mamma e la sorella Angela.

Borno 8 settembre, festa della nascita di Maria SS., 1990
Don Ernesto

L'ultima frase del testamento è stata cancellata a penna, allegando un foglietto con la seguente annotazione:

1 Settembre 1993 É morto don Vanni. Decido di rimanere a Borno a fargli compagnia.


Prefazione

Nella letteratura e nell'arte sono celebri alcune opere incompiute; opere che i loro autori hanno incominciato lasciando in esse qualche traccia del loro genio, ma che non hanno potuto portare a termine. Basti pensare all'Incompiuta (sinfonia) di Schubert, alla Pietà Rondanini di Michelangelo, custodita nel Castello Sforzesco di Milano, all'Eneide di Virgilio, a "I miei ricordi" di Massimo d'Azeglio, ecc...

Anche don Ernesto Belotti, all'età di 70 anni e ormai ritornato a Bomo come "pensionato" in non florida salute, incominciò a scrivere le sue memorie, rievocando momenti e ricordi della sua vita che, come scrive nella presentazione, considera "piccole cose ignorate dalla storia", "frammenti lasciati sul campo dal mietitore".

Il progetto era di abbracciare l'intero arco della sua esistenza ma, per il declino delle forze e della memoria, di fatto si limita agli anni verdi della sua vita, anche se alcuni accenni e riflessioni si riferiscono agli anni della piena sua maturità. In breve, si tratta solo del primo capitolo; ne aveva previsti altri tre: uno per Artogne, uno per Borno, uno per Pisogne, i tre campi di lavoro a cui il Vescovo di Brescia lo destinò. È, pertanto, un'opera incompleta.

Esprimo grato apprezzamento a don Giuseppe Maffi, che è stato vicino a don Ernesto negli ultimi anni di vita, per aver fatto trascrivere e pubblicare in un volumetto i fogli stilati a mano da don Ernesto e trovati nella sua stanza.

È un'incompiuta, ma non priva di significato e di valore. Si tratta di pagine di facile lettura, piacevoli per lo stile limpido e scorrevole, che risultano ricche di saggezza e di insegnamenti, così come erano le prediche di don Ernesto. Riusciva, in effetti, a dire cose grandi con immagini semplici, ispirate spesso dall'ambiente dei paesi della Valcamonica.

Scorrendo il testo, l'attenzione si ferma là dove don Emesto scrive che gli anni passati a Borno come curato e poi come parroco sono stati i migliori o, almeno, i più fruttuosi della sua vita. Aggiunge: "Borno È un paese che ho amato sinceramente, senza risparmiare né tempo, né fatica, né denaro: non per nulla ho sofferto tanto nel congedarmene quell'8 dicembre del 1963.

Colpiscono le riflessioni sullo scorrere della vita, sulla povertà ed il grande amore dei suoi genitori, il senso della Provvidenza divina che guida la grande storia del mondo, ma anche la piccola storia di ogni vita, il desiderio di diventare prete, l'ingresso in Seminario.

Nel libro non manca nemmeno qualche pagina scherzosa, come quando rievoca che "nelle lunghe veglie invernali, raccolti in cucina attorno al fuoco o nella stalla a godersi il caratteristico tepore di quell'ambiente, l'argomento più interessante era quello delle streghe". I giovani di oggi giudicheranno strani e incomprensibili questi accenni, ma chi li ha già sentiti raccontare dalla viva voce di don Ernesto ricorderà le risate fatte in anni lontani.

La fantasia non È mai mancata a don Ernesto nei suoi racconti. Piccoli sprazzi fanno capolino anche nei riferimenti a birichinate di gioventù, che i giovani di un tempo lontano hanno sentito narrare più volte da lui e sempre con rinnovata creatività. Ad un nucleo vero, aggiungeva ogni volta qualche fiore in più per divertire i bambini, e insieme chi aveva qualche anno in più.

Il testo È uno specchio che riflette alcuni tratti della personalità di don Ernesto: uomo di fede e uomo di Dio, vicino alla gente e desideroso di fare del bene, eccellente confessore, buono e attento con tutti, pronto ad interpretare bene l'operato dei suoi parrocchiani, a perdonare, a comprendere ed a scusare, rimettendo sempre a Dio il giudizio su ogni persona. Io l'ho sentito dire: "Noi uomini non abbiamo tutti gli elementi per esprimere un giudizio su una persona che ha sbagliato; solo il Signore, che conosce i cuori, li ha: lasciamo a lui di giudicare".

Auspico di cuore che questa pubblicazione serva a ricordare con gratitudine don Ernesto: a Borno egli ha voluto bene e vi ha seminato tanto bene. Don Ernesto, che ha scelto di riposare nel cimitero di Borno, ha ancora qualche cosa da dire ai bornesi. Continua a parlare dal silenzio della sua tomba, indicando a tutti la via che conduce al cielo. L'opera "incompiuta" termina col racconto del desiderio di farsi sacerdote e l'ingresso in Seminario: se questo suscitasse qualche vocazione sacerdotale o religiosa, sarebbe senz'altro il premio più ambito da don Ernesto.

G.B. Re - Sostituto della Segreteria di Stato


Presentazione

Gentilissimo lettore,
questo non è un libro di storia, se per storia intendi un elenco di fatti importanti e di uomini illustri; qui si parla di piccole cose ignorate dalla storia, di frammenti lasciati sul campo dal mietitore, di usi, costumi e fatti di povera gente, disprezzata dal mondo ma tanto cara a Dio che non giudica gli uomini per quello che possiedono o per quello che sono ritenuti o credono di essere, ma per quello che sono realmente innanzi a Lui.

È un libro senza pretese, anche se può vantarsi di essere sincero e scrupolosamente oggettivo.

Don Ernesto


Quel giorno a Borno

Il 22 gennaio dell'anno di grazia 1982 ho compiuto 70 anni. Mai come quel giorno mi resi conto di aver raggiunto un traguardo più che rispettabile. Mi ricordai del Salmo 89 che mi ritornò alla mente con voce autorevole e ammonitrice: «Gli anni della nostra vita sono 70, 80 per i più robusti, ma che in ogni caso passano presto e noi ci dileguiamo».

Quel giorno mi trovavo a Borno, un paese che mi È tanto caro perché vi ho passato 18 anni e più: i migliori o almeno i più fruttuosi della mia vita! Borno, un paese che ho amato sinceramente, senza risparmiare né tempo, né fatica, né denaro: non per nulla ho sofferto tanto nel congedarmene quell'8 dicembre del 1963.

In occasione del compleanno molti mi hanno fatto gli auguri come si suol fare in simili circostanze; e quanti di loro avevano letto "Anni difficili" - quel mio diario-racconto del periodo della Resistenza - presero l'occasione per dirmi che quel libro era piaciuto moltissimo e che si aspettavano da me qualche altra cosa.

A dire il vero non era la prima volta che me lo sentivo dire e per di più da persone qualificate come lo era, per esempio, l'indimenticabile don Albino BertÈ, insegnante di belle lettere nel nostro seminario, il quale venne a rintracciarmi per dirmi che lui pure aveva letto quel libro e che non solo l'aveva trovato interessante, ma anche piacevole per lo stile limpido e scorrevole, e aveva concluso dicendomi che dovevo riprendere la penna in mano e scrivere qualcosa. «Fallo - aggiunse - perché ne hai la stoffa; te lo dico io che me ne intendo. I doni di Dio - concluse - vanno trafficati».

Era evidentemente un complimento, dettato dalla sua grande bontà, ed io avrei dovuto saggiamente farne la tara. Invece abboccai come il merlo della favola che, invitato dalla volpe a cantare, mollò il formaggio e cantò. Così senza alcuna esitazione acconsentii.


Lo scorrere della vita

Quando i capelli diventano bianchi e le forze vanno declinando, l'uomo sente il bisogno di rientrare in se stesso per interrogarsi sul cammino fatto e pensare a quanto, Dio e tempo permettendo, gli rimane da fare; né più né meno del viandante che, stanco del viaggio, si ferma per riprendere fiato e verificare, nel tempo stesso, se la strada che sta percorrendo È quella buona.

Si pensa al passato, a quanto si È visto, a quanto si È fatto e a quanto avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto. È nostalgia? È compiacimento? È rimorso?... Forse È un po' di tutto questo insieme. Si rivedono i giorni sereni che ci hanno fatto pregustare le gioie del Paradiso e, accanto a quelli, certi giorni angosciosi, il ricordo dei quali neppure il tempo È riuscito a cancellare.

Fu la perdita di una persona cara, fu una grave difficoltà che ci appariva insormontabile, fu una maldicenza che ci ha fatto sanguinare il cuore, fu - causa non ultima - l'incomprensione di persone a noi particolarmente care che ci hanno ferito il cuore con atteggiamenti tutt'altro che benevoli e con quella abilità di chi sa dove, come e quando colpire, senza rendersi conto del male che ci fanno.

E intanto la strada s'È fatta lunga, gli anni son passati e noi caleremo presto in una tomba sulla quale scriveranno il nostro nome che ci ricorderà per qualche anno a quanti ci hanno conosciuto e ci hanno voluto bene, ma che ben presto non dirà più niente a nessuno, perché l'uomo È come un ruscello che, sgorgato dalla montagna, scende svelto, a volte chiassoso, e si immerge nel fiume per scomparirvi per sempre.

E con noi scomparirà anche il nostro mondo: quello nel quale siamo vissuti e che a noi fu tanto caro. Si perderà il ricordo degli usi, dei costumi, di tanti esempi ammirevoli di bontà, di generosità, di perdono, di fede, di altruismo: tutto un patrimonio prezioso che vale assai più dell'oro e dell'argento.


Perché queste righe

Ci saranno bensì gli storici che parleranno del nostro tempo, ma si occuperanno solo dei grandi avvenimenti e degli uomini che bene o male hanno fatto parlare di sé; ma per noi, povera gente, che abbiamo vissuto nell'ombra come umili cespugli fra i grandi alberi del bosco, non spenderanno neppure una parola.

Ecco perché mi sono deciso a scrivere qualcosa di quanto ho visto, di quanto ho sentito e che merita di essere ricordato. Sarà un piccolo contributo da aggiungere a quanto altri hanno scritto sull'argomento prima e meglio di me.

Il mio lavoro, che non ha nessunissima pretesa, avrà la forma di racconto o di diario, se così si vuol chiamare, perché È il genere letterario più consono ai miei gusti e alle mie possibilità. Vuol essere qualcosa di vivo, di caldo, di mio anche se rigoroso, oggettivo e sincero che serva a me di riflessione e possa giovare anche a quanti avranno la pazienza di leggerlo.

Di me parlerò il meno possibile e solo quando sarà necessario per conoscere i fatti accaduti e gli usi e costumi del tempo e del luogo in cui sono vissuto. Soprattutto non dirò mai nulla per lodare me stesso, il che sarebbe una stoltezza imperdonabile. Io so benissimo di non aver nulla da insegnare a nessuno e, viceversa, moltissimo da farmi perdonare. So anche che se qualcosa di buono ho fatto È tutta opera del Signore ed È, purtroppo, una piccola parte di quanto avrei dovuto fare.

Chi volesse vederci dell'esibizionismo sappia che È in errore: non È questo il mio difetto, tanto È vero che tra le mie preghiere di ogni giorno c'È sempre la preghiera di S. Agostino: «Ti ringrazio, Signore, di quello che È Tuo e ti domando perdono di quello che È mio».


Povertà e tanto amore

Sono nato a Villa Dalegno, un piccolo e povero paesetto sperduto tra le montagne dell'alta Valle Camonica. Quando venni al mondo nessuno si È accorto di me all'infuori dei miei familiari. Niente festa, niente chiasso perché i poveri non disturbano nessuno, né quando nascono né quando muoiono.

La festa, la vera festa, l'hanno fatta i miei genitori che hanno cominciato a volermi bene ancor prima che nascessi e attendevano con ansia il giorno di potermi stringere fra le loro braccia. Ero il settimo di otto fratelli, ma non per questo meno atteso e ben voluto di quanti mi avevano preceduto, perché l'amore dei genitori non si esaurisce mai.

Manco a dirlo che per loro ero il bambino più bello e più caro del mondo perché È bello e buono ciò che si ama, e tanto più grande È l'amore tanto più bella e cara ci sembra la persona amata. Bisogna sentir le mamme quando ne parlano! Direi che sono ridicole e commoventi insieme. Per loro non c'È al mondo né un visino più bello, né una boccuccia più amabile, né un sorriso più splendido di quello del proprio bambino, senza parlare degli occhi che sono, per tutte, uno più bello dell'altro.

Povere mamme! Dio non voglia che i vostri tesorucci di oggi non siano la vostra croce di domani e che non vi facciano versare un fiume di lacrime, le più cocenti, le più amare, le più sconsolate che una mamma possa versare. Non cullatevi nei sogni e tenete d'occhio le vostre creature fin dai primi giorni della loro vita come tenere pianticelle che vanno sorrette e raddrizzate intanto che si È in tempo, domani sarà troppo tardi.

Quanto È grande l'amore dei genitori! Non c'È al mondo un amore più grande, né più sincero, né più completo, né più duraturo. Ai figli si vuol sempre bene: tanto se sono buoni quanto se sono cattivi; tanto se sono riconoscenti quanto se sono ingrati; tanto se sono sani quanto se sono ammalati; tanto se sono belli quanto se non lo sono. L'amore dei genitori non si arresta neppure di fronte a un figlio deforme o delinquente.

Anche l'amore degli sposi può essere grande e sincero, ma non altrettanto profondo, né altrettanto sicuro. È un amore che può conoscere ombre ed avere un tramonto perché, col passare degli anni, vengono a galla i limiti e i difetti che ognuno porta con sé, e non di rado l'amore cede il posto alla sopportazione.

Anche i figli, buoni e amati, vogliono bene ai loro genitori, ma È un bene diverso, non altrettanto caldo, né altrettanto grande e duraturo, né di tutti, perché l'amore, quello vero, cala dall'alto come la pioggia dalle nuvole e la luce e il calore dal sole. Tanto È vero che i figli, pur numerosi che siano, non sanno fare per i genitori quanto da loro hanno ricevuto. Se non fosse così non ci sarebbero tanti genitori abbandonati o messi in disparte come scope logore e fuori servizio.


POVERTÀ - È difficile parlare di povertà ai giovani di oggi senza farsi capire: chi ha la pancia piena non capisce chi ha lo stomaco vuoto; chi È coperto non può capire chi ha freddo; chi ha tutte le comodità che si possono desiderare non capisce chi ne È privo. Insomma per capire la povertà bisogna provarla e per capire i poveri averne compassione, senza "disprezzo" bisogna essere poveri.

Tu vivi in una bella casa, ove ci sono tutte le comodità: stanze ben fatte, lucide, arredate e riscaldate; hai una cucina comoda che si accende in pochi secondi; hai l'acqua corrente in casa, nei servizi; hai la luce elettrica e magari la radio, la televisione e forse anche il telefono e l'automobile. I nostri genitori non avevano nulla di tutto questo. Vivevano in vecchie e povere case, ereditate dai bisnonni... di generazione in generazione; si accontentavano di rabberciarle come si poteva, senza la possibilità di migliorarle. Case ove l'inverno regnava il freddo e l'umidità.

I contadini passavano gran parte del loro tempo nella stalla che era l'unico ambiente caldo. Le nostre mamme per preparare la pappa al bambino, fare un caffÈ o una camomilla per un ammalato di notte, dovevano accendere un lume (la luce non c'era), scendere in cucina e accendere il fuoco con la legna che non sempre era pronta. Il che voleva dire tempo, freddo, sonno: disagi di ogni genere.

Il vestito era povero e mal combinato finché le nostre povere mamme non avevano i soldi per comprare la stoffa e lo confezionavano come potevano. Cosa possono dire le signorine di oggi che vestono di lusso, cambiano vestito molto spesso per seguire la moda e non sono mai contente? E pensando alle loro mamme se ne vergognano, come se essere poveri fosse una colpa.

Nei nostri paesi, grazie a Dio, non si moriva di fame come muoiono in certi paesi dell'Africa, dell'Asia o del Sud America. Non si moriva di fame, ma non raramente di stenti: lavoro snervante e un tozzo di pane, non accompagnati che da una formidabile fame. I ragazzi di oggi buttano via quello che una volta si sarebbe considerato una vera provvidenza.

Nei nostri paesi il 40% dei bambini morivano al di sotto dei due anni per nutrimento inadeguato e per mancanza di igiene e di medicine. Che tragedia nelle famiglie!

Oggi abbiamo luce elettrica in ogni ambiente, il frigorifero, la lavatrice, il ferro da stiro, la radio, la televisione e tante altre cose. E quando ne manca una si fa una tragedia e non si pensa che i nostri genitori o i nostri nonni non le sognavano neppure.


Riconoscenza

La vita è un grande dono: se non fossimo riconoscenti a Dio che ce l'ha data ci macchieremmo di una colpa vergognosa e indegna di un uomo che si rispetti. E tanto più grande dev'essere la nostra riconoscenza se, con la vita, abbiamo avuto la completezza della mente e del corpo.

Ci vedi? Ci senti? Ragioni? Cammini? Sono doni che non tutti hanno avuto.

Anche ai genitori dobbiamo riconoscenza perché furono strumenti necessari nelle mani di Dio, ma soprattutto la dobbiamo a Dio perché è Lui che ha infuso il soffio vitale, è Lui che ha creato il cervello, il cuore, gli occhi e tutte le singole parti del corpo: così numerose che non riusciamo neppure a contarle e così meravigliose che non riusciamo a capirle.

Mamme non dite che i vostri figli sono vostri perché li avete fatti voi! Commettereste la corbelleria del pennello che si vantasse di aver dipinto la celeberrima "Cena" del grande Leonardo perché ne fu strumento nelle sue mani. Accontentatevi di essere state collaboratrici nelle sapientissime mani di Dio e di essere perciò stesso meritevoli di ammirazione e di incondizionata riconoscenza.


Genitori... permettete?

Non legate le mani a Dio, impedendogli di dar la vita a tante creature, destinate a dargli gloria e a diventare cittadini del Paradiso.

Paternità responsabile sì, ma senza grettezza, senza calcoli egoistici. Se i seminari, i conventi sono vuoti è perché non ci sono più famiglie numerose alle quali il Signore possa attingere vocazioni. Domani mancheranno sacerdoti nelle parrocchie, suore negli ospedali, negli asili, nei ricoveri, come verranno a mancare i missionari, gli eroici soldati della prima linea.

I figli costano? E chi non lo sa? Costano soprattutto alle mamme che danno ad ogni figlio parte di se stesse: non per nulla la parola "mamma" è la prima che si impara e l'ultima che si pronuncia. D'altra parte anche le nostre mamme hanno accettato serenamente i sacrifici inerenti al loro sublime compito, pensando alla gioia della maternità e al premio del paradiso.

In quanto alle possibilità economiche... non ingannate voi stessi! I nostri genitori, nella loro povertà, sono riusciti a mantenere una famiglia numerosa, senza lasciare mancare il necessario. Oggi basterebbe rinunciare ad una parte del superfluo per far fronte al bisogno. Meno lusso in casa, meno varietà nel vestito, meno spreco nel divertimento, più parsimonia a tavola e avreste il necessario per i vostri figli, anche se numerosi, col vantaggio di crescerli più temprati al sacrificio, al risparmio e al senso di responsabilità.

Quando penso ai miei genitori, alla loro disponibilità e generosità, mi commuovo. Se non si fossero fidati della Provvidenza di Dio io, che sono il settimo dei loro figli, non ci sarei: la Chiesa avrebbe un sacerdote di meno e a loro sarebbe mancata la gioia di vedermi salire l'altare.

Il papà è morto prima che io fossi nella possibilità di compensarlo in qualche modo, ma la mamma, che ha toccato i 90 anni, ebbe la gioia di passare gli ultimi 20 anni con me, attorniata da tutte le premure e l'affetto che potesse desiderare.

Sono trascorsi tanti anni dacché sono morti, ma non passa giorno che io non li ricordi, con tanta riconoscenza, nella mia preghiera.


Il Battesimo

Il battesimo - chi non lo sa? - è una seconda nascita: quella alla vita soprannaturale. Ma, nonostante la sua importanza, a me fu conferito all'insegna della più grande semplicità: niente campane, niente organo, niente copertine di lusso; un po' d'acqua benedetta, molto sale - che anche allora costava poco - e una candela per vedere dove avevo la testa e dove i piedi: della luce elettrica, a quei tempi non se ne parlava ancora.

Col Parroco - che allora lo chiamavano "Curato" come lo si chiama in Francia - c'era mia sorella Maria, il padrino e la sacrestana. Altri nessuno, all'infuori del mio Angelo Custode. I miei genitori ci avevano pensato per tempo, vollero che mi chiamassi "Ernesto", nome che mi fu sempre tanto caro, ma il signor curato, convinto che quel nome non fosse sufficientemente ortodosso, volle aggiungervi anche quello di Vincenzo, il Santo del giorno.

Don Lorenzo - così si chiamava - guardò quel musetto piagnucoloso e sostò un momento in silenzio come se ascoltasse una voce misteriosa e poi disse ai presenti: «Questo bambino diverrà prete».

è indubbiamente un fatto strano, ma assolutamente vero. Fatto grandicello e in grado di capire, quelle parole mi furono ripetute innumerevoli volte sia dalla sacrestana che dal padrino: due degnissime persone al di sopra di ogni sospetto. Si trattò di una battuta qualsiasi? Fu una vera ispirazione? Ognuno la pensi come vuole: a me basta segnalare quanto avvenne e ringraziare il Signore che mi ha prediletto fin dal primo giorno di vita.

Il signor Curato non mi perse più di vista, tanto doveva essere convinto del suo presagio. Burbero per natura, aveva per me una predilezione particolare e veniva spesso a cercarmi perché io - bambino di due, tre, quattro anni - gli frugassi nelle tasche dove metteva di proposito una castagna, una noce, un confetto o qualche altra cosa che potesse farmi gola.

Povero sant'uomo! Di caramelle non ne trovai mai; di quelle, a quei tempi, non se ne parlava neppure e forse non sapeva neppure lui come erano fatte.


Don Lorenzo

Da questo non vogliate credere che don Lorenzo fosse un molle ed uno sdolcinato. Era anzi di tutt'altra stoffa. Aveva un carattere rude e irascibile. Pochi durante i quarant'anni di sua permanenza in paese, cappellano prima e curato poi, potevano vantarsi di non aver buscato qualche scappellotto, non esclusi i più buoni per non far torto a nessuno.

Genuino rappresentante del tempo antico, lui stesso si sentiva carabiniere, giudice e giustiziere: uno di quelli che prima picchiano e poi discutono. Ciò nonostante i suoi parrocchiani, gente alla buona e piena di fede, lo rispettavano e vedevano in lui la persona sacra che ha il compito di pregare, di celebrare la messa e dispensare la Parola di Dio; ma in quanto a rapporti umani preferivano levarsi il cappello da lontano e starsene alla larga.

Eppure quel prete così rustico da sembrare un orso aveva un cuore d'oro e voleva bene alla sua gente: lo dimostrò durante la guerra e la "spagnola" di cui avremo modo di parlarne più avanti. Ora dico soltanto che, finita la guerra, non appena si accorse che il suo compito era finito e che la Parrocchia aveva bisogno di una guida più aggiornata, rinunciò eroicamente al suo mandato e partì povero come povero aveva vissuto, per passare gli ultimi suoi anni a Monti di Berzo, un paesino della Media Valle, ancor più povero di quello che aveva lasciato, vivendo di ricordi e di nostalgia, pensando ai suoi parrocchiani per i quali aveva speso tutta la sua vita.

Io purtroppo non lo rividi più, ma so che lui non mi ha mai dimenticato, e quando seppe che ero entrato in seminario si commosse. So che mi avrebbe rivisto volentieri come io, a mia volta, desideravo incontrarlo, anche solo per ringraziarlo del bene che mi ha voluto. Ma come avrei potuto farlo con i mezzi di quel tempo?

Quando seppi che era morto ne soffrii non poco e mi è sempre rimasto il rammarico di non aver potuto dargli quella più che legittima soddisfazione. Ma la povertà di quegli anni esigeva anche di questi sacrifici.


Lo slittino galeotto

Mio padre, che era un ottimo narratore, facile e piacevole, ci raccontò, non una sola volta, una sua avventura di quando lui era ragazzo e don Lorenzo un giovane sacerdote. Si tratta dunque di un episodio che risale, pressappoco, a un secolo fa.

S'era d'inverno, un inverno particolarmente rigido, e la neve era caduta abbondante fin dal novembre a dispetto degli anziani e a delizia dei ragazzi. Chi non aveva la slitta se l'era procurata e si diede il via al più bel divertimento che si potesse desiderare.

La pista più bella, liscia e ghiacciata, passava davanti alla chiesa e attraversava con notevole pendenza quasi tutto l'intero paese: un vero gioiello. Ma le donne che andavano a messa quand'era ancor buio e al rosario a sera avanzata, non la pensavano così e protestarono.

Don Lorenzo si assunse il compito di sgominare la banda e di metter fine a quel misfatto. Fu così che quella sera si portò per tempo in un punto strategico e si nascose dietro un muretto. Quando gli parve che fosse arrivato il momento giusto, balzò all'assalto. I ragazzi, che erano già sulla slitta pronti a partire, lo videro o lo intravvidero e, protetti dalle tenebre, se la svignarono non riconosciuti, mentre il povero don Lorenzo, perduto l'equilibrio, si trovò sulla slitta che partì come un razzo e non gli restò altro da fare che seguire anche lui la solita pista tra lo stupore dei parrocchiani che l'aiutarono poi, pietosamente, a ricuperare la berretta e le ciabatte perdute.

Il giorno dopo il maestro, che era anche il sindaco del paese, salì in cattedra e, con o senza fascia tricolore, protestò solennemente contro l'attentato all'autorità religiosa, ma i colpevoli non si scoprirono mai e il delitto rimase impunito. Manco a dirlo che la slitta fu recuperata e il gioco riprese con più gusto di prima.


La neve e la vita di ogni giorno

L'episodio dello slittino mi porta a parlare della neve. Tutti sappiamo che da qualche anno viene copiosa nel meridione, dove prima non veniva affatto, e non viene da noi, mentre prima veniva abbondante.

è un fenomeno strano che reca notevole danno al sud d'Italia come al nord. La neve e il gelo in Sicilia danneggiano le coltivazioni di frutta e verdura; mentre se manca da noi restano penalizzati gli impianti sportivi invernali. A Ponte di Legno si sono ridotti a portare la neve da quote più alte; a Monte Campione si industriano a fabbricarla; a Borno si è arrivati, certi anni, a cancellare la stagione invernale con grave danno economico.

Una volta non era così. Quando io ero in Seminario, a Brescia e dintorni venivano 30-40 centimetri di neve e veniva presto. Nei 18 anni di mia permanenza a Borno, nel giorno dei morti, al cimitero si trovava sempre la neve. Non parliamo dell'alta Valle Camonica!

Prima di andare in Seminario, quando anch'io potevo scorrazzare a piacimento, la neve veniva così abbondante che noi ragazzi potevamo farci le gallerie: se non ne veniva un metro, poco ce ne mancava. Ricordo le scorribande, i castelli, i fantocci, le palle di neve con relative finestre rotte e qualche scappellotto da parte di chi non desiderava far da bersaglio.

Ogni mattino gli uomini erano impegnati a far la strada alle donne che andavano alla messa e alle bestie all'abbeveratoio. Di tanto in tanto era necessario salire sui tetti a buttar giù la neve diventata troppo pesante e pericolosa.

Bloccati dalla neve la sera si finiva tutti nelle stalle con parenti e amici a parlare del tempo e a commentare le poche notizie che circolavano in quei giorni, ad ascoltare le storie di chi sapeva raccontarle e, non di raro, a cantare qualche vecchia canzone, di quelle che si prestavano a fare lunghe code a due voci e durante le quali ognuno dava il meglio di sé.

Prima di andare a letto la nonna, la zia o la mamma incominciava il S. Rosario a recitare il quale tutti, a modo loro, partecipavano. Al Rosario la nonna ci attaccava poi una sfilza di altre preghiere che né gli stilisti né i teologi avrebbero approvato, ma il Signore sì, perché ne vedeva la fede e la buona intenzione.

Le notizie di un piccolo paese di quel tempo, dal quale nessuno usciva e nessuno vi entrava, non potevano essere che locali o di qualche paese vicino, raccontate da chi le aveva sentite a sua volta di seconda o terza mano e non potevano essere che incomplete, ampliate o deformate, e su quelle informazioni si facevano congetture, aggiungendo qualche fronzolo e finalmente sbandierate il giorno dopo cosa certa per averla sentita da persona sicura.

Non era malizia, ma la conseguenza di una vita chiusa, senza un giornale e tanto meno senza radio o televisione che non erano ancora nate. Oggi questi mezzi di comunicazione ti portano il mondo in casa, frastornandoti con tante notizie belle e meno belle.

Il mondo di allora era così diverso che oggi si stenta ad immaginarlo. Ignoravano, è vero, tante cose, ma possedevano una scienza che noi oggi ignoriamo: quella di trovarsi insieme, di conoscersi, di conversare e di volersi bene.


Le streghe

Nelle lunghe veglie invernali, raccolti in cucina intorno al fuoco o nella stalla a godersi il caratteristico tepore di quell'ambiente, l'argomento più interessante era quello delle streghe. E non poteva essere diversamente. Scarseggiando le notizie di fatti veri e controllati, trionfava la fantasia. Tanto più che, sia pure confusamente, era ancora viva la memoria di fatti e storie dei secoli passati, quando per i popolani delle città e soprattutto delle campagne l'esistenza delle streghe era un dogma: una credenza così incarnata nella mentalità del popolo che era un'offesa metterla in dubbio.

Alle streghe si addossavano le colpe più incredibili. C'era una peste, una moria nel bestiame, una grandinata, la guerra, la siccità?... la colpa era delle streghe, cioè di quelle povere donne, in gran parte anziane che avevano qualcosa di singolare, di strano nel corpo, nel modo di vestirsi, di parlare o di comportarsi. Su quelle si puntavano i sospetti, le denunce, gli arresti ai quali seguivano interrogatori e torture in tribunali appositamente istituiti, le condanne e i roghi.

Tali superstizioni e nefandezze trionfarono soprattutto nel 1500. Sembra impossibile che il glorioso Rinascimento, in mezzo al trionfo della pittura, della scultura e architettura, dato che ci onora in tutto il mondo, avesse questi risvolti di autentica barbarie. Ma fu così e non solo in Italia, ma in tutta Europa.

La Val Camonica non ne fu esente, e si rese tristemente famosa nel 1500. L'ignoranza, il fanatismo, la suggestione collettiva spinsero le autorità a istituire un tribunale, che ebbe sede a Milano, con facoltà di pena di morte per quelle disgraziate che furono giudicate colpevoli di stregoneria e di misfatti a loro attribuiti.

Durante quel secolo in Valle Camonica furono 60 le cosiddette streghe arse vive. Nella sola Pisogne ne furono bruciate vive 8, il che avvenne precisamente il 18 luglio 1518. Venne perfino stampato un libro dal titolo "Le streghe del Tonale" col quale si metteva in guardia il popolo da queste portatrici di disgrazie e di misfatti. Si diceva, tuttavia, che il famoso "Concilio di Trento" (1545-1563) avesse provveduto a confinarle nel Pisgana: una località tetra e impervia a monte di Ponte di Legno, incuneata tra il Castellaccio e il Pian di Neve; e che da lassù, tuttavia, si facessero sentire con tuoni e lampi durante temporali particolarmente violenti.

Al tempo della mia infanzia di streghe vere e proprie in carne e ossa non ce n'erano più, ma al tempo dei miei genitori qualche guizzo c'era ancora. A farne le spese ci fu tra gli altri un mio zio, innocente come l'acqua dei nostri monti. In paese c'erano due sorelle che io ho conosciuto tanti anni dopo, le quali avevano una modestissima botteguccia con un piccolo forno che scodellava di quando in quando qualche pane un po' diverso da quello delle altre case. Avevano anche una stalla dove tenevano conigli, galline e un porcellino.

Cos'è, cosa non è, il porcellino si ammalò. Di cosa non si sa. Una donna più anziana di loro sentenziò che il porcellino era stregato e che per guarirlo fosse necessario che il colpevole venisse a disfare il mal fatto. Ma chi era il colpevole? Semplicissimo: far bollire i peli del maialino. Il primo che capitava in seguito, quello era il colpevole del misfatto. Caso volle che dopo un quarto d'ora di bollitura capitasse un mio zio. Il resto lo lascio pensare a voi: io so soltanto che non l'hanno messo al rogo, ma che ne nacque un pasticcio di accuse e battibecchi.

Povero zio, per evitare il peggio rinunciò all'acquisto del maialino e se ne andò per raccontare poi agli amici la brutta avventura, aggiungendovi naturalmente fronzoli necessari a farne un gustosissimo racconto. Frattanto il maialino guarì e le due sorelle poterono affermare che era stato stregato e vantarsi di aver trovato il colpevole e di averlo costretto a riparare il malfatto.


Stregonerie, fantasmi e diavolerie varie

Come è vero che da almeno un secolo alle streghe vere e proprie, in carne e ossa, non ci si crede più, è altrettanto vero che abbondavano racconti di stregonerie, di fantasmi, di apparizione di morti, di fatti inspiegabili.

Non c'è da meravigliarsene se in quel mondo chiuso, ove le poche notizie che si potevano avere arrivavano di terza o quarta mano, a distanza di mesi se non di anni addirittura, la fantasia avesse buon gioco.

Si raccontava che il tale avesse visto apparire una mummia morta da tempo per ammonire un figlio che era su una cattiva strada; che un tal'altro era stato ammonito di restituire il mal tolto e di far giustizia. Si diceva che in quella casa si sentivano degli strani rumori, o che si sentivano persone invisibili passeggiare e che non cessavano se non quando erano stati suffragati i poveri morti.

Si diceva per certo che sul castello, un promontorio a monte del paese, fosse apparsa di notte una donna che certamente aveva aiutato una giovinetta che si trovava in difficoltà e che l'abbia poi ammonita a non andarsene da sola, soprattutto di notte.

Di fatti misteriosi e umanamente inspiegabili se ne contavano molti, frutto in gran parte di fantasie festive o di ignoranza; ma di fare d'ogni erba un fascio e condannare tutto in blocco non mi sembra giusto, soprattutto quando le fonti sono persone miti, intelligenti e scevre di ogni interesse.

Mio padre era un uomo intelligente e serio, privo di facili suggestioni e assolutamente incapace di mentire. Raccontava di aver trovato una mattina due mucche legate con un'unica catena con la lingua fuori bocca e sul punto di soffocare. Che ciò sia avvenuto a caso è assolutamente impossibile.

Non moltissimi anni fa successe ripetutamente un fatto strano. Un maiale chiuso a chiave nel suo porcile, si trovava regolarmente in strada a passeggiare per il paese, mentre la chiave scompariva. E ciò avvenne per molti giorni finché una bambina di quella rispettabilissima famiglia, incontrò una gentilissima signora che la bambina non conobbe, ma che dalla minuziosa descrizione fattane risultò senza alcun dubbio che doveva trattarsi di sua madre, morta alcuni anni prima. La signora misteriosa disse: «Dì a tuo padre che le chiavi perdute si trovano nel tal posto... » ove realmente furono trovate. La donna cercata affannosamente e subito, non fu più trovata; nessuno l'aveva incontrata.

Sono fatti assolutamente fuori dalla norma e che si stenta a credere. Ma so di altri fatti altrettanto strani e che non posso negare. Conosco un signore, un mio amico, che seduto per il suo mestiere accusava disturbi continui e misteriosi. Un giorno si è deciso a recarsi presso un sacerdote per chiedere consigli e farsi dare una benedizione. Quello che gli disse risultò vero. Sul cuscino della sedia c'era una corona di fili fatta in modo meraviglioso, levata la quale tutto tornò normale.

Un fatto simile ci fu raccontato in seminario dal nostro insegnante di morale, un uomo di criterio e superiore ad ogni suggestione, che dopo non molto fu consacrato vescovo e inviato a regger una diocesi dell'Italia centrale. Chi non ammette nulla di tutto questo, legga la vita di Don Bruno o del Curato d'Ars, e incontrerà molto spesso fatti sorprendenti che onestamente non siamo autorizzati a negare.

Ma lasciate che vi racconti un fatto di cui io stesso fui ,se pur marginalmente, testimone. Un giorno ho confessato e comunicato un giovane. Ricordo ancora la sua devozione. Il mattino dopo fu trovato morto sul suo letto. Improvvisamente arrivò anche la notizia che suo fratello era dichiarato disperso in guerra. Da allora in casa non c'era più pace: ogni notte sul ballatoio e nelle stanze si sentiva un passo d'uomo, e le porte aprirsi e chiudersi. Il fenomeno era avvertito marcatamente da una famiglia vicina e soprattutto dalla mamma e dalla sorella laureanda che si dava un po' l'aria di superdonna che non voleva arrendersi neppure all'evidenza. Ma un giorno credettero all'evidenza e vennero da me per chiedermi una benedizione.

Mi recai in casa, chiesi ed ottenni una bella sommetta per un'opera buona che si stava facendo. Mi feci promettere che sarebbero andate alla messa e diedi la benedizione con tutto il fervore possibile. Da allora tutto tornò normale.


Il "Materia" messo in croce

L'avventura, spericolata ma a lieto fine, che sto per raccontare risale pressappoco agli anni dello "slittino galeotto". S'era nella Settimana Santa e un gruppo di ragazzi dell'età scolare ebbe l'idea, più o meno geniale, di ripetere la "Passione del Signore".

A farne le spese fu un poveraccio assai più grande di loro ma non altrettanto furbo che, chissà perché, lo chiamavano "Materia".

A mezzogiorno o poco dopo si avviarono tutti assieme per una strada pianeggiante che, dopo il mulino del torrente "Rio", portava nel bosco. Era, a quei tempi, una stradetta di campagna che più tardi, in vista della guerra imminente, venne allargata e sistemata così da divenire una importante strada militare, percorsa da camion adibiti al trasporto di cannoni, di munizioni e di tutto quel materiale che era necessario alla costruzione di fortini, di trincee e di sbarramenti in vista di una eventuale offensiva che venisse dal Tonale o dal Montozzo.

I ragazzi si inoltrarono un bel pezzo, quanto era necessario per sottrarsi ad occhi indiscreti e per giocare indisturbati. A monte e a valle della strada c'erano prati e cascine; in fondo il fiume Oglio, che appena appena si poteva scorgere, e di fronte e in alto la stupenda e grandiosa catena che dal Tonale scorre ininterrotta fino all'Adamello; oltre uno scenario meraviglioso che incanta quanti hanno il gusto del bello e del maestoso.

Ma i ragazzi non erano in viaggio per contemplare il panorama, ma unicamente per divertirsi. Arrivati in un certo posto che sembrò loro il più adatto, diedero inizio allo spettacolo. Già durante il viaggio avevano fissato il ruolo di ciascuno: scelti i soldati, scelti i giudei, scelto Pilato che era il capo della banda. Il Cristo era già designato ancor prima di partire nella persona del "Materia", il quale era orgoglioso e felicissimo di assumere nientemeno che il ruolo di primo attore.

Si iniziò con la sentenza di condanna di Cristo, pronunciata da Pilato e ottenuta dai Giudei che lo volevano morto ad ogni costo. Seguì la flagellazione, che non fu soltanto simbolica; poi iniziò il viaggio al Calvario con il pesante legno della croce e finalmente lo spettacolo più atteso: la crocifissione.

Il povero "Materia" si distese docile e fiducioso, con le gambe unite e le braccia distese, mentre i soldati provvedevano a legargli mani e piedi, gambe e braccia in modo tale che non potesse più muoversi. Dopo di che lo trascinarono verso una buca che c'era nelle vicinanze e si accinsero a rizzarlo in piedi. Non fu una impresa facile, ma con il concorso di tutti, giudei e soldati, e con l'incoraggiamento del "povero Cristo", finalmente ci riuscirono. La posizione del crocifisso era tutt'altro che comoda ma non si lamentava, pensando al dramma ben più grave del vero Calvario.

I ragazzi, felicissimi dell'impresa ben riuscita, si accingevano a far festa con evviva e urrà quando, improvvisa e minacciosa, udirono in lontananza, fioca ma solenne, la campana della scuola. Fu come un fulmine nella notte: il pensiero di uno fu il pensiero di tutti e nella mente di ognuno apparve lo spettro burbero del maestro, al quale avrebbero dovuto rendere conto di una eventuale assenza o anche solo del ritardo.

Pensarono che anche il Curato ne sarebbe stato informato e che avrebbe aggiunto "il resto del Carlino". Non ci fu bisogno di intese: ognuno pensò ai casi propri... e via tutti a gambe levate come un stormo di passeri all'apparire del nibbio.

Il povero crocifisso restò solo a gridare e a invocare aiuto, ma inutilmente perché nessuno poteva sentirlo in quel luogo solitario; dovette starsene lì a dimenarsi e a sgambettare con lo spettro della notte che avanzava sempre più paurosa e preoccupante.

Nel frattempo né i giudei né i soldati avevano il cuor tranquillo. Quelle due ore di scuola sembrò loro che non finissero più e il maestro non riusciva a rendersi conto della loro particolare distrazione. Ma per una evidente ragione nessuno fiatò. Soltanto a sera inoltrata uno di loro, Pietro per l'esattezza, trovò il coraggio di parlarne in famiglia e ne fu dato l'allarme.

Era notte fonda quando un gruppo di volontari, lanterne alla mano, arrivò sul posto della crocifissione. Il povero "Cristo" continuava ancora a sgambettare e a invocare, ma la voce s'era fatta fioca e le forze erano all'estremo. Tornato a casa il malcapitato giurò, e possiamo credergli, che di croce non ne avrebbe più parlato. Il giorno dopo tutto il paese era in subbuglio e ognuno commentava il fatto a modo suo, mentre i crocifissori, mogi mogi, dovettero tornare a scuola rassegnati a prendere la grandine come il cielo l'avrebbe mandata.

Buon per loro che sia il maestro che il signor Curato trovarono l'avventura così buffa che si accontentarono di una solenne sgridata e di un severo ammonimento. Dopo tutto, pensarono, le intenzioni erano buone e le buone intenzioni vanno rispettate.


IL "MATERIA" CONTRABBANDIERE - Prima della guerra del 1915-18 il Tonale, il Montozzo e tutta la catena montuosa che unisce i due passi segnavano il confine tra l'Italia e la Provincia di Trento che apparteneva ancora all'Impero Austro-ungarico, ed è perciò comprensibile che nei paesi dell'alta Valle fiorisse il contrabbando.

Dall'Austria si importava il tabacco, il caffè e altre merci che offrissero, rivendendole, un guadagno facilitato dal fatto che costavano meno. Si trattava di defraudare il dazio e lo Stato italiano. C'erano le guardie di finanza italiane che facevano buona guardia, ma i contrabbandieri evitavano le strade battute e seguivano sentieri di montagna, malagevoli sì, ma assai più sicuri.

Il piccolo contrabbando dell'operaio che, tornando dal lavoro a fine settimana, si riempiva le tasche si tollerava. Ma non si tollerava il grande contrabbando di professionisti che trasportavano quintali di merce con l'aiuto degli spalloni assoldati per l'occasione: si trattava di gente robusta, coraggiosa e pratica del posto che conosceva i vari sentieri della montagna.

Nella bella stagione si trattava solo di fatica e di destrezza per evitare i rigori della legge che prevedeva confisca, multa e arresto. Ma d'inverno a tutto questo si aggiungeva il dover superare l'ostacolo della neve, che in montagna poteva raggiungere il metro e più, col pericolo che valanghe o bufere improvvise li potessero seppellire.

C'erano gli spalloni addetti al trasporto nei punti più difficili, altri di manovalanza ordinaria che si sostituivano a fare la parte più agevole: il trasporto dai piedi della montagna al posto dello smercio. Anche il nostro "Materia" si arruolò negli spalloni di ordinaria amministrazione, ingolosito dalla paga che, per quanto modesta, gli serviva a sbarcare il lunario.

Si viaggiava di notte, in gruppo di 10-15 uomini, dalla tarda sera all'alba del mattino dopo. Doti necessarie: buone spalle, coraggio, destrezza e molta prudenza. In quanto a spalle il nostro campione ne aveva da vendere; nel resto era piuttosto scarso per non dire mancante affatto.


Abele

Tre anni dopo la mia nascita venne al mondo un fratellino che chiamarono Abele, ma tredici mesi dopo il Signore lo volle con sé. è uno dei miei primi ricordi. A me sembrava bello come un angelo e divenne, naturalmente, il coccolino di tutti. Era un bambinone apparentemente sano, ma durante una violenta crisi di tosse trattenne il respiro e non si riebbe più.

Ricordo ancora il dolore del papà che lo cullava in braccio e, baciandolo, piangeva e non si rassegnava a vederlo morire. Una buona donna, con la più retta intenzione del mondo, lo esortava a rassegnarsi, suggerendogli che da quel giorno aveva in Paradiso un angioletto di più che pregava per tutti.

Ma il papà si ribellò e vedo ancora la sua reazione, garbata ma decisa, rispondendo che era facile per lei parlare così perché si trattava di un bambino che non era suo, e che quell'angioletto avrebbe preferito tenerlo con sé.

Dopo tanti anni ne parlava ancora, e solo durante l'ultima guerra si persuase che, piuttosto che saperlo al fronte, era meglio saperlo in Paradiso.


Franceschino

Fino alla Prima Guerra Mondiale, quella del 1915-18, erano ancora in corso i centesimi: una minuscola monetina che valeva la centesima parte della lira. Con pochi centesimi si comperava il tabacco per la nonna, il sigaro per il nonno, il sale e i fiammiferi per la mamma, i quaderni e i pennini per gli alunni e tante altre piccole cose vitali e necessarie. Ma di centesimi ce n'erano pochi ed era difficile guadagnarli.

è di quegli anni un episodio che ha tutto il sapore di barzelletta, ma che barzelletta non è e che vale la pena di essere raccontato perché getta uno spiraglio di luce su usi e costumi del tempo.

Al mio paese chi serviva la S. Messa aveva un compenso: cinque centesimi in un primo tempo, addirittura dieci qualche anno dopo: una vera e propria cuccagna. Da questo si deduce che, anche allora, era in atto l'inflazione. Ma fare il chierichetto era meno facile di quanto si possa credere. Prima di tutto bisognava conoscere bene le varie cerimonie della Messa, e poi sapere a menadito il salmo iniziale e tutto il resto in latino, che era anche allora un osso duro da masticare e ancor più da digerire.

Ogni piccolo errore era inammissibile se non si voleva fare i conti col "Signor Curato", che era lo spauracchio dei piccoli e dei grandi. C'era di più: il diritto di servire la Messa era di chi arrivava per primo ad occupare il posto. Come si vede, c'era anche allora la corsa al primo posto, come lo è ora per le prime poltrone nel Parlamento.

In gara ce n'erano molti e tutti intenzionati ad arrivarci. Tra questi c'erano anche mio fratello Omobono che aveva 9 anni più di me, un nostro cugino e un loro amico. I tre fecero, da buoni amici, un vero e proprio concordato: servire la Messa una volta ciascuno. Si trattava di alzarsi presto per sbarrare il passo a qualsiasi altro. Ma, come vedremo, avevano fatto i conti senza l'oste.

La Messa, a quel tempo, si celebrava prestissimo, sia d'estate che d'inverno, per dare la comodità ai contadini di dar da mangiare alle bestie, portare il latte al caseificio e, nel contempo, la possibilità alle mamme di occuparsi degli uomini che, all'alba, andavano a lavorare e di preparare i bambini per la scuola.

Il primo dei tre, quello che aveva estratto la paglia più lunga, arrivò sulla porta della chiesa al tocco dell'Ave Maria ma, con sua grande sorpresa, vi trovò Franceschino che era un ragazzetto alto come un soldo di cacio, ma vispo come un pesce e tenace come un mulo. Il secondo pensò giustamente di anticipare ed arrivò prima che si aprisse la porta della chiesa, ma ad attendere c'era già Franceschino. Il terzo anticipò a sua volta di un'altra mezz'ora, ma prima di lui era arrivato il solito Franceschino. Per quanto anticipassero trovavano sempre quel maledetto Franceschino il quale, per non correre rischi, si presentava a notte fonda e se ne stava lì intirizzito dal freddo, seduto sulla neve.

I tre non si diedero per vinti. Fecero una specie di concilio e, dopo innumerevoli proposte e controproposte, decisero di ricorrere a un mezzo radicale. Avrebbero sacrificato una notte, aspettando le ore piccole nella stalla che era di fronte e a pochi metri dalla porta principale della chiesa. Uno di loro si sarebbe armato di campanelli e di campanacci, un altro di "tole" e di coperchi atti a far baccano; il terzo si sarebbe vestito da spettro per comparire, a tempo opportuno, e agitarsi e urlare a più non posso. E così fu fatto.

La prima parte della notte la passarono a mettere a punto il piano strategico e verso le primissime ore del mattino si nascosero dietro la grande fontana che da tempo immemorabile fa bella mostra di sé e che, d'inverno, circondata da candelotti di ghiaccio, rappresenta una grande attrattiva per i bambini. Lì, avvolti in coperte, attesero con pazienza l'arrivo di Franceschino. Lo lasciarono rannicchiarsi sui gradini della chiesa e, ad un segnale convenuto, i tre entrarono in azione.

L'effetto lo lascio immaginare a voi. Il poveretto scattò in piedi e, gridando come un'aquila ferita, partì con la velocità di un razzo a tal punto che, arrivato sulla porta di casa che era lungo la strada in discesa, non riuscì a fermarsi.

La Messa fu celebrata alla solita ora e tutto andò come doveva andare; se non ché, rientrati in sacrestia, arrivò, con un diavolo per capello, la mamma del malcapitato a raccontare al "Signor Curato" quanto era accaduto, aggiungendo che il suo povero Franceschino dovette rimettersi a letto per disturbi intestinali. Il chierichetto, che era uno dei tre, quella mattina non aspettò le due "palanche", ma pensò di mettersi in salvo intanto che era in tempo.

Povero Franceschino! Ci volle molto tempo prima di vincere la paura e sfidare gli spettri. Pochi anni dopo, nell'immediato dopoguerra, trovandosi in un bosco si incuriosì di un oggetto che luccicava in mezzo all'erba, lo prese in mano e lo percosse con un sasso. Era una bomba a mano che, scoppiando, lo dilaniò. Riuscirono tuttavia a salvarlo e Franceschino, sia pure malridotto, campò molti anni ancora e divenne sposo e padre di un'ottima famiglia.


VALORE DELLA MONETA - L'episodio di Franceschino mi porta a dire una parola sul valore della moneta. La guerra è costata moltissimo e le casse dei vari stati belligeranti sono rimaste vuote o quasi, e di conseguenza ci fu la svalutazione della moneta.

In Germania, dopo la guerra, andavano a far la spesa con una sporta di denaro. Un chilogrammo di pane, per esempio, costava alcuni milioni. L'Italia, a sua volta, uscì dalla guerra viva, ma con le ossa rotte. Scomparse le monetine dei centesimi, rimasero i cinque, i dieci, i venti, i cinquanta centesimi che avevano ancora un certo valore fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Per intenderci alcuni esempi: la retta del seminario negli anni '20 e '30 era di 6 lire al giorno e non era poco. Se si pensa al guadagno degli operai, chi trovava un posto allo stabilimento poteva anche guadagnare 18 lire al giorno, ma tale fortuna era dei pochi raccomandati del regime fascista; gli altri dovevano rassegnarsi a qualsiasi lavoro e accettare quel che il padrone dava. Dopo dieci ore di lavoro la retribuzione poteva essere di 10 lire e anche meno.

Negli anni più magri, '28-'30, mio fratello Omobono, che era un bravo falegname, ha lavorato un inverno intero per 7 lire al giorno. In quegli anni i contadini vendevano il burro ai villeggianti di Ponte di Legno a 5 lire il chilogrammo e anche a meno pur di avere il denaro per pagare le tasse e l'indispensabile come il sale, le medicine, le scarpe, un indumento qualsiasi.

Negli anni '30-'40 in qualsiasi pensione di Brescia si poteva mangiare un pasto, povero ma sufficiente, con 4 lire e cinquanta centesimi. L'Oratorio di Artogne, un grande stabile di abitazione circondato da un brolo di migliaia di metri quadrati, l'abbiamo comprato nel 1941 a lire 67.000, casa e brolo situato sotto l'ombra del campanile. Quella medesima proprietà era in vendita anni prima a 40.000 lire e nessuno aveva i soldi e il coraggio di comprarla. Tutti collaborarono a pagarla con l'offerta media di 20 centesimi alla settimana.

Quello che diede il crollo al valore della moneta fu la Seconda Guerra Mondiale, quella del 1940-45. Le solite scarpe che nel 40-42 compravo a Darfo per 60 lire, nella primavera del '45 le ho pagate 3.000 lire.

Da allora l'inflazione ha galoppato: c'era un'Italia distrutta da ricostruire; c'erano esigenze sempre crescenti, il denaro non bastava mai e s'è buttato sul mercato moneta sempre più abbondante con un valore sempre minore. I terreni, le case, il vestiario, il cibo hanno continuato a costare sempre di più e non sappiamo dove si andrà a finire.

Nel gennaio 1982 ho incontrato a Borno il mio vecchio e caro amico "Maì", che di buon mattino tornava già dal bosco con un bel fascio di legna, e ci siamo fermati a fare quattro chiacchiere. «L'altro ieri - mi disse - sono stato a farmi tagliare i capelli, quei quattro che mi sono rimasti, ed ho pagato 5.000 lire; per di più l'ho ringraziato. Pensi - continuò - che 45 anni fa, quando mi sono sposato, ho comprato la mobilia di casa con 400 lire: l'arredamento della cucina al completo, compreso il mattarello ricurvo per far polenta, soggiorno, stanza da letto, tavolo e sedie. Tutto con 400 lire, mobilia solida, fatta da un falegname come Papà Matteo che continua a far il falegname ancora, nonostante abbia un figlio monsignore, che è una personalità di spicco in Vaticano. Quella mobilia l'ho ancora come nuova e penso che mi rimarrà fin che campo».


La guerra del 1915-1918

Quando la guerra iniziò io avevo tre anni, troppo poco per capire qualcosa di quel grande dramma che coinvolse uomini e cose del mondo intero. Troppo pochi per capire, sufficienti per subirne un dramma che mi accompagnò per tutta la vita.

Non s'era in zona di guerra, però di fronte a noi c'erano l'Adamello, il Pian di Neve, il Pisgana, il Castellaccio, i Monticelli, il Passo Paradiso e il Tonale: luoghi ove si fronteggiavano i due eserciti nemici: l'austriaco e l'italiano. Su quelle montagne, in mezzo ai ghiacci e a nevi perenni, centinaia e centinaia di soldati hanno passato tre lunghissimi inverni. Di tutto quel dramma ovviamente io ricordo soltanto ciò che mi ha fatto particolare impressione.

Di giorno e di notte si sentiva il rombo del cannone. C'era il coprifuoco: proibito ogni spostamento, proibitissimi ogni fuoco, ogni luce che potevano essere bersagli da colpire o segnalazioni di spie. Di militari ce n'erano dappertutto: nelle case, nelle stalle, nei fienili, in ogni buco, ovunque c'era un tetto. Alcuni erano lì per un breve riposo, altri, di fresco arrivati, erano in attesa di partire per il fronte. I più erano anzianotti, addetti ai lavori di retrovia: tracciavano strade nuove, sistemavano quelle vecchie per renderle agevoli al passaggio dei camion che dal fondo valle arrivassero alla Valmassa e alla Cima Bley a portare bombe, cannoni e altro materiale di guerra. Altri scavavano trincee, camminamenti, costruivano fortini, sbarramenti con filo spinato, tutto in previsione di un'offensiva dal Passo del Tonale.

Ricordo i grandi marmittoni della pastasciutta, dei fagioli, dei piselli, di ogni ben di Dio. Vedo ancora le gavette del rancio, i gavettini del caffè. Al contrario dei soldati austriaci che morivano di fame, i nostri avevano più del necessario, roba che l'America mandava a piene mani. Della loro abbondanza ne avvantaggiavano i civili che accorrevano con scodelle e pentolini. Qualche volta ci andavo anch'io non tanto perché ne avessi bisogno, quanto perché, come sempre succede, la roba degli altri sembra sempre più buona.

I militari che si fermavano a lungo, familiarizzavano con la gente del posto: chi aveva bisogno di farsi lavare qualcosa, chi di farsi attaccare un bottone, chi di farsi leggere o scrivere una lettera, chi infine di prepararsi una bella polenta tanto per cambiare dal solito rancio.

Ricordo particolarmente un soldato veneto che passava con noi la sera e, da buon narratore che era, ci raccontava lunghe storie e ci parlava della sua famiglia, della sua sposa, dei suoi bambini e dei suoi vecchi genitori che si trovavano nella zona invasa dal nemico e soffrivano la fame, mentre lui nuotava nell'abbondanza senza poter far nulla per loro. Alcuni anni dopo la fine della guerra ritornò per ringraziare e si meravigliò di trovarci così cresciuti.


Gli arditi

Tra le centinaia di soldati, fanti in gran parte, c'era un gruppo di militari scelti come truppe d'assalto. Erano gli "arditi" che venivano impiegati per un colpo di mano, per occupare un caposaldo, per far brillare una mina, per togliere un reticolato o per altre operazioni pericolose che richiedevano destrezza e molto coraggio.

Erano volontari che avevano fatto quella scelta o perché amanti del rischio e dell'avventura, o perché erano bramosi di un riconoscimento o di un premio. Erano anche quelli che avevano scelto quel ruolo per redimersi da qualche marachella che avevano commesso.

Dopo qualche azione particolarmente rischiosa avevano diritto a qualche giorno di riposo e di libertà per riprendere fiato e ritrovar le forze. Erano giovani spregiudicati, pieni di vita e dotati di un appetito formidabile, soprattutto quando tornavano dal fronte. In quei giorni non tutte le galline tornavano nel pollaio.

Un giorno si presentò all'ufficiale responsabile una donnetta a reclamare per una gallina che era scomparsa. Il capitano, che probabilmente l'aveva mangiata assieme ai suoi soldati, per salvare l'onore dell'arma inscenò la farsa dello schieramento e della perquisizione, minacciando castighi apocalittici per il colpevole che, naturalmente, non si trovò.

Il compito di mantenere l'ordine e di far rispettare il coprifuoco era affidato ai Carabinieri, il comandante dei quali, sia detto con tutto il rispetto dell'Arma, era un autentico lavativo che usava ed abusava dell'autorità che gli veniva da quello stato di emergenza. Ricattava, arrestava, sequestrava a piacimento. La povera gente, per quanto indispettita, si limitava a brontolare e intanto consegnava senza replicare burro, formaggio e qualsiasi altra cosa fosse richiesta. Solo gli arditi potevano e osavano ribellarsi.

Una sera un gruppo di loro, arrivati da poco dal fronte stanchi e affamati, s'erano attardati oltre l'ora del coprifuoco. Il Comandante dei Carabinieri intimò loro di ritirarsi; non obbedito ripeté l'ordine con arroganza e con tono autoritario. La terza volta non poté ripeterlo perché è rotolato lungo le scale e buon per lui che, coperto dalle tenebre, riuscì a svignarsela. E non pensate che abbia protestato o reclamato perché agli Arditi, lontano dal fronte, non comandava nessuno.


L'offensiva di Giugno

Nel giugno del 1918 sul Tonale si scatenò l'offensiva attesa e temuta insieme. Gli austriaci erano decisi a sfondare e puntavano su Milano attraverso la Val Camonica e la Valtellina. Gli ufficiali avevano in tasca l'itinerario da seguire.

Furono 24 ore d'inferno: la zona illuminata a giorno dai fari e dalle granate in partenza e in arrivo. Si sentiva un rombo continuo di centinaia di cannoni, sistemati al di là del Passo. L'offensiva fallì, ma i morti furono molti da ambo le parti come attestano i nomi scolpiti sul monumento del Tonale, che fu costruito in seguito per ricordare quelle terribili giornate di sangue.

Ponte di Legno era in fiamme e noi ricevemmo l'ordine di fuggire sui monti, ovunque purché si fosse fuori del tiro dei cannoni. Ricordo bene quella notte perché nel frattempo avevo 6 anni. Ricordo lo spavento e la confusione delle mamme che scappavano con i loro bambini, portando con sé quel poco che potevano, spaventate per i pericoli del presente e preoccupate per l'incognita del domani.

Noi, dico la mia famiglia, siamo andati in una nostra cascina, la più lontana che avevamo sul versante del monte che guarda a sera. Quella cascina, abbastanza capace, si riempì ben presto di gente. Nella stalla s'era insediata la "Fureria", un ufficio amministrativo militare, e sopra una confusione di nonne, di mamme e di bambini che facevano un chiasso indiavolato. Io ero contento dell'ospitalità dei miei familiari, ma non potevo sopportare il lamento continuo di una povera donna anziana e paralitica che non taceva né di giorno né di notte, mi procurava una vera angoscia e mi costringeva a scappare nei prati e nei boschi vicini.

Spesso arrivavo fino alle "Paoline", un posto meraviglioso ove i militari avevano preparato un ampio spiazzo per dar modo ai militari stessi di addestrarsi, con i loro magnifici cavalli, al salto agli ostacoli. è inutile dirvi che io me ne stavo lì delle ore, estatico ad ammirare.

Ho già detto che io ero troppo bambino per capire tante cose, ma non ero troppo piccolo per non soffrire. Quelle scene di terrore, quei bombardamenti, quei lampi, quel fuggire, quel sentire parlare di guerra, di sciagure, di bombe, di pericoli, di morti, di feriti, quel trovarsi per anni in mezzo a gente che viveva nell'angoscia pensando ai loro mariti, ai loro figli al fronte, quell'attesa spasmodica di notizie che non venivano mai, quegli annunzi terribili di familiari che non sarebbero più tornati, tutto questo ha lasciato profonde impressioni nel mio cuore, privandomi di quella serenità tanto necessaria nei primi anni dell'esistenza, rendendomi timido, insicuro ed estremamente vulnerabile.


DANNI DELLA GUERRA - La guerra del 1915-18 fu la causa in Italia di 600.000 morti, più altrettanti feriti e ammalati, senza contare la distruzione di ospedali, fabbriche, scuole, chiese, ponti, strade. Non parliamo poi delle spese militari per armi, fortificazioni, ecc.

Perdite più elevate e danni maggiori ci furono in Austria, Germania, Francia e altre nazioni, ove i morti si contarono a milioni. Altrettanto gravi se non maggiori furono i danni morali: esistenze sconvolte, la vita umana considerata un nulla: se non bastavano cento uomini per un'azione pericolosa, se ne impegnavano 200, purché ci fosse maggior risparmio di muli che costavano di più.

Evidente fu l'inutilità della guerra: ingiustizie più di prima, odi, divisioni. Si è fatta la guerra con l'intento di fare giustizia e si è lasciata un'ingiustizia maggiore, con inevitabili discordie e odi.

Quando s'è trattato di tracciare i confini e di dividersi le colonie la parte del leone l'hanno fatta i vincitori e i più forti: alla povera Italia fu lasciato soltanto un po' di sabbia in Africa perché non faceva gola a nessuno.


LA SPAGNOLA - La guerra ha lasciato per di più una triste eredità: la cosiddetta "spagnola", un terribile contagio che si è diffuso in tutta l'Europa, così terribile e così micidiale da far pensare alla peste dei secoli passati, certamente il flagello più micidiale del secolo. Quanti furono i morti in Italia non lo so; c'è chi afferma che la "spagnola" avrebbe fatto più vittime della stessa guerra.

Colpiva uomini e donne, vecchi e bambini: ogni famiglia ne era colpita, ogni paese aveva i suoi morti. Si racconta che in un grosso paese della nostra Valle il seppellitore, che prendeva un compenso per ogni tomba che scavava, era soddisfattissimo del suo guadagno e sperava che durasse a lungo, ma non so se lui stesso l'abbia scampata.

Era un morbo violento, sconosciuto e mortale. Non c'erano né medicine, né trattamenti particolari che potessero aiutare: hanno resistito i più robusti e quelli che il Signore volle salvare. Io e tutti i miei siamo rimasti colpiti e ricordo che veniva da Ponte di Legno un medico con un cavallo bianco per suggerirci qualche impiastro e prescrivere dieta assoluta. Per fortuna una mia zia, rimasta immune, si affrettò a fare esattamente il contrario. Della mia famiglia non morì nessuno e non ci restò che ringraziare il Signore.


IL PROGRESSO - La guerra è quel gran male che sappiamo, ma la guerra fu l'occasione di un grande progresso nella tecnica. Tutti volevano vincere e ricorrevano a tutti i mezzi conosciuti e in cerca affannosa di altri mezzi nuovi, con la speranza di arrivare per primi per sopraffare gli altri.

Le necessità aguzzano l'ingegno e la guerra fu l'occasione di un balzo in avanti nella tecnica: comparvero, purtroppo, nuove armi più micidiali come le mitragliatrici, comparvero nuovi mezzi di trasporto come automobili e camion. C'erano anche prima, ma molto rari e rudimentali. Quando arrivò la prima macchina nei nostri paesi, passando per quelle strade strette, tortuose e polverose, tutti andavano a vedere quel portento: una carrozza senza cavalli che correva nientemeno che alla velocità di 30-40 chilometri all'ora. Chi l'aveva vista per primo non poteva far a meno di parlarne agli altri che rimanevano tuttavia increduli, come se si trattasse di una cosa impossibile.

L'ultimo anno di guerra s'è visto il primo aeroplano. Mio zio diceva che era opera di stregoneria: era una carriola volante, un baracchino che non si sa bene come stesse in aria. Non aveva lo scopo offensivo: serviva soltanto per buttare volantini di propaganda e per spiare le postazioni nemiche. Famosissima fu l'impresa del grande pilota Baracca che si spinse fino a Vienna, come sfida al nemico; ma s'era agli ultimi mesi e certamente si trattava di un apparecchio specialissimo, tenuto apposta per lo scopo.

Ricordo ancora quando ho visto il primo aereo, ma non ho capito niente di quella grande invenzione e mi meravigliavo nel vedere il mio maestro correre da matto per raccogliere i volantini che cadevano dall'alto.

Grande stupore ci fu anche quando, terminata la guerra, nelle nostre case arrivò la luce elettrica: quelle lampade che illuminavano senza olio, senza petrolio, che si accendevano senza fiammiferi, non finivano di stupire. Se n'era sentito parlare, ma una cosa è sentirne parlare come di cose lontane e non fatte per i nostri paesini, e un'altra cosa è averla sotto gli occhi e vederne l'effetto e i vantaggi. Mio zio non volle crederci fino a che non poté toccarla con mano; ma era tanto lontano dal capirne qualcosa che la prima sera, volendo spegnere quel lume prima di andare a letto, cominciò a soffiarci sopra, stupito che quella diavoleria non si spegnesse come faceva il lume e la lucerna. E chissà quanto avrebbe soffiato impaziente e stupito se non fosse intervenuta mia mamma a girare l'interruttore.


Quel fatto di mio zio fa ridere davvero, ma tu che usi la luce elettrica dacché sei nato, hai mai pensato al mistero di quella grande conquista? Una energia che viene prodotta in modo misterioso a 100 o mille chilometri di distanza, che corre in un filo alla velocità di 300.000 Km. al secondo e ti arriva in casa a portarti luce e calore. Quando accendi o spegni una lampada pensi qualche volta a questo prodigio, trovato dagli uomini ma creato da Dio? Se non ci pensi mai, come puoi ringraziare Dio del dono che ci ha dato ed essere ammirato e riconoscente verso gli studiosi che l'hanno scoperto?

Quella medesima ammirazione dobbiamo averla ancor più per la radio e la televisione che portano la voce e l'immagine da un continente all'altro, annullando il tempo e le distanze. Pensaci qualche volta e non cessare mai di stupirti di fronte a queste leggi ed invenzioni che godiamo senza capirle.


Il dopo-guerra

Il 4 novembre del 1918 le campane del mio paese suonarono a festa per dare l'annuncio, e a gran voce, che la guerra era finita. Fu un tripudio generale. Non solo non avremmo più sentito tuonare il cannone, ma avremmo visto tornare a casa i nostri uomini. Non più il coprifuoco, non più quella disciplina opprimente, quegli spaventi improvvisi, né quei timori del peggio, non più quei discorsi e quelle notizie funeree che eravamo soliti sentire; e noi ragazzi avremmo avuto la libertà di correre e divertirci a nostro piacimento.

Considerazioni, queste, che io, bambino di sei anni, non potevo fare da solo, ma le sentivo fare dagli altri, dentro o fuori di famiglia. Ma nessuno quel giorno né subito dopo comprese che quell'annuncio solenne segnava la fine di un'era per far posto ad un'altra nuova.

In quel giorno mi accontentai di bearmi del suono delle nostre magnifiche campane che sentivo per la prima volta perché, durante la guerra, erano rimaste mute per non essere un segnale al nemico. Quel suono mi scendeva nel cuore come una voce misteriosa che mi procurava una grande gioia.

Purtroppo non tutti gli uomini tornarono a casa. Il monumento ai caduti che sorse in seguito porta ancora il nome di quei poverini che non sono tornati: tanti, se teniamo conto dell'esiguo numero degli abitanti. Quelli che sono tornati, i reduci, di tutta Italia non erano più quelli di prima: docili, rassegnati nella loro povertà.

La guerra con le sue sofferenze, con i suoi orrori li aveva trasformati come i metalli nel crogiolo. Troppo avevano sofferto. Troppe cose avevano visto e ancor più ne avevano sentite per rassegnarsi a vivere poveri come prima. Tanto più che la guerra l'avevano fatta i poveri: i ricchi, i figli di papà, erano rimasti a casa a scrivere e a parlare di patria e di patriottismo. Anche allora, come sempre, era attuale il detto messo in bocca ai signori: "Armiamoci e partite!". Si voleva un po' di giustizia. Gli operai reclamavano una retribuzione migliore, i contadini non volevano più essere servi della gleba. E sia gli uni che gli altri volevano uscire dalle tante case in cui avevano vissuto fino allora e avere una casa decente.

Sorsero nuovi partiti: i cattolici convinti si ispirarono ai principi della Chiesa, già espressi una trentina di anni prima in quella meravigliosa enciclica sociale del grande Papa Leone XIII. Altri, invece, si ispirarono alla dottrina di Carlo Marx. Sorsero le discussioni, i comizi, giornali nuovi e bandiere bianche e rosse. C'era insomma un clima nuovo con sentimenti diversi; il povero non era più disposto a levarsi rispettosamente il cappello di fronte ai ricchi e neppure era ancora disposto a ringraziarli delle briciole da loro ricevute, chiedeva giustizia.

Anche nel nostro paese il vecchio parroco capì che la sua missione di sacerdote e pastore all'antica era finita e che doveva cedere il timone della barca a un altro più giovane e più aggiornato di lui. S'era nel giugno del 1919. Il distacco fu drammatico per lui e per tutti. Si trattava di staccarsi definitivamente da una popolazione con la quale aveva vissuto per tutta la vita e che lui aveva amato con tutta l'anima, dando loro il meglio di sé stesso. Di quella gente i più li aveva visti nascere, crescere e diventare adulti. Con loro aveva condiviso gioie e dolori.

Era la ragione di un padre che, per il bene stesso dei suoi figli, deve lasciarli. Con i vivi lasciava anche i morti che riposavano al cimitero al quale lui stesso li aveva accompagnati, mescolando le sue lacrime con quelle dei familiari.

Era venuto giovane, partiva vecchio su un carretto sul quale aveva messo le sue povere cose. Fu un vero giorno di lutto: piangeva lui e piangevano tutti. Non c'era bisogno di far discorsi per dire il suo dolore e il dolore di tutti. Io vedevo stupito, senza rendermi conto di quanta sofferenza ci fosse nel cuore di tutti; vedendo tante lacrime mi domandavo il perché.


Il nuovo Parroco

Qualche mese dopo ed esattamente il 28 ottobre 1919 arrivò il nuovo Parroco o Curato, come lassù lo si chiamava. Era atteso da tutti con ansia. Nei nostri paesini di montagna, almeno a quei tempi, il Parroco era tutto: in lui si vedeva l'uomo di Dio, l'esempio da imitare, il consigliere, il pacere e soprattutto l'intercessore presso Dio e presso gli uomini.

Non c'era una bega in famiglia o tra famiglie che non finisse in parrocchia. E la parola del Parroco metteva pace fra i contendenti evitando di ricorrere agli avvocati che, sia detto sottovoce, danno sempre ragione a chi li paga di più.

Al suo ingresso io fui scelto per recitare la poesia di benvenuto, non perché fossi il più bravo, ma perché ero il più bambino tra i bambini e soprattutto perché ero figlio di genitori buoni e stimati. Siamo andati ad incontrarlo in fondo al paese, ove inizia la strada che collega alla statale. C'era un freddo da Siberia e scendevano alcuni minuscoli fiocchi di neve, portati dal vento.

Il nuovo Curato non deluse: fu davvero un grande dono di Dio e un grande regalo del Vescovo. Si disse che a favorirne la nomina sia stato un suo zio, o pro zio, vicario generale della Diocesi che portava il suo nome.

Don Giovan Battista Pedrotti, così si chiamava, era un pretino di trent'anni o poco più, piccolo, vivace, zelantissimo. Ci fu chi disse che lo fosse fin troppo in quanto pretendeva che il paese diventasse un convento. Si alzava prestissimo: al tocco dell'Ave Maria entrava in chiesa, quando non era lui stesso ad aprirne la porta. Si inginocchiava in un banchino di fianco all'altare a recitare l'ufficio e a fare la meditazione. E il suo slancio e il suo fervore lo pretendeva da tutti.

Sorgeva in quegli anni l'Azione Cattolica, organizzazione che si coprì di meriti negli anni trascorsi tra le due guerre. Se l'Italia si salvò dall'ateismo del dopo-guerra, se ci furono degli uomini validi e convinti, che hanno saputo battersi con coraggio in favore della fede e della Chiesa, lo dobbiamo all'Azione Cattolica.

Il nuovo Curato vi si buttò mani e piedi realizzando tutte le istruzioni che venivano dall'alto e fu veramente di esempio anche alle Parrocchie vicine. Assiduo al confessionale, al capezzale degli infermi, zelantissimo nel dispensare la Parola di Dio, fu veramente prete e Pastore del piccolo gregge che gli fu affidato.

In seguito a tanti strapazzi si ammalò ai polmoni, ma con una cura energica e coraggiosa si riprese e fu promosso arciprete di Esine, ma si dice che il cuore, almeno per qualche tempo, l'abbia lasciato al mio paesetto perché il primo amore non si può scordare.


Il Sacrista

All'arrivo del nuovo Parroco il sacrista era mio zio Piero, una degnissima persona, aiutato efficacemente dalla sorella Vittoria, della quale ebbi già modo di parlare in occasione del mio battesimo. Servì la chiesa con amore e disinteresse per una quarantina d'anni.

Arrivato il nuovo Parroco e cresciute le esigenze del culto, dopo qualche anno credette bene di ritirarsi per lasciare il posto a un giovane il quale, poveretto anche lui, fece del suo meglio per fare quello che c'era da fare.

Non gli mancava la volontà, ma fare il sacrista non era il suo mestiere. Tuttavia tirò avanti per qualche tempo, finché si ammalò. Il problema più grosso per lui era quello di svegliarsi al mattino per suonare l'"Ave Maria" che a quei tempi era prestissimo. Il suono dell'Ave Maria nei nostri paesi di montagna era, a quel tempo, una cosa importante perché dava inizio alla giornata come la tromba per i militari e la campana per il convento.

I contadini a quell'ora si alzavano per dar da mangiare alle bestie e per far tutto il resto. Tanto è vero che in un paese che io conosco, una mattina d'inverno il sacrista svegliatosi di soprassalto credette che fosse ora e suonò la campana alle 2 di notte. Una povera donna, come era solita fare al tocco dell'Ave Maria, andò nella stalla per mungere la sua mucca, ma la mucca si rifiutò di dare il latte ed ebbe, poveraccia, un sacco di bastonate.

Non so che dire: pochi avevano l'orologio in casa e tanto meno in tasca, e si regolavano con l'orologio del campanile.

Anche il nostro Emilio non faceva eccezione e doveva regolarsi lui pure con l'orologio del campanile. Era perciò costretto a dormire con un occhio solo. Una volta gli parve che fosse tardi e corse verso la chiesa, ma arrivato sulla porta sentì suonare le ore 2. Che fare? C'era la neve alta; tornare indietro, oltre al disagio, era quanto dire non svegliarsi in tempo; pensò bene di andare in sacrestia, di mettersi in un cassetto e di coprirsi con il pesante manto nero che serviva a coprire la bara dei morti, e lì si addormentò profondamente sognando non so che cosa.

Alla solita ora il signor Curato arrivato in chiesa, la trovò aperta e con le luci spente. Entrò e non trovò nessuno; entrò in sacrestia, silenzio; ma guardandosi attorno vide la sagoma di un uomo coperto da lutto. Lascio pensare a voi lo svolgimento di quella scena! Il curato spaventato, il sacrista ancor di più.

Fu allora che il sacrista ebbe in dono una sveglia tascabile che gli fosse di aiuto. Ma il povero Emilio, non pratico di quell'arnese, la caricava spesso a casaccio e non di rado gli suonava in tasca durante le prediche, con sorpresa e ilarità dei fedeli.

Povero Emilio! Era nato per soffrire: povero e non compreso in casa, lavorava sodo contentandosi di un pezzo di pane, senza un soldo in tasca e non sufficientemente coperto durante gli inverni rigidi e interminabili. Fatto sta che si buscò una bronchitaccia che, non sufficientemente curata, finì in tisia, allora inguaribile. Io lo ricordo ancora, seduto sui gradini della chiesa a prendere un po' di sole, che mi guardava con due occhi tristi e rassegnati, come chi aspetta solo la fine.


Mio padre

Di lui, come della mamma, ho un ricordo meraviglioso. Non aveva fatto studi particolari, ma era intelligente e capace. Scriveva dalla Svizzera lunghe lettere affettuose alla mamma e ai suoi tutti, senza un errore di grammatica o di sintassi, più e meglio di quanto sapesse fare un liceale.

Andò in Svizzera per 30 anni, iniziando quando era poco più di un ragazzo. Lavorava da falegname a Davos, ove era apprezzatissimo per la sua abilità e la sua onestà. Durante il mese che passava ogni anno a casa (sempre d'inverno) riceveva continue sollecitazioni perché partisse, come se non si potesse fare a meno di lui.

Così partiva in pieno inverno, con la neve alta e con la valigia in spalla, molto spesso a piedi o perché mancavano i mezzi di trasporto, o perché non funzionavano a causa del gelo. Ricordo quanto ci diceva delle difficoltà e dei pericoli che incontrava lungo il viaggio, soprattutto sul Bernina e sul Fluela, passi obbligati per arrivare a destinazione.

Era un uomo distinto nel portamento e piacevole nella conversazione. Da lui ho imparato tante cose, soprattutto ad essere di parola, costi quel che costi, e a non dire bugie per nessunissimo motivo. Io non l'ho mai sentito dire una parola meno che corretta, né a fare discussioni con la mamma, con la quale era sempre in perfetto accordo: lui non faceva mai niente senza di lei, né lei senza di lui.

Aveva anche l'arte di farsi obbedire e di farsi amare. Non l'ho mai sentito ad alzar la voce e tanto meno a minacciar castighi; io non ricordo d'avergli disobbedito sia pure una volta sola. Gli volevo bene e non gli avrei dato un dispiacere nemmeno per tutto l'oro del mondo.


A scuola

Frattanto io, come tutti i miei coetanei, ho varcato le porte della scuola. Fin dal primo anno, e nei seguenti sempre più, risultò che ero un bambino immaturo, come quegli uccellini che cascano dal nido prima del tempo: timido, incapace di contraddire, arrendevole fin troppo come un giardino aperto a tutti.

La maestra del primo anno, la maestra Ferrari, religiosissima, paziente, matura e preparata, fu una benedizione per me e non l'ho più scordata perché mi ha fatto da mamma e mi insegnò tante belle cose, e con la parola e con l'esempio. Ma la scuola non è sempre quell'ambiente ideale che dovrebbe essere; a scuola si è in tanti e ci sono i buoni e i meno buoni, e la convivenza finisce per livellare: non sono le mele buone che rendono buone quelle che non lo sono, ma sono le mele marce che corrompono quelle buone. Non è che i miei compagni fossero cattivi, ma i difetti di singoli finiscono col tempo per diventare i difetti di tutti, e si sa che le piccole gocce messe assieme a molte altre diventano un rigagnolo e che scorrendo per terra formano le pozzanghere. Le esperienze di ognuno diventano le esperienze di tutti e si finisce per imparare anche quello che sarebbe meglio non sapere.

Si impara a disobbedire, a ribellarsi, si impara insomma a fare quello che non si era mai fatto, non foss'altro che per non essere meno dei compagni. Fatto sta che da monello che ero lo divenni ancor di più. Di quegli anni ricordo un fatto che ho raccontato ai bambini di Borno, quelli di un tempo che oggi sono diventati uomini che mi fanno sussiego: l'ho raccontato per confortarli, per dir loro di farsi animo perché anch'io, alla loro età, ero un monello come e più di loro. Quel fatto l'ho poi scritto sulla "Voce di Borno" (Maggio 1958 - n. 38) dalla quale lo tolgo tale e quale com'è.


QUAND'ERO RAGAZZO - È un'ora che me ne sto qui con la penna in mano, indeciso come l'asino di Buridano ; contarla o non contarla? Si tratta della storia del topolino. Ma procediamo con ordine.

Quei pochi episodi della mia fanciullezza ch'ebbi il candore di rivelare suscitarono le reazioni più disparate. Una buona donna - Dio la benedica - mi assicurava della sua incredulità: io - secondo lei - dovevo essere fin d'allora un angelo caduto dal cielo per il troppo peso. Invece i ragazzi mi hanno creduto subito e come! E mi dissero chiaro e tondo di raccontare... il resto. Il che io mi decido finalmente a fare sicuro della vostra benevolenza.

Era arrivata lassù, in supplenza, una maestrina... di lusso, sui diciott'anni, che veniva dalla città e parlava sempre in italiano. La poveraccia era alla sua prima esperienza di insegnamento. A noi scolari di 4^ classe non piaceva affatto con quel cappellino civettuolo, con quei tacchetti a spillo, con quella «conserva» in viso e quella vocina aguzza e tagliente, che a noi - abituati alla voce di un uomo - pareva uno scherzo. Per di più non trovava in noi niente di buono: noi disordinati, noi zucconi, noi fannulloni. No, così non poteva andare e ci sembrava necessario reagire, correre ai ripari, fare qualche cosa insomma. Una sera, dopo la scuola, il caporione - ogni classe ha il suo - mostrò a tutti apertamente il suo disappunto. No, quella maestrina non faceva per noi. E dopo tanti progetti fatti e scartati venne fuori finalmente l'idea geniale: quella del topo.

Il compito di catturarlo fu affidato a me, e non passarono molti giorni che il topo c'era in carne ed ossa, vivo fin troppo e svelto come un pesce. Quando capitai nell'atrio della scuola con la scatola di cartone sotto il braccio fu un applauso generale che - voglio essere sincero - fu forse l'unico che ho ricevuto in vita mia. Quella mattina c'era interrogazione e la signorina aveva promesso di farci sentire il sapore della sua bacchetta. Il ché fece per davvero. E fu appunto allora che ricevetti l'ordine di «mollare». Il topolino saltò fuori d'un balzo e, fatto un giro per la scuola, si ficcò sotto la cattedra della Maestra. Il finimondo che ne seguì lo lascio immaginare a voi. «Il topo, il topo! Dalli al topo!».

Armati di righe, di libri, di zoccoli si corse all'assalto. La maestrina, presa dal panico, saltò sulla sedia e dalla sedia sul tavolo, pallida e tremante, invocando aiuto. Dopo una lunga maratona il topo fu preso e giustiziato, ma quella mattina, di scuola non se ne parlò più e la signorina pensò sempre più con nostalgia alla mamma lontana finché un giorno fece le valigie, per sempre. Non diversamente dal capitano che - smarrito e confuso - torna sconfitto dalla battaglia alla quale si era avviato sicuro e baldanzoso.

E poiché siamo in vena di confidenze, lasciatemi che ve ne faccia,un'altra: ché quella è proprio roba mia, unicamente mia.

I «buli» ci sono sempre stati: quei ragazzi cioè che, arrivati ai quattordici anni e sentendosi già mezzo uomini, cominciano a darsi arie, a disprezzare e a maltrattare quelli più giovani e più deboli di loro. Era precisamente ciò che faceva Pippo il quale - essendo uno degli alunni più alti e più anziani - si teneva in diritto di far soprusi a danno degli altri. Così stando le cose un ripiego bisognava mettercelo e la giustizia doveva essere fatta. Così pensavo io, almanaccando nel mio cervello. Ma cosa avrei potuto fare? Pensa e ripensa l'idea venne e - non faccio per dire - ma fu geniale per davvero. Un'idea che se non era fondata sul coraggio, rivelava almeno parecchia astuzia. L'arma fu un bel cartoccio di tabacco da fiuto, il complice, un compagno fedele, che aveva dei conti lui pure da regolare, e Pippo fu servito di barba e capelli. Una sera lo andammo a trovare nel suo stesso regno e subito l'attaccammo. Il compagno aveva il compito di distrarlo esponendogli un progetto allettante: al resto pensavo io. Difatti quando l'attenzione del «socio» fu completamente assorbita io, che gli stavo dietro, gli misi fulmineamente una mano sulla bocca, tappandogliela, e il cartoccio aperto sotto il naso. Il disgraziato se non volle soffocare dovette rassegnarsi a tirar su un mezzo pugno di tabacco, pestifero più dell'aglio. Eravamo già lontani e Pippo continuava ancora a starnutire disperatamente, sguaiatamente facendo certe facce e certi inchini belli a vedersi.

Pensandoci ora mi vien da ridere e non posso che condannarmi. Però... non voglio esagerare, ché la benevolenza sta bene anche con se stessi. Quell'episodio - con qualche errore... ammetto - non era altro, in fondo, che una ribellione contro i prepotenti a difesa dei deboli. Il ché fu poi sempre una delle note dominanti della mia vita.


Pastorello

Terminata la scuola, ogni anno, ancor giovanissimo, andavo in cascina, quella più lontana che era al limite del bosco e parzialmente nascosta tra gli alberi. Non ci andavo per divertirmi, ma per accompagnare al pascolo le mucche e le pecore di nostra proprietà.

Il mio compito di pastorello era quello di tenerle lontano dai luoghi pericolosi e di condurle alla fontana o al Rio per abbeverarle. Il "Rio" era, come lo è tuttora, un magnifico ruscello che sgorgava, limpido e freschissimo, da una roccia sotto i nostri occhi e scendeva poi rumoreggiando tra i sassi ad azionare due mulini del paese e ad irrigare la campagna sottostante. Quel ruscello esercitava su di noi pastorelli un fascino particolare e ci si sguazzava dentro che era un piacere.

Pensando a quegli anni lontani mi rivedo ancora: un pane di segale in tasca, un giubbetto sulle spalle, un paio di pantaloni né lunghi né corti come quelli di Pinocchio, un berettino in testa e l'immancabile bastone che era simbolo del comando.

Volevo bene alle mie mucche e guai a chi me le toccava. Io ne ero orgoglioso anche perché, a mio parere, erano le più belle che ci fossero nella zona. Ciascuna aveva un nome e di ciascuna conoscevo pregi e difetti. C'erano le prepotenti, le irascibili, le timide che si rifiutavano di combattere e scappavano sempre; c'erano, infine, le puntigliose che non cedevano mai. Io le accarezzavo, davo loro di tanto in tanto un pizzico di sale, di cui erano golosissime, e loro contraccambiavano le mie premure obbedendomi e seguendomi docilmente.

La mucca più bella e più forte, la regina del gruppo, faceva da capitano, un posto che si era guadagnata combattendo e, come è giusto, portava al collo la campana più grossa di cui si serviva con fierezza per imporre a tutte le altre la sua autorità.

La sera, prima che il sole si nascondesse dietro il monte, ci si avviava verso casa seguendo il sentiero ben noto a tutte loro. In testa, come si addice a un condottiero, c'era sempre la regina che camminava maestosa e in modo da far suonare continuamente la sua campana. Io me ne stavo naturalmente in coda, che è il posto del timoniere, e camminavo fischiettando, contento come un capitano che si avvia al riposo dopo aver vinto la sua battaglia.

A casa c'era la mamma, arrivata dal paese appena in tempo per aprire la stalla, mungere le mucche e preparare la cena, mentre io portavo il latte al caseificio. Dopo la frugalissima cena, la mamma mi faceva recitar le preghiere, quelle che io conoscevo, alle quali lei aggiungeva le sue che aveva imparato da bambina, semplici ma pervase da tanta poesia e ricche di tanta fede. Poi ci si sedeva accanto al fuoco e mi parlava delle difficoltà e delle preoccupazioni della famiglia, mi parlava di Dio, della sua provvidenza; mi diceva che ogni bambino nasce col suo cestino; mi parlava del Paradiso e dell'Inferno, della Madonna e dell'Angelo Custode.

Infine mi parlava del papà, soprattutto del papà che era in Svizzera a lavorare per noi, che ci voleva tanto bene e che io dovevo essere buono per corrispondere ai suoi sacrifici. Quando il sonno mi aveva chiuso gli occhi mi accompagnava a letto: dormivo sodo e sognavo.


"Tantillus puer et tantus peccator"

"Piccolo ragazzo e gran peccatore". Era quanto diceva di sé stesso S. Agostino pensando alla sua giovinezza. Non so se quel santo lo dicesse solo per umiltà. Io di me stesso lo potevo dire davvero. Parlo dei primi anni della mia vita di pastorello, quando al seminario non ci pensavo affatto e mi comportavo come un cavallo selvaggio che scorribanda nelle praterie.

Durante le lunghe giornate di luglio e di agosto passavo gran parte del tempo a giocare con i compagni, pastorelli anche loro. Si faceva a chi correva di più, a chi era il più forte, a chi era il più bravo a colpire un bersaglio, a chi lanciava il sasso più lontano e qualche volta, purtroppo, a fare dispetti a "Lilli", il cagnolino pestifero della signorina "Ghita", che era una vecchia zitella che brontolava sempre attribuendoci anche quelle poche colpe che non avevamo commesso. Il resto del tempo lo si passava a rincorrerci a rompicollo, giocando al cane e alla lepre, al ladro e alle guardie.

Non c'era un angolo, un buco, un sentiero, una pianta che non conoscessi. Sapevo dove il tordo, il merlo, il fringuello avevano il nido: degli uccelli della nostra zona sapevo tutto; ne conoscevo il canto, la forma del nido, la grandezza e il colore delle uova; conoscevo anche le loro abitudini e li seguivo per carpirne tutti i segreti.

Nei momenti di calma, soprattutto alla sera, pensavo con rimorso al male fatto e me ne pentivo. Pensavo a Dio che vede tutto, al mio Angelo Custode che mi seguiva sempre e che era scontento di me. Pensavo al diavolo che mi aspettava sulla porta dell'Inferno con un ghigno beffardo e con un forcone in mano, in attesa che io morissi, e allora mi toccavo il polso per controllare se batteva ancora e funzionava bene.

Il pensiero del diavolo mi tornava spesso, soprattutto quando combinavo qualcosa di grosso, e un giorno l'ho proprio visto in carne ed ossa facendomi prendere uno spavento che non vi so dire. Mi trovavo sulla sommità del "Dosso del vento" là dove inizia il vasto pianoro del "Coleazzo". è un posto meraviglioso, uno dei più belli che io abbia mai visto. Di fronte l'Adamello con tutte le montagne che lo fiancheggiano, il Pian di Neve che si estende maestoso per chilometri e chilometri, il Castellaccio, il Pisgana, il Tonale e in basso tutta l'Alta Valle da Ponte di Legno all'Aprica e, nel fondo della valle, il fiume Oglio che, visto dall'alto, sembra un nastro d'argento.

Ero salito lassù in cerca di stelle alpine quando, improvvisamente, mi compare il diavolo. Aveva due grandi corna, due occhi di brace, una barbetta misera ma lunga come i cinesi. Era lì a pochi passi e mi fissava immobile e silenzioso. Non persi un istante: mi voltai di scatto e, preso in mano il mio berettino, mi precipitai verso il basso scavalcando cespugli e pianticelle per andarmene lontano nel più breve tempo possibile. Nessun atleta, bravo che fosse, avrebbe potuto raggiungermi. Penso che neanche il diavolo ci sarebbe riuscito.

Corsi finché le gambe mi ressero, poi mi guardai intorno: il diavolo non c'era e in quel silenzio di tomba non sentivo che il battito del mio cuore. Ci volle tempo prima che mi riavessi un poco e che la mia mente cominciasse a funzionare. Allora mi ricordai che nel vasto pianoro del Coleazzo c'era una malga con mucche, pecore e capre, e dopo non poche esitazioni mi decisi a tornare sui miei passi per fare un sopraluogo.

Arrivai col fiato lungo e stanco morto, le gambe mi tremavano ancora e il cuore mi batteva forte. Non era il diavolo ma un maledetto caprone che s'era staccato dal branco in cerca di un'erba migliore, poi, soddisfatto, s'era sdraiato in una piccola buca di carbonaio, dalla quale non avanzava che la testa.

Potete credermi che quel giorno ne abbia fatto di propositi! Ma furono, come sempre, propositi da marinaio: di quei propositi che si fanno mentre infuria la burrasca, ma che si dimenticano appena quella è passata.


La conversione

Ero monello sì, ma non cattivo. Assieme a un fardello di colpe e a un groviglio di cose storte, avevo anche dei buoni sentimenti che attendevano soltanto di essere scoperti e coltivati. Tutti i ragazzi, anche i più discoli, hanno nel cuore qualcosa di buono.

Un sabato sera, durante la confessione dei miei peccati, che erano molti e sempre quelli, nonostante i propositi che rinnovavo sempre ma non mantenevo mai, il Signor Curato che mi conosceva più e meglio di quanto io pensassi, mi guardò bene in faccia e mi fece una paternale che non ho più dimenticato.

«Caro Ernestino - mi disse - hai già compiuto gli undici anni ed è ora di far giudizio se vuoi entrare in seminario. Lascia da parte i compagni meno buoni, sii più obbediente in casa e più composto e rispettoso fuori. Studia con più impegno, recita sempre le tue preghiere, confessati tutte le settimane e ascolta la messa tutti i giorni facendo ogni volta la S. Comunione perché il seminario è un luogo santo, nel quale non possono entrare che i ragazzi buoni che desiderano diventare preti».

Fu una vera mazzata in testa. Il pensiero del seminario non mi era affatto nuovo, anche perché la Signorina Vittoria - la sacrestana - mi ricordava spesso la profezia del vecchio Curato. Ma come faceva il nuovo Curato a saperlo dal momento che quel mio segreto lo custodivo gelosamente nel cuore e non l'avevo mai svelato a nessuno? Per di più il seminario lo immaginavo qualcosa di aereo, di paradisiaco, di irraggiungibile. Mi immaginavo che i superiori non fossero preti come gli altri, ma diversi e al di sopra di tutti, abituati a vedere e a sentire soltanto cose belle, e che i seminaristi a loro volta fossero simili agli angeli e molto diversi da me.

Così ogni volta che ci pensavo finivo sempre per concludere che il seminario non era fatto per me. Ma dopo quelle parole, rivolte a me con quella sicurezza che non ammetteva né dubbi né tentennamenti, il seminario divenne d'un tratto una cosa concreta, una meta possibile anche se difficile a raggiungersi; mi è sembrato di trovarmi improvvisamente ai piedi di un'altissima montagna, ripida e scabrosa, che dovevo scalare ad ogni costo perché lassù mi si aspettava.

Da quel giorno ce la misi tutta. Ogni giorno la Messa e la Comunione, le mie preghiere mattino e sera, la Confessione frequente con i relativi propositi sinceri anche se non riuscivo sempre a mantenerli; ma dalli oggi dalli domani qualcosa riuscivo a cambiare.


PERPLESSITÀ - Finita la scuola anche quell'anno tornai in cascina per svolgere il mio solito compito di pastorello, ma la mia condotta non era più quella di prima. Il pensiero del seminario mi impegnava tutto il tempo nello sforzo continuo di colmare il grande divario che c'era tra quello che ero e quello che avrei dovuto essere.

Il diavolo, nel frattempo, non mi dava tregua assalendomi con mille dubbi e perplessità. Non si trattava di dubbi sulla mia vocazione, perché di questi dubbi non ne ebbi mai né allora, né più tardi, né mai. La chiamata al sacerdozio mi sembrava così chiara e così sicura da non mettersi neppure in discussione. Si trattava di altri dubbi che sorgevano dalla consapevolezza dei miei limiti. Il seminario! Ne ero degno io con tutti i miei difetti? E i superiori, conoscendomi, mi avrebbero accettato? E i miei compagni come mi avrebbero accolto? Non mi avrebbero considerato come un asino tra le pecore? E se non fossi riuscito nello studio e fossi stato costretto a tornarmene a casa come uno sconfitto, come un fallito? Nel qual caso mi sembrava che avrei dovuto rimanermene sempre con gli occhi bassi per non incontrare quelli degli altri che, pensavo, mi avrebbero guardato con disprezzo.

E la fantasia galoppava ogni giorno di più, senza darmi tregua. Tutto questo non era umiltà (quella importantissima e simpaticissima virtù che è fondamentale a tutte le altre e che piace tanto a Dio e agli uomini), ma un pasticcio di timidezza e orgoglio. Era la paura esagerata di sbagliare, di fare brutta figura, di fare un passo falso; paura che genera incertezza, sfiducia in sé stessi, privandoti di quel coraggio che è tanto necessario nella vita.

Ero uno di quelli che hanno assoluto bisogno di qualcuno che li aiuti, che li incoraggi e che li difenda: una critica maligna ed insistente tarpa loro le ali e li mette nella condizione di chi è costretto a camminare con una palla di piombo al piede. Ero, in una parola, come una pianta troppo esile, che non si regge se non ha un sostegno.


ALTRE DIFFICOLTÀ - Ad aggravare le cose c'era la mia sensibilità che, quando è ben dosata, è un dono di Dio perché aiuta a comprendere e a condividere le sofferenze e le difficoltà del prossimo, ma quando è esagerata diventa un pericolo ed è fonte di tante sofferenze. Basta una parola pungente, uno sguardo, un sorriso che attendi e ti viene negato, una notizia triste o sgradita per toglierti la pace e crearti l'angoscia. Anche un fiume è una benedizione di Dio fino a quando rimane entro i suoi argini, perché porta vita e benessere, ma se si gonfia e sconfina semina distruzione e morte.

Quanto è misterioso il cuore dell'uomo! S. Agostino, da quel grande conoscitore del mondo, diceva che il cuore dell'uomo è come una grande caverna inesplorata, così grande e così tenebrosa che più ti inoltri, più ti sorprende e ti accorgi che non finisce mai.

Io non sono un filosofo, tanto meno lo ero allora, ma pensando a me stesso e osservando le cose che mi circondavano facevo anch'io qualche considerazione. Mi sembrava, a volte, di essere simile all'asino che ha due grandi orecchie: una per sentire e l'altra per lasciar passare; a volte, invece, mi sembrava di essere più simile al cavallo, nervoso e inquieto, più adatto a correre che a tirare il carro, più bisognoso del freno che della frusta.

Oltre a queste difficoltà più immaginarie che reali, ce n'era un'altra più vera e più concreta: quella economica. Per andare in seminario occorrevano i soldi e noi eravamo poveri. Come avrei potuto chiedere alla mia famiglia altri sacrifici oltre a quelli che già faceva? Gli anni 1925-35 furono anni di profonda crisi economica. Non c'era un posto di lavoro, non la possibilità di guadagnare un soldo. Per di più c'erano tasse pesanti e sproporzionate alla possibilità dei contribuenti. Lo Stato aveva bisogno di soldi, di molti soldi. Oltre alle spese ordinarie si stava preparando la guerra dell'Abissinia e della Spagna prima, e della grande guerra poi. Più che sugli operai lo Stato metteva le mani su chi aveva qualcosa al sole: tasse sulle case, sui terreni, sul bestiame, su ogni cosa, perfino sul carretto che serviva nella campagna.

A sua volta il regime fascista per accaparrarsi le simpatie delle masse era cargo di favori e di pacchi-dono ai nullatenenti, alcuni dei quali meno bisognosi dei poveri contadini della montagna, che lavoravano dalle stelle alle stelle per sopravvivere.

Io vedevo i sacrifici dei miei familiari e mi piangeva il cuore. Mio padre, che io adoravo, rinunciava al caffè che era abituato a bere nei 30 anni trascorsi in Svizzera, rinunciava al bicchiere di vino e perfino al vizietto della pipa, perché nulla mancasse a noi. Noi, a nostra volta, ci si accontentava dello stretto necessario per non aggravare il bilancio familiare: niente lusso, niente "gola"; il necessario e niente più.

In queste ristrettezze come era possibile parlarne ai miei familiari?


IL COLPO DI SCENA - Un giorno andai a trovare mio padre nella sua botteguccia di falegname, ove stava piallando non so che cosa. Non avevo niente da fare né da dire. Ero andato soltanto per fargli compagnia e lui, dopo avermi parlato affettuosamente di tante cose, mi rivolse quella classica domanda dalla quale sarebbe dipeso il mio avvenire. «Che mestiere ti piacerebbe fare quando sarai più grande? Il falegname no, perché è un mestiere pesante e non adatto per te che sei troppo mingherlino. Che cosa ti piacerebbe fare?».

Io divenni rosso come un peperone e tenendo gli occhi bassi risposi: «Io vorrei andare in seminario per farmi prete». E lui che doveva essere già al corrente della mia aspirazione, mi disse: «Tu lo sai che noi siamo poveri, ma se il Signore ti chiamasse davvero io ne sarei contento: la Provvidenza ci aiuterà. Ma sei proprio sicuro che quella è la tua strada?».

Io tutto confuso, ma senza alcuna esitazione risposi di sì. Il grande passo era fatto e a me non restava che di intensificare i miei sforzi e prepararmi al grande giorno.


Il seminario

S'era nell'anno 1925; il giorno dell'entrata era fissato per il 17 ottobre. Gli ultimi mesi furono tranquilli e sereni. I dubbi erano scomparsi ed io non pensavo ad altro che al seminario che mi aspettava.

Il distacco dai familiari non mi è costato un granché: li avrei rivisti dopo non molti mesi e intanto avrei pregato per loro. L'unica persona che mi ha fatto piangere fu la zia Giovanna, sorella di mio padre, la quale tanto disse e tanto pianse da costringere anche me ad imitarla. Mi diceva che lei era vecchia e che non mi avrebbe più rivisto, e ciò me lo ripeteva ogni anno al momento del distacco. Al contrario ebbe la gioia di vedermi prete e curato ad Artogne, l'amarezza di sapermi in carcere e, infine, curato a Borno. Morì nel 1946.

Era una donna fatta su a suo modo. Attaccatissima al passato, non volle mai in casa l'impianto della luce elettrica per non far torto al suo povero marito che morì senza quella diavoleria o lusso che fosse, e usava un piccolo lume che trasportava dalla cucina alla camera. Religiosissima più di quanto voleva far credere, nel pomeriggio della Domenica si chiudeva in casa e, dopo aver pregato a lungo con la corona del rosario e con un libriccino di devozioni logoro e ingiallito che usava da chissà quanti anni, cantava tutta sola i vespri, all'antica s'intende, e con un latino che solo il Padre Eterno poteva intendere; Lui di strafalcioni ne sente tanti ma, quando son pronunciati con fede e convinzione, li ascolta e li apprezza più di quanto non faccia con le preghiere e i canti dei monaci in convento. Apparentemente scorbutica si trovava a suo agio con lo zio Bortolo, suo fratello, che si divertiva un mondo a stuzzicarla per aver l'occasione di bisticciare un po': un modo come un altro per dirsi che si volevano bene.

Arrivò finalmente il fatidico giorno: quell'anno eravamo in due del paese ad andare in seminario. Ci accompagnò naturalmente il Signor Curato che ci aveva preparato al grande passo. Del viaggio non ricordo nulla. Ricordo solo, e come non potrebbe esserlo, che prima di consegnarci al seminario ci portò al Santuario delle Grazie, ove si pregò. Ricordo anche il punto esatto in cui ci siamo inginocchiati, e ogni tanto ci ritorno per riandare col pensiero a quel tempo, per ringraziare e raccomandarmi per l'avvenire.

Consegnatici ai superiori, preparato il letto, il posto in chiesa, a scuola, nel refettorio, il Signor Curato ci abbracciò e, dopo averci fatto le ultime raccomandazioni e averci assicurato che sarebbe ritornato prestissimo, partì. Noi rimanemmo lì, spaesati, confusi; ci vollero alcuni giorni prima di acclimatarci, come pianticelle strappate dal bosco e trapiantate in un giardino.

Parlare del seminario è un'impresa ardua per non dire impossibile. Si tratta di 12 anni che per me diventarono 13 per la ragione che vi dirò. Parlare di tutti i singoli anni ad uno ad uno sarebbe una cosa noiosa. Parlarne in blocco è una stoltezza. Un conto è essere ragazzi, altro è essere uomini. Sono diverse le difficoltà, diversi i problemi. Dirò soltanto qualcosa di quanto si può dire, con quella prudenza che l'argomento richiede.

Era un ex convento costruito parecchi secoli fa, con uno stile più che rispettabile. In seguito erano state fatte molte modifiche, aggiungendo o togliendo secondo le esigenze e i gusti del momento, alterandone lo stile e riducendolo a un vero baraccone. Solo pochi anni fa le "Belle Arti" ci hanno messo mano restituendogli il primitivo splendore.

Bello o no, al mio seminario io volevo bene perché vi ho passato anni impegnativi e fervorosi, forse i più fervorosi della mia vita. Volevo riuscire ad ogni costo e ai sacrifici che la vita del seminario richiedeva, ne aggiungevo degli altri ancor più gravosi. Il seminario era povero: povero a tavola, ancor più povero nelle aule scolastiche e nelle camerate ove si gelava dal freddo. La mattina per lavarsi la faccia si doveva rompere il ghiaccio del catino. E questo non avvenne soltanto nel famoso inverno 1928-29, durante il quale scoppiarono le piante e che fu considerato uno dei più terribili a ricordo d'uomo, ma sempre.

Ciò nonostante ogni mattina, alle 6 in punto, quando suonava la campana della sveglia, mi bagnavo i piedi per svegliarmi bene e incominciare con fervore la mia giornata. E l'estate, quando faceva quel caldo afoso - perché allora l'inverno era veramente inverno e l'estate lo era per davvero - mi ero imposto di non bere né acqua, né vino, né latte. Un sacrificio vero e proprio; a volte mi portavo istintivamente vicino alla fontana. Ci fu anche dell'altro, ma non lo dico perché non si creda che fossi matto.

Ho fatto male, ma lo confessi soltanto quando la salute è ormai compromessa. Allora mi sembrava che fosse necessario per domare il mio corpo, che si poteva paragonare a quei cavalli focosi che hanno bisogno del morso perché non vadano nel fosso a rompersi l'osso del collo.

Il seminario offre tanti aiuti, ma la virtù è una conquista personale. Anche nelle gare ciclistiche ci sono le macchine al seguito pronte a dare una mano quando ce ne fosse bisogno, ma le scalate, anche le più gravose, le deve fare il ciclista, impegnando tutte le sue forze. Per camminare occorrono due gambe; così per riuscire non bastano i propri sforzi, ma occorre l'aiuto della grazia che si ottiene pregando.

Ricordo ancora le visite frequenti all'altare della Madonna, alla quale chiedevo con insistenza che mi desse una mano.

Chi è pratico di seminari e conventi non si meraviglia di tutto questo perché sa che il demonio non si ferma sulla soglia, ma entra e fa del suo meglio per distogliere dal bene. Se è difficile per un giovane mantenersi buono nel mondo, lo è ancor di più per un seminarista. Se il demonio si considera soddisfatto a corrompere un giovane qualsiasi, impedire che un seminarista arrivi al sacerdozio è una grande vittoria: il primo è un soldato, il secondo sta preparandosi a diventare un capo, un nemico dichiarato.

La formazione morale e spirituale è indubbiamente l'impegno principale per il sacerdote che è destinato a salvare le anime. Ma il sacerdote deve farsi anche la cultura necessaria per il suo ministero. Per questo al seminarista si richiede anche lo studio che, vi assicuro, è molto impegnativo.

Così la vita del seminario non è una vita facile: ogni giorno 5 ore di scuola, due di studio e due all'incirca in chiesa. Per capire non basta essere presenti a scuola, ma bisogna stare attenti e seguire le lezioni; per imparare non bastano i libri, ma bisogna studiarli; per fare i compiti non bastano carta, penna e calamaio, ma bisogna pensare a ciò che si deve scrivere. Così dicasi della preghiera: bisogna saper quello che si dice e quello che si ascolta; anche la Parola di Dio richiede il suo impegno.


I superiori mi hanno sempre voluto bene, ed io ho sempre corrisposto con altrettanto affetto. Tuttavia qualche incomprensione c'è pure stata. In 3^ ginnasio, per esempio, l'insegnante di lettere mi aveva probabilmente sopravvalutato, pretendeva da me più di quanto potevo dare e di conseguenza mi trattava con durezza. Io ce la misi tutta, al punto che mi ero ridotto come un limone spremuto; nonostante ciò non riuscii ad accontentarlo.

Alla fine dell'anno sentivo un prepotente bisogno d'un sorriso o di una parola buona per sollevarmi da quell'angoscia che era andata accumulandosi, giorno per giorno, nel corso dell'anno, ma quella parola tanto attesa mi fu negata. All'esame finale, che per altro era andato benissimo, mi congedò in tono di rimprovero e senza aggiungere altro: «Va pure, ma sappi che avresti dovuto fare di più».

Quel rimprovero fu la classica goccia che fece traboccare il vaso. Andai in chiesa e, nascosto nell'angolo più nascosto e più buio, scoppiai in un pianto angoscioso, senza ritegno, accompagnato da lacrime abbondanti e da singulti con tale violenza da non riuscire più a porvi termine. A mezzogiorno, non vedendomi comparire a tavola, vennero a cercarmi e a dirmi una parola di conforto.

Un pianto così amaro non l'ebbi più se non molti anni dopo in carcere, quando mi dissero dell'arresto di "Ogna" perché era in gioco la nostra vita, e più tardi a Vestone, quando mi comunicarono che era morto mio fratello Omobono.


L'addio di don Ernesto ai diletti Borneso

(dalla "Voce di Borno" del 1963)

Si sa dove si è nati, ma non sappiamo dove moriremo. Ed io che speravo di poter riposare - quando a Dio fosse piaciuto - accanto ai vostri morti, che mi sono tanto cari, avrò invece un'altra dimora.

«Partire è un po' morire» perché è simile a quel distacco definitivo e totale che ci imporrà la morte. è certamente doloroso per voi che mi avete voluto più bene di quanto non meritassi, ma lo è forse ancor più per me. La Parrocchia di Borno era ormai da tanti anni la mia seconda famiglia alla quale volevo più bene di quanto ne volessi a me stesso: un bene incondizionato, senza calcoli di tempo, di interessi personali, di comodi o di sacrifici. Ho voluto bene al paese, alla chiesa, ai vostri morti, ai vostri poveri, ai vostri ammalati, ai vostri bambini ai quali ho donato la parte migliore di me stesso; ho voluto bene a tutti, senza alcuna eccezione partecipando con tutto il cuore alle gioie e ai dolori, alle delusioni e alle speranze di ciascuno.

Non sono mancati in questi anni i giorni di soffocante solitudine, di preoccupazione, di intima sofferenza e di vera angoscia che ho sempre tenuto per me, riservando per voi ovunque e sempre il più schietto sorriso. Perdono tanto volentieri e di gran cuore quelli che, più o meno consapevolmente, ne fossero stati la causa, come chiedo umilmente perdono a quanti avessi offeso o fatto soffrire, sia pure senza volerlo. E di tutto questo non rammarichiamoci troppo: la sofferenza è il Provvidenziale scalpello che dirozza la nostra anima e la rende degna dei Paradiso.

Sento il dovere di ringraziarvi dei vostri buoni esempi che furono molti e grandi soprattutto nel campo della fede e della generosità, che io non dimenticherò e di cui anzi vi sarò riconoscente fino alla morte. Ricorderò voi, i vostri morti, il vostro caro e bel paese nel quale io ho trascorso gli anni migliori della mia vita e al quale mi sento legato da troppi ricordi.

Continuate a fare il bene, ad essere profondamente religiosi ed onesti. In Paradiso non porteremo che le opere buone, accumulate con sacrificio, lungo il corso della vita. Il resto - tutto quello per cui i più si affannano - lo dovremo lasciare.

Il nuovo Parroco è molto buono e molto bravo, e mi tengo sicuro che saprà anche volervi bene quanto ve ne ho voluto io. Voi vogliategliene molto e sappiate anche manifestarglielo: anche il prete è un uomo e l'uomo non vive di solo pane; soprattutto ascoltatelo e aiutatelo con tutte le vostre possibilità.

Ed ora ci salutiamo con tanta semplicità e serenità, fiduciosi come dobbiamo essere della Provvidenza di Dio.

Un giorno il ministro delle finanze piemontesi, preoccupato com'era del futuro della «Piccola Casa della Provvidenza», mandò a chiamare il Gottolengo e gli chiese chi - dopo di lui - avrebbe pensato a tutti quei poveri infelici; e il santo, accennando alla guardia della Caserma vicina, rispose: «Vede quella sentinella? Fra poco ci sarà il cambio e il servizio continua». Così è della vostra Parrocchia: oggi c'è il cambio della guardia, ma la vita della Parrocchia continua. Gli uomini scompaiono ma le istituzioni rimangono.

Pregate per me. lo - ve lo prometto - lo farò per voi oggi e sempre.

Don Ernesto


Un'amicizia che va oltre la tomba

Don Ernesto Belotti merita di essere ricordato con la riconoscenza che si deve a un Sacerdote che ha amato Borno e che, soprattutto, vi ha seminato tanto bene. Nel nostro paese esercitò il ministero sacerdotale per 19 anni (5 anni e mezzo come Curato e poi come Parroco), ed a Borno si ritirò negli ultimi anni, al tramonto della sua vita, quando ormai le sue forze e le sue energie incominciavano a declinare.

Quando giunse a Borno, nel luglio del 1945, suscitò subito, soprattutto fra i giovani, grande simpatia per la sua vicinanza alla gente, per la sua ricca umanità e per le prime iniziative che intraprese, accolte tutte con apprezzamento.

Da qualcuno fu qualificato come un “prete moderno”, perché il suo stile era un po' diverso da quello di don Andrea Pinotti e di don Domenico Moreschi (due figure sacerdotali molto amate dalla gente). Ma, nella sostanza, egli era un prete “all'antica”, un vero uomo di Dio, preoccupato dell'autentico bene delle anime e della loro salvezza eterna, In pari tempo don Ernesto era aperto e molto sensibile alle esigenze dei nuovi tempi.

Prete attento alle esigenze dei giovani - Introdusse subito la “Messa dei Fanciulli” e incominciò ad organizzare l'insegnamento del catechismo. Formò un bel Gruppo di catechisti ed ogni migliore energia fu posta al servizio di una ben solida formazione catechistica dei ragazzi e delle ragazze.

Gli venne poi l'idea della costruzione di un cinema parrocchiale, per il quale incontrò non solo difficoltà finanziarie ma anche “ideologiche”. Non pochi, infatti, vedevano solo gli aspetti negativi, e sottovalutavano quelli positivi che stavano a cuore don Ernesto. Sua intenzione era di offrire alla gioventù film buoni, divertenti ed edificanti, per impedire che essa scendesse giù in Valle, attratta da spettacoli diseducativi.

Parroco benvoluto - Quando morì don Moreschi, il Vescovo di Brescia nominò come nuovo Parroco don Ernesto. Il paese ne fu lietissimo: era la nomina desiderata da tutti i bornesi e che tutti si aspettavano.

Sua preoccupazione principale fu sempre quella religiosa e spirituale. Curò con passione le celebrazioni liturgiche. Le sue omelie ed i discorsi si ascoltavano volentieri, perché pronunciati con stile chiaro e semplice, non privi di battute dì spirito e conditi di grande saggezza. Il suo linguaggio era evangelico.

Si prodigò per promuovere l'Azione Cattolica nei suoi vari rami e fu uomo di dialogo. Per raggiungere anche quanti normalmente non venivano in chiesa, diede origine alla Voce di Borno, bollettino parrocchiale che “usciva come e quando poteva”.

Sacerdote dal cuore grande - Don Ernesto cercava di avvicinare tutti, rivolgendo a tutti una parola cordiale ed interessandosi ai problemi di ciascuno. Ebbe sempre un cuore grande, convinto che il sacerdote deve essere di tutti e deve tendere a tutti una mano amica.

Fu sacerdote buono e comprensivo, di indole più pratico intuitiva che teorico speculativa; era cioè più portato a cogliere i problemi delle singole persone che a valutare le correnti di pensiero o i movimenti intellettuali o i trattati di filosofia.

In occasione del 250 di sacerdozio celebrato a Borno, don Ernesto affermò che la vita del prete è bella e che, se avesse potuto tornare indietro, avrebbe sempre scelto di fare il prete, anche se non era una vita facile con i problemi e le esigenze dei nuovi tempi.

Dando l'addio a Borno sul finire del 1963, don Ernesto disse: «Ho voluto bene al paese, alla chiesa, ai vostri morti, ai vostri poveri, ai vostri ammalati, ai vostri bmibini ai quali ho donato la parte migliore di me stesso; ho voluto bene a tutti, senza alcuna eccezione, partecipando con. tutto il cuore alle gioie e ai dolori, alle delusioni e alle speranze di ciascuno». (Voce di Borno, dicembre 1963).

Oltre che della salvezza delle anime, don Ernesto si preoccupò dei bene e dello sviluppo del paese, promuovendone ed auspicandone la crescita e la trasformazione in un centro turistico. Si diede da fare con ogni mezzo e stimolò il contributo di tutti perché fosse valorizzato al meglio il patrimonio di bellezze dell'ambiente e delle pinete di Borno.

Un'amicizia che va oltre la tomba - Personalmente ho un debito di gratitudine verso don Ernesto, proprio perché mi ha accompagnato con affetto e con premura negli anni della mia preparazione al sacerdozio. La mia vocazione è sbocciata nell'ultimo anno del Curato don Andrea Pinotti, ma se sono potuto salire all'Altare, lo devo anche a don Ernesto che, giunto a Borno un paio di mesi prima che io entrassi in seminario, mi è stato costantemente vicino.

In quegli anni eravamo un buon gruppo in seminario (Franco Rivadossi, Vanni Gheza, Battista Sanzogni, io, Pietro Ferrari e, alcuni anni più tardi, si aggiunsero Giacomo Rigali, Pierino Re ecc.) e con don Ernesto si stabili un rapporto profondo di vera amicizia: egli fu per noi una guida saggia ed amica.

Da quando (fine del 1963) Don Ernesto lasciò Borno perché nominato Parroco di Pisogne, non sono passati molti anni, ma quel periodo sembra ora lontano, perché in questi ultimi decenni sono cambiate tante cose: siamo cambiati noi, è cambiata l'Italia, è cambiato il mondo. Ma il ricordo del. bene seminato da don Ernesto resta inciso nella memoria dei giovani di allora e fa parte di quel filone della storia dì Borno che è iscritta nei cuori con i caratteri indelebili della gratitudine.

La memoria di don Ernesto rimanga come testimonianza dei valori che danno senso all'esistenza e come richiamo al pensiero della vita che non muore.

+ G.B. Re
Sostituto della Segreteria di Stato


Il ricordo di una catechista

Appena terminata la Seconda Guerra Mondiale l'arrivo di don Ernesto ha portato una ventata di rinnovamento perché si è messo subito ad incontrare molte persone, ma soprattutto ragazzi e giovani, ai quali ha donato le sue migliori energie.

Dopo aver formato con incontri settimanali un gruppo ben nutrito di catechisti, ha affidato loro le classi della scuola elementare perché, nel periodo scolastico (ottobre-giugno), ogni mattina si fosse presenti in chiesa per la messa (ore 7,30) e per una mezz'ora di catechismo nelle aule scolastiche prima dell'inizio delle lezioni.

Don Ernesto era sempre disponibile ad accogliere in casa sua, sia di pomeriggio che di sera, i ragazzi e i giovani che si trovavano per stare insieme, ma anche per avere da lui consigli di vario genere. Gli confidarono problemi di natura spirituale, ma anche incertezze per il lavoro o la formazione di una famiglia. Don Ernesto sapeva ascoltare ed incoraggiare, come pure “premiare” i suoi collaboratori con cenette a base di ravioli (fatti da alcune ragazze volenterose), qualche fetta di salame, castagne e noci.

Proverbiali erano i suoi scherzi, in primis l'arrivo dei “fantasmi” nella Casa delle Suore Dorotee dopo un incontro con le catechiste!

Anche da parroco ha sempre mantenuto un costante rapporto con i giovani e i bambini, per i quali aveva fatto mettere dei giochi al campo sportivo e, più tardi, realizzato la costruzione del Cinema Pineta, che era tra i più belli della nostra Valle. A quei tempi le galline hanno sfornato uova a tutto spiano per far fronte alle notevoli spese per la realizzazione del cinema a cui, proprio mediante la vendita delle uova, tutta la popolazione ha generosamente contribuito.

I bornesi poi lo sentirono vicino anche negli anni del suo soggiorno in Casa Albergo e gli hanno sempre dimostrato un'affettuosa riconoscenza, rammaricandosi per il suo progressivo declino, dovuto all'età ed ai vari malanni.

Andando al cimitero per la visita ai propri defunti, molti passeranno nella Cappella pe ricordarlo con un fiore o una preghiera, come del resto avviene anche per gli altri sacerdoti.

Mariuccia Valgolio


Il Consiglio Comunale di Pisogne ricorda Mons Belotti

Come forse tutti sapranno, al recente lutto per la scomparsa dell'ing. Coma Pellegrini, qui già ricordato come Sindaco di Pisogne, si aggiunge ora un lutto della Società religiosa di Pisogne, che pur ci tocca anche nella dimensione civile.

Alludo alla morte di Mons. Ernesto Belotti, già Arciprete di Pisogne dall'8/12/1963 al 31/1/1979; in precedenza Curato ad Artogne e poi Parroco a Borno; successivamente Canonico Emerito del Duomo di Brescia, e poi, infine, quiescente a Borno, ove, per sue ultime volontà, ha disposto di voler essere seppellito.

Della Sua biografia, abbastanza lunga quanto lo è stato la Sua vita, essendo nato a Villa Dalegno il 22/1/1912, intendo prendere in considerazione quel breve periodo che va dal 4/12/1943 sino al 1945 e che Lui ha tanto veracemente condensato in un suo libro di memorie titolato "Anni Difficili", perché ritengo che il richiamarsi a quell'epoca, sia sufficiente per comprendere la personalità di Mons. Belotti, "strutturalmente" a mia avviso rimasta immodificata nel prosieguo della Sua vita.

Entro nella Sua Storia, e leggo le Sue note: "il 4 dicembre dei 1943 - così scriveva in "Anni Difficili" - a mezzogiorno in punto, venivo dichiarato in arresto dalla Guardia Nazionale Repubblicana dell'allora - ad un tempo imperversante e in dissoluzione - regime fascista e tradotto in carcere, iniziando così uno dei periodi più duri della mia vita. Se in questi mesi non sono morto è perché Dio non ha voluto, ma il mio fisico e il mio spirito portano delle ferite che probabilmente non si rimargineranno più".

Portato prima nelle carceri di Brescia, e poi a Parma, insieme ad altri, fra i quali due Pisognesi (don Andrea Boldini, Parroco di Fraine, ed il Sig. Bortolo Felappi di Pisogne), dopo un lungo periodo di vessazioni subite e di stenti, il 24/3/1944, veniva incriminato dai Tribunali Speciali della Repubblica di Salò dei delitti di aver aiutato prigionieri Inglesi e Jugoslavi, e di aver favorito "inoltre e comunque i soldati italiani sbandati dopo l'infausto armistizio dell'8 Settembre 1943". La pena prevista: la pena di morte!

La citazione fu consegnata allora a don Belotti nell'Ufficio del Cappellano delle carceri la tarda sera del 20 Aprile 1944, un Giovedì. Il processo avrebbe dovuto aver luogo la mattina del Lunedì seguente, giorno 24 Aprile. Mons. Belotti, neanche in questi frangenti di rischio di sua morte personale e di diffusa morte attorno (perché molte furono le sentenze capitali eseguite), non cessò mai di credere e di sperare nella Divina Provvidenza che si manifestò, certo in un modo non proprio delicato, proprio il giorno previsto per il processo (e cioè il 24 Aprile 1944), attraverso spaventosi e violentissimi bombardamenti che gli Anglo-Americani cominciarono in quel giorno su Parma, e che continuarono poi in giorni successivi, fino a distruggere proprio anche le carceri e le aule dei Tribunali, rendendo così impossibili le celebrazioni dei processi.

Di rinvio in rinvio, e da trasferimento da sedi ad altre sedi carcerarie, Mons. Belotti sa leggere nuovi interventi della Provvidenza, in particolare quando il Sabato del 27/5/1944, vigilia della Pentecoste, un agente di custodia si presenta al responsabile delle carceri con un ordine scritto: "a lui dovevano essere consegnati tre Sacerdoti, fra i quali Mons. Belotti, dovendo essere posti in libertà".

La scarcerazione era dovuta nientedimeno che a un complesso ripensamento e su ordine del Duce in persona, senza il benestare della Questura che a sua volta ignorava le autorità italiane e dipendeva esclusivamente dai Tedeschi.

"Anni Difficili", è un libro di grande afflato, nel quale c'è corrispondenza e immediatezza fra emozioni e commozioni interiori e la pulizia della prosa, così come semplicemente ed efficacemente resa dal pensiero dell'autore. è di Mons. Belotti, ad esempio, la finezza di questa meditazione mentre stava in cella: "la Storia insegna che le grandi prove - soprattutto se sì protraggono a lungo - schiacciano i deboli e sublimano i forti" (e Lui lo aveva ben, ancorché tragicamente, sperimentato!).

Sua ancora è la finezza, diventato Arciprete a Pisogne, di un bellissimo richiamo al predecessore don Giovanni Recaldini, su "Anni Difficili", riportato come segue: "Nel registro delle messe dell'archivio Parrocchiale di Pisogne, in data 25 Aprile 1945 - giorno ufficiale della fine della guerra - vi si legge una postilla, scritta in lingua latina, degna di un saggio che della valutazione del presente sa trarre previsioni per l'avvenire. è dell'Arciprete don Giovanni Recaldini, mio venerato e indimenticabile predecessore, e suona così: "Hodie Libertas illuxit. Utinam ad bonum utatur!". Parole che, in moneta povera, potrebbero tradursi così: "Oggi è sorta l'alba della libertà. Voglia il cielo che venga usata per il bene!"

Riandando a quelle vicende, mi diceva Mons. Belotti, che Lui, in quei tempi, si era semplicemente (ed io dico eroicamente) limitato a praticare la Carità Cristiana: dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini. E che verso tutto quel mondo di fuggitivi, peraltro non tutelati dal rispetto delle leggi internazionali comunque vigenti nel periodo bellico, non poteva fare diversamente; e, "mutatis mutandis" (come spesso avvenne poi) la stessa disponibilità di aiuto l'avrebbe avuta poi anche nei confronti di quei "persecutori", poi diventati perseguitati.

Le imprevedibilità della Storia lo avevano messo nell'ardua prospettiva cui Egli corrispose, pagando pesantemente di persona, di dover dare testimonianza dì Fede e Libertà. Ciò che fece, con salda coscienza sacerdotale e mitezza d'animo, conscio di agire secondo quanto richiedevano i principi e le tradizioni delle nostre antiche Civiltà del diritto, e della nostra Civiltà cristiana.

Per questo, pur avendo sofferto, aveva perdonato tutto a tutti, anche se qualche cosa "non riusciva a digerire". Per capire leggiamo allora ancora le sue note: "Le sofferenze e le umiliazioni che riguardavano soltanto la mia persona erano ormai passate senza lasciarmi amarezza alcuna. Le avevo accettate, giorno per giorno, con rassegnazione dalle mani di Dio, convinto fin d'allora che le prove della vita erano strumenti nelle sue mani per dirozzarmi un po' e rendermi meno indegno del mio sacerdozio.

Ciò che non riuscivo a digerire era d'avermi trattato come un "TRADITORE DELLA PATRIA". Quella calunnia infamante, detta e ripetuta, aveva lasciato un segno indelebile nel mio cuore come un ferro rovente su un corpo indifeso. L'amore della Patria era un sentimento troppo radicato in me perché, offendendolo, non ne risentissi. La mia patria io l'amavo allora come adesso perché vi sono nato e vi ho vissuto, perché vi è la mia casa e la mia famiglia, la mia scuola e la mia chiesa, perché vi sono i miei amici e i miei morti. L'amo perché ne ammiro la lingua, la storia, la cultura e l'arte. L'amo infine per le sue bellezze naturali e il suo clima che ne fanno il giardino d'Europa. L'Italia! Il centro civile e religioso del mondo".

Ritengo che di fronte all'incanto di un animo siffatto, non ci resti che inchinarci, riflettere e ricordare con riconoscenza!

Lissignoli Giuseppe
(Verbale della seduta del Consiglio Comunale del 23/2/2000)


 

Parrocchia San Giovanni Battista - Borno (BS)