Parrocchia san Giovanni Battista - Borno Parrocchia san Giovanni Battista - Borno torna inizio

Missionari originari di Borno

Padre Narciso Baisini
Padre Narciso Baisini
Casa Paroquial cxp 46
65922 Açailandia MA - BRASIL

Padre Giacomo Rigali
Padre Giacomo Rigali
Xaverian Missionaries
Q.C. Central P.O. Box 2657
1100 Quezon City - PHILIPPINES
breve presentazione

Padre Defendente Rivadossi
Padre Defendente Rivadossi
Missionario Cappuccino in Amazzonia per 50 anni fino al 2013.
Morto a Bergamo il 25-9-2017
breve presentazione
Storia della mia vita

Suor Ester Zerla
Suor Ester Zerla
per alcuni anni in missione a Gitega - Burundi ed attualmente in Brasile.
breve presentazione

Patrizia Zerla
Patrizia Zerla
missionaria in Burkina Faso
breve presentazione

Padre Giacomo Rigali

La mia povera storia

Padre Giacomo Rigali

- Sono nato nel 1941 durante la seconda guerra mondiale.
- A dodici anni sono entrato nel seminario di Brescia e vi sono rimasto fino alla fine del primo anno di liceo.
- Deciso di farmi missionario nei Saveriani, dopo un anno di noviziato vicino a Ravenna ho finito gli studi di liceo a Desio. Poi sono andato a Roma per lo studio della teologia.
- il 15 ottobre 1967 diventai sacerdote missionario.
- Dopo aver vissuto alcuni anni come formatore degli studenti saveriani e un anno a Londra per apprendere l'inglese, nel 1975 partii per il Bangladesh.
- Dopo ancora un intero anno di studio della lingua Bangalese, lavorai con gioia per quattro anni nella parrocchia di Baniarchar dove il coinvolgimento diretto con la gente mi piaceva molto.
- Per cinque anni mi assegnarono la direzione del Centro Catechistico Nazionale e della rivista in bengalese che vi veniva pubblicata. Feci del mio meglio, impegnandomi a studiare e a qualificarmi sempre più, per poter aiutare catechisti, seminaristi, maestri e suore a svolgere la loro missione più efficacemente possibile.
- Nel 1984 il capitolo regionale dei Saveriani mi nominò superiore regionale della missione in Bangladesh. Cominciai a fare il pellegrino da una missione all’altra dove lavoravano i Saveriani per vedere, incoraggiare, dare un parere su come affrontare difficoltà e problemi. Mi sono sentito utile a loro e nello stesso tempo ho avuto l'opportunità di crescere io stesso, diventando più calmo e comprensivo.
- Nel 1989 un altro capitolo Generale dei Saveriani a Roma rivoluzionò di nuovo la mia vita. Fui eletto Consigliere Generale, mi trasferii a Roma e cominciai a fare il pellegrino del mondo, visitando le 20 missioni dei Saveriani nel mondo.
- Per sei anni fui vagabondo in Africa, America Latina, Stati Uniti, Europa e Asia. Sono stati anni difficili ma ricchi di esperienza. Quello che più mi colpì fu la vastità del lavoro che il Signore porta avanti ovunque, attraverso tante persone limitate e fragili che, sostenute e messe insieme da Lui, riescono a tener viva la speranza e la solidarietà nel mondo.
- All’inizio del 1996 potei ritornare alla mia missione in Bangladesh. Vi ritornai più invecchiato, vent’anni dopo il mio primo arrivo, ma mi sentivo ancora in forze per ricominciare di nuovo. Mi rimisi al lavoro con gioia, pensando che ormai le cose sarebbero continuate lì fino alla fine dei miei giorni.
- Nel Novembre 1998, invece, arrivò la Direzione Generale dei Saveriani in visita al Bangladesh; cercavano un superiore per la comunità di Teologia. Girai alla larga il più possibile dai superiori, ma quando vennero a trovarmi al Centro Catechistico mi dissero chiaro e tondo che dovevo prepararmi a partire per Manila, capitale delle Filippine.
- Dopo un paio di mesi di vacanze a Borno, nel marzo 1999 partii per la nuova missione.
- Passai sei bei e lunghi anni con gli studenti di teologia a Manila. Mi chiamavano “nonno” perché davvero potevo essere loro nonno. Non sono mancati problemi e difficoltà in quanto gli studenti venivano da diverse parti del mondo, ma ci siamo capiti e ci siamo veramente voluti bene. Per aiutarli a entrare in contatto con la gente ho dovuto io per primo cercare di imparare la lingua Filippina.
- Ora ho terminato il mio lavoro come superiore, ma nel frattempo mi sono affezionato al mondo delle Filippine, per cui ho chiesto ai miei superiori di poter fare il parroco in una parrocchia che sta per nascere qui vicino alla comunità degli studenti.
- Questa parrocchia conta circa 35.000 abitanti: pochi ricchi, alcuni benestanti e una grande maggioranza di veramente poveri, una zona di baraccati. Come chiesa c’è un capannone di lamiera che contiene circa 150 persone e tre cappelline nella periferia.

Dio ha bisogno di noi...

Dio vuol fare miracoli di bene, ma per mezzo nostro. Per quanto piccoli e fragili noi siamo, per quanti errori e asinate noi gli combiniamo, Dio vuole avere bisogno di noi, vuole lavorare con noi, e noi, lavorando con Lui, diventiamo migliori e il mondo diventa migliore con noi.

Dovunque ho girato nel mondo ho visto che il bene e la speranza sono fioriti là dove qualcuno ha lavorato e sudato insieme a Dio e Dio con lui...

Dio si fa uomo e si fa vicino a chi è nel bisogno ogni giorno per mezzo nostro. Se noi, per paura di perderci, ci tiriamo indietro... Dio non può che aspettare pazientemente fino a che qualcun altro si farà avanti e gli dirà: “Eccomi, ci sto a rischiare con Te”.

Fortunato lui: non perderà nulla di importante e troverà tutto, diventando strumento del bene di Dio.

Quaresima Missionaria 2006


Padre Defedente Rivadossi

Missionario Cappuccino in Amazzonia per 50 anni fino al 2013

Padre Defendente Rivadossi

Capanema, 12-10-1999

Sono entrato nel seminario di Albino (Bg) esattamente 50 anni fa, il 12 di ottobre. Avevo 11 anni e avevo fatto la IV elementare con la maestra Richini. Ricordi molto lontani. Ho sempre avuto la vocazione missionaria e pochi mesi dopo l'Ordinazione sacerdotale, avvenuta il giorno 8 di giugno del 1963, sono partito per la missione del Brasile, esattamente il giorno 29 ottobre del 1963 (Don Ernesto il 20 ottobre del 1963 mi ha consegnato il Crocefisso nella Giornata Missionaria).

Partendo da Borno con la corriera, a salutarmi c'era mio padre che mi ha detto queste testuali parole: "Figlio mio, parti pure, ma ricordati che non ci vedremo mai più in questa vita". Col cuore angosciato sono partito e ho cominciato la mia avventura missionaria.

Mi ricordo che avevo con me una lettera di mia mamma che dovevo aprire quando mi sarei trovato in alto mare. L'ho aperta il 2-11-63, quando la nave ha lasciato Lisbona. Dopo tanti anni ricordo ancora l'emozione e la trepidazione con cui ho letto quelle righe: erano come un testamento in cui c'era il cuore di una mamma. Arrivato in Brasile con la nave il giorno 9 di novembre dello stesso anno, ho passato i primi mesi nella casa madre della missione, Sao Luis, per imparare la lingua.

Il primo episodio degno di nota è stato in occasione del primo anniversario del mio arrivo in Brasile. Ero in giro per la savana della parrocchia a dorso di mulo e ho avuto il vero battesimo del missionario: la Malaria! Per una settimana ho cercato di continuare il mio viaggio; mi ricordo che l'ultima Messa l'ho celebrata seduto, sfinito, e così pure matrimoni e battesimi. Avevo febbre altissima, deliravo, invocavo la mia mamma dicendo che non volevo morire senza vederla ancora una volta.

Una donna mi si avvicina per offrirmi il suo petto, ed io, stupido, balzo in piedi come una furia dicendole di aver rispetto del mio stato di salute e di non approfittarne per tentarmi. Più tardi ho capito che non c'era malizia: lo faceva come ultimo rimedio per salvare una vita! Questo episodio l'ho raccontato ad un pranzo in canonica a Borno nel 1970, in cui erano presenti don Giuseppe Verzelletti e alcuni sacerdoti bornesi che hanno riso tantissimo.

Il giorno 8 aprile del 1964 sono stato destinato a Carolina, come desobrigante, cioè incaricato dell'interno della parrocchia. E per 13 anni a dorso di mulo ho percorso un territorio grande come mezza lombardia, anche se molto spopolato.

Poi sono stato promosso a parroco di Santa Teresa in Imperatriz, per due anni. Poi sono stato trasferito ad Amarante il 1° gennaio del 1979. Per sette anni ho lavorato in quella parrocchia come parroco, curando le famose Comunità di base.

Nel gennaio del 1986 sono stato trasferito alla capitale, Sao Luis, come parroco di Anil, una popolosa parrocchia di periferia. Sono stati gli anni più belli della mia vita. Il 30 dicembre di quell'anno moriva la mia mamma e io ho assunto quella parrocchia come se fosse una mamma.

Poco prima del mio 25° di sacerdozio ho vissuto un'esperienza bellissima: la conversione di un massone sul letto di morte. Era ammalato di cancro e io lo visitavo spesso nella sua casa, senza mai parlare né di malattia, né di religione. Nacque una profonda amicizia. Quando lo trasportarono all'ospedale in fin di vita era una maschera: un ictus alla bocca lo rendeva orribile. La sposa e le figlie piangevano, ma lui non voleva saperne di confessarsi. Mi avvicinai e gli dissi che il momento era serio e che bisognava riconciliarsi con Dio. Mi rispose balbettando, con un ghigno orribile: "Non posso". Ho sentito che era la voce del demonio. Presi il crocifisso e mi avvicinai di nuovo; lui lo guardò e poi lo prese e se lo strinse al petto e lo baciò. Il ghigno orribile scomparse e la sua bocca si aprì al sorriso; chiamò la moglie e le figlie, diede una stretta di mano riconciliandosi con loro e poi morì serenamente e in pace. La sua anima come quella del buon ladrone, è con Gesù in paradiso. Non dimenticherò mai la gioia che ho sentito perch&egrav;, indegnamente, sono stato uno strumento nelle mani di Dio per salvare un'anima.

Stralci di una sua lettera di quel periodo (ndr):

... Ho avuto e ancora ho un lavoro colossale per la costruzione del Centro catechetico (oratorio) e della chiesa del Cappello dialpino. Subito dopo Natale abbiamo iniziato i lavori e a Natale di quest'anno faremo l'inaugurazione... Certo se non c'era la spintaforte dell'aiuto di Borno, la cosa non si faceva. Tra le altre cose l'anno scorso, quando sono partito da Borno, ho portato con me un sacchetto di terra del nostro cimitero. In questi giorni faremo il pavimento della chiesa. Dove ci va l'altare voglio interrare il sacchetto di terra dei nostri morti, quasi per fare un legame simbolico tra la nostra gente di Borno e la chiesa di qui. (Sao Louis, 15-9-1989)

Sul più bello del mio lavoro mi arriva addosso una mazzata: trasferito di nuovo, e adesso con una missione difficile: parroco - cappellano del lebbrosario della Colonia do Prata. Era il mese di gennaio del 1992. In quell'ambiente ho lavorato tanto come non mai nella mia vita, e ho avuto tante amarezze, sofferenze. Questo periodo può essere chiamato come il fondo dell'abisso, il salto nello scuro.

Nonostante questo da alcuni brani delle sue lettere possiamo vedere che Padre Defendente anche in questo periodo ha fatto molte cose con entusiasmo. (ndr)

... I lebbrosi hanno un'altra mentalità, sono molto diffidentie ci vuole molta pazienza e tatto. Io sono contrario al paternalismo, nel senso di viziare le persone e creare dipendenza; sono più propenso a gesti concreti comunitari che siano a beneficio di tutti. Ci hanno chiesto un aiuto per sistemare la cucina e il refettorio dei lebbrosi,che sono del governo. Una spesa notevole anche questa, ma con l'aiuto della provvidenza stiamo lavorando da circa un mese. (Colonia do Prata, 7-3-1993)

... Dopo aver sistemato la grande e bella chiesa dei lebbrosi, abbiamo messo a posto cucine e refettorio, e nel mese di luglio anche uno dei ricoveri, quello più malandato, delle lebbrose anziane.Qui si che sono successi dei guai. Abbiamo trasportato le vecchie lebbrose anziane con le loro "masserizie" su un trattore; brontolavano, ridevano, gridavano, ma alla fine tutto si è risolto per il meglio. Dopo un mese di lavoro, quello che sembrava un porcile è diventato un luogo accogliente e dignitoso. (Colonia do Prata, 26-10-1993)

...Abbiamo fatto la processione con le candele e i lebbrosi hanno mostrato molto orgoglio e dignità, anche se tenevano in mano le candele accese con qualche difficoltà. Ho spiegato il gesto dell'offerta della Madonna che si traduce nel nostro gesto di offerta nella Messa, e poi ho chiesto ai lebbrosi presenti cosa potevano offrire. Qualcuno, azzeccando in pieno la domanda, ha risposto che offriva il suo dolore, la sua malattia al Signore. (Colonia do Prata, 2-2-1994)

... È venuto l'Arcivescovo di Bel&eacut;m, che dista 120 Km. Le Cresime sono state celebrate all'aperto, davanti alla chiesa di San Giorgio. Per fortuna che non è piovuto, i giovani mi avrebbero mangiato vivo. Voglio molto bene a giovani e adolescenti, ma sono teste dure, e io più di loro. (Colonia do Prata, Estate 1994)

... Abbiamo realizzato un pozzo e anche la piattaforma per i due serbatoi ognuno dei quali ha una capacità di 10.000 litri... ma il bello è che il pozzo non funziona ancora in quanto manca il grosso trasformatore per far funzionare la pompa... Sto preparando anche un altro orto per fare lavorare i ragazzi del villaggio dove abitiamo. Si vede che la vocazione contadina, ereditata dai nostri padri, si fa sentire! Comunque non tralascio il lavoro pastorale e la catechesi.(Colonia do Prata, 20-10-1994)

...La pompa del pozzo artesiano di S. Isidoro, dopo nove mesi di lavoro, ha cominciato a fare tribolare. Ho riunito la gente dei villaggi di periferia e insieme abbiamo pensato di creare una specie di cooperativa, in cui tutti collaborano con qualcosina, per la manutenzione della pompa e del pozzo: l'acqua è troppo preziosa e tutti sono stati d'accordo. ...Nella mia vita di missionario non mi è mai capitato di dover fare tante cose e pensare a tanti problemi. Prima erano per lo più problemi spirituali, adesso mi tocca pensare anche al sociale come la fabbrica di mattoni: per il momento ci siamo fermati per metterci in regola con le leggi sociali. Dal 25 novembre al 10 dicembre anche qui faremo le Missioni Popolari: è da mesi che stiamo lavorando in tutta la parrocchia. Voglia il Signore che questo avvenimento serva per scuotere la nostra gente, molto pigra e tiepida nelle cose del Signore. (Colonia do Prata, 20-11-95)

... Anche per il problema dell"acqua ci sono remore burocratiche: il pozzo non è ancora stato attivato e si continua a bere acqua sporca, piena di ruggine. Mi sono fatto sentire, sono venuti a fare nuovi esami... ma la gente continua a soffrire le conseguenze. Siamo in un mondo in cui i poveri non hanno valore, quello che vale è il denaro, la potenza dei mezzi; i poveri devono arrangiarsi: e questo fa male, davvero. Una cosa almeno stiamo facendola: la scuola... Qui le vacanze sono tra dicembre e marzo e il 23 dicembre abbiamo iniziato i lavori di ristrutturazione. È uno stabile molto antico con strutture di legno marcio; abbiamo dovuto rifare strutture con il cemento armato. (Colonia do Prata, 17-1-97)

Dopo sei anni sono stato trasferito a Tuntum come Curato di campagna. Era il mese di Gennaio del 1998.

Dalle sue lettere:

... Da quando sono rientrato dall'Italia, dopo la fugace comparsa a Borno, mi sono messo a costruire il centro catechetico, che serve anche come ambiente per cucito e ricamo per le povere donne del quartiere, e come scuola serale per gli adulti. Un ambiente per alfabetizzare gli adulti che non sanno nè leggere nè scrivere. E al giorno d'oggi è importante perch" la disoccupazione fa strage specialmente delle persone che non sono qualificate. (Tuntum, 25-2-1999)

... Durante la Quaresima e dopo mi sono impegnato nella campagna delleamache per i bambini poveri e ho incontrato un caso molto pietosoche vedete nella fotografia. Una bambina di due anni e mezzo conciata a quella maniera! Aveva otto mesi quando ha avuto scottature di terzo grado, amaca bruciata. I genitori poverissimi sono senza mezzi per curare la piccola Railda, il nome della bambina. Ho promesso di aiutare almeno per raddrizzare il braccino: piange il cuore davanti a tanto dolore. E ultimamente i genitori hanno bisticciato e si sono separati. Ho fatto di tutto per rappacificarli e ci sono riuscito. Sono andato a prendere i quattro stracci di lei e hanno fatto la pace per amore dei piccoli che sono tre, e ce n"è un quarto in viaggio. Tutta la gente del rione si è commossa per quello che ho fatto. Vedo che da più risultato fare cose del genere che fare delle belle prediche. La gente mi vuole un bene immenso, mi chiamano nonno.Non mi era mai capitato in tutta la mia vita missionaria. (Tuntum,.30-4-1999)

Il resto è storia recente.

Ecco l'itinerario della mia vita missionaria. Lo so che a voi non interessa solamente la cronaca dei viaggi, degli spostamenti, ma soprattutto lo stato d'animo. Affrontare nuove difficoltà, vedersela con un ambiente nuovo, persone sconosciute, ricominciare sempre da capo fa parte della vita missionaria, della vita in fraternità. Come ho detto, siamo figli dell'obbedienza. Ad Anil, tra il 1986 e il 1992, ho passato gli anni più belli, quando sentivo la gioia di essere pastore di anime. Il momento più angoscioso è stato quando sono stato chiamato ad obbedire, lasciare tutto e andare al lebbrosario. È vero che al lebbrosario sono maturato, ho fatto tante cose, ma è anche vero che sono stati anni neri, bui, quando la parola grazie, gratitudine, era sconosciuta, e questo nonostante il sacrificio di una vita data per quei poveri ammalati. Il fatto stesso della malattia contribuisce a questo stato di cose. Momenti bellissimi ho passato a Tuntum, quando ero chiamato nonno e i bambini mi volevano un bene immenso. La gioia di aver aiutato tanto i poveri e gli ammalati. Questo fatto ha scosso e convertito diverse persone alla nostra fede.

Sette volte sono venuto in Italia, nel 1970, 75, 80, 84, 88 92 e 96, più due volte di sfuggita, quando è morta la mia mamma nel 1986, e l'anno scorso, quando sono venuto a fare la festa dei coscritti della classe di ferro del 1938. Che Pazzia! In Italia mi sono sempre sentito bene, mi sono riposato e sono sempre riuscito a dare testimonianza della missione. E soprattutto devo ringraziare la generosità dei bornesi che mi ha permesso di realizzare tante cose per il Regno di Dio.

Penso di aver scritto abbastanza. Speriamo che tutto questo serva a far nascere qualche vocazione sacerdotale e missionaria. Tanti saluti a tutti.

Quaresima Missionaria 2006


Suor Ester Zerla

per alcuni anni in missione a Gitega - Burundi

Suor Ester Zerla

- Sono nata a Borno il 27-1-1967.
- A 24 anni, il 27-1-1991, sono entrata nella Congregazione delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazaret, le quali sono chiamate nella Chiesa a evangelizzare il mondo del lavoro, vivendo una spiritualità fatta di preghiera, lavoro, silenzio, semplicità e condivisione.
- Il 15 ottobre 1995 ho emesso i miei primi voti di povertà, castità e obbedienza
- L'8 dicembre 2000 ho pronunciato i voti perpetui: suora per sempre.
- Il 6 maggio 2003 sono partita per il Burundi.
- Il Burundi è un bellissimo paese nel cuore dell'Africa, chiamato paese delle mille colline perché è molto verdeggiante, con clima temperato (20°-25°) tutto l'anno. Ha un'estensione pari a quella della Lombardia.
- Da anni il Burundi è devastato purtroppo da guerre fratricide che l'hanno reso molto povero. Ora con le elezioni democratiche speriamo in un futuro di pace duratura.
- Noi Suore Operaie siamo presenti qui dal 1966 per condividere la fede e per aiutare la gente a ritrovare la speranza e la forza di costruire un futuro migliore, attraverso servizi di formazione, di assistenza e di promozione umana.
- Io mi trovo a Gitega, una piccola cittadina a nord-est del paese, in una comunità numerosa di tante giovani e giovanissime ragazze in cammino verso la consacrazione.
- Ci occupiamo dell'alfabetizzazione e della catechesi di ragazzi e adulti, del centro dei bambini malnutriti e della scuola di taglio e cucito, ricamo, confezione di cestini, maglieria, falegnameria, francese e matematica.
- Io lavoro soprattutto nel centro formativo e in quello nutrizionale.

Quaresima Missionaria 2006

Preghiera per il Burundi

Eccomi, Signore,
dinanzi a Te!
Ti prego per il Burundi
affinché conosca Te e il Tuo Vangelo.

Accresci in esso
discepoli secondo il Tuo cuore:
uomini e donne di fede e di umiltà,
di ascolto e di dialogo,
i quali vivano per Te, con Te e in Te.

Accorda ai missionari
la pazienza nelle prove,
la gioia nelle contrarietà,
l'amore per i povere e per i sofferenti,
la ricerca della giustizia e della pace.

Fa che vivano in semplicità di vita
e in comunione fraterna.
Dona loro di morire nel tuo servizio
e di risorgere ogni giorno con Te.

Amen


Patrizia Zerla

Missionaria in Burkina Faso - vedi Associazione Tante mani per...

Suor Patrizia Zerla

Bobo, 1 novembre 2000

Carissimi,
nel viaggio di ritorno da Borno alla missione mi sono trovata a leggere le memorie del carissimo amico Padre Defendente, di cui condivido l'ansia apostolica. Mi sono sentita così stimolata anch'io a scrivere qualcosa sulla mia vita di consacrata e di missionaria, al fine di far nascere nel cuore di tanti questa ansia per la salvezza delle anime e perché Cristo sia conosciuto, amato e servito da tutti i popoli della terra.
Soprattutto vorrei riuscire a farlo, grazie alla vostra disponibilità, al termine ormai di questo Anno Santo Giubilare, anno colmo di tante grazie.... "Che la grazia di Dio in noi non sia vana!".

Sono cresciuta in una famiglia di sani principi cristiani, quarta di otto figli, attorniata ed educata all'amore che è servizio, dono per il prossimo e gratitudine per il dono degli altri. Ho vissuto una fanciullezza allegra e mai avrei pensato alla possibilità di consacrarmi a Dio, anche se ero sempre in convento ad aiutare le suore che abitavano vicino alla mia casa.

Quando mio fratello maggiore entrò nel collegio dei Comboniani, cominciò a mandare a casa materiale da vendere per le missioni (coroncine, libri e oggetti vari); ricordo che, ancora bambina, andavo con mia sorella, bussando di porta in porta, per riuscire a vendere tutto e preparargli il gruzzoletto.

Leggevo il "Piccolo Missionario" e sognavo tante avventure nelle quali, però, il protagonista era sempre mio fratello. I discorsi missionari mi hanno sempre interessato, ma non erano per me; stimavo quelli che avevano il coraggio di lasciare tutto e partire, ma io non mi sentivo in grado e dicevo: "Cosa vado a portare?". È sempre stato un punto forte per me l'annuncio.

Mi sentivo vuota e vedevo chiara la necessità di una preparazione perché missione è uguale a portate Qualcuno!

Il Signore ha i suoi tempi e mi ha fatto aspettare ancora qualche anno per formarmi, per prepararmi, come a Lui è piaciuto, in una vocazione di speciale consacrazione. Mi piace dire, e lo ripeto sempre, che ero una ragazza normale, felice e a cui piaceva anche allora godersi la vita. La mia gioia era servire Dio negli ammalati e viaggiare, conoscere nuovi luoghi, nuova gente.

Mai mi aveva sfiorato l'idea di farmi suora, fino a quando la curiosità mi spinse ad accettare l'invito di suor Annalucia a partecipare a degli incontri. Con altre ragazze ci trovavamo, una volta al mese, per passare il fine settimana in amicizia, riflettendo e pregando. Ero in ricerca e ho fatto una bella esperienza: la preghiera e la fraternità mi attiravano. Arrivai così a 25 anni; tutto era bello per me, avevo imparato a gioire delle meraviglie del creato e a "godermi" la vita in senso buono, approfittandone appieno per il bene mio e degli altri. Quell'anno mi comprai anche dei pantaloni di ogni colore come piacevano a me e che non abbandonavo mai perché molto comodi: ero talmente legata a quei pantaloni che giunsi ad offrirli sull'altare il giorno della mia entrata in convento. Li indossavo anche quando annunciai a mia cognata la decisione di ritirarmi in convento; lei stupita mi rispose: "... e me lo dici così? Vestita con quei pantaloni giallo canarino?".

La mia vocazione, però, è maturata nella sofferenza, come ebbi già a dire nelle mie testimonianze. Tutto cominciò a mezzanotte di quel 10 maggio 1983. Stavo ritornando in automobile coi miei genitore da una bellissima gita a Roma - Loreto - Bucchianico (il paese natale di S. Camillo de Lellis). Arrivati sull'autostrada Milano-Bergamo, all'altezza di Dalmine, una gomma scoppiò e noi ci trovammo al buio in mezzo alla strada, dopo aver strisciato con la testa per parecchi metri sull'asfalto.

La gente dei dintorni, sentito lo scoppio, si affrettò a soccorrerci, evitando così un susseguirsi di incidenti. Quella che ebbe la peggio fu la mamma che passò diversi mesi in ospedale con tante complicazioni.

Per me cominciò una pagina importante della mia esistenza, con intensa sofferenza e tanta riflessione sulle domande più importanti della vita.

Dopo aver toccato con mano la fragilità e l'inconsistenza della mia vita e non avendo trovato la ragione d'essere di tante mie sicurezze, di tutto ciò che costituiva il mio orgoglio, decisi di abbandonarmi nelle mani di Dio. Se Lui mi aveva conservato la vita, io dovevo impegnarla per qualcosa che valesse la pena. L'unica cosa che potevo fare era metterla al Suo servizio.

Fu così che, continuando anche gli incontri di preghiera, maturai la decisione di "vendere tutto per darlo ai poveri ed essere libera di seguire Gesù". (vedi il giovane ricco) Venne il momento forte della decisione, il Signore me lo fece capire e mi diede il coraggio. Mi sono fidata di Lui e ne è valsa la pena.

Lasciai il mio lavoro, che mi piaceva tanto, di infermiera all'Ospedale S. Carlo di Milano. Le colleghe facevano da diavoli tentatori: "Ci hai riflettuto bene? Forse ti illudi. Domani ti pentirai. Cosa ti manca qui? Anch'io una volta pensavo come te, ma poi mi sono ricreduta. ecc. ecc.".

Un vero martirio sì, ma anche qualcosa che ha rafforzato la mia decisione, le mie convinzioni. Era veramente un salto nel buio e non sapevo bene dove mi avrebbe portato, ma mi sono fidata del Signore e ne è valsa la pena. Oggi sono più contenta e più convinta di ieri, lo rifarei cento volte quel salto per Lui, e per Lui solo che promette il centuplo.

Il Signore benedice la famiglia che dona un/a figlio/a per il servizio del Suo Regno e i miei lo hanno sperimentato con la mia entrata in convento. Mia mamma è sempre migliorata in salute, fino a guarire in modo sorprendente dall'incidente che abbiamo vissuto e, giorno dopo giorno, ha ripreso tutte le sue attività quotidiane. In convento mi hanno sempre scritto e mostrato di gioire delle benedizioni divine, dopo la mia partenza e a tutt'oggi.

Dal canto mio, ogni giorno rinnovo il mio grazie a Dio per avermi scelta e voluta per s"; Lui mi colma di tanta gioia e non mi fa mai mancare il suo Amore e il suo aiuto.

Dopo avere rinnovato per 5 anni i miei voti temporanei giunse il giorno dei voti perpetui, cioè per sempre, che tanti a Borno, penso, ricorderanno ancora perché i ragazzi e la popolazione avevano partecipato in massa.

Era il 29 settembre 1991 e proprio in quella Messa solenne ci fu un segno che manifestava la mia seconda vocazione, quella missionaria. Tra gli altri doni presentati all'offertorio, una bambina portò all'altare il mappamondo, segno del nuovo ponte tracciato da me tra l'Italia e l'Africa. Sono partita, infatti, il giorno dopo, diretta in Francia per imparare la lingua parlata nell'Africa occidentale.

Suor patrizia in mezzo alle ragazze

Il 19 maggio 1992 mettevo già piede in Burkina Faso, ex Alto Volta, nel villaggio dove ero stata destinata, non tanto distante dalla città (30 Km) ma in piena savana. Le tre sorelle della nuova comunità mi aspettavano a braccia aperte (anche perché in tali situazioni è importante avere una infermiera vicino), ma dopo pochi mesi - visto che la difficoltà maggiore era quella di comunicare con la gente nella lingua locale, in una zona dove il 95% della popolazione era analfabeta e gli unici a poterci aiutare erano i primi bambini che cominciavano a frequentare la scuola - abbiamo deciso che iniziassi io per prima ad imparare almeno una delle lingue locali, il "dioula", per poter essere utile nel lavoro pastorale.

Nel settembre 1992, dopo avere avuto il "battesimo africano" (così chiamano la malaria), sono partita per il Mali dove ho trascorso 6 mesi in una missione tenuta dai Padri Bianchi, allo scopo appunto di imparare la lingua. Questa ovviamente mi ha consentito di conoscere meglio la realtà, gli usi, i costumi e le tradizioni di quei popoli; è stata un'esperienza molto interessante, che mi ha arricchito e preparato meglio alla mia nuova missione tra gente che imparavo a conoscere e ad amare soprattutto per la loro dignitosa povertà, la loro semplicità, la loro apertura all'accoglienza.

Devo dire che in questi pochi anni da loro ho imparato tante cose, prima fra tutte la familiarità con Dio (oltre che con i fratelli) e l'abbandono alla Sua Provvidenza. Molte sono state le situazioni in cui ho toccato con mano quanto Dio è vicino ad ogni uomo e provvede ad ognuno; molte le circostanze in cui ho potuto constatare che "il nostro Dio non dorme". " questa una frase detta da un indigeno che aveva assistito ad un incidente, in cui alcune suore sono uscite illese per miracolo.

Tornata dal Mali, ho cominciato a lavorare in una parrocchia di campagna, visitando i villaggi per l'animazione rurale e sanitaria, per curare i bambini, per la catechesi e i diversi incontri con le Comunità Cristiane di Base.

Suor patrizia con le ragazze del foyer

Nel frattempo, avendone visto la necessità, abbiamo costituito un foyer (internato) per l'alfabetizzazione delle ragazze dei nostri villaggi e la preparazione al matrimonio. Così ci siamo impegnate maggiormente nell'educazione e nella promozione della donna, in piena armonia con il governo burkinab" che, proprio in questo ultimo periodo, ha privilegiato le donne dicendo che "educare una donna è educare una nazione".

Nel 1995, per obbedienza, ho lasciato il bel cielo ridente del Burkina per passare circa due anni ad Abidjan, capitale della Costa d'Avorio, con le giovani suore africane che continuano la loro formazione e gli studi.

Nel 1997 sono rientrata in Italia, dove ho vissuto una nuova esperienza di circa un anno con le care sorelle anziane e ammalate.

Nel 1998 rieccomi a Kwentou dove però tutto era cambiato: le suore della comunità, l'"quipe sacerdotale. I Padri Bianchi avevano lasciato il posto ai giovani preti africani. La missione cambia colore e anche la gente; poco alla volta cambia, si nota un certo progresso anche se lento.

Dal 1999 ho avuto un nuovo trasferimento. Ora mi trovo in città, a Bobo-Dioulasso, dove ci sono alcune suore studenti e dove abbiamo un foyer per accogliere le ragazze che frequentano le medie superiori: lavoro bello ma non facile con le ragazze "studiate" ...

Nello stesso tempo mi occupo del gruppo vocazionale e frequento gli incontri diocesani per le vocazioni. Altra attività a noi molto cara è quella dell'aiuto ai ragazzi handicappati.

ragazzi handicappati

Per loro collaboriamo con il Centro don Orione che è in Costa d'Avorio. Facciamo i "viaggi della speranza", portandoli per le visite al posto più vicino alla frontiera, e per le operazioni fino ad Abidjan e oltre, a più di 1000 Km di distanza. Non è facile ma ne vale la pena. A volte assistiamo a vere e proprie rinascite; è meraviglioso vedere questi bimbi uscire trasformati dopo 2, 3 o 4 mesi di permanenza in Ospedale. È bello anche vedere le famiglie che, mentre prima nascondevano il bimbo handicappato quasi fosse una maledizione, ora corrono da noi felici di vedere migliorata la situazione dei loro bambini.

Se devo definire la vita di missione, direi che è una vera e grande avventura, vissuta con Dio e che, come tutte le avventure, ha i suoi rischi, grandi rischi, ma alla fine essa ti dà il senso della compiutezza, della gioia piena che solo una vita donata pienamente ai fratelli per Cristo, con Cristo e in Cristo può darti.

Descrivere questa avventura e ogni suo episodio sarebbe interminabile lavoro, qui in conclusione ne accenno solo alcuni per darvi il gusto e invitarvi caso mai, prossimamente, a venirmi a trovare per ascoltare qualcosa dalla viva voce. Ad esempio ricordo:

Sì, Dio conta su di me per continuare la Sua opera di bene; Cristo conta anche su di te, giovane, uomo o donna che oggi leggi queste righe, perché anche tu hai ricevuto tanto e sei un dono di Dio per il mondo. Dio conta su di te!!!

"Gratuitamente avete ricevuto,
gratuitamente date!"

" un comando che Gesù ci ha dato ed è anche il mio augurio per me e per tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Che Dio ci ascolti e la Vergine Maria nostra Madre ci accompagni, ci sorregga e ci consoli.

Cari saluti a tutti e grazie.

Quaresima Missionaria 2006


 

Parrocchia San Giovanni Battista - Borno (BS)