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San Sebastiano: patrono della Polizia Municipale

Una pala della nostra Chiesa Parrocchiale, quella dopo il Battistero, riporta dipinto tra gli altri San Sebastiano, che è raffigurato nudo, legato e trafitto da frecce. Questo Santo è il patrono della Polizia Municipale. Da due anni, insieme a molti colleghi dei Comuni e della Provincia, partecipo in Duomo Vecchio a Brescia alla messa officiata in genere dal Vescovo titolare o ausiliare, in occasione della festa patronale che cade il 20 gennaio.

duomo brescia

Quest’anno è stata celebrata da Mons. Francesco Beschi, da poco nominato Vescovo di Bergamo. Una annotazione: nell’omelia Mons. Beschi ha esortato noi e quanti fanno questo lavoro a superare la cultura della diffidenza con quella della fiducia; parole valide anche per chi non fa il vigile.

Durante la celebrazione è stato letto un riassunto della storia di questo martire dei primi tempi della Chiesa. La specifica comune a tutti i martiri è quella di dare la vita per la fede in Cristo e anche la storia di Sebastiano testimonia questo. Facendo una ricerca in internet ho trovato delle notizie maggiori rispetto al riassunto sentito alla messa, che possono, senza ulteriori e superflui commenti, aiutare la riflessione in questi tempi forti.

Le notizie storiche su s. Sebastiano sono davvero poche (il più antico calendario della Chiesa di Roma, la “epositio martyrum” risalente al 354, lo ricorda al 20 gennaio e il “Commento al salmo 118” di s. Ambrogio), ma la diffusione del suo culto ha resistito ai millenni ed è tuttora molto vivo. Ben tre Comuni in Italia portano il suo nome e tanti altri lo venerano come santo patrono.

sebastiano
Pala dell'altare laterale della nostra chiesa parrocchiale

Maggiori informazioni sono riportate dalla “Passio”, una leggenda scritta probabilmente nel V secolo dal monaco Arnobio il Giovane. Sebastiano, che secondo s. Ambrogio era nato e cresciuto a Milano, da padre di Narbona (Francia meridionale) e da madre milanese, fu educato nella fede cristiana, si trasferì a Roma nel 270 e intraprese la carriera militare intorno al 283, fino a diventare tribuno della prima coorte della guardia imperiale a Roma, stimato per la sua lealtà e intelligenza dagli imperatori Massimiano e Diocleziano, che non sospettavano fosse cristiano.

Grazie alla sua funzione poteva aiutare con discrezione i cristiani incarcerati, curare la sepoltura dei martiri e riuscire a convertire militari e nobili della corte, dove era stato introdotto da Castulo, domestico della famiglia imperiale, che poi morì martire.

La leggenda racconta che un giorno furono arrestati due giovani cristiani, Marco e Marcelliano, figli di un certo Tranquillino. Nel tetro carcere i due fratelli stavano per cedere alla paura, quando intervenne il tribuno Sebastiano riuscendo a convincerli a perseverare nella fede; mentre nel buio della cella egli parlava ai giovani, i presenti lo videro circondato di luce. Tra loro c’era anche Zoe, moglie del capo della cancelleria imperiale, diventata muta da sei anni. La donna si inginocchiò davanti a Sebastiano il quale, dopo aver implorato la grazia divina, fece un segno di croce sulle sue labbra restituendole la voce.

Sebastiano per la sua opera di assistenza ai cristiani, oltre che per aver suscitato molte conversioni, fu proclamato da papa s. Caio “difensore della Chiesa”. Secondo la tradizione, dopo aver seppellito i santi martiri Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato, detti i Quattro Coronati sulla via Labicana, fu arrestato e portato da Massimiano e Diocleziano, il quale, già infuriato per la vociferata presenza dei cristiani persino nel palazzo imperiale, lo apostrofò così: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me, ingiuriando gli dei”.

Sebastiano fu condannato ad essere trafitto dalle frecce; legato ad un palo in una zona del colle Palatino chiamato “campus”, fu colpito seminudo da tante frecce da sembrare un riccio. Creduto morto dai soldati fu lasciato lì in pasto agli animali selvatici, ma la nobile Irene, vedova del già citato s. Castulo, andò a recuperarne il corpo per dargli sepoltura, secondo la pia usanza dei cristiani che sfidavano il pericolo e il rischio di venire arrestati pur di seppellire i loro defunti.

Accortasi che non era morto, Irene lo trasportò nella sua casa sul Palatino e lo curò dalle numerose lesioni. Miracolosamente Sebastiano riuscì a guarire e, nonostante il consiglio degli amici di fuggire da Roma, egli decise di proclamare la sua fede davanti agli stessi Diocleziano e Massimiano, proprio mentre gli imperatori si recavano per le funzioni al tempio eretto da Elagabolo in onore del Sole Invitto e poi dedicato ad Ercole. Superata la sorpresa e dopo aver ascoltato i rimproveri di Sebastiano per la persecuzione contro i cristiani, Diocleziano ordinò che questa volta fosse flagellato a morte.

L’esecuzione avvenne nel 304 nell’ippodromo del Palatino e il corpo fu gettato nella Cloaca Massima, affinché i cristiani non potessero recuperarlo e anche come segno pagano del proprio trionfo su Dio: impedire la sepoltura di un corpo per impedirne anche la resurrezione.

La tradizione dice che il martire apparve in sogno alla matrona Lucina, indicandole il luogo dov’era approdato il cadavere e ordinandole di seppellirlo nel cimitero “ad Catacumbas” della Via Appia.

Le catacombe, oggi dette di San Sebastiano, erano chiamate allora “Memoria Apostolorum” perché, dopo la proibizione dell’imperatore Valeriano del 257 di radunarsi e svolgere celebrazioni nei cosiddetti cimiteri cristiani, i fedeli raccolsero le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo dalle tombe del Vaticano e dell’Ostiense, trasferendoli sulla via Appia, in un cimitero considerato pagano. Costantino nel secolo successivo fece riportare nei luoghi del martirio i loro corpi, dove poi vennero costruite le celebri basiliche, mentre Via Appia si costruì la “Basilica Apostolorum” in memoria dei due apostoli.

Fino a tutto il VI secolo, i pellegrini che vi si recavano attirati dalla “memoria” dei ss. Pietro e Paolo, visitavano in quel cimitero anche la tomba di s. Sebastiano, la cui figura era per questo diventata molto popolare e quando nel 680 si attribuì alla sua intercessione la fine di una grave pestilenza a Roma, il martire venne eletto taumaturgo contro le epidemie e la chiesa cominciò ad essere chiamata “Basilica Sancti Sebastiani”. Il santo venerato il 20 gennaio, è considerato il terzo patrono di Roma, dopo i due apostoli Pietro e Paolo.

Le sue reliquie, sistemate in una cripta sotto la basilica, furono divise durante il pontificato di papa Eugenio II (824-827) il quale ne mandò una parte alla chiesa di S. Medardo di Soissons il 13 ottobre 826; mentre il suo successore Gregorio IV (827-844) fece traslare il resto del corpo nell’oratorio di San Gregorio sul colle Vaticano, inserendo il capo in un prezioso reliquiario, che papa Leone IV (847-855) trasferì poi nella Basilica dei Santi Quattro Coronati, dove tuttora è venerato.

Gli altri resti di s. Sebastiano rimasero nella Basilica Vaticana fino al 1218, quando papa Onorio III concesse ai monaci cistercensi, custodi della Basilica di s. Sebastiano, il ritorno delle reliquie risistemate nell’antica cripta; nel XVII secolo l’urna venne posta in una cappella della nuova chiesa, sotto la mensa dell’altare, dove si trovano tuttora.

Nell’arte antica s. Sebastiano fu variamente raffigurato come anziano, uomo maturo con o senza barba, vestito da soldato romano o con lunghe vesti proprie di un uomo del Medioevo.

Dal Rinascimento in poi diventò nell’arte l’equivalente degli dei ed eroi greci, celebrati per la loro bellezza come Adone o Apollo. Ispirandosi poi ad una leggenda del VIII secolo, secondo la quale il martire sarebbe apparso in sogno al vescovo di Laon, nelle sembianze di un efebo, pittori e scultori (fra i quali anche Michelangelo nel “Giudizio Universale”) cominciarono a raffigurarlo come un bellissimo giovane nudo, legato ad un albero o colonna e trafitto dalle frecce del primo martirio (non tenendo conto che fosse poi morto con il flagello).

Gabriele


1 2009


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