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Sommario

ripensandoci

Una serata indimenticabile a Borno

L'apertura del Triduo dei Morti vista dagli amici di don Giuseppe

Faccio parte di un gruppo di amici di don Giuseppe e riporto qui una bella esperienza che ho vissuto con loro a Borno il 22 febbraio, la sera dell'apertura del Triduo. Il gruppo si è formato nel corso di parecchi anni attraverso una serie di incontri che la vita ci ha riservato nei suoi sviluppi insospettati. Ecco che da Brescia, Roncadelle, Rovato, lseo, Milano, Garzone, arrivano a Borno, su invito di don Giuseppe, una ventina di persone perché lui, proprio lui, è un punto di riferimento per tutti noi.

Macchina del Triduo
"Machina del Tridio"

L'abbiamo conosciuto un po' alla volta mentre ci accompagnava sui suoi monti o nell'AIta Valcamonica, e

negli incontri conviviali che una o due volte all'anno si organizzano perché è bello stare insieme. Che cosa ci sorprende sempre di lui? È semplice, sa ascoltare, ha un sorriso disarmante, accenna ai lutti della sua gente, ma è subito aperto alla vita e al nuovo, ti fa dono dei prodotti della montagna che prepara con le sue mani, conosce le malghe, gli spinaci selvatici, (le sue cicorie o i funghi sott'olio sono squisiti) e, quando col passo svelto e sicuro apre la via sui sentieri, senti che la natura l'ha impastato. E poi sullo scaffale dei libri ho notato che ci sono i testi della Vanni Rovighi che in Cattolica a Milano era un pilastro della filosofia: dentro di lui c'è la quotidianità filtrata quindi dal sapere teologico della tradizione millenaria del Cristianesimo.

È orgoglioso della sua parrocchia e ti mostra con compiacimento i filmati con suoi fedeli che sfilano davanti a Giovanni Paolo II.

Arriviamo poco prima delle 19: l'aria è tersa e gelida; Venere, bellissima, brilla sopra la macchia nera della montagna. Galileo 400 anni fa puntava sull'astro il cannocchiale e rivoluzionava l'astronomia.

Entriamo nella chiesa affollata. La S. Messa si apre col canto fermo e solenne di don Giuseppe, segue l'omelia erudita del predicatore esterno che narra, con le citazioni bibliche, tutta la storia della Salvezza, e poi una serie interminabile di canti, litanie, preghiere.

Si accendono all'improvviso le luci della machina del Triduo: è tale la cascata di suoni e di luce che l'animo è preso da una suggestione in cui si mescolano riflessioni, emozioni e ricordi di tempi lontani. In questa specie di confusa meraviglia, cerco un filo cui aggrapparmi per non essere travolto dalla spettacolarità e dalla comunione psicologica che si è creata.

Durante il canto del Pange lingua, lo stupendo inno medioevale che celebra l'Eucarestia, trovo due versi che mi colpiscono: “Praestet fides supplementum/ sensuum defectui” (La fede dia un aiuto alla insufficienza dei sensi); frase che nel contesto si riferisce al tentativo di accostarsi e capire, per quanto possibile, il mistero dell'Eucarestia: con i sensi vediamo e gustiamo il pane e il vino, con la fede vediamo le cose che non appaiono e cioè in questo caso il Corpo e il Sangue di Cristo.

Crediamo in ciò che non vediamo, in ciò che non si può vedere, proprio perché il mistero nel suo contenuto profondo è impenetrabile. Ecco il punto cruciale: la fede. E mi si affollano le frammentarie conoscenze e ricordi sul tema: anzitutto Dante che per continuare il suo viaggio nei cieli del Paradiso (canto XXlV) deve, come uno scolaretto, subire l'interrogazione di S. Pietro e rispondere alla domanda: “Che cos'è la fede?”.

Naturalmente Dante non è uno sprovveduto e risponde con la definizione di S. Paolo “Fides est argumentum non apparentium” (La fede è la prova di cose che non appaiono). inoltre ricordo le definizioni di S. Agostino e quelle di S. Tommaso nel quale ultimo quell'argumentum viene interpretato non come una prova logica in senso filosofico o scientifico, ma dal punto di vista etimologico, ossia come stimolo del pensiero (arguens intellectum) verso l'eternità, come desiderio profondo e come aspirazione ultima dell'uomo.

Ma non mi è possibile concentrarmi sui pensieri e mi abbandono al canto unanime dei fedeli, partecipando alle preghiere ascoltate e apprese fin da piccolo. L'una mi ricorda la mia chiesa immensa con i pulpiti delle dispute, l'altra quel lessico latino incomprensibile, ma incantevole, e poi le formule del catechismo memorizzate e in fondo la forza persistente del Cristianesimo. Alla fine tutto si acquieta: le voci tacciono, le luci principali si spengono e mi chiedo il senso di tutto il tripudio che sto vivendo: è una metafora, è un simbolo in cui lo sfoggio della sensorialità non è fine a se stesso, ma rinvia a un'altra realtà, quella divina.

L'illuminazione fisica rappresenta e indica la luce metafisica. Con la fede si oltrepassa il mondo fisico e ci si apre al mondo divino, in cui trova spiegazione tutta la storia dell'universo e dell'uomo.

Un ultimo itinerario sulle scalette della machina del Triduo, di cui apprezzo il sapiente lavoro antico dei costruttori, e poi all'aperto ritrovo l'aria pungente e il cielo stellato. Segue il momento conviviale con la conversazione che si dipana in molte direzioni e don Giuseppe al centro, come in una Cena evangelica.

Infine i saluti e lo scambio dei doni. Venere non c'è più, è tramontata dietro la montagna nera e segue, come tutti gli esseri, il corso degli spazi e del tempo.

Durante il ritorno con le mogli, tra una chiacchiera e l'altra, mentre la luce dei fari buca il buio della notte, all'improvviso l'amico che guida esce con la domanda: “Che cos'è l'eternità? Non mi piacerebbe fosse immobilità”. Non so rispondergli e non voglio cimentarmi a rintracciare in S. Agostino le riflessioni sul tempo e sull'eternità. Certamente anche lui è colpito dalla cerimonia perché confessa che è molto felice di avere amici che lo fanno partecipe di esperienze cosi belle ed intense.

Dino Visini


1 2009


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