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ripensandoci

Il saluto e il compito

Nelle scorse settimane la nostra Chiesa che è in Brescia ha salutato uno dei suoi figli che, chiamato dapprima al sacerdozio e in esso all'ordine episcopale, per incarico del Santo Padre il Papa Benedetto XVI ha assunto la guida di una sua porzione di Chiesa; “sua” non perché egli ne diventi il proprietario, bensì il custode e la guida.

Stiamo parlando di mons. Francesco Beschi che per qualche anno è stato Vescovo ausiliare di Brescia e che ora è Vescovo ordinario della diocesi di Bergamo: una Diocesi di tutto rispetto, a noi confinante, ricca di tanta storia e tradizione, di fede e con un numero ancora molto significativo di sacerdoti e religiosi.

Come sopra detto, egli è figlio della nostra terra, della nostra terra bresciana, e figlio della sua fede sebbene, nascendo il 6 agosto 1951, gli anni della sua formazione sacerdotale lo hanno visto attraversare quel periodo così drammatico della nostra storia italiana come è stato il '68, con le sue derive ideologiche, con i suoi abbandoni nel campo della fede, con le sue utopie. Per chi lo ha vissuto nella salda fede cattolica, questo periodo della storia costituisce una vera e propria scuola che rafforza nella convinzione che solo i saldi principi, e non l'anarchia, costruiscono la buona e salda società umana.

Così Francesco diventava sacerdote il 7 giugno del 1975 in una Chiesa allora guidata dall'amato ed eccellente Vescovo Luigi Morstabilini, distinguendosi subito per le sue doti umane e sacerdotali che, nel tempo, lo hanno portato ad assumere svariati incarichi di responsabilità: direttore dell'ufficio famiglia prima e del Centro pastorale Paolo VI, pro vicario Generale, fino all'elezione nel 2003 a Vescovo ed oggi, dal 15 marzo scorso, alla guida della Chiesa di Bergamo.

Forse è utile spiegare brevemente cosa vuol dire Vescovo, anche perché, se un tempo forse era messo più in evidenza il prestigio che la persona aveva ricoprendo tale incarico, oggi, in questi tempi non facili, va più compreso il difficile compito che il Vescovo ha nella guida di una Diocesi.

Vescovo è il modo con il quale nella nostra lingua italiana si traduce la parola greca “episcopos” cioè custode, più propriamente uno che guarda dall'alto “uno che guarda con il cuore” (Benedetto XVI), colui che è “pastore e guardiano delle anime” a imitazione del grande pastore che è Gesù stesso (cfr.1Pt. 2,25).

Così, unito al Papa, appartenente al Collegio apostolico, il Vescovo è chiamato a governare una Chiesa locale (diocesi) che, sebbene particolare, è rappresentativa della Chiesa universale.

Il Vescovo è successore degli Apostoli di Cristo e ha nella chiesa diritti e compiti originali, intrasferibili e di diritto divino. Si fa dunque chiaro che essere chiamati a questa vocazione (soprattutto oggi) è, più che un onore, un consistente compito e una immensa incombenza. Se un onore c'è nel Vescovo è quello che trionfi la fede in Cristo e che i suoi Cristiani siano diffusori dell'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. “Mediante la successione apostolica è Cristo che ci raggiunge: (…) è Lui a parlarci; mediante le loro mani è Lui che agisce nei sacramenti; nel loro sguardo è il suo sguardo che ci avvolge e ci fa sentire amati, accolti nel cuore di Dio”. (Benedetto XVI 10 maggio 2006).

Certo, il Vescovo da solo non può arrivare ovunque ed ecco allora che si avvale dell'aiuto dei suoi sacerdoti. Qui si apre una dolorosa e problematica ferita oggi nella chiesa che è quella del venir meno in tanti giovani della stima del sacerdozio. Ciò anche a causa di genitori che, probabilmente anche cristiani di lunga tradizione, vedono l'entrata in Seminario di un figlio o comunque la scelta di consacrarsi al Signore, come una sventura e non come un dono. Pensiamoci, famiglie che ci diciamo cristiane, perché anche nostra, davanti a Dio, è la responsabilità del venir meno delle vocazioni.

Nel saluto che il nostro Vescovo Luciano Monari ha rivolto a Francesco Beschi che si accingeva a lasciare Brescia per la sua nuova destinazione, alla fine per ben quattro volte è risuonata la parola “pazienza”. Veramente il Vescovo deve essere un uomo paziente, parola che nel suo significato etimologico indica sofferenza e amore, paziente così, come Gesù, perché tanti e tanti sono i problemi che spesso è chiamato ad affrontare, tante e tante le persone che deve ascoltare e soprattutto tanta la fede che deve infondere, perché da essa nasca la speranza e cresca la carità.

Le parole del Vescovo i cristiani devono ascoltarle, leggerle e meditarle...

Con il nostro affetto e la nostra preghiera ora accompagniamo il nuovo Vescovo di Bergamo nel suo ministero chiedendo a Maria, Regina degli Apostoli, di mantenere tutti i Vescovi del mondo nella sapienza e nella verità e soprattutto uniti al Papa, e chiediamo senza paura, senza vergogna o senso di inferiorità ai nostri giovani di pensare quantomeno la possibilità di abbracciare il sacerdozio... I doni del Signore sono grandi e, chissà, forse Borno un giorno avrà un altro Vescovo...

Don Alberto


Pasqua 2009


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