Parrocchia san Giovanni Battista - Borno Parrocchia san Giovanni Battista - Borno Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

Sommario

Editoriale

“La classe non è acqua!” Dopo un successo professionale, un’impresa sportiva – magari meno infelice della Nazionale Italiana ai Mondiali di Calcio – dopo un’esaltante esibizione artistica capita che ci complimentiamo con i protagonisti dell’evento esclamando questa espressione.

Non sappiamo come sia nata, ma essa sembra voglia sottolineare che talento, capacità, intuizione non sono così diffusi come l’acqua che, almeno nel nostro paese di montagna, sgorga da ogni dove.

“Sembra la squadra dell’oratorio”, “questo non è il giornalino parrocchiale”, “è proprio un guidatore della domenica”... sono altri modi di dire che, guarda caso, sono sempre rivolti ai vissuti delle comunità cristiane, e sembrano evidenziare come molte nostre iniziative, pur essendo riconosciute frutto di buona intenzione e volontà, vengano considerate poco professionali, appunto poco di classe.

Accogliendo queste battute come positivo invito a fare sempre più bene il bene che possiamo fare e testimoniare, a noi piace comunque rimanere dalla parte dell’acqua.

Da sempre essa è e rappresenta la vita, dono non per pochi ma per tutti; è elemento prezioso che, magari, noi sprechiamo perché ne disponiamo ancora in abbondanza, mentre in altre parti del mondo la gente ne soffre la mancanza.

In ogni cultura, come per altri elementi essenziali, l’acqua assume tanti significati ed è sufficiente aprire la Bibbia per essere inondati da una serie infinita di simbologie legate all’acqua.

Il nome del nostro patrono – celebrato anche quest’anno, oltre che con addobbi esterni molto belli grazie al lavoro di numerosi volontari, con diversi momenti di preghiera anche per le vie del paese – è seguito dalla qualifica della sua missione: il Battista, ovvero colui che battezza, che immerge nell’acqua, quell’acqua che rappresenta la grazia di cui tutti abbiamo bisogno per irrorare le nostre aridità e trasformarci in qualcosa di bello, di grande, di vero.

Certamente in questi anni per la nostra comunità don Alberto è stato una fontana dalla quale ragazzi e giovani, ma non solo loro, hanno potuto attingere amicizia, sostegno e gusto per quella liturgia che, da segno esteriore, può trasformarsi in occasione per vivere e aumentare sempre più la stessa amicizia con il Signore.

Una donna ce l'ha fatta ad essere piena di grazia e fonte di bellezza. È stata Lei la prima creatura che ha raggiunto quella vetta, quella classe, probabilmente lontana dai parametri del mondo, ma che è riservata in dono non per pochi, ma per chiunque, come Maria e con Maria, abbia il coraggio di alzare gli occhi verso l’Infinito per accogliere la Sua volontà e attendere le grandi cose che Egli ha pensato per ciascuno di noi.

La redazione


Estate 2010


L'Assunta

Nelle notti d'estate il cielo sereno ci invita a guardare in alto e a lasciarci sorprendere dal mistero racchiuso nell'ordine e nello splendore del cosmo infinito che ci sovrasta, e il pensiero corre lassù, per cercare una risposta alla domanda: “Cosa c'è oltre questa bellezza?”.

Noi credenti rispondiamo: “C'è Dio, c'è la gloria divina, ci sono i santi del paradiso, c’è la Vergine Maria assunta in cielo corpo ed anima”.

festa assunta

La festa della Madonna Assunta ci permette di riflettere su ciò che ci aspetta, su ciò che stiamo vivendo come pellegrini in attesa di entrare nel Regno dei cieli, il regno della gloria. L’Assunta, nella nostra fede, è infatti il segno della nostra glorificazione.

Maria nel Magnificat loda la Grazia di Dio scesa su di lei, ma con lei la Chiesa stessa, che è il luogo delle meraviglie del Signore. La madre di Gesù sta davanti agli uomini come “sacramento”, cioè segno che indica dove sta la salvezza e come riceverne i frutti. In lei noi tutti scopriamo la predilezione di Dio per l'uomo, da lui voluto, amato e redento in Cristo Signore.

La festa dell'Assunta è perciò garanzia anche della nostra risurrezione perché, nella promessa della gloria, noi saremo là dove è la Madre del Signore e madre nostra. Come il corpo immacolato della Vergine non poteva patire corruzione, così il nostro corpo corrotto dal peccato e dalla morte non può subire l'annientamento totale, perché Dio non vuole la morte eterna, ma la vita senza fine.

Risorgeremo e vedremo tutto ciò che è del Padre e il valore infinito della redenzione che nel Figlio suo godiamo.

Intanto nell'attesa di quel giorno beato, la festa dell'Assunta ci chiede di guardare al cielo e al nostro destino eterno, ma anche alla terra, ai fratelli, all'uomo che domanda rispetto per la sua dignità. L'Assunta ci ricorda che l'uomo non è solo carne, stomaco, istinti, perché ha un'anima immortale e una patria finale: il cielo.

Guardare al cielo della gloria non deve però distogliere l'attenzione di chi domanda il rispetto per la sua umanità, per i suoi valori, e chiede di non essere giudicato, ma illuminato dalla verità; chiede di essere accompagnato nella fatica, come la Vergine si fece accanto alla cugina Elisabetta, chiede di essere riaccolto dopo il tradimento come Pietro dopo aver rinnegato il maestro nella Passione.

Questo modo di essere è oggi un po' anticonformista rispetto alle regole non scritte del mondo, ma è proprio la Vergine Maria la nostra ancora di salvezza.

Lei è il segno della consolazione e della sicura speranza, proprio per quei cristiani che accettando di camminare contro corrente, non volendo adeguarsi al comune desiderio di apparire, di cercare l'onore in questo mondo, aspirano all'unica vera ricompensa: quella della gioia eterna di stare con i Santi, con Maria ed il suo Figlio, nella luce inesauribile di Dio.

Don Francesco


Estate 2010


San Giovanni Battista: un patrono quanto mai attuale

Abbiamo celebrato nel mese di giugno la festa patronale di San Giovanni Battista, cioè festa per ricordare il santo che i nostri antenati hanno scelto perché fosse loro patrono, ci difendesse, ci accompagnasse come un padre.

San Giovanni ha molti motivi per essere stato scelto come patrono di Borno, anche se oggi non sembrano molto sentite le sue caratteristiche. Invece la figura di San Giovanni è attualissima.

San Giovanni Battista

Egli è stato un grande personaggio con forte personalità a livello umano. Uomo rude, integro, con uno stile netto, senza ambiguità e di grande coerenza, Giovanni Battista incarna l'uomo retto che tutti vorremmo stesse davanti a noi e ci indicasse la via, ci ricordasse quali sono le cose che valgono e quelle di scarso valore.

In fondo questo profeta realizza in sé quel desiderio che la nostra stessa coscienza vorrebbe concretizzare, ma di cui poi deve constatare l'esito fallimentare.

Così la sua scelta di vita risulta assai poco praticabile ai più, forse perché ciò che umanamente Giovanni Battista incarna è tanto lontano dal modo attuale di stare al mondo, da ritenere il suo ideale irrealizzabile oggi.

Se l’abitudine al comportamento furbo, giustificato a volte da oneri troppo gravosi per restare onesti, in un passato lontano era l’eccezione, oggi è quasi diventato una regola.

Così la chiarezza nel dare un nome ai mali che contaminano l'uomo, ottenuta nel confronto continuo con la legge divina, faceva di San Giovanni un uomo capace di dire la verità senza temere la vendetta, mentre oggi impera l’autoassoluzione da ogni tipo di colpevolezza.

Oggi certo il mondo è più complicato e non esiste più solo il bianco e il nero, capaci di evidenziare chiaramente la verità.

Così tra le molteplici gradazioni del nostro linguaggio giustificatorio si arriva ad affermare verità ciò che da sempre era il suo contrario, o ad annacquare tanto la verità scomoda da non riuscire più a rintracciarla, mescolata a tanti pettegolezzi e opinioni personali.

Cosa dovremmo fare noi? La risposta a questa domanda la possiamo trovare nella riscoperta di ciò che ha animato la vita del Battista ed ha infiammato la sua predicazione, che è, del resto, la stessa risposta che si fa criterio ultimo di giudizio della vita di noi uomini: Dio.

Allora ciò che noi dobbiamo fare, onorando il nostro patrono San Giovanni, è “riportare Dio al centro”, riscoprirne l'essenza, lasciare che rivelandosi illumini e dia un significato stabile al nostro vivere.

Mutuando il senso della nostra esistenza dalla stessa natura amorevole, eterna, immutabile di Dio, non ci parrà fuori dal tempo la scelta di coerenza di San Giovanni e il desiderio di verità che caratterizzarono la sua breve vita.

Anzi, diventerà realtà l’utopia di ritornare a far coincidere il desiderio del buono, del vero, del bello, che la coscienza aspira a realizzare, con il nostro concreto vivere di uomini in questo mondo post moderno.

D.F.


Estate 2010


Dopo la festa patronale

Colgo l’occasione che mi dà questo bollettino parrocchiale per esprimere il mio profondo apprezzamento riguardo a come è stata accolta la proposta di celebrare la festa patronale di San Giovanni Battista nel suo giorno liturgico, il 24 giugno.

Ero timoroso che celebrando in giorno feriale la festa potesse essere vissuta in tono minore, ma mi sembra, invece, che non sia stato affatto così.

Sono molto contento per la bella riuscita della preparazione, con le tre celebrazioni della Via Matris, Via Crucis, Via Lucis nelle parti del paese non toccate da altre processioni. Le persone sono state fedeli ai tre appuntamenti, così come ben preparato con lumini e fiori è stato l’itinerario per queste vie.

Anche la giornata del 24 giugno è stato molto soddisfacente perché c’è stata una presenza superiore alle mie aspettative, sia alla Messa del mattino con il Vescovo Mons. Vigilio Mario Olmi, che alla Messa serale e alla processione con il Santo Patrono, portato in spalla dagli uomini delle varie contrade di Borno.

Molto bella la processione che, come ricordava Mons. Olmi, si è percepito essere “dei bornesi” i quali, partecipando numerosi ed abbellendo le vie, hanno dato un tono di suggestione religiosa e di solennità che non hanno lasciato spazio al folklore.

La conclusione senza ritorno alla chiesa parrocchiale, ci permetterà anche il prossimo anno di terminare in un altro punto del paese con la benedizione finale del Santo Patrono.

Un cenno di merito va fatto a quanti hanno dedicato molte ore a preparare l’addobbo floreale della piazza e del sagrato. Non ho potuto fare visita mentre eravate “all’opera”, ma mi riprometto di farlo in un’altra occasione, ringraziandovi ora per la grande volontà dimostrata nel dare tono e visibilità alla festa nel paese ed anche con i villeggianti.

Ringrazio poi, senza farne un lungo elenco, tutti coloro che a vario titolo hanno fatto in modo che la festa riuscisse dentro e fuori dalla chiesa.

Naturalmente raccogliamo l’invito di San Giovanni Battista a rimanere svegli e a preparare “le vie del Signore”. Così già ci rimettiamo in moto, cercando nuove idee per fare meglio il prossimo anno quello che abbiamo già fatto molto bene quest’anno.

Grazie a tutti.

Don Francesco


Estate 2010


Tutti siano una cosa sola

La comunità cristiana nata a Gerusalemme, vive a Brescia
Lettera pastorale 2010-2011 di Mons. Luciano Monari Vescovo di Brescia

“Tutti siano una cosa sola”, la nuova lettera pastorale si compone di una introduzione, di tre capitoli e di una conclusione. Nell’ampia introduzione il Vescovo avvia la riflessione a partire dalla nascita della comunità cristiana, “a Gerusalemme, nel cenacolo dell’ultima cena”. Da lì, come da una sorgente, scaturisce la comunità cristiana. È lì che è stata stabilita la regola che deve legare i membri di quel primo nucleo di Chiesa: la regola del servizio, dello spendere la propria vita, la regola della vita donata per amore, perché questo è in sostanza il testamento di Gesù. In questo amore reciproco Gesù continuerà nella storia a fare quello che ha sempre fatto: amare e dare la vita. Il suo amore, in questo modo, raggiungerà i discepoli per trasmettere loro l’amore infinito del Padre. Questo amore li renderà creature nuove, uomini e donne capaci di fare della propria vita un dono d’amore per gli altri.

Viene, poi, la prima parte della Lettera che propone una riflessione approfondita sul dono dell’amore. È molto interessante ciò che il Vescovo afferma in proposito. Mons. Monari ricorda che l’umanità tutta è attraversata da una corrente inesauribile d’amore che proviene da Dio e che sostiene il mondo. Tutti gli uomini sono amati da Dio, ma, come sottolinea ancora il Vescovo, solo i credenti ne sono consapevoli e tentano di corrispondere a questo amore. Il loro amore si fa storia, prende concretezza nelle pieghe della vita e della quotidianità.

Da qui discendono alcune conseguenze pratiche che costituiscono la seconda parte della Lettera, intitolata “Noi siamo il corpo di Cristo”. Nella logica dell’essere corpo di Cristo, Gesù sceglie e manda alcuni perché operino in obbedienza al suo mandato. Sono i sacerdoti che, come presbiterio, costituiscono quello che mons. Monari definisce “un unico sacramento”. Attraverso i sacerdoti chiamati a vivere al meglio la comunione, Cristo, oggi, si rende presente anche a Brescia. La nuova Lettera tocca poi la legge dei rapporti nella Chiesa: molte membra, unite a formare un solo corpo. I ministri ordinati, le persone consacrate e i laici esprimono doni e vocazioni diverse che trovano sintesi nello stesso e unico amore. La meta comune è quella di portare il mondo a Cristo, dandogli la sua forma. E ciò avviene attraverso l’ascolto della Parola, la celebrazione dei sacramenti, la testimonianza della carità. L’edificazione della comunità è dunque compito di tutta la Chiesa.

La terza parte della lettera (“Diventare una cosa sola”) pone in evidenza il mistero di Dio Trinità, pienezza e perfezione della comunione. Proprio perché i cristiani credono in un Dio uno e trino, l’ideale della loro vita deve essere quello della “pluralità unita nell’amore”: un solo corpo e molte membra, una sola famiglia umana e molte culture, lingue, esperienze, persone.

La comunione è la legge fondamentale della Chiesa e, secondo questa legge, devono prendere forma e crescere tutte le realizzazioni di Chiesa: la famiglia, la parrocchia, famiglia di famiglie, che raccoglie tutti intorno alla medesima eucaristia. Il Vescovo mette l’accento, poi, su una terza realizzazione di Chiesa molto interessante e per certi versi originale: quella della “piccola comunità territoriale” che consente, dentro la parrocchia, di intessere legami concreti tra gruppi di famiglie a partire dalla fede condivisa. Mons. Monari mette particolarmente in evidenza il tema delle unità pastorali, che uniscono più parrocchie attraverso un progetto pastorale condiviso che si traduce in un programma attuato nella collaborazione e nella corresponsabilità.

Il Vescovo ricorda poi la diocesi, la Chiesa locale in senso proprio, vive in comunione con le altre diocesi e, in particolare, con quella di Roma e con il suo Vescovo, che costituiscono, insieme, la Chiesa cattolica universale. Lo stile della comunione è dato dalla sinodalità, dal camminare insieme, che si traduce nella valorizzazione degli organismi di partecipazione e nella disponibilità a lasciarsi illuminare e condurre dalla Parola di Dio.

Nella conclusione il Vescovo sollecita i consigli pastorali parrocchiali ad avvalersi della sua Lettera come di uno strumento di riflessione, di approfondimento e di verifica per giungere a una forma di pastorale integrata, frutto di discernimento comunitario alla quale partecipino responsabilmente tutte le componenti della vita ecclesiale.

Mons. Monari chiude la Lettera indicando nella pratica della comunione un itinerario educativo capace di ricadute importanti e preziose anche per la società, oltre che per la Chiesa.

Mons. Gianfranco Mascher
Vicario Generale della diocesi di Brescia


Estate 2010


Vocazione sacerdotale: sentirsi responsabili verso tutti

Vi ringrazio e vi benedico di cuore

Lo scorso 11 giugno Piazza san Pietro, cuore della chiesa cattolica, ha visto la chiusura dell’anno sacerdotale con la presenza di più di quindicimila sacerdoti provenienti da ogni parte del mondo, radunati attorno al Santo Padre. È stata una grande emozione per me essere in quei giorni a Roma con i miei genitori e alcuni miei compagni di classe e poter partecipare a quell’evento così da vicino.

La parola evento è proprio quella che maggiormente credo possa descrivere quella circostanza. La Chiesa stessa è un evento: l’avvenimento del Cristo risorto che investe la storia e la vita di ogni singolo fedele. Essere li, in quei giorni è stato proprio come rivedere con gli occhi e con il cuore cosa significhi appartenere a Cristo nel suo corpo, che è la chiesa.

Con i miei compagni di classe abbiamo voluto ricordare il nostro anniversario di ordinazione sacerdotale, sempre l’11 giugno ma di cinque anni fa. Insieme al Papa e a tutti i sacerdoti presenti abbiamo rinnovato le promesse sacerdotali, cioè quegli impegni che ogni sacerdote pone nelle mani del proprio vescovo nel giorno della propria ordinazione.

Quando si guarda indietro alla propria vita, e alle scelte fatte, è necessario interrogarsi sul senso e su quali siano gli ideali veri che si sono scelti come fondamento. Che senso ha la storia? Che senso ha la storia personale di ciascuno di noi? Che senso ha la mia storia vocazionale, cioè di “chiamato”?.

“In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto
di tutto ciò che esiste” (Gv 1, 1-3)

San Giovanni esprime il senso della storia, della vocazione di ciascuno di noi. Cristo è il principio della storia (“…in principio era il Verbo…”): questo rende sacra ogni vicenda personale, ogni fatto, ogni circostanza perché essi sono posseduti e voluti da Dio. Dire che “…in principio era il Verbo…” e che le cose esistono per Lui, significa che il fondamento di ogni storia è l’amore.

don Alberto

Sono testimone che al principio, all’inizio della mia storia vocazionale, sta l’amore di Dio L’ho sperimentato in questi anni a Borno. La vocazione sacerdotale è essere scelti in Cristo prima ancora che il mondo potesse esistere: è per un grande progetto nella mente di Dio; è per una responsabilità nuova e più vasta.

L’apostolo Paolo scrivendo agli Efesini, indica due motivi per cui Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo, motivi che definiscono anche il senso di ogni vocazione sacerdotale.

“Ci ha scelti a lode e gloria della Sua Grazia” (Ef 1, 6-12). La prima ragione è che siamo stati chiamati per Lui. E quale ragione aveva Dio per scegliere proprio me? Una sola: l’amore. Mi ha amato. Non c’è un’altra ragione adeguata perché mi abbia scelto prima che io esistessi. Non mi ha scelto per dei particolari meriti che ho acquisito. La vocazione sacerdotale non è dettata da un alto senso di altruismo, ma è un avvenimento, un fatto straordinario: Dio ti sceglie e ti costituisce dispensatore dei santi misteri, perché in ogni parte della terra sia offerto il sacrificio perfetto, e con la parola e i Sacramenti si edifichi la Chiesa.

“… in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della Sua gloria…” (Ef 1, 14). La seconda ragione che definisce il senso della vocazione sacerdotale è che “si è scelti per la missione”. Ciò che rende appassionante la vocazione è la responsabilità missionaria “in attesa della completa redenzione di molti”. Questo rende la vita un lavoro, un compito. L’uomo trova gusto nel lavoro perché in esso si realizza, mettendo a frutto la sua intelligenza, i suoi doni e la sua volontà.

Dio mi ha chiamato ad una cosa sola: collaborare all’opera della Redenzione di tutti.

La vocazione sacerdotale è questo: sentirsi responsabili verso tutta l’umanità; chiamati a collaborare all’opera di Cristo perché debitori verso tutti di ciò che abbiamo ricevuto.

Vedo l’obbedienza al Vescovo nel chiedermi di assumere il nuovo incarico come curato di Castel Mella, come la fedeltà a questa storia di amicizia con Dio: Lui mi ha scelto, Lui mi ha chiamato e Lui mi manda in missione dove sente che la mia presenza è necessaria.

Tradire questo significherebbe per me rinnegare la mia storia e la mia vita.

Nella piazza gremita da così tanti sacerdoti sono risuonate le parole del Papa sul buon pastore, che è il sacerdote, che da la vita per il suo gregge.

Ora anche per me (come ormai sapete) è giunto il momento di salutare Borno e di prepararmi a dare la vita per un’altra porzione del gregge di Cristo.

Mi preparo a questo facendo memoria del bene che ho ricevuto dai bornesi, gente buona che fa sentire il sacerdote amato, nella quale ancora pulsa il senso della pietà e della carità cristiana.

Grazie per lo sguardo buono di questi giorni, per le parole dette ma anche per i silenzi che, a volte, esprimono più delle parole.

Sono convinto che con il vostro affetto anche don Simone si sentirà parte di questa nostra famiglia; a lui auguro ogni bene.

Mi preparo al saluto chiedendo perdono per le mie “lentezze”, in particolare verso quei giovani che non sono riuscito a raggiungere.

Porto nel cuore tanti ricordi e tanti volti incontrati, ognuno dei quali racchiude storie diverse per me tutte preziose.

Mi preparo anche se con un pizzico di fatica, con la consapevolezza che nella Chiesa si è chiamati a un servizio indicato dal vescovo, e con la serenità che “non alla pietra tocca fissare il suo posto, ma al Maestro dell’opera che l’ha scelta…” (Paul Claudel, da “L’annuncio a Maria”) Con la mente torniamo alle immagini di piazza San Pietro.

Pensiamo al cuore di ognuno dei sacerdoti presenti, alle preoccupazioni e ai sentimenti che ognuno si porta dentro, e accompagniamoli con l’affetto e la preghiera, con essi il popolo cristiano, che ama i suoi figli sacerdoti, li comprende nella loro umanità e anche nelle loro insufficienze.

Da questa preghiera e da questo affetto sono certo di sentirmi accompagnato fin d’ora e per questo vi ringrazio e vi benedico di cuore nella certezza che tutti apparteniamo al grande cuore del Signore, di Maria e alla Chiesa che ci è Madre.

Don Alberto


Estate 2010


In ricordo di Don Andrea Cobelli nel ventesimo anniversario della morte

don Andrea Cobelli

Il 25 agosto 1990 è una data importante per la nostra parrocchia perché venti anni fa, nel suo letto, in casa canonica, moriva Monsignor Andrea Cobelli, Don Andrea per tutti i suoi parrocchiani, parroco di Borno dal 1980.

Non era camuno, perché era nato il 2 luglio 1923 a Palazzo sull’Oglio. Divenne sacerdote nel 1953, e fu inviato come curato novello nella parrocchia di Gianico. Rimase alcuni anni in quella parrocchia e poi divenne parroco di Fraine.

Dal 1966 al 1979 fu inviato dal vescovo a lavorare nella parrocchia romana di Gesù Divin Maestro, allora gestita dalla diocesi di Brescia, ma poi ritornò nel bresciano ed i superiori gli affidarono Borno, prima come coadiutore e poi per un decennio esatto come parroco del capoluogo dell’altopiano del sole.

Chiedendo a chi lo ha conosciuto bene quali fossero stati i suoi tratti caratteristici e particolari la parola “mansuetudine” sintetizza bene il suo spirito di uomo e di sacerdote.

Gli appartenevano la semplicità della persona, il servizio generoso alla sua comunità, la presenza certa in chiesa e la ampia disponibilità per le confessioni. Niente diceva “suo” e si presentava sempre sorridente alle persone che per vari motivi lo cercavano, magari con le loro pene nel cuore.

Nutriva una sana preoccupazione per la parrocchia di Borno alla quale era molto affezionato e nella quale aveva espresso il desiderio di essere sepolto.

È sempre stato molto legato agli anziani, agli ammalati, alle famiglie, e anche ai frati dell’Annunciata. Non gli appartenevano l’arroganza o l’autoritarismo poiché amava di più lavorare senza clamori o applausi, come anche favorire coloro che intendevano impegnarsi nella parrocchia.

Durante il suo servizio a Borno è stato ristrutturato l’attuale oratorio. La sua parsimonia ha permesso di raccogliere tante briciole, che gli hanno permesso di lasciare a chi gli è succeduto i fondi necessari per completare le opere attuate successivamente.

Contemporaneamente all’essere sacerdote era certamente vero uomo. Operaio in fabbrica nel settore tessile, lasciò un buon ricordo anche in quel campo, tanto che alcuni dei suoi ex compagni di lavoro di Palazzolo lo venivano sempre a salutare quando erano in vacanza a Borno.

Prima di entrare in seminario aveva dovuto prestato il servizio militare e venne anche fatto prigioniero in Germania per 32 mesi durante la seconda guerra mondiale, lasciandogli un’esperienza che lo segnò profondamente e che mai dimenticò.

Le caratteristiche di Don Andrea ne fanno un uomo grande, che cercò di mettere in atto sinceramente il Vangelo.

Ricordando la discussione degli apostoli su chi fosse tra loro il più grande, la risposta di Gesù fu “chi vuol essere il primo sia servo di tutti”. Questo senza ombra di dubbio è stato per la Chiesa e per la comunità di Borno Monsignor Andrea Cobelli, il nostro Don Andrea.

Gabriele


Estate 2010


Corpus Domini, Sacramentum Caritatis

Sacramentum Caritatis è una delle espressioni usate da san Tommaso d’Aquino riguardo l’Eucaristia, una felice espressione ripresa da papa Benedetto XVI come titolo dell’esortazione postsinodale, in continuità con la sua prima enciclica Deus Caritas Est.

È una espressione che dice in altre parole che il Corpo del Signore è il Sacramento dell’Amore, è Dio Amore che si dona a noi attraverso il Figlio, per renderci a sua immagine e somiglianza: Amore! Nella chiesa antica l’Eucaristia spesso era chiamata anche agape - amore, oppure pax – pace.

E “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra” è il nostro pregare proprio all’inizio della Santa Messa, la gloria di Dio Amore e la sua Pace sulla terra.

Quando prendiamo e mangiamo del Corpo di Cristo nella Comunione, ci nutriamo di Amore e di Pace, ed Amore e Pace possiamo diventare. Amore e pace non di questo mondo, ma l’Amore, la Pace di Cristo, presenti nel suo Corpo, il Corpus Domini, espressione che è venuta a designare oggi anche la festa del Corpo e Sangue di Cristo.

Prezioso dunque è il giorno del Signore in cui si festeggia, con gioia e gratitudine, il Corpo del Signore, tempo privilegiato per camminare verso Dio.

È questo un atto della nostra volontà: incamminarci, deciderci per Cristo, percorrere la Sua Via che è Verità e Vita. Uscire da noi, dal nostro io, per andare verso Lui, nostro Dio. Pronunciare il nostro fiat ad imitazione di Maria, Madre di Dio e Madre nostra, pronunciare il nostro “sì” in piena libertà e totale fiducia nel Signore.

Così, camminiamo, fedeli, verso Dio, che è Amore e Pace.

Prezioso è il giorno del Signore in cui si festeggia, con gioia e gratitudine, il Corpo del Signore, tempo privilegiato per sentirsi uniti davanti a Dio. Insieme, uno accanto all’altro, nella nostra chiesa riceviamo un unico pane per diventare da tante membra un unico corpo.

Questa unità non ci appartiene per la nostra estrazione sociale o per il nostro stare bene insieme, né tanto meno per la nostra volontà d’essere uniti: è l’Eucaristia che ci raduna e ci unisce, è l’Eucaristia che ci invita ad aprirci all’altro per essere una cosa sola, è l’Eucaristia che ci dona la forza di comprenderci e riconoscerci fratelli.

Così sentiamoci uniti e sosteniamoci fedeli a Dio, che è Amore e Pace.

Prezioso è il giorno del Signore in cui si festeggia, con gioia e gratitudine, il Corpo del Signore, tempo privilegiato per camminare con Dio.

Lui è il senso del nostro procedere e questo è il significato della processione del Corpus Domini: portare per le strade del nostro paese l’Eucaristia lasciando che Lui sia guida, meta e luce.

Il nostro peregrinare in questo mondo ha un senso solo se camminiamo con Lui, se ci affidiamo al suo passo e lasciamo che Lui sia la nostra misura, Lui che è misura infinita.

Così, camminiamo, fedeli, con Dio, che è Amore e Pace.

Prezioso è il giorno del Signore in cui si festeggia, con gioia e gratitudine, il Corpo del Signore, tempo privilegiato per inginocchiarsi davanti al Signore.

Adoriamo e glorifichiamo Dio incarnato, Dio fatto uomo, Dio morto e risorto e vivo in mezzo in noi! Inginocchiamoci davanti a Dio che è Amore vivo! Lasciamoci stupire da Cristo che vive, qui e ora, tra noi: è, sì, Mistero della Fede, ma è nello stesso tempo Mistero da vivere, possibilità reale che la Fede diventi vita, che noi diventiamo il corpo di Cristo, sue membra che vivificano Amore.

Così, inginocchiamoci, fedeli, davanti a Dio, che è Amore e Pace.

Corpus Domini, Sacramentum Caritatis: che in questo giorno del Signore dedicato al Suo Corpo e al Suo Sangue possiamo affidarci alla Sua Volontà come fanciulli tra le braccia del padre, lasciandoci trasformare dal Suo Amore e dalla Sua Pace.

A gloria del Divin Padre.

M.B.


Estate 2010


Mese di Maggio

Questo mese dell’anno, nella tradizione cristiana, è dedicato alla Vergine Maria. Ha questa speciale caratteristica che non saprei spiegare in altro modo se non collegando, per analogia, la vita che rigurgita nella natura dopo l’inverno esprimendosi con i suoi colori, profumi, primizie, alla vita nuova che la Vergine Maria porta con sé manifestandosi nella lode a Dio, nella premura per la cugina Elisabetta e nell’attesa operosa della nascita del frutto amato del suo grembo.

Ecco perché la tradizione popolare ha dedicato alla Vergine i giorni del quinto mese, recitando il Santo Rosario. Col Rosario la fede popolare vuole certo onorare la Vergine Maria, ma soprattutto rimeditare i Misteri della vita di Gesù. È lui, infatti, il centro della più nota preghiera litanica mariana.

Mentre si sgrana la corona, la bocca pronuncia le parole semplici e profonde dell’Ave Maria, riprese dall’annuncio dell’Angelo alla Vergine, dalla lode del Magnificat e del Benedictus e dalla invocazione fiduciosa della gente, che nel bisogno si affida alla Madre di Dio.

Il Rosario non è affatto una forma vecchia e sorpassata di esprimere la fede, come alcuni dicono. È invece il modo più semplice ed efficace per richiamare alla memoria del cuore e della mente le meraviglie che Dio ha fatto per noi attraverso il Figlio suo Gesù, per insegnare come pregare attraverso le formule tradizionali della Chiesa, per indicare la via più breve nel presentare, attraverso l’intercessione della Madre, i nostri bisogni al Figlio, affinché venga in nostro soccorso.

Quest’anno abbiamo riproposto la pratica della recita del rosario nel paese, ma invece di spostarci di luogo in luogo, abbiamo invitato le persone a dare vita ad un gruppo del Rosario. Ne sono stati costituiti tredici, più o meno frequentati, ma che comunque sono stati punto di riferimento per chi voleva pregare insieme.

Ringraziamo coloro che hanno messo a disposizione il loro cortile per la preghiera in via Calagno, Via Don Moreschi, Via Rivadossa, Piazza Roma, Via Cimavilla, Via Fonte Pizzoli, Chiesa della Dassa, Via San Fiorino, Via Gorizia, Via Giardini, Via Bernina, Casa Albergo e Paline.

Molte persone hanno partecipato in ogni gruppo, anche perché era più facile partecipare, e noi sacerdoti li abbiamo visitati pregando con loro.

Quest’anno, poi, volevamo coinvolgere in modo particolare i bambini con le loro famiglie. Un buon numero di ragazzi è stato fedele, segnando nella propria scheda la presenza.

Nella celebrazione di chiusura abbiamo onorato la Vergine Maria con la Santa Messa, al termine della quale ogni bambino ha ricevuto in dono una piccola icona della Madonna che li aiuterà a continuare nella preghiera anche gli altri giorni dell’anno.

Grazie a tutti voi che avete risposto alla chiamata della Vergine Maria in questo mese di maggio.

D.F.


Estate 2010


Pellegrinaggio all’Annunciata

Il mese di maggio, ricordavo, è dedicato alla Vergine Maria e si recita il Santo Rosario in suo onore.

Si unisce così la domanda di intercessione con l’attesa della risposta divina, favorita dalla Vergine Madre.

Questo mese così particolare si è concluso per la parrocchia di Borno con un pellegrinaggio a piedi dalla nostra chiesa al santuario dell’Annunciata.

Il senso del pellegrinare, come sappiamo, richiama essenzialmente il tempo nel quale noi uomini viviamo in attesa di giungere al momento ultimo dell’esistenza terrena, nel quale si aprirà la porta per la vita dopo la morte.

Ecco perché fare un pellegrinaggio è camminare pregando, come si cammina ogni giorno incontro al Signore.

Noi Bornesi abbiano compiuto questo gesto iniziando il nostro cammino in amicizia dalla piazza del paese, percorrendo la strada bassa che partendo da Borno prosegue poi sulla strada asfaltata che scende da Ossimo recitando il Santo Rosario.

santuario dell'Annunciata

La chiesa dell’Annunciata ci ha accolti per la preghiera finale ed è stata una sorpresa vedere quanto era gremita di bornesi, grandi, piccoli e famiglie: un bel segno che va ben oltre la opportunità offerta quella sera di riempire folcloristicamente alcune ore.

Il ritorno in pullman o a piedi è stato poi come darci l’appuntamento per il prossimo anno, quando renderemo omaggio di nuovo alla Vergine che ci accompagna fin da ora nel nostro cammino verso il cielo.


Estate 2010


Un pellegrinaggio che mi ha aiutato a crescere

Lo scorso 28 maggio la nostra comunità ha compiuto l’ormai tradizionale pellegrinaggio a piedi al santuario dell’Annunciata, in occasione della conclusione del mese dedicato alla Vergine Maria.

Io non ho mai partecipato a quest’esperienza, e il motivo è semplice: fra andata e ritorno la distanza da percorrere è di circa 8 km e non sapevo se l’autonomia della mia carrozzina elettrica potesse reggere. L’idea di rimanere bloccato al buio non mi ispirava granché. Inoltre il primo tratto di strada che dalla rocca porta al santuario è molto dissestato, quindi poteva anche esserci il rischio di farmi male.

Quest’anno però ci tenevo particolarmente ad essere presente. La proposta, infatti, era stata rivolta in particolare ai cresimati, che ho avuto la gioia di seguire insieme a Gabriele e Franco nel loro percorso di catechesi, perciò, sarebbe stato bello condividere anche quel momento insieme.

Mamma si era offerta di accompagnarmi in macchina all’Annunciata, così avrei potuto partecipare almeno al momento conclusivo, ma non mi andava perché in quel modo non sarebbe stato un vero pellegrinaggio.

Dopo l’incertezza ho deciso di affidarmi un po’ alla Provvidenza e poi, in fondo, se non si prova non si può mai sapere. Ho caricato per bene la batteria della carrozzina e alle 19.45, ora del ritrovo, ero in piazza.

Sapete, io ho un grosso difetto: un po’ per orgoglio, un po’ per riguardo, cerco sempre di cavarmela da solo, e spesso per evitare di disturbare gli altri, non chiedo una mano, così non di rado rinunciò a fare le cose a cui tengo.

“Chiedete vi sarà dato”, dice Gesù, ed è vero, basta solo ritrovare un pochino di umiltà e rendersi conto che in fondo tutti abbiano bisogno dell’aiuto del nostro prossimo. Male che vada dicono di no.

Quella sera chiedendo ho trovato due angeli custodi: Pietro e Cesare, che sia all’andata che al ritorno sono stati la mia scorta.

Grazie al loro aiuto ho superato gli ostacoli incontrati lungo la strada ma, mentre scendevo recitavo il Rosario insieme alla tantissima gente che partecipava al pellegrinaggio, mi rendevo conto che il buon Dio in quella circostanza mi stava facendo superare un ostacolo importante: la paura di essere in qualche modo un peso per gli altri.

La carrozzina mi ha riportato a casa senza intoppi e se dovessi dirvi con una frase cosa ho imparato quel venerdì sera, userei queste parole: bisogna rischiare e mettersi in gioco se si vuole vivere veramente.

Luca Dalla Palma


Estate 2010


Borno-Ardesio 2010

30 maggio 2010, ore 21,00. Il tempo è nuvoloso ed ha appena smesso di piovere. Cosa faccio? Parto per Ardesio oppure no? Decido di si.Mi muovo verso la chiesetta dalla Dassa ed ecco Mara che mi aspetta. Dopo pochi minuti arrivano un gruppo di donne di Malegno, tre signori di Angone e Patrizia, manca solo Pier Antonio. Aspettiamo qualche minuto ed ecco il nostro curato che arriva a bordo della sua vettura. Partiamo dopo aver ricevuto la benedizione.

Scrutiamo il cielo, ma le stelle e la luna sono nascoste dietro grosse nubi nere. Speriamo che la Madonna non faccia piovere.

Camminiamo per circa un’ora e arriviamo a Paline. Il paese è deserto. Intravediamo alcuni uomini al bar e nessun altro.Proseguiamo, ma non incontriamo un’anima: solo rane e lumache. A mezzanotte arriviamo al Dezzo.

Ci fermiamo per fare una breve pausa. Siamo restate in tre. Abbiamo superato il gruppo di Malegno e perso il gruppo di Angone. Qui alcune macchine passano noncuranti della nostra presenza. Pochi minuti e via... dobbiamo scalare la Presolana.

È il tratto di strada più impegnativo e pericoloso perché in alcuni punti la strada è priva di illuminazione. Che fortuna... inizia a piovere e siamo solo a Colere. Ormai siamo quasi in cima alla Presolana e il sudore si mescola all’acqua che ci rinfresca.

Mentre parliamo, cerchiamo di scorgere le luci del gruppo partito da Borno alle 24,00. Wow, siamo quasi arrivate. Si vedono le luci delle case, ormai dobbiamo camminare pochi metri. Siamo in perfetto orario. Sono quasi le due.

Troviamo riparo nella veranda di un hotel. Ci sediamo a facciamo un piccolo spuntino, molto energico. Controlliamo le caviglie e i piedi e ci imbacucchiamo perché fa freddo, iniziamo la nostra discesa.

Parliamo al cellulare con i nostri amici che, preoccupati, si informano sulla nostra salute. Scherziamo, pensiamo ai nostri cari che dormono nel loro letto caldo, mentre noi riusciamo ad addormentarci anche su un muretto.

Verso le sei incontriamo alcuni giovani che rientrano da una serata in discoteca e, incuriositi, ci chiedono dove stiamo andando.

Ecco Clusone. Qui facciamo l’ultima pausa davanti a una bellissima fontana circolare che ci invita a immergere i piedi bollenti, ma l’esperienza ci ha insegnato che “se ad Ardesio vuoi arrivar le tentazioni devi evitar”.

Riprendiamo il cammino ed ecco che incontriamo un contadino. In bicicletta va a mungere le mucche che con i loro campanacci svegliano tutto il vicinato.

Sono le sei e qualche minuto ed ecco che un ragazzo di Borno ci supera di corsa. È partito a mezzanotte ed è già arrivato a pochi chilometri da Ardesio.

Proseguiamo e all’improvviso arrivano in bicicletta i tre moschettieri: uno è il curato che ci ha salutato volando verso la meta.

Ormai mancano pochi chilometri, ma i piedi sono gonfi, le gambe indolenzite e lo zaino pesa sempre di più. Ecco Ardesio. Non è una visione. Quest’anno ci sono anche gli artisti di strada per le vie.

Siamo stanche ma orgogliose di essere arrivate al santuario della Madonna di Ardesio. Ci rinfreschiamo ed aspettiamo l’arrivo di tutti i partecipanti.

Ho scritto la mia esperienza per far capire il clima di amicizia e di calore umano che si forma durante il cammino verso la Madonna di Ardesio. È un’esperienza coinvolgente, che entra nel sangue e che ogni anno ti richiama nonostante i numerosi chilometri.

Provateci anche voi e non potrete più smettere.

Giulia


Estate 2010


La Madonnina di Colere

Il pellegrinaggio alla Madonnina delle Fontane, la “nostra Madonnina” come dicono quelli di Colere, ha segnato la serata del 1º luglio.

In questa data, infatti, si celebra fra le parrocchie della Valle di Scalve un pellegrinaggio a piedi che scende dalle varie località e, percorrendo insieme l’ultimo tratto, confluisce nel bel santuario dedicato alla Madonna delle Fontane, nel fondovalle, dopo la centrale idroelettrica.

Anche un buon gruppo di bornesi, soprattutto di Paline, ha partecipato congiungendosi con il gruppo di Colere guidato dal loro giovane parroco Don Fabio.

C’è una ragione per cui questo santuario interessa anche Borno, nonostante gli attriti del tempo antico con gli Scalvini.

È certo la ragione della vicinanza con la valle bergamasca ed anche la presenza di persone che da quelle località si sono stabilite tra noi per lavoro o famiglia. Ma la ragione più importante è data dal fatto che, come dice la tradizione, la Vergine apparve proprio ad un umile pastore bornese, tale Bartolomeo Buràt, malato di tubercolosi, che guarì all’istante nel 1654, toccato dalla Madonna, alla presenza di testimoni autorevoli, che attestarono l’autenticità dell’evento.

Da quel momento la devozione mariana della Valle di Scalve divenne tanto forte che soprattutto la parrocchia di Colere si prodigò perché fosse costruito un santuario alla Vergine dedicato.

Il disastro del cedimento della diga del Gleno distrusse anche il santuario primitivo, che tuttavia fu ricostruito con il contributo economico di tutta la Valle di Scalve e soprattutto degli abitanti di Colere, locali ed emigrati.

Nel santuario che si può ammirare nella bellezza attuale, abbiamo pregato la sera del 1º luglio, compiendo anche il gesto, religioso e civile allo stesso tempo, di offrire l’olio della lampada da parte del comune di Borno, che arderà davanti alla bella statua della vergine e del pastore bornese.

Una bella esperienza condivisa nella fede con gli abitanti di Colere, l’esperienza che, davanti agli ex voto dedicati alla Madonna, ci ha fatto capire che Ella non è proprietà di nessuno e che tutti invece siamo figli di Dio per il sì che la Vergine ha pronunciato assecondando il disegno di salvezza del Padre.

Ci aiuti la Madonnina di Colere a vivere umilmente la fede, così da partecipare della stessa gloria che Ella gode già accanto al suo Figlio in cielo e ricevere nelle nostre necessità ancora tante grazie.


Estate 2010


Sacra Sindone e dintorni: una giornata densa di emozioni

Quando mi sono resa conto che la partenza per Torino era programmata per le quattro del mattino ormai era troppo tardi, avevamo già prenotato.

Non sono una dormigliona, ma le quattro sono davvero presto, eppure dopo una giornata così, la prima cosa che ho sperato è che don Francesco avesse in mente altre mete e questo la dice lunga su quanto mi abbia colpito quello che abbiamo vissuto a Torino.

L’organizzazione della giornata è stata praticamente perfetta e tutti gli impegni sono stati diligentemente rispettati: alle otto eravamo in fila per poter finalmente vedere la Sacra Sindone e devo dire che, nonostante si immaginassero file chilometriche, il percorso è stato invece rapido e per nulla noioso. Ovviamente l’emozione davanti al “Lenzuolo” assolutamente unica e soggettiva.

Alle nove e mezza eravamo già pronti per vistare al città: l’appuntamento con la guida era per le dieci e nel frattempo abbiamo avuta la possibilità di vivere un momento di adorazione poiché, appena fuori dal Duomo, era presente una sala a disposizione di tutti per le confessioni e l’adorazione eucaristica.

La visita alla città è stata intensa. Due ore a spasso per il centro storico fra chiese e sontuosi palazzi d’epoca, con un tempo atmosferico che per fortuna ci ha assistito ed una guida turistica che ci ha permesso di conoscere particolari che hanno reso ovviamente molto più interessante la “passeggiata nel tempo”.

Puntuali ed affamati all’ora del pranzo ci siamo presentati al ristorantino del centro che era già prenotato per noi e che, dal primo al dolce, ci ha permesso di deliziare il palato con gustose particolarità torinesi.

Dopo pranzo don Francesco ha celebrato la Santa Messa nella Chiesa della Consolata e quindi abbiamo gironzolato un’oretta per il centro a caccia di souvenir da portare a casa.

Puntuale alle cinque il pullmann è partito per il rientro e, per non farci mancare proprio nulla, abbiamo recitato il Santo rosario alla Vergine Maria, che ci ha continuamente accompagnato durante l’intera giornata, dato che la maggior parte delle magnifiche chiese che abbiamo visitato erano sontuosamente dedicate proprio a Lei, compresa quella in cui abbiamo celebrato la Messa.

Personalmente posso dire che fra spiritualità e storia ho davvero potuto godere di una giornata speciale: la Sacra Sindone, vista così da vicino, ha rappresentato per me l’ennesimo gesto che il Padre ha compiuto affinché io possa sempre sentirmi al sicuro nel suo recinto, mentre riguardo alla storia sono rimasta davvero affascinata dalla chiesa “nascosta” che si affaccia proprio sulla piazza del Palazzo Reale, dedicata a Maria. Lantichissima chiesetta di Santa Maria del Presepio venne ricostruita nel 1500 circa e dedicata a San Lorenzo dal Duca Emanuele Filiberto che volle, però, nasconderne la facciata “mascherandola” con quella di un edificio civile per non sminuire l’importanza del palazzo reale che si affaccia sulla medesima piazza.

Questa bellissima chiesa è stata di recente restaurata e i colori lucenti e netti dei dipinti, insieme alla particolarità dello stile architettonico, risvegliano, in chi li ammira, lo stupore per la magnificenza di certa arte ed il forte senso del sacro che trapela da ogni anfratto.

Ringrazio il Buon Dio per aver permesso tutto questo e rinnovo a Don Francesco il mio invito a provvedere, ogni tanto, ad organizzare giornate come questa. Rappresentano un modo come un altro per ritrovarsi uniti di fronte allo stupore per le cose di Dio.

Annamaria Andreoli


Estate 2010


Canzone della bambina portoghese

E poi e poi, gente viene qui e ti dice
di sapere già ogni legge delle cose.
E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco
di verità fatte di formule vuote.
E tutti, sai, ti san dire come fare,
quali leggi rispettare, quali regole osservare, qual è il vero vero... vero
E poi, e poi, tutti chiusi in tante celle,
fanno a chi parla più forte per non dir che stelle e morte fan paura.
Al caldo del sole, al mare scendeva la bambina portoghese.
Non c’eran parole, rumori soltanto come voci sospese.
Il mare soltanto, e il suo primo bikini amaranto,
le cose più belle e la gioia del caldo alla pelle.
Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare;
o sogni o visioni qualcosa la prese e si mise a pensare;
sentì che era un punto al limite di un continente,
sentì che era un niente, l’Atlantico immenso di fronte.
E in questo sentiva qualcosa di grande
che non riusciva a capire, che non poteva intuire;
che avrebbe spiegato, se avesse capito lei, e l’oceano infinito;
ma il caldo l’avvolse, si sentì svanire e si mise a dormire.
E fu solo del sole, come di mani future.
Restaron soltanto il mare e un bikini amaranto.
E poi e poi, se ti scopri a ricordare,
ti accorgerai che non te ne importa niente.
E capirai che una sera o una stagione son come lampi,
luci accese e dopo spente.
E capirai che la vera ambiguità è la vita che viviamo,
il qualcosa che chiamiamo esser uomini.
E poi, e poi, che quel vizio che ti ucciderà
non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro,
cioè vivere, vivere e poi e poi vivere...

In questi anni don Alberto ci ha parlato spesso del senso religioso, di quell’insopprimibile bisogno di cercare qualcosa o qualcuno che colmi la nostra sete di vita vera. Non solo con gli adolescenti, lo stesso don Alberto ha affrontato questo argomento proponendo l’ascolto di alcuni testi di canzoni contemporanee, proprio per evidenziare come questo bisogno di salvezza, come lo chiama la Bibbia e la teologia, non sia solo un’astrazione filosofica, ma una concretezza che emerge da quelle situazioni quotidiane che anche le canzoni, sbrigativamente definite leggere, sanno comunicare molto bene.

Una sera cercando in Internet l’espressione “senso religioso” - oltre agli ovvi riferimenti a don Luigi Giussani, fondatore del noto movimento ecclesiale “Comunione e liberazione” e autore di un libro sul tema, frutto della sua lunga esperienza con i giovani universitari - ho trovato una paginetta in cui venivano analizzati i testi di diverse canzoni che esprimono questo senso religioso.

Fra canzoni più o meno conosciute, sono rimasto sorpreso di trovarvi il brano sopra riportato. L’autore, Francesco Guccini, a me piace e lo ascolto molto volentieri, ma sicuramente non può essere annoverato fra i fedeli cattolici. Dichiarandosi un po’ infastidito di venire sempre identificato come icona della sinistra, in alcune interviste, con la sua tipica ed intelligente ironia, ha affermato di considerarsi un esistenzialista agnostico, in quanto ateo gli appare una definizione troppo impegnativa.

Volendo trovare un aggancio tra Guccini e la religione, forse il brano più noto che può venire subito in mente è il famoso “Dio è morto”. La leggenda racconta che quando uscì questa canzone negli anni ‘60 la Rai non la mandò in onda perché ritenuta blasfema; più probabilmente la censura derivò da una certa politica che, allora come adesso, è “solo far carriera” aderendo ad un “perbenismo interessato”, come dice il testo della stessa canzone. Si racconta, invece, che la Radio Vaticana diffuse volentieri la canzone cogliendo in essa, penso io, non tanto un senso religioso, quanto un positivo invito a credere e a lottare per un futuro migliore.

La “Canzone della bambina portoghese” a me è sempre piaciuta, sia come musica (abbastanza triste), sia come significato del testo. Le prime strofe illustrano molto bene l’integralismo di chi è sicuro di avere la verità in tasca, una ricetta giusta per ogni problema, ed è sempre pronto a scagliarsi contro chi manifesta un altro modo di pensare.

In un’intervista di qualche anno fa il cantautore emiliano disse di aver scritto questi versi per i “sessantottini troppo convinti”, ma, se posso permettermi, queste espressioni aderiscono bene anche a certi atteggiamenti di noi cristiani. È sufficiente scorrere alcuni siti Internet per ricavarne l’impressione che, a volte, una certa cultura cattolica sembra più discepola dei farisei che di Gesù Cristo, più appassionata delle opere della legge, direbbe san Paolo, che della grazia dello Spirito.

Alla spavalda sicurezza di questi versi si contrappone il pessimismo, la delusione delle ultime strofe. Come in altre canzoni di Guccini, affiora una visione molto negativa della realtà quotidiana, in cui tutto appare soffocante e privo di interesse, fino a giungere alla tremenda conclusione che la vita può diventare un vizio più nocivo del fumare e del bere.

bambina portoghese

In mezzo a questa cornice poco incoraggiante appare, però, la scena della bambina, probabilmente alla soglia dell’adolescenza visto quel “suo primo bikini amaranto”, che scendendo verso il mare è colta dalla solitudine dei rumori che si assopiscono. Ciò la induce a pensare e, forse più con il cuore che con la testa, alzando lo sguardo verso l’oceano infinito, percepisce tutta la sua piccolezza ma anche qualcosa di grande.

Una chiacchierata con un amico, un semplice sorriso e saluto scambiato per strada, un cielo stellato in una notte d’estate, il panorama che possiamo contemplare da una montagna, un’arrabbiatura con una persona cara, un attimo di intensa solitudine... sono molti i frangenti della realtà quotidiana che possono destare in noi quelle domande, quell’arsura di verità che, come la bambina portoghese, non riusciamo a comprendere razionalmente, ma che avvertiamo fortemente presenti nella nostra vita.

Spesso, però, questa sete di cose vere viene sopita dalle preoccupazioni quotidiane, dalle nostre piccole o grandi sofferenze che siamo chiamati comunque a vivere; può essere mitigata e apparentemente annullata dai bisogni consumistici e dalla superficialità a cui l’attuale cultura ci induce.

Forse è proprio per questo che il Vangelo ci ricorda come sia necessario continuare a chiedere, cercare, bussare, pregare per mantenere viva la curiosità, la disponibilità, l’entusiasmo, l’attesa per qualcosa di grande di cui sentiamo il bisogno ma che, proprio come la bambina portoghese, per quanti sforzi facciamo non riusciamo a comprendere e a raggiungere da soli.

“Shomér ma mi-llailah“ è il titolo quasi impronunciabile di un’altra bella canzone di F. Guccini tratto da un passo del profeta Isaia (21,11-12) in cui viene proposta due volte la domanda: “Sentinella, quanto resta della notte?”. La sentinella e lo stesso Guccini nella canzone rispondono che l’alba prima o poi verrà e affermano che, anche se ad essa seguirà di nuovo la notte, l’importante è rimanere svegli, non stancarsi di chiedere di nuovo.

Se rimaniamo svegli e, nonostante le difficoltà, riusciamo a mantener viva la speranza e lo stupore, tipici dei bambini indicati da Gesù come esempio per poter entrare nel suo regno, forse le stelle e la morte non ci faranno così paura. Poi la felicità, la pienezza di vita, la grandezza a cui tutti aspiriamo, come scriveva A. Camus (un altro esistenzialista dichiaratosi ateo),“arriverà, a Dio piacendo, come una bella giornata”.

Franco


Estate 2010


GREST 2010: tra cielo e terra

“Francesco è impazzito. È diventato matto”. Ma che avete capito? Non parliamo del Don. Quel Francesco ha la testa perfettamente a posto.

Parliamo di un altro Francesco, che ci ha accompagnato per tre settimane di Grest, senza lasciarci un attimo di sosta.

E pensare che di Grest ne abbiamo vissuti proprio tanti: pirati, orchi, folletti, stelle, principi, cavalieri, anelli magici... ma le avventure più belle si vivono con le persone che questi Grest li animano e li rendono sempre un po’ più speciali, e che molto probabilmente ci accompagneranno per sempre.

logo grest 2010

Grest 2010, per l’appunto. Anche quest’anno, nel tentativo di conoscere e fare nostra l’esperienza di San Francesco di Assisi, il giullare di Dio, non ci siamo fatti mancare proprio niente: il caos organizzato, la musica assordante, le urla dei bambini e degli animatori super impegnati, le merende preparate con amore dalle nostre fatine, i giochi più o meno nuovi, e tutti sappiamo che le “fettucce da vendere” sono sempre una grande idea per ammansire i bambini per sfinimento.

Eppure come dicevo non sono i giochi, il divertimento e la Nutella a segnare queste tre settimane, che tutti gli anni ci sfiniscono e ci regalano così tanto. Le pedine fondamentali siamo sempre noi, che partecipiamo con entusiasmo.

Le persone più giovani di 11 anni sono particolarmente gratificanti. E sono in grado di esaurire anche il più piccolo granellino di energia che ci resta in corpo. Si prendono le loro “botte di guerra” provocate dalle varie attività, si rialzano, tirano su col naso e ripartono. Perché tanto non fa niente. Preso una botta, c’è sempre tempo per prenderne un’altra e comunque si tratta di qualcosa che si può curare con un goloso pane e Nutella.

Quelli tra i 10 e i 14 anni sono la mia personale disperazione, ma anche una soddisfazione grande. Hanno tanti doni e tanta di quell’aria fritta in testa che è un piacere ascoltare le evoluzioni che fanno nel ragionare. Eppure, loro sono quelli che fanno quello che fanno perché ci credono, oppure non lo fanno affatto. Una parola buona, un abbraccio, un aiuto da loro, valgono mille pani e Nutella.

Quelli più alti di un metro e cinquanta, dai 14 anni in su, hanno un alto grado di sopportazione, ma hanno ancora una voglia di divertirsi e di sentirsi bambini. Perché essere bambini è bello e l’estate non si ha voglia di crescere.

Quelli con più di 25 anni, beh, quelli sono casi particolari. Ci succhiano energia, non mangiano pane e Nutella, perché fa male, (vedi il Don), sono una disperazione perpetua, hanno una moderata quantità di aria fritta in testa, vedi Annalisa, e amano sentirsi sempre un po’ bambini, vedi Luca, Anto, Stefy, Annalisa, Don, ecc. Eppure, eppure non si può far altro che restargli accanto e sbattere la testa contro il muro perché qualcosa non quadra perché, dopo tutto, anche un piano ben riuscito a volte non va a buon fine e allora bisogna ricominciare. Insieme.

Francesco era una persona capace di trovare il bambino che era in lui, di ridere di se stesso, di ricominciare da capo, senza perdere mai la fiducia nella provvidenza di Dio.

Chissà che si riesca anche noi a fare proprio così: ad amare, perché è bello. A lasciarsi amare, perché è dolce. A donare, perché arricchisce. A lasciarsi aiutare, perché ci fortifica e a vivere seguendo il nostro cuore, anche se a tutti sembra che il nostro cervello sia sottosopra.

Non importa. Noi amiamo essere così. Noi amiamo il cielo e la terra. E lo diciamo tutti. Perché Francesco ce lo ha insegnato e perché è troppo bello.

All’anno prossimo.

Annalisa


Estate 2010


The Truman Show: Campo scuola medie 2010

La sera di domenica 27 giugno un gran numero di automobili ha invaso il sagrato della chiesa di Borno. Non era un raduno di auto d’epoca, ma solo il momento della partenza del campo scuola delle medie.

Meta stabilita Malonno, in Alta Val Camonica, dove vicino alla antica parrocchiale, in posizione elevata rispetto al paese, la vecchia canonica è stata ristrutturata per accogliere gruppi di ragazzi e giovani nelle loro attività estive.

campo scuola medie 2010

Lì condotti da Don Alberto hanno trovato posto i ragazzi delle medie, i bravi loro animatori e le mitiche cuoche, per una settimana circa di camposcuola.

Le regole erano ferree: sveglia all’ora giusta, colazione, ginnastica, presentazione del tema del giorno, attività. Dopo il pranzo una sosta per il tempo libero ed il riposino e poi ancora i giochi, tempo libero, la Messa, la doccia, la cena e, dopo aver rimesso a posto il refettorio, i giochi serali e la nanna.

Così scorreva la giornata con la variante di una escursione più o meno lunga.

Il tema era tratto da un film di un certo successo “The Truman show” e l’insegnamento da trarre riguardava la ricerca faticosa della felicità e del senso della vita vera: un impegno che comincia fin da piccoli, fin dall’età dei ragazzi delle medie.

Qualcosa è rimasto di questa esperienza bella, sia per l’insegnamento offertoci dal tema, ma anche per lo stare in gruppo con gli altri ragazzi, per le risate, per gli scherzi, per i giochi, per le serate divertenti.

Un consiglio a chi non è venuto: avete perso qualcosa di bello quest’anno, ma non preoccupatevi: potete recuperare l’anno prossimo ancora con tutti noi che ci siamo divertiti tanto quest’anno.

Articolo costruito intervistando Bruno Arici di Seconda Media


Estate 2010


La storia di Momo e gli uomini grigi:
Camposcuola elementari 2010

Mi chiamo Alberto ed ho partecipato al campo scuola delle elementari, che si è svolto ad Astrio di Breno. È già il quarto anno che partecipo e sono stato anche questa volta molto contento di esserci andato.

La casa che ci ha ospitato è molto bella, a due piani ed abbastanza grande da giocarci e divertirci tutti insieme.

La mattina, dopo colazione, c’era sempre la ginnastica, poi un momento libero, seguito dalle attività sul tema che don Alberto ha scelto quest’anno per noi: la storia di Momo e gli uomini grigi.

campo scuola elementari 2010

Attraverso questa storia abbiamo imparato che desiderare di stare dietro al mondo, così veloce e frenetico, può far perdere completamente di vista l’obiettivo della felicità delle persone e la qualità della vita.

Il pranzo che veniva preparato da Leo, Antonella ed Anna era sempre buono, ma la cosa più bella erano i giochi in casa o per il paese. Verso sera si faceva la doccia, la Messa, e poi la cena.

I giochi serali prepararti dagli animatori erano molto divertenti e duravano fino verso le ore 23, quando andavamo a letto a dormire...si fa per dire.

Il mercoledì siamo andati in gita al Castello di Breno con il pulmann, dove abbiamo giocato al tiro alla fune, con tante cadute, senza però farci male e poi nascondino cinese e bandierina. Alcuni piccoli sono tornati a casa prima, ma alla fine tutti si sono molto divertiti.

Sentendo i miei amici credo che andremo tutti anche il prossimo anno... io sicuramente ci sarò.

Articolo costruito intervistando Alberto Rizzotti di Quinta Elementare


Estate 2010


Prime confessioni 2010

prime confessioni Borno 2010

S. Cresima 2010

Cresime Borno 2010


Estate 2010


Conviventi, separati, divorziati possono fare la Comunione?

Separati e divorziati possono fare la Comunione? E se no, perché? Sono le domande che molti si fanno di fronte a una norma della Chiesa cattolica che spesso ha suscitato, anche tra i credenti, non pochi dubbi e dolorose lacerazioni di coscienza. Quando poi alcuni casi di cronaca ripropongono il problema a dimensione mediatica, la questione torna di grande attualità.

Abbiamo girato le domande più diffuse a monsignor Eugenio Zanetti, patrono stabile presso il Tribunale ecclesiastico regionale lombardo e responsabile del gruppo «La Casa», che nella diocesi di Bergamo fa accompagnamento spirituale e consulenza canonica per persone separate, divorziate o risposate.

Monsignor Zanetti, qual è esattamente la posizione dei separati e dei divorziati di fronte all’accesso ai sacramenti?
È quella descritta molto bene nel Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia e in altri documenti. Occorre distinguere fra coloro che si trovano in una situazione di «separazione», di «divorzio», di «nuova unione». Per i separati (che non hanno in corso una convivenza), soprattutto per chi ha subito la separazione, di per sé non ci sono impedimenti oggettivi ad accedere a Confessione e Comunione. Tuttavia, se un separato ha avuto grosse responsabilità e magari ha fatto del male all’altro coniuge o ai figli, questi per accedere fruttuosamente ai sacramenti dovrà fare un cammino di pentimento e, per quanto possibile, di riparazione del male fatto. Inoltre non vengono meno i suoi doveri nei confronti dei figli. Non bisogna dimenticare che i sacramenti non sono degli atti magici, ma comportano degli autentici cammini di conversione e di fede. Se una persona separata, pur non convivendo, vivesse dissolutamente, non sarebbe nelle condizioni di poter ricevere i sacramenti.

E per chi, dopo la separazione, si trova ora divorziato, che cosa succede?
Parliamo per ora dei divorziati che non hanno avviato una nuova convivenza o un matrimonio civile. Per la Chiesa il matrimonio, una volta celebrato in modo valido, è per sempre, cioè non può esser cancellato da nessuna potestà umana. Per questo, se in certe occasioni e a certe condizioni la Chiesa può riconoscere la legittimità della separazione per evitare mali maggiori, ritiene invece negativo il ricorso al divorzio. Quindi, se una persona è ricorsa al divorzio volendo cancellare definitivamente il suo matrimonio e magari, così facendo, ha causato ulteriore male e dolore all’altro coniuge o ai figli, per accedere ai sacramenti essa dovrà attestare un sincero pentimento e, per quanto possibile, attuare qualche gesto riparatore. Per chi, invece, ha subito il divorzio o ha dovuto accedervi per tutelare legittimi interessi propri o dei figli (senza tuttavia disprezzo verso il matrimonio, ritenuto comunque ancora in essere davanti a Dio e alla Chiesa), non vi sono impedimenti oggettivi per accedere ai sacramenti.

Dunque qual è l’impedimento effettivo: il divorzio in sé o la convivenza con altra persona successiva al divorzio?
Per separati o divorziati ciò che impedisce l’accesso ai sacramenti, oltre a eventuali condizioni morali soggettive non adeguate, è il fatto oggettivo di aver avviato una nuova convivenza o un matrimonio civile. È questa scelta, ulteriore rispetto alla separazione o al divorzio, che pone in una condizione in grave contrasto con il Vangelo del Signore riguardante l’amore fra un uomo e una donna sigillato con il matrimonio. L’insegnamento cristiano che la Chiesa cattolica continua a trasmettere propone agli uomini una scelta matrimoniale unica e indissolubile, fedele e aperta alla vita, per il bene dei coniugi e quello dei figli: un amore che riflette e testimonia la stessa qualità di amore che Dio ha verso gli uomini e che trova nel rapporto di Gesù con la Chiesa il suo riferimento e la sua mediazione ecclesiale. Il matrimonio religioso è una realtà incancellabile, proprio come incancellabile ed eterno è l’amore divino per l’umanità. Chi avvia una nuova unione contraddice con la sua scelta quanto indicato dal Signore e quindi si pone in una condizione oggettiva cosiddetta irregolare. Ed è proprio questa condizione irregolare che non pone i presupposti sufficienti per accedere ai sacramenti. Ciò però non significa emettere un giudizio sulle coscienze, dove solo Dio vede. Inoltre, il fatto di non poter accedere ai sacramenti non è assolutamente un indice di esclusione dalla vita della Chiesa; anche i divorziati risposati possono continuare a fare cammini di fede che li rendano partecipi e attivi nella comunità ecclesiale.

Qualcuno si chiede: perché non può comunicarsi neanche il coniuge che, pur non avendo alle spalle un matrimonio religioso, ha sposato civilmente una persona divorziata?
L’impedimento per accedere ai sacramenti è, come già detto, la scelta di avviare un’unione di tipo coniugale non fondata sul matrimonio religioso. Quindi le persone non sposate che decidono di avviare una convivenza o un matrimonio civile con persona separata o divorziata sanno che il loro partner è già legato ad un matrimonio e che quindi non potranno realizzare con esso un matrimonio cristiano; e tuttavia decidono di avviare un’unione con lui. La Chiesa, posta davanti a questa decisione, pur rispettando le persone, deve tuttavia esercitare un servizio di verità, che è anche un atto di carità, nel richiamare queste persone alle conseguenze della loro scelta. Ma anche queste persone possono continuare a fare un cammino nella Chiesa.

Ma perché l’omicida pentito e regolarmente confessato può comunicarsi e il divorziato risposato che eventualmente si riveli ottimo marito e buon genitore non può farlo?
Il giudizio sul fatto che una persona sia nelle condizioni oggettive di accedere o meno ai sacramenti non è da intendersi come un giudizio sulla sua coscienza: giudizio questo che spetta solo a Dio. Perciò, soffermarsi a fare confronti con gli altri non giova; al contrario dovremmo sempre avere a cuore, oltre alla nostra salvezza, anche quella degli altri, come Gesù ci insegna. Non dobbiamo allora scandalizzarci se un nostro fratello, che ha commesso anche gravi delitti come per esempio l’omicidio, compiendo un autentico cammino di pentimento, revisione e riparazione, riceve il perdono di Dio anche attraverso la Confessione. Anche a chi vive in una situazione matrimoniale irregolare Gesù propone un cammino di conversione; e certamente in questo cammino ha il suo valore un serio impegno nel voler bene alle persone vicine, nell’educare bene i figli, nel partecipare alla vita della comunità, nell’essere attivo nella carità e nell’impegno sociale. Quanto poi ai mezzi spirituali che la Chiesa è chiamata ad amministrare, coloro che vivono in queste situazioni matrimoniali potranno usufruirne nella misura in cui le loro scelte di vita lo permettono. Se essi decidono di non modificare il loro stile di vita di indole coniugale, contrario quindi all’insegnamento cristiano, non potranno accedere ai sacramenti, poiché i sacramenti per essere ricevuti con frutto esigono appunto il proposito di vivere secondo tale insegnamento. Per loro però ci saranno altri mezzi e cammini penitenziali e di comunione che, sia pur non arrivando attualmente alla pienezza sacramentale, comunque tendono all’incontro con la misericordia e l’amore di Dio.

Che cosa succede se il divorziato risposato cessa la convivenza con la persona sposata in seconde nozze civili? Inoltre può accostarsi alla comunione una persona che, pur trovandosi nelle condizioni della domanda precedente, abbia notoriamente relazioni extraconiugali o si trovi in una situazione di notorietà personale tale da suscitare scandalo nella comunità ecclesiale
Non dovremmo mai porci di fronte ai nostri fratelli con un atteggiamento giudicante o condannante; questo, anche perché dall’esterno non sempre è possibile conoscere e valutare la complessità della vita di una persona. Ciò non significa però lasciare tutto al giudizio e alle decisioni private o individualistiche; al contrario tutti devono confrontasi con l’insegnamento della Chiesa ed anche affidarsi all’accompagnamento di sapienti guide spirituali. Se quindi, a un certo punto chi vive una situazione matrimoniale irregolare decide di continuare a vivere insieme, ma astenendosi dai rapporti sessuali; o se cessa la convivenza, c’è separazione o divorzio dal matrimonio civile, o morte di uno dei partner, viene meno un impedimento oggettivo per accedere ai sacramenti. Tuttavia, occorrerà valutare la globalità della vita morale e religiosa della persona, l’effettivo cammino di conversione in atto, così che l’essere riammessi ai sacramenti si inserisca in un autentico cammino di fede e in una rispettosa vita ecclesiale. In tutto ciò la Chiesa ha a cuore sia il singolo, sia l’attenzione ad evitare che il cammino di questi sia di scandalo per gli altri fedeli. Questo vale per tutti, anche (e forse con maggiore attenzione) per coloro che ricoprono un particolare ruolo pubblico.

Mimmo Muolo – Avvenire


Estate 2010


Una casa di preghiera per tutte le genti

La gente che va in chiesa è diminuita notevolmente negli ultimi decenni, ed anche da noi si nota che in questo periodo estivo ci sono meno messe domenicali con la chiesa colma.

Può essere la crisi che fa venire meno turisti del solito, può anche essere che le persone abitualmente presenti alle messe sono diventate anziane e non ce la fanno più a camminare, oppure può dipendere anche dalla maggior quantità di celebrazioni eucaristiche offerte, grazie alla presenza di sacerdoti in vacanza; però è un dato di fatto che la percentuale di coloro che vanno in chiesa è bassa.

Riflettendoci sopra credo che ci siano almeno due ragioni alle quali chi non va in chiesa si appoggia: una è che la chiesa sia ritenuta un luogo riservato a pochi, solo ai fedeli di quella religione; l’altra è che, non potendo essere coerenti con la morale proposta della Chiesa, è meglio starne alla larga.

Spiluccando in alcuni articoli che riportano riflessioni di alcuni teologi contemporanei, provo a dare ragione della infondatezza di queste scuse.

tempio di gerusalemme

Che il tempio sia un luogo riservato ai soli fedeli non era vero nemmeno per i figli di Israele. Il tempio di Gerusalemme conteneva luoghi e oggetti strettamente legati al culto ebraico: la stanza cubica chiamata “Santo dei Santi” era il luogo della presenza di Dio la cui vista era preservata dal velo, da una tenda; vi era poi lo spazio riservato ai sacerdoti per compiere i sacrifici, quindi uno spazio per i credenti figli di Israele, uomini e donne.

Ma nel medesimo perimetro era stato pensato un luogo per gli altri, i non ebrei che non credevano nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe: uno spazio dell’Altro-Dio, del Dio vivente ma per gli “altri”. È stato lo stesso luogo in cui Gesù si è arrabbiato perché lì, nella casa di preghiera per tutte le genti, si stavano invece facendo affari e ruberie varie, tipiche di ogni tempo.

Analogamente e per questo motivo le chiese, i santuari, le cattedrali e tutti i luoghi di culto cattolici, accolgono chiunque in esso si preenti, senza chiedere a nessuno la patente di cristiano.

La seconda scusa per non andare in chiesa riguarda l’incoerenza morale; per non sentirsi in colpa si preferisce evitare prediche.

Un monaco tedesco, Anselm Grun, monaco benedettino e autore di saggi psicologici e religiosi, afferma che il primo messaggio di Dio non è la morale, bensì la fede.

È vero che nell’infanzia nostra e dei nostri predecessori abbiamo ascoltato messaggi come questo: “Se sei cattivo, se sei peccatore (e per peccato si intendeva spesso quello di matrice sessuale) andrai all’inferno!” Ma il monaco e teologo tedesco afferma che al primo posto ci deve essere sempre il messaggio di Gesù, la lieta novella che solleva l’uomo e gli dona il coraggio di vivere di fronte a Dio in modo autentico e, aggiungo io, così come è, fragile e peccatore.

Gesù non è andato in croce per una parte eletta di gente perfetta, che non sbaglia mai, che ha sempre ragione e che ha il permesso di giudicare gli altri, ma per tutta l’umanità, cancellando i peccati a tutti coloro che credono in Lui.

Se avessimo il coraggio della sincerità con noi stessi, forse scopriremmo che tante nostre ritrosie sono appunto scuse, ma scopriremmo anche le tante e buone ragioni per ritornare a vivere la Messa ogni domenica.

I sacerdoti sono lì proprio per questo: pregare con noi e per noi, presentando al Padre, nel sacrificio eucaristico, le nostre gioie, i nostri dolori, le attese e le speranze di ogni uomo.

Gabriele


Estate 2010


Progetto Cicogna

Finalmente la cicogna ha spiccato il volo. Eh sì, perché giovedì 27 maggio noi ragazzi, guidati da don Alberto, papà Angelo e mamma Renata, siamo andati al C.A.V. Centro di Aiuto alla Vita di Pisogne a portare il nostro piccolo fagotto: 885 euro, di cui 225 euro frutto dei nostri risparmi e 600 euro ricavati dalla vendita delle torte.

È stata una giornata non solo interessante, ma anche molto entusiasmante. Le volontarie del C.A.V. infatti non solo ci hanno accolto con gioia e calore, ma ci hanno anche preparato una dolcissima merenda.

Inoltre abbiamo visitato la sede del C.A.V.: tre piccole stanze che l’Oratorio di Pisogne ha messo a loro disposizione. Lo spazio, a dire il vero è piccolo, ma il clima è veramente sereno e gioioso.

In ogni angolo sono stipati oggetti di vario genere: passeggini, zainetti, culle. Le pareti sono piene di disegni e fotografie dei bambini.

Mentre il parroco di Pisogne ci faceva i complimenti per il lavoro svolto e ci esortava a continuare, c’è sempre stato un via vai di volontari: chi smistava i lenzuolini per le culle e i lettini, chi preparava i corredi da dare alle mamme, chi sistemava l’agenda degli appuntamenti. Insomma abbiamo proprio respirato una boccata di vita.

Il viaggio della nostra cicogna è ancora molto lungo e faticoso. Tanti cieli bui e tempestosi dovrà ancora attraversare, tanti comignoli dovrà ancora visitare. È bello sapere, però, che la cicogna non è sola. Noi ci siamo presi l’impegno di aiutarla anche il prossimo anno con le nostre rinunce e il nostro impegno concreto.

Molti di voi hanno già dimostrato tanta sensibilità e generosità. Siamo sicuri che unendo le forze permetteremo alla nostra cicogna, partita da un piccolo paese di montagna, di attraversare nuovi orizzonti e di arrivare lontano, molto lontano.

A don Francesco e a don Alberto che sostengono moralmente e materialmente il progetto, a tutti voi Bornesi e a tutti coloro che amano e credono nella vita diciamo il nostro GRAZIE.

I ragazzi di seconda media di Borno con le catechiste


Ultime notizie sul “PROGETTO CICOGNA”

Il “Progetto Cicogna” proposto dai ragazzi della seconda media sta entrando in dirittura d’arrivo. Siamo quasi alla fine di luglio 2010 ed abbiamo raccolto euro 2.545 su 2.880.
Contiamo sempre sul vostro aiuto con la proposta di “un euro al mese” per terminare il primo progetto ed iniziare il secondo.
Grazie!!!


Estate 2010


Frei Narciso Baisini ci scrive

Frei Narciso Baisini

Carissimi penso che sarete tutti indaffarati per le prossime ferie e Borno ferverà di tanti villeggianti, ai monti per ritemprare le forze e lo spirito.

Vi faccio tanti auguri e con voi rivedo i momenti di contemplazione, le belle pinete, i verdi prati, i campi ubertosi, come anche i momenti di preghiera nella chiesa stipata di tanti fedeli fervorosi.

Io passerò queste ferie nella quiete beata del mio ricovero, oasi di pace e silenzio così propizi alla contemplazione, ma anche per godermi il campionato mondiale di calcio, che darà vincente solo il Brasile e per la povera Italia solo qualche briciola, premio di consolazione visto che siete stati gli ultimi campioni.

A proposito il carissimo confratello Frei Defendente, rientrerà in Italia nei prossimi mesi, per meritate ferie, ma poveretto è un po’ malmesso. Però non cede: “l'è 'n terremot!”, sempre in movimento, con mille progetti ed entusiasmo da vendere. È molto bravo e buono, merita un monumento.

Approfitto per rinnovare auguri e salutoni a tutti, soprattutto al nuovo parroco, al curato, alle suore, al gruppo missionario, ai parenti e agli amici e ai villeggianti.

“Memento mei”... Ho nostalgia di tutto: monti, pinete, campi, fedeli... Tante cose e persone che forse, o quasi certamente, non vedrò mai più. Qui si canta in chiesa: “Aqui è o meu lugar, eu olho prà teu altar e fico a imaginar aquela paz, aquela paz que vem di céu” (qui è il mio posto, io guardo al tuo altare e il resto a immaginare quella pace, quella pace che viene dal cielo).

Salutoni dal vostro

Frei Narciso Baisini


Estate 2010


Giovani e futuro

“Nel merito del discorso complesso che abbiamo affrontato in questo libro, possiamo affermare senza paura di essere smentiti che l’Italia non è un Paese particolarmente ospitale per i giovani, e che si deve iniziare a fare qualcosa di serio per sbloccare questo meccanismo che pare da troppo tempo inceppato.

Credo che i giovani stessi debbano muoversi a far sentire le loro ragioni.

Al tempo stesso, però, non credo sia possibile far nulla di concreto se non si prenderanno delle iniziative per liberare degli spazi che ad oggi sembra assolutamente impossibile sbloccare.

Non ritengo che i giovani possano farlo senza l’aiuto degli adulti.

Se è utile e doveroso affrontare lucidamente la questione dell’educazione dei giovani, è altrettanto doveroso puntare il riflettore su tutte quelle storie di eccellenza e di impegno che coinvolgono moltissimi giovani italiani”.

Cristian Carrara, fondatore e portavoce del Forum Nazionale Giovani dal 2004 al 2009, intervistato dal giornalista Luca Poma, pone così il problema sui “Giovani”, in un momento di estrema difficoltà per il loro futuro (e non a caso il libro uscito ha per titolo “Giovani Politica Futuro”.

Dieci anni di storia, di analisi e di prospettive sulle politiche giovanili in Italia...).

Si ritorna, frequentemente, sul tema, tanti si interrogano su ciò che attende i giovani, per i tempi che verranno, ma le soluzioni possibili non sono vicine, e intanto si creano tante attese, con le amarezze prevedibili: vincere le solitudini del nostro oggi rimane il traguardo urgente, dialogando con loro e promuovendo condizioni di maggiore serenità.

Liberare degli spazi per il loro futuro, valorizzare al massimo “storie di eccellenza” nel mondo giovanile rimane il compito generazionale su cui fondare le energie di tutti, perché si possano coltivare speranze capaci di dare un senso alla vita.

Nell’AVIS tanti giovani si mettono a fianco di chi si trova in difficoltà, dimostrano di comprendere l’urgenza di concretizzare l’ideale, umanissimo, della solidarietà: sono “storie di impegno” che meritano tanta attenzione, anche per comprendere bene il nostro tempo; “storie che possono essere una valida testimonianza, più di tante parole, del fatto che la speranza nei giovani non è morta e che i giovani stessi possono essere il motore per il rinnovamento della nostra società”.

a cura di Carlo Moretti


Estate 2010


Festa degli alberi

Sabato 29 maggio 2010, tutte le classi della Scuola primaria di Borno hanno festeggiato la tradizionale “Festa dell’albero” con una bella manifestazione che si è svolta presso i giardinetti all’ingresso del paese.

festa degli alberi

Come ogni anno, tale appuntamento conclude il Progetto di educazione ambientale, che copre l’intero anno scolastico e, in collaborazione con il C.A.I ed il personale del Consorzio Pizzo Camino, prevede progetti specifici volti ad approfondire, attraverso argomenti mirati ed escursioni sul territorio, la conoscenza, il rispetto e la difesa della natura.

Come abbiamo ricordato ai nostri alunni, in Italia la prima festa dell’albero fu celebrata nel 1898 per iniziativa del Ministero della Pubblica Istruzione con lo scopo di “infondere nei giovani il rispetto e l’amore per la natura e per la difesa degli alberi”.

Tale appuntamento acquisisce, oggi, maggior significato in seguito all’entrata in vigore del “Protocollo di KYOTO” che è un trattato internazionale con il quale i governi di molti Paesi, tra cui l’Italia, si sono impegnati a ridurre le emissioni di anidride carbonica e dei gas responsabili dell’effetto serra.

Affrontando le nuove, e spesso drammatiche, emergenze ambientali tale protocollo mette in evidenza come i vegetali siano alleati strategici dell’uomo nel garantirgli la sopravvivenza sul pianeta.

festa degli alberi

Dall’anno 1992 in poi, una Legge regionale obbliga anche ogni Comune alla messa a dimora di un albero per ogni neonato.

Così, guidati dai loro insegnanti, tutti i bambini hanno preparato la manifestazione con entusiasmo e sono stati i veri protagonisti della festa, esibendosi con il dolce suono del flauto, con il canto corale “Lo scriverò nel vento” e con la consegna di un bellissimo quadretto, realizzato dalle classi quinte, ad ognuno dei piccoli nati nel 2009.

Dopo la benedizione di don Francesco ed il discorso del nostro Sindaco, che sottolineava l’apprezzamento per le attività ed il coinvolgimento della scuola nella sensibilizzazione verso le tematiche ambientali e la tutela del territorio, sono stati piantumati gli alberelli.

La mattinata si è conclusa, come sempre, con la gustosissima merenda offerta dall’Amministrazione comunale.

Un sentito grazie anche ai volontari della protezione civile, sempre presenti e collaborativi e... arrivederci al prossimo anno!

Anna


Estate 2010


Nobilitas in corporis spiritu
la nobilità sta nello spirito di contrada

Addì 13 luglio 2010 – mancano ancora tre giorni all'inizio...

"Che lo spirito di gara e dello sacrosanto bisogno et desiderio di vittoria mai sian sovrastati da pensieri e sentimenti che nulla giovano allo nostro giuoco, ché ben si sa: è difficile, ma vi è più gioia riuscendovi! Ché la forza di un uomo o di una contrada, che in codeste situazioni si rifà ad una creatura sola, non sta nello sminuir la forza altrui, ma accrescendo la propria! Ecco il nome! Ecco il motto! Che l'unione di contrada, riscoperta ov'è più nascosta, dia vigore e forza e nobiltà d'animo, tanto da riuscir ad eguagliare quella d'altri, ché non si raggiunge la posizione più alta scavando buche sotto l'avversario, ma creando un monte più alto sotto li piedi nostri! Che vinca chi è più forte, senza mai scordar che la barca nostra possiede sei remi e a nulla giova spezzarne alcuno!"

E' con queste parole che è stato presentato il Palio di San Martino, una tradizione ormai per il nostro Paese, una ben consolidata manifestazione che ogni anno aggiunge persone sia tra i contradaioli che tra i visitatori che, anche solamente per mera curiosità, salgono sull'Altopiano a vedere con i propri occhi il Medioevo.

Il senso del Palio è per me proprio quello del motto: la Nobiltà, che nasce dall'unione all'interno della contrada e tra le sei contrade.

Siamo, infatti, un solo Comune e una sola Parrocchia, che per tre giorni all'anno si vede divisa in sei parti con colori diversi, ma in fondo, suvvia, siamo tutti bornesi! Il senso del Palio è nella festa e nel gioco, non nell'agonismo e nella volontà di vedere qualcuno perdere! Se qualcuno pensasse fosse questo il significato del Palio, beh, dimostra di avere davvero una misera intelligenza e un cervello minuscolo! Io, almeno, vedo il Palio come possibilità e momento di rendere Borno più allegro, più divertente, più accogliente e ospitale, più colorato...

palio 2010

In questi sei anni di Palio, ho avuto la fortuna e la gioia di conoscere nuove persone, della mia contrada o meno, di intrecciare con loro delle relazioni e dei rapporti che ben vanno al di là dei tre giorni di competizione e di giochi del Palio.

Il Palio è un momento nel quale ci si sente contradaioli della Ciasa, della Dasa, di 'Nfont a Buren, di 'Nsima a Buren, di Paline e della Quadela, solamente perché siamo di un unico Paese, perché si ama e ci si riconosce in un unico Paese e in un unica Parrocchia... Non vorrei essere blasfemo citando San Paolo, ma il corpo è uno solo, anche se molte sono le membra...

Mancano ancora tre giorni... La mia ansia sta crescendo... Un in bocca al lupo a tutti i contradaioli e a tutte le Contrade!

Addì 18 luglio 2010 – verso sera... Hocnpwjerpopejrofop... Sarà meglio andare a dormire per smaltire l'ubriachezza...

Addì 19 luglio 2010 – mattina presto... Il Palio è finito e penso che ogni contradaiolo e ogni contrada abbia una quantità di acido lattico e di stanchezza in corpo che questo lunedì potrebbe essere uno dei più lunghi e difficili degli ultimi anni....

Ma il sorriso perché una bellissima manifestazione si è conclusa perfettamente e per il meglio, lava via ogni spossatezza e affaticamento. La gioia di tutti, l'allegria di tantissimi vincono su ogni crampo muscolare...

palio 2010

Solo due parole sulle gare: un combattimento bello, onesto, corretto e appassionante. Una lotta fino all'ultimo punto dell'ultima gara.

Ha vinto 'Nfont a Buren a pochi punti dalla Dasa e dalla Quadela. Ma abbiamo vinto TUTTI, perché il Palio non è della contrada che lo vince, ma è quello della nostra Comunità, del nostro Paese.

E infine un doveroso ringraziamento, che per ordine di importanza andava posizionato all'inizio dell'articolo e della pagina, ma che se lo scrivo in fondo, magari resta più in mente...

Grazie a tutti coloro che personalmente e/o per mezzo di una delle tante e preziosissime associazioni del Paese, hanno permesso che questa meraviglia di manifestazione, il VI Palio di San Martino, si realizzasse al meglio.

palio 2010

Spero di non dimenticarmi nessuno: la Confraternita del Cervo, l'Associazione "6 Contrade", l'Amministrazione Comunale, la Parrocchia e l'Oratorio, il gruppo Alpini di Borno, la Protezione Civile di Borno, il C.a.i., lo Ski Club, gli albergatori e ristoratori di Borno, il gruppo musicale Folkstone, le Contrade con tutti i contradaioli e tutte quelle persone che, per la stanchezza e l'ubriachezza in fase di smaltimento di questi tre giorni, potrei aver dimenticato se mi mettessi a citarle una per una...

Grazie di cuore, per il lavoro, la pazienza, la voglia, la forza, la disponibilità che avete donato per poter mettere in moto e fare camminare anche quest'anno la splendida macchina del Palio di San Martino di Borno.

Grazie infinite Semplicemente, grazie! Ed ora lasciatemelo urlare, per favore, ancora una volta che sino all'anno prossimo sarà improbabile che mi ricapiti di poterlo far: "Contradeeeeeeeeeeeeeeee!"

Paolo (il polpo pol) Baisotti


Estate 2010


Nobilitas in corporis spiritu
la nobilità sta nello spirito di contrada

Addì 13 luglio 2010 – mancano ancora tre giorni all'inizio...

"Che lo spirito di gara e dello sacrosanto bisogno et desiderio di vittoria mai sian sovrastati da pensieri e sentimenti che nulla giovano allo nostro giuoco, ché ben si sa: è difficile, ma vi è più gioia riuscendovi! Ché la forza di un uomo o di una contrada, che in codeste situazioni si rifà ad una creatura sola, non sta nello sminuir la forza altrui, ma accrescendo la propria! Ecco il nome! Ecco il motto! Che l'unione di contrada, riscoperta ov'è più nascosta, dia vigore e forza e nobiltà d'animo, tanto da riuscir ad eguagliare quella d'altri, ché non si raggiunge la posizione più alta scavando buche sotto l'avversario, ma creando un monte più alto sotto li piedi nostri! Che vinca chi è più forte, senza mai scordar che la barca nostra possiede sei remi e a nulla giova spezzarne alcuno!"

E' con queste parole che è stato presentato il Palio di San Martino, una tradizione ormai per il nostro Paese, una ben consolidata manifestazione che ogni anno aggiunge persone sia tra i contradaioli che tra i visitatori che, anche solamente per mera curiosità, salgono sull'Altopiano a vedere con i propri occhi il Medioevo.

Il senso del Palio è per me proprio quello del motto: la Nobiltà, che nasce dall'unione all'interno della contrada e tra le sei contrade.

Siamo, infatti, un solo Comune e una sola Parrocchia, che per tre giorni all'anno si vede divisa in sei parti con colori diversi, ma in fondo, suvvia, siamo tutti bornesi! Il senso del Palio è nella festa e nel gioco, non nell'agonismo e nella volontà di vedere qualcuno perdere! Se qualcuno pensasse fosse questo il significato del Palio, beh, dimostra di avere davvero una misera intelligenza e un cervello minuscolo! Io, almeno, vedo il Palio come possibilità e momento di rendere Borno più allegro, più divertente, più accogliente e ospitale, più colorato...

palio 2010

In questi sei anni di Palio, ho avuto la fortuna e la gioia di conoscere nuove persone, della mia contrada o meno, di intrecciare con loro delle relazioni e dei rapporti che ben vanno al di là dei tre giorni di competizione e di giochi del Palio.

Il Palio è un momento nel quale ci si sente contradaioli della Ciasa, della Dasa, di 'Nfont a Buren, di 'Nsima a Buren, di Paline e della Quadela, solamente perché siamo di un unico Paese, perché si ama e ci si riconosce in un unico Paese e in un unica Parrocchia... Non vorrei essere blasfemo citando San Paolo, ma il corpo è uno solo, anche se molte sono le membra...

Mancano ancora tre giorni... La mia ansia sta crescendo... Un in bocca al lupo a tutti i contradaioli e a tutte le Contrade!

Addì 18 luglio 2010 – verso sera... Hocnpwjerpopejrofop... Sarà meglio andare a dormire per smaltire l'ubriachezza...

Addì 19 luglio 2010 – mattina presto... Il Palio è finito e penso che ogni contradaiolo e ogni contrada abbia una quantità di acido lattico e di stanchezza in corpo che questo lunedì potrebbe essere uno dei più lunghi e difficili degli ultimi anni....

Ma il sorriso perché una bellissima manifestazione si è conclusa perfettamente e per il meglio, lava via ogni spossatezza e affaticamento. La gioia di tutti, l'allegria di tantissimi vincono su ogni crampo muscolare...

palio 2010

Solo due parole sulle gare: un combattimento bello, onesto, corretto e appassionante. Una lotta fino all'ultimo punto dell'ultima gara.

Ha vinto 'Nfont a Buren a pochi punti dalla Dasa e dalla Quadela. Ma abbiamo vinto TUTTI, perché il Palio non è della contrada che lo vince, ma è quello della nostra Comunità, del nostro Paese.

E infine un doveroso ringraziamento, che per ordine di importanza andava posizionato all'inizio dell'articolo e della pagina, ma che se lo scrivo in fondo, magari resta più in mente...

Grazie a tutti coloro che personalmente e/o per mezzo di una delle tante e preziosissime associazioni del Paese, hanno permesso che questa meraviglia di manifestazione, il VI Palio di San Martino, si realizzasse al meglio.

palio 2010

Spero di non dimenticarmi nessuno: la Confraternita del Cervo, l'Associazione "6 Contrade", l'Amministrazione Comunale, la Parrocchia e l'Oratorio, il gruppo Alpini di Borno, la Protezione Civile di Borno, il C.a.i., lo Ski Club, gli albergatori e ristoratori di Borno, il gruppo musicale Folkstone, le Contrade con tutti i contradaioli e tutte quelle persone che, per la stanchezza e l'ubriachezza in fase di smaltimento di questi tre giorni, potrei aver dimenticato se mi mettessi a citarle una per una...

Grazie di cuore, per il lavoro, la pazienza, la voglia, la forza, la disponibilità che avete donato per poter mettere in moto e fare camminare anche quest'anno la splendida macchina del Palio di San Martino di Borno.

Grazie infinite Semplicemente, grazie! Ed ora lasciatemelo urlare, per favore, ancora una volta che sino all'anno prossimo sarà improbabile che mi ricapiti di poterlo far: "Contradeeeeeeeeeeeeeeee!"

Paolo (il polpo pol) Baisotti


Estate 2010


Hanno ricevuto il Battesimo

battesimo Borno
Schiavini Giulia
di Mauro e Isonni Barbara

battesimo Borno
Odelli Francesca
di Marco e Gheza Elena

battesimo Borno
Scalvinoni Mattia
di Fabrizio e Franzini Silvia


Uniti in Matrimonio

matrimonio borno
Mariotti Gianluca e Feriti Noemi
Borno 22 maggio 2010

matrimonio borno
Pennati Adamo e Rivadossi Emilia
Borno 03 giugno 2010


Chiamati alla vita eterna

defunto borno
Bertelli Giacomina Gina
2 settembre 1917
2 febbraio 2010

defunto borno
Trombini Luciano
14 maggio 1924
11 aprile 2010

defunto borno
Sanzogni Alessandro
18 gennaio 1945
17 aprile 2010

defunto borno
Caraffini Aldo
26 ottobre 1933
20 aprile 2010

defunto borno
Sanzogni Margherita Antonia
27 gennaio 1927
12 maggio 2010

defunto borno
Fiora Giancarlo
21 ottobre 1941
29 maggio 2010

defunto borno
Fontana Orsola
12 dicembre 1909
11 giugno 2010

defunto borno
Martinelli Pietro
26 febbraio 1936
13 giugno 2010

defunto borno
Zerla Angelo
6 gennaio 1946
14 giugno 2010

defunto borno
Maria Bonari Valbusa
3 gennaio 1917
15 giugno 2010

defunto borno
Fedrighi Maria
14 marzo 1930
12 luglio 2010

defunto borno
Rivadossi Francesca
26 dicembre 1969
14 luglio 2010


Estate 2010



Archivio Cüntómela

 

Parrocchia San Giovanni Battista - Borno (BS)