Parrocchia san Giovanni Battista - Borno Parrocchia san Giovanni Battista - Borno Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

Sommario

I misteri di sant’Antonio

dipinto di s antonio

L’ARCHITETTURA
Questa volta racconteremo poco dell’edificio, se non quel tanto che basta per agganciarci agli interventi pittorici della parete sud, che sono quanto ci interessa. Dunque la chiesetta, o oratorio, è il risultato di due interventi edificatori; attualmente è dedicata a S. Antonio da Padova (che si festeggia il 13 giugno, da non confondersi con quello del porcellino o del fuoco o del bastone a tau s. Antonio Abate, nato in Egitto, la cui festa cade il 28 febbraio, quando si benedicono gli animali a quattro e a due zampe).
Il primo intervento risale nientemeno che al secolo XIV, per intenderci al 1300: allora i devoti Bornesi costruirono una cappella a pianta quadrata, che prendeva luce anche da due finestrelle, aperte sulla parete a ovest, quella verso l’oratorio, che culminano in alto con una specie di trifoglio; la cappella era aperta sul davanti, verso il sagrato, ed era affiancata ad est da un portichetto.
Non si sa bene quando, ma sicuramente tra i secoli XV e il XVI, a est fu abbattuto il portichetto  e aggiunta un’altra campata esattamente uguale alla prima; guardando dal sagrato la parete rivolta verso la chiesa, è possibile individuare esattamente la congiunzione tra i due interventi costruttivi. Successivamente le aperture verso il sagrato furono chiuse e lasciate due porte: una sarà poi tamponata.

dipinto di s antonio

I DIPINTI
Anche per i dipinti tralasceremo tutto quello che non attiene al nostro argomento; purtroppo per gli affreschi dietro l’attuale altare c’è poco da fare. Qui ci interessano i due dipinti a fresco che decorano la parete a sud, che sono nettamente divisi, decorando ognuno una delle campate.

Campata antica
L’opera pittorica è stata brutalmente manomessa dall’apertura di una finestra: un intervento sciagurato, sicuramente non nello spirito dei nostri antenati che ci avevano donato una bella composizione. La finestra ha praticamente cancellato la figura della Madonna in trono, racchiusa in una nicchia dipinta: c’è rimasta solo l’aureola!
Ai lati due solenni figure di Santi: Giovanni Battista e Martino vescovo, racchiuse dentro architetture con paesaggi sullo sfondo;  sopra, entro due tondi, l’Angelo nunziante e la Vergine. A fianco del Battista, successivamente sarà dipinto un s. Pietro, che ripete il gesto di Giovanni, indicando la Madonna.

Campata aggiunta
È interamente occupata dalla Sacra Conversazione di Callisto Piazza, racchiusa in un’ampia lunetta, con la Vergine e il Bambinello; ai lati, partendo da sinistra di chi guarda, i santi  Rocco, Antonio Patavino, Battista e Martino.

I MISTERI
Fin qui tutto chiaro, ma ora cominciano i misteri. Chi ha dipinto i due affreschi?
Su quello di sinistra pare non ci siano più dubbi, ma ce ne sono stati tantissimi in passato. I due pittori ai quali il dipinto è stato alternativamente attribuito sono il bresciano Girolamo Romano detto il Romanino e Callisto Piazza da Lodi, ma ora gli storici concordano sul nome del secondo.
dipinto di s antonio La prima menzione di “pitture insigni del Romanino” la si trova nel trattato Curiosi trattamenti contenenti ragguagli sacri e profani dei popoli camuni di Padre Grogorio Brunelli del 1698; l'attribuzione corretta a Callisto Piazza risale invece al secolo scorso, periodo in cui importanti studi furono dedicati al pittore, da parte degli studiosi locali P. Guerrini e A. Sina nell'anno 1912.
Tutti gli storici che nell'ultimo secolo si sono occupati di questo dipinto, e sono veramente numerosi (fra i tanti Giorgio Nicodemi, Bernard Berenson, Maria Luisa Ferrari, Rossana Bossaglia, Gianni Carlo Sciolla, Bruno Passamani, Gaetano Panazza, Franco Mazzini, Marco Tanzi, Sara Marazzani), hanno riconosciuto la correttezza dell'attribuzione e hanno di conseguenza speso le proprie fatiche per capire secondo quali  idee compositive fosse stato realizzato; altro elemento su cui si sono fatte numerose ipotesi è l'anno di esecuzione: alcuni giustamente hanno sostenuto l'ipotesi del terzo decennio del 1500, altri invece pensarono al successivo, tutto questo perché l'opera non è firmata e non esistono documenti che la riguardano.
Ora sappiamo, grazie alle osservazioni e studi di numerosi esperti, che Callisto Piazza (Lodi, c.a. 1500-1560) operò nel territorio bresciano presumibilmente negli anni 1523-29, ossia nella fase giovanile della sua attività.
I primi dipinti certi a lui attribuiti sono proprio opere presenti in Brescia e riportano le date 1524-25; dopo questa prima parentesi si inserirebbe il soggiorno in Valle Camonica (c.a. 1526-1529), successivamente un breve ritorno a Brescia prima del rientro definitivo a Lodi. Da un contratto del 1529 sappiamo che accettò un lavoro per la realizzazione del quale dovette tornare in città dove impiantò una stabile ed importante bottega; dalla sua città di origine gestì numerose commissioni provenienti da diversi paesi e città del nord Italia.
Le opere di Callisto Piazza presenti in Valle Camonica sono quindi da vedere, studiare e capire, come tasselli di un percorso giovanile che si snoda fra gli insegnamenti ricevuti nella bottega lodigiana gestita dal padre Martino e dalla zio Albertino, a cui si aggiunse il notevole influsso esercitato dai due più importanti pittori attivi a Brescia, ossia il già citato Romanino e Alessandro Bonvicino detto Moretto.
Il periodo trascorso da Callisto sia in Valle Camonica ma, principalmente a Brescia, che definirei di “perfezionamento” piuttosto che di alunnato, in quanto questa attività si svolgeva in età ben più precoce, lo vedrà poi tornare a Lodi con un bagaglio di conoscenze ed esperienza che gli permise di assumere notevoli ed impegnativi incarichi che fino ad alcuni anni prima erano stati gestiti dalla bottega di famiglia; il padre morì l'anno 1523, lo zio invece  nel 1529.

dipinto di s antonio

Tornando alla nostra parete dell’oratorio di S. Antonio: per il dipinto di destra, quello che in teoria dovrebbe essere precedente all’opera di Callisto, l’attribuzione è aperta. Bertolini e Panazza, nel primo volume della collana ARTE IN VAL CAMONICA, lo collocano nell’area del Ferramola, pittore bresciano (pag. 262), puntando soprattutto sullo stile e l’inquadratura architettonica che si rifà ad un architetto bolognose, vissuto a cavallo tra i secoli XV e XVI: il Serle; poi ancora per i motivi decorativi che abbelliscono le architetture e per il paesaggio che fa da sfondo.

PERCHÉ e QUANDO?
Questi due interrogativi ci sprofondano nel mistero più fitto.
Perché due dipinti pressoché uguali nella stessa chiesetta?
Non c’è dubbio che nell’uno e nell’altro dipinto il tema sia lo stesso: si tratta di una “sacra conversazione”, composizione inventata nella Toscana quattrocentesca, che vede al centro la Madonna col Bambino e, ai lati, Santi devozionali del luogo o indicati dai committenti o grandi Santi guaritori.
Nella campata a ovest la Madonna doveva sedere in trono, per trovarsi alla sua destra Giovanni Battista e alla sinistra Martino; tutto a puntino e secondo tradizione: il Battista è stato collocato in posizione privilegiata non solo perché parente e precursore di Cristo, ma perché soppiantò il povero Martino nella dedicazione della parrocchiale. Martino, grande santo venerato da Carlo Magno e dai Franchi, che aveva governato una prima chiesetta, aveva probabilmente lasciato il posto a Giovanni Battista a seguito dell’assegnazione a Borno  del fonte battesimale.
Nella campata a est i due Santi sono stati posti da Callisto Piazza ambedue alla sinistra della Madonna, nell’ordine d’importanza: prima Giovanni e poi Martino. Alla destra hanno trovato posto prima Antonio, cui è dedicata la chiesetta, e Rocco che doveva difendere dalle pestilenze, male terribile dei secoli passati: a peste, fame et bello, libera nos, Domine!
Non siamo quindi solo di fronte allo stesso tema ma ad un medesimo sviluppo dello stesso: tra l’altro perfino lo sfondo è svolto ugualmente, almeno per quanto è dato confrontare: in tutte e due i dipinti è presente il lago con le barche.
Riformuliamo la domanda: perché due dipinti uguali, uno di fianco all’altro, nella stessa chiesetta?

Il mistero s’infittisce quando s’affronta l’altro interrogativo: quando sono stati dipinti?
L’argomento è talmente spinoso che il critico d’arte F. Mazzini, autore del volumetto Callisto Piazza nell’oratorio di S. Antonio a Borno (2005), a proposito della datazione 1528, presente sul dipinto a destra, afferma che si sarebbe riferita meglio all’opera di Callisto.
Dobbiamo dedurre che le due pitture sono probabilmente coeve o dipinte a brevissima distanza, questione di mesi, l’una dall’altra!
L’anno successivo infatti, Callisto, dopo aver dipinto un’ultima opera nella chiesa dell’Assunta a Cividate, se ne torna a Brescia e poi riparte quasi subito per Lodi.
Una prima risposta a queste domande potrebbe venire forse dal tentativo di ipotizzare un committente.

CHI HA FATTO DIPINGERE L’AFFRESCO DI CALLISTO PIAZZA?
Le opere di Esine furono realizzate tutte per la chiesa della Santissima Trinità che, come quella di Santa Maria, era retta da Don Faustino Fostinoni (Cividate ca. 1485-1564) inoltre nello stesso periodo egli era pure arciprete di Cividate (1527-1550). Se si ricostruisce la genealogia dei Fostinoni di Cividate, si noterà che la famiglia era sì originaria di Ossimo ma che era un ramo derivante da quella originaria di Borno!
Bisogna considerare inoltre anche la famiglia Federici di Esine che, come riporta il Sina in alcuni scritti rintracciabili fra le sue numerose opere di storia locale, era abituale committente di opere e di interventi relativi a tutte le chiese presenti sul territorio del paese. Sebbene i documenti a riguardo non precisino nulla e neppure Sina approfondisca questo aspetto, si potrebbe ipotizzare il reiterato rifarsi alla bottega di Callisto (escluse da questo gruppo resterebbero solo la Deposizione e la Pala d'altare di Breno) da parte delle famiglie Fostinoni-Federici per l’esecuzione di opere da collocare nei luoghi più significativi (la Pieve di Cividate sarà affidata a membri della Famiglia Fostinoni per circa un secolo; Borno era il luogo da cui si era diramata la famiglia Fostinoni; Esine la località in cui entrambe le famiglie Federici e Fostinoni esercitavano una profonda influenza; Santa Maria del Restello ad Erbanno era una chiesa-cappella di giuspatronato Federici).
dipinto di s antonio Rimane l’interrogativo: perché? Si voleva dimostrare qualcosa? Era un dono a Borno? Era frutto di un’immensa ammirazione per il nuovo pittore? Si trattava di una specie di contestazione nei confronti dell’altra opera coeva, ma comunque antecedente?

QUALCOSA A PROPOSITO DELL’OPERA DI CALLISTO PIAZZA
Dice il Passamani che Callisto svolge il tema devozionale “in uno spirito neoquattrocentesco formatosi sui modelli puristi del Moretto, ma con la ‘licenza’ dello straordinario paesaggio camuno, immagine riflessa di quello che l’occhio abbraccia all’esterno, con la stessa pulizia primaverile e l’aria cristallina e fresca di neve che scende dai monti”.
dipinto di s antonio Passi per l’aria cristallina e fresca di neve che ci può stare, ma ci pare che il Piazza non abbia proprio guardato molto le nostre belle montagne: quell’“immagine riflessa di quello che l’occhio abbraccia all’esterno” non riusciamo proprio a vederla: dove sono le nostre belle montagne, con i loro prati e pascoli verdeggianti fin sotto i grigi spuntoni rocciosi? Dove i córegn di S. Fermo o il gruppo del Mòren o la Presolana...?
Possibile che salendo ogni mattina o scendendo ogni sera dal sagrato, non abbia mai alzato gli occhi? Ci pare che sia andato a braccio e molto a memoria di cose viste, lontane da qui.
E il mulino? Pure quello dipinto a memoria e preso a prestito dalle pianure dov’era nato lui o dal fondovalle! In montagna la ruota idraulica non pesca nelle rogge la forza motrice, ma la trova nella caduta dell’acqua dall’alto, portata da canalette di legno. E quando mai le torri o i campanili in queste lande sono rotondeggianti? Sono tutti ben fondati su piante quadrate!

Ma queste sono piccole annotazioni: il dipinto è un bellissimo dono che qualcuno ha voluto fare a Borno, ma noi non riusciamo a sapere CHI e PERCHÉ!

 Gianpaolo Scalvinoni
e Francesco Inversini


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