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Sommario

Il giusto ricordo dei nostri morti

Di cosa è capace l’Amore, Dio:
per puro Amore si è fatto uomo...
come me... come te...
morti Per puro Amore
ha lasciato il Suo Cielo
per vivere con me... con te...
su questa terra;
e non contento,
per puro Amore,
ci ha trasferiti nel Suo Regno
per condividere la Sua Gioia
con me... con te...
Non meravigliarti se questo Amore
ancora fa “rumore”
perché non ha ancora finito di amare...
Finché ci sarà un solo uomo
continuerà a ricordarci
di cosa deve essere capace l’Amore
...il mio ...il tuo.

 

Mentre scrivo queste righe sta per finire il mese di novembre, mese dedicato per tradizione ai morti e alla loro commemorazione. Questa pratica ha origine nel X secolo nel monastero di Cluny e si è diffusa così nella Chiesa attraverso i monaci. Il Papa Benedetto XV al tempo della Prima Guerra mondiale ha fatto, poi, una ulteriore concessione ai sacerdoti: quella di poter celebrare nel giorno dei morti tre S. Messe, anziché una soltanto: segno della sensibilità maturata nella chiesa per le anime dei defunti.

La liturgia dei funerali è un altro segno che mostra come il tema della morte sia legato inscindibilmente anche a quello della vita, nell’eternità, celebrato nel mistero pasquale di Cristo Risorto. Nelle esequie la Chiesa prega per i suoi figli, che sono già stati incorporati a Cristo nel battesimo, così che passino con Lui dalla morte alla vita e, purificati nell’anima, vengano accolti tra i santi, mentre il corpo aspetta la venuta seconda di Cristo alla fine del tempo, con la speranza della beatitudine eterna che solo Lui può dare.

La morte, non possiamo negarlo, accompagna la nostra esistenza sempre e si mescola alla vita. Addii, malattie, delusioni, tragedie, calamità, sono i segni premonitori di quella realtà ineluttabile, ma noi viviamo comunque nella speranza, perché siamo stati fatti per aspirare a un “di più” di amore, di felicità, di benessere, di mete da raggiungere. Viviamo protesi nella speranza perché Dio ci ha voluto così, lanciati nel domani, anche se sempre in agguato è la realtà della fine di tutto. Da cristiani, dunque, la realtà della morte non blocca il desiderio di scoprire il mistero nel quale siamo avvolti e che vogliamo conoscere comunque, mistero nel quale c’è anche questo confine che ci aspetta.

Come avvicinarsi, come rispondere alla domanda sul senso ultimo della vita, alla luce della realtà della morte?

I non credenti, benché anch’essi circondino di rispetto la morte, non hanno risposta sul presente ineluttabilmente diretto verso la fine di tutto e sul futuro dopo la fine di questo tutto. I cristiani trovano a queste domande la risposta delle fede, per cui la nostra morte si colloca nel solco della morte di Gesù Cristo. Essa allora è sì, un calice amaro da bere fino in fondo, ma non è la fine di tutto, perché oltre c’è ancora la volontà del Padre che ci aspetta a braccia aperte. La morte del cristiano non è allora la conclusione di questo passaggio nel mondo, ma un momento della vita umana, dove la vita terrena è preparazione di quella celeste, nella quale entra e gode dei suoi beni, per opera di Cristo Salvatore.

All’uomo Dio ha dato un grande potere perché gli ha messo tra le mani l’esito del suo destino eterno. Infatti, nella scelta di porsi contro Cristo, egli si autoesclude dalla possibilità di godere dell’amore di Dio in eterno e, nella decisione di stare con Cristo, egli troverà in quell’amore la gioia piena e definitiva che da sempre desiderava.

A volte pensiamo ai nostri defunti e alla maniera in cui hanno vissuto e sono morti. Cosa possiamo fare per loro? C’è qualche maniera per modificare il loro destino?

Intanto possiamo dire che tutti i morti appartengono ad una comunità sia civica che cristiana, indipendentemente da come siano vissuti e da come abbiano professato la loro fede, che solo Dio conosce nell’intimo più profondo. Questa convinzione ci fa sperare in un destino eterno positivo anche per chi ha vissuto trascurando in gran parte, ma non totalmente, di salvare l’anima. Noi, allora, per loro possiamo fare ancora qualcosa con la preghiera. La preghiera per i defunti è una grande tradizione nella Chiesa, motivata dal fatto che in ogni persona morta, pur anche nella fede, sussiste sempre molta imperfezione da purificare dagli antichi egoismi. La nostra preghiera esprime, dunque, la solidarietà nel bene per i nostri cari ed intercede presso il Signore perché la loro morte sia morte al male e definitivo ritorno alla luce di divina.

Così, ancora, possiamo mantenere un collegamento con i nostri morti e possiamo fare loro del bene, non tanto piangendo o mettendo un cero sulla loro tomba, quanto raccomandandoli alla misericordia divina con la preghiera, con la partecipazione al sacrificio di Cristo nell’Eucarestia e con atti di carità compiuti nel  nome del Signore Gesù che anche loro ha voluto salvare. Questo è ciò che di meglio possiamo fare per non dimenticare i nostri morti e per preparare il nostro incontro con loro e soprattutto con il Dio dell’amore.

Don Francesco


Natale 2010


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