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Sommario

ripensandoci

La preghiera

Insieme al digiuno e alle opere di carità, la preghiera è l'esperienza che dovrebbe contraddistinguere la Quaresima e l'intera vita di ogni cristiano. Ma “Che cos'è la preghiera?”, “Come pregare?”, “Perché pregare?”. Sono questi i tre capitoli di un agile volumetto (l'ho letto tra un sabato sera e il pomeriggio della domenica successiva) scritto da Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose.

Ricordato che pregare non è mai stata un'azione umanamente facile, tanto che gli stessi apostoli hanno chiesto a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc. 11,1), l'autore ha descritto innanzitutto cosa dovrebbe essere per il cristiano questa la preghiera.

Partendo dalle tradizionali frasi di S. Agostino «Tu ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te» e di Giovanni Damasceno «La preghiera è l'elevazione dell'anima a Dio», Enzo Bianchi ha sottolineato come questo tendere dell'uomo verso Dio sia insufficiente per definire la preghiera e la stessa fede. Secondo la Bibbia, infatti, non è tanto l'uomo, con le sue sole forze, che può elevarsi per raggiungere e conoscere Dio, ma è Dio stesso che si rivela si e prende cura del suo popolo, che desidera talmente fare amicizia, entrare in comunione con l'uomo da incarnarsi in Gesù Cristo.

Ecco allora che biblicamente la preghiera è innanzitutto ascolto. Ogni momento orante del popolo ebraico iniziava con lo “shemà Israel”, “ascolta Israele”; il giovane Salomone, all'invito da parte di Dio di esprimergli ciò che desiderava, rispose «un cuore docile», «un cuore capace di ascolto», secondo la traduzione dello stesso Bianchi; sia al momento del battesimo nel Giordano, sia sul monte della trasfigurazione l'espressione di Dio Padre riguardo a Gesù è stata molto chiara: «Questo è il mio figlio, ascoltatelo!»

Il Signore ci parla mediante la sua Parola, la Chiesa e gli avvenimenti quotidiani. Ed è proprio ponendoci in ascolto e meditando giorno per giorno ciò che viviamo, facendo memoria di tutto quello che il Signore ha fatto per ognuno di noi, che possiamo vivere l'invito di S. Paolo di pregare incessantemente (1Ts 5,17). È mediante l'ascolto che possiamo destarci accogliendo una Presenza che fonda e colma la nostra vita, e aprendoci a quella vera comunione che, rendendoci consapevoli di tutta la nostra debolezza (come il pubblicano nel tempio), ci immerge in un grande mistero d'amore.

Immersi in questa grande comunione d'amore, come ci suggerisce sempre S. Paolo, non siamo più noi che viviamo, ma è Cristo che vive in noi; non siamo più noi solo che preghiamo - lasciandoci trasportare magari da entusiasmi e sentimentalismi passeggeri -, ma è lo Spirito Santo che prega dentro di noi, aiutandoci soprattutto nei momenti aridi. Tutto questo dovrebbe, poi, sfociare nella contemplazione che, come ricorda Enzo Bianchi, non è un'estasi spiritualistica di visioni e atmosfere più o meno angeliche, ma uno sguardo nuovo sulla quotidianità, un saper guardare tutti e tutto con gli occhi di Dio.

Circa il come pregare l'autore del libro è partito ovviamente dalla madre di tutte le preghiere, quella che Tartulliano definiva «il compendio di tutto il Vangelo», ossia il Padre Nostro, e dalla cornice evangelica in cui è incastonato, per sottolineare l'esigenza, prima di pregare, di riconciliarsi con gli altri: «Chi infatti non ama (e ascolta) il proprio fratello che vede, non può amare (e ascoltate) Dio che non vede» (1Gv 4,20).

Ribadita la fondamentale importanza della preghiera liturgica e comunitaria in cui, come ricordava anche don Alberto agli adolescenti due estati fa, si può “imparare” a pregare dall'amico che siede accanto a noi e che prega con e anche per noi, il priore di Bose si duole del fatto che, sia in famiglia sia a livello pastorale nelle parrocchie, non si insiste e non ci si educa più molto alla preghiera personale, quella vissuta nel silenzio del proprio cuore, secondo lo stile di Gesù che si ritirava in disparte a pregare. E qui mi viene in mente ciò che ama ripetere p. Giacomo: se non ci abituiamo ogni giorno a fare un momento di silenzio dentro noi e intorno a noi per ricentrare la nostra vita su Dio e sulle realtà vere, rischiamo di venire travolti dalla caotica confusione di questo mondo in continuo mutamento.

Un altro spunto interessante offerto dal libro è la falsa contrapposizione fra preghiera di domanda, ritenuta infantile o egoistica, e la preghiera di ringraziamento, l'unica considerata degna di essere formulata. Sia il Vangelo che lo stesso Padre Nostro sono un continuo invito a cercare, a bussare, a chiedere tutto ciò di cui abbiamo bisogno: questo per aiutarci ad essere consapevoli che senza Dio non possiamo fare nulla, ma anche per educarci a purificare sempre più i nostri desideri, facendoli convergere verso l'essenziale, verso quella parte migliore che non ci verrà mai tolta.

La preghiera di domanda ci libera dalla presunzione che tutto dipenda da noi, facendoci cogliere, invece, che il vero bene, la vera pace, il vero amore, pur richiedendo la nostra risposta e il nostro impegno, ci sono donati. Ciò alimenta la speranza, la fiducia e il desiderio di ringraziare, il desiderio di una vita eucaristica. «Solo chi rende grazie» scrive l'autore «fa l'esperienza della salvezza».

Nell'ultimo capitolo di “Perché pregare, come pregare” - è questo il titolo del libro - Enzo Bianchi affronta difficoltà e ostacoli alla preghiera: alcuni seri e problematici come il presunto silenzio e non intervento di Dio nelle tragedie anche recenti della storia (vedi lo sterminio ad Auschwitz), altri che si rivelano poco più che scuse come, ad esempio, la mancanza di tempo da dedicare alla preghiera, quando ne sprechiamo in abbondanza davanti alla televisione o navigando in Internet.

Il libro termina con un'altra frase di S. Agostino: «Il desiderio prega sempre, anche quando la lingua tace. Se tu desideri sempre, preghi sempre. Quand'è che la preghiera sonnecchia? Quando si raffredda il desiderio». E l'autore conclude affermando che «La preghiera è il nostro desiderio di amore».

Franco


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