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Sommario

Profumi e sapori nella Bibbia

Ci sono coloro che non sanno resistere davanti ad una torta farcita o ad un vassoio colmo di bignè e cannoncini, e altri che a tali ghiottoneria preferiscono un gustoso panino col salame, accompagnato magari da un buon bicchiere di vino, o un bel piatto di ravioli al burro fuso.

Anche scorrendo le pagine della Bibbia incontriamo sapori e profumi. La promessa che Dio fece al popolo d’Israele guidato da Mosè, era di condurlo in una terra dove scorre latte e miele. Questo cammino iniziò in una notte in cui gli israeliti si cibarono di agnello arrosto ed erbe amare, simbolo della schiavitù in Egitto, e continuò nel deserto dove Dio donava ogni giorno la manna. Tale cibo leggero e dolciastro a quanto pare non soddisfaceva molto il palato degli stessi israeliti: lo definivano nauseabondo e faceva loro rimpiangere le cipolle bollite della prigionia.

Ecco allora che il buon Dio, proprio come un papà o una mamma che alla fine cercano sempre di accontentare il proprio bambino, oltre alla manna con la rugiada del mattino, faceva trovare al suo popolo le quaglie al calar della sera.

Mentre nel libro dei Proverbi troviamo che l'amarezza è nel cuore di chi trama il male, alcuni Salmi ci invitano a gustare la dolcezza e la bontà del Signore. Ma è nel Cantico dei Cantici - un libro di cui molti studiosi si chiedono ancor oggi come mai sia finito nel canone biblico - che respiriamo il profumo della primavera, la fragranza del bosco che si risveglia, il sapore anche piccante della ricerca di qualcuno da amare.

Passando ai profeti, Isaia ci ricorda che per tutti i popoli sul monte il Signore preparerà un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Nel libro di Geremia il Signore paragona i deportati di Giuda ai fichi buoni e dona a loro un cuore capace di riconoscerlo; mentre i capi che si ostinano a voler rimanere a Gerusalemme vengono trattati come fichi avariati, talmente cattivi da risultare non commestibili. Ezechiele, invece, viene invitato a mangiare il rotolo della Parola di Dio, che alla sua bocca si rivelò dolce come il miele.

A parte il prodotto delle api, alcuni frutti e l'uva - il cui vino può rallegrare il cuore, ma anche rappresentare l'ira amara riservata agli empi - la Bibbia sembra preferire il salato. Se Giovanni Battista si cibava di locuste e miele selvatico, anche il resto del Nuovo Testamento sembra tendere ai sapori decisi. Per far festa al figlio ritornato a casa, il Padre buono fa preparare ai servi il vitello grasso; lo stesso Gesù insieme al pane moltiplica i pesci. Il loro profumo non sempre gradevole e il loro sapore, sempre tendente al salato, accompagnano diverse scene dei Vangeli. Pure da risorto Gesù non disdegna di mangiare insieme ai suoi discepoli del buon pesce arrostito al fuoco sulla spiaggia.

Concludendo questa rapida e molto lacunosa carrellata sui profumi e sapori della Bibbia, possiamo ricordare l'immagine della cena nell'Apocalisse, mediante la quale il Signore desidera intrattenersi ed unirsi a chiunque gli apra la porta del proprio cuore. Un'immagine che ovviamente richiama la stessa ultima cena in cui il Figlio dell'uomo ha inaugurato una nuova Pasqua che non ha più il sapore di erbe amare - anche se Gesù la porterà a compimento con la sua terribile morte e la successiva resurrezione - bensì il profumo della piena comunione nella bontà del pane e nella gioia del vino.

Il cibo e il modo di accostarsi ad esso, nella tradizione del popolo d'Israele, erano diventati oggetto di leggi e norme. È probabile che alcune di queste, come la proibizione assoluta di cibarsi di carni di maiale condivisa con altri popoli del medio oriente, rispondessero ad esigenze igieniche. Ma anche dei cibi puri ed impuri i soliti dottori della legge ne avevano fatto una questione capitale, tanto che Gesù ricorda a loro che non è ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna che rende impuro-cattivo l'uomo, bensì ciò che esce dalla bocca e proviene dal suo cuore.

Proprio Pietro, infatti, nel sogno della tovaglia calata dal cielo narrato negli Atti degli Apostoli, riceve l'ordine di mangiare i cibi profani dei pagani, segno che la salvezza, donata a tutti i popoli, non è più legata a rigorose quanto astruse norme su ciò è lecito o proibito mangiare. Lo stesso san Paolo, nella Lettera ai Romani, ricorda che il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Tuttavia nei Vangeli Gesù invita chiunque vuol farsi suo discepolo ad essere sale della terra.

È esperienza comune che se è troppo salata la pastasciutta risulta immangiabile, così come l'acqua del mare che, appunto perché contiene troppo sale, è imbevibile. Per molti, forse, anche certi atteggiamenti di noi cristiani, certe insistenze della Chiesa sui divieti, sui “valori non negoziabili” possono sembrare troppo salati, sgradevoli e indigesti.

Anch'io, se posso proporre un cenno tutt'altro che dolce, a volte faccio molta fatica a digerire la difesa accanita, soprattutto da parte delle gerarchie italiane, solo di alcuni valori (riferiti perlopiù all'ambito sessuale e ad alcune tappe della vita biologica) considerati assolutamente innegoziabili, mentre altri aspetti della vita sociale - vedi arrivismo, ricchezza e potere non proprio coincidenti con il servizio auspicato dal Vangelo - vengono molto più tollerati se non, addirittura, trafficati dalle stesse gerarchie ecclesiali per ottenere scambi e favori più o meno sottobanco.

Alcuni pensatori di oggi, spacciandosi a volte per rigorosi scienziati e considerando la stessa scienza come l'unica e certa verità da adorare, insistono nel presentare le religioni, e in particolare quella cristiana, come fonte e causa dei peggiori mali del mondo. Dei dietologi, alquanto estremisti, ci informano invece che la nostra alimentazione sarebbe molto più sana eliminando totalmente l'impiego di sale e zucchero.

Magari qualche ragione potranno averla anche questi signori, ma se ogni tanto non potessimo gustare un bel piatto di penne alla carbonara o un buon tiramisù, penso che la nostra vita risulterebbe molto più piatta e monotona; così come sono convinto che di fronte all'attuale e insipida cultura dell'apparenza, dell'effimero, dinnanzi al mercato del sentimentalismo sottocosto, del basso e morboso pettegolezzo elevato a spettacolo che ogni giorno ci vengono trasmessi da TV, giornali, Internet, ci sia estremo bisogno della Chiesa che ci faccia ritrovare il gusto per ciò che è vero, buono, bello, che ci aiuti ad avvertire la nostalgia per la vera sapienza.

Questa, ci ricorda sempre la Sacra Scrittura, solo la grazia di Dio può donarcela, ma forse è proprio nelle piccole cose di ogni giorno - un saluto sincero, un piccolo aiuto offerto con generosità, una pizza in compagnia, una passeggiata in montagna - che ognuno di noi può aiutare se stesso e gli altri a rendere più gustosa e luminosa la vita, esaltando i suoi sapori e manifestando i suoi infiniti colori. Insieme al sale, infatti, Gesù invita i suoi discepoli ad essere anche luce del mondo.

Franco


Estate 2011


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