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Sommario

Voglia d’estate, voglia di... S. Fermo

chiesetta san fermo

LA CHIESETTA
Le prime memorie della sua esistenza le apprendiamo dalle visite pastorali della prima metà del secolo XVII e da Padre Gregorio nel 1698, che la chiama “la chiesa di S. Fermo al monte”.
Le visite pastorali e Padre Gregorio, pur trattando della stessa chiesa, fanno però necessariamente riferimento a due edifici diversi in quanto, proprio nella prima metà del 1600, forse una prima costruzione, ridotta in pessime condizioni, andò praticamente distrutta e fu pertanto ricostruita: fu sicuramente completata nel 1663, come testimonia un targa in marmo posta all’interno della chiesetta stessa, sulla parete di sinistra.

D. O. M./ECCLESIA ISTA S. FIRMI/VETUSTE. FERE IAM COLL.SA/ PIORŪ. ELEE.NIS SINDICIQ./DILIGENTIA A FUNDAM.TIS/ DE NVO RESTAURATUR/ANNO DOI. 1663
(A Dio Ottimo e Massimo. Questa chiesa di S. Fermo, per antichità quasi crollata, grazie alle elemosine delle persone pie e alla diligenza del Sindaco, fu restaurata dalle fondamenta. Anno del Signore 1663)

È necessario precisare che il sindaco in questione non era un’autorità politica, ma il sovrintendente della chiesa: noi oggi diremmo il fabbricere; secondo O. Franzoni, doveva essere un Dabeni.

chiesetta san fermo

L’esterno
La chiesetta è preceduta da un piccolo porticato con tre archi: quello centrale è sostenuto da due colonnine di arenaria, che poggiano su un dado di base ornato da losanghe e culminano con capitelli assai eleganti, datati all’inizio del secolo XVI: colonnine e capitelli potrebbero essere materiali della precedente costruzione, ma le colonnine potrebbero essere anche più recenti, coeve, ad esempio, di quelle del porticato di S. Antonio, la chiesetta sul sagrato.
La facciata è caratterizzata da una porta architravata in pietra simona e da due finestrelle chiuse da inferriata. Sul lato sinistro, un piccolo campaniletto a vela regge una campanella che chiama a raccolta i fedeli.

chiesetta san fermo

L’interno
È diviso in due campate: una per il presbiterio, sopraelevato da un gradino, e l’altra riservata all’aula; sono separate da un arco a tutto sesto. Le volte sono a botte, caratterizzata da unghiate che poggiano su lesene, con capitello appena accennato.
chiesetta san fermo L’altare è in legno, con piccolo tabernacolo della stessa materia. Le decorazioni sono opera di Dante Ughetti, che ha naturalmente rivendicato l’opera apponendo la sua firma dietro il tabernacolo; ha messo mano anche alla cornice che però andrebbe ripulita.
Sopra l’altare è collocata la pala, datata al secolo XVII, che raffigura la Vergine col Bambino, attorniata da volti di angioletti e seduta su nuvole dai colori caldi. Ai loro piedi, sui due lati, due santi guerrieri romani, reggenti la palma del martirio; sicuramente uno è S. Fermo, a rigor di logica quello alla nostra sinistra (rispetto alla figura centrale della Madonna si trova alla sua destra, quindi nella posizione privilegiata); l’altro potrebbe essere Rustico, ricordato sempre insieme a Fermo.
La chiesetta doveva essere ricca di ex-voto, donati soprattutto da mandriani e pastori, dei quali rimane poco o nulla; altro ornamento erano alcuni candelabri di legno scolpiti, parzialmente argentati e quattro angeli reggicandela, sempre in legno, che erano dorati e attribuiti alla scuola fantoniana da Bertolini e Panazza.

chiesetta san fermo

La chiesetta precedente
Nella pala d’altare, proprio sopra il tabernacolo, è raffigurata una chiesetta: sicuramente la chiesetta di S. Fermo. La domanda che sorge spontanea è una sola: “È una invenzione estemporanea del pittore o è stata dipinta sul racconto di persone che l’avevano effettivamente vista?”
Alcuni elementi ci portano ad affermare che l’immagine è tutto altro che di fantasia: sono presenti le due elegantissime colonnine con capitello che introducono al portichetto e che ritroviamo ancora oggi (i ricordi degli anziani tramandano che esse siano state portate sul posto mediante slitte, perché non fossero danneggiate dai sobbalzi di un carro!); il timpano di coronamento, attualmente sostituito da tre archi, è ben visibile nelle vecchie fotografie.
chiesetta san fermo La facciata vera e propria è già scandita dalla porticina centrale e dalle due finestrelle. È presente un campanile sulla destra di chi osserva, che oggi non esiste più, sostituito da un campaniletto a vela sopra il tetto. Sulla parete di sinistra dell’edificio è invece appoggiata quella che potrebbe essere la sacrestia.
Sono interessanti anche le annotazioni di costume: mentre il sacerdote attende i fedeli col breviario in mano, essi giungono alla spicciolata: alcuni a piedi, come la coppia che è preceduta dal cagnolino (da notare che a portare la cesta, retta sulla spalla destra da un bastone, è la donna! Il maschietto, poverino, deve appoggirsi al bastone!) Qualcuno sale anche a cavallo: sicuramente qualche nobile del luogo. È già presente anche la croce, su un dossello, ben distante dalla chiesetta!

L’attuale complesso
chiesetta san fermo Oggi la chiesetta è inserita in un complesso ben illustrato dai rilievi fatti dall’arch. Mario Gheza all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, in vista di una ristrutturazione in funzione turistica di quello che chiamiamo oggi Rifugio S. Fermo, fino ad allora limitato ai locali contrassegnati dal neretto. A servizio della chiesa c’è la sacrestia, alla quale si accede da un piccolo atrio che mette in comunicazione anche con la cucina detta dei préc e il relativo ripostiglio.
Sul versante a nord c’era invece la cucina detta dei pastùr e la legnaia. Da questa e dalla sacrestia si accede direttamente alla chiesa. La ristrutturazione ha inglobato la cucina dei pastùr e la legnaia nel rifugio; anche la sagrestia, la cucina dei préc e il relativo ripostiglio sono lasciati in uso al rifugio. Tutti i locali che attorniano la chiesetta dovrebbero risalire alla seconda metà dell’Ottocento.

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LA LEGGENDA DI CARLO MAGNO E S. FERMO
Per giungere alla leggenda di S. Fermo, è necessario ricordare che esiste in Valle una leggenda che racconta del passaggio di Carlo Magno, di ritorno dall’aver sottomesso i Longobardi tra il 772 e il 774. Una delle ultime versioni di questo racconto, in latino alquanto maccheronico, è custodita in S. Giovanni in Cala, sopra Lovere, di cui riportiamo due paragrafi che rendono benissimo l’idea di come sia composta.
Hoc gesto, Carolus faecit edificare unam ecclesiam ad honorem S. Ioannis et septem episcopi praedicti concesserunt quadraginta dies indulgentiae omnibus vere poenitentibus et confessis dictam ecclesiam visitantibus causa devotionis et peregrinationis.
(Compiute queste imprese, Carlo fece edificare una chiesa in onore di S. Giovanni e i sette vescovi predetti concessero quaranta giorni d’indulgenza a tutti i veramente pentiti e confessati in visita a detta chiesa per devozione e pellegrinaggio).
Et praedictus Carolus venit in Vallem Oriolam ad unum castellum quod vocabatur Isen, cuius castelli dominus erat Iudaeus qui nominabatur Hercules, quem Carolus interfecit, qui noluit se converti ad fidem, et ibi edificare fecit unam ecclesiam ad honorem SS. Trinitatis, cui ecclesiae praedicti septem episcopi concesserunt quadraginta dies indulgentiae, pro singulo, singula die et D. Pontifex concessit mille et quingentos annos omni prima Dominica mensis, et omne die mercurii.
(E il predetto Carlo arrivò in Valle Oriola (Camonica) ad un castello chiamato Esine, del quale castello era signore un Giudeo chiamato Ercole, che Carlo uccise, perché non aveva voluto convertirsi alla vera fede, e vi fece edificare una chiesa in onore della SS. Trinità, alla quale i predetti sette vescovi concessero quaranta giorni d’indulgenza ciascuno, per ogni giorno, e il Signor Pontefice concesse mille e cinquecento anni per ogni prima Domenica del mese e per ogni mercoledì).
chiesetta san fermoConquistati così paesi come Cividate, Berzo Bienno, Breno... e su su per la Valle, sottomettendo o uccidendo che gli si opponeva, fondando chiese che esistono tuttora, il Re franco arrivò allo scontro finale con tutte le forze nemiche, costituite da ariani, giudei e pagani, su quella montagna che egli stesso chiamerà Mortirolo, dal gran numero di morti cristiani; maggiore fu però il numero dei morti dei nemici, che uscirono sconfitti dalla battaglia.
Di fronte a tanto massacro, i due fratelli Glisente e Fermo, presumibilmente paladini di Carlo, chiesero e ottennero di essere esonerati dal giuramento di fedeltà al loro signore e di poter abbandonare quindi le armi, per ritirarsi a vita di penitenza sulle montagne. Si unì a loro la sorella Cristina; presero strade diverse, recandosi ciascuno nelle località che da loro prenderanno il nome: Glisente sulla montagna di Berzo, Fermo sopra Borno e Cristina a Lozio.
Segnalavano la loro sopravvivenza mediante fuochi e, siccome Fermo e Cristina non potevano comunicare direttamente, Glisente doveva accendere due fuochi; pare che l’ultimo a morire sia stato proprio Fermo.

Francesco Inversini


Estate 2011


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