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Sommario

Per una marcia in più

Non so se sia stato l’abbondante e pesante pranzo, accompagnato da qualche buon bicchiere di vino, oppure perché, a differenza del Natale che sta sempre più americanizzandosi in una insipida macedonia di sentimenti vagamente famigliari con i colori della Walt Disney, la Pasqua è rimasta l’unica vera festa che ricorda, anche a chi non frequenta molto chiese e parrocchie, i fondamenti della fede in Gesù Cristo. Fatto sta che nel pomeriggio di quello stesso giorno di Pasqua, pur non avendo avuto il privilegio di godere dell’esperienza dei due pellegrini di Emmaus, anche il mio cuore si è un po’ acceso nel sentire i miei fratelli e alcuni amici non canonicamente praticanti, parlare e discutere seriamente su Gesù, Chiesa, preti e ciò che ci sarà o non ci sarà dopo la morte.

Sono emersi argomenti interessanti insieme ad obiezioni più o meno note e retoriche, soprattutto verso la Chiesa come istituzione. Un’amica molto credente si è cimentata nel sostenere la tesi, accettabile ma anch’essa non nuova, secondo la quale se nonostante tutto la Chiesa esiste e continua a resistere da 2000 anni, sarà pure un segno che questa non è fondata e retta solo da forze umane. La maggior parte delle persone presenti, tuttavia, si sono scagliate contro le ricchezze e gli intrighi del Vaticano, gli alti prelati che, con la scusa della fede, si compiacciono della loro posizione per meschini giochi di potere, fino ai pretini pedofilini (è stata pronunciata proprio tale espressione) che fanno di tutto per assecondare le loro voglie.

Se fossi un cattolico tutto d’un pezzo, come quelli impegnati nelle infinite discussioni in Internet, avrei dovuto ribattere colpo su colpo a queste e altre affermazioni, ricordando ad esempio che molte ricchezze custodite in Vaticano hanno più un valore storico e culturale, che la Chiesa non è formata solo da prelati che giocano a sentirsi Napoleone, ma anche da moltissime persone che si spendono con generosità per il bene del prossimo.

Se fossi una persona devota, avrei dovuto citare la frase che amavano spesso ripetere le nostre nonne: dei preti è lecito parlarne solo in bene, altrimenti è meglio far silenzio. Ma essendo cosciente che purtroppo non sarò mai un buon cattolico e che la frase delle nonne mi è sempre apparsa troppo perbenista e quindi un po’ ipocrita, non mi sono impegnato più di tanto nel contraddittorio.

Pur riconoscendo che in buona parte sono i soliti luoghi comuni, alimentati magari da giornali e televisioni che, quando trattano notizie riguardanti la religione ed in particolare quella cristiano cattolica, non sanno far altro che distorcere fatti e affermazioni palesando quasi sempre una superficiale ignoranza, mi sembra che anche se non proprio da tutte le parti, un po’ di acqua tutt’altro che benedetta la Barca di Pietro la stia facendo.

Saranno pure ritrite chiacchiere da bar molte lamentele contro le ricchezze del Vaticano e alcuni sfarzi presenti nelle chiese ed in alcuni edifici parrocchiali; è vero che se anche le varie istituzioni ecclesiali donassero tutte le loro sostanze ai poveri, non per questo sarebbero eliminate di colpo ogni sorta di ingiustizia e l’indigenza delle troppe persone che nel mondo continuano a morire di fame. Tuttavia uno stile un po’ più sobrio, solidale e profetico, sia ai massimi vertici come nella vita di ognuno di noi, probabilmente non guasterebbe alla testimonianza e ad una più reale fraternità.

Sulla figura di Gesù non ricordo alcun appunto negativo; mentre su una possibile vita oltre la morte le opinioni hanno assunto varie sfumature: dal “ci credo” al “non ci credo però se fosse vero non mi dispiacerebbe”.

Con uno dei presenti la discussione è proseguita diversi giorni dopo quel pomeriggio di Pasqua. Questi, dichiarandosi quasi ateo, afferma di credere solo in ciò che si può toccare e spiegare scientificamente. Alla mia provocazione, anch’essa abbastanza retorica, circa alcune realtà – amore per un figlio, desiderio di qualcosa di grande, l’emozione per un brano musicale o un bel tramonto – che mi sembra non possano essere immediatamente riconducibili ad un fatto puramente scientifico, l’amico ha ricordato che tutto può far parte del meccanismo di riproduzione ed evoluzione della specie di darwiniana memoria. Alla mia ulteriore domanda su come lui ed io, a livello personale, potevamo collocarci in questo meccanismo, ha pacificamente risposto che nella visione scientifica del continuo riprodursi ed evolversi della vita, il singolo individuo, vegetale, animale o persona che sia, non conta un bel niente in rapporto alla continua evoluzione biologica della Terra e all’espandersi dell’universo.

Un po’ scioccato per la tale sentenza contrastante con la mia retrograda visione dell’uomo posto da Dio al centro di ogni realtà, abbiamo concluso il discorso riconoscendo che partivamo da presupposti troppo diversi per poter giungere ad un punto di incontro. Sull’argomento, però, l’amico mi ha rammentato che possedeva un libro a suo parere molto interessante. Ovviamente me lo sono fatto imprestare e lo sto leggendo con calma proprio in questi giorni, a riprova che ho molto tempo da buttar via.

Si tratta de “L’illusione di Dio”, scritto nel 2006 da Richard Dawkins, un etologo e di- vulgatore scientifico britannico. Da quanto ho letto finora - oltre ad esperimenti grotteschi per dimostrare l’inefficacia della preghiera e quindi l’inesistenza di Dio, oltre all’infinita discussione con i sostenitori americani del “progetto intelligente creazionista”, oltre alle inevitabili contraddizioni, anche a livello logico, presenti in ciò che l’autore espone con spavaldo sarcasmo – mi sembra che il voler ridurre tutto a dati scientifici, semplici da spiegare senza fare ricorso a favole religiose, alla fine comporti un incredibile impoverimento della profondità umana.

Sono molto ignorante in questa materia e anche in molte altre, ma l’entusiasmo con cui l’illustre scienziato sostiene la verità assoluta della teoria di Darwin, la sua sicura pretesa di poter ridurre tutto ad una stretta razionalità, alla fine mi risultano molto più fideistiche e molto meno ragionevoli che credere alla viva testimonianza di dodici uomini e alcune donne, certamente poco raffinati intellettualmente, che hanno vissuto un’avventura straordinaria, anche se poco attendibile o forse troppo complessa e bella per poter essere spiegata scientificamente.

Questa avventura è giunta fino a noi proprio mediante quella Barca che, sia nei comandanti e nel personale di bordo come nei semplici passeggeri, ha avuto e sempre avrà delle povere persone che, anziché indossare il grembiule del servizio nell’amore vicendevole, si lasciano sedurre dalle sirene della ricchezza, del potere, o temono di sprofondare nella poca fede rimproverata già dall’Armatorefondatore al suo primo capitano.

Ma pur nelle tempeste è una Barca la cui navigazione non verrà mai meno, proprio per la promessa dello stesso Armatore, e sulla quale ogni singolo uomo, ogni singola donna non saranno mai generici e insignificante ingranaggi transitori, bensì figli e figlie chiamati per nome e destinati ad amare ed essere amati... per sempre.

Anche tutta questa mia puerile effusione marittima, tuttavia, può apparire retorica, facile e irritante apologia per chi afferma di non credere e si dichiara infastidito, non senza qualche valido motivo, dalle pie parole o da certi comportamenti di noi cristiani. La prima lettera di Pietro, formalmente sempre quello della Barca, ci invita a tenerci costantemente pronti “a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”.

Non so se in quel pomeriggio, essendo poco sveglio per l’abbondante pasto, o in questa indigesta cronaca mi sia minimamente avvicinato a tale mandato. Sempre in quell’occasione come in un’altra circostanza mi sono sentito dire: “... però tu Franco hai la fortuna di saper vedere e pensare spesso in positivo!”.

In un contesto diverso un’altra persona, che si dispiaceva sinceramente per non riuscire davvero a credere, dichiarava di riconoscere che i cristiani non sono certamente immuni da problemi e difficoltà, non sanno nemmeno esser più o meno bravi degli altri, ma hanno la fortuna di avere una marcia in più che li aiuta ad andare avanti.

Ringraziamo il Signore per questa marcia in più e ringraziamolo anche perché, mediante la “fortuna” dei nostri pensieri positivi, Egli sa ancora suscitare in chi si dichiara poco e per niente credente il desiderio, la nostalgia per realtà più grandi dei puri dati scientifici.

Franco


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