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Sommario

cüntòmela per riflettere

Come il Padre ha mandato me... La lettera del Vescovo

Mandarci a fare che cosa? Vien da chiedersi. Noi, che siamo così lontani dal mondo in cui ha vissuto Gesù, così lontani nel tempo e nello spazio, che investitura possiamo avere, quale mandato? “Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”, dice Gesù parlando con Nicodemo. Sono poche parole, ma potenti dentro le quali è racchiuso il significato della nostra missione e su di esse si snoda la riflessione del vescovo Monari in questa lettera apostolica.

Adamo ed Eva peccano nel giardino dell’Eden, scelgono di bastare a loro stessi, scioccamente credono di essere schiavi di Dio e si ribellano peccando. E solo dopo si accorgono di aver sbagliato. Dio ne dà loro la percezione. E nell’accorgersi di aver sbagliato, scoprono il perdono di Dio e quindi la loro salvezza. Dio opera “per amore dell’uomo”, per salvarlo da se stesso. Per questo per il mondo non c’è salvezza se non in relazione con il Creatore; per questo ha mandato suo figlio: perché il mondo possa vedere in lui, attraverso le sue opere, l’amore eterno di Dio.

Fondamentale è, in questo mandato, il legame fra Dio e Gesù. Gesù nel mondo ha senso in quanto in continua relazione con il Padre, la sua vita lo testimonia di continuo: pensiamo ai miracoli, o quando Maria e Giuseppe lo ritrovano nel tempio e Lui dice “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio”, o ancora presso l’orto del Getsemani, quando l’ora della sua morte si avvicina, ed Egli pregava Dio dicendo: “Abbà Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio ma ciò che vuoi tu”. La missione di Gesù nel mondo è testimoniare l’amore di Dio per l’uomo. Ma deve essere chiaro, ci spiega il vescovo, che in questo Gesù non è un mero burattino nella mani di Dio.

In realtà Dio ha costituito suo Figlio uomo, dandogli la libertà di scegliere, esattamente come ha fatto con noi. Ma con suo Figlio ha voluto dimostrare come l’avere percezione dell’amore infinito di Dio (e Gesù ne ha percezione) lo porti a vivere come ha vissuto. In effetti, se ci pensiamo, poteva scendere dalla croce, poteva scappare: non lo ha fatto perché, forte dell’amore di Dio suo Padre, sapeva di dover a sua volta dare testimonianza all’uomo di questo amore. Quello stesso amore per cui Egli è nato, per cui ha resuscitato Lazzaro, ha assolto la Maddalena; Dio ha dato significato all’esistenza dell’uomo attraverso l’amore per suo Figlio. L’uomo senza l’amore di Dio è poca cosa.

I discepoli, non solo sono stati diretti testimoni di tutto questo – e di molto altro, evidentemente – ma hanno percepito l’amore che ha mosso le parole e le opere di Cristo. Per questo essi sono il miglior “strumento” per rendere “compiuta” nella sua interezza la missione del Figlio di Dio: testimoniare l’amore in ogni luogo e in ogni tempo. Così la missione dei discepoli è la continuazione coerente della missione di Gesù.

Ecco allora l’esortazione di Gesù ai discepoli, pronunciata dopo essere risuscitato e che il vescovo ha scelto come titolo alla sua lettera pastorale: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Non è un caso che pronunci queste parole dopo essere risorto: per comunicare cüntòmela per riflettere un amore eterno ed universale Gesù doveva superare, per così dire, le dimensioni “finite” del mondo. Infatti risorgendo è entrato in una condizione permanente di vita, superando lo spazio e il tempo, diventando ”capace di interpellare, illuminare, orientare ogni uomo ”.

Già, ma la Risurrezione non è un concetto facile da far comprendere; non lo era ai tempi di Gesù, pervaso dalle pratiche pagane dove era necessario far passare prima il concetto di un Dio unico, creatore del mondo, e non lo è oggi dove al posto degli dei pagani si sono sostituiti il benessere a tutti i costi consumando tutto il consumabile, calpestando i diritti basilari dell’uomo e della donna. Come fare breccia, si chiede il Vescovo, come diventare noi, a nostra volta come già i discepoli, testimoni in questo nostro tempo, con la globalizzazione imperante che pare voglia appiattire ogni cosa, con l’incontro delle diverse culture e religioni, con il primato dell’approccio scientifico alla realtà, con le nuove forme di comunicazione. Rispetto a tutto ciò, afferma Monari, c’è chi si perde nella paura di perdere i parametri a cui era abituato e chi, al contrario, desidera affrancare il passato, come se ripartire da zero fosse la panacea a tutti i mali del mondo. Sia in un caso che nell’altro ne derivano frammentazione e confusione, si alimentano ancora di più le differenze e le distanze diventano infinite. Ecco che allora diventa determinante tenere saldi i valori del vangelo, che rappresenta il nostro collegamento con l’opera di Cristo nel mondo e la guida per vivere il tempo degli uomini nella storia. Va infatti sottolineato che esso è eterno e non muta con il cambiamento delle culture nel corso dei secoli poiché è pervaso dall’eternità dell’amore di Dio per tutti gli uomini.

Pensiamo, ad esempio, al vangelo di Giovanni. Durante l’ultima cena Gesù dice ai suoi discepoli: “Vi do un comandamento nuovo. Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”. Poi dice: “Come Tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che Tu mi hai mandato”. Amore ed unità sono dunque le parole chiave per testimoniare Dio. Cosa intende Gesù quando parla di amore? Dice: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

In effetti, amare se stesso è l’impulso naturale dell’uomo, è insito nella sua natura. Ciò che è importante, però, è farlo in modo corretto sapendo distinguere i beni reali – quelli che ci rendono migliori - da quelli apparenti, che ci attirano ma che anziché renderci migliori ci danneggiano (pensiamo all’abuso di alcool, alle droghe, alla mancanza di sincerità nei rapporti, al desiderio di far prevalere il nostro benessere su quello degli altri). Compreso questo, non si tratta altro che di dilatare queste scelte sul nostro prossimo. Ancora di più: non ci si deve limitare al presente, ma è importante allargare lo sguardo pensando alle generazioni future: se lasciamo testimonianze di bene – ad esempio rispettando il creato, arricchendo i contesti cultuale e sociale – i nostri figli, godendo dei frutti di questo bene, lo testimonieranno a loro volta nell’ottica che si diceva prima dell’universalità dell’amore di Dio. Certo il prezzo da pagare non è poco: si tratta di negare a noi stessi, oggi, qualche privilegio, ma solo così “si può contribuire a edificare un’umanità nuova”. Dice san Giovanni: “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che Egli ha dato la sua vita per noi: quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”. Come non pensare a Madre Teresa di Calcutta: quando ci si trova davanti ad un amore di quella qualità, ci si trova davanti a qualcosa che viene da Dio. Ecco, questa è la nostra missione, questo il nostro mandato!

Gesù poi arricchisce questo amore con il concetto di unità, quella che “si costruisce e si manifesta nel dono reciproco tra ciò che è l’altro”, afferma Monari. Perché, al contrario, esiste anche l’unità di tipo verticalistico, per cui tutto è riunito sotto uno solo, annientando le differenze, le diverse idee, riducendo gli altri ad un’unica ragione, ad un unico potere. È la forma di unità che prefigura il progetto imperialistico del governo del mondo, e abbiamo visto nella storia dell’uomo a quali brutture e tragedie ha portato! Diversamente l’unità che intende Gesù è quello che Lo unisce al Padre per cui l’identificazione l’uno nell’altro non porta alla rinuncia di se stessi, anzi: il dono reciproco arricchisce e contraddistingue l’atto di amore. L’esempio più semplice ed immediato che incarna l’unione dell’amore e dell’unità è il matrimonio: l’uomo e la donna che si amano si uniscono nelle loro differenze in un vincolo capace di esprimere dedizione, fedeltà, progetti comuni, accoglienza. Non è un caso che alla base dei contratti sociali ci sia per l’appunto la famiglia che è poi l’estensione di ciò che dovrebbe accadere nella società nella quale ciascuno contribuisce con le sue conoscenze e capacità al bene di tutti.

Grazie alle sue parole il Vescovo ci ha illuminato sul significato del nostro mandato. Dice: «I credenti non debbono diventare necessariamente predicatori del Vangelo, ma devono essere testimoni della trasformazione che il Vangelo (cioè l’amore di Dio attraverso il Vangelo) opera nell’esistenza dell’uomo. Viviamo nel mondo insieme a tutti; condividiamo con tutti l’impegno a rendere il mondo più umano; con semplicità vogliamo dire a tutti che il vangelo ci ha resi migliori. Non diciamo di essere migliori degli altri; diciamo di essere migliori di quello che saremmo senza Gesù Cristo e senza il vangelo. Per questo offriamo agli altri la nostra testimonianza: forse Dio vuole chiamare altri a seguirlo insieme con noi. […]. Siamo convinti che la salute del mondo sta nel suo essere effettivamente aperto all’amore del mondo e che la pienezza della gioia e dell’umanità sarà quando saranno sconfitte le forze di egoismo e di orgoglio che operano nel mondo, quando sarà sconfitta l’ultima potenza che è la morte e Dio di potrà essere “tutto in tutti”. Questo speriamo e per questo desideriamo vivere».

Emilia Pennacchio


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