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Sommario

cüntòmela per riflettere

Un santo al giorno…

“Cercate ogni giorno il volto dei santi
per trovare conforto nei loro discorsi”.

È l’invito contenuto nell’antico testo cristiano della Didaché (Dottrina dei dodici apostoli); un invito che troppo spesso viene eluso dalle comunità cristiane e dai singoli credenti.
Soprattutto all’interno delle nuove generazioni, ma anche tra chi è più su di età, le figure dei Santi non trovano più molto spazio all’interno delle riflessioni, delle invocazioni e delle preghiere, non costituiscono più fonti di stimolo ed esempio, eccezion fatta per pochi di loro, di recente canonizzazione.
Se ne è perso in parte anche il valore in termini di cultura e di tradizione popolare.
Molti di noi non solo non conoscono quali siano state le vicende terrene del proprio santo protettore, ma non ne conoscono neanche l’esistenza, non ne festeggiano l’onomastico; nell’atto di fede dichiariamo di credere nella Comunione dei Santi, ma spesso non ci è nemmeno ben chiaro cosa si intenda per “santo”.
A tal proposito ci può essere d’aiuto l’Angelus di Papa Francesco che, in occasione della Solennità di Tutti i Santi, così ben descriveva la santità.

“I Santi non sono superuomini, né sono nati perfetti. Sono come noi, come ognuno di noi, sono persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze. Ma cosa ha cambiato la loro vita? Quando hanno conosciuto l’amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni e ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace. Questa è la vita dei Santi: persone che per amore di Dio nella loro vita non hanno posto condizioni a Lui; non sono stati ipocriti; hanno speso la loro vita al servizio degli altri per servire il prossimo; hanno sofferto tante avversità, ma senza odiare. I Santi non hanno mai odiato. Capite bene questo: l’amore è di Dio, ma l’odio da chi viene? L’odio non viene da Dio, ma dal diavolo! E i Santi si sono allontanati dal diavolo; i Santi sono uomini e donne che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri. Mai odiare, ma servire gli altri, i più bisognosi; pregare e vivere nella gioia; questa è la strada della santità!”

Queste poche parole, nel consueto linguaggio semplice e chiaro, ci invitano a prendere esempio dai santi e per poter fare è necessario conoscerne la vita e le opere. Proprio per favorire, all’interno delle comunità della nostra Unione Pastorale, un maggiore e rinnovato interesse verso le figure dei Santi, la redazione di Cüntòmela, a partire da questo numero, ha deciso di istituire una sorta di rubrica nella quale verrà presentata la vita di un santo, le sue opere, i suoi scritti, i suoi eventuali legami con le nostre comunità. La volontà non è chiaramente quella di offrire una trattazione esaustiva sulla singola figura, ma di offrire degli spunti che ne favoriscano la conoscenza e ne stimolino l’esempio. Qualsiasi suggerimento sulla trattazione di un santo in particolare sarà ben accetto dalla redazione.

SAN MARTINO DI TOURS - Visto il legame con la Comunità di Borno la cui Parrocchia è a lui intitolata, nonché l’influenza del suo culto su tutto il cattolicesimo camuno fin dall’età longobarda, si è pensato di iniziare questa rubrica con la presentazione di San Martino di Tours, vescovo.
Martino nasce nel 316 d.C. in Pannonia, nell’attuale Ungheria, nella città di Sabaria, avamposto dell’impero romano, in una famiglia di pagani. Viene istruito sulla dottrina cristiana ma non viene battezzato. Figlio di un tribuno delle legione romana, viene chiamato Martinus in onore di Marte, dio romano della guerra.
Trasferitosi presto a Pavia con la famiglia, passa l’intera infanzia in Italia per poi entrare nell’esercito a 15 anni, come avviene di prassi nel caso di figli di militari. Anche grazie all’importante ruolo esercitato dal padre, viene subito promosso al grado di “circitor” ed inviato in Gallia, presso la città di Amiens.
Il ruolo del "circitor" prevede tra i propri compiti la ronda di notte, l'ispezione dei posti di guardia e la sorveglianza notturna delle guarnigioni. Durante una di queste ronde avviene quello che si potrebbe definire l’episodio risolutivo della vita del santo. Martino incontra un mendicante coperto da pochi stracci e, volendolo aiutare, taglia in due il suo mantello militare e lo condivide con il mendicante. La notte seguente Gesù appare in sogno a Martino, con addosso la metà del suo mantello, mentre indica Martino ai suoi angeli quale il soldato romano che lo aveva vestito. Al risveglio il mantello è integro (sarà conservato come reliquia).
Alla luce di quanto avvenuto, Martino decide di battezzarsi e lo fa nel giorno di Pasqua.
Martino rimane ufficiale dell'esercito per una ventina d'anni raggiungendo il grado di ufficiale nelle alae scolares (un corpo scelto). Giunto all'età di circa quarant'anni, lascia l'esercito e dà inizio alla seconda parte della sua vita, impegnandosi fin da subito nella battaglia contro l’eresia ariana. Proprio per questa sua lotta contro l’arianesimo viene anche frustato (nella nativa Pannonia) e cacciato, prima dalla Francia e poi da Milano, dove erano stati eletti vescovi ariani.
Nel 357 si reca quindi nell'Isola Gallinara, ad Albenga, in provincia di Savona, dove conduce quattro anni di vita eremitica, per poi tornare a Poitiers, al rientro del vescovo cattolico; diviene monaco e, in breve tempo, fonda uno dei primi monasteri d'occidente, a Ligugé, sotto la protezione del vescovo Ilario e con la collaborazione di diversi compagni.
Nel 371 gli abitanti della cittadina di Tours chiedono e ottengono che Martino divenga il loro nuovo vescovo, nonostante le resistenze di una parte degli esponenti del mondo clericale dell’epoca che non vedono di buon occhio la sua ascesa a causa delle sue origini plebee e del suo aspetto trasandato.
Anche questa critiche non incidono sulla personalità di Martino che, da vescovo, continua ad abitare nella sua semplice casa di monaco e prosegue la sua missione di propagatore della fede, creando nel territorio nuove piccole comunità di monaci, lottando contro l'eresia ariana e il paganesimo rurale, dimostrando sempre e comunque compassione e misericordia verso chiunque.
Proprio per il suo modo di essere e per questa sua apertura e disponibilità verso tutti diventa molto noto nelle comunità cristiana dove opera. Martino è un “pastore” diverso dagli altri, spesso di abitudini cittadine e quindi poco conoscitori della campagna e dei suoi abitanti; lui percorre personalmente i centri abitati dai servi agricoltori, dedicando particolare attenzione all'evangelizzazione delle campagne.
Nel 375 fonda a Tours un monastero, a poca distanza dalle mura, che diviene, per qualche tempo, la sua residenza.
Martino muore l'8 novembre 397 a Candes-Saint-Martin, dove si era recato per mettere pace tra il clero locale (viene ricordato l’11 novembre, giorno della sua sepoltura).
Sulle circostanze della sua morte così scrive, nelle sue «Lettere», Sulpicio Severo, uno dei primi discepoli di Martino:

Martino povero e umile.
Martino previde molto tempo prima il giorno della sua morte. Avvertì quindi i fratelli che ben presto avrebbe cessato di vivere. Nel frattempo un caso di particolare gravità lo chiamò a visitare la diocesi di Candes. I chierici di quella chiesa non andavano d'accordo tra loro e Martino, ben sapendo che ben poco gli restava da vivere, desiderando di ristabilire la pace, non ricusò di mettersi in viaggio per una così nobile causa. Pensava infatti che se fosse riuscito a rimettere l'armonia in quella chiesa avrebbe degnamente coronato la sua vita tutta orientata sulla via del bene. Si trattenne quindi per qualche tempo in quel villaggio o chiesa dove si era recato finché la pace non fu ristabilita. Ma quando già pensava di far ritorno al monastero, sentì improvvisamente che le forze del corpo, lo abbandonavano. Chiamati perciò a sé i fratelli, li avvertì della morte ormai imminente. Tutti si rattristarono allora grandemente, e tra le lacrime, come se fosse uno solo a parlare, dicevano: «Perché, o Padre, ci abbandoni? A chi ci lasci, desolati come siamo? Lupi rapaci assaliranno il tuo gregge e chi ci difenderà dai loro morsi, una volta colpito il pastore? Sappiamo bene che tu desideri di essere con cristo; ma il tuo premio é al sicuro. Se sarà rimandato non diminuirà. Muoviti piuttosto a compassione di coloro che lasci quaggiù». Commosso da queste lacrime, egli che, ricco dello spirito di Dio, si muoveva sempre facilmente a compassione, si associò al loro pianto e, rivolgendosi al Signore, così parlò dinanzi a quelli che piangevano: Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non ricuso la fatica: sia fatta la tua volontà.
O uomo grande oltre ogni dire, invito nella fatica, invincibile di fronte alla morte! Egli non fece alcuna scelta per sé. Non ebbe paura di morire e non si rifiutò di vivere. Intanto sempre rivolto con gli occhi e con le mani al cielo, non rallentava l'intensità della sua preghiera. I sacerdoti che erano accorsi intorno a lui, lo pregavano di sollevare un poco il suo povero corpo mettendosi di fianco. Egli però rispose: Lasciate, fratelli, lasciate che io guardi il cielo, piuttosto che la terra, perché il mio spirito, che sta per salire al Signore, si trovi già sul retto cammino. Detto questo si accorse che il diavolo gli stava vicino. Gli disse allora: Che fai qui, bestia sanguinaria? Non troverai nulla in me, sciagurato! Il seno di Abramo mi accoglie. Nel dire queste parole rese la sua anima a Dio. Martino sale felicemente verso Abramo. Martino povero e umile entra ricco in paradiso.

cippo san MartinoIl culto di San Martino, iniziato fin dopo la sua morte, è molto diffuso: solo in Francia sono a lui dedicate circa quattromila chiese e il suo nome è stato dato a migliaia di paesi e villaggi. Egli è considerato dalla Chiesa quale protettore dei militari, dei mendicanti e dei pellegrini.

La festa di San Martino è stata in passato considerata, in gran parte dell’Europa, una sorta di capodanno: in Italia, fino al secolo scorso, l’11 novembre cominciavano le attività dei tribunali, delle scuole e dei parlamenti; si tenevano elezioni e in alcune zone scadevano i contratti agricoli e di affitto. Tuttora in molti luoghi si dice “far San Martino” all’atto di traslocare o sgomberare, perché era proprio in questo periodo che si cambiava tradizionalmente casa: praticamente tutti i cambiamenti si facevano per San Martino.

cippo san MartinoCome ben descritto nel testo “La chiesa Parrocchiale di Borno – Storia e Arte”: “l’antica dedicazione della parrocchiale sottolinea l’influenza avuta nel corso del Medioevo in questi luoghi dal monastero francese di Marmoutier di Tours, fondato dal vescovo San Martino nel 375. All’importante entità monastica il re dei Franchi Carlo Magno infeudò nel 774 una serie di possedimenti, Valle Camonica inclusa… A seguito della donazione ebbe notevole fortuna il culto verso San Martino, già tuttavia presente in età longobarda nelle regioni del nord dell’Italia, dove si era diffuso nel quadro della lotta scatenatasi tra i cattolici e i convertiti alla dilagante eresia ariana che aveva contagiato molte popolazioni barbare, tra cui i longobardi”.

San Martino è infine ricordato nel nostro territorio per una delle tante leggende che accompagnano la sua figura, la quale viene ben riassunta nel cippo presente lungo la strada verso il Santuario dell’Annunciata, che così recita:

Questo cippo fatto erigere da Padre Venanzio cappuccino e dal Comm. Giu.ppe Bertani per tramandare ai posteri l’antica leggenda de i pé de San Martì...
Qui San Martino di ritorno da dura battaglia col suo cavallo ferito e stanco satana incontrò...
“L’anima tua e dei viandanti mi prenderò se con quel cavallo a sole tre gambe saltare non saprai la stretta valle”...
San Martino da Dio ispirato e per punire satana spiccò il salto e sull’altro ciglio si trovò...
A sua volta il diavlo vi tentò e nel profondo orrido precipitò...
A testimon della singolar tenzone la valle da cuel di diavolo si chiamò e le impronte dei tre zoccoli lasciate sulla roccia dal fido destrier San Martino cancellate non senza rimpianto delle mine di Padre Crispino cappuccino propugnatore e realizzatore di questa grande strada nell’anno del Signore 1964.

A cura di Valerio Arici


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