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Immagini della fede

Come inizio delle attività pastorali anche quest'anno, dal 29 settembre al 6 ottobre, abbiamo vissuto la “Settimana Mariana”. In particolare giovedì sera in oratorio don Tiberio Cantaboni – curato di Lovere già conosciuto sia in un passato incontro dei catechisti, sia come predicatore degli esercizi spirituali nella Quaresima del 2012 – ha presentato sempre ai catechisti delle nostre comunità di Borno, Ossimo e Lozio la prima Enciclica di Papa Francesco ereditata da Benedetto XVI e alla quale, come si legge nella sua introduzione, l'attuale Vescovo di Roma ha aggiunto alcuni suoi contributi e posto la sua firma.

Ricordato che i documenti del magistero costituiscono una guida sicura insieme alla Parola di Dio contenuta nella Bibbia e che anche questa Enciclica fin dal titolo, “Lumen fidei” preso dal Vangelo di Giovanni, non fa altro che attingere alla stessa Sacra Scrittura per aiutarci a vivere l'amore illuminato dalla fede e sostenuto dalla speranza, don Tiberio non ci ha offerto un riassunto o una dotta trattazione che, come lui stesso ha sottolineato, rischiava di essere più pesante della stessa Enciclica. Ci ha fornito, invece, alcuni spunti partendo dai quali è possibile leggere o rileggere con frutto il documento del Papa.

Come tutte le realtà che non sono materiali (amore, amicizia, simpatia, odio ecc.) anche la fede ha bisogno di mediazioni, di immagini per essere espressa e, in qualche modo, resa visibile ai nostri occhi, presente e concreta nella nostra vita. Pensando al nucleo centrale dell'Antico Testamento costituito dall'alleanza fra Dio e il popolo d'Israele e dalla liberazione di questo dalla schiavitù d'Egitto, don Tiberio ha fatto notare come Mosè sia stato appunto l'immagine, la figura che ha rappresentato tale alleanza e liberazione. Così come nei Vangeli l'angelo che ha annunciato a Maria la nascita di Gesù è stato segno, simbolo dell'intervento di Dio affinché una ragazza che “non conosceva uomo” potesse rimanere incinta e, con il suo “sì”, collaborare alla salvezza e redenzione di tutto il genere umano.

In entrambi gli episodi, faceva notare sempre don Tiberio, ad un certo punto però l'immagine è dovuta scomparire per non rischiare di essere scambiata o sovrapposta alle meraviglie che solo Dio può operare. Mosè, infatti, non entrò nella terra promessa e l'annuncio a Maria si concluse con l'angelo che si allontanò da lei. Questo per evidenziare come le immagini, le figure, gli uomini stessi nei quali pur si incarna la provvidenza del Signore, alla fine possono essere soltanto frecce, indicatori che incoraggiano a guardare oltre l'orizzonte visibile e immediato. Solo in Dio possiamo riporre piena fiducia, solo in Lui possiamo trovare vera luce per il nostro cammino.

A parte la leggera forzatura del testo biblico – se non ricordo male Mosè non poté entrare nella terra promessa anche per la sua mancanza di fede (tanto per rimanere in tema) nell'episodio poco chiaro dell'acqua scaturita dalla roccia (Nm. 20,1-13) – l'argomento delle immagini che possono provocare e tener viva la luce della fede ha avuto successo fra noi catechisti. Giudicando anche da alcuni interventi a conclusione dell'incontro, credo che molti di noi abbiano avuto modo di ripensare alle persone e agli avvenimenti che hanno reso davvero presente Gesù Cristo nella nostra vita, quegli eventi verticali, come gli ha definiti don Cantaboni, che si innestano nello scorrere apparentemente solo orizzontale della quotidianità.

Penso che proponendoci le immagini come mediazione don Tiberio abbia voluto esemplificare uno dei punti fondamentali dell'Enciclica: la fede non è una luce illusoria, una realtà oscura o in contrasto con la ragione, ma un'esperienza che deve incarnarsi e risaltare nel vissuto concreto, pur andando oltre.

Il termine immagine, però, ha risvegliato in me alcune suggestioni e interrogativi. Una delle definizioni dell'attuale è proprio quella di essere la società dell'immagine: video, fotografie e simboli grafici che troviamo ovunque sono più intuitivi e immediati della solo scrittura o linguaggio verbale. Le stesse interfacce grafiche hanno reso più facile, più amichevole l'uso di computer e altri dispositivi elettronici.

Le immagini, tuttavia, sono solo una rappresentazione, una raffigurazione, non di rado superficiale, di ciò che esiste e, a volte, la loro spettacolarizzazione può oscurare le realtà a cui dovrebbero rimandare. Uno degli stessi comandamenti ci mette in guardia da questo pericolo – “Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra” - e forse ci sarebbe molto da discutere su certe devozioni a immagini di santi e madonnine che piangono, si illuminano o che vengono considerati distributori automatici di grazie mediante i gettoni dei rosari.

Sia in questa Enciclica sia in altre occasioni Papa Francesco non si stanca di ricordarci che possiamo davvero conoscere e crescere nella fede in Gesù Cristo solo vivendo e impegnandoci nella comunità, nella Chiesa, nella città degli uomini in attesa di quella futura. Se non sbaglio anche la lettera del nostro Vescovo Luciano è un invito alla missionarietà, a farci prossimi e testimoni, pur con il nostro peccato, gli uni per gli altri.

Resta da chiederci se il nostro essere stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, come ci ricorda la Genesi, ci rende solo una mera icona del desktop del regno di Dio, una raffigurazione effimera o un riflesso vivo ed eterno dell'amore che Lui ha acceso nei nostri cuori?

Franco


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