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Cüntòmela PER RIFLETTERE

Sinodo sulla famiglia e divorziati

Per chi legge i grandi giornaloni italiani nelle pagine che riguardano la vita della Chiesa si notano articoli che trattano argomenti umanamente delicati, tra i quali alcuni che trattano della futura legge sulla omofobia, del tema insidioso della identità di genere (che molta gente non sa bene cosa sia), della famiglia e delle innumerevoli varianti che sembrano crearsi a seconda dei desideri che emergono nella persona, rispetto ai doveri verso sé e verso gli altri che comporta lo stare con responsabilità nel mondo.

Tra questi temi c’è appunto quello riguardante la famiglia, e nella Chiesa, il rapporto che si deve tenere con i conviventi, i divorziati, e soprattutto i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. È un argomento molto vasto e diversificato, ma sembra che l’attenzione sia solo sulla comunione ai divorziati risposati, che in realtà sono una minima parte rispetto al grande numero dei fedeli...

Giornali

Ad ottobre ci sarà un Sinodo straordinario sulla famiglia, ma questi giornaloni, interpretando a proprio vantaggio anche le parole del Papa, alimentano una attesa ingiustificata solo sul cambiamento della dottrina in materia matrimoniale, e soprattutto su divorziati risposati, quasi come se ci si debba aspettare un cambiamenti radicale di linea che introduca le novità auspicate dalla mentalità laica di oggi.

In merito il Card. Collins di Toronto affermava poco tempo fa: «Questo genere di aspettativa si basa sull’idea che la dottrina cristiana sia come la politica di un governo: quando cambiano le circostanze, o quando cambia l’opinione della maggioranza, allora anche la politica cambia». Ma non è mai stato così nella Chiesa perché altri sono i suoi fondamenti. «La dottrina cristiana è fondata sulla legge naturale che è inscritta da Dio nella nostra natura, e soprattutto sulla parola rivelata da Dio. Per questo la norma che discende dalla legge di Dio non è modificabile a nostra discrezione». Richiesto poi di chiarire l’insegnamento della Chiesa in materia di divorziati risposati, il cardinale Collins spiega che «I cattolici divorziati e risposati non possono ricevere la santa comunione dal momento che (quali che siano la loro disposizione personale o le ragioni della loro situazione, conosciute forse solo da Dio) essi persistono in una condotta di vita che è oggettivamente in contrasto con il chiaro comando di Gesù.

Questo è il punto. Il punto non è che essi hanno commesso un peccato, perché tutti siamo peccatori e la misericordia di Dio è abbondantemente assicurata a coloro che, anche con gravissimi peccati, si pentono e cambiano vita. L’omicidio, l’adulterio e altri peccati, non importa quanto gravi, sono infatti perdonati da Gesù, specialmente attraverso il sacramento della riconciliazione, e il peccatore perdonato, che cambia dunque la vita rispetto a prima, riceve la comunione. In materia di divorzio e di secondo matrimonio il problema sta nella consapevole decisione, per le ragioni più diverse, di rimanere in una situazione di lontananza dal comando di Gesù, di non volere o potere cambiare l’indirizzo della propria vita. Questa situazione è oggettivamente diversa da quella di chi vuole e può cambiare il suo modo di vivere».

Il cardinale Collins nel suo ragionamento fa dunque un confronto tra la situazione dei divorziati risposati e quella di chi si macchia di peccati gravi quali per esempio l’omicidio, ma non opera nessuna equiparazione. Spiega invece perché uno può accedere alla comunione dopo essere stato perdonato anche di un peccato gravissimo e l’altro no. È certo che nella Chiesa sia necessaria una attenzione ancora più forte ai bisogni e alle sofferenze di chi vive situazioni familiari irregolari, e vadano trovate nuove forme di inclusione di coloro che si sono sentiti posti ai margini, ma la cura pastorale non può essere a scapito della verità.

Io non ce l’ho con coloro che vivono già con sofferenza queste situazioni famigliari, ma con quei giornalisti, perlopiù laicisti e nemmeno credenti, che sanno tutto di fede e di Chiesa e con il loro nuovo vangelo introducono il veleno dell’inganno e della illusione proprio nelle persone già ferite dal fallimento dei loro desideri di amore e famiglia e inducono a pensare che a breve sarà aggiornata la dottrina cristiana e modificato il linguaggio. La gente oggi non capisce più o comunque la maggioranza non segue più l’insegnamento evangelico sul matrimonio e la famiglia, dunque bisogna cambiare dicono questi nuovi teologi della carta stampata.

Al riguardo il cardinale Collins ricorda che «quando Gesù predicava in Galilea, il divorzio ed il secondo matrimonio esistevano già ed erano accettati da quella società. La legge di Mosè lo permetteva, ma non per questo Gesù ha taciuto la verità riguardo all’amore e al matrimonio, anzi proprio per questo il suo insegnamento su divorzio e secondo matrimonio da lui non sono ammessi, fu rivoluzionario rispetto alla mentalità di quel tempo. Quel suo parlare libero e limpido non era il segno della durezza di Dio verso gli uomini, ma un atto di misericordia ed l’indicazione chiara mediante al quale egli affermava la propria divinità, perché solo Dio ha il potere di cambiare la legge di Mosè».

Ecco dunque che emerge anche per il nostro tempo il vero nocciolo della questione e cioè se la Chiesa debba aiutare anche oggi l’uomo, nonostante i suoi fallimenti, ad elevarsi a Dio, sostenendolo nella difficoltà del cammino o se invece la Chiesa debba adeguarsi al mondo e ridurre il disegno di Dio alla misura dell’uomo, illudendolo di poter accedere ad una felicità più facile e rassegnandolo alla sua mediocrità. Vedremo cosa dirà il Sinodo nei prossimi mesi.

Don Francesco


Estate 2014


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