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Sommario

Cüntòmela PER RIFLETTERE

Brescia e la formazione di Papa PAOLO VI

Papa Montini ha vissuto a Brescia soltanto i primi 23 anni della sua vita, cioè appena poco più di un quarto dei suoi giorni. Poi vi tornò soltanto per brevi visite. Tuttavia, in più occasioni, Papa Paolo VI affermò di dovere molto a Brescia non solo perché in terra bresciana aveva imparato “che cosa sia il vivere in questo mondo”, ma soprattutto perché Brescia gli aveva dato quella formazione umana, culturale, civile, morale e spirituale, che tanto ha influito in lui, preparandolo agli impegni che sarebbero venuti a gravare sulle sue spalle.

Nei suoi anni formativi il giovane Giovanni Battista Montini, oltre che sul grande contributo ricevuto dalla famiglia, poté contare sul contesto ricco di religiosità, di cultura, di sane tradizioni, di impegno sociale e civile della Brescia dell'inizio del secolo scorso e fu sostenuto e guidato da belle figure di sacerdoti e di laici, di vera vita cristiana, che facevano parte delle conoscenze di famiglia. È fuori dubbio che la base della formazione del giovane Giovanni Battista fu tutta bresciana, anche se Roma poi lo arricchì non poco.

paolovi beato

S.E. Mons. Pietro Gazzoli, Vescovo Ausiliare di Brescia, soleva dire che il futuro Papa, nella sua giovinezza, aveva avuto vicino ottimi sacerdoti bresciani, che lo aiutarono a sviluppare gli straordinari talenti, di cui la Provvidenza lo aveva dotato. Tra tali sacerdoti Mons.Gazzoli ricordava:

- Don Motta, curato di Concesio, uomo di preghiera, sacerdote umile e tutto dedito al bene delle anime.

- Mons. Defendente Salvetti, che collaborava col padre Giorgio per il giornale il “Cittadino” e nella cui casa a Piamborno la famiglia Montini faceva normalmente sosta quando, durante l'estate, si recava a Borno nell'arco degli anni 1903-1919.

- Mons. Giorgio Bazzani, sacerdote colto e parroco zelante, che ebbe più volte ospite nella sua canonica il giovane Battista Montini e che lo accompagnò nei primi viaggi all'estero.

- Mons. Angelo Zammarchi, che influì su Giovanni Battista Montini per l'amore allo studio, per la preparazione scientifica, per la pietà.

- Don Rigosa e Don Schena sono i sacerdoti che Montini trovò quando scriveva sulla rivista studentesca “La Fionda”.

- Padre Paolo Caresana, che fu il suo Direttore Spirituale.

- Mons. Domenico Menna, e la sua sorella Teresa, che più volte lo ebbero ospite nella loro casa a Chiari, procurandogli così l'occasione di stringere un rapporto con i Benedettini del vicino Monastero.

In una stagione successiva, Padre Giulio Bevilacqua lo aiutò a crescere sul piano della cultura, della riflessione e della comprensione della vita alla luce della fede. Utili gli furono anche i rapporti di amicizia con Mons. Manziana e con altri “Padri della Pace”.

Un influsso profondo ebbe sulla formazione del futuro Pontefice il Beato Mons. Mosé Tovini che lo iniziò allo studio della filosofia al fine di prepararlo ad incominciare gli studi teologici nel Seminario di Brescia e che fu anche suo professore di Teologia in Seminario.

Non è facile valutare la ricchezza del contributo che Giovanni Battista Montini ricevette da S.E. Mons. Giacinto Gaggia, Vescovo di Brescia, intelligente e coraggioso, che era legato a Giorgio Montini da una vera amicizia e che seguì personalmente il procedere degli studi teologici e della preparazione al sacerdozio del giovane Giovanni Battista e lo ordinò sacerdote nel maggio del 1920, inviandolo poi a Roma a laurearsi. Suo punto di riferimento bresciano, negli anni in cui era studente a Roma, fu l'on. Giovanni Longinotti.

Ricordo poi che, quando andai a trovare Mons Gazzoli in uno degli ultimi anni della sua vita, mi chiese se avevo letto l'articolo di una rivista del mese precedente, in cui si affermava che Paolo VI era diventato “tomista” (cioè fedele seguace di San Tommaso d'Aquino) a motivo dell'influsso di Maritain su di lui. “Hanno pubblicato una grande sciocchezza - mi disse Mons. Gazzoli accalorandosi - È stato Mons. Mosé Tovini a fare amare S. Agostino e S. Tommaso a Montini nelle lezioni private di filosofia che gli diede, al fine di prepararlo ai corsi di teologia nel Seminario di Brescia. Certo, Mons. Montini, negli anni di lavoro in Segreteria di Stato, lesse poi con interesse Maritain ed altri autori, ma la radice va cercata in Mons. Mosé Tovini”.

Fa onore a Brescia che non pochi sacerdoti e laici bresciani abbiano aiutato il giovane Montini a sviluppare i grandi talenti che il Signore gli aveva dato. Egli li seppe far crescere e fruttificare nell'orizzonte ampio che il lavoro in Segreteria di Stato, accanto ai Papi Pio XI e Pio XII, apri per lui.

Fu così che egli diventò, oltre che un Papa ricco di spiritualità, anche un pensatore profondo, acuto nell'analisi delle situazioni e geniale nell'individuare prospettive e soluzioni; fu un uomo di straordinaria sensibilità nei riguardi delle inquietudini e delle attese dell'uomo del nostro tempo.

Papa Paolo VI resterà nella storia per il ruolo che ha avuto nella prosecuzione e nella successiva attuazione del Concilio Vaticano II. Se, infatti, è di Papa Giovanni XXIII il merito di averlo indetto e aperto, si deve a Paolo VI l'averlo condotto avanti con mano sicura, rispettando in tutto la piena libertà dei Padri Conciliari e le competenze delle varie Commissioni, ma intervenendo opportunamente come Papa là dove era necessario intervenire. Egli fu il vero timoniere del Concilio. Papa Benedetto XVI ha affermato che “appare... quasi sovrumano il merito di Paolo VI nel presiedere l'Assise conciliare, nel condurla felicemente a termine e nel governare la movimentata fase post-conciliare” (Angelus del 3 agosto 2008).

Paolo VI resterà anche come il Papa che ha amato il mondo moderno, ne ha ammirato la ricchezza culturale e scientifica ed ha apprezzato i suoi progressi, le sue meravigliose scoperte, le agevolazioni che la scienza e la tecnica offrono agli uomini e alle donne di oggi.

Inoltre pochi come lui hanno saputo capire le inquietudini, le attese e le speranze dell'uomo moderno. Egli guardò al nostro mondo attuale con simpatia. Nella sua visita alla Basilica della Natività a Betlemme, il 6 gennaio 1964, disse di amare il mondo con stima e “immensa simpatia”, aggiungendo che “se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo”.

La sua sensibilità lo portò a riflettere sui problemi che la modernità pone alla fede cristiana e a cercare il dialogo con tutti, non chiudendo mai le porte all'incontro. Diceva: “la Chiesa e il Papa, aprendosi al mondo, vedono tante persone che non credono; da qui lo stile che deve essere attuato: dialogo con tutti, per annunciare a tutti la bontà di Dio e l'amore di Dio per ogni uomo e donne”.

Guardando al mondo con spirito di dialogo, mirò sempre a ristabilire un ponte fra la religione e il mondo. Con instancabile sollecitudine, si impegnò affinché la Chiesa fosse più che mai al servizio dell'intera umanità. In un mondo povero di amore e solcato da problemi e violenze di ogni genere, egli lavorò per instaurare una civiltà ispirata dall'amore, in cui la solidarietà e la collaborazione giungessero là dove la giustizia sociale, pur tanto importante, non può arrivare.

La “civiltà dell'amore” da costruire nei cuori e nelle coscienze è stata per Papa Montini più di un'idea o di un progetto; è stata la guida e lo sforzo di tutta la sua vita.

Per questa nuova civiltà Paolo VI si è speso senza misura, pregando ed operando, rinnovando le strutture della Chiesa, andando egli stesso incontro a tutti gli uomini di buona volontà e cercando tutte le occasioni per diffondere ovunque una parola di speranza e di pace, tutti invitando a superare gli egoismi ed i rancori. Nell'orizzonte della civiltà dell'amore va compreso il suo alto magistero sociale, mediante il quale si fece avvocato dei poveri e denunciò con coraggio le situazioni di ingiustizia che, purtroppo, esistono anche nel mondo di oggi.

Fu molto sensibile al problema della fame nel mondo, al grido di angoscia dei poveri, alle gravi disuguaglianze sociali e alle sperequazioni nell'accesso ai beni della terra. Levò alta la voce per dire che lo sviluppo e il progresso devono essere a vantaggio di tutti e anche di tutta la persona umana, che è corpo ma anche spirito. Paolo VI non fu soltanto un Papa grande e geniale, ma fu anche uomo di una spiritualità genuina e profonda. Al fondo del pensiero e dell'azione di Paolo VI c'è una spiritualità autentica, fatta di preghiera, di meditazione e di sconfinato amore per Cristo, per la Madonna, per la Chiesa.

Per questo ora godiamo per la sua beatificazione, che lo indica come un modello a cui ispirarci nell'impegno quotidiano. Paolo VI è stato non soltanto un maestro, ma anche un vero testimone, che ha cercato di indicare a tutti la strada che porta al Cielo ed ha operato instancabilmente per una società più giusta, più fraterna, più solidale.

Card. Giovanni Battista Re


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