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Cüntòmela PER RIFLETTERE

DIO O NIENTE
La lezione all'Europa del cardinale Sarah

Dio o niente è il titolo del libro-intervista del cardinale africano Robert Sarah uscito in Italia a settembre, in cui egli risponde alle tante domande del giornalista francese Nicolas Diat sui principali temi della fede cattolica, della crisi che la stessa fede sta attraversando e del suo futuro. Con chiarezza, umiltà e spiritualità il cardinale esprime il nocciolo del suo pensiero, che ciò possa dare fastidio o meno a chi legge. In ogni caso, fa nascere un sacco di domande! Un libro “graffiante, commuovente, tonificante”. Se volete approfondire, vi lascio alla lettura della recensione di Francesco Agnoli, che ho trovato, dopo aver letto il libro, chiara ed illuminante.

Emilia


Robert Sarah è un cardinale africano particolarmente stimato da Benedetto XVI ed anche da papa Francesco, che infatti lo ha nominato prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti il 3 novembre 2014.

Oltre ai temi, il libro incuriosisce anche per lo stile, dove si ha davvero la percezione, come scrive il giornalista francese che lo ha intervistato, Nicolas Diat: «… di trovarsi al cospetto di un uomo di Dio». Non un manifesto di un esponente di spicco fra gli ecclesiastici africani, fautori dell’indissolubilità matrimoniale e avversi al gender, bensì l’aspetto, l’atteggiamento, il parlare, di un uomo libero, che si misura con la verità del Vangelo e del magistero, e non con i calcoli del mondo.

Ciò che dice Sarah, è anzitutto, che la fede non è negoziabile: tutto sta o cade sulla nostra fede in Cristo. “Dio o niente”, può anche essere sviluppato ulteriormente: “Dio, o tutto, o niente. Non si prende a pezzi”. É il principio delle fede in se stessa. O ci fidiamo di Lui, o non ci fidiamo. O crediamo che la sua verità e il suo amore ci salvino, o non ci crediamo. Le vie di mezzo non sono possibili. Non lo sono, almeno, nei momenti decisivi, in quelli delle scelte difficili, importanti.

Un figlio, o lo si ama, o non lo si ama. Se lo sia ama a giorni, se lo si ama quando si comporta in un certo modo, e non in un altro, allora non lo si ama davvero. Così la moglie, gli amici… Così Dio. 

L’ottica con cui Sarah argomenta è quella di un cristiano africano. Sarah non appartiene alla vecchia Europa, un tempo cristiana, ed oggi impegnata a smontare, pezzo per pezzo, la sua storia e la sua fede, ponendo qualcosa in soffitta, con cautela e un po’ di finto riguardo, e buttando altro, con rabbia, nell’immondizia. Appartiene ad un Continente che ha cominciato a conoscere il cristianesimo solo poche decine di anni fa, soprattutto grazie ad un santo italiano, Daniele Comboni. Lì la Chiesa assomiglia a quella dei primi secoli: cresce, conquista spazi, mossa dall’entusiasmo dei nuovi adepti. L’africano che si avvicina a Cristo vede in lui, come i pagani romani, un Liberatore, dalla paura dell’astrologia e della magia, dalla paura dei morti che ritornano, dei riti tenebrosi che ancora caratterizzano molta religiosità africana.

Cristo, figlio di Dio, fratello degli uomini, è una rivelazione impetuosa, per chi ha sempre concepito la divinità come una forza capricciosa, minacciosa, incomprensibile, vendicativa. E poi gli africani toccano con mano gli effetti liberanti dell’insegnamento di Cristo: della sua idea di perdono e di fratellanza, in un Continente di lotte tribali e di vendette simili alle antiche faide; della sua idea di famiglia, in un paese in cui la donna è stata spesso trattata, come scriveva Daniele Comboni, come una pecora da comperare o da vendere, e l’uomo ha concepito per millenni la sua mascolinità come licenza e potere, invece che come servizio. Sarah lo fa capire chiaramente: il matrimonio indissolubile è in Africa un grande, irrinunciabile, annuncio, perché propone apertamente l’alleanza tra l’uomo e la donna, valorizzando la donna e responsabilizzando l’uomo; perché dice ad entrambi che sono fatti per l’amore, l’amore vero, l’amore fedele, e che ciò è possibile.  

card. Sarah

Le società che hanno futuro sono quelle che credono, amano e sperano. Non quelle impegnate a demolire l’idea stessa della possibilità dell’amore, della fedeltà, della costanza. Sono quelle in cui i legami buoni sono riconosciuti come tali, indicati, auspicati, cercati. 

Sarah, inoltre, non vuole assolutamente omettere di ricordare tutta intera la grandezza del messaggio evangelico: messaggio di Verità, perché la Verità è la prima Carità; messaggio di Carità, perché la Verità esiste davvero solo nell’Amore, nella delicatezza, nel suo ancoraggio ad un Dio che è insieme, appunto, Logos ed Amore.

Qual è, infatti, la tentazione del cristiano occidentale? Svendere passo passo la fede, i suoi contenuti, di fronte alla corrosione esercitata della cultura dominante. E questa svendita, questo graduale disarmo, questo adeguarsi alla mentalità mondana, è bene presentarlo, a sé, agli altri, con un bel vestito: non come un cedimento, una mancanza di fiducia, ma come un aggiornamento; come fosse dettato non dalla disperazione, dalla sfiducia, ma dalla misericordia, dalla tolleranza, dalla “apertura”. 

Misericordia è educare, perdonare, curare, rialzare, con carità ammonire e rimproverare; è sia curare, che prevenire; sia curare, che, poi, rimettere in piedi. Sarah, come in generale gli africani, lo ha chiaro nella testa, perché la società africana lo mostra con evidenza: c’è, in quel grande Continente, un mondo di povertà, di poligamia, di aids, di bambini orfani, di stregoneria, di vendetta… e c’è un mondo di giovani che abbandonano le superstizioni e la poligamia dei padri, che percepiscono l’amore di Cristo, che trattano da mogli le loro donne e che a differenza degli antenati non fanno figli, destinati a rimanere orfani, al di fuori del matrimonio (cioè dell’istituzione che, più di ogni altra, cura ogni giorno gli egoismi dei coniugi e l’istintività dei figli, e curando educa alla generosità e al sacrificio, all’amore e al perdono, alla fiducia e alla pazienza…).

Questi due mondi, entrambi vivi e presenti in Africa, richiamano l’opera che la Chiesa ha svolto per secoli: educazione e cura; predicazione e confessione.

La Chiesa è stata, in Europa, la madre delle scuole e la madre degli ospedali, e ha dato il meglio di sé in quelle grandi figure di santi della carità e di santi dell’educazione, che insegnano proprio a conciliare Verità ed Amore. 

Di qui passa la sempre più forte crescita dei cristiani in Africa. Dalla consapevolezza che vi sono nel contempo orfanotrofi da costruire, fallimenti da curare, e nuove generazioni a cui indicare un nuovo modo di vivere, un modo di vivere più felice perché più conforme alla “buona novella”.

E in Europa? Da noi non c’è l’avventura esaltante di una civiltà in costruzione, ma quella deprimente di una civiltà in decomposizione. Per questo sembra a taluni, erroneamente, che sia ormai possibile un solo mondo: quello che ha preso la direzione della religione fai da te, del Gesù Cristo al massimo interessante filosofo, del divorzio breve, del matrimonio gay, e dell’utero in affitto…

Se così è, sostiene qualcuno, la buona novella non è più annunciabile, non è più possibile, non è più credibile… flettiamola, modifichiamola, adattiamola al mondo. Saltiamo sul carro dei vincitori. Ma così, direbbe il cardinal Sarah, nel suo libro tutto da leggere, non solo non si curano i malati; non solo non si educano le nuove generazioni ai grandi ideali del Vangelo, ma si dimentica che il diffondersi della buona novella sta anche nella fede in essa che hanno coloro che ne sono portatori ed interpreti. 

In fondo sta tutto qui. Nel credere davvero che la buon novella è vera; nel credere che è per il bene di tutti; nel credere che è possibile, nei limiti della miseria umana, viverla e comunicarla, anche nell’Europa post-cristiana di oggi.

Ai tempi dell’antica Roma l’abbondanza dei divorzi e dei ripudi, il numero altissimo di infanticidi, la decadenza dei costumi… non spinsero gli apostoli ad accomodare il Vangelo, ma a viverlo così intensamente, da cambiare, piano piano, ogni cosa.

F. Agnoli


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