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MEMORIE DI SUOR LUCIA Fede o miracolismo?

suor lucia fatima

Sollecitato da un’amica tornata da un breve pellegrinaggio a Fatima con il libro sulle “Memorie di suor Lucia”, ho letto le testimonianze che la veggente ha scritto in obbedienza al vescovo dell’epoca e al padre spirituale, sulle apparizioni della Madonna nella nota località del Portogallo.

Scorrendo le pagine sulla vita dei tre piccoli pastorelli – la stessa Lucia nel 1917, anno delle apparizioni, aveva solo 10 anni, mentre i suoi cugini Giacinta e Francesco erano ancora più giovani – mi è sembrato di riascoltare un po’ i nostri genitori e nonni quando parlavano della loro infanzia caratterizzata da un’esistenza grama, in cui, invece della scuola e dei giochi, non pochi bambini iniziavano presto a lavorare nei campi o andando dietro al bestiame.

Il loro stesso modo di pensare e vivere la fede mi sembra molto simile a quello che ricordano le persone anziane: tanti rosari, affidamento alla Vergine Maria, invito ad offrire a Dio le sofferenze di ogni giorno e un eccessivo moralismo dettato dalla costante paura di finire all’inferno.

Secondo le prime due parti del cosiddetto segreto di Fatima, infatti, la Madonna mostrò ai tre bambini scene terribili dell’inferno con tanto di fiamme, anime di dannati e gli ancora più orribili demoni neri e trasparenti, con il pressante invito a pregare, fare penitenza e offrire sacrifici per la conversione dei peccatori. E loro, obbedienti, oltre a recitare il rosario come Maria comanda, iniziarono a digiunare donando ai poveri il cibo che si portavano da casa, ad astenersi anche dal bere o bere solo acqua sporca, a legarsi una corda intorno alla vita… per fare sacrifici in riparazione dei peccati. Giacinta e Francesco moriranno molto presto offrendo le loro sofferenze sempre secondo questa logica che, se vissuta come espressione del desiderio di continuare ad aver fede e speranza in Dio nonostante il peso dei dolori quotidiani, certamente è un’altissima testimonianza d’amore.

Ciò che a me è risultato sempre un po’ stonato è una certa narrazione che fa da sfondo a molte apparizioni mariane. Detta in modo molto rozzo e semplificato, viene quasi sempre evidenziato come il mondo sia pieno di peccati, il Padre Eterno sia stanco di tutto questo andazzo e minacci distruzioni catastrofiche. Ecco, quindi, che interviene Maria a raccomandare di ravvivare la fede nel suo figlio Gesù, di pregare, fare penitenza e offrire sacrifici per la conversione dei peccatori ma anche, se non soprattutto, per placare l’ira di Dio.

Certamente “l’ira di Dio” è un’espressione che troviamo nell’Antico Testamento e che forse continua ad alimentare in noi un certo concetto di giustizia troppo legato al simbolo della bilancia, della fredda partita doppia, fino a sconfinare a volte nel desiderio di vendetta, di farla pagare a qualcuno. Mi sembra che lungo i secoli anche una certa teologia abbia interpretato con eccessivo rigore la stessa morte di Gesù Cristo in croce come un indispensabile sacrificio espiatorio, quasi un atto dovuto, un prezzo da pagare a Dio per riparare le offese e riscattare l’uomo dal peccato. Leggendo di sfuggita i Vangeli o anche solo la parabola del Padre misericordioso, può nascere il sospetto che la salvezza che Dio ha voluto donarci in Gesù Cristo sia una realtà molto più ricca di amore, gratuità e libertà.

Nell’ultima parte del volumetto di 230 pagine – oltre a ribadire che il male non è mai voluto da Dio, quasi sempre siamo noi uomini che ce lo procuriamo, ci lasciamo trasportare da questo e lo riversiamo sui più deboli – molto bello, semplice e profondo è il commento teologico dell’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Joseph Ratzinger.

Innanzitutto ha evidenziato come solo la rivelazione pubblica – espressa in forma letteraria nell’Antico e Nuovo Testamento ma che è un processo vitale con cui Dio si fa presente lungo tutta la storia umana – è fondamento della nostra fede. Le cosiddette “rivelazioni private”, a cui appartengono anche le apparizioni di Fatima, non vincolano l’assenso dei fedeli ma, se non contraddicono ciò che Gesù Cristo ci ha rivelato, possono essere un valido aiuto per vivere e attualizzare il suo Vangelo. La Sacra Scrittura, infatti, non invita ad una sterile ripetizione del passato, ma sollecita un continuo confronto con il presente per scrutare i segni dei tempi e porci in ascolto dello Spirito che ci guiderà alla verità tutta intera (Gv 16,12-14).

Dopo aver esposto una presentazione molto delicata, umana (antropologica) e spirituale delle apparizioni vissute dai tre pastorelli, ha affrontato la terza parte del cosiddetto “segreto di Fatima” (resa pubblica nel 2000 proprio in occasione della beatificazione di Giacinta e Francesco) legando il grido “penitenza, penitenza, penitenza” al continuo l’invito alla conversione, lo stesso che ci viene proposto ad ogni inizio di Quaresima (Mc 1,15).

Sempre in questo commento del 2000 il futuro papa Benedetto XVI ha sottolineato con vigore che le visioni dei tre pastorelli, come le profezie bibliche, assumono un carattere simbolico. Esse non sono un film anticipato su un futuro immutabile e terrificante, ma un richiamo a vivere con impegno e speranza il presente, affidandoci alla promessa di Gesù: “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!”. (Gv 16,33)

In particolare mi ha colpito una sua affermazione, non priva di ironia: “Chi aveva atteso eccitanti rivelazioni apocalittiche sulla fine del mondo o sul futuro corso della storia dovrà rimanere deluso… La fede cristiana”, scrive sempre Ratzinger, “non vuole e non può essere pastura per la nostra curiosità”.

Non a caso forse nei Vangeli Gesù spesso raccomandava ai “miracolati” di non dire niente di quanto era a loro successo; non a caso san Paolo ricorda che “Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso...” (1Cor 1,22). Gli stessi pastorelli, come racconta suor Lucia, ad un certo punto furono costretti a chiudersi in casa per sfuggire alla curiosità della gente.

Purtroppo a me sembra che giornali e televisioni parlino di Chiesa e religione solo quando c’è da alimentare la pastura di scandali, mancanze o di fatti che sanno di miracolistico.

A volte ho l’impressione che anche alcune persone che continuano ancora a frequentare i banchi delle chiese (sempre più vuoti), che si danno da fare nelle loro comunità e cercano di vivere la fede in modo forse più intenso rispetto al passato, presentino una certa tendenza agli effetti speciali, al voler vedere negli aspetti più banali continui interventi e segni della Madonna, degli angeli o del Maligno.

È vero, come ho sentito affermare da un amico, che la Bibbia in alcune parti può essere troppo cruda, ripetitiva e poco appagante, ma anche nelle letture ho la sensazione che a volte si preferiscano racconti di fatti e storie edulcorate o mistico-fantastiche.

Certamente tutto ciò che può ravvivare la nostra vita è dono di grazia, il buon Dio per ognuno di noi può suscitare percorsi diversi per farci toccare il suo amore e vivere un pellegrinaggio o qualche giorno di ritiro non può che farci bene. Ma se ogni tanto, fra le mura della nostra casa, provassimo a spegnere televisione e internet per fare un po’ di silenzio fuori e dentro di noi, per leggere qualche pagina della Sacra Scrittura confrontandola con la nostra vita concreta, forse potremmo constatare che non è strettamente necessario andare ogni anno a Fatima, a Medjugorje o vedere strane luci in cielo per sperimentare momenti di pace e trovare motivi e forza per continuare il nostro cammino.

Franco


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