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DON CAMILLO E L’OLIO DI STALLA

La benedizione degli animali era tradizione anche dei nostri paesi di montagna, ma le tradizioni e i luoghi della nostra vita quotidiana sono soggetti a continui cambiamenti. Ciò che non deve cambiare è il desiderio di invocare sempre su ogni somaro, a due o a quattro gambe, la benedizione del Signore.

ragazzi lozio

Nella parrocchia di montagna di don Camillo un posto di onore per S. Antonio abate era sempre garantito. Nella cappella a destra dell’altar maggiore don Camillo aveva piazzato una statua del santo dalla barba bianca, con tanto di maialino accucciato ai piedi. E come ogni anno era arrivato il tempo della benedizione degli animali.

Il problema era che di animali non era rimasta che un po’ di bassa corte, poi cani e gatti da giardino. Per il povero S. Antonio era lavoro di bassa manovalanza, mancavano all’appello quelle vecchie stalle colme di vacche e di buoi, c’era assenza di porcilaie e di greggi. “Signore - disse don Camillo davanti al Crocifisso dell’altar maggiore - per cani e gatti da appartamento io non scomodo di certo S. Antonio”. “Ma don Camillo - rispose Gesù - anche quelle sono mie creature…”. Con Lui c’era poco da discutere e don Camillo si mise a preparare l’attrezzatura necessaria per le operazioni di benedizione, compresi quei piccoli pani da offrire agli animali.

Era ancora in sacrestia ad armeggiare che bussò il postino: “Missive altolocate per il parroco”. Nella corrispondenza infatti c’era una lettera della contessina Orsi Cavallini che convocava don Camillo nella grande azienda agricola di famiglia per benedire il nuovo impianto a biogas e la stalla adibita a centro di ricerca per il benessere “olistico”. “Eh no - disse don Camillo - passi per cani e gatti, ma l’unico olio che conosco è quello che si fa con le olive. Io una stalla vuota non la vado certo a benedire, anche perché non rientra nel mansionario di S. Antonio per manifesta assenza di animali.” A don Camillo infatti la nuova economia agricola era di difficile digestione.

La signorina Orsi Cavallini aveva tre lauree, parlava cinque lingue ed era l’ultima discendente di una nobile famiglia di agrari che avevano proprietà in mezza Italia. Sul crinale dov’era la parrocchia di don Camillo c’era il vecchio palazzo colonico di insolita imponenza che, temporibus illis, aveva la sua giustificazione, mentre oggi brillava per decadenza. Intorno le stalle, i campi e i boschi che avevano fatto la fortuna di famiglia. Quando la contessina non vide arrivare il parroco nel giorno prestabilito per la benedizione, avvisò subito l’onorevole Peppone, da sempre impegnato per la riforma agraria ed il progresso.

“Il reverendo parroco - scrisse l’onorevole in una lettera indirizzata al giornale locale, - diserta la benedizione dell’avvenire agricolo per il quale è stato convocato. Il rifiuto è un affronto che deve essere conosciuto dal popolo di montagna che ha tanto bisogno di lavoro. Una stalla è sempre una stalla, anche se ora non produce più latte, ma olio. Siamo sicuri che S. Antonio è dalla nostra parte. Firmato Giuseppe Bottazzi.”

La lettera di Peppone pubblicata dal giornale convinse don Camillo a concedere la benedizione alla stalla. Quando arrivò sul posto, subito salutò Peppone. “Buongiorno onorevole, è venuto ad assaggiare l’olio?” Peppone sudava freddo. Al posto delle vecchie poste per le vacche c’erano bagni turchi e saune, alle pareti delle frasi che poco avevano a che fare con la spremitura delle olive, “Rimuovi i tuoi blocchi energetici”, “Libera le tue emozioni” e via discorrendo.

“Ringrazio l’onorevole Peppone - attaccò don Camillo con in mano l’aspersorio, - perché con la sua lettera e la sua presenza qui mi ha convinto a portare comunque la benedizione di S. Antonio. Perché, ha ragione il nostro caro Peppone, una stalla è sempre una stalla e anche se è povera di animali può sempre ospitare un somaro”

Racconto tratto dalla rivista "il Timone"


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