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CHARTA 1018: agli albori della chiesa di Borno

La più antica testimonianza scritta indicante l’esistenza nella terra di Borno di un edificio di culto a servizio della comunità risale agli inizi dell’XI secolo. La preziosa notizia si ricava nel corpo di una “charta cessionis, et promissionis” stipulata - con l’intervento di vari attori - nella giornata di giovedì 13 novembre 1018, proprio sulla soglia della locale chiesa, allora intitolata a San Martino. Fondata con ogni probabilità durante la rigogliosa e pervasiva espansione del cristianesimo compiutasi sul finire dell’epoca longobarda e nella immediatamente successiva età carolingia, la costruzione (indicata con l’arcaico nome di “basilica”) recava la dedica al grande vescovo turonese Martino, vissuto nel IV secolo.

La devozione verso il santo presule - molto popolare già in vita - fu fortemente sentita nelle aree soggette all’influenza franca, trovando ulteriore, decisivo stimolo allorché l’intera Valle Camonica venne donata nel 774 dal magnanimo re Carlo al monastero transalpino di San Martino di Marmoutier di Tours.

Acquisendo progressivamente un sempre più concreto grado di autonomia dalla pieve matrice di riferimento, quella di Santa Maria Assunta di Cividate (presso la quale nei primi secoli cristiani si amministravano in via esclusiva i sacramenti - in particolare il battesimo - e si esercitavano le mansioni annesse alla cura d’anime a beneficio di tutte le cappelle rurali che vi stavano soggette), più tardi la chiesa bornese assumerà lo status pieno e riconosciuto di parrocchiale, ricevendo - intorno al 1145 - la formale consacrazione da parte del vescovo di Brescia e ottenendo - nel 1185, al termine di un defatigante processo - la superiore conferma ufficiale del diritto a tenere in funzione il proprio battistero, a seguito del cui impianto venne introdotto e associato il nuovo patrono San Giovanni Battista (come è notorio, autore del battesimo di Gesù Cristo, oltre che martire dell’affermazione dell’indissolubilità del sacramento matrimoniale), destinato alla lunga a primeggiare1 e a prevalere definitivamente sulla primitiva intestazione.

Mediante la solenne comparsa del 1018, celebrata alla significativa ombra del luogo sacro (correttamente non al suo interno, rivestendo l’evento connotati eminentemente di natura laica con risvolti concernenti la sfera economica) onde imprimere alla circostanza un più alto valore sostanziale e sollecitare i contraenti a mantenere fede alla parola data, una folta delegazione proveniente dalla vicina Valle di Scalve effettuava sotto giuramento - nelle mani dei vescovi di Brescia Landolfo II (appartenente alla nobile famiglia dei signori di Arsago Seprio, in sede dal 1003 alla morte, avvenuta nel 1030, presente con il suo avvocato giudice Lafranco) e di Bergamo Alcherio (in cattedra dal 1013 al 1022, convenuto insieme al suo legale giudice Zirardo), nonché di Lafranco conte del Sacro Palazzo - espressa e trasparente rinuncia (anche a vantaggio degli abitanti di Borno) a sostenere e a rivendicare sotto qualsiasi luogo e modalità ogni diritto vantato in merito alla giurisdizione di una vasta montagna nominata Negrino, un florido territorio di confine da parecchio tempo aspramente conteso tra le due parti contermini; contestualmente i rappresentanti degli scalvini, pur non esimendosi dall’avanzare riserve sull’equità e fondatezza di quanto si stava operando, si impegnavano a pagare una pesante sanzione in caso di contravvenzione.

La concomitante presenza di così alte autorità religiose e civili a Borno in piena stagione autunnale, con una situazione di collocazione geografica e di comunicazioni stradali non certo favorevole agli spostamenti, costituisce una prova evidente degli straordinari e molteplici interessi che ruotavano intorno alla questione del Negrino e viene implicitamente a sottolineare il sicuro rilievo raggiunto dal paese come centro organizzato sotto il profilo istituzionale e importante realtà dal punto di vista economico.

documento antico Borno

L’atto del 10182, raccolto e convalidato dal notaio Obertino, si pone come primo capitolo tramandato dalle fonti di una raccapricciante controversia che vide fronteggiarsi - per almeno sei secoli - i terrazzani di Borno e quelli di Scalve, orrendamente e fieramente gli uni contro gli altri armati fino ai denti. Di quelle cupe e sanguinose vicende - risuonate con fragore in decine di pugne sul campo e in contorti dibattimenti da tribunale - non intendiamo occuparci in questa occasione, suggerendo a chi fosse interessato ad approfondirne gli intricati aspetti la consultazione della bibliografia disponibile sull’argomento, fattasi ormai copiosa3.

Del documento in esame si conoscono, a quanto risulta, tre versioni (con diverse varianti nel dettato): la prima (immagine sopra), manoscritta, si conserva presso l’Archivio Comunale di Borno (Vertenza per il Negrino), è risalente agli inizi del XVI secolo (probabilmente al 1517) e appare gravemente danneggiata e parzialmente illeggibile nella sezione finale, a causa di bruciature nel margine inferiore della carta dovute a incendio (accaduto nel 1919).

documento antico Borno

La seconda, pure manoscritta, è settecentesca e si trova nell’Archivio di Stato di Brescia (Comune di Borno, b. 321); la terza, a stampa, figura nel secondo volume (alle colonne 491-492) del Codex diplomaticus civitatis, et ecclesiae Bergomatis, allestito dal canonico primicerio e archivista della cattedrale di Bergamo don Mario Lupo (Bergamo 1720-1789), pubblicato postumo (a cura dell’abate don Giuseppe Ronchetti) in Bergamo nel 1799. Quest’ultima trasposizione (tratta da esemplare autenticato nel XVI secolo dal notaio Francesco Rubino di Venezia) venne preparata e generosamente trasmessa negli anni Ottanta del Settecento all’erudito collega orobico dall’arciprete di Cividate don Giambattista Guadagnini (Esine 1723 - Cividate 1807), multiforme e affermato studioso di eccellenti qualità, assai versato nelle dissertazioni di storia ecclesiastica, in gioventù maestro di scuola e organista nella chiesa di Borno4.

Essenzialmente quale contributo preliminare al programma delle manifestazioni promosse dalla parrocchia nel corrente 2018 per ricordare i mille anni trascorsi da quell’originario avvenimento, si fornisce la riproduzione della “Charta” così come è riportata nel Codex del Lupo (immagine sopra), seguita da trascrizione (con debita traduzione) condotta sul testo cinquecentesco conservato nell’Archivio Comunale di Borno, integrato tenendo conto della versione settecentesca dell’Archivio di Stato di Brescia, nonchè dell’edizione bergamasca (quest’ultima contenente vari aggiustamenti interpretativi). Trascrizione e traduzione (pag. 9) sono a cura di Silverio Franzoni (allievo perfezionando in Scienze dell’Antichità - Classe di Scienze Umane, Scuola Normale Superiore di Pisa)5.

Oliviero Franzoni

In die Iovis quod est tertiodecimo die mensis Novembris, in villa que dicitur Burni ante hostium basilice Sancti Martini, presentia bonorum hominum quorum nomina subtus leguntur, dederunt vadia Iohannes presbiter, et item Iohannes similiter presbiter, una cum Rozo et Iohanne avocatores ipsius presbiteri, Lazaro et item Lazaro, Petrus, Dominichus, Bono, Lazaro, Petrus, Andreas, Ursus, Petrus, Natale, Dominichus, Lazaro, Iohannes, Scalvinus, Albertus, Gustantius, Petrus, Dominicus et item Petrus, Andreas, omnes de Scalve loco, domino Landulfo episcopo Sancte Brixiensis Ecclesie, et Lafrancus iudex avocato suo, et domini Alcherii episcopi Sancte Bergomensis Ecclesie, Zirardi iudex avocato suo, seu domini Lafranci comitis Palatii de comitatu Bergomense, seu ceteris habitantibus in eodem loco Burno, eo tenore, ut sic scriptum legitur: ut amodo nullam unquam habeant licenciam nec potestatem per nullum ius ingenium nullamque occasionem que fieri potest, agere nec causare nominatim de monte quod nominatur Negrino, iuris ipsorum seu domini Lafranci comitis vel ceteris omnibus quibus esse voluntaverunt; in eodem fundo Burno locus, ubi nominatur predicto monte Negrino coheret ei de una parte nominatus Salto Barbice usque ad Uro de Liogne, et usque in termino de Nimo Rovareto, et usque ad Imo Canale, usque ad Prato Sancto et in Collo, dicendum quod nobis exinde aliquid pertinere debet; sed in omni tempore exinde taciti et contenti permaneamus, quod si amodo aliquo tempore nos quam suprascripti Iohannes, Petrus, et item similiter Petrus, una cum Rozo et Iohannes avocatores ipsius presbiteri, Lazaro, Petrus, Dominicus, Bono, Lazaro, Petrus, Scalvino, Andrea, et item Andrea, Petrus, et item Petrus, Natale, Petrus, Iohannes, Andreas, Urso, Petrus, Natale, Dominico, Lazaro, Iohannes, Scalvino, Alberto, Gustantio, Petrus, Dominicus, et item Petrus, Iohannes seu Andrea una cum nostris heredibus, vobis, quam nostrorum dominorum episcoporum, et a suis successoribus, seu domini Lafranci comitis, vel a suis heredibus, aut cui vos dederitis suprascriptum montem et alpe que dicitur Negrino, qualiter supra legitur, agerimus aut causaverimus per nos aut nostras subvenientes personas, et omni tempore exinde taciti et contenti{s} permanserimus, ac si apparuerit ullum datum, aut factum vel quolibet scriptum, quod nos exinde in alia parte fecissemus, et clarum factum fuerit, tunc obbligavimus componere pena, nomine argentorum denariorum bonas libras duo milia, et in eo tenore omnia qualiter supra reddiderunt ipsis dominis episcopis, et predictis avocatis suis seu iam dictus Lafrancus comes ipsa wadia a predictis hominibus, sicut scriptum tamquam fideiussores, et obbligaverunt eis exinde per propria wadia penas suorum et suis heredibus letas et inletas ad comprehendendum ubicunque eas invenire potuerunt sine ulla calumnia.
Factum est hoc anno Imperii domini Henrici {decimo} (vix legitur; fort. pro d. g., i.e. dei gratia?) quinto isto die iovis indictione secunda.
Signum ### manibus suprascriptorum Rozoni, Iohanni, Lazaroni, et item Lazaroni, Petri, Dominici, Bononi, Lazaroni, Petri, Scalvini, Andrea, et item Andrea, Petri, et item Petri, Natali, Petri, Iohanni, Andrea, Ursoni, Petri, Natali dicti Laurentoni, Iohanni, Scalvini, Alberti, Gustanti, Petri, Dominici, et item Petri, Iohanni seu Andrea qui ipsa {a}wadia dederant et obbligaverunt ut supra. [ultra non legitur in 1517]
Signum ### manibus advocatores et testes, seu Algesio de Caripento, Hualdrico de Bagnolo, Ariberto de Botaliano interfuerunt.
L. S. ego Obertinus notarius Sacri Palatii interfui et scripsi.

Giovedì 13 novembre, nel villaggio chiamato Borno, davanti all’ingresso della chiesa di san Martino, in presenza degli onest’uomini nominati più avanti, Giovanni, sacerdote, un altro Giovanni, anch’egli sacerdote, insieme a Rozone e Giovanni avvocati del sacerdote, Lazzaro e un altro Lazzaro, Pietro, Domenico, Bono, Lazzaro, Pietro, Andrea, Orso, Pietro, Natale, Domenico, Lazzaro, Giovanni, Scalvino, Alberto, Costanzo, Pietro, Domenico, e ancora Pietro e Andrea, tutti di Scalve, giurarono a monsignor Landolfo, vescovo della santa Chiesa bresciana, a Lanfranco, giudice e avvocato suo, a monsignor Alcherio, vescovo della santa Chiesa di Bergamo, a Zirardo, giudice e avvocato suo, e al signor Lanfranco, conte palatino della contea di Bergamo, e agli abitanti di Borno, nella maniera che qui si legge.
Che d’ora in poi non abbiano alcuna possibilità né autorità, per nessun diritto, iniziativa o occasione che si possa verificare, di sporgere causa o denuncia a proposito del monte chiamato Negrino, di potestà loro ossia del signor conte Lanfranco o di chiunque altro cui essi vorranno che appartenga. In territorio di Borno, questi sono i confini del suddetto monte Negrino: da una parte il Salto Barbice fino a Uro delle Ogne, e fino al confine di Imo Rovareto e fino a Imo Canale, fino al Prato Santo e fino al Collo.
Pur sostenendo che qualcosa di tutto ciò dovrebbe appartenere a noi, giuriamo di restare sulla questione sempre zitti e contenti;
e se d’ora in poi una qualche volta noi suddetti Giovanni, Pietro e un altro Pietro, insieme a Rozone e Giovanni avvocati del sacerdote, Lazzaro, Pietro, Domenico, Bono, Lazzaro, Pietro Scalvino, Andrea, un altro Andrea, Pietro e un altro Pietro, Natale, Pietro, Giovanni, Andrea, Orso, Pietro, Natale, Domenico, Lazzaro, Giovanni, Scalvino, Alberto, Costanzo, Pietro, Domenico, e ancora Pietro, Giovanni e Andrea, insieme con i nostri eredi, dovessimo sporgere causa o denuncia – noi stessi o tramite nostri rappresentanti – a voi, nostri signori vescovi, e ai vostri successori, o al signor conte Lanfranco e ai suoi eredi, o a chi voi avrete assegnato il suddetto monte e l’alpeggio che si chiama Negrino (nei termini che si leggono sopra), e dovessimo tenercene sempre contenti e zitti, e se comparisse un qualche indizio, fatto o scritto che noi abbiamo fatto qualcosa del genere, e la cosa fosse acclarata, allora noi ci obblighiamo a pagare come multa duemila libbre di denari d’argento.
In questa maniera giurarono tutto ciò, secondo quanto sopra è riportato, ai monsignori vescovi, ai loro avvocati suddetti e al nominato conte Lanfranco, di fronte agli uomini già nominati in qualità (com’è scritto) di testimoni, e si obbligarono sé stessi e i loro eredi, d’ora in poi, con il loro giuramento a pagare una multa, raccogliendo il denaro necessario in ogni maniera possibile, purché senza commettere illegalità.
Fatto nel quinto anno dell’impero di Enrico signore, questo giovedì, indizione seconda.
Firme dei suddetti
Rozone, Giovanni, Lazzaro, ancora Lazzaro, Pietro, Domenico, Bono, Lazzaro, Pietro, Scalvino, Andrea, un altro Andrea, Pietro e ancora Pietro, Natale, Pietro, Giovanni, Andrea, Orso, Pietro, Natale detto Lorenzone, Giovanni, Scalvino, Alberto, Costanzo, Pietro, Domenico, un altro Pietro, Giovanni e Andrea, che giurarono e si obbligarono come sopra.
Firme degli avvocati e dei testimoni, ossia di Algesio di Caripento, Gualdrico di Bagnolo e Ariberto di Botaliano, che furono presenti.
Luogo del sigillo di me, Obertino, notaio del Sacro Palazzo, che fui presente e scrissi il documento.

1. Già agli inizi del XIV secolo, come risulta da documenti degli anni 1318-1320 redatti “sub porticu ecclesie sanctorum Iohannis Baptiste et Martini” (in cui compare il nome di un certo Maifredo, “presbitero” addetto “dicte ecclesie”).

2. Il documento reca l'annotazione di essere stato redatto nell'anno decimo quinto dell'impero di Enrico, indizione seconda: probabilmente per un errore di lettura del notaio trascrittore, deve leggersi invece anno quinto, poichè Enrico II di Sassonia venne coronato imperatore il 14 febbraio 1014 (il 1019 che si ricava dalla somma 1014 + 5 deve intendersi 1018, sia perchè l'anno V d'imperio è compreso tra il 14 febbraio 1018 e il 13 febbraio 1019, sia per via dell'indizione II, da ritenersi come indizione bedana, usata all'epoca nella cancelleria imperiale, che iniziava con il 24 settembre dell'anno precedente a quello cui viene attribuita l'indizione data). Nella versione risalente al 1517 la parola “decimo” si legge male, mentre è chiarissima nella copia settecentesca (potrebbe anche essere errore dovuto a cattiva interpretazione di abbreviazione dell’espressione “Dei gratia” o similari).

3. Cfr.: G. GUADAGNINI, Ricerca istorica in cui si mostra contro il chiar. primicerio Lupi che in Valcamonica mai fu l'Ollio il confine del territorio bergamasco. Brescia 1857, pp. 34-35; R. PUTELLI, Borno e l'altipiano suo. Breno 1930, pp. 13-14; E. BONALDI, L'antica repubblica e comunità di Scalve. Milano 1965, pp. 93-98; G. GOLDANIGA, La secolare contesa del monte Negrino tra scalvini e bornesi. Artogne 1989; O. FRANZONI, L'infelice morte di Felice da Scalve, in “Commentari dell'Ateneo di Brescia per l'anno 1991”, pp. 123-136; E. BONALDI, Antica repubblica di Scalve. Clusone 1992, pp. 65, 80, 184-191, 200-201; O. FRANZONI, “Volemo manzare le vostre corade a rosto”. La furiosa lotta tra Borno e Scalve per il monte Negrino, in Segni di confine. Gli eventi. Breno 1996, pp. 61-76.

4. Don Guadagnini ebbe profonda consuetudine con Borno: in una parte presa nel seno della locale vicinia nel 1767 si riconosceva che egli “hà tutta la cognizione di questo paese, e che porta amore particolare à questa popolazione” (Archivio di Stato di Brescia, Comune di Borno, b. 18, Deliberazioni vicinia 1764-1768). Non si hanno indicazioni di dove sia eventualmente conservato l’esemplare utilizzato dal Guadagnini per trarre la copia spedita al Lupo, molto probabilmente ricavato dalla versione (oggi danneggiata) dell’Archivio Comunale di Borno.

5.Sull’atto del 1018: G. RONCHETTI, Memorie istoriche della città e chiesa di Bergamo dal principio del V secolo di nostra salute sino all’anno MCCCCXXVIII. II. Bergamo 1806, p. 118; F. ODORICI, Storie bresciane dai primi tempi sino all’età nostra. III. Brescia 1854, p. 318 e V. Brescia 1856, p. 30; G. ROSA, La Valle Camonica nella storia. Breno 1881, p. 36; R. PUTELLI, Intorno al Castello di Breno. Storia di Valle Camonica, Lago d’Iseo e Vicinanze da Federico Barbarossa a s. Carlo Borromeo. Breno 1915, pp. 4-5; I. VALETTI BONIMI, Le Comunità di valle in epoca signorile. Milano 1976, p. 35; AA. VV., Repertorio di fonti medioevali per la storia della Val Camonica. Milano 1984, p. 224.


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