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Cüntòmela a BORNO

TRENTANNI DI CÜNTÒMELA

Chi è ormai diversamente giovane ricorderà che nel giugno del 1988, insieme all’inaugurazione dell’Oratorio – rimandata due volte per mal tempo e poi avvenuta in un sabato ugualmente piovoso – uscì il primo numero di Cüntòmela con lo schema del nuovo Oratorio Arcobaleno riprodotto nella copertina a sfondo bianco panna. Come l’esperienza dell’oratorio che si svolgeva nello scantinato della scuola materna (dove ora è collocato l’asilo nido), anche il giornalino in realtà c’era già da qualche anno, ma fu la prima volta che venne fatto stampare in tipografia invece di essere ciclostilato.

Cüntòmela

Non facevo ancora parte della combricola quando don Giovanni – il curato dell’epoca che rivoluzionò la mia vita tirandomi letteralmente fuori da casa e facendomi scoprire la bellezza di sentirmi parte della comunità – con altri giovani individuò il nome da dare al periodico. Forse la declinazione dell’espressione dialettale non è mai stata molto usata. Di solito questa era rivolta verso un solo interlocutore o in terza persona plurale come forma dubitativa: “Dai, cüntéla sò… I la cünta sò lur ma…” Immagino sia stata scelta per evidenziare quel “noi” che dovrebbe caratterizzare ogni comunità cristiana ed essere il più possibile inclusivo o comunque mai da contrapporre ad un voi o ad un loro.

Per questo, dopo l’arrivo di don Francesco e la sua nomina a parroco anche delle parrocchie di Ossimo e di Lozio, è stato quasi naturale che le pagine di Cüntòmela si aprissero anche a questi paesi, nonostante qualcuno abbia un po’ storto il naso in nome di un campanilismo troppo radicato.

Riflettendo sul nome del nostro periodico possiamo constatare come molte visioni della vita e della società dipendano proprio dal modo con cui vogliamo raccontarcela. Un campo in cui spicca questa dinamica è senz’altro la propaganda politica. Fino a pochi anni fa c’erano due grandi ideologie: la sinistra con la sua retorica di voler difendere gli operai e la povera gente dai soprusi dei potenti; la destra che evocava ordine, disciplina e mantenimento di un perbenismo di cui era funzionale anche un certo moralismo religioso. Una bella canzone di Giorgio Gaber ad un certo punto mise in ridicolo chi pretendeva di classificare anche le banalità più quotidiane secondo queste due categorie chiedendosi “Cos’è la destra? Cos’è la sinistra?”

Negli ultimi anni, invece, hanno voluto convincerci, non senza ragione, che i vecchi politici erano meri professionisti di parole vuote, capaci solo di sprecare risorse per coltivare i propri orticelli. Ecco allora che si è esaltato la concretezza, il badare al sodo, il dare risposte ai problemi reali della gente... come solo gli imprenditori e i manager sanno fare. Ciò, magari, ha avuto un qualche effetto alla nostre orecchie di montagnini che non apprezzano molto chiacchiere e ragionamenti astratti, convinti che “vale di più la pratica che la grammatica”. Ma in fondo anche questo è solo un altro modo per contarcela su, per catturare di nuovo la nostra attenzione e proporci altri nemici a cui dare la colpa di tutti i mali, facendo leva su quell’impasto di egoismo, ignoranza e paura che un po’ tutti ci portiamo dentro. Non scordiamoci poi che mentre l’obbiettivo di un’impresa economica è il massimo profitto (fregando magari la concorrenza), quello della politica, di un’amministrazione pubblica dovrebbe essere il bene comune: espressione ormai fuori corso nel grande mercato che adora solo il dio denaro ed esaspera l’individualismo.

Ci possono essere vari modi anche per raccontare l’esperienza religiosa. Questa può essere narrata come una serie di precetti, tradizioni e devozioni da mantenere vivi perché si è sempre fatto così, o come un chiaro e robusto sistema filosofico con dogmi e principi immutabili e inamovibili, per dirla più da intellettualoidi. Per alcuni tutto deve partire ed essere riconducibile letteralmente alla Bibbia; per altri l’unica cosa che conta è soccorrere i poveri… E a volte, più o meno in mala fede, si è tentati di assolutizzare solo un aspetto per imbastire il nostro modo di raccontarcela e attaccare magari chi non la pensa come noi.

Perfino in campo scientifico – l’unico settore ancora propagandato come verità assoluta e che forse tendiamo a confondere con la matematica, l’unica scienza esatta – sentiamo talmente tante notizie, non di rado contrastanti fra di loro, da indurci a pensare che anche la scienza, con buona pace per le prove sperimentali, dipende dall’onestà degli stessi ricercatori e dai racconti che ne fanno i divulgatori.

È bene quindi coltivare un sano scetticismo, uno spirito critico verso spiegazioni troppo contorte o troppo semplicistiche, verso molte frasi e luoghi comuni che anche noi ripetiamo ogni giorno, verso complottismi e bufale che imperversano in Internet. È cosa buona e giusta non smettere mai di chiederci il perché vogliono raccontarcela proprio in quel modo.

Articoli a volte simpatici a volte un po’ troppo predicosi, lettere dei missionari, descrizioni di esperienze dei ragazzi immancabilmente belle e da ripetere, immagini del battesimo di un bimbo, del matrimonio di due giovani, di un nonno che ha terminato la sua strada su questa terra... Da trentanni, con sensibilità diverse, preti (fra cui il card. Re che in tutti questi anni non ha mai fatto mancare il suo contributo) e collaboratori vari scrivono e realizzano quello che per la nostra diocesi ora dovrebbe essere chiamato il “Giornale della comunità”.

All’inizio era costituito da non molte pagine con poche foto in bianco e nero per contenere i costi di stampa. Oggi, grazie alle tecnologie, foto e colori sovrabbondano. I numeri, magari, propongono con monotonia e scarsa inventiva le stesse cose lungo i vari periodi dell’anno e le uniche pagine gradite forse sono proprio quello con le foto, ma le nostre intenzioni rimangono genuine. Mediante Cüntòmela desideriamo continuare a raccontare ciò che viviamo, ascoltiamo e pensiamo per sentirci sempre più comunità che credono, amano e sperano in Cristo risorto.

Franco


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