Parrocchia san Giovanni Battista - Borno Parrocchia san Giovanni Battista - Borno torna inizio

Cüntòmela PER RIFLETTERE

LA GIOIA DELLA PASQUA

cristo risorto

Siamo a metà marzo a Borno. La primavera dovrebbe già fare capolino e lasciare esplodere la gioia della natura che riprende vita, ma ancora siamo immersi nel grigiore e nella nebbia. Così, con la neve che ancora sporca le strade, aspettiamo la Santa Pasqua che si avvicina, ma senza le avvisaglie della gioia di cui è avvolta questa grande festa.

Eppure nel giorno di Pasqua non potrà mancare la gioia. Ci deve essere la gioia, almeno per noi che abbiamo creduto in ciò che accadde a Gerusalemme dopo la Passione, quando le donne scoprirono la tomba vuota di Gesù e i discepoli verso sera lo incontrarono vivo. La stessa gioia che provarono loro è la nostra gioia, che scaturisce dal sapere che Gesù è veramente risorto dai morti e veramente ci ha conquistato la garanzia della immortalità, della vita eterna, del paradiso.

L’augurio che ci facciamo a vicenda è dunque, che la Santa Pasqua porti anzitutto la gioia di vivere, e poi la pace nel cuore, in famiglia, tra le persone. Noi che crediamo nella resurrezione di Gesù non possiamo più rimanere come prima, rimanere uomini e donne tristi, scoraggiati, senza speranza e pessimisti. Noi non seguiamo più una religione qualsiasi, la religione della croce soltanto. Ormai noi apparteniamo alla Chiesa di Dio e alla fede di Cristo morto e risorto, dove certo la croce è un passaggio di vita necessario, ma la resurrezione è lo stato definitivo promesso e la speranza fondata che anche noi risorgeremo.

Con questa certezza noi guardiamo il mondo in cui viviamo che però sembra ancora dire il contrario: guerre, sofferenze, ingiustizie che paiono non finire mai. E allora, come si fa ad essere sereni, ottimisti, gioiosi? Come si fa, di fronte a tutto questo, a rimanere in pace con la nostra gioia che ha il sapore della beffa o dell’ingenuità che chiude gli occhi di fronte alla dura realtà della vita?

Anche se sembra davvero un banco di prova, noi dobbiamo continuare sulla via dove ci ha posto il Signore. Noi abbiamo il dono della fede e crediamo in Cristo risorto e dunque, davanti alla realtà spesso così angosciante, dobbiamo provare a guardarla con gli occhi di Dio, che vuole bene a tutti, e trova il modo di far sentire questo a chi ama, vuole il bene di tutti, vuole il mio bene, anche se valgo così poco e non lo merito. Accade allora che sia questo modo di guardare come guarda Dio il mondo, a cambiare la vita nostra e la percezione della realtà.

La gioia di Pasqua viene dal credere totalmente in Gesù, in Lui solo che è risorto, che ha sconfitto il male del mondo, il peccato, la morte e tutto quello che è causa della nostra tristezza. Egli non ci è mai estraneo, ci conosce, partecipa della nostra stessa vita, conosce le nostre debolezze e ciò che la vita e la natura ci fanno patire: fame, sete, stanchezza, tristezza, ingiustizia, crudeltà, offese. Oltre tutto questo, la resurrezione è la nostra speranza, la nostra liberazione, l’inizio della vita nuova da vivere in sintonia e intimità con Dio e in comunione con i nostri fratelli. Sia dunque la Santa Pasqua l’incontro vero con la gioia, il sollevamento dai tanti pesi spirituali, morali e psicologici che ci opprimono, la liberazione da tutti gli attacchi che ostacolano il nostro cammino verso Dio, che è la somma felicità e gioia dell’uomo.

Don Francesco



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CAMPANE A FESTA

campanile Borno

Finalmente, dopo 48 anni, un giovane di Borno sarà ordinato sacerdote. Mezzo secolo fa, noi sacerdoti nativi di Borno, tra diocesani e appartenenti a Congregazioni Religiose, eravamo in 9. Ora siamo rimasti soltanto in tre e, per di più, carichi di anni.

È giusto pertanto che le campane di Borno squillino a festa quando il 9 giugno prossimo Don Alex Recami sarà ordinato sacerdote dal Vescovo di Brescia e, il giorno dopo, celebrerà per la prima volta la Messa nella chiesa di Borno.

Nel millennio della prima menzione in un documento storico del nome “Borno”, l’ordinazione sacerdotale di un bornese è fra gli eventi dell’anno che recano maggior gioia al cuore. Più che giustificato è, pertanto, il suono delle campane del nostro bel campanile in quel giorno. Il sacerdote è sempre un dono di Dio alla Chiesa e all'umanità.

La società odierna, che va assumendo orientamenti spesso distanti dalla tradizione cristiana, conserva in fondo al cuore fame e sete di Dio e del suo amore. Per questo cerca il sacerdote e desidera fortemente la sua presenza, anche se poi lo ascolta poco.

Il prete tuttavia non sempre è visto con gli occhi della fede: a volte è considerato semplicemente come un amico e compagno di viaggio; spesso il sacerdote è apprezzato solo perché è uomo per gli altri, che spende tutte le sue energie e tutto il suo tempo per il bene degli altri e aiuta ciascuno a dare il meglio di sé, valorizzando e facendo crescere il bene che vi è in ogni persona.

Certamente anche questa è una dimensione vera del sacerdote ed è doveroso apprezzare il servizio educativo e sociale che egli svolge: un servizio non piccolo in ogni parrocchia in favore specialmente della gioventù, degli ammalati, dei più bisognosi. Quando non si sa a chi rivolgersi, la nostra gente va dal prete.

Non è però questa la dimensione principale del sacerdozio. Il sacerdote è innanzitutto uomo di Dio. Egli è scelto per essere tutto di Dio, per essere in comunione intima con Cristo: il sacerdote è colui che proclama la parola di Dio, che offre al Padre celeste il memoriale del sacrificio di Cristo.

In breve possiamo dire che il sacerdote è colui che, nella preghiera, parla a Dio degli uomini e poi parla di Dio agli uomini. Immerso nel visibile, il sacerdote è chiamato ad essere testimone dell’invisibile.

Nella vita del Curato d’Ars vi è un episodio che è illuminante a questo proposito. Nel recarsi a prendere possesso della parrocchia a cui era stato destinato, l’Abbé Jean Marie Vianney dovette fare a piedi gli ultimi chilometri. Non conosceva il cammino e, per di più, era una giornata di nebbia. Ad un certo punto incontrò un ragazzo al quale chiese di indicargli la strada per Ars. Quel ragazzo precisò che quella era la sua parrocchia.

Allora il Curato d’Ars con un sorriso gli replicò: “Tu mi hai insegnato la via per Ars, io ti insegnerò la strada per il cielo”,

In questa espressione del Curato d’Ars vi è la ragione di tutto l’impegno sacerdotale, il sacerdote è prima di tutto e soprattutto colui che indica la strada che porta al Cielo e che ricorda a tutti che “non di solo pane vive l’uomo”, perché egli ha anche un’anima da salvare.

A Don Alex auguro di essere un uomo di Dio, che fa sentire il fascino del Vangelo di Cristo e che, sull’esempio del Curato d’Ars, trova sempre il tempo di dedicarsi al ministero del Sacramento del perdono, perché è nel confessionale che si decide la sorte delle anime.

Gli auguro inoltre una vita gioiosa per comunicare agli altri serenità e gioia, mentre prego il Signore di aiutarlo ad amare l’umanità del nostro tempo, condividendone inquietudini, problemi e speranze come uomo di Dio, “scelto fra gli uomini per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio”, come dice la Lettera agli Efesini.

Card. Giovanni Battista Re



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DIECI PAROLE SULLA PASQUA

risurrezione
Raffaelino del Garbo, Resurrezione 1510

Pasqua di risurrezione: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui” (Mt 16,6).
Quando noi confessiamo che Cristo è risorto, non ci riferiamo semplicemente alla tomba trovata vuota dalle donne il mattino di Pasqua, ma che Egli vive in eterno, per fare dono anche a noi della vita che non avrà mai fine.

Pasqua di gloria: "Era necessario che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria" (Lc 24,26).
Nella Pasqua, guardando a Cristo crocifisso e risorto, noi annunciamo che la morte non è ultima parola dell’esistenza umana. Anche se i nostri sacrifici sembrano infruttuosi, quanto di buono e di amore abbiamo seminato nella vita diventerà Pasqua di gloria.

Pasqua del Signore: "Abbiamo visto il Signore" (Gv 20,25).
Quando riconoscono il Signore risorto, i discepoli lo chiamano “Signore”. Con questo titolo vogliamo affermare che Egli è il fondamento della vita, della storia e del mondo. Egli è la salvezza presente e futura per ogni uomo.

Pasqua eucaristica: “Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero nello spezzare il pane” (Lc 24,35).
Il Cristo risorto si incontra nell’Eucaristia. Partecipando alla santa Messa si fa la stessa esperienza dei discepoli di Emmaus: si aprono gli occhi del cuore e si vede Dio in ogni cosa.

Pasqua della vita: “Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti" (1 Cor 16,9 ).
La Pasqua ci invita a non cercare tra i morti Colui che è vivo. La vita del credente non è solitudine angosciante, ma un'esperienza condivisa con il Risorto. Ora sappiamo che veniamo da Dio, che siamo fatti a sua immagine e che la nostra vocazione è quella di "riprodurre le caratteristiche di Cristo.” (Rm 8,29).

Pasqua di santificazione: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,23).
Cristo ha voluto che la Chiesa fosse segno e strumento del perdono e della riconciliazione che ci è stata ottenuta a prezzo del suo sangue per una Pasqua santa.

Pasqua di gioia: “I discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20,20).
I cristiani non sono discepoli di un morto, ma di un Risorto. La gioia pasquale dà il senso vero alla vita del cristiano. Nonostante le croci e le sofferenze della vita, la fine sarà sempre e inevitabilmente la gioia vittoriosa della Pasqua di risurrezione.

Pasqua di pace: “Pace a voi” (Gv 20,21).
Il primo dono del Signore risorto è la pace, offerta ai suoi discepoli. È possibile portare la pace, offrire la pace; una pace traboccante che nasce sempre dal possesso di Dio e dalla sua grazia e che si manifesta nella tranquillità dell’animo, nell'integrità del corpo, nella felicità piena, nella garanzia del cielo. Pace con Dio, pace con i fratelli, pace con se stessi, pace con il creato perché Cristo è la nostra pace.

Pasqua missionaria: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi" ( Gv 20,21).
Chi vive della fede e della gioia pasquale non può rimanere indifferente al mondo. Siamo un popolo “in uscita” verso il mondo e gli uomini. La Chiesa del Signore è tanto più Chiesa quanto più sarà aperta all’evangelizzazione del mondo per una vera Pasqua di risurrezione.

Pasqua di comunione: “Venne Gesù e stette in mezzo a loro" (Gv 20,19).
La vita comunitaria non consiste nello stare semplicemente insieme, o collaborare per svolgere un compito di carattere sociale o apostolica, ma per essere veramente uniti con Cristo e tra di sé. La comunità rende presente Cristo Risorto, ieri oggi e sempre.

Don Simone



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GIOIA ANCHE PER LE NOSTRE COMUNITÀ

giornata della vita Borno

Il 4 febbraio si è celebrata la giornata della vita dal titolo “Il Vangelo della vita, gioia per il mondo”.
La giornata è stata splendida per tempo e per partecipazione di gente. Il Gruppo Cicogna, come è tradizione da diversi anni, ha invitato a partecipare alla Messa domenicale tutte le coppie che hanno avuto un figlio nel precedente anno 2017. Per questo giorno speciale perciò ha preparato un cartellone, posto dinanzi all’altare, raffigurante il cielo con tante stelle gialle su alcune delle quali erano incisi i nomi dei 21 bimbi nati. Una culla, simbolo di accoglienza, spiccava davanti al cartellone.
Poiché nello stesso periodo era stata montata in Chiesa la tradizionale “Machina del Triduo”, per me, ma penso anche per altri, è stato inevitabile pensare all’analogia dei due momenti: la gioia per una vita terrena e la gioia per una vita eterna. Durante la celebrazione della Messa le piccole creature sono state davvero sagge, non hanno né pianto né dato segni d’impazienza forse perché avviluppate e attratte dalle dolci canzoni di Chiesa.
Al termine del rito religioso sono stati offerti ai genitori dei bimbi due libri di preghiere di cui uno dedicato all’insegnamento del Padre Nostro per i più piccoli.
All’uscita dalla Chiesa è arrivato il momento più atteso dai bambini: il lancio dei palloncini con legati ai fili i pensierini sulla vita scritti dai ragazzi che frequentano il catechismo.
Leggendone alcuni dei bimbi della terza classe della scuola primaria non ho potuto fare a meno di riportare qui pensieri che risultano profondi e, anche se alcuni fanno sorridere, sono comunque scaturiti dalla loro innocenza e spontaneità.

Francesca

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Cüntòmela a BORNO

CHARTA 1018: agli albori della chiesa di Borno

La più antica testimonianza scritta indicante l’esistenza nella terra di Borno di un edificio di culto a servizio della comunità risale agli inizi dell’XI secolo. La preziosa notizia si ricava nel corpo di una “charta cessionis, et promissionis” stipulata - con l’intervento di vari attori - nella giornata di giovedì 13 novembre 1018, proprio sulla soglia della locale chiesa, allora intitolata a San Martino. Fondata con ogni probabilità durante la rigogliosa e pervasiva espansione del cristianesimo compiutasi sul finire dell’epoca longobarda e nella immediatamente successiva età carolingia, la costruzione (indicata con l’arcaico nome di “basilica”) recava la dedica al grande vescovo turonese Martino, vissuto nel IV secolo.

La devozione verso il santo presule - molto popolare già in vita - fu fortemente sentita nelle aree soggette all’influenza franca, trovando ulteriore, decisivo stimolo allorché l’intera Valle Camonica venne donata nel 774 dal magnanimo re Carlo al monastero transalpino di San Martino di Marmoutier di Tours.

Acquisendo progressivamente un sempre più concreto grado di autonomia dalla pieve matrice di riferimento, quella di Santa Maria Assunta di Cividate (presso la quale nei primi secoli cristiani si amministravano in via esclusiva i sacramenti - in particolare il battesimo - e si esercitavano le mansioni annesse alla cura d’anime a beneficio di tutte le cappelle rurali che vi stavano soggette), più tardi la chiesa bornese assumerà lo status pieno e riconosciuto di parrocchiale, ricevendo - intorno al 1145 - la formale consacrazione da parte del vescovo di Brescia e ottenendo - nel 1185, al termine di un defatigante processo - la superiore conferma ufficiale del diritto a tenere in funzione il proprio battistero, a seguito del cui impianto venne introdotto e associato il nuovo patrono San Giovanni Battista (come è notorio, autore del battesimo di Gesù Cristo, oltre che martire dell’affermazione dell’indissolubilità del sacramento matrimoniale), destinato alla lunga a primeggiare1 e a prevalere definitivamente sulla primitiva intestazione.

Mediante la solenne comparsa del 1018, celebrata alla significativa ombra del luogo sacro (correttamente non al suo interno, rivestendo l’evento connotati eminentemente di natura laica con risvolti concernenti la sfera economica) onde imprimere alla circostanza un più alto valore sostanziale e sollecitare i contraenti a mantenere fede alla parola data, una folta delegazione proveniente dalla vicina Valle di Scalve effettuava sotto giuramento - nelle mani dei vescovi di Brescia Landolfo II (appartenente alla nobile famiglia dei signori di Arsago Seprio, in sede dal 1003 alla morte, avvenuta nel 1030, presente con il suo avvocato giudice Lafranco) e di Bergamo Alcherio (in cattedra dal 1013 al 1022, convenuto insieme al suo legale giudice Zirardo), nonché di Lafranco conte del Sacro Palazzo - espressa e trasparente rinuncia (anche a vantaggio degli abitanti di Borno) a sostenere e a rivendicare sotto qualsiasi luogo e modalità ogni diritto vantato in merito alla giurisdizione di una vasta montagna nominata Negrino, un florido territorio di confine da parecchio tempo aspramente conteso tra le due parti contermini; contestualmente i rappresentanti degli scalvini, pur non esimendosi dall’avanzare riserve sull’equità e fondatezza di quanto si stava operando, si impegnavano a pagare una pesante sanzione in caso di contravvenzione.

La concomitante presenza di così alte autorità religiose e civili a Borno in piena stagione autunnale, con una situazione di collocazione geografica e di comunicazioni stradali non certo favorevole agli spostamenti, costituisce una prova evidente degli straordinari e molteplici interessi che ruotavano intorno alla questione del Negrino e viene implicitamente a sottolineare il sicuro rilievo raggiunto dal paese come centro organizzato sotto il profilo istituzionale e importante realtà dal punto di vista economico.

documento antico Borno

L’atto del 10182, raccolto e convalidato dal notaio Obertino, si pone come primo capitolo tramandato dalle fonti di una raccapricciante controversia che vide fronteggiarsi - per almeno sei secoli - i terrazzani di Borno e quelli di Scalve, orrendamente e fieramente gli uni contro gli altri armati fino ai denti. Di quelle cupe e sanguinose vicende - risuonate con fragore in decine di pugne sul campo e in contorti dibattimenti da tribunale - non intendiamo occuparci in questa occasione, suggerendo a chi fosse interessato ad approfondirne gli intricati aspetti la consultazione della bibliografia disponibile sull’argomento, fattasi ormai copiosa3.

Del documento in esame si conoscono, a quanto risulta, tre versioni (con diverse varianti nel dettato): la prima (immagine sopra), manoscritta, si conserva presso l’Archivio Comunale di Borno (Vertenza per il Negrino), è risalente agli inizi del XVI secolo (probabilmente al 1517) e appare gravemente danneggiata e parzialmente illeggibile nella sezione finale, a causa di bruciature nel margine inferiore della carta dovute a incendio (accaduto nel 1919).

documento antico Borno

La seconda, pure manoscritta, è settecentesca e si trova nell’Archivio di Stato di Brescia (Comune di Borno, b. 321); la terza, a stampa, figura nel secondo volume (alle colonne 491-492) del Codex diplomaticus civitatis, et ecclesiae Bergomatis, allestito dal canonico primicerio e archivista della cattedrale di Bergamo don Mario Lupo (Bergamo 1720-1789), pubblicato postumo (a cura dell’abate don Giuseppe Ronchetti) in Bergamo nel 1799. Quest’ultima trasposizione (tratta da esemplare autenticato nel XVI secolo dal notaio Francesco Rubino di Venezia) venne preparata e generosamente trasmessa negli anni Ottanta del Settecento all’erudito collega orobico dall’arciprete di Cividate don Giambattista Guadagnini (Esine 1723 - Cividate 1807), multiforme e affermato studioso di eccellenti qualità, assai versato nelle dissertazioni di storia ecclesiastica, in gioventù maestro di scuola e organista nella chiesa di Borno4.

Essenzialmente quale contributo preliminare al programma delle manifestazioni promosse dalla parrocchia nel corrente 2018 per ricordare i mille anni trascorsi da quell’originario avvenimento, si fornisce la riproduzione della “Charta” così come è riportata nel Codex del Lupo (immagine sopra), seguita da trascrizione (con debita traduzione) condotta sul testo cinquecentesco conservato nell’Archivio Comunale di Borno, integrato tenendo conto della versione settecentesca dell’Archivio di Stato di Brescia, nonchè dell’edizione bergamasca (quest’ultima contenente vari aggiustamenti interpretativi). Trascrizione e traduzione (pag. 9) sono a cura di Silverio Franzoni (allievo perfezionando in Scienze dell’Antichità - Classe di Scienze Umane, Scuola Normale Superiore di Pisa)5.

Oliviero Franzoni

In die Iovis quod est tertiodecimo die mensis Novembris, in villa que dicitur Burni ante hostium basilice Sancti Martini, presentia bonorum hominum quorum nomina subtus leguntur, dederunt vadia Iohannes presbiter, et item Iohannes similiter presbiter, una cum Rozo et Iohanne avocatores ipsius presbiteri, Lazaro et item Lazaro, Petrus, Dominichus, Bono, Lazaro, Petrus, Andreas, Ursus, Petrus, Natale, Dominichus, Lazaro, Iohannes, Scalvinus, Albertus, Gustantius, Petrus, Dominicus et item Petrus, Andreas, omnes de Scalve loco, domino Landulfo episcopo Sancte Brixiensis Ecclesie, et Lafrancus iudex avocato suo, et domini Alcherii episcopi Sancte Bergomensis Ecclesie, Zirardi iudex avocato suo, seu domini Lafranci comitis Palatii de comitatu Bergomense, seu ceteris habitantibus in eodem loco Burno, eo tenore, ut sic scriptum legitur: ut amodo nullam unquam habeant licenciam nec potestatem per nullum ius ingenium nullamque occasionem que fieri potest, agere nec causare nominatim de monte quod nominatur Negrino, iuris ipsorum seu domini Lafranci comitis vel ceteris omnibus quibus esse voluntaverunt; in eodem fundo Burno locus, ubi nominatur predicto monte Negrino coheret ei de una parte nominatus Salto Barbice usque ad Uro de Liogne, et usque in termino de Nimo Rovareto, et usque ad Imo Canale, usque ad Prato Sancto et in Collo, dicendum quod nobis exinde aliquid pertinere debet; sed in omni tempore exinde taciti et contenti permaneamus, quod si amodo aliquo tempore nos quam suprascripti Iohannes, Petrus, et item similiter Petrus, una cum Rozo et Iohannes avocatores ipsius presbiteri, Lazaro, Petrus, Dominicus, Bono, Lazaro, Petrus, Scalvino, Andrea, et item Andrea, Petrus, et item Petrus, Natale, Petrus, Iohannes, Andreas, Urso, Petrus, Natale, Dominico, Lazaro, Iohannes, Scalvino, Alberto, Gustantio, Petrus, Dominicus, et item Petrus, Iohannes seu Andrea una cum nostris heredibus, vobis, quam nostrorum dominorum episcoporum, et a suis successoribus, seu domini Lafranci comitis, vel a suis heredibus, aut cui vos dederitis suprascriptum montem et alpe que dicitur Negrino, qualiter supra legitur, agerimus aut causaverimus per nos aut nostras subvenientes personas, et omni tempore exinde taciti et contenti{s} permanserimus, ac si apparuerit ullum datum, aut factum vel quolibet scriptum, quod nos exinde in alia parte fecissemus, et clarum factum fuerit, tunc obbligavimus componere pena, nomine argentorum denariorum bonas libras duo milia, et in eo tenore omnia qualiter supra reddiderunt ipsis dominis episcopis, et predictis avocatis suis seu iam dictus Lafrancus comes ipsa wadia a predictis hominibus, sicut scriptum tamquam fideiussores, et obbligaverunt eis exinde per propria wadia penas suorum et suis heredibus letas et inletas ad comprehendendum ubicunque eas invenire potuerunt sine ulla calumnia.
Factum est hoc anno Imperii domini Henrici {decimo} (vix legitur; fort. pro d. g., i.e. dei gratia?) quinto isto die iovis indictione secunda.
Signum ### manibus suprascriptorum Rozoni, Iohanni, Lazaroni, et item Lazaroni, Petri, Dominici, Bononi, Lazaroni, Petri, Scalvini, Andrea, et item Andrea, Petri, et item Petri, Natali, Petri, Iohanni, Andrea, Ursoni, Petri, Natali dicti Laurentoni, Iohanni, Scalvini, Alberti, Gustanti, Petri, Dominici, et item Petri, Iohanni seu Andrea qui ipsa {a}wadia dederant et obbligaverunt ut supra. [ultra non legitur in 1517]
Signum ### manibus advocatores et testes, seu Algesio de Caripento, Hualdrico de Bagnolo, Ariberto de Botaliano interfuerunt.
L. S. ego Obertinus notarius Sacri Palatii interfui et scripsi.

Giovedì 13 novembre, nel villaggio chiamato Borno, davanti all’ingresso della chiesa di san Martino, in presenza degli onest’uomini nominati più avanti, Giovanni, sacerdote, un altro Giovanni, anch’egli sacerdote, insieme a Rozone e Giovanni avvocati del sacerdote, Lazzaro e un altro Lazzaro, Pietro, Domenico, Bono, Lazzaro, Pietro, Andrea, Orso, Pietro, Natale, Domenico, Lazzaro, Giovanni, Scalvino, Alberto, Costanzo, Pietro, Domenico, e ancora Pietro e Andrea, tutti di Scalve, giurarono a monsignor Landolfo, vescovo della santa Chiesa bresciana, a Lanfranco, giudice e avvocato suo, a monsignor Alcherio, vescovo della santa Chiesa di Bergamo, a Zirardo, giudice e avvocato suo, e al signor Lanfranco, conte palatino della contea di Bergamo, e agli abitanti di Borno, nella maniera che qui si legge.
Che d’ora in poi non abbiano alcuna possibilità né autorità, per nessun diritto, iniziativa o occasione che si possa verificare, di sporgere causa o denuncia a proposito del monte chiamato Negrino, di potestà loro ossia del signor conte Lanfranco o di chiunque altro cui essi vorranno che appartenga. In territorio di Borno, questi sono i confini del suddetto monte Negrino: da una parte il Salto Barbice fino a Uro delle Ogne, e fino al confine di Imo Rovareto e fino a Imo Canale, fino al Prato Santo e fino al Collo.
Pur sostenendo che qualcosa di tutto ciò dovrebbe appartenere a noi, giuriamo di restare sulla questione sempre zitti e contenti;
e se d’ora in poi una qualche volta noi suddetti Giovanni, Pietro e un altro Pietro, insieme a Rozone e Giovanni avvocati del sacerdote, Lazzaro, Pietro, Domenico, Bono, Lazzaro, Pietro Scalvino, Andrea, un altro Andrea, Pietro e un altro Pietro, Natale, Pietro, Giovanni, Andrea, Orso, Pietro, Natale, Domenico, Lazzaro, Giovanni, Scalvino, Alberto, Costanzo, Pietro, Domenico, e ancora Pietro, Giovanni e Andrea, insieme con i nostri eredi, dovessimo sporgere causa o denuncia – noi stessi o tramite nostri rappresentanti – a voi, nostri signori vescovi, e ai vostri successori, o al signor conte Lanfranco e ai suoi eredi, o a chi voi avrete assegnato il suddetto monte e l’alpeggio che si chiama Negrino (nei termini che si leggono sopra), e dovessimo tenercene sempre contenti e zitti, e se comparisse un qualche indizio, fatto o scritto che noi abbiamo fatto qualcosa del genere, e la cosa fosse acclarata, allora noi ci obblighiamo a pagare come multa duemila libbre di denari d’argento.
In questa maniera giurarono tutto ciò, secondo quanto sopra è riportato, ai monsignori vescovi, ai loro avvocati suddetti e al nominato conte Lanfranco, di fronte agli uomini già nominati in qualità (com’è scritto) di testimoni, e si obbligarono sé stessi e i loro eredi, d’ora in poi, con il loro giuramento a pagare una multa, raccogliendo il denaro necessario in ogni maniera possibile, purché senza commettere illegalità.
Fatto nel quinto anno dell’impero di Enrico signore, questo giovedì, indizione seconda.
Firme dei suddetti
Rozone, Giovanni, Lazzaro, ancora Lazzaro, Pietro, Domenico, Bono, Lazzaro, Pietro, Scalvino, Andrea, un altro Andrea, Pietro e ancora Pietro, Natale, Pietro, Giovanni, Andrea, Orso, Pietro, Natale detto Lorenzone, Giovanni, Scalvino, Alberto, Costanzo, Pietro, Domenico, un altro Pietro, Giovanni e Andrea, che giurarono e si obbligarono come sopra.
Firme degli avvocati e dei testimoni, ossia di Algesio di Caripento, Gualdrico di Bagnolo e Ariberto di Botaliano, che furono presenti.
Luogo del sigillo di me, Obertino, notaio del Sacro Palazzo, che fui presente e scrissi il documento.

1. Già agli inizi del XIV secolo, come risulta da documenti degli anni 1318-1320 redatti “sub porticu ecclesie sanctorum Iohannis Baptiste et Martini” (in cui compare il nome di un certo Maifredo, “presbitero” addetto “dicte ecclesie”).

2. Il documento reca l'annotazione di essere stato redatto nell'anno decimo quinto dell'impero di Enrico, indizione seconda: probabilmente per un errore di lettura del notaio trascrittore, deve leggersi invece anno quinto, poichè Enrico II di Sassonia venne coronato imperatore il 14 febbraio 1014 (il 1019 che si ricava dalla somma 1014 + 5 deve intendersi 1018, sia perchè l'anno V d'imperio è compreso tra il 14 febbraio 1018 e il 13 febbraio 1019, sia per via dell'indizione II, da ritenersi come indizione bedana, usata all'epoca nella cancelleria imperiale, che iniziava con il 24 settembre dell'anno precedente a quello cui viene attribuita l'indizione data). Nella versione risalente al 1517 la parola “decimo” si legge male, mentre è chiarissima nella copia settecentesca (potrebbe anche essere errore dovuto a cattiva interpretazione di abbreviazione dell’espressione “Dei gratia” o similari).

3. Cfr.: G. GUADAGNINI, Ricerca istorica in cui si mostra contro il chiar. primicerio Lupi che in Valcamonica mai fu l'Ollio il confine del territorio bergamasco. Brescia 1857, pp. 34-35; R. PUTELLI, Borno e l'altipiano suo. Breno 1930, pp. 13-14; E. BONALDI, L'antica repubblica e comunità di Scalve. Milano 1965, pp. 93-98; G. GOLDANIGA, La secolare contesa del monte Negrino tra scalvini e bornesi. Artogne 1989; O. FRANZONI, L'infelice morte di Felice da Scalve, in “Commentari dell'Ateneo di Brescia per l'anno 1991”, pp. 123-136; E. BONALDI, Antica repubblica di Scalve. Clusone 1992, pp. 65, 80, 184-191, 200-201; O. FRANZONI, “Volemo manzare le vostre corade a rosto”. La furiosa lotta tra Borno e Scalve per il monte Negrino, in Segni di confine. Gli eventi. Breno 1996, pp. 61-76.

4. Don Guadagnini ebbe profonda consuetudine con Borno: in una parte presa nel seno della locale vicinia nel 1767 si riconosceva che egli “hà tutta la cognizione di questo paese, e che porta amore particolare à questa popolazione” (Archivio di Stato di Brescia, Comune di Borno, b. 18, Deliberazioni vicinia 1764-1768). Non si hanno indicazioni di dove sia eventualmente conservato l’esemplare utilizzato dal Guadagnini per trarre la copia spedita al Lupo, molto probabilmente ricavato dalla versione (oggi danneggiata) dell’Archivio Comunale di Borno.

5.Sull’atto del 1018: G. RONCHETTI, Memorie istoriche della città e chiesa di Bergamo dal principio del V secolo di nostra salute sino all’anno MCCCCXXVIII. II. Bergamo 1806, p. 118; F. ODORICI, Storie bresciane dai primi tempi sino all’età nostra. III. Brescia 1854, p. 318 e V. Brescia 1856, p. 30; G. ROSA, La Valle Camonica nella storia. Breno 1881, p. 36; R. PUTELLI, Intorno al Castello di Breno. Storia di Valle Camonica, Lago d’Iseo e Vicinanze da Federico Barbarossa a s. Carlo Borromeo. Breno 1915, pp. 4-5; I. VALETTI BONIMI, Le Comunità di valle in epoca signorile. Milano 1976, p. 35; AA. VV., Repertorio di fonti medioevali per la storia della Val Camonica. Milano 1984, p. 224.



Cüntòmela a BORNO

“DA MILLE ANNI IN CAMMINO”

13 novembre 1018
11 novembre 2018

“…ante hostium basilicae Sancti Martini…”

millenio parrocchia Borno

MANIFESTAZIONI

DOMENICA 24 GIUGNO
Apertura delle celebrazioni nella Solennità di San Giovanni Battista, Patrono di Borno
ore 20.45 - Presentazione delle celebrazioni e breve excursus storico di Oliviero Franzoni.
Segue concerto del coro Hope Singers.

20-21-22 LUGLIO
Anniversario a vent’anni dalla visita di papa Giovanni Paolo II

VENERDÌ 22 LUGLIO
ore 21.30 - Ritrovo presso la cappellina a Croce di Salven, dalla scorsa estate dedicata a san Giovanni Paolo II. Fiaccolata verso la chiesa parrocchiale con la statua del santo papa.
Al termine, momento di ristoro in oratorio.

“CHIESA PENTECOSTE DELLO SPIRITO” La santità di Giovanni Paolo II

SABATO 21 LUGLIO
ore 20.45 -Serata-incontro in sala congressi con Monsignor Slavomir Oder, postulatore delle cause di beatificazione e canonizzazione di papa Wojtyla. Introduce la serata Sua Em.za card. Giovanni Battista Re.

DOMENICA 22 LUGLIO
ore 20.45 - Concerto in chiesa dell’Orchestra da camera di Vallecamonica “A. Vivaldi” dal titolo “I giovani solisti incontrano papa Giovanni Paolo II” col patrocinio dall’Amministrazione Comunale

30 settembre – 7 ottobre
Settimana Pastorale-Mariana per l’inizio del nuovo anno pastorale

6-7 OTTOBRE
Anniversario dell’Oratorio Arcobaleno

SABATO 6 OTTOBRE
ore 20.30 - Presso la sala congressi Incontro/dibattito pubblico “Cinema Pineta: un nuovo inizio è possibile?”

DOMENICA 7 OTTOBRE
ore 14.00 - Festa dell’oratorio sul sagrato

10-11 NOVEMBRE
Celebrazioni di chiusura del Millennio Parrocchiale

SABATO 10 NOVEMBRE
ore 20.45 - Concerto di chiusura delle celebrazioni in chiesa. Il Quintetto “Orobie” presenta il "concerto-narrazione" L’anima buffa di Gaetano Donizetti

CELEBRAZIONI LITURGICHE

DOMENICA 24 GIUGNO
ore 10.00 - Santa Messa solenne per l’inizio delle celebrazioni, presieduta da Sua Em.za card. Giovanni Battista Re. Nel corso della celebrazione verranno rinnovate solennemente le promesse del Battesimo, sacramento che ci introduce nella famiglia della Chiesa.
Sono invitate, in modo particolare, le famiglie con i bambini battezzati negli ultimi cinque anni.

“CHIESA FONTE DI ACQUA VIVA”

DOMENICA 22 LUGLIO
ore 10.00 - Santa Messa solenne, presieduta da Sua Em.za card. Giovanni Battista Re, a ricordo del ventennale della visita del papa a Borno.

DOMENICA 16 SETTEMBRE
ore 10.00 - Santa Messa nel ricordo dei pastori defunti.
Sono invitati tutti i sacerdoti nativi e che hanno svolto il loro ministero nella nostra comunità. E le suore dorotee.

“CHIESA EUCARISTIA PERMANENTE”

DOMENICA 30 SETTEMBRE
ore 15.00 - Santa Messa solenne durante la quale verrà amministrato il sacramento dell’Unzione degli Infermi agli anziani e agli ammalati.
Al termine, momento conviviale in oratorio.

“CHIESA PORTA DELLA VITA”

DOMENICA 7 OTTOBRE
ore 10.00 - Santa Messa solenne di fronte all’oratorio, presieduta da don Giovanni Isonni, nel ricordo del trentennale del nostro oratorio.
Sono invitati tutti i curati che si sono succeduti a Borno.

“CHIESA FAMIGLIA DI FAMIGLIE”

DOMENICA 11 NOVEMBRE - Solennità di san Martino
ore 10.00 - Santa Messa solenne, presieduta da Sua Ecc.za Mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo. Mandato a tutta la comunità parrocchiale, perché cammini con nuovo slancio, rendendo testimonianza della propria fede.
Al termine, aperitivo in oratorio.
Poi, presso la “ex Casa delle Suore”, pranzo con il vescovo, i sacerdoti e i membri del CPP e CPAE della parrocchia.

“CHIESA SPOSA DI CRISTO IN CAMMINO NEL MONDO”



Cüntòmela a BORNO

Presepio Vivente 2017



Cüntòmela a BORNO

Carnevale bornese 2018

  • Carnevale 2018
  • Carnevale 2018
  • Carnevale 2018
  • Carnevale 2018

Domenica 11 febbraio le strade e le piazze di Borno si sono riempite di suoni e di colori, in occasione del tradizionale appuntamento con il carnevale. I quattro gruppi mascherati, espressione delle varie parti del paese, partendo dalla piazzetta, hanno sfilato fino a raggiungere Piazza Giovanni Paolo II.

Giunti in piazza è iniziata la festa, con musica, balli e tanto divertimento. Particolarmente partecipato è stato il concorso della maschera più bella, scelta, tra tante proposte, da una giuria qualificatissima (un’infermiera, la sindaca, un vigile urbano, e un reverendo sacerdote!!!).

È stato un pomeriggio di festa molto bello, anche perché è stato il risultato della collaborazione di tutti. Un grazie grande a tutti i gruppi mascherati, alla banda, alla pro loco, agli alpini, ai ragazzi della Camuna Service per l’audio e la musica, ai commercianti che hanno offerto il necessario per i cesti gastronomici consegnati ai vari gruppi. E soprattutto grazie ai bimbi e alle famiglie che hanno riempito la piazza e hanno fatto festa.

Per tutti l’appuntamento è al 2019, per un’altra edizione del carnevale, ancora più frizzante.



Cüntòmela a BORNO

TRENTANNI DI CÜNTÒMELA

Chi è ormai diversamente giovane ricorderà che nel giugno del 1988, insieme all’inaugurazione dell’Oratorio – rimandata due volte per mal tempo e poi avvenuta in un sabato ugualmente piovoso – uscì il primo numero di Cüntòmela con lo schema del nuovo Oratorio Arcobaleno riprodotto nella copertina a sfondo bianco panna. Come l’esperienza dell’oratorio che si svolgeva nello scantinato della scuola materna (dove ora è collocato l’asilo nido), anche il giornalino in realtà c’era già da qualche anno, ma fu la prima volta che venne fatto stampare in tipografia invece di essere ciclostilato.

Cüntòmela

Non facevo ancora parte della combricola quando don Giovanni – il curato dell’epoca che rivoluzionò la mia vita tirandomi letteralmente fuori da casa e facendomi scoprire la bellezza di sentirmi parte della comunità – con altri giovani individuò il nome da dare al periodico. Forse la declinazione dell’espressione dialettale non è mai stata molto usata. Di solito questa era rivolta verso un solo interlocutore o in terza persona plurale come forma dubitativa: “Dai, cüntéla sò… I la cünta sò lur ma…” Immagino sia stata scelta per evidenziare quel “noi” che dovrebbe caratterizzare ogni comunità cristiana ed essere il più possibile inclusivo o comunque mai da contrapporre ad un voi o ad un loro.

Per questo, dopo l’arrivo di don Francesco e la sua nomina a parroco anche delle parrocchie di Ossimo e di Lozio, è stato quasi naturale che le pagine di Cüntòmela si aprissero anche a questi paesi, nonostante qualcuno abbia un po’ storto il naso in nome di un campanilismo troppo radicato.

Riflettendo sul nome del nostro periodico possiamo constatare come molte visioni della vita e della società dipendano proprio dal modo con cui vogliamo raccontarcela. Un campo in cui spicca questa dinamica è senz’altro la propaganda politica. Fino a pochi anni fa c’erano due grandi ideologie: la sinistra con la sua retorica di voler difendere gli operai e la povera gente dai soprusi dei potenti; la destra che evocava ordine, disciplina e mantenimento di un perbenismo di cui era funzionale anche un certo moralismo religioso. Una bella canzone di Giorgio Gaber ad un certo punto mise in ridicolo chi pretendeva di classificare anche le banalità più quotidiane secondo queste due categorie chiedendosi “Cos’è la destra? Cos’è la sinistra?”

Negli ultimi anni, invece, hanno voluto convincerci, non senza ragione, che i vecchi politici erano meri professionisti di parole vuote, capaci solo di sprecare risorse per coltivare i propri orticelli. Ecco allora che si è esaltato la concretezza, il badare al sodo, il dare risposte ai problemi reali della gente... come solo gli imprenditori e i manager sanno fare. Ciò, magari, ha avuto un qualche effetto alla nostre orecchie di montagnini che non apprezzano molto chiacchiere e ragionamenti astratti, convinti che “vale di più la pratica che la grammatica”. Ma in fondo anche questo è solo un altro modo per contarcela su, per catturare di nuovo la nostra attenzione e proporci altri nemici a cui dare la colpa di tutti i mali, facendo leva su quell’impasto di egoismo, ignoranza e paura che un po’ tutti ci portiamo dentro. Non scordiamoci poi che mentre l’obbiettivo di un’impresa economica è il massimo profitto (fregando magari la concorrenza), quello della politica, di un’amministrazione pubblica dovrebbe essere il bene comune: espressione ormai fuori corso nel grande mercato che adora solo il dio denaro ed esaspera l’individualismo.

Ci possono essere vari modi anche per raccontare l’esperienza religiosa. Questa può essere narrata come una serie di precetti, tradizioni e devozioni da mantenere vivi perché si è sempre fatto così, o come un chiaro e robusto sistema filosofico con dogmi e principi immutabili e inamovibili, per dirla più da intellettualoidi. Per alcuni tutto deve partire ed essere riconducibile letteralmente alla Bibbia; per altri l’unica cosa che conta è soccorrere i poveri… E a volte, più o meno in mala fede, si è tentati di assolutizzare solo un aspetto per imbastire il nostro modo di raccontarcela e attaccare magari chi non la pensa come noi.

Perfino in campo scientifico – l’unico settore ancora propagandato come verità assoluta e che forse tendiamo a confondere con la matematica, l’unica scienza esatta – sentiamo talmente tante notizie, non di rado contrastanti fra di loro, da indurci a pensare che anche la scienza, con buona pace per le prove sperimentali, dipende dall’onestà degli stessi ricercatori e dai racconti che ne fanno i divulgatori.

È bene quindi coltivare un sano scetticismo, uno spirito critico verso spiegazioni troppo contorte o troppo semplicistiche, verso molte frasi e luoghi comuni che anche noi ripetiamo ogni giorno, verso complottismi e bufale che imperversano in Internet. È cosa buona e giusta non smettere mai di chiederci il perché vogliono raccontarcela proprio in quel modo.

Articoli a volte simpatici a volte un po’ troppo predicosi, lettere dei missionari, descrizioni di esperienze dei ragazzi immancabilmente belle e da ripetere, immagini del battesimo di un bimbo, del matrimonio di due giovani, di un nonno che ha terminato la sua strada su questa terra... Da trentanni, con sensibilità diverse, preti (fra cui il card. Re che in tutti questi anni non ha mai fatto mancare il suo contributo) e collaboratori vari scrivono e realizzano quello che per la nostra diocesi ora dovrebbe essere chiamato il “Giornale della comunità”.

All’inizio era costituito da non molte pagine con poche foto in bianco e nero per contenere i costi di stampa. Oggi, grazie alle tecnologie, foto e colori sovrabbondano. I numeri, magari, propongono con monotonia e scarsa inventiva le stesse cose lungo i vari periodi dell’anno e le uniche pagine gradite forse sono proprio quello con le foto, ma le nostre intenzioni rimangono genuine. Mediante Cüntòmela desideriamo continuare a raccontare ciò che viviamo, ascoltiamo e pensiamo per sentirci sempre più comunità che credono, amano e sperano in Cristo risorto.

Franco



Cüntòmela a BORNO

IL MIO INCONTRO CON PAPA FRANCESCO… E CON MARIA

Leone dal papa Leone dal papa

Mi chiamo Leone Benyacar e da qualche anno risiedo presso la Casa Albergo di Borno, perché sono non vedente.

Ho sempre sperato di avere un incontro con il Papa e poter dare la testimonianza della mia conversione, ma mi sembrava un sogno impossibile, ho deciso allora di affidare questo sogno nelle mani di Maria Madre nostra, e devo dire che Lei mi ha guidato passo per passo e l’incontro è avvenuto.

Mi si è presentata l’occasione di conoscere una persona molto vicina al Santo Padre e così, dopo aver conosciuto il mio vissuto, è stata organizzata la cosa per un incontro con il Santo Padre al termine della udienza generale di mercoledì 7 febbraio 2018.

Ora che devo dire? Che la Madonna mi ha guidato e l’incontro è avvenuto! Quale emozione! Mi ha intrattenuto per 10 minuti e ha ascoltato tutta la mia testimonianza, abbracciandomi e benedicendomi in continuazione.

La mia testimonianza si è basata sul grande dono avuto a Ghiaie di Bonate il 16 ottobre 1946. Io me ne stavo lì in piedi con indifferenza, quando, mentre tenevo il mio braccio sulle spalle di Adelaide, la veggente, improvvisamente sentivo una presenza davanti a me e, contemporaneamente, una luce interiore che mi chiariva visibile la verità tutta intera. Capivo che Gesù era il vero Messia, cioè il figlio di Dio fatto uomo per la nostra salvezza.

Don Renato Laffranchi con i ragazzi della parrocchia speravano nel dono della vista, e dispiaciuti mi chiedevano come mai ero così felice, io rispondevo che ormai la vista non mi serviva più, dal momento che ho ricevuto un dono più grande, cioè il dono della fede.

Certo chi stava davanti a me era Maria! Devo dire che mi ha seguito per una vita intera e mi segue anche oggi, mi accompagna nel mio cammino di fede e interviene nei miei bisogni in ogni momento. Io non posso dimenticare quel giorno di Ghiaie di Bonate. Sì, da quel giorno la mia vita è cambiata.

Ora io vivo nelle mani di Maria e la amo con sincero amore. Termino affidando questa mia testimonianza a Maria, augurando ai fratelli miei di vivere sinceramente il grande dono della fede.

Leone Benyacar

10 febbraio 2018



Cüntòmela a BORNO

PADRE GIACOMO... CIRCONDATO DA VITA

p. Giacomo Rigali Filippine

Carissimi Amici,
pace, salute e auguri di Buona Pasqua a tutti voi!

In tre mesi, da quando vi ho scritto per Natale, non sono capitate poi molte cose per cui non è che abbia molto da dire. Sto sempre benone e le cose vanno avanti bene. Sono contento di poter essere ancora utile per il mio ministero missionario a questa mia età.

Ormai vivo da pensionato libero da impegni vincolanti, ma siccome sto bene, qui ho una grande possibilità di avere le mie giornate abbastanza piene con i miei impegni nelle parrocchie vicine e la vita con i giovani della comunità di teologia con i quali vivo. Meglio di così non mi sarei potuto aspettare.

Mi conoscono come il “Padre Nonno incaricato delle emergenze” e questo mi va benone. In queste ultime settimane ho passato parecchie ore ascoltando confessioni dei ragazzi delle scuole vicine che si preparavano alla prima comunione o alla cresima. In occasione della quaresima poi si stanno celebrando anche “celebrazioni comunitarie di matrimoni”, cercando di mettere in ordine situazioni di coppie conviventi da anni. Anche qui il sacramento della riconciliazione è il primo passo.

Ascoltando tutte queste confessioni quante storie famigliari si vengono a conoscere e quanta pace si può distribuire!

Un po’ alla volta anche le confessioni nelle cappelle nei grandi supermercati qui vicino stanno diventando normali. Nel Supermercato Ayala, praticamente confinante con noi, celebriamo quattro messe durante la settimana e cinque la domenica. Un’ora prima di ogni messa si è presenti per le confessioni; è interessante ascoltare le confessioni nel grande corridoio di fronte alla cappella con tutta la gente che va e viene... ed è una sorpresa ben accolta da tanti che ne approfittano per riavvicinarsi a Dio e sentirsi perdonare dopo anni e anni.

Gli studenti di teologia sono incaricati delle varie baraccopoli e vi stanno lavorando per creare delle comunità di base specialmente tra i giovani perché abbiano dei punti di riferimento, di dialogo e di crescita insieme e non siano portati alla deriva nella grande confusione della città. Il nostro campo coperto di pallacanestro sta diventando il punto di riferimento di questi gruppi con partite, merende, cene e momenti di riflessione per tenere la testa a posto e la coscienza sveglia nel contatto con Dio.

Sto bene quindi e circondato da vita!!! Auguri di nuovo di Buona Pasqua ai reverendi e a tutti voi e sempre grazie della generosità con cui mi accompagnate.

Vostro P. Giacomo



Cüntòmela a BORNO

MEMORIE DI SUOR LUCIA Fede o miracolismo?

suor lucia fatima

Sollecitato da un’amica tornata da un breve pellegrinaggio a Fatima con il libro sulle “Memorie di suor Lucia”, ho letto le testimonianze che la veggente ha scritto in obbedienza al vescovo dell’epoca e al padre spirituale, sulle apparizioni della Madonna nella nota località del Portogallo.

Scorrendo le pagine sulla vita dei tre piccoli pastorelli – la stessa Lucia nel 1917, anno delle apparizioni, aveva solo 10 anni, mentre i suoi cugini Giacinta e Francesco erano ancora più giovani – mi è sembrato di riascoltare un po’ i nostri genitori e nonni quando parlavano della loro infanzia caratterizzata da un’esistenza grama, in cui, invece della scuola e dei giochi, non pochi bambini iniziavano presto a lavorare nei campi o andando dietro al bestiame.

Il loro stesso modo di pensare e vivere la fede mi sembra molto simile a quello che ricordano le persone anziane: tanti rosari, affidamento alla Vergine Maria, invito ad offrire a Dio le sofferenze di ogni giorno e un eccessivo moralismo dettato dalla costante paura di finire all’inferno.

Secondo le prime due parti del cosiddetto segreto di Fatima, infatti, la Madonna mostrò ai tre bambini scene terribili dell’inferno con tanto di fiamme, anime di dannati e gli ancora più orribili demoni neri e trasparenti, con il pressante invito a pregare, fare penitenza e offrire sacrifici per la conversione dei peccatori. E loro, obbedienti, oltre a recitare il rosario come Maria comanda, iniziarono a digiunare donando ai poveri il cibo che si portavano da casa, ad astenersi anche dal bere o bere solo acqua sporca, a legarsi una corda intorno alla vita… per fare sacrifici in riparazione dei peccati. Giacinta e Francesco moriranno molto presto offrendo le loro sofferenze sempre secondo questa logica che, se vissuta come espressione del desiderio di continuare ad aver fede e speranza in Dio nonostante il peso dei dolori quotidiani, certamente è un’altissima testimonianza d’amore.

Ciò che a me è risultato sempre un po’ stonato è una certa narrazione che fa da sfondo a molte apparizioni mariane. Detta in modo molto rozzo e semplificato, viene quasi sempre evidenziato come il mondo sia pieno di peccati, il Padre Eterno sia stanco di tutto questo andazzo e minacci distruzioni catastrofiche. Ecco, quindi, che interviene Maria a raccomandare di ravvivare la fede nel suo figlio Gesù, di pregare, fare penitenza e offrire sacrifici per la conversione dei peccatori ma anche, se non soprattutto, per placare l’ira di Dio.

Certamente “l’ira di Dio” è un’espressione che troviamo nell’Antico Testamento e che forse continua ad alimentare in noi un certo concetto di giustizia troppo legato al simbolo della bilancia, della fredda partita doppia, fino a sconfinare a volte nel desiderio di vendetta, di farla pagare a qualcuno. Mi sembra che lungo i secoli anche una certa teologia abbia interpretato con eccessivo rigore la stessa morte di Gesù Cristo in croce come un indispensabile sacrificio espiatorio, quasi un atto dovuto, un prezzo da pagare a Dio per riparare le offese e riscattare l’uomo dal peccato. Leggendo di sfuggita i Vangeli o anche solo la parabola del Padre misericordioso, può nascere il sospetto che la salvezza che Dio ha voluto donarci in Gesù Cristo sia una realtà molto più ricca di amore, gratuità e libertà.

Nell’ultima parte del volumetto di 230 pagine – oltre a ribadire che il male non è mai voluto da Dio, quasi sempre siamo noi uomini che ce lo procuriamo, ci lasciamo trasportare da questo e lo riversiamo sui più deboli – molto bello, semplice e profondo è il commento teologico dell’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Joseph Ratzinger.

Innanzitutto ha evidenziato come solo la rivelazione pubblica – espressa in forma letteraria nell’Antico e Nuovo Testamento ma che è un processo vitale con cui Dio si fa presente lungo tutta la storia umana – è fondamento della nostra fede. Le cosiddette “rivelazioni private”, a cui appartengono anche le apparizioni di Fatima, non vincolano l’assenso dei fedeli ma, se non contraddicono ciò che Gesù Cristo ci ha rivelato, possono essere un valido aiuto per vivere e attualizzare il suo Vangelo. La Sacra Scrittura, infatti, non invita ad una sterile ripetizione del passato, ma sollecita un continuo confronto con il presente per scrutare i segni dei tempi e porci in ascolto dello Spirito che ci guiderà alla verità tutta intera (Gv 16,12-14).

Dopo aver esposto una presentazione molto delicata, umana (antropologica) e spirituale delle apparizioni vissute dai tre pastorelli, ha affrontato la terza parte del cosiddetto “segreto di Fatima” (resa pubblica nel 2000 proprio in occasione della beatificazione di Giacinta e Francesco) legando il grido “penitenza, penitenza, penitenza” al continuo l’invito alla conversione, lo stesso che ci viene proposto ad ogni inizio di Quaresima (Mc 1,15).

Sempre in questo commento del 2000 il futuro papa Benedetto XVI ha sottolineato con vigore che le visioni dei tre pastorelli, come le profezie bibliche, assumono un carattere simbolico. Esse non sono un film anticipato su un futuro immutabile e terrificante, ma un richiamo a vivere con impegno e speranza il presente, affidandoci alla promessa di Gesù: “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!”. (Gv 16,33)

In particolare mi ha colpito una sua affermazione, non priva di ironia: “Chi aveva atteso eccitanti rivelazioni apocalittiche sulla fine del mondo o sul futuro corso della storia dovrà rimanere deluso… La fede cristiana”, scrive sempre Ratzinger, “non vuole e non può essere pastura per la nostra curiosità”.

Non a caso forse nei Vangeli Gesù spesso raccomandava ai “miracolati” di non dire niente di quanto era a loro successo; non a caso san Paolo ricorda che “Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso...” (1Cor 1,22). Gli stessi pastorelli, come racconta suor Lucia, ad un certo punto furono costretti a chiudersi in casa per sfuggire alla curiosità della gente.

Purtroppo a me sembra che giornali e televisioni parlino di Chiesa e religione solo quando c’è da alimentare la pastura di scandali, mancanze o di fatti che sanno di miracolistico.

A volte ho l’impressione che anche alcune persone che continuano ancora a frequentare i banchi delle chiese (sempre più vuoti), che si danno da fare nelle loro comunità e cercano di vivere la fede in modo forse più intenso rispetto al passato, presentino una certa tendenza agli effetti speciali, al voler vedere negli aspetti più banali continui interventi e segni della Madonna, degli angeli o del Maligno.

È vero, come ho sentito affermare da un amico, che la Bibbia in alcune parti può essere troppo cruda, ripetitiva e poco appagante, ma anche nelle letture ho la sensazione che a volte si preferiscano racconti di fatti e storie edulcorate o mistico-fantastiche.

Certamente tutto ciò che può ravvivare la nostra vita è dono di grazia, il buon Dio per ognuno di noi può suscitare percorsi diversi per farci toccare il suo amore e vivere un pellegrinaggio o qualche giorno di ritiro non può che farci bene. Ma se ogni tanto, fra le mura della nostra casa, provassimo a spegnere televisione e internet per fare un po’ di silenzio fuori e dentro di noi, per leggere qualche pagina della Sacra Scrittura confrontandola con la nostra vita concreta, forse potremmo constatare che non è strettamente necessario andare ogni anno a Fatima, a Medjugorje o vedere strane luci in cielo per sperimentare momenti di pace e trovare motivi e forza per continuare il nostro cammino.

Franco



Cüntòmela a BORNO

Benvenuti fra noi... BATTESIMI

battesimo Borno
Isabella Arici
di Alessandro e Marta Baisotti
Borno 8 dicembre 2017

battesimo Borno
Sofia Fiora
di Giordano e Ramona Plotoaga
Borno 25 febbraio 2018

battesimo Borno
Irene Romellini
di Daniele e Giovanna Menolfi
Borno 10 dicembre 2017


Chiamati alla vita eterna

defunto Borno
Clemente Martinelli
14-6-1950 + 16-12-2017

defunto Borno
Teresa Miorini
25-10-1932 + 16-12-2017

defunto Borno
Teo (Teodoro) Pinzo
25-9-1929 + 17-1-2018

defunto Borno
Renza (Emilia) Baisotti
6-1-1934 + 17-1-2018

defunto Borno
Lodovica Baisini
4-5-1924 + 9-2-2018

defunto Borno
Fortunata Fiora
16-3-1939 + 13-2-2018
Funerata a Muggiò (MB)

defunto Borno
Giacomina Sarna
12-8-1932 + 20-2-2018

defunto Borno
Antonietta Fiora
25-6-1932 + 24-2-2018

defunto Borno
Rosario Scebba
27-8-1931 + 11-3-2018

defunto Borno
Donato Bigatti
5-6-1934 + 11-3-2018



Cüntòmela a OSSIMO INF.

CHIESA DEI SANTI COSMA E DAMIANO
Opere di restauro del portale barocco

Premessa -

Il lavoro di restauro del portale iniziato ufficialmente il 12 luglio 2017 si è concluso il mese di novembre anche se la fase preparatoria risale al maggio 2015, data in cui sono iniziate le operazioni di rilievo. Da quel momento fino alla presentazione della domanda alla Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio si sono sviluppate le fasi di studio e di elaborazione indispensabili per iniziare l’intervento vero e proprio.
Per chi fosse interessato a consultare l’intero progetto i documenti sono conservati presso l’archivio della parrocchia.

portale chiesa ossimo inf
Prima dell'intervento

portale chiesa ossimo inf
Dopo l'intervento

Breve cronologia delle fasi preparatorie:
• Indagini storiche (Archivio Parrocchiale” Libro Maestro 1608 – Archivio della Curia Brescia).
• Rilievo che si è svolto in tre fasi: fase di acquisizione dati realizzata tramite una scansione laser 3D effettuata con lo strumento Faro Focus3DX 330 messo a disposizione dall’azienda GLOBOSCAN3D dell’Ing, Mariotti Damiano, seconda fase in studio per l’elaborazione dei dati, terza fase in loco con verifiche dirette e puntuali per analizzare i degradi presenti sul manufatto.
• Progetto.
• Restauro.

portale chiesa ossimo inf
Prima dell'intervento

portale chiesa ossimo inf
Dopo l'intervento

Breve descrizione del manufatto:
Il portale si compone di 28 elementi tenuti insieme tramite giunti in malta di calce idraulica.
L’unione dei vari elementi ha messo in evidenza alcune irregolarità determinando difetti visivi rispetto alle geometrie rigorose dell’originale disegno architettonico del portale. È evidente che le operazioni di smontaggio e rimontaggio susseguitesi nel tempo hanno eroso le facce a taglio che univano i singoli pezzi, costringendo gli operatori ad aumentare lo spessore dei giunti che nel tempo hanno subito sensibili cedimenti.
Infine la progressiva erosione del materiale ha contribuito anch’essa a ridurre la stabilità della composizione. Il tempo e la mancata cura nella manutenzione costante della struttura hanno prodotto danni irrimediabili dovuti al distaccamento di elementi decorativi che non potranno più essere recuperati.
A questo proposito si raccomanda a scadenza almeno quinquennale l’indagine sullo stato di conservazione dell’intervento di restauro al fine di monitorare lo stato di avanzamento del degrado e di ridurre l’onere di interventi tardivi e inutilmente onerosi per il futuro.

portale chiesa ossimo inf
Prima dell'intervento

portale chiesa ossimo inf
Dopo l'intervento

Realizzazione progetto e richiesta di autorizzazioni:
Il progetto è composto dai seguenti elaborati:
1. Relazione storica
2. Inquadramento cartografico
3. Rilievo architettonico
4. Rilievo dei degradi
5. Progetto di risanamento
Questi documenti sono stati approvati dall’ufficio preposto della Curia (Committente) dalla Soprintendenza Archeologica alle Belle Arti e dal Comune di Ossimo.

Soggetti coinvolti e loro ruolo:
- Rilievo GLOBOSCAN3D dell’Ing, Mariotti Damiano;
- Progetto di restauro Architetto Conservatore Ulisse Poli;
- Restauro Dott.sa Tatiana Fosca - Vielmi e collaboratori;
- Impresa Ducoli Giordano;
- Ponteggi ditta Fratelli Zendra Fiorino e Marino.

arch. Conservatore Ulisse Poli

Braone 8 marzo 2018


RINGRAZIAMENTO - Dalle pagine del nostro giornale della Unità Pastorale dedicate alla parrocchia di Ossimo Inferiore, è doveroso dire il mio grazie a tutti coloro che in una qualche maniera hanno contribuito alla realizzazione di quest’opera di recupero e conservazione di un bene così importante della nostra parrocchiale, quale è l’artistico portale. In particolare il mio ricordo va all’Arch. Ulisse Poli e collaboratori, a Luigino e Antonietta e ai fratelli Felice e Marino Zendra che a vario titolo e con differente impegno hanno contribuito a riportare a nuova dignità l’ingresso alla nostra bella chiesa parrocchiale. Grazie ancora. Don Francesco.



Cüntòmela a OSSIMO INF.

FESTA DI CARNEVALE ALL’ORATORIO di Ossimo Inferiore

  • Carnevale Ossimo Inf. 2018
  • Carnevale Ossimo Inf. 2018
  • Carnevale Ossimo Inf. 2018
  • Carnevale Ossimo Inf. 2018

Tutti davanti alla tv perché dietro non ci si vede!

Domenica 11 febbraio, giornata fredda, ma illuminata da un sole brillante che la Madonna di Lourdes ci ha voluto benevolmente regalare, si è svolta l’annuale e tanto attesa festa di carnevale, tra i colori e la fantasia delle maschere dei nostri bambini e ragazzi. Naturalmente non mancavano anche le mamme e i papà che hanno pensato bene di dimenticarsi per qualche ora di essere adulti, e così hanno contribuito a rallegrare ulteriormente il clima festoso e goliardico, mascherandosi e truccandosi tanto bene da essere quasi irriconoscibili!

Il tema di quest’anno che gli organizzatori hanno proposto è stato“la televisione”.

Allora la fantasia e la creatività hanno galoppato a spron battuto. Si sono formati i gruppi che hanno riprodotto in maniera divertentissima spot pubblicitari e trasmissioni televisive di vario genere, come il documentario sugli animali preparato dai ragazzi delle medie, “C’è posta per te” con una inedita Maria de Filippi, un “Forum” straordinario a “Master Chef”, con spassosissime scenette tra cui una improvvisata al termine della carrellata di esibizioni.

Tutto questo ha avuto una simpatica apertura con i bambini della scuola materna che si sono cimentati in una bellissima poesia sul carnevale.

Così dopo il consueto giro del paese con l’allegro corteo mascherato iniziato dall’oratorio e lì concluso, abbiamo dato il via ai programmi televisivi con tanto di televisore e spettatore affetto da telecomandite acuta (Sasà) che ha acceso la miccia esplosiva dei nostri bravissimi attori e presentatori. Bisogna ammettere che al di là del divertimento, sono emerse star e attori da lanciare in televisione… e chissà che anche da Ossimo spunti qualche vip!

E come tutti i salmi che finiscono in gloria, cosi anche la festa si è conclusa con una serie di divertentissimi giochi organizzati e una abbondante scorpacciata di chiacchiere per tutti.

Un grosso grazie al gruppo organizzativo e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione della festa con la collaborazione e la partecipazione.

Arrivederci al prossimo carnevale!

Don Mauro e gli organizzatori



Cüntòmela a OSSIMO INF.

Benvenuti fra noi... BATTESIMI

battesimo ossimo inf.
Lorenzo Monchieri
di Roberto e Daniela Gheza
Ossimo Inferiore 8 dicembre 2017

battesimo ossimo inf.
Enea Franzoni
di Fabio e Ilaria Franzoni
Ossimo Inferiore 10 dicembre 2017

Chiamati all'amore sponsale

matrimonio ossimo inf.
Michela Isonni con Franco Bellesi
Ossimo Inferiore 16 dicembre 2017
Auguri alla nuova famiglia

65° di Matrimonio

anniversario ossimo inf.
Complimenti vivissimi a
Benedetta Franzoni e Bruno Andreoli
28 gennaio 2018 - Ossimo Inferiore
per il notevole traguardo di vita insieme.



Cüntòmela a OSSIMO INF.

Chiamati alla vita eterna

defunto ossimo inf.
Maria Margì Zendra
1-5-1931 + 10-12-2017

defunto ossimo inf.
Margherita Graz. Pezzoni
14-12-1937 + 24-1-2018

defunto ossimo inf.
Emilia Franzoni
1-10-1932 + 27-2-2018

defunto ossimo inf.
Giovanni Pietro Maggiori
11-4-1954 + 28-2-2018

defunto ossimo inf.
Maria Palmira Franzoni
24-3-1929 + 5-3-2018

Suor ROSINA MAGGIORI

suor rosina

Brescia, 31 dicembre 2017

“Per fede Abramo, chiamato da Dio,
obbedì partendo per un luogo
che doveva ricevere in eredità.”
Eb 11,8

Carissime, suor Rosina, ieri pomeriggio, all'ora dei Primi Vespri della Festa di oggi, dedicata alla Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, è partita “per il luogo che doveva ricevere in eredità”.

È partita carica di anni, compiendo il lungo tempo dell’attesa.

La vita di suor Rosina aveva conosciuto molte partenze: una aveva segnato la sua vita, per sempre: quella da Ossimo Inferiore, suo paese natale, verso il convento di Cemmo.

L'incontro con le Suore Dorotee aveva infatti dato voce al desiderio di consacrazione che il Signore aveva posto nel suo cuore e al quale altre ragazze sue amiche avevano già risposto.

Quella partenza è stata la prima di molte altre: basta scorrere la sua scheda anagrafica per comprenderlo: suor Rosina “è partita” ogni volta che ha accolto nella fede l’invio a una nuova comunità e ogni volta che nella fede le ha lasciate, affidando affetti, relazioni coltivate, impegno profuso, germogli che stavano spuntando alla potenza di Chi può far crescere e dare vita anche là dove a noi sembra impossibile.

Suor Rosina ha vissuto in piccole comunità e in altre più numerose, in città e paesi, in pianura, in montagna e al mare, in Italia e all’estero; a servizio di opere impegnative e a disposizione di realtà semplici, quali scuole materne, parrocchie...

È passata da una realtà all'altra con una grande duttilità e flessibilità, qualità umane cui oggi guardiamo perché necessarie in un tempo in cambiamento e che in lei erano frutto dell’obbedienza al Signore alla cui volontà nulla voleva anteporre.

Spesso suor Rosina ha avuto nelle comunità l’incarico di guardarobiera: stirava tutto alla perfezione, ma quando si trattava della biancheria della chiesa direi che stirava con devozione.

Con gioia disponeva sull’altare le tovaglie da lei predisposte; con sano orgoglio offriva ai sacerdoti camici e cotte dagli alti pizzi e raffinati ricami, stirati e inamidati a regola d’arte.

Suor Rosina aveva grande stima per i sacerdoti e per il loro ministero e lo esprimeva anche con la cura per i paramenti che avrebbero indossato. Era il suo apporto perché le celebrazioni parlassero di “Bellezza” al cuore dei fedeli. Nella persona dei sacerdoti poi, vedeva la persona di Gesù.

Vedeva la persona di Gesù anche nei malati e anziani che andava a visitare nelle loro case; la vedeva nei piccoli che accoglieva alla scuola materna, che prendeva in braccio nel momento del distacco dalla mamma, che accudiva nei vari momenti della giornata, in aiuto alle insegnanti.

Suor Rosina è stata una donna attiva, energica, precisa. Si può dire anche che era ambiziosa nel senso più positivo del termine: aveva cura della sua persona, del modo con cui si presentava; non era mai sciatta; nel suo modo di essere e di fare cercava di dare il meglio.

Poi è venuta la malattia e suor Rosina, docilmente allenata all’obbedienza, si è lasciata persuadere che era tempo di ritirarsi... È partita ancora una volta, prima per Capodiponte, poi per Brescia.

Poi... il tempo del lungo silenzio, dell’immobilità, del comunicare solo con gli occhi scuri, vivi. È stato lungo il tempo dell’attesa.

Non ci è dato conoscere cosa è avvenuto nel cuore di suor Rosina: è mistero, luminoso solo agli occhi di Dio.

Possiamo però immaginare che suor Rosina ha vissuto l’assenza, il vuoto di comunicazione con l'esterno, come luoghi di attesa.

Il Vangelo di oggi che presenta il vecchio Simeone e la profetessa Anna, molto avanzata in età che non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno, ci offre una chiave interpretativa di questi ultimi anni di suor Rosina: anche lei perseverava nel tempio, nel tempio del suo corpo.

L’apostolo Paolo, infatti, ci ricorda che siamo noi il tempio di Dio e che il suo Spirito ci abita (cfr. 1 Cor 3, 16-17). Possiamo ben credere che suor Rosina ha vissuto il lungo tempo dell'attesa nella fede, rimanendo costantemente nel tempio del suo cuore, abitato dalla presenza di Dio. E ora che è entrata nel luogo della sua eredità, può lodare Dio.

Nella lode sono sicuramente presenti sorelle ed operatrici che le hanno dedicato attenzioni e cure; i familiari che amava e che le sono stati sempre vicini. Ha portato con sé quanti sono entrati nella sua vita.

Interceda per noi la grazia di saper attendere fiduciosi e pazienti il Signore che continuamente viene, di saperne riconoscere i segni, di cantare la sua lode.

È l'atteggiamento più vero con cui possiamo chiudere l’anno e aprirne uno nuovo.

Saluto tutte con affetto.

Suor Lucia Moratti
Madre Generale



Cüntòmela a OSSIMO SUP.

OMOSESSUALITÀ: come i cattolici possono accogliere i credenti LGBT

La Chiesa Cattolica, ormai, è sempre vista come retrograda, sessuofobica, assetata di potere ed anche nei nostri piccoli paesi da una parte si esulta per il Papa, dall’altra si spara a zero verso la Chiesa. Alcune critiche non sono del tutto infondate, ma come cristiani siamo chiamati ad essere accoglienti verso ogni fratello, senza adeguarci al dogma del “così pensano tutti”.

froci e culi

La Chiesa cattolica è stata criticata da molti, inclusi alcuni dei propri seguaci, per la sua risposta pastorale alla comunità LGBT. (LGBT è una sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender).

Tra i sacerdoti cattolici, uno dei critici più espliciti del messaggio della Chiesa in materia di sessualità è padre James Martin, un gesuita americano. Nel suo libro "Building a bridge", pubblicato all'inizio di quest'anno, egli ripete la critica corrente secondo cui i cattolici sono stati aspramente critici dell'omosessualità ma nello stesso tempo trascurano l'importanza dell'integrità sessuale tra tutti coloro che vivono in questa condizione.

Padre Martin è corretto nell’affermare che non ci dovrebbe essere alcun doppio binario riguardo alla virtù della castità, la quale, per quanto sia impegnativa, fa parte della buona notizia di Gesù Cristo per tutti i cristiani. Ma per tutti i non sposati (a prescindere dalla natura delle loro attrazioni) la castità fedele richiede l'astensione dal sesso.

Questa ad alcuni potrebbe sembrare un'esigenza troppo elevata, soprattutto oggi. Tuttavia sarebbe contrario alla saggezza e alla bontà di Cristo se Egli chiedesse qualcosa che non può essere compiuto. Gesù può chiamarci a questa virtù perché ha fatto i nostri cuori per la purezza, proprio come ha fatto la nostra mente per la verità. Con la grazia di Dio e con la nostra perseveranza, la castità non solo è possibile, ma diventa anche la fonte della vera libertà.

Non abbiamo bisogno di guardare lontano per vedere le tristi conseguenze del rifiuto del piano di Dio per l'intimità e l'amore umano. La liberalizzazione sessuale che il mondo promuove non mantiene ciò che promette. Piuttosto, la promiscuità è la causa di tanta sofferenza inutile, di cuori spezzati, di solitudine e del trattare gli altri come un mero oggetto di gratificazione sessuale.

Nella espressione della sua carità pastorale la Chiesa, come una buona madre, cerca di proteggere i propri figli dal male del peccato. Perciò nel suo insegnamento sull'omosessualità, essa guida coloro che vivono questa condizione distinguendo le loro identità dalle loro attrazioni e azioni. In primo luogo ci sono le persone stesse, che sono di per sé buone perché sono figli di Dio. Poi ci sono le attrazioni dello stesso sesso, che non sono peccaminose se non volute o seguite, ma sono comunque in contrasto con la natura umana. E infine ci sono i rapporti fisici tra persone dello stesso sesso, che sono gravemente peccaminosi e dannosi per il benessere di chi li pratica. Alle persone che si identificano come membri della comunità LGBT è giusto che si dica loro questa verità, nella carità, specialmente da parte dei sacerdoti che parlano per conto della Chiesa su questo complesso e difficile argomento.

La mia speranza è che il mondo ascolti molto di più le voci di quei cristiani che sperimentano le attrazioni dello stesso sesso e hanno scoperto pace e gioia vivendo la verità del Vangelo. I miei incontri con loro sono stati per me una benedizione e la loro testimonianza mi ha commosso profondamente. Questi uomini e donne testimoniano il potere della grazia, la nobiltà e la capacità del cuore umano e la verità dell'insegnamento della Chiesa sull'omosessualità. In molti casi essi hanno vissuto lontano dal Vangelo per un certo periodo ma sono stati poi riconciliati con Cristo e la sua Chiesa. Certo le loro vite non sono facili né prive di sacrificio e le loro inclinazioni per lo stesso sesso non sono state vinte, ma hanno scoperto la bellezza della castità e delle amicizie caste. Il loro esempio merita rispetto e attenzione, perché hanno molto da insegnare a tutti noi come accogliere e accompagnare i nostri fratelli e sorelle con autentica carità pastorale.

Card. Robert Sarah



Cüntòmela a OSSIMO SUP.

DON CAMILLO E IL ROSARIO AL CONFINE

Molti di noi si sono divertiti a guardare e riguardare i film di don Camillo. Anche il seguente racconto ci riporta a quelle atmosfere, forse un po’ nostalgiche, in cui tutto si “buttava in politica”, ma dove alla fine emergeva una gran voglia di amicizia e fraternità. Anche oggi sappiamo risvegliare le coscienze su questo desiderio?

don camillo

L’accusa di “rosario divisivo” era stata lanciata e don Camillo poteva prenderne atto sulle pagine dell’Eco dell’Appennino. L’aggravante era quella di occupazione di spazio pubblico con finalità mascherata di razzismo plurimo. Anche il vescovo, invece di difenderlo, aveva parlato di “ingenuità” del vecchio parroco di crinale, tanto per smarcarsi dalla faccenda.

Il fatto sta che a don Camillo era parsa una bella idea, dopo l’iniziativa polacca che aveva radunato più di un milione di persone a pregare ai confini della loro nazione. Così anche lui aveva radunato le sgranatrici ufficiali di rosario in dotazione alla parrocchia per replicare nel suo piccolo l’iniziativa. “Facciamo un bel rosario lungo le mura del nostro paese, per la pace e perché anche il Crinale riscopra le sue radici cristiane” disse don Camillo con le mani sui fianchi.

Il nucleo base delle sgranatrici era un reparto scelto, ma scarso numericamente. Per abbracciare il paese, considerando anche le curve, le discese e le salite, non sempre accessibili vista l’età media del manipolo, ci volevano rinforzi. In parrocchia si poteva radunare un altro po’ di fanteria, roba leggera però, tipo due chierichetti e qualche pensionato, ma bisognava andare oltre.

Allora pensò al suo amico-nemico. “Lei che è un pacifista caro Peppone, perché non sostiene e partecipa con il popolo al rosario per la pace che la parrocchia sta organizzando?”

Peppone non se lo fece ripetere e tuonò: “Questa non è pace, ma provocazione reazionaria e strumentalizzazione di santi e madonne”.

Don Camillo accusò il colpo, ma non si diede per vinto. Fece il giro casa per casa, sparse volantini ad ogni curva, al bar pungolò nel vivo la combriccola del tresette promettendo una prossima gita parrocchiale al mare.

E la sera corse dal Cristo dell’altar maggiore. “Don Camillo - disse il Cristo - tu ti agiti troppo…”. “Signore, se Voi non intervenite domani sarà un gran brutto giorno per tutti noi. Non si può nemmeno più pregare che qui la buttano subito in politica…”. “E tu don Camillo? Non la vorrai buttare in politica anche tu, vero? Non vorrai fare della preghiera una questione di numeri…? Perché a mia Madre non interessa la quantità, ma il cuore”. “Perdonatemi Signore, l’impeto mi ha preso la mano” - disse chinando il capo don Camillo.

Il giorno dopo era il gran giorno del rosario intorno alle mura del paese. Sul sagrato il reparto d’assalto delle sgranatrici era già schierato, c’erano anche due chierichetti, alcune famiglie e i pensionati della Confraternita del Crocifisso.

In tutto una trentina d’anime, sufficienti appena a coprire mezzo lato del paese. Don Camillo accompagnato dalla statua della Madonna di Fatima, cominciò ad incamminarsi verso la porta est, convinto che non contava il numero, ma il cuore. Attraversando la piazza però vide una folla. Uno squadrone di badanti polacche che attendeva per il rosario, forse erano cento, qualcuno diceva duecento, di certo erano sufficienti per coprire tutte le mura del paese.

Al parroco del crinale si aprì un sorriso e una lacrima scese, al punto che lo squadrone di badanti gli parve un reparto di cavalleria degli Ussari alati, alla cui testa si era posta la Desolina, la perpetua d’assalto che aveva mobilitato le truppe. A don Camillo sembrò riconoscere in lei Giovanni Sobieski III° che l’11 settembre 1683 sbaragliò l’esercito dell’impero turco-ottomano fuori dalla città di Vienna.

“Signore - disse don Camillo - il numero e la nazionalità non conta. Però risvegliare le coscienze non è peccato. Ave Maria…”

Racconto tratto dalla rivista "il Timone"



Cüntòmela a OSSIMO SUP.

Benvenuta fra noi... BATTESIMI

battesimo ossimo sup.
Dely Albertelli Dellanoce
di Michele e Valeria Dellanoce
Ossimo Superiore 25 dicembre 2017

Chiamati alla vita eterna

defunto ossimo sup.
Martino Franzoni
9-8-1958 + 24-12-2017

defunto ossimo sup.
Stefano Baisotti
22-11-1959 + 16-1-2018

defunto ossimo sup.
Margherita Tedeschi
21-1-1931 + 7-3-2018



Cüntòmela a VILLA di Lozio

UN RACCONTO EDIFICANTE per prepararsi alla S. Pasqua

Da "Carità e perdono" (Parte I, dal Ragionam. XXII) del gesuita Paolo Segneri (1624-1694) che può essere considerato il più grande oratore sacro del Seicento.

soldato

Un certo soldato aveva ricevuto pubblicamente un affronto sopra una piazza e, quel che egli stimava più insopportabile, non aveva potuto pigliarne veruna soddisfazione; imperocchè, trattenuto da molta gente, convennegli, suo malgrado, dar tempo all'oltraggiatore di ritirarsi. Pertanto, accesa nel cuore dell'infelice una vampa intollerabile di furore, si consumava; tanto che, per dare qualche esalamento (sfogo) alla sua passione, giurò egli solennemente di non tagliarsi più né barba né capelli né unghie prima che gli fosse riuscito di vendicarsi.

E tre anni interi perseverò in quello stato; divenuto anche all'aspetto, qual era in cuore, un bestion da bosco. All'ultimo gli fu data nuova (notizia) che l'offensore si ritrovava quasi tre giornate distante, in una città propria di quel paese; e allora il soldato, quasi a nuova di giubilo impareggiabile, messosi a cavallo con le sue armi, tornò a giurare più pazzamente che prima di non calar più di sella finché non giungesse al luogo destinato per la vendetta.

Immaginatevi se vi arrivò bene stanco: pur vi arrivò; e, presa novella lena dal suo furore, in cambio di riposarsi come doveva, cominciò a passeggiare la piazza, luogo riputato da lui fra tutti il più acconcio a scontrarsi con l'avversario.

Ma guardate tiri inauditi di Provvidenza!

La buona sorte di questo misero traviato portò che in quella città medesima si faceva allora una fruttuosa Missione (predica di missionario); ed appunto quella era l'ora in cui il predicatore soleva, su quella piazza, montare in pérgamo (palco) da cui commoveva il popolo a penitenza.

Salì dunque il predicatore; ed il soldato si accostò ad ascoltarlo più per curiosità di quello spettacolo a lui novissimo, che per alcun sentimento di divozione.

Ma la Divina Bontà, che lo aveva quivi appostato qual fiera al varco, volle che la materia di ragionare fosse appunto sulla necessità di perdonare le ingiurie, benché gravissime, ed il gran merito che si acquista nel dare allora la pace. E il bello fu che quelle parole pareano al soldato dette per lui solamente, e la predica pubblica sembrava a lui una correzione privata; onde, dopo molto combattimento co' suoi affetti ricalcitranti, determinò di dar luogo anch'egli alla Grazia.

Quindi finito il ragionamento, andò a gittarsi ai piedi del predicatore, e chiese di confessarsi, promettendo quella pace per il suo prossimo, che con vive lagrime addomandava da Dio.

Poi, non contento di ciò, si dispose ancora a vincere con qualche gran beneficio l'affronto fattogli; onde, avendo risaputo finalmente che il suo offensore era là prigione (prigioniero) per debiti, con liberalità non più udita, vendé il suo cavallo medesimo, vendé le armi, e soddisfacendo ai creditori in luogo dell'avversario, lo trasse in libertà con tal giubilo del cuor suo, per la coscienza di quell'azione magnanima, che non capiva in sé di consolazione (che non stava in sé dalla contentezza); ed indi innanzi volle per suo compagno inseparabile in vita quell'uomo stesso cui sì lungamente avea tracciata la morte (per così lungo tempo aveva meditato di dare la morte).

A cura di Fortunato D’Adamo



Cüntòmela a VILLA di Lozio

DON CAMILLO E L’OLIO DI STALLA

La benedizione degli animali era tradizione anche dei nostri paesi di montagna, ma le tradizioni e i luoghi della nostra vita quotidiana sono soggetti a continui cambiamenti. Ciò che non deve cambiare è il desiderio di invocare sempre su ogni somaro, a due o a quattro gambe, la benedizione del Signore.

ragazzi lozio

Nella parrocchia di montagna di don Camillo un posto di onore per S. Antonio abate era sempre garantito. Nella cappella a destra dell’altar maggiore don Camillo aveva piazzato una statua del santo dalla barba bianca, con tanto di maialino accucciato ai piedi. E come ogni anno era arrivato il tempo della benedizione degli animali.

Il problema era che di animali non era rimasta che un po’ di bassa corte, poi cani e gatti da giardino. Per il povero S. Antonio era lavoro di bassa manovalanza, mancavano all’appello quelle vecchie stalle colme di vacche e di buoi, c’era assenza di porcilaie e di greggi. “Signore - disse don Camillo davanti al Crocifisso dell’altar maggiore - per cani e gatti da appartamento io non scomodo di certo S. Antonio”. “Ma don Camillo - rispose Gesù - anche quelle sono mie creature…”. Con Lui c’era poco da discutere e don Camillo si mise a preparare l’attrezzatura necessaria per le operazioni di benedizione, compresi quei piccoli pani da offrire agli animali.

Era ancora in sacrestia ad armeggiare che bussò il postino: “Missive altolocate per il parroco”. Nella corrispondenza infatti c’era una lettera della contessina Orsi Cavallini che convocava don Camillo nella grande azienda agricola di famiglia per benedire il nuovo impianto a biogas e la stalla adibita a centro di ricerca per il benessere “olistico”. “Eh no - disse don Camillo - passi per cani e gatti, ma l’unico olio che conosco è quello che si fa con le olive. Io una stalla vuota non la vado certo a benedire, anche perché non rientra nel mansionario di S. Antonio per manifesta assenza di animali.” A don Camillo infatti la nuova economia agricola era di difficile digestione.

La signorina Orsi Cavallini aveva tre lauree, parlava cinque lingue ed era l’ultima discendente di una nobile famiglia di agrari che avevano proprietà in mezza Italia. Sul crinale dov’era la parrocchia di don Camillo c’era il vecchio palazzo colonico di insolita imponenza che, temporibus illis, aveva la sua giustificazione, mentre oggi brillava per decadenza. Intorno le stalle, i campi e i boschi che avevano fatto la fortuna di famiglia. Quando la contessina non vide arrivare il parroco nel giorno prestabilito per la benedizione, avvisò subito l’onorevole Peppone, da sempre impegnato per la riforma agraria ed il progresso.

“Il reverendo parroco - scrisse l’onorevole in una lettera indirizzata al giornale locale, - diserta la benedizione dell’avvenire agricolo per il quale è stato convocato. Il rifiuto è un affronto che deve essere conosciuto dal popolo di montagna che ha tanto bisogno di lavoro. Una stalla è sempre una stalla, anche se ora non produce più latte, ma olio. Siamo sicuri che S. Antonio è dalla nostra parte. Firmato Giuseppe Bottazzi.”

La lettera di Peppone pubblicata dal giornale convinse don Camillo a concedere la benedizione alla stalla. Quando arrivò sul posto, subito salutò Peppone. “Buongiorno onorevole, è venuto ad assaggiare l’olio?” Peppone sudava freddo. Al posto delle vecchie poste per le vacche c’erano bagni turchi e saune, alle pareti delle frasi che poco avevano a che fare con la spremitura delle olive, “Rimuovi i tuoi blocchi energetici”, “Libera le tue emozioni” e via discorrendo.

“Ringrazio l’onorevole Peppone - attaccò don Camillo con in mano l’aspersorio, - perché con la sua lettera e la sua presenza qui mi ha convinto a portare comunque la benedizione di S. Antonio. Perché, ha ragione il nostro caro Peppone, una stalla è sempre una stalla e anche se è povera di animali può sempre ospitare un somaro”

Racconto tratto dalla rivista "il Timone"



Cüntòmela a S. NAZZARO di Lozio

La chiesa parrocchiale dei santi NAZZARO e CELSO

chiesa san nazzaro lozio

A partire dal 1300, i fedeli delle contrade di Laveno, Sucinva e Sommaprada dovevano recarsi nella chiesetta parrocchiale di Villa per ogni funzione religiosa. Tuttavia in Laveno c'era una cappella dedicata a San Rocco nella quale, in base a un lascito, il cappellano poteva celebrare un certo numero di messe all'anno. Sia per la distanza, sia per i non facili rapporti tra le frazioni, i Vicìni di Laveno, nel corso di quasi tre lunghi secoli, continuarono a chiedere alla curia vescovile bresciana di avere un sacerdote in pianta stabile e di potersi costituire in parrocchia autonoma. Nelle loro petizioni facevano presente che il disagio nel recarsi a Villa per le messe, i battesimi e i funerali era notevole e che, sovente durante l'anno, i malati e la maggior parte dei vecchi e dei ragazzi perdevano messa, massimamente nella stagione fredda.

Nella seconda metà del 1500, presso la curia vescovile maturò l'idea che la petizione degli abitanti di Laveno poteva essere esaudita. Durante la visita episcopale di Cristoforo Pilati del 1573 il delegato del presule promise per iscritto che avrebbe concesso l'istituzione della nuova parrocchia ed esortò i fedeli delle tre terre a costituire un'entrata di 50 scudi per il mantenimento del parroco. Si raccolsero solo 30 scudi, per cui si dovette rinunciare al rettore e accontentarsi di un prete a scavalco, un certo Giovanni Rivadossi di Borno, pensionato della Chiesa di Villa, che di tanto in tanto veniva a celebrare la messa per i più vecchi.

Il fatto che la curia vescovile avesse rilasciato una promessa per la costituzione di una seconda parrocchia a Lozio, significa che una chiesetta dedicata a San Nazzaro già esisteva, giacché una semplice cappella non sarebbe stata idonea a tale scopo. Tuttavia, non ci è dato di sapere con precisione se questo edificio sorgesse sul dosso dove è innalzata l'attuale chiesa secentesca, a mezza via tra le due frazioni di Laveno e Sucinva, o si trovasse sul sito della cappella di San Rocco, frutto forse di un ampliamento di quest'ultima. Si arriva così nell'anno 1652 quando il vescovo Marco Morosini affermava che si stava eseguendo laudabiliter la novam fabricam huius ecclaesie dove il termine novam non è ex novo ma sembrerebbe voler dire di nuova costruzione.

Nel 1584, venuto a mancare il vescovo Delfino, toccò al canonico vicario monsignor Francesco Buccelleni di emettere il decreto definitivo di separazione e di erezione in parrocchia autonoma. Il nuovo decreto fu emesso il primo aprile 1585.

chiesa san nazzaro lozio

Così lo riporta don Giovanni Melotti: “... A gloria e onore della SS. Trinità e della Beatissima Vergine madre di Dio, come anche delli Santi Nazaro e Celso, martiri per l'incremento del culto divino, come anche pel sollievo delle anime vostre spirituali, li luoghi di Laveno, Sommaprada, Socinva sopradetti, solamente in ordine allo ius ecclesiastico, come anche la chiesa dei Santi Nazaro e Celso sopradetta, con autorità ordinaria, cioè Episcopale, la quale abbiamo con ogni millior modo e portiamo con ogni ius, forma e causa, con la presente in perpetuo la separiamo, rimembriamo e la esentiamo dalla suddetta Chiesa Parrocchiale di S. Pietro e la medesima Chiesa dei SS. Nazaro e Celso la erigiamo e la costituiamo e facciamo in Chiesa Parrocchiale, con il fonte Battesimale, con il Cimitero e altre insegne parrocchiali”.

Il disegno della ricostruzione purtroppo non reca alcuna data, ma da alcune note documentali pare che l'edificio sia stato iniziato nella prima metà del 1600 e concluso nella seconda metà del secolo, sotto il parrocchiato di don Martino Pennacchio (1633-1673).

La pala dell'altare reca la data del 1675 ed è firmata da Antonius Moronus Luerensis (Antonio Morone da Lovere). L'altare maggiore venne rifatto nel 1765, mentre l'altare di San Giuseppe venne eretto nel 1799 da Giuseppe Nocci, grazie al lascito di don Giuseppe Pennacchio. Il penultimo concerto campanario risale al 1897-98, ad opera delle fonderie Luigi Cavadini di Verona, sotto il parrocchiato di don Andrea Pezzoni. Essendo caduta in rovina per lungo abbandono, la parrocchiale subì un imponente restauro nell'anno 1946 mentre era parroco don Maffeo Avanzini e l'anno seguente venne nuovamente consacrata. L'11 maggio del 2003, dopo il restauro apportato dalla ditta bergamasca Sabbadini, le cinque campane fuse dalla ditta Cavidini sono state ricollocate nella cella campanaria.

Fino a una ventina d'anni fa la chiesa parrocchiale dei Santi Nazzaro e Celso sorgeva isolata su un terrazzo naturale situato al di sotto dell'abitato di Laveno e al di sopra dell'abitato di Sucinva. Poi vicino alla chiesa sono sorti un centro residenziale per anziani e una serie di casette a schiera.

Lo spiazzo, sul davanti e sul lato sud-ovest è recinto con un muretto che contiene il dislivello del terreno, interrotto, all'altezza del centro della facciata, per dar posto a una ripida gradinata in pietra che sale verso il portichetto d'ingresso. Il portichetto, a protezione del portale, poggia su due piccole lesene e su due pilastrini in arenaria grigia di forma quadrangolare muniti di capitelli tuscanici. I tre archi del portichetto sono a pieno centro e sostengono la volta a vela. Il portale con architrave, in pietra grigia di Sarnico, presenta una cornice modanata e adorna di orecchioni ed è sormontata da cimasa con volute contrapposte. Ai bordi del pavimento, sotto il portichetto, è situata una scritta datata 1645, che testimonia come nel sottosuolo giacciano le ossa del reverendo Lorenzi in attesa della resurrezione. La lastra oggi è ridotta a metà della sua fattura e vi si legge la seguente scritta:

M
MI
RENTIS
IACENT
TIONEM
ORUM
ANTIA
IE MAI
CVL

così ricostruita

D. M.
REV. DOMINE
DE LAURENTIS
OSSA HIC IACENT
RESURRECTIONEM
MORTUORUM
EXPECTANTIA
OBIT MENSE DIE MAI
MDCVL

La facciata sud presenta un portale architravato liscio, mentre il portale della facciata nord è adorno di tre riquadri con rosoni. Entrambe le facciate laterali recano a livello del secondo ordine tre finestre rettangolari che danno luce all'interno della chiesa. Il campanile in pietra locale presenta un'ampia cella campanaria con archi a pieno centro contenente cinque campane ed evidenzia quattro merlature ghibelline a coda di rondine ai quattro angoli della copertura. Al centro del tettuccio svetta una croce metallica. L'interno è a navata unica, ampia ma bassa, suddivisa in quattro campate con volta a botte che poggia su un cornicione molto sporgente.

Sulla parete di destra o lato sud, la prima cappella è dedicata a Santa Cristina, la seconda contiene la statua del Sacro Cuore e la terza ingloba l'altare di San Giuseppe.

Sulla parete di sinistra o lato nord, il primo altare è dedicato a San Luigi, il secondo alla Madonna del Rosario. La statua della Madonna col Bambino è moderna. Le tele con quattro misteri del rosario sono state traslocate in sacrestia. Interessante è poi la cancellata secentesca in ferro battuto che chiude il battistero.

chiesa san nazzaro lozio

Nella terza campata, in luogo delle cappelle, sono situate sulla parete destra la cantoria con l'organo e una porta laterale che dà sulla canonica, mentre sulla parete sinistra vi sono il pulpito pentagonale con le specchiature in legno di radica e una porta laterale. Il presbiterio presenta volta a botte e al centro contiene un riquadro rettangolare affrescato, contornato da una artistica cornice in stucco. La volta della navata presenta finti archi traversi affrescati che la suddividono in campate dentro le quali si collocano i medaglioni dei santi protettori della chiesa.

L'altare maggiore è assai ricco, con paliotto a marmi colorati che reca al centro una cartella con cornice floreale in marmo bianco. La tribuna è realizzata a colonnetta, con una cupola composita a volute, sulla quale siedono cinque statuette di angioletti in marmo bianco. Nell'interno della tribuna sono collocate altre due statuette di angioletti che sostengono il ripiano che ospita l'ostensorio.

Di rilievo è la cornice della pala, realizzata in legno intagliato, dorata e colorata, con cariatidi che fungono da lesene, sormontata da due volute che ospitano ai lati due statue di angeli, mentre al centro una cimasa rettangolare contiene il busto del Padreterno benedicente.

La sensazione che si ha entrando in questa bella chiesa è che l'uomo con la sua esuberanza e i suoi mille difetti si sente intimorito di fronte alla maestosità di tale opera. A tanti viene spontaneo abbassare il capo, meditando sulla loro povertà d'animo di fronte alla grandiosità del mistero della fede.

Storia e arte hanno avuto percorsi diversi con il susseguirsi delle generazioni e oggi lo spirito è ben diverso da quello di un tempo. A distanza di quattro secoli sono cambiate molte cose. Una volta il sacerdote era sempre vicino alla sua gente, aveva il suo carisma e in lui si aveva un punto di riferimento e di ascolto. Le chiese erano quasi sempre piene e anche l'animo di ognuno era maggiormente rivolto alla contemplazione di Dio e dei santi e alla meditazione della vita dopo la morte. In questi ultimi decenni si può dire che le chiese si siano svuotate; il ritmo forsennato dei tempi moderni lascia poco spazio alle cose dell'Altissimo. Ci si ritiene essere superiori, ognuno con il proprio ego in primo piano e per tutto il resto c'è indifferenza. Ci si ricorda solo quando c'è una malattia o si è in fin di vita e si invoca “Madonna mia” e “Dio mio”.

A questa constatazione mi è stato risposto che non è mai troppo tardi per pentirsi e che il Signore accoglie tutti nella sua divina misericordia. Ci sono troppe notizie anche quelle non buone: il clero manifesta tanti scandali e la chiesa con grande coraggio è costretta ogni tanto a fare mea culpa e chiedere perdono. L’uomo, per sua natura, è soggetto al peccato e il celibato sacerdotale è un fardello troppo pesante: sono pochi quelli che riescono a non soccombere al richiamo fascinoso del male. E poi c'è la mancanza di vocazioni: i pochi sacerdoti con tutta la loro buona volontà sono gravati da notevoli impegni per assolvere alle loro funzioni e per accontentare il popolo di Dio.

Concludo dicendo che questa magnifica chiesa rimane chiusa molto spesso durante l'anno: è aperta ai fedeli solo le domeniche di luglio e agosto, a Pasqua e per i riti funebri.

Fortunato D’Adamo



Cüntòmela a S. NAZZARO di Lozio

IL PRESEPIO DI LAVENO AL “DOSÉL”

presepio di laveno

Da alcuni anni, durante le festività natalizie, viene allestito a Laveno un maestoso presepio nella fontana all'ex asilo nella parte alta del paese in località “Dosel”.

Le artiste e gli artisti con maestria, tante ore di lavoro e molta passione hanno creato un suggestivo ed originale paesaggio utilizzando anche l'acqua della fontana per il funzionamento del mulino e della cascata ed il risultato è stato veramente incantevole.

E' bello constatare che le nostre tradizioni cristiane sono ancora vive e che più persone delle vie alte del borgo hanno collaborato e lavorato insieme per donare un regalo a tutto il paese, per i bimbi che l'hanno ammirato e per le tante persone che l'hanno visitato.

Per questo è doveroso un ringraziamento particolare e personale a tutti gli artisti artigiani del presepio di Laveno: Ballarini Giuseppe, Piccinelli Giampietro, Fracchia Umberto e Cecilia, Daldosso Mascia, Medici Pierino, Piccinelli Kati, Ballarini Elide e Ada, Uggè Angelo e Teresa, e la Sig.ra Lea. Grazie mille di questo servizio alla comunità.

presepio di laveno presepio di laveno


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IL RESTAURO DELL’ALTARE LIGNEO DI SUCINVA

L’altare ligneo policromo ubicato all’interno della chiesetta di Sant’Antonio da Padova è stato interessato durante l’autunno da un restauro conservativo che ha portato alla luce le coloriture originali di questo storico manufatto, completando così i restauri della chiesa iniziati nel 2014.

altare sucinva lozio
L’altare prima del restauro

altare sucinva lozio
L’altare a restauro terminato

Già all’epoca ci si era resi conto che i colori originali dell’altare erano stati celati da uno strato molto spesso e tenace di ridipintura che era stata stesa sulla totalità del manufatto.

Tramite dei tasselli di pulitura era emerso lo strato pittorico originale con coloriture completamente diverse, più adeguate ai colori delle pareti della chiesa, oltre a svelare diverse parti eseguite a foglia d’oro.

altare sucinva lozio

Pertanto è stata chiesta l’autorizzazione alla Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia per poter procedere al restauro dell’altare.

chiesa sucinva Lozio

Il restauro, oltre all'asportazione dello strato di ridipintura, ha anche consentito di riposizionare la mensa attaccata all’altare quando, in tempi non ben definiti, era stata tagliata e spostata in avanti, aggiungendo dei listelli nelle zone dove era stato fatto il taglio.

Quindi si è proceduto asportando le parti aggiunte e ciò ha permesso di riportare nella sua posizione originale la mensa .

Successivamente sono state stuccate le parti lacunose sia di colore che del legno dato che alcune parti dei racemi floreali erano andate perdute, oltre a chiudere le naturali fessurazioni che si erano create lungo le giunzioni delle assi.

Una volta ultimata la parte conservativa è iniziato il ritocco pittorico di tutte le parti di colore abrase o mancanti, così come è stata ripristinata la foglia d’oro nelle zone dove non era più presente, soprattutto sulle cornici della mensa che sono le parti più soggette all’usura da contatto.

In fine è stata sverniciata la pedana; durante questa fase è emerso che la alzata dei gradini era colorata e pertanto è stata risarcita con i medesimi colori, creando continuità con l’altare.

Durante il restauro si è appurato che prima è stata realizzata la parte bassa del manufatto e successivamente è stata creata la parte verticale. Questa ipotesi nasce dal fatto che le parti di finitura sono simili ma non uguali; infatti durante il restauro delle pareti erano emerse dietro l’altare delle decorazioni murali a imitazione di un finto altare quindi è presupponibile che la parte al di sopra del tabernacolo fosse dipinta su muro e solo successivamente è stata creata la soasa lignea.

I restauratori
Laura Guitti e Dario Guerini



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A PROPOSITO DI FIORELLA MANNOIA… una di noi

Fiorella Mannoia

Fiorella Mannoia è una donna e una cantante di sicura e riconosciuta sensibilità. Ha carattere, possiede una personalità che colpisce, è dotata di intelligenza che si coglie dalla sua vita, dai suoi comportamenti e anche dal suo essere artista. Una cantante che con alcuni suoi brani fa venire la pelle d'oca, tanto da suscitare emozioni e accendere sentimenti.

In un mondo di bollicine, Fiorella sa andare in profondità, facendo riflettere con i testi delle sue canzoni: sul rispetto delle donne, sul senso della vita, sull'importanza delle cose che contano di fronte all'effimero e alle frivolezze.

Nella scorsa estate ha perso la mamma: nonostante un carnet denso di impegni, si è ritagliata tutti gli spazi che ha potuto per starle a fianco, per interiorizzare al massimo un percorso esistenziale, un patrimonio di amore che ha arricchito la sua umanità.

Fiorella è tornata a Sanremo dopo 29 anni con una canzone che è svettata su tutto il panorama festivaliero. Il brano di Salvatore Mineo e Amara è un meraviglioso inno alla vita. In una intervista Fiorella ha raccontato la sua interiorità, volando alto, fino al cielo, che poi vuol dire Dio. Ha detto che “quando ti interroghi sulla forza, sull'essenza della vita, quando guardi la natura e vedi quanto è perfetta... Siamo noi a sporcarla con le nostre miserie umane, con la sete di potere e di denaro. Quando cominci a volare alto su questi concetti è normale alzare lo sguardo al cielo. Chi c'è lassù? Chi lo sa. Chi crede fermamente sa a chi credere, chi non crede fermamente guarda il cielo e dice: ci sarà qualcuno? È l'interrogativo che è grande”.

Poi un prezioso e splendido affondo sull'importanza di guardare alle cose che contano, lasciando perdere sciocchezze e banalità, per cogliere e valorizzare i rapporti con gli altri.

Parlando della sua canzone Dal tuo sentire al mio pensare osserva che “la distanza che mettiamo fra noi e gli altri, dipende da noi. Spesso non abbiamo il coraggio di chiedere scusa. Intanto i giorni passano e la vita se ne va. La cosa assurda è che ci vergogniamo dei nostri sentimenti. A volte vorremmo dire ti voglio bene a una persona, e non ci riusciamo proprio con quelle cui teniamo di più”.

E poi le persone se ne vanno e rimaniamo col rimorso di non averglielo detto. Proprio così.

Come ammoniva il Cardinale Carlo Maria Martini, invece di innalzare monumenti alle persone quando se ne vanno, bisognerebbe imparare a voler loro bene e a rispettarle quando ci sono.

Fortunato D’Adamo

Che sia benedetta

Ho sbagliato tante volte nella vita,
chissà quante volte ancora sbaglierò,
in questa piccola parentesi infinita,
quante volte ho chiesto scusa e quante no.
È una corsa che decide la sua meta,
quanti ricordi che si lasciano per strada,
quante volte ho rovesciato la clessidra,
questo tempo non è sabbia
ma è la vita che passa, che passa,
Che sia benedetta,
per quanto assurda e complessa ci sembri,
la vita è perfetta,
per quanto sembri incoerente e testarda,
se cadi ti aspetta.
E siamo noi che dovremmo imparare
a tenercela stretta, tenersela stretta...
Siamo eterno, siamo passi, siamo storie,
siamo figli della nostra verità,
e se è vero che c'è un Dio e non ci abbandona,
che sia fatta adesso la sua volontà.
In questo traffico di sguardi senza meta,
in quei sorrisi spenti per la strada,
quante volte condanniamo questa vita,
illudendoci d'averla già capita.
Non basta, non basta...
A chi trova se stesso nel proprio coraggio,
a chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio,
a chi lotta da sempre e sopporta il dolore.
Qui nessuno è diverso, nessuno è migliore.
A chi ha perso tutto e riparte da zero
perché niente finisce quando vivi davvero.
A chi resta da solo abbracciato al silenzio,
a chi dona l'amore che ha dentro.

Sanremo 2017




Pasqua 2018

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