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Cüntòmela IN COMUNITÀ

C’È SEMPRE UN DI PIÙ

“Ho fatto la brava e hai visto cosa mi è capitato. Vorrà dire che adesso proverò a fare la cattiva!”.

Più o meno sono queste le parole che un’amica mi ha detto piangendo, mentre ci abbracciavamo al cimitero: avevano appena posto nel loculo suo marito dopo che nel giro di un paio anni aveva già avuto altri due gravi lutti famigliari.

In queste circostanze penso che frasi simili possano diventare preghiera; gli stessi salmi a volte propongono sfoghi e imprecazioni. E un abbraccio sincero è forse l’unico modo per testimoniare la nostra vicinanza e amicizia. Non invidio certamente i sacerdoti chiamati, durante i funerali, a proporre un’omelia che, per quanto studiata e pregata, rischia di essere priva di significato per chi è nel dolore.

giustizia

L’espressione dell’amica sottolinea, tuttavia, una concezione di Dio e della giustizia in generale che ci è stata trasmessa ed è radicata nella nostra cultura. Per vivere sono indispensabili delle regole, i rapporti con Dio e con il prossimo sono basati sulla reciprocità: io ti do, tu mi dai. Chi fa il bravo e rispetta il gioco merita una vita buona e felice; chi fa l’asino e trasgredisce le leggi è giusto che venga punito e che sia costretto ad espiare la sua colpa per risarcire il male commesso.

È una concezione semplice e lineare su cui si fondano buona parte dei sistemi di convivenza civile e dei rapporti personali di ogni giorno.

Se scorriamo le pagine della Bibbia ed anche quelle della nostra vita ci accorgiamo, però, che non tutto può essere regolato in termini di dare e avere… per essere pari e non avere obbligazioni con nessuno.

Fra i primi racconti della Bibbia troviamo Abramo chiamato ad offrire in sacrificio quel figlio tanto desiderato. Proprio quando sta per ucciderlo l’angelo di Dio lo ferma e gli fa trovare gratuitamente un ariete da immolare, inaugurando la sostituzione della vita umana con quella degli animali nel culto e in espiazione dei propri peccati. Più volte nella Scrittura viene definito abominio l’usanza di sacrificare, di “far passare nel fuoco” i propri figli per ripagare o accattivarsi il favore degli dei.

Nei libri dei profeti, fra invasioni dei popoli stranieri con conseguenti deportazioni che vengono lette come la giusta punizione divina per le colpe commesse e il continuo invito a ritornare a Dio e a prendersi cura delle vedove e degli orfani, troviamo espressioni che invitano ad andare oltre il concetto di premio o punizione-espiazione perché… i nostri pensieri non sono i suoi pensieri, Dio fa sorgere il solo sui giusti e sugli ingiusti, Dio vuole amore e misericordia, non sacrifici.

Tuttavia è nel libro di Giobbe - uno dei più belli ed intriganti di tutto l’Antico Testamento con i suoi racconti, i suoi dialoghi e monologhi molto teatrali - che viene messa in crisi l’idea che disgrazie e sventure dipendono dalle colpe dell’uomo che le subisce. Oltre alla tenacia di non smettere mai di invocare e chiedere a Dio il motivo della tragica esistenza in cui si è trovato, di Giobbe mi è sempre piaciuta la sua battaglia contro le semplificazioni, i luoghi comuni, quelli sostenuti con accanimento dai suoi tre amici.

Nell’ultimo dei quattro incontri dedicati al libro di Giobbe nello scorso aprile, però, don Simone ha fatto notare che in fondo nel reclamare a gran voce la sua innocenza, la sua rettitudine morale, lo stesso protagonista è comunque immerso nella logica della giustizia retributiva: io osservo la legge è quindi ho diritto ad essere premiato o, perlomeno, a non subire disgrazie. Soprattutto mi è piaciuta e mi ha fatto molto riflettere la nota sempre di don Simone sul prefinale del libro, quello in cui Dio non risponde direttamente ai perché di Giobbe, ma lo invita ad allargare il suo sguardo, ad osservare il creato e a chiedersi dov’era lui, quando Dio stesso metteva in moto la vita.

Mi sembra un invito ad accorgerci che c’è sempre un “di più”, una speranza più grande delle nostre sofferenze e dei nostri piccoli calcoli. Mi sembra sia lo stesso “di più” che troviamo nelle provocazioni dei Vangeli dove Gesù ci spinge continuamente ad andare oltre la giustizia moralistica e formale dei farisei, dove la storiella del Padre misericordioso sconvolge ogni nostra idea di meritare, di “fare i bravi” per guadagnare o lucrare l’eredità promessa.

Ovviamente la mia esperienza di handicappato cronico, come mi apostrofava un vecchio amico parroco, è un po’ particolare: per vivere ho bisogno ogni giorno dell’evidente aiuto degli altri. Questo a volte mi pesa, ma spesso mi fa toccare con mano che i fatti più belli che ci succedono non sono quasi mai sotto la legge del “tu mi dai, io ti do e siamo pari”, ma sotto il segno del dono, della grazia come dice S. Paolo nelle sue lettere.

Per questo penso che l’intera Bibbia possa essere riletta anche come un continuo invito a passare dall’economia della giustizia retributiva all’economia del dono, dall’osservare le leggi per paura del castigo al “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, sapendo che Dio ci salva per il suo amore e non per i nostri meriti, come ci ricorda sempre S. Paolo.

Rimango convinto che su questa terra siano indispensabili regole e relative (e si spera umane) punizioni, soprattutto nell’attuale società dove alcuni pretendono di elevare a diritti i propri capricci e le proprie voglie. Ma di fronte all’esasperazione dell’individualismo e di una competizione che tende a ridurre tutto a prostituzione, a scambio di denaro, la più bella e vera testimonianza che possiamo offrire sia cercare di vivere con fiducia il “di più” della fraternità e della gratuità.

Franco


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