Parrocchia san Giovanni Battista - Borno Parrocchia san Giovanni Battista - Borno torna inizio

CRISTIANI, IL NATALE VIVIAMOLO COSÌ!

natale

Il Natale che ogni anno puntualmente ritorna, per i più (anche cristiani purtroppo!) è soltanto la festa della famiglia, dei buoni sentimenti, primo fra tutti la tenerezza.

Tutte cose belle, ma il Natale, almeno per noi cristiani deve essere molto di più e vissuto nella maniera giusta.

Il Natale è Dio che irrompe nella storia degli uomini per essere il Dio con loro e per loro. Il Natale ci ricorda che Dio ha amato e continua ad amare smisuratamente l’umanità e per questo ha deciso di farsi carne umana.

Il Natale è la grazia portatrice di salvezza per ogni uomo, come scrive san Paolo, non un banale dono di circostanza.

Allora, il Natale non va banalizzato o impoverito, ma vissuto ritornando allo spirito di Betlemme: l’umiltà, il dono di sé, il servizio, virtù che possono rendere grande ogni uomo e ogni donna.

Per questo voglio condividere con voi un bel messaggio di padre Piero Gheddo, sacerdote missionario, innamorato di Cristo e della Chiesa, tornato alla Casa del Padre proprio nell’imminenza del Natale 2017.

Ci aiutino le sue parole ad attendere con ansia il Natale e a celebrarlo nella verità.

A tutte le famiglie, a tutte le persone delle nostre comunità parrocchiali un vero e autentico

buon natale

Don Simone



don francesco grazie

SALUTO A BORNO

Dopo molti giorni da quando ho saputo del mio trasferimento da Borno e dalle parrocchie dell’Altopiano è arrivato il momento di salutarci. Il mio saluto però non vuole essere solo un condividere sentimenti che per me sono di serenità velata di tristezza e gratitudine. Il mio saluto vuole essere anche un verificare e riconoscere ciò che di bello, ma anche di mancante ho sperimentato in queste nostre comunità e lo faccio attraverso ciò che mi suggerisce la Parola di Dio.

don Francesco

Oggi il vangelo ci presenta i due discepoli che domandano a Gesù qualcosa di particolare, un privilegio “sedere alla destra e alla sinistra del Signore nella gloria”. Gesù rimane sorpreso, ma verifica se sono disposti a seguirlo fino in fondo al suo destino: “Potete bere il calice che io bevo; ed essere battezzati nel battesimo che io ricevo?”. Significa obbedire al Padre, fino alla croce, fino alla morte. E loro, pieni di entusiasmo dicono “lo possiamo”. Ma Gesù pur confermando che sarà così (“il calice lo berrete” - “il mio battesimo lo riceverete”), chiarisce che non è lui ad assegnare questi posti, che sono per chi sono stati preparati.

Chi sono questi già destinati? Non sappiamo, ma lo chiarisce un po’ Gesù nel rispondere agli altri discepoli, gelosi, che mormoravano. E Gesù dà un insegnamento sempre valido: chi governa le nazioni le opprime, ma tra voi non sia così; chi vuol diventare grande tra voi sia vostro servitore; chi vuol essere il primo tra voi sia schiavo di tutti. Servire allora diventa il verbo del discepolo ed anche del sacerdote che deve imparare a declinare questo verbo. Così pensando che anch’io ho ricevuto questo compito, ho provato a capire meglio cosa vuol dire questo “servire”.

Servire è ciò che ogni sacerdote deve fare anche se non è facile, perché è contro l’istinto che abbiamo dentro e ci vuole proprio una grande motivazione per provare a mettere in pratica questo comandamento. E questa motivazione forte sta in Colui per il quale ventisei anni fa ho messo in gioco la vita. Sta in Gesù.

Servire anzitutto il Signore e la sua volontà che per chi è prete è andare dove Lui vuole forzando la tentazione di restare dove si vuole. Anche noi come i discepoli dobbiamo saper seguire Gesù anche se stare con Lui vuol dire non sapere dove posare il capo la sera ed essere sempre pronti a levare le tende verso un altro villaggio.

Servire la Parola di Dio e servire i Sacramenti, senza sconti per ingraziarsi la gente e per amore della verità, in un combattimento quotidiano con la mentalità del mondo. Quanto è difficile dire dei NO quando vanno detti e riconoscere di aver sbagliato quando si è negato qualcosa a chi ne aveva diritto. Così talvolta è stato tra voi.

Servire le persone, scendendo dal piedistallo per avvicinarsi, senza scandalizzarsi, a giudicare le miserie umane, gli uomini e le loro storie. Misericordia io voglio e non sacrifici: ci ricorda il Signore. Quanto da imparare c’è ancora, soprattutto quando si ha a che fare con la storia, non sempre limpida delle persone.

don Francesco

Servire chiedendo scusa per gli errori provocati ed i peccati commessi, soprattutto per orgoglio e superbia, pensando di essere solo noi nel giusto. Non è mai troppo tardi per riconoscere il buono che c’è intorno e non è mai una umiliazione ringraziare chi ci aiuta nel ministero, colleghi sacerdoti, collaboratori, catechisti, volontari, membri di gruppi, come ce ne sono tanti nelle nostre parrocchie, anche se talvolta sembra troppo tardi.

Servire aprendosi al dialogo e alla collaborazione anche nell’ambito civile, con i sindaci, le loro amministrazioni, le associazioni e le tante realtà civili che ci sono sul territorio, favorendo la comunione: una comunione che è l’alito vitale del lavorare in armonia tra parrocchie, membri dei gruppi, sacerdoti, anche se la diversità invita più a distinguere e a separare piuttosto che ad unire e valorizzare le peculiarità di ognuno.

Alla fine non so bene se il bilancio dei miei anni tra voi sia stato positivo o negativo. Di certo ho imparato molto, soprattutto riguardo al saper “pazientare” così che nell’attesa maturassero le scelte, le decisioni importanti, e si sanassero i conflitti tra persone.

Ho maturato un aspetto importante del mio carattere che è la calma e la prudenza, contro la fretta e l’ansia che fanno compiere gravi errori. Ma quante volte è stato necessario “mandar giù” e trovare difficili giustificazioni a situazioni complicate prodotte spesso dal desiderio di prevalere.

Ho compreso più chiaramente che le piccole realtà hanno bisogno come le grandi comunità di attenzione e presenza del sacerdote, anche se i risultati o le risposte non sembravano apprezzabili. Così è successo che la tanta fatica è stata il più delle volte inaspettatamente ricompensata, con segni grandi e piccoli di riconoscenza.

Ora cambio parrocchia, ma non la motivazione dell’andare. Vi ringrazio per tutto quello che da voi ho ricevuto, confido nella vostra amicizia e, se vorrete, in qualche visita.

Mi accompagnerà il vostro ricordo e l’affetto che avete avuto per me e la mia mamma in questi anni trascorsi con voi sull’Altopiano, un luogo periferico per chi ama stare al centro dell’attenzione, ma centrale ed unico per chi cerca la serenità e la pace.

Don Francesco



don francesco grazie

SALUTO DEI CONSIGLI PARROCCHIALI
Il cammino insieme ci ha uniti

Caro don Francesco, le nostre comunità di Borno, Lozio e Ossimo, si sono riunite attorno a te per celebrare l’Eucarestia e per ringraziare il Signore del dono di questo periodo che sei rimasto con noi.

Innanzi tutto vorremmo ringraziarti per la tua presenza e per la tua preghiera.

Gruppo di catechismo Cresime ad Ossimo

Accettando la proposta di cambiamento, pur con dubbi comuni a tutti gli uomini, ci hai mostrato concretamente cosa voglia dire “sia fatta la tua volontà”.

L’Unità Pastorale dell’Altopiano del Sole non è stata facile, né da accettare, né da gestire, infatti ha richiesto spesso una difficile mediazione. Tu però hai saputo creare, non senza difficoltà, una nuova comunità che gradatamente e con motivazione sta crescendo.

Ti sei fatto carico di tutte le parrocchie, delle chiese, delle tante attività e responsabilità; perché oggi, purtroppo, al parroco è chiesto di essere un po’ anche un manager dei beni terreni, e non solo, di quelli dello spirito.

Caro don Francesco, con la tua discrezione e la tua umiltà, sei stato per noi un grande pastore.

Ci hai incoraggiato a cambiare il nostro modo di vivere la fede, ad essere “veri cristiani” coerenti in tutte le manifestazioni della nostra vita.

Il cammino insieme ci ha legati ed uniti.

Siamo dispiaciuti per la tua partenza, ci si arrabbia un po’, ma poi si pensa che in fondo, anche se si prendono strade diverse, la meta è la stessa e tutti si cammina verso lo stesso traguardo.

La tua strada ora porta ad Adro e Torbiato dove, sicuramente, troverai persone pronte ad accoglierti e a camminare con te. Certo se pensiamo a quanto si poteva crescere ancora insieme, ai progetti già ben avviati, a quelli appena iniziati o solo pensati, avremmo desiderato averti con noi per molto più tempo.

Tuttavia, guardando a quello che è stato fatto, allora le cose non sono poche, anzi un grazie profondo da parte di tutte le comunità parrocchiali.

Porta questa lettera con te, leggila nei momenti di bisogno, e pensa ancora a noi quando aiuterai i tuoi nuovi parrocchiani.

Noi ti assicuriamo la nostra preghiera e la nostra amicizia. Un abbraccio e ricordati che noi ci saremo sempre.



don francesco grazie

SALUTO DEL SINDACO DI BORNO

Don Francesco è stato con noi per otto anni, ed è stato per la nostra comunità una guida saggia, un padre dall’animo riservato ma sempre disponibile per tutti.

Piazza vestita a palio

Don Francesco ha sempre portato avanti, non solo a Borno, ma anche nelle parrocchie di Ossimo e Lozio con l’unità pastorale, il suo lavoro di “pastore della chiesa” con umiltà e col sorriso.

Il grazie dell’amministrazione e di tutta la comunità di Borno gli va riconosciuto per il grande impegno che ha dimostrato ogni giorno trascorso sul nostro altopiano.

Il suo percorso ora prosegue ad Adro, e nell’augurargli “buon cammino" verso questa nuova esperienza, speriamo che la comunità di Adro possa lavorare insieme, con gli stessi valori che Don Francesco ha regalato a noi bornesi.

Il sindaco di Borno
Matteo Rivadossi



don francesco grazie

SALUTO DEL SINDACO DI OSSIMO

Caro Don Francesco, a nome della Giunta, del Consiglio Comunale e di tutta la popolazione del Comune di Ossimo le vogliamo esprimere il nostro grazie.

Grazie per la genuinità dei rapporti, la semplicità che ha sempre mostrato e la disponibilità per tutto il periodo in cui lei ha gestito l’Unità Pastorale.

Con gli alpini di Ossimo.

Come diceva in un’omelia dei giorni passati, questo è il momento della tristezza e magari anche un po’ della rabbia per il suo distacco da noi, sia come parroco che come persona. Tuttavia, nella cassaforte dei valori umani e cristiani, con il suo operato, lei ci ha messo del suo e noi per questo le saremo sempre grati.

D’altra parte lei è il parroco del “cambiamento”, perché con lei le nostre comunità hanno iniziato il percorso della Unità Pastorale e una volta tanto, la chiesa, ha superato la società civile, in un percorso che dobbiamo fare nostro, perché stare insieme è difficile, ma probabilmente vantaggioso per le persone, i luoghi ed i territori.

Infine, lei si è definito un po’ “orso”. Noi invece, prendendo spunto da eventi quotidiani, che hanno segnato la nostra realtà, la vediamo più come il “costruttore” delle fondamenta del ponte che può unire le nostre comunità e questo “talento” cristiano niente e nessuno ce lo porterà via.

Concludendo le auguriamo ogni bene per la sua nuova esperienza, la ringraziamo per quanto ha fatto per noi e si ricordi dell’Altopiano perché l’Altopiano si ricorderà sempre di lei.

Il sindaco di Ossimo
Cristian Farisè



don francesco grazie

CI HA FATTO SENTIRE FORZE VIVE
Saluti e ringraziamenti da Lozio

L'arrivederci da Lozio.

Caro don Francesco,
il saluto vero e proprio, con i dovuti riconoscimenti, sarà questo pomeriggio a Borno per tutte le Parrocchie dell'Unità Pastorale.

In precedenza alle istruzioni ricevute, avevamo già pensato di offlirLe a nome dell'Assemblea Parrocchiale e dei Parrocchiani di SS. Nazzaro e Celso questo piccolo albumetto dove sono state riunite le immagini di alcuni eventi vissuti insieme, dal giorno del Suo arrivo del febbraio 2012 ad oggi, affinché non possa dimenticarci.

Don Francesco, in questi sei anni abbiamo riscontrato in Lei tre qualità molto belle che fanno un parroco un Grande parroco: INTELLIGENZA, UMILTÀ e BONTÀ.

Lei ha il grande dono dell'ascolto e chiunque parla con Lei si sente importante e compreso, la Sua porta è sempre stata aperta.

Avremmo voluto tanto che Lei avesse almeno il difetto della DISUBBIDIENZA così avrebbe disubbidito al nostro Vescovo e sarebbe rimasto qui fra noi. Ma sia pure con fatica, vogliamo offrire al Signore questo sacrificio per essere fedeli agli insegnamenti del nostro Parroco e la gratitudine per il bene ricevuto ci induce ad accettare la sofferenza del distacco.

Battesimo di una non troppo infante a Lozio.

Le dobbiamo un ringraziamento particolare perché Lei ha saputo dare molta attenzione alla nostra Parrocchia pur essendo una delle più piccole, ci ha sempre protetto e ci ha fatto sentire forze vive anche noi.

Rimane in noi la sensazione che forse potevamo aiutarLa di più perché ci rendiamo conto che non sarà stato facile assolvere le tante incombenze di cinque parrocchie.

Le siamo riconoscenti per le belle opere che con Lei abbiamo realizzato. Merito Suo, per esempio, che ha saputo intuire quanta bellezza era nascosta nell'altare di S. Antonio e il restauro ha mostrato proprio questo riportando alla luce un gioiellino vanto per la nostra comunità. Ma quello che resterà soprattutto in noi è il buon esempio che ci ha sempre dato: dall'importanza della preghiera con le Sue riflessioni chiare sulla fede alle azioni più concrete di come ha accudito la Sua cara mamma. Noi La ricorderemo sempre e sappiamo che con la Sua simpatia si troverà bene anche nelle nuove parrocchie, ma se qualche volta Le verrà nostalgia delle montagne e del cielo azzurro anche la nostra di porta resterà sempre aperta per Lei.

Ringraziamo il Signore per averLa avuta e Lo preghiamo perché ci protegga e ci aiuti ad affrontare le incertezze e le preoccupazioni per il futuro. Grazie e buon cammino Don.

Parrocchia
SS. Nazzaro e Celso - Lozio



don francesco grazie

2010-2018: alcune foto



benvenuto don paolo

LA LETTERA DEL VESCOVO PIERANTONIO

lettera vescovo nomina don Paolo Gregorini



benvenuto don paolo

CI APPRESTIAMO A CAMMINARE INSIEME
Don Paolo si presenta

don Paolo Gregorini

Carissimi amici,
volentieri provo a presentarmi a voi con un breve scritto sul giornale parrocchiale.

Sono don Paolo, sono nato a Berna in Svizzera, ma le mie radici sono a Vezza d’Oglio, paese d’origine dei miei genitori.

Dopo essere stato ordinato sacerdote, ventidue anni fa, ho svolto il mio servizio ministeriale come curato a Virle Treponti, a Palazzolo sull’Oglio nelle comunità di “Sacro Cuore” e di “S. Paolo in San Rocco” e ora, dopo cinque anni a Manerbio, mi appresto a salire sull’“Altopiano del sole” per assumere il compito di parroco.

È grande la trepidazione per un incarico così impegnativo e di responsabilità, ma lo accolgo con fiducia nella provvidenza e nella grazia del buon Dio. Ci apprestiamo a camminare insieme.

Non è solo un semplice incarico da svolgere, ma è una missione, mi sento mandato da Dio attraverso la Chiesa e questo fa crescere in me la fiducia in Colui che mi manda e nelle persone che accolgono.

don Paolo Gregorini

Don PAOLO GREGORINI

Nato il 9 agosto 1971
Ordinato il 8-6-1996

vic. parr. Virle Treponti (1996- 2001)
vic. parr. Palazzolo Sacro Cuore e Palazzolo S. Paolo in S. Rocco (2001-2013)
vic. parr. Manerbio (2013-2018)

parroco Borno, Lozio, Ossimo Inferiore, Ossimo Superiore, Villa di Lozio dal 2018.

Vi scrivo nei primi giorni del tempo di Avvento, tempo in cui siamo chiamati a rinnovare la fiducia e la speranza, a lasciare le paure e le incertezze perché il Signore che viene ci accompagna e ci giuda. Siamo nella novena dell’Immacolata: la madre del Signore che con il suo “eccomi” è modello, esempio e avvocata di grazia per l’umanità. Vivremo la gioia del Natale e saremo chiamati ad accogliere Gesù Cristo luce del mondo.

Nella festa del Battesimo di Gesù inizierò ufficialmente ad essere con voi e per voi. Il tempo cosiddetto “ordinario” che la liturgia ci farà vivere, riflette la vita semplice che deve diventare vita buona e piena della bella notizia che è il Signore Gesù.

So di incontrare gente buona, ricca di fede e di tradizione. Ringrazio don Francesco che mi ha preceduto, consapevole di raccogliere frutti che lui ha seminato. Ringrazio don Simone, don Mauro, don Angelo e don Cesare che già mi hanno accolto con grande cordialità e che per primi faranno la fatica di supportare i miei primi passi da parroco.

Nostro compito è camminare insieme, cinque parrocchie ricche di una propria identità: non dovremo perdere nulla, ma ci arricchiremo l’un l’altro vivendo un’esperienza di unità pastorale.

Mettendo insieme le nostre forze faremo davvero una bella esperienza nella volontà di Dio.

Porgo a tutti i migliori auguri di un Santo Natale nella gioia di Cristo che viene. Affido a Dio, nella santa messa quotidiana, le nostre comunità, le gioie, i dolori, le fatiche e speranze, sono convinto che Dio arriva dove noi non possiamo arrivare.

Mi affido alle vostre preghiere e vi benedico

Don Paolo



benvenuto don paolo

AMICIZIA E FIDUCIA
Intervista de "La Voce del Popolo"

Don Paolo Gregorini è il nuovo parroco di Borno, Ossimo Inferiore, Ossimo Superiore, Lozio e Villa di Lozio

don Paolo Gregorini don Paolo Gregorini

Dalla Bassa all’Alta Valle Camonica. In questi anni si è dedicato, in particolare degli ammalati e della scuola parrocchiale, ora è atteso da un nuovo incarico (alla prima esperienza da parroco) nelle cinque parrocchie. Don Paolo Gregorini è, infatti, il nuovo parroco dell’erigenda unità pastorale della Valcamonica che comprende le parrocchie di Borno, Ossimo Inferiore, Ossimo Superiore, Lozio e Villa di Lozio.

Succede a don Francesco Rezzola. Don Paolo lascerà la comunità di Manerbio dove ha testimoniato che il prete non è solo un uomo del sacro, ma anche un acuto sensore (diretto o indiretto) delle dinamiche del nostro tempo. In questi giorni è impegnato nei preparativi per il suo trasloco. Nel suo studio sono ancora appese le opere d’arte che gli sono state donate in varie occasioni, come la splendida figura del Cristo scolpito nel legno di una tavola, firmata da Luigi Bormetti di Ponte di Legno; sulla scrivania un Crocefisso ligneo di Artigiano Camuno. Conserva, incorniciato, il manifesto della sua ordinazione a presbitero con l’elenco dei colleghi di studi. Ancora, si può ritrovare la riproduzione, realizzata da un amico, di una significativa opera sulla crocifissione di Salvador Dalì. Porterà tutto a Borno la comunità che si prepara “servire” come insegna papa Francesco, in un clima di misericordia ed empatia e di ampia apertura al dialogo. Il suo ingresso è in programma domenica 13 gennaio. Per lui è una sorta di ritorno in Valle, in una terra che ha dato i natali alla sua famiglia, in una terra dalla quale in molti sono emigrati nel mondo, un po’ come il padre Angelo che trovò lavoro in Svizzera.

don Paolo Gregorini

Partiamo da lontano. Lei è nato nel 1971 a Berna, la capitale della Confederazione Elvetica.

Mio papà, che si chiamava Angelo, era di Vezza d’Oglio. Giovanissimo, cercò lavoro in Svizzera. Trovata occupazione, sposò mia mamma, Mariarosa. Dal loro matrimonio sono nati prima mia sorella, oggi mamma di tre bambini; poi sono venuto al mondo io. Quando mio padre decise di rientrare in Italia andò a abitare a Pilzone d’Iseo e lavorò come custode del circolo nauitico, dove ho sperimentato anche la navigazione a vela. Bellissimo! Io ho frequentato le scuole dell’obbligo a Iseo ed in terza media ho avuto come insegnante di religione don Angelo Scotti, oggi parroco di Bassano Bresciano. È in quegli anni che matura in me il desiderio di farmi prete supportato, in questo, dalla mia famiglia. Dopo la scuola media, sono entrato nel seminario di via Bollani a Brescia. Ho proseguito gli studi delle superiori dopo i quali ha frequentato i quattro anni di studi teologici che mi hanno accompagnato ad accedere agli ordini del diaconato e quindi al sacerdozio.

La sua ordinazione sacerdotale risale al 1996. Celebrò la sua Prima Messa a Vezza d’Oglio, il paese della sua famiglia d’origine. Il suo primo incarico fu a Virle Treponti nel 1996 fino al 2001. Come fu quell’esordio di giovane prete?

Ero curato ed ho seguito gli importanti consigli che ricevevo. Ho trovato giovani attenti alla fede. È stato un ottimo periodo.

Poi il passaggio a Palazzolo sull’Oglio nelle parrocchie del Sacro Cuore e San Paolo in San Rocco dal 2001 al 2013.

Mi sono occupato di due oratori trovando collaborazione nei giovani dei quali dovevo occuparmi ed ho dato disponibilità alle altre parrocchie della città.

Infine a Manerbio dal 2013 nella parrocchia di San Lorenzo Martire dalla quale partirà per il suo nuovo incarico.

Per cinque anni sono stato cappellano nell’ospedale, ho seguito la scuola parrocchiale e ho dato la mia disponibilità per le celebrazioni liturgiche e le esigenze della vita parrocchiale anche come assistente del circolo Acli. Sono riconoscente a mons. Tino Clementi che incontrerò ancora nella sua Valle Camonica dove recentemente si è trasferito per essere rettore dell’eremo dei Santi Pietro e Paolo. Devo un grazie ai confratelli con i quali ho collaborato, don Oscar e don Massimo e al nuovo parroco don Alessandro.

Ho conosciuto molte persone che mi hanno gratificato con la loro amicizia e fiducia, che significa raccogliere concretamente esigenze diverse: da una crescita di qualità per i giovani, a progetti per dare conforto agli anziani e agli ammalati.



benvenuto don paolo

Chiesa Borno

Domenica 13 Gennaio

SOLENNE INGRESSO
DI DON PAOLO GREGORINI
nelle parrocchie di Borno, Ossimo e Lozio

ore 15.00: arrivo di don Paolo al Santuario della SS. Annunciata.
Saluto alla comunità dei Frati Cappuccini.
Preghiera di affidamento alla Vergine Maria e al Beato Innocenzo.

ore 15.45: dal piazzale della Dassa corteo verso piazza Giovanni Paolo II. Saluto delle autorità civili e militari.

ore 16.30: Solenne celebrazione Eucaristica con il rito di IMMISSIONE DEL NUOVO PARROCO

Al termine della celebrazione momento conviviale presso la sala Congressi



Cüntòmela TEMPO DI NATALE

LA GRANDE FESTA DELLA NOSTRA FEDE

padre Gheddo

Il Natale è festa religiosa da vivere innanzitutto recuperando le radici della nostra fede con la preghiera e i Sacramenti. Ricordandosi anche dei poveri. Tutto il resto: importante, ma secondario. Nel 1978, un anziano missionario del Pime che aveva lavorato in Cina da prima dell’ultima guerra mondiale e nel 1952 venne espulso dal regime comunista di Mao, ricevette da Kaifeng (provincia di Henan) questa lettera di un suo antico catechista: “Caro Padre, ti ho scritto due volte quest’anno per dirti che la mia famiglia è di nuovo riunita dopo una lunga separazione (cioè, dopo il carcere nel tempo della persecuzione, n.d.r.).

Fra poco potremo celebrare il primo Natale, dopo più di vent’anni che la nostra chiesa era chiusa e usata come magazzino. L’hanno riaperta e ci sono due sacerdoti nella nostra città. Finalmente potremo avere una Messa il giorno di Natale, quando Gesù verrà a visitarci. Il Signore ha concesso a me e alla mia famiglia la gioia di ritornare a godere della libertà e di celebrare assieme ai nostri fratelli che credono in Lui questa grande festa della nostra fede”.

Come vivere cristianamente il Natale? Anzitutto ricordando che il Natale è “la grande festa della nostra fede”, la festa dei semplici e degli umili di cuore, che sanno inginocchiarsi davanti al Presepio e pregare il Figlio di Dio che s’è fatto uomo per salvarci. Molti fanno festa ma non sanno nemmeno perché. Il 25 dicembre dell’anno scorso sono andato a comperare un giornale. Il giornalaio mi ha detto: “Buon Natale!”. “Grazie – gli ho risposto – ma che auguri mi fa?”. Mi ha guardato interdetto: “Mah, non so, che lei sia felice, che abbia lunga vita, che le vada tutto bene…”. Gli dico: “Anch’io le auguro Buon Natale, cioè che Dio sia con lei, l’unica cosa che conta davvero nella nostra vita”. Mi ha ringraziato ma non sembrava troppo convinto. Crede anche lui alla nascita del Figlio di Dio, forse non è abituato a pensarci.

Il Natale rischia di diventare, anche per noi che ci crediamo, una festa pagana: un tempo di vacanza, un gran pranzo, star bene, incontrare la famiglia e gli amici, divertirsi, avere tanti soldi da spendere per fare e ricevere regali. In un dicembre di anni lontani ero in Germania, il manifesto di una chiesa protestante rappresentava un Presepio con un fumetto che usciva dalla bocca del piccolo Gesù: “Per favore, nessuna orgia di cibi, di alcolici e di regali nella ricorrenza della mia nascita. Ricordatevi dei poveri. Firmato: il Bambino Gesù”. Ricordatevi dei poveri! È ancora di moda l’educazione alla solidarietà verso i poveri? Oppure nelle famiglie si propongono solo mete come la carriera, i soldi, i divertimenti?

Quand’ero piccolo, il pomeriggio di Natale la mamma prendeva noi tre bambini e ci portava da una famiglia con tanti figli, per donar loro qualche regalo e un po’ di dolci. Eravamo poveri anche noi, ma qualcosa potevamo darlo agli altri e questo capitava anche in altre feste nel corso dell’anno.

misa de gallo
Misa de gallo

Nel tempo natalizio si celebra nelle Filippine un’antica usanza spagnola, la “misa de gallo”, quando il gallo canta. Ci si ritrova alle quattro del mattino nella grande chiesa parrocchiale con migliaia di fedeli, oppure in una povera casa di legno su palafitte, tra il piagnucolare dei piccoli e il grugnire dei maiali sotto i piedi: a dicembre i missionari visitano i gruppi di fedeli a questo modo, andando sul posto la sera prima.

Tutti portano qualcosa, un dono in natura, un regalo, un po’ di soldi e chi ha molto deve dare di più. La Messa natalizia ricorda che siamo tutti fratelli: al termine si distribuiscono i doni ai più poveri.

Il Natale senza bontà, senza generosità, senza l’entusiasmo del bene, non è più un Natale né cristiano né umano.

Però la nascita di Gesù è qualcosa di più e di diverso. “Col Natale entra in scena – ha scritto don Giussani – una cosa assolutamente occulta a tutti, vale a dire il reale, la realtà. La grande Presenza”. L’Avvenimento del Natale ha cambiato il corso della storia e la nostra vita personale: non è una favola o un mito, ma un fatto storico che la fede rende di nuovo presente nel mondo d’oggi, dove però, nella mentalità e nei comportamenti comuni, esiste solo quello che si vede e si tocca.

Ecco perché il cristiano, per vivere bene il Natale, deve andare contro-corrente. Allora, in concreto, come vivere da cristiani il Santo Natale? Gesù porta nel nostro quotidiano la Presenza di Dio che ci ama e vuole salvarci: a Natale dobbiamo ritornare a Dio, convertirci a Dio, interrogarci su come rispondiamo all’amore del Figlio di Dio che è nato per noi. Siamo cristiani perché vogliamo vivere “la vita nuova in Cristo”.

La nascita di Gesù rinnova, se vogliamo, la nostra esistenza, ci invita a coltivare questo ideale: voglio vivere una vita nuova nell’amore a Cristo e ai fratelli. Una delle aspirazioni comuni oggi è quella di non invecchiare: creme, medicine, diete, fisioterapie, interventi chirurgici e via dicendo.

Vorrei gridarlo a tutti: la vera ricetta per rimanere giovani è vivere nella Grazia di Dio e amare Gesù Cristo e il nostro prossimo! Fisicamente il nostro corpo decade e non è male tentare di rallentare questo processo fisiologico. Ma dobbiamo rimanere sempre giovani nello spirito e anche saper ritornare bambini: coscienti come il bambino che tutto ci viene da Dio, pronti a ricevere i doni di Gesù.

Padre Piero Gheddo



Cüntòmela TEMPO DI NATALE

IL PASSERO DI NATALE
Una bella storia per attendere e vivere il Natale

passero

La notte in cui Dio inviò l'arcangelo Gabriele a Maria, un passero si trovava per caso lì, sul davanzale di una finestra. Impaurito dall'apparizione, stava per fuggire. Ma non appena udì l'arcangelo annunciare a Maria che essa avrebbe dato presto alla luce il figlio di Dio, il suo piccolo cuore cominciò a battere forte per l'emozione. E rimase fermo come un sasso fin quando l'arcangelo non fu volato via.

«Ho davvero capito bene? Da Maria nascerà proprio il figlio di Dio?», si chiese l'uccellino. Provava una grande felicità. «Sono stato fortunato a sentire tutto», pensò. «Devo andare subito a riferire il meraviglioso annuncio agli uomini affinché si preparino ad accogliere e a festeggiare il bambino».

Così partì in volo sul villaggio di Nazaret e si diresse al mercato. Lì vi erano donne che vendevano grano, farina e pane. «Ho uno straordinario segreto da rivelarvi!», cinguettò il passero saltellando sulle zampette, impaziente di raccontare. Ma una di loro gli gridò arrabbiata: «Voi passeri fate sempre i furbi per rubarmi il grano! Vattene via di qui, impertinente!». E lo minacciò con una scopa, senza ascoltare ciò che le voleva dire: «Si sta preparando qualcosa di grandioso!»

annunciazione

Il passero volò allora fino alla piazza. Riuniti sotto un albero, i saggi del villaggio stavano discutendo animatamente. «Loro sì, mi ascolteranno di certo», pensò, per farsi coraggio. «Si sta preparando qualcosa di grandioso per le creature della terra!», cinguettò, posandosi su un ramo proprio sopra di loro. I saggi alzarono per un attimo lo sguardo verso di lui, poi ripresero i loro discorsi. Neanche si accorsero che l'uccellino, per nulla intimorito da un gatto, continuava a saltare di ramo in ramo tentando disperatamente di attirare la loro attenzione.

Scuotendo la testolina per la delusione, il passero proseguì fino alla capitale e puntò diritto verso il palazzo del Re. «Come osi oltrepassare le mura della reggia?», gridò una guardia. «Vengo per darvi una notizia importante», cinguettò il passero. «Sta per nascere il Figlio di Dio, il Signore dei cieli e della terra!». «Se non taci immediatamente ti chiuderò in una gabbia!», tuonò il capitano. «È il nostro Re il signore di tutto e di tutti!». Ma il passero riuscì a sfuggire alle guardie. Entrò per una finestra nel palazzo, e si diresse verso la sala del trono. «Cacciate via quell'uccello maleducato!» urlò il Re furente, senza ascoltare un bel niente di quel che il passero cercava di dirgli. Guardie e servitori inseguirono il passero. Per fortuna, proprio nell'ultima stanza, il passero trovò una feritoia aperta, e in un baleno riguadagnò la libertà.

presepe<

«I bambini mi daranno retta!» «Salvo! Finalmente sono salvo!», esclamò l'uccellino librandosi alto nel cielo. Da lassù scorse, vicino a un villaggio, dei bambini che giocavano allegri in mezzo alla neve. «I bambini sì, loro mi daranno retta!», pensò, avvicinandosi velocemente. Infatti, si era appena posato sulla neve, che tutti i bambini si erano già raccolti in cerchio attorno a lui. «Com'è carino questo passerotto!», dissero. «Che cosa sarà venuto a fare? Forse vuole giocare con noi». «Oh no! Sono qui per svelarvi un bellissimo segreto!», cinguettò l'uccellino, piegando un po' di lato la testolina. «Nascerà tra poco sulla terra, proprio qui tra noi, un altro bambino, il figlio di Dio!».

«Ascoltate quanti cip cip... cip cip...», notò un bambino. «Sembra proprio che voglia dirci qualcosa ..». «Io dico che ha fame!», esclamò una bambina, e gli diede delle briciole di torta. Ma il passero non pensava davvero al cibo.

Era lì per qualcosa di ben più importante. Per richiamare meglio la loro attenzione, batté eccitato le ali e ripeté da capo tutto, cinguettando nel modo più chiaro possibile. «Come vorremmo capirti!», disse un bambino all'uccellino, accarezzandolo. Il passero fu certo che i bambini, purtroppo, non potevano comprenderlo.

«Gli adulti fanno i sordi...» Al passero dispiaceva molto di non poter comunicare a nessuno il grande segreto. «Quale sfortuna che gli uomini non sappiano ciò che sta per accadere!», pensava. «Gli adulti fanno i sordi e mi cacciano via, e i bambini, tanto gentili, non riescono a capirmi...». «Se non posso raccontare nulla agli uomini, non vi sarà nessuno ad accogliere Giuseppe e Maria al oro arrivo a Betlemme», si preoccupava l'uccellino. «E nessuno, proprio nessuno sarà davanti alla stalla nella notte santa per far compagnia al figlio di Dio! Debbo fare a ogni costo qualcosa!», decise.

Allora chiamò gli altri passeri e raccontò loro ciò che aveva udito nella casetta di Maria. I passeri si rallegrarono subito quanto lui. «Se gli uomini non vogliono capire quale bambino sta per nascere, noi lo faremo sapere almeno agli altri uccelli», decisero. In men che non si dica, volarono in ogni direzione e diffusero ovunque la notizia. Allodole e fringuelli, cinciallegre e pettirossi, usignoli e merli, proprio tutti seppero del grande evento.

Nel mondo degli uccelli cominciò a regnare l'impazienza. Ovunque fervevano preparativi. Tutti provavano i loro più bei canti attendendo la nascita del figlio di Dio. Quando Gesù nacque e fu deposto nella greppia, i primi a vederlo furono l'asinello che aveva portato Giuseppe e Maria a Betlemme, il bue che abitava nella stalla, e stormi di allodole, fringuelli, cinciallegre, pettirossi, usignoli e merli venuti da ogni parte.

Dal tetto della stalla i passeri vegliavano su Gesù bambino, mentre gli altri uccelli cantavano gioiosamente tutt'attorno. Poi arrivarono i primi pastori che avevano finalmente udito l'annuncio dagli angeli discesi dal cielo. Davanti a Gesù, si meravigliarono di trovare tutti quegli uccelli in festa. Si guardarono l'un l'altro. «Cantiamo anche noi», dissero, e fecero un coro solo con allodole e fringuelli, cinciallegre e pettirossi, usignoli e merli, suonando pure dolcemente i loro flauti e le zampogne. Quando gli altri uomini li udirono di lontano e capirono che era nato il figlio di Dio, pure loro si rallegrarono e cominciarono a cantare.

Così in ogni luogo della terra fu festa per il sacro evento. Potete immaginare la felicità del nostro passero! Per merito suo, Gesù, nascendo, aveva trovato tante e tante creature e tanti canti di felicità attorno a sé. E ancor oggi, nella notte santa, davanti al Presepio o all'albero di Natale, bambini e grandi riempiono di canti le loro case.

Bruno Ferrero



Cüntòmela TEMPO DI NATALE

BUON COMPLEANNO ASTRO DEL CIEL

astro del ciel
La cappella dell’Astro del Ciel a Oberndorf bei Salzburg

Questo Natale 2018 porta con sé un compleanno speciale: i duecento anni del canto natalizio per eccellenza Stille Nacht, che in Italia conosciamo meglio come Astro del Ciel.

È una storia affascinante e bizzarra quella che ha dato origine a questo canto.

Le parole furono scritte nel 1816 dal prete salisburghese Joseph Mohr, allora assistente parrocchiale nella chiesa di Mariapfarr – nel Lungau, regione di Salisburgo - tenendole nel cassetto in attesa di trovare qualcuno che potesse metterle in musica. Due anni dopo trovò Franz Xaver Gruber, allora maestro elementare ad Arnsdorf e organista a Oberndorf, originario dell'Alta Austria: fu lui a comporre la musica, che suonò nella vigilia di Natale del 1818.

Il territorio non era stato risparmiato dalle recenti guerre napoleoniche, e devastazioni a miseria erano ovunque. I versi del giovane sacerdote dovevano essere di conforto e speranza alla popolazione prostrata. Nel Natale del 1816 furono soltanto letti, mentre due anni dopo poterono anche esser cantati, con la musica che Gruber compose di getto.

Infatti, il 24 dicembre 1818 Mohr chiese a Gruber di musicare il brano da lui scritto per due voci soliste, coro echitarra. Gruber fece vedere la partitura a Mohr, che approvò subito. Non è noto il motivo per cui venne fatta la richiesta di una composizione per chitarra.

astro del ciel
Stille Nacht, partitura autografa di Franz Xaver Gruber

Un racconto tradizionale riporta che ciò sarebbe avvenuto in quanto l'organo della chiesa di San Nicola era guasto poiché il mantice era stato rosicchiato dai topi e la riparazione era impossibile in tempi brevi.

La prima esecuzione pubblica avvenne nella notte del 24 dicembre 1818 durante la Messa di Natale nella chiesa di San Nicola a Oberndorf, presso Salisburgo, ed il brano venne eseguito dai suoi due autori con Mohr che cantava la parte del tenore ed accompagnava con la chitarra Gruber, che intonava la parte del basso.

Dopo duecento anni Astro del Ciel continua ad essere l’inno natalizio per eccellenza.

L’augurio è che continui ancora per tento tempo a riscaldare i cuori delle donne e degli uomini di buona volontà, in ogni parte della terra.



Cüntòmela IN COMUNITÀ

MILLENNIO PARROCCHIALE: un cammino che può continuare

millenio parrocchia Borno

Domenica 11 novembre con la messa celebrata da S.E. il vescovo Francesco Beschi si sono concluse le celebrazioni del Millennio Parrocchiale.

Voleva essere un’occasione di riflessione, di ricordo e insieme di speranza, in questi tempi di grandi cambiamenti che stanno investendo anche il nostro modo di vivere la fede.

Ci piace pensare che i momenti che abbiamo condiviso mediante le celebrazioni eucaristiche, le piacevoli serate musicali, i racconti e le testimonianze, gli anniversari davvero speciali – il ventennale della venuta di papa Woytjla a Borno e i trent’anni del nostro Oratorio Arcobaleno – abbiano lasciato nella nostra comunità un grande segno: la consapevolezza di essere ancora capaci di grandi slanci di condivisione, di voglia di fare per il bene della comunità. E per questo va un grande GRAZIE a tutti quanti hanno dato una mano.

oratorio borno

Continuiamo a coltivarlo questo segno/sogno, facciamo sentire al nostro nuovo parroco don Paolo che i bornesi, se ben spronati, sono ancora capaci di “darsi” per la comunità, nella migliore tradizione della gente di montagna (che lui tra l’altro conosce bene, essendo originario dell’alta valle)!

Facciamogli sentire che siamo pronti a camminare con lui, a condividere progetti nuovi, perché il tempo del Millennio continui… per altri mille anni!!!

Emilia

papa a borno

Cüntòmela IN COMUNITÀ

C’È SEMPRE UN DI PIÙ

“Ho fatto la brava e hai visto cosa mi è capitato. Vorrà dire che adesso proverò a fare la cattiva!”.

Più o meno sono queste le parole che un’amica mi ha detto piangendo, mentre ci abbracciavamo al cimitero: avevano appena posto nel loculo suo marito dopo che nel giro di un paio anni aveva già avuto altri due gravi lutti famigliari.

In queste circostanze penso che frasi simili possano diventare preghiera; gli stessi salmi a volte propongono sfoghi e imprecazioni. E un abbraccio sincero è forse l’unico modo per testimoniare la nostra vicinanza e amicizia. Non invidio certamente i sacerdoti chiamati, durante i funerali, a proporre un’omelia che, per quanto studiata e pregata, rischia di essere priva di significato per chi è nel dolore.

giustizia

L’espressione dell’amica sottolinea, tuttavia, una concezione di Dio e della giustizia in generale che ci è stata trasmessa ed è radicata nella nostra cultura. Per vivere sono indispensabili delle regole, i rapporti con Dio e con il prossimo sono basati sulla reciprocità: io ti do, tu mi dai. Chi fa il bravo e rispetta il gioco merita una vita buona e felice; chi fa l’asino e trasgredisce le leggi è giusto che venga punito e che sia costretto ad espiare la sua colpa per risarcire il male commesso.

È una concezione semplice e lineare su cui si fondano buona parte dei sistemi di convivenza civile e dei rapporti personali di ogni giorno.

Se scorriamo le pagine della Bibbia ed anche quelle della nostra vita ci accorgiamo, però, che non tutto può essere regolato in termini di dare e avere… per essere pari e non avere obbligazioni con nessuno.

Fra i primi racconti della Bibbia troviamo Abramo chiamato ad offrire in sacrificio quel figlio tanto desiderato. Proprio quando sta per ucciderlo l’angelo di Dio lo ferma e gli fa trovare gratuitamente un ariete da immolare, inaugurando la sostituzione della vita umana con quella degli animali nel culto e in espiazione dei propri peccati. Più volte nella Scrittura viene definito abominio l’usanza di sacrificare, di “far passare nel fuoco” i propri figli per ripagare o accattivarsi il favore degli dei.

Nei libri dei profeti, fra invasioni dei popoli stranieri con conseguenti deportazioni che vengono lette come la giusta punizione divina per le colpe commesse e il continuo invito a ritornare a Dio e a prendersi cura delle vedove e degli orfani, troviamo espressioni che invitano ad andare oltre il concetto di premio o punizione-espiazione perché… i nostri pensieri non sono i suoi pensieri, Dio fa sorgere il solo sui giusti e sugli ingiusti, Dio vuole amore e misericordia, non sacrifici.

Tuttavia è nel libro di Giobbe - uno dei più belli ed intriganti di tutto l’Antico Testamento con i suoi racconti, i suoi dialoghi e monologhi molto teatrali - che viene messa in crisi l’idea che disgrazie e sventure dipendono dalle colpe dell’uomo che le subisce. Oltre alla tenacia di non smettere mai di invocare e chiedere a Dio il motivo della tragica esistenza in cui si è trovato, di Giobbe mi è sempre piaciuta la sua battaglia contro le semplificazioni, i luoghi comuni, quelli sostenuti con accanimento dai suoi tre amici.

Nell’ultimo dei quattro incontri dedicati al libro di Giobbe nello scorso aprile, però, don Simone ha fatto notare che in fondo nel reclamare a gran voce la sua innocenza, la sua rettitudine morale, lo stesso protagonista è comunque immerso nella logica della giustizia retributiva: io osservo la legge è quindi ho diritto ad essere premiato o, perlomeno, a non subire disgrazie. Soprattutto mi è piaciuta e mi ha fatto molto riflettere la nota sempre di don Simone sul prefinale del libro, quello in cui Dio non risponde direttamente ai perché di Giobbe, ma lo invita ad allargare il suo sguardo, ad osservare il creato e a chiedersi dov’era lui, quando Dio stesso metteva in moto la vita.

Mi sembra un invito ad accorgerci che c’è sempre un “di più”, una speranza più grande delle nostre sofferenze e dei nostri piccoli calcoli. Mi sembra sia lo stesso “di più” che troviamo nelle provocazioni dei Vangeli dove Gesù ci spinge continuamente ad andare oltre la giustizia moralistica e formale dei farisei, dove la storiella del Padre misericordioso sconvolge ogni nostra idea di meritare, di “fare i bravi” per guadagnare o lucrare l’eredità promessa.

Ovviamente la mia esperienza di handicappato cronico, come mi apostrofava un vecchio amico parroco, è un po’ particolare: per vivere ho bisogno ogni giorno dell’evidente aiuto degli altri. Questo a volte mi pesa, ma spesso mi fa toccare con mano che i fatti più belli che ci succedono non sono quasi mai sotto la legge del “tu mi dai, io ti do e siamo pari”, ma sotto il segno del dono, della grazia come dice S. Paolo nelle sue lettere.

Per questo penso che l’intera Bibbia possa essere riletta anche come un continuo invito a passare dall’economia della giustizia retributiva all’economia del dono, dall’osservare le leggi per paura del castigo al “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, sapendo che Dio ci salva per il suo amore e non per i nostri meriti, come ci ricorda sempre S. Paolo.

Rimango convinto che su questa terra siano indispensabili regole e relative (e si spera umane) punizioni, soprattutto nell’attuale società dove alcuni pretendono di elevare a diritti i propri capricci e le proprie voglie. Ma di fronte all’esasperazione dell’individualismo e di una competizione che tende a ridurre tutto a prostituzione, a scambio di denaro, la più bella e vera testimonianza che possiamo offrire sia cercare di vivere con fiducia il “di più” della fraternità e della gratuità.

Franco



Cüntòmela IN COMUNITÀ

VIAGGIO A MEDJUGORIE

Medjugorie

In questo mio scritto voglio raccontare come si è svolto il mio viaggio a Medjugorie. Innanzi tutto desidero segnalare come sono stato assistito: si tratta di una assistente della casa in cui vivo. Dico che sapevo di essere ben accompagnato, ma sono sorpreso per la grande carità manifestata durante il viaggio e permanenza sul posto. Voglio solo dire che non sono mai stato abbandonato nemmeno un istante.

Bene, siamo partiti da Borno il 19 sera e siamo arrivati il giorno 20 ottobre alle ore 11, quindi sistemazione nelle camere e pranzo alle 12,30. Il pomeriggio un tentativo di riposo, riuscito solo in parte. Poi visita nella chiesa di San Giacomo, dove si stava celebrando la Santa Messa in lingua croata: sono riuscito a seguirla con qualche difficoltà (la consacrazione è stata in lingua latina e quindi ben comprensibile), ma devo dire subito che ci siamo trovati in una terra benedetta e si sentiva la presenza di Gesù e Maria.

Il secondo giorno un incontro con la veggente Mariam, la quale ci ha accolti con tanto amore e ci ha regalato un pacco di immaginette benedette personalmente da Maria durante una delle tante apparizioni. Poi abbiamo assistito a una testimonianza da parte di una signora che parla con Maria senza vederla.

Medjugorie

In sostanza i veggenti sono 6. Mariam la vede ogni giorno, alla sera intorno alle 18. Devo dire che la presenza di Maria la senti in ogni luogo di Medjugorie. Siamo anche stati alla Croce blu dove mi è nata dal cuore una preghiera che ai presenti ha provocato lacrime: chiedevo a Maria di ridarmi la vista, ma solo se lo riteneva opportuno, cioè se portava frutti di conversioni e salvezza dei peccatori.

Maria pare abbia deciso che io rimanga così e sono contento e la ringrazio. Infatti è una vita che mi assiste con la concessione di moltissime grazie e io a 88 anni cosa devo pretendere di più!... Ho la salute e una cerchia di persone che mi amano. Ho un figlio meraviglioso che ha una famiglia altrettanto meravigliosa. Io chiedo a Maria che sia Lei a venirmi incontro il giorno della fine del mio cammino terreno.

Devo ancora dire che ho avuto la grazia di raccontare al gruppo presente la testimonianza del mio vissuto: questo ha entusiasmato il gruppo sino alle lacrime.

Che devo dire? Ringrazio la Madonna perché è stata Lei che lo ha voluto. Devo dire che sono state giornate di grazia per tutto il periodo, alla fine la Madonna ci ha portato a celebrare la Messa da Padre Peter, un sacerdote santo che ci ha benedetti tutti, uno per uno.

Non trovo parole per raccontare le grandi emozioni che abbiamo vissuto a Medjugorie. Siamo tornati a casa felici alla 1,30. Non dimenticherò mai questa esperienza dato che molto abbiamo portato a casa, cioè abbiamo imparato a vivere meglio il cristianesimo. Oggi scrivo questa esperienza e siamo al giorno 26 di ottobre.

Leone Benyacar



Cüntòmela IN COMUNITÀ

LA LUCE NEL CUORE

Medjugorie

Inizio il mio racconto dalla mia infanzia. Provengo da una famiglia di ebrei. Mia madre mi dice che da piccolo ero un bambino molto vivace, e per questo alla età di 3 anni ebbi un incidente che mi fece perdere la vista quasi totalmente. Le cose sono andate così. Nella piazzetta Paganora dove abitavo con la mia famiglia, vi erano i muratori per la costruzione di un fabbricato, io volevo rincorrere mio padre che andava al lavoro, ma ciò non era possibile e mio padre avendo constatato che la piazzetta era sicura, mi lasciò lì a giocare. Poco dopo io, per la mia vivacità, cascai dentro una buca di calce viva danneggiando gli occhi gravemente. I muratori, credendo di far bene, mi lavarono con l’acqua e il danno fu ancora più grave.

Dunque da bambino passai molto tempo in ospedale e questo è servito per il recupero di un minimo visivo che mi permise di frequentare la scuola elementare. Poi ci fu la guerra che ci costrinse a una certa prudenza, date le persecuzioni contro gli ebrei da parte dei fascisti e nazisti. In un primo tempo noi bambini ci rifugiammo a Verolanuova presso la filanda Cantoni, con la nonna Rebecca, mentre i miei genitori continuavano la loro attività nel negozio in corso Zanardelli a Brescia.

Dopo l’otto settembre ‘43 le cose si aggravarono e fummo costretti alla clandestinità. La scelta dei miei genitori cadde su una nostra cliente, Rita Zanchi di Rivarolo Mantovano, la quale ci accolse con molta carità mettendo a rischio la propria vita. La signora Rita si rivolse a don Primo Mazzolari il quale trovò il modo di procurarci documenti falsi: Benedetti al posto di Benyacar. In quel tempo mia madre era in attesa di un figlio e fu così che all’ospedale di Bozzolo nacque mio fratello Giorgio, naturalmente con il cognome falso.

L'intervento di don Primo Mazzolari fu provvidenziale e ci consigliò di frequentare la Messa domenicale per non creare sospetti su di noi. Fu così che io incominciai a pormi delle domande sulla celebrazione della Messa: mi chiedevo come mai nelle letture si cita Israele. Infatti ero convinto che la religione cattolica fosse in contrasto con l’ebraismo.

Poi ci fu un trasferimento rischioso a Milano, dato che la nonna Rebecca era ricoverata morente nella clinica San Camillo e fece in tempo a vedere mio fratello prima di morire il 26 giugno 44. Naturalmente noi fummo costretti a prendere in affitto un appartamento, sempre con il nome falso. Qui restammo fino alla fine della guerra, dopo aver subito un furto in pieno giorno da sconosciuti che certamente conoscevano la nostra condizione di clandestini e ne approfittarono.

Finita la guerra rientrammo a Brescia dove trovammo mio cugino che ci cercava. Mio cugino Giacomo è vissuto con noi sin da bambino. I miei genitori erano di cittadinanza Turca. Mio padre era venuto in Italia in cerca di lavoro, ancor prima di sposare mia madre, cioè nel 1926, mentre io sono nato nel 1930 dopo che i miei genitori si sposarono nel 1929. È una spiegazione necessaria per capire bene il mio vissuto.

A Brescia feci conoscenza con un sacerdote, don Renato Laffranchi, il quale si propose di darmi lezioni sull' Antico Testamento, dato che il Rabbino della nostra comunità si era rifiutato di darmi un’ istruzione perché non ero in grado di leggere. Io accettai e nacque una sincera amicizia.

Un giorno si venne a sapere che a Ghiaie di Bonate in provincia di Bergamo, ci fu una apparizione della Madonna il 13 maggio del 1944, e don Renato con gli amici della Parrocchia di San Francesco di Paola mi propose di recarmi sul posto per chiedere la vista. Io ero perplesso ma accettai pensando: al massimo sarà una passeggiata. Era il 16 ottobre del 1946, giunto sul posto incontrai Adelaide la veggente, la quale mi confermò di avere avuto la visione della Madonna. Io continuavo ad essere perplesso ma, mentre gli amici con don Renato iniziavano il rosario (che io non conoscevo), improvvisamente sentii una presenza davanti a me e non feci nemmeno in tempo a capire di che si trattava, che una luce interiore mi invase e in un attimo venivo a conoscenza della verità tutta intera: capivo chi era Gesù Cristo, chi era Maria, insomma la mia vita è cambiata in un attimo.

Assicuro che sentivo una pace, una felicità incredibile, mi dispiace se non riesco mai a trovare le parole giuste per descrivere una grazia così grande. Tornai a casa felice e lo raccontai ai miei: non l'avessi mai fatto!... Con mia sorpresa è successo il finimondo. I miei si infuriarono e visto che io non intendevo tornare in dietro dopo aver ricevuto un dono così grande, cercarono di parlare con don Renato affinché mi convincesse a cambiare il mio ideale, così lo chiamavano, ma in realtà era un cambiamento di vita.

Per abbreviare fui costretto a sofferenze per 4 anni, ma ormai Maria mi accompagnava e il 19 marzo 1950 ricevetti il battesimo clandestino a Tavernole sul Mella e il nome scelto fu Leone Giuseppe e Maria. Nella trattoria dove ci fu il pranzo incontrai quella che un giorno sarebbe stata mia moglie. Tutto questo sotto la guida di Maria Santissima: ora a fatti avvenuti ne sono convinto e non vi è ombra di dubbio. Infatti nacque una amicizia con la famiglia Fracassi e io mi trovavo spesso con i fratelli di Barbara la quale allora aveva solo 12 anni e quindi non potevo immaginare quale sarebbe stato il mio futuro. Gli interventi di Maria sono avvenuti di continuo nella mia vita. Ad esempio allora frequentai un corso di centralinista telefonico a Bologna sovvenzionato dalla amministrazione provinciale, ma al mio rientro a Brescia dopo aver fatto domanda di lavoro in tutte le aziende, i risultati furono tutti negativi. Ma un giorno al termine della Messa in Duomo, mentre ero intento a fare il ringraziamento, si avvicinò a me una signora e mi disse: “Sono la moglie del prefetto Temperini, posso fare qualche cosa per lei?” Al che io subito compresi che era un intervento di Maria. Bene! Spiegai la mia situazione, la signora parlò con il marito il quale mi mandò a chiamare e dopo 5 giorni io ero a lavorare in Fiat OM.

La mia vita dopo la conversione fu sempre una sofferenza, infatti quando Barbara giunse alla età matura io la chiesi in moglie, ma i genitori si opposero e passarono 12 anni per realizzare il nostro sogno.

Cerco di riassumere per non stancare i lettori.

Ci sposammo l’otto settembre del 1971. Ora mia moglie non è più in vita, ma abbiamo vissuto 44 anni in perfetta comunione. Dal mostro matrimonio nacque un figlio solo perché l’età non giocava a nostro favore. Devo dire che la mia Barbara fu pienamente d’accordo sul mio cammino di fede e anche qui devo dire che le grazie della Madonna furono molte, mi è difficile elencare tutto.

Ora se mi trovo a Borno è sempre un intervento di Maria. Infatti mia moglie si è aggravata e la soluzione era quella di portarla a Borno sola, ma la Madonna ha ascoltato le mie preghiere e si è trovata la possibilità di salire con lei.

Dopo 40 giorni mia moglie moriva e io restavo solo a Borno, e decisi di restarci, visto il trattamento a mio favore a dir poco meraviglioso.

Il 7 febbraio di quest'anno ho avuto una udienza con il Santo Padre il quale mi ha trattenuto per oltre 10 minuti e ho raccontato come è avvenuta la mia conversione. Anche qui vi è stato un intervento di Maria. Oggi io qui a Borno sono assistito giorno e notte, non mi manca nulla.

Leone Benyacar



Cüntòmela IN COMUNITÀ

a Borno

Benvenuti fra noi... BATTESIMI

battesimo borno
Giosuè Massimo Bettinzoli
di Mattia e Francesca Avanzini
Toscolano Maderno 7 luglio 2018

battesimo borno
Alex Cominelli
di Omar e Silvia Zerla
Borno 1 settembre 2018

battesimo borno
Matteo Poma
di Daniele e Debora Panteghini
Borno 2 settembre 2018

battesimo borno
Emma Arici
di Matteo e Roberta Avanzini
Borno 6 ottobre 2018


Chiamati all'amore sponsale

matrimonio borno
Francesca Avanzini con Mattia Bettinzoli
Toscolano Maderno 7-7-2018


Chiamati alla vita eterna

defunto borno
Lillian (Lilly) Kock in Re
30-4-1957 + 16-6-2018

defunto borno
Giancarlo Girelli
11-9-1948 + 26-7-2018
(Darfo)

defunto borno
Francesca Baisini
17-7-1927 + 5-8-2018

defunto borno
Giovanni Magnolini
28-9-1936 + 5-8-2018

defunto borno
Beatrice Magnolini
5-5-1971 + 7-8-2018

defunto borno
Andrea Arici
10-10-1983 + 15-8-2018

defunto borno
Giacomo Rivadossi
22-6-1949 + 18-8-2018

defunto borno
Liliana Zanaglio
9-5-1964 + 23-8-2018

defunto borno
Maddalena Miorini
18-6-1939 + 24-8-2018

defunto borno
Francesco Rigali
12-3-1944 + 6-9-2018

defunto borno
Cesarina Raschi
15-6-1925 + 18-9-2018

defunto borno
Gino Angelo Lissignoli
24-4-1940 + 19-9-2018

defunto borno
Luca Rivadossi
30-8-1993 + 3-10-2018
(Cantù)

defunto borno
Claudio Zerla
7-4-1958 + 7-10-2018

defunto borno
M. Teresa Marniga
5-2-1943 + 26-10-2018

defunto borno
Maddalena Bettoni
3-5-1922 + 27-11-2018

defunto borno
Antonia Cottarelli
3-9-1942 + 4-12-2018

defunto borno
Margherita Re
25-11-1936 + 7-12-2018

defunto borno
Angelo Lenzi
27-9-1926 + 8-12-2018

defunto borno
Caterina Baisotti
19-7-1927 + 9-12-2018

defunto borno
Antonio Cortesi
Messina 8-6-1929
Bergamo 17-8-2014

defunto borno
Nicolas Damiola
nato morto 4-8-2018



Cüntòmela IN COMUNITÀ

ad Ossimo

Benvenuti fra noi... BATTESIMI

battesimo ossimo
Axel Battista Bettineschi
di Davide e Elizabeth Oliver
Ossimo Superiore 2 dicembre 2018

battesimo ossimo
Camilla Ravazzoli
di Tiziano e Debora Andreoli
Ossimo Superiore 28 ottobre 2018


Chiamati alla vita eterna

defunto ossimo
Giovanna Zerla
8-12-1928 + 3-8-2018
Ossimo Sup.

defunto ossimo
Ruggero Mendeni
7-1-1972 + 6-10-2018
Ossimo Inf.



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a Lozio

Chiamati alla vita eterna

defunto lozio
Giulio Gennaro
2-11-1950 + 10-11-2018



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Pellegrinaggio in Francia


Natale 2018

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S O M M A R I O

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