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DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Ossimo Inf.

SANT’ANTONIO DI PADOVA nella chiesa di Ossimo Inferiore

S. Antonio di Padova

Nell’elenco delle feste celebrate in passato durante l’anno con speciale intensità nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano di Ossimo Inferiore è segnalata nelle fonti quella dedicata a Sant’Antonio di Padova: “nel giorno di S. Antonio di Padova si canta la messa per la comunità” recita, infatti, una lapidaria postilla contenuta in un registro dell’Archivio Parrocchiale intitolato Memoria de legati, censi, messe, ed altre cose, che fanno o entrata al reverendo curato de’ Santi Cosmo, e Damiano in Ossimo Inferiore, o aggravio al medesimo, compilato nel 1755 dal curato don Antonio Maria Franzoni (Ossimo Inferiore 1730-1802), più precisamente nel capitoletto “qualità e quantità dell’incerte del rev. curato di S. Damiano ed obblighi del medesimo secondo l’uso antichissimo”.

Una statistica risalente al 1775 conferma che nella giurisdizione parrocchiale ossimese si commemorava il santo patavino nella sua ricorrenza tradizionale (13 giugno), accanto alla menzione di altre festività onorate nell’ambito della parrocchia, ovvero il 20 gennaio (Santi Fabiano e Sebastiano), il 19 giugno (Titolari della comunità Superiore Gervasio e Protasio), il 15 luglio (martire Santa Giusta, a motivo della gelosa custodia di insigne reliquia), il 16 agosto (San Rocco), il 27 settembre (Patroni della contrada Inferiore Cosma e Damiano), il 2 novembre (giorno dei Morti) e il 4 novembre (San Carlo Borromeo)1.

Echi del culto straordinario tributato in loco al santo lusitano risuonano nel lacerto di una predica disegnata agli inizi dell'Ottocento dal parroco di Borno don Gregorio Valgolio (Cortenedolo 1772-Cemmo 1855), intitolata Aggionta per S. Antonio di Padova facendo il discorso delle meraviglie della Divina Presenza in Ossimo Inferiore solennizando S. Antonio sudetto2, “santo questo, che voi oggi onorate con sagra pompa, santo a cui avete tante obbligazioni per aver ascoltati i vostri ricorsi, ed avervi prestato assistenza avanti il trono della Divina Maestà, santo detto il taumaturgo, il santo dei miracoli per i multiplici miracoli da esso operati, e che va operando a favore del popolo cristiano, santo che si è reso così distinto nella santità, e nel zelo per la salute delle anime”.

Ai tempi nostri la festa è caduta in disuso, nonostante la devozione verso il popolarissimo francescano portoghese appaia custodita in modo ancora vivo e genuino nel cuore di non pochi parrocchiani.

Di più, in chiesa si conserva – presso uno degli altari laterali – una preziosa statua lignea tutta ritorta che riproduce le sembianze del venerato frate minore (raffigurato in abito nero da conventuale), scolpita dal noto artista Beniamino Simoni (Brescia 1712 c.-1787) mentre risiedeva nel borgo di Cerveno dove – tra il 1752 e il 1760 – eseguì il grandioso complesso statuario delle stazioni della Via Crucis nell’omonimo santuario eretto nel primo Settecento in unione alla chiesa parrocchiale di san Martino.

La dettagliata Memoria degli autori delle opere che sono nella chiesa dei Ss. Cosma e Damiano fatta per me Antonio Maria Franzoni curato adì 20 marzo 1757, inserita nel Libro maestro della chiesa intitolato A (1608-1782) della cura ossimese, ricorda infatti che “la statua di s. Antonio fu fatta dal signor Beniamino Simoni bresciano scultore eccellente nel 1752, mentre era a Cerveno a fare la via crucis, costata lire 127”3.

Le partite contabili del registro dell’Archivio Parrocchiale chiamato Scoderolo n° 27 (secc. XVIII-XIX) somministrano qualche notiziola in ordine all’insigne manufatto. L’operazione venne gestita sotto la regia dei presidenti della fabbrica della chiesa Damiano Franzoni (Ossimo Inferiore 1682-1766) e Giovanni Zani (Ossimo Inferiore 1707-1762), eletti dalla locale vicinia il 25 marzo 1752. All’epoca svolgeva le mansioni di curato don Giovanni Squaratti (Paspardo 1717-1770), in sede dal 1744 al 1754.

Tra aprile e settembre 1753 la committenza effettuò tre pagamenti in denaro nelle mani dell’autore, montanti a un totale di 137 lire e 10 soldi4. Contestualmente al saldo dell’opera, il 16 settembre 1753, la statua venne finalmente licenziata dalla bottega e portata a Ossimo, con l’impiego di un piccolo esborso per fornire una buona merenda ai vetturali e ai servienti incaricati di compiere con attenzione il delicato trasferimento5.

Negli anni immediatamente seguenti si procedette ad abbellire l’altare ove l’opera aveva trovato degna collocazione. La “bradella di s. Antonio”, ovvero la pedana di legno su cui ancora oggi poggia il simulacro, venne realizzata nel 1752 dal “marengone” Pietro Rivadossi (Borno 1714-1772), soprannominato Zuccone, che tra il 1752 e il 1756 costruì anche “le catedre, o siano banchi sul coro, li altri banchi nella chiesa, la catedra per la dottrina, i vestarj alla Beata Vergine”.

Il 9 agosto 1753 il pittore Carlo Cogi di Palazzolo ricevette 240 lire in contanti “per aver fatta la pittura a chiaro ed oscuro all’altar di S. Antonio” e 17 lire e 10 soldi “per aver fatto di più il miracolo di S. Antonio”, affreschi eseguiti a decorazione dell’altare antoniano6. Sotto la data del 15 dicembre 1754 è registrato il pagamento di 30 lire a favore di mastro Battista Medico “per aver fata la cornis a S. Antonio”, mentre l’8 gennaio 1756 i presidenti Franzoni e Zani versarono al “signor Bernardino Albrici di Vilminore di Scalve pittore” la somma di 18 lire “per aver piturata la cornice di S. Antonio”. Infine, il 18 febbraio 1756 il vetraio mastro Carlo Arigo ricevette il compenso di 21 lire “per la vedreada per S. Antonio”, una lastra collocata a decente protezione del manufatto.

Con quest’ultimo intervento l’allestimento dell’altare ossimese dedicato al santo padovano poteva dirsi terminato: il tutto, attuato grazie a consistenti elemosine raccolte presso la devota popolazione, attingendo anche al contenuto di una cassetta comperata appositamente.

Beniamino Simoni, nato probabilmente a Brescia intorno al 1712, si fece apprezzare per alcuni lavori eseguiti in chiese cittadine (Sant’Alessandro, Santa Maria della Pace), ricevendo in seguito numerose commissioni in Valle Camonica dove operò con riconosciuta competenza nell’ammirata produzione di statue, formelle e oggetti lignei per le chiese di una decina di località (Artogne, Breno, Cividate, Esine, Fraine, Gianico, Malegno, Pescarzo di Cemmo, Ponte di Legno).

Tornato definitivamente a Brescia nel 1760 si impiegò per il decoro di edifici di culto, collaborando alla fabbricazione di apparati effimeri innalzati per solennizzare eventi di particolare rilievo, tra cui la concessione nel 1762 della berretta cardinalizia al vescovo diocesano Giovanni Molin.

L’opera che ne ha consacrato il nome è senza dubbio la Via Crucis di Cerveno, composta da 198 “statue al naturale, alcune in legno, altre di stucco, altre in basso rilievo”, a grandezza naturale, di eccezionale valore artistico e di possente impatto emotivo. Chiamato nel 1752 dal parroco don Giovanni Gualeni (Lovere 1720 c.-Edolo 1765), il Simoni si occupò del cantiere fino al 1760, terminando dieci stazioni (dalla I alla VII compresa, la XI, la XII e la XIII) ed avviando la lavorazione di alcune statue per le rimanenti; l’VIII, la IX e la X vennero compiute nel 1764 dai bergamaschi Francesco Donato e Grazioso Fantoni di Rovetta, mentre la XIV cappella fu realizzata solo nel 1869 dal milanese Giovanni Selleroni.

Nel laboratorio cervenese il Simoni si rivela maestro di livello superiore, capace di portare a termine con straordinario successo un programma di notevole impegno. Lungo lo snodarsi delle scene si svolge – con plastico vigore – il racconto del drammatico epilogo della vicenda terrena di Cristo.

Nella dura ascesa al Calvario Gesù porta consapevolmente a termine la scelta di concretizzare la propria promessa, vivendo il doloroso sacrificio di Sé stesso, immolandosi per la redenzione dell’umanità, scacciata dal Cielo a causa del peccato originale. Abile nella manipolazione del materiale scultoreo, l’artista rende con guizzi di larga suggestione e di aspro realismo i personaggi che popolano le stazioni, ispirati in presa diretta dalla vivida fisiognomica degli abitanti del luogo, caratterizzandone con mano sapiente le fattezze e le espressioni, soffermandosi a descrivere con perizia gli atteggiamenti di chi accompagna e sostiene Gesù e di chi invece lo considera un ciarlatano e si lascia accecare dal furore dell’odio e della violenza.

Con rara efficacia lo scultore coglie ogni sfumatura del volto del Salvatore, mostrandolo paziente, mite e cosciente dell’ora suprema, riuscendo a graduarne gli sguardi, ora di sofferenza, ora più distesi e illuminati.

Oliviero Franzoni

  1. Archivio Vescovile di Brescia, Miscellanea Parrocchie, Ossimo; A. MAZZA, Relazioni vicariali del 1775. Brescia 2000, p. 100. Nella vicina comunità di Borno esiste, nel sagrato parrocchiale, la piccola chiesa di impianto quattrocentesco dedicata a Sant’Antonio. Sull’onda della proclamazione nel 1658 del Santo a patrono della Valle Camonica (in aggiunta ai tradizionali protettori Maurizio, Lucia, Francesco e Siro), il 27 dicembre 1662 i reggenti del comune bornese -“inherendo alla publica intentione e pia mente di tutto il popolo”- deliberarono di “restaurar e redur à magior decoro e ornamento la capella di Santo Antonino vechia eretta nel cimeterio a magior honor e gloria di Dio e di esso Santo per antonomasia denominato generalmente il Santo, al quale le cità e magior parte delle terre rendono culto grande et fanno divoto ricorso per le gratie che ne ottengono ad essempio de quali anco questo popolo si è dedicato alla divotione di esso Santo onde per ogni riguardo la detta capella merita d'essere restaurata et ornata per eccitamento maggiore alla divotione popolare” (Archivio di Stato di Brescia, Notarile Breno, notaio Pietro Rivadossi, filza 366).
  2. Archivio Parrocchiale di Cemmo, Predicazione Valgolio. Don Valgolio fu rettore di Vico di Cortenedolo (dal 14 settembre 1799 al 1808), arciprete di Borno (dal 18 dicembre 1808 al 1816), parroco di Breno (dal 29 maggio 1816 al 1825) e arciprete della pieve di Cemmo (dal 15 giugno 1825 alla morte). Nel 1816 ottenne anche il beneficio della prepositura di San Bartolomeo di Cemmo, già convento di frati Umiliati. Durante l’epoca austriaca ricoprì le funzioni di Regio Ispettore scolastico distrettuale. Morì l’8 agosto 1855: “dappertutto lasciò il buon odore di sue virtù, ed ha compiuto il corso de suoi giorni ricevendo la morte colla più virtuosa rassegnazione” (Archivio Parrocchiale di Cemmo, Defunti 1731-1855).
  3. Cfr.: A. BERTOLINI, G. PANAZZA, Arte in Val Camonica. Monumenti e opere. I. Brescia 1980, p. 206; O. FRANZONI, Note storiche sulla chiesa in Ossimo, in “Lettere dall'Eremo”, VI (1991), n° 16, p. 38; F. MINERVINO, Beniamino Simoni. Milano 2000, p. 186.
  4. “8 aprile 1753 pagato a mastro Beniamino per S. Antonio lire 11; 8 agosto 1753 pagato in mastro Beniamino Simoni per aver fatto la statua di S. Antonio lire 57 e soldi 10; 16 settembre 1753 pagato nel mastro Beniamino lire 69”.
  5. “Item per spese cibarie nel sudetto giorno per far portare la statua di S. Antonio da Cerveno ad Ossimo lire 6 e soldi 17”.
  6. Il 12 marzo 1755 venne accordata al Cogi anche “la pittura a chiaro, ed oscuro nell’altar di San Gioseppe” per l’importo di 220 lire.

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