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L'ABC DELLA FEDE

NUTRITI DALLA BELLEZZA
Corso di formazione sull'Eucarestia

lettera vescovo

È doveroso innanzitutto ringraziare don Simone per l'impegno e la preparazione dimostrati nel condurci al cuore del mistero eucaristico. Possiamo dire, citando la lettera pastorale del vescovo Pierantonio “che siamo stati nutriti dalla bellezza”.

Nel primo incontro abbiamo meditato l'Eucarestia come mistero e memoriale. Nell'Antico Testamento con l'avvento dei profeti il termine mistero sta ad indicare “i segreti di Dio” riguardo alle cose future, al disegno di salvezza che si realizza nelle storia umana. Nel Nuovo Testamento si passa al concetto di mistero del regno di Dio rivelato da Gesù e che in Lui trova compimento.

Si può concludere che il termine greco mysterion è da considerarsi myseterion perché ripresenta un evento storico: il sacrificio di Cristo sulla croce, la sua Pasqua di risurrezione ed è celebrato e annunciato nella comunità dei fratelli. In ogni celebrazione Eucaristica diciamo: “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell'attesa della tua venuta”.

Strettamente legato al termine mistero è il termine memoriale. Per comprenderne il significato profondo dobbiamo ricordare che alla base del mistero Eucaristico c'è l'Ultima Cena. Il memoriale non è semplicemente far memoria di un fatto passato, ma è un attualizzarlo, renderlo contemporaneo.

Nell'Eucarestia è Cristo stesso che si fa presente e noi partecipiamo della grazia che trasforma la nostra vita. Il suo sacrificio rimane attuale e ha ancora qualcosa da darci oggi se abbiamo fede.

Continuando il nostro percorso abbiamo approfondito il rapporto esistente tra Eucarestia e Chiesa, partendo dal presupposto che nell'evento dell'Ultima Cena Gesù non solo istituisce l'Eucarestia affidando ai dodici il compito di celebrare il suo memoriale (“Fate questo in memoria di me”), ma anche la Chiesa, riservando un ruolo tutto speciale a Pietro e ai suoi successori.

È il momento in cui Gesù stabilisce con l'umanità una Nuova Alleanza, dalla quale scaturisce un nuovo popolo, la Chiesa appunto, che ha come fine il Regno di Dio, come condizione la libertà dei suoi figli, come statuto il precetto dell'amore.

San Giovanni Paolo II ci ricorda che “vi è uno stretto rapporto tra queste due straordinarie realtà” e la Sacrosantum Concilium stabilisce che “la celebrazione eucaristica è visibilizzazione della realtà della Chiesa, ne è la fotografia”.

Nella lettera pastorale del nostro vescovo si legge che “le azioni liturgiche non sono mai private, ma celebrazioni della Chiesa, che è sacramento di unità cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi” e ancora “tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato sono strettamente uniti alla Sacra Eucarestia e ad essa sono ordinati”. Volendo sintetizzare si può affermare che nell'Ultima Cena Gesù ha affidato l'Eucarestia alla Chiesa, ma è vero anche il contrario: ha affidato la Chiesa all'Eucarestia. Stabilita l'importanza per un cristiano di comprendere il significato profondo della celebrazione Eucaristica, della necessità di una partecipazione attiva come auspicava la riforma del Concilio Vaticano II, che l'Eucarestia è un dono sulla via della salvezza, nel terzo incontro si è affrontato il tema dell'arte di celebrare del popolo di Dio.

Messa saluto don Simone

Il termine arte proviene dalla radice indoeuropea r'tam che significa mettere in ordine e tradotto nella liturgia consiste nel mettere in buon ordine gli elementi visibili, udibili, gustabili, toccabili che costituiscono la celebrazione permettendo all'invisibile, al mistero della grazia e della fede di rendersi manifesto. Si devono curare atteggiamenti e posture, parole e gesti, letture e canti, tempi e spazi adeguati, tono giusto della comunicazione, in buona coerenza con quanto si sta celebrando.

Come dice ancora la Sacrosantum Concilium: “Che i riti splendano per nobile semplicità, siano trasparenti per il fatto della loro brevità, siano adatti alla capacità di comprensione dei fedeli né abbiano bisogno, generalmente di molte spiegazioni” (SC 34).

Per san Paolo la qualità del radunarsi è direttamente proporzionale alla fruttuosità dell'Eucarestia.

È necessario prendere coscienza che la messa esprime il nostro essere Chiesa, comunità di fratelli, che le celebrazioni liturgiche non sono azioni privare (SC 26) ma un costante invito a sentirci convocati tutti alla stessa mensa, nei vari ruoli e ministeri: lettore, cantore, assemblea, sacerdote che presiede la celebrazione.

Va poi ricuperata la dimensione dell'ascolto. Il silenzio è condizione fondamentale e non va considerato come tempo morto ma ringraziamento per il dono dell'Eucarestia, tempo per esprimere a Dio le proprie personali preghiere, preparazione all'ascolto della parola che va letta con dignità.

Il lettore è colui che proclama una parola non sua, mette al servizio la propria voce perché Dio continui a parlare al suo popolo. È anche bene ricordare che il digiuno eucaristico va osservato almeno un'ora prima di comunicarsi e che è importante per prepararsi a ricevere il Sacramento: Gesù diventa nostro ospite.

Nell’ultimo incontro ci siamo posti due domande: perché andare a messa? perché la domenica?

Si legge nel vangelo di Giovanni che Gesù davanti alla folla affamata compie il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci e dice: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Anche i discepoli fanno fatica ad accettare questa “carne donata”. Mangiare il pane/carne di Gesù non significa solo fare la comunione ma accoglierlo, lasciarlo entrare nella nostra vita. Il cristiano quindi va a messa per incontrarsi con Cristo, ascoltare la sua parola, mangiare il suo dono di sé così da diventare capace, in comunione con Lui, di amare ed assaporare la vita eterna già a partire da questa vita terrena.

Si va a messa per imparare a ricevere da Gesù la forza di “morire per vivere”, cioè di amare Dio e i fratelli fino al segno supremo, rendendo così la propria vita buona, bella, piena ed eterna.

Perché è importante la domenica? Il Concilio e la lettera pastorale del nostro vescovo ci ricordano che: la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente “Giorno del Signore” o “Domenica”; la domenica viene anche chiamata Pasqua della settimana; la messa è un precetto e non parteciparvi è peccato.

Tra le tante testimonianze significativa è quella di Emerito, uno dei martiri di Abitene, che, contravvenendo alle disposizioni imperiali, rispose: “Senza l’Eucarestia domenicale non possiamo vivere”. Non potevano vivere senza il Signore risorto, senza partecipare alla sua vittoria sul male e sulla morte.

Nella lettera Apostolica di san Giovanni Paolo II Dies Domini (207) a proposito delle diverse dimensioni della domenica per i cristiani si dice che essa è:
- Dies Domini, in riferimento all’opera della Creazione;
- Dies Christi in quanto giorno della Nuova Creazione e del dono che il Signore fa dello Spirito Santo;
- Dies Ecclesiae come giorno in cui la comunità cristiana si ritrova per la celebrazione;
- Dies Hominis come giorno di gioia, di riposo e carità fraterna.

Ne deriva che non basta recarsi in chiesa per assolvere ad un precetto. Per il cristiano la domenica è un giorno denso di significato da vivere con gioia soprattutto in famiglia, ma anche visitando chi è solo e attraverso l’elemosina aiutando chi è nel bisogno.

Diventa anche la giornata per eccellenza in cui sperimentare la bellezza del mondo che ci circonda. La domenica non come punto di arrivo ma come momento di ristoro e ricarica interiore, di incontro e di dialogo con gli altri e con Dio.

Anna Fanetti


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Natale 2019

 

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