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DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Borno

ERAVAMO UN BEL TANDEM

Quest’anno don Giuseppe Maffi, parroco di Borno dal 1990 al 2009, è andato in pensione. Ecco i ricordi di Mons Marco Busca pubblicati su “La Campana di Darfo”.

don Giuseppe Maffi

Quando incontrai per la prima volta il “don Beppe di Gorzone” ero un seminarista di quarta teologia destinato alla sua parrocchia per il servizio pastorale festivo. Fu un incontro informativo e veloce. Tornato a casa, i miei genitori mi chiesero con garbo che impressione avessi avuto del nuovo parroco. Risposi più o meno così: “Guardava fuori dalla finestra e perciò non posso dire un gran ché... però una cosa interessante me l’ha detta: Tutto quello che farai di buono per i giovani mi sta bene”. E così fu; tant'è vero che alla fine del tirocinio pastorale chiese ai superiori del Seminario di lasciarmi lì per un altro anno, ma senza successo.

Le cose gli andarono meglio una volta trasferito in quel di Borno, quando – prevedendo il cambio del curato — non ha mai fatto mistero che ottenne dal vescovo, come nuovo curato, il novello di Edolo, che poi ero io.

Gli anni trascorsi insieme sull’altopiano sono stati per entrambi un'occasione pastorale feconda.

La comunità rispondeva, c’era fermento di proposte, soprattutto gli adolescenti e i giovani si lasciavano coinvolgere in cammini formativi e di servizio. La gente diceva che eravamo un bel tandem, pur diversi per carattere e attitudini ci completavamo bene nell’intento di “dare sostanza alle cose” (l’espressione è sua).

mons Marco Busca

Per me era facile collaborare con don Giuseppe: lavorava sodo, amava la gente, non aveva paura del nuovo pur conservando e favorendo il recupero delle tradizioni, sapeva reggere i conflitti (e talvolta provocarli) ma sapeva anche recuperare i rapporti e persino commuoversi! Io credevo di essergli molto obbediente (o forse mi “illudevo”) anche se quando me ne andai da Borno precisò: “E vero, è stato obbediente, ma perché non gli ho mai comandato niente!”.

Quel che ricordo è che non solo mi dava fiducia, mi faceva anche sentire la sua fiducia e, pur ribadendo che lui era il capo (cosa di cui è sempre stato significativamente consapevole), sapeva far sue anche le mie proposte e questo mi incoraggiava.

Quando venni trasferito a Roma, dopo tre anni, don Giuseppe non reagì proprio in maniera ‘‘ecumenica”, preoccupato più del futuro dei ragazzi della parrocchia che dei progetti del vescovo. Alla fine accettò le decisioni dei superiori e nella predica di saluto mi disse: “Io sarò il primo, l’unico e l’ultimo tuo parroco”. Sappiamo quanto a don Beppe piacciano i primati, ma per fortuna non fu l’ultimo parroco con cui ho collaborato. Però è stato il primo e questo è un primato assoluto, soprattutto perché la prima esperienza pastorale lascia un'impronta indelebile nella vita di un prete. La vita moltiplica le distanze geografiche, ma non vi è distanza di cuore con le persone che si sono incontrate nel Signore.

Rimane la memoria simpatica delle esperienze condivise che è creativa di pensieri belli e di progetti nuovi. Basta ricordare per tornare contenti di ciò che si è vissuto. È vero che le nostre strade si sono incrociate ancora spesse volte: da vicerettore portavo i seminaristi in vacanza a Borno, ero presente al suo ingresso come parroco di Darfo e in alcuni momenti di lutto della sua famiglia. Ma la memoria simpatica che custodisco di don Giuseppe è quella di quel “primo parroco” che mi incoraggiò a spendermi per i giovani, che trovavo puntuale in chiesa quando un po’ assonnato andavo in sagrestia a vestirmi per la Messa delle sette del mattino mentre lui aveva già finito di pregare tutto il breviario, che non improvvisava mai le prediche ma dedicava tempo a pensarle e a scriverle, che era preoccupato di trasmettere la fede alla gente, di celebrare matrimoni che “facessero bella figura” (parole sue), che pur cominciando con la voce grossa finiva spesso con le soluzioni fini.

Può darsi che queste righe non intercettino tutto quanto si potrebbe e si dovrebbe dire a riguardo di don Giuseppe. A dire il vero, ciò che misura il valore di un prete è la fedeltà a servire il Vangelo e questa la conosce solo il Signore. Non vorrei che i miei pensieri suonassero all'interessato quasi come un encomio funebre (gli incaricati per questo solitamente sanno fare molto meglio).

Ho semplicemente messo per iscritto quello che la memoria simpatica di don Giuseppe ha lasciato in me.

In fin dei conti, deve pur concedermi che – al momento – sono il primo e l’unico dei suoi curati che è vescovo. Vi confiderò, per finire, che non credo molto alla pensione di don Giuseppe: troppo attivo per fare il prete quiescente, troppo testone per ascoltare chi gli dice di riposare, forse anche troppo prete per stare con le mani in mano, tranne che per pregare.

Mons. Marco Busca


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Natale 2019

 

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