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Sommario

DALLE COMUNITÀ - Borno

LA RELIQUIA DELLA SANTA CROCE DI BORNO

“Noi preghiamo Dio
per la santa croce sulla quale morì,
e tutto l’aiuto e la forza che ci viene da quella croce
è opera della sua bontà”
(Giuliana di Norwich, Libro delle rivelazioni. Milano, Ancora, 1984, p. 112).

santa croce borno

Da poco più di trecento anni la chiesa parrocchiale di Borno possiede una reliquia della Santa Croce, conservata con ogni riguardo ed esposta alla pubblica venerazione, soprattutto in occasione del manifestarsi di particolari e pressanti bisogni della comunità.

L’ha ricevuta in dono nel 1703 dal pio conterraneo padre Berardo Zanettini, umile frate professo nella famiglia francescana dei riformati di stretta osservanza. Appartenente ai “Capilini de Zoanitinis”, casata annoverata tra gli antichi originari del luogo e legata alla diramata consorteria dei Mandoli (abitanti nell’omonima contrada), egli era nato a Borno il 29 marzo 1660, quinto e ultimo figlio del giovane mercante di stoffe Cristoforo (Borno 1632-1660), occupato nell’ “essercitio à far filar del stame”, e della signora Chiara Bazzoni (Cerveno 1629 c.-Borno 1692), convolati a nozze nel 1651. Al battesimo, amministrato dal rettore della parrocchia don Giovanni Antonio Contini Moretti di Capo di Ponte († Borno 1678), alla presenza del padrino dottore in legge Carlo Rizzieri di Ossimo Superiore († Breno 1691), gli venne imposto il nome di Alberto, in ricordo del bisnonno Alberto Isonni († 1629), ricco bornese commerciante di pezze da panno e di tessuti. Suoi fratelli furono: Pietro (1652 c.-Borno 1731), sposato nel 1685 con Maria Maddalena Magnoli (Pian di Borno 1658 c.-Borno 1714); Giovan Francesco (Borno 1653-ivi 1674), morto celibe; Alberto (Borno 1657-?), deceduto ancora infante; Maria Claudia (Borno 1658-già † 1691), sposata nel 1680 con il notaio Carlo Antonio Belotti di Villa Dalegno, abitante nel Pian di Borno.

Secondo una consolidata tradizione, la famiglia coltivava una spiccata sensibilità verso le opere di culto e le iniziative di carità cristiana: il nonno Giovan Francesco Zanettini (Borno 1597-viv. 1632, già † 1633) aveva ordinato nel 1632 consistenti legati a favore delle confraternite e delle chiese di Borno, disposto la distribuzione di sale e di pane a sollievo degli indigenti del paese, destinato le proprie sostanze (in caso di morte degli eredi senza discendenti legittimi) alla creazione di una cappellania per l’officiatura di una messa quotidiana nella parrocchiale, celebrando una volta alla settimana nella chiesetta campestre di San Fiorino e nella cappella dei Santi Vito e Modesto “detta la Dassa”, spendendo il resto in elargizioni ai poveri “che saranno per andare in bresciana a’ mietere o’ spigolare”, nella distribuzione di sale e di fave crude ai bisognosi che fossero venuti a casa sua nel giorno della commemorazione dei defunti; la nonna Sibillina Isonni († 1637) aveva espresso il desiderio, nel testamento dettato poco prima di morire, di essere sepolta nella chiesa del convento francescano della Santissima Annunciata.

Anche in seguito la casata mostrò attenzione verso le istituzioni bornesi: Chiara Bazzoni vedova Zanettini nel 1691 beneficò le fraglie e le chiese del luogo, diede mandato agli eredi di far macinare una certa quantità di segale e di scandella (una specie di orzo) “secca et convertirla in tanto pane da esser dispensato alli poveri” e lasciò l’ammontare di 30 scudi alla chiesuola esistente in località Dassa nel caso la comunità (o qualche privato) avesse ottenuto, entro tre anni, “che in detta chiesa si celebri la santa messa”; Pietro Zanettini (1652 c.-Borno 1731) nel 1697 comandò la dispensa ai poveri di una soma di grano “in tanto pane” e destinò 50 scudi ai frati dell’Annunciata per la celebrazione di messe; il medico Cristoforo Zanettini (Borno 1696-Roma 1784), vissuto sin dalla fanciullezza a Roma dove nel 1758 venne chiamato da papa Clemente XIII a disimpegnare i delicati incarichi di proprio protomedico e cameriere segreto, stabilì “a favor de' poveri un legato di più di mille scudi per fare la scuola a venti figliole ed il resto in dispenze”; il sacerdote don Giovan Francesco Zanettini (Borno 1686-ivi 1746), responsabile della cappellania detta dell’Organo e organista in paese, fu assai largo di offerte verso gli altari della parrocchiale.

Il nostro Alberto Zanettini, rimasto a pochi mesi dalla nascita orfano di padre, giunto all’età di diciassette anni, sentendosi attratto dalla spiritualità francescana e dall’esperienza claustrale, accolse e maturò la vocazione che lo indirizzava a prendere i voti tra i frati minori, chiedendo e ottenendo di essere aggregato alla “riformata serafica chismontana religione provincia romana” dell’Ordine, presso cui già operavano diversi religiosi provenienti dalla regione camuna. Il 2 novembre 1677 fece mettere in carta al cugino notaio Tito Federici (Borno 1651-ivi 1702) la prescritta rinuncia ai beni temporali mediante la quale ordinò la celebrazione di 55 messe in suffragio della propria anima e dei defunti di casa, lasciò l’importo di 80 scudi alla sorella Maria Claudia, “mentre però si governa honoratamente, et che sia ubidienta alla signora sua madre da esserli datti in tanti beni al tempo che si maritarà”, nominò usufruttuaria la madre Chiara Bazzoni ed erede universale il fratello Pietro. Adottato il nome di padre Berardo (in onore di uno dei cinque missionari protomartiri francescani, trucidati dai saraceni in Marocco nel 1216), compì il corso del noviziato presso il convento dei Santi Francesco e Bernardino di Fonte Colombo in Valle Reatina, nella diocesi di Rieti, dove il 4 gennaio 1679 – con l’assenso del padre guardiano Agostino da Amelia – rilasciò un codicillo testamentario con cui annullò il legato di messe fissato in precedenza. Emessa la professione perpetua e consacrato sacerdote, fu apprezzato predicatore, nonché profondo studioso e lettore (docente) di teologia in vari cenobi dell’urbe e della provincia romana.

Pur lontano e occupato nelle cure quotidiane del chiostro, mantenne vivo il legame con la parrocchia nativa a cui nel 1697 fece dono di una reliquia di Santa Benedetta martire, autenticata il 29 maggio di quell’anno dal canonico penitenziere della cattedrale di Brescia e vicario generale diocesano don Ludovico Bigoni su richiesta del procuratore della comunità bornese, il notaio Giovan Francesco Rizzieri di Ossimo Superiore († 1707): la reliquia era stata concessa il 26 febbraio 1695 dal colto cardinale Gaspare da Carpegna (Roma 1625-ivi 1714), vicario generale di papa Innocenzo XII, al frate riformato Gaudenzio Federici (Borno 1641-Brescia 1718) il quale l’aveva poi girata al confratello compaesano (di cui era anche cugino).

Nel 1703, “crescendo sempre più la pietà, il fervore, e zelo, all’honore, e gloria di Dio, all’augmento del splendore, e decoro” della chiesa bornese (fregiata della dignità di arcipretura con decreto vescovile del 14 aprile 1701) “e conseguentemente all’utilità dell’anime delli di lei parrochiani”, fra’ Berardo “l’hà arrichita dell’inestimabile tesoro d’una croce fermata dal vero, reale, e pretiosissimo Legno della Santissima Croce del Nostro Signor Giesù Christo”, da lui stesso procacciata “in Roma mediante però longo e faticoso impiego di studiosissime applicationi”. Il 21 gennaio 1703 padre Zanettini portò personalmente in patria l’insigne reliquia affidandola nelle mani del parroco don Giovan Battista Camozzi (Borno 1666-Darfo 1719) che gli era andato incontro in fastosa processione, “nella strada oltre il ponte da Bucio in avanti il capitello del S. Crocefisso”, insieme ai curati, ai componenti del folto clero rivestiti di paramenti solenni, ai confratelli della scuola dei Disciplini e a numeroso popolo pavesato a festa. La reliquia, accompagnata da legale autentica rilasciata l’8 settembre 1701, era costituita da “una crocetta del legno della Santissima Croce inchiusa in altra crocetta di cristallo circondata d’argento indorato legata nel piede con filo di seta rossa munita del sigillo in cera di Spagna appeso al detto filo” del vescovo di Veroli (dal 1690 al 1708) monsignor Domenico Zauli (Faenza 1638-1722), rinomato giureconsulto e vicegerente (dal 1701 al 1712) del cardinal vicario Carpegna: il sacro cimelio recava una seconda autentica, sottoscritta in data 11 dicembre 1702 da don Tomaso Sarotti, vicario generale della diocesi di Brescia. La preziosa scheggia, dopo “solenne adoratione, data la benedittione al popolo”, venne “riposta nella sommità d’un ostensorio d’argento varia, e vagamente laorato intrachiusa in rotondo sito in detto ostensorio formato ricoperto in ambe le parti di cristallo, et a tergo legato nel mezzo con due fila d’argento, con altro sigillo in cera Spagna à latere appeso alle medeme fila d’argento”. Di tutta la maestosa cerimonia di consegna e intronizzazione della reliquia venne steso scrupoloso verbale dal notaio e cancelliere comunale Bartolomeo Dabeni (Borno 1660-ivi 1732), partecipi in qualità di testi il chierico somasco Lanfranco Federici (Darfo 1649-Venezia 1705) e il cappellano don Bartolomeo Silli (Colere 1651 c.-Borno 1731).

Ancora nell’anno 1703 lo Zanettini regalò alla chiesa d’origine le reliquie dei Santi Deodato, Cristina, Teofila e Faconda, avute nel 1702 dal monaco agostiniano Pietro Lamberto Ledron († 1721), vescovo titolare (dal 1692 alla morte) di Porfireone, nell’attuale Israele, nonché prefetto del Sacrario Apostolico: tali reliquie vennero depositate il 17 settembre di quell’anno presso l’altare denominato della Santissima Croce (già del titolo di Sant’Antonio Abate) a cura di don Camozzi, assistito dal collega don Pietro Contini (1645 c.-Borno 1725), rettore della seconda porzione del locale beneficio, e alla presenza di due testimoni, il chierico Giacomo Antonio Contini (Borno 1689 c.-ivi 1749) e Clemente Dabeni. A coronamento degli indefessi sforzi di autentico e devoto “cercatore” di reliquie, nel 1710 fra’ Berardo ebbe dal citato monsignor Zauli, all’epoca (dal 1709 alla morte) arcivescovo titolare di Teodosia e prelato assistente al soglio pontificio, il corpo intero di San Vincenzo martire, esumato dal cimitero romano di San Calisto. Nel giugno del 1715, già defunto (in data e luogo imprecisati) il donatore Zanettini, la riverita spoglia giunse finalmente a Borno, dopo essere sbarcata nel porto di Pisogne e aver percorso la strada della Valle Camonica tra due ali di folla entusiasta e salmodiante, come si apprende da un colorito e diligente resoconto compilato dal parroco del tempo.

Oliviero Franzoni


Fonti: Archivio Parrocchiale di Borno, Reliquie e Veridica narrazione del trasporto del Corpo di San Vincenzo; Archivio di Stato di Brescia, Notarile di Breno, notai Tito Federici, filza 485, Antonio Taglierini, filza 556, Bartolomeo Dabeni, filza 564, Alberto Rivadossi, filza 574.


Estate 2020


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