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Sommario

Per riflettere... E FAR MEMORIA

IL FILO DELLE MEMORIE
non perdere le storie di vita del Covid 19

filo memorie

- Che cosa abbiamo provato?
- Che cosa ci ha addolorato?
- Che cosa ci ha consolato?"
Sono le tre domande che il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada ha proposto ad ognuno di noi per una rilettura sapienziale, una riflessione su ciò che abbiamo vissuto durante la fase più acuta della pandemia. Queste sono alcune testimonianze.

LA RISCOPERTA DELL’ESSENZIALE

mascherina

L’epidemia di coronavirus… non è facile scrivere un articolo al riguardo. Ormai non abbiamo più voglia di pensarci, preferiamo pensare all’abbronzatura, alle vacanze, alle lucciole delle sere d’agosto e alle camminate tra i prati verdi e profumati.

Pensare all’epidemia vela il nostro animo di disagio, ingrigisce i pensieri e raffredda il cuore. Pensare all’epidemia è come ricordare un sogno passato: è tutto sfumato, tutto così lontano. Eppure è successo tre mesi fa... forse la nostra mente cerca di proteggere l’animo affievolendo il ricordo di ciò che ci ha fatto male.

L’epidemia è arrivata e non eravamo pronti, mai avremmo immaginato cosa sarebbe successo. In un susseguirsi di eventi sempre più incalzanti ci siamo ritrovati con l’obbligo delle mascherine e dei guanti, quindi non si è più potuto uscire di casa, vietati gli incontri e gli assembramenti, sospese le lezioni scolastiche, bloccate ditte e imprese. Il mondo si è fermato!

Le vie di Borno si sono svuotate, le strade si sono ammutolite, i telegiornali hanno cadenzato le nostre giornate: triste ascoltarli ma non si riusciva ad evitarli. Ciò che più di tutto faceva paura era non poterlo vedere, questo maledetto coronavirus. Non vedendolo si temeva fosse ovunque: nell’aria, nell’acqua, sulle superfici. Ci ha resi paranoici: lavati le mani, cambia i vestiti, disinfetta ogni oggetto proveniente da fuori casa, chiudi le finestre. Ci ha resi sospettosi nei confronti del prossimo: ce l’avrà? Me lo passerà? Magari sono io portatore sano? L’incertezza ci ha pervasi.

Ognuno, questa primavera, ha vissuto il suo dramma. Noi medici di famiglia ci siamo trovati nella situazione assurda di dover lavorare senza avere i presidi di protezione personale, senza farmaci e senza supporti per i sempre più numerosi malati. Mancavano guanti e mascherine, mancavano i saturimetri e mancavano le bombole di ossigeno.

L’ospedale era saturo, un’impresa riuscire a ricoverare un paziente grave.

Si tornava a casa stanchi e ubriachi di parole, perché lo strumento principale del nostro lavoro in questi mesi difficili è stato il parlare (per rincuorare, per rassicurare, per comprendere e decifrare segni e sintomi di chi non stava bene) . Si tornava a casa ed ecco il dubbio quotidiano: avrò fatto tutto per bene? Nel vestirmi, nello svestirmi, nel visitare... avrò fatto tutto bene o avrò dimenticato qualche passaggio e diventerò io stessa vicolo di infezione?

C’è chi in questa epidemia ha perso un familiare o una persona cara, senza la possibilità di portar loro conforto negli ultimi giorni di vita. C’è chi è stato male, ma è riuscito a restare a casa e alla fine è guarito. C’è chi è stato ricoverato e al dramma della malattia ha aggiunto il dramma della solitudine. C’è chi è rimasto separato per mesi dalla sua famiglia e chi ha dovuto conciliare il lavoro “smart” a domicilio con il lavoro a tempo pieno di genitore. C’è chi ha seguito la maratona dell’epidemia su tutti i giornali e telegiornali e chi, ad un certo punto, ha spento i mezzi di comunicazione e ha ripreso la lettura di un libro dimenticato.

Ognuno di noi ha cercato e trovato delle strategie per reagire al dramma dell’epidemia; non è stato per nulla facile ma quasi tutti ci siamo riusciti: ciò vuol dire che il nostro corpo e la nostra mente hanno delle risorse incredibili e inimmaginabili che emergono proprio quando ne abbiamo più bisogno.

Avete notato? Abbiamo riacquistato il piacere di fare una bella chiacchierata – seppur via cavo – con gli amici e i parenti. Abbiamo recuperato i rapporti di buon vicinato, aiutandoci a fare la spesa, dandoci il buon giorno dalla finestra. Abbiamo riscoperto quanto è bello essere essenziali, svuotando le dispense alimentari infinite che il consumismo ci induce ad avere, utilizzando gli abiti nell’armadio che son sempre troppi, sopravvivendo anche senza aver acquistato l’ennesimo paio di scarpe.

Abbiamo dato nuovo valore a ciò che davamo per scontato: una passeggiata, un caffè con gli amici, il profumo del maggese, potersi muovere in libertà e senza timore. Abbiamo recuperato il senso della comunità: desiderosi di collaborare per un fine comune abbiamo tralasciato l’atteggiamento sempre più individuale e solitario che tanto contraddistingue il nostro secolo.

Abbiamo infine apprezzato il valore del donare: grazie a chi ha regalato le mascherine che mi hanno permesso ad inizio marzo di continuare a lavorare; grazie a chi ha donato il proprio tempo consegnando farmaci e viveri e mantenendo efficienti i tanti servizi di pronto intervento; grazie a chi – oltre alla professionalità – ha regalato un sorriso; grazie a tutte le persone che hanno compreso la gravità della situazione attenendosi alle indicazioni e raccomandazioni indispensabili per bloccare il diffondersi dell’epidemia.

Sperando di non perdere troppo in fretta tutti questi “guadagni” che tanto ci sono costati, auguro a tutti una serena estate, da vivere e godersi sempre con un pizzico di prudenza.

Dott. Floriana Bandera


DA INSEGNANTE NON È STATO FACILE

Quello vissuto è stato un periodo strano, particolare, complesso e, come insegnante, quasi spaventoso. Dalla normalità di tutti i giorni, quando entravo in classe e incontravo studenti che cercavano di costruire il loro futuro sui banchi di scuola, sono passato a una situazione completamente diversa, a qualcosa di estraneo.

La lontananza sembrava avere la meglio su tutto, anche su quel processo educativo a cui ogni insegnante è chiamato. Mi sono interrogato per trovare la direzione da seguire.

Personalmente ho trovato una risposta in quell’ “I care” tanto amato da don Milani. La mia direzione è stata proprio quella: prendermi cura dei miei studenti, dei miei alunni attraverso due direzioni: quella educativa e quella umana.

C’è voluto tempo per capire come in verità erano i ragazzi, gli studenti, i primi a soffrire di questa situazione. Infatti hanno fatto di tutto per cercare di mantenere vivo il processo educativo.

Da insegnante non è stato facile non potere guardare negli occhi gli alunni, non poter vedere le loro emozioni. Superato tutto questo, è nata poi una nuova forma di educazione bella e che ha veramente creato un sentimento di gioia condivisa con gli studenti.

Non è stato facile, però, perché in certi momenti c’erano alunni che portavano sofferenza, magari per la perdita di qualcuno. Diciamo che in questo periodo la cosa bella è stata la riscoperta della forza, dell’importanza degli educatori, degli insegnati che mettono veramente al centro della loro vita la voglia, il desiderio di provare a portare questi ragazzi sulla strada di una buona umanità e di costruire belle persone.

Ad oggi rimane davvero questo sentimento che, forse, prima si era perso, con non poca sofferenza. Riscoprirlo è stato veramente bello.

Michele Ravelli


LA FORZA DELLA PREGHIERA NELL’ANGOSCIA PER IL CORONAVIRUS

pregare

Il coronavirus ci ha colti tutti alla sprovvista come una tempesta furiosa e aggressiva. Ha messo il mondo in ginocchio ed ha cambiato la vita familiare, lavorativa, sociale e pubblica. Anche Borno è stato duramente colpito da questa emergenza, causando morti, terribili sofferenze e angosce.

In questi mesi tragici abbiamo visto anche splendidi esempi di solidarietà e di dedizione nell’aiutare e nel curare. Abbiamo sperimentato che dipendiamo gli uni dagli altri ed abbiamo toccato con mano che siamo tutti nella stessa barca e dobbiamo aiutarci con spirito di fraternità, remando tutti nella stessa direzione.

Sul futuro peseranno le conseguenze economiche. Per quanto riguarda invece l’aspetto sanitario sembra che in Italia (nel mondo purtroppo la situazione continua ad essere gravissima) si stia andando verso l’uscita da questo dramma, anche se è difficile fare previsioni realistiche, perché si tratta di un virus ancora non totalmente conosciuto. Speriamo che il vaccino non tardi troppo ad arrivare.

Dobbiamo continuare ad osservare con rigore le indicazioni igieniche e sanitarie, come pure è importante mantenere le distanze, essere prudenti e fare somma attenzione a non correre il rischio di portare coronavirus nelle case degli amici.

Vorrei soprattutto ricordare che, di fronte allo scenario del dramma del coronavirus, dobbiamo fare ricorso a Dio e implorare il suo aiuto. Abbiamo bisogno che la mano di Dio intervenga; e la preghiera è la strada che conduce al cuore di Dio.

Nelle tempeste della vita la preghiera è una grande forza; essa è un grido di aiuto a Dio, un SOS lanciato a Dio nel senso originario di “Save Our Souls”, salva le nostre anime.

Il dramma del coronavirus è anche occasione per chiedere a Dio perdono dei nostri peccati, per approfondire la nostra fede e per riprendere la preghiera personale e in famiglia, implorando con fiducia la misericordia di Dio, perché la pandemia del coronavirus e la connessa paura del futuro siano presto superate.

Card. Giovanni Battista Re


IN PIAZZA UN SILENZIO MAI SENTITO

piazza Borno

Del tempo surreale che abbiamo vissuto tra febbraio e aprile, due situazioni non dimenticherò: una porta chiusa e un tipo di silenzio mai sentito.

È il periodo di transizione (assurdo) pre-lockdown, in cui i bar sono aperti per le prime colazioni ma chiusi per gli aperitivi e la maggior parte delle attività ancora aperte. La decisione di chiudere le chiese, arriva inaspettata e incomprensibilmente assurda. Ma intanto le notizie sulla gravità dell'epidemia si fanno sempre più pressanti e sempre più terribili e io sento il bisogno di fermarmi, di trovare un appiglio a cui aggrapparmi. Il solito. È il primo pomeriggio: "Vado un attimo in chiesa" mi dico. Chissà perché, nemmeno per un secondo, ho pensato che la nostra chiesa potesse già essere chiusa! Arrivo sul sagrato da dietro, mi fiondo con le due mani tese nell'atto di spingere la porta dell'entrata laterale: chiusa. Faccio il giro: chiuso. Tutto chiuso.

La reazione a questa porta chiusa l'ho postata alcuni giorni dopo su facebook.

«Il virus è una cosa seria, ci dicono, non dobbiamo più stare insieme, fare cose insieme. Ma i bar, i ristoranti sono aperti, i negozi e centri commerciali anche. Ma a Messa non si può andare. Non si può pregare insieme. E così a me viene a mancare, nel tutto aperto seppur contingentato, il conforto della preghiera. Stamattina ho letto da qualche parte "pregare non è questione di luoghi, monti o templi: dove sei vero, ogni volta che sei vero, il Padre è con te." Ma io quel giorno di febbraio avevo bisogno di qualcosa di fisico che mi confortasse, avevo bisogno della "mia" chiesa, che sempre ho trovato aperta nei momenti bui, che ho trovato come "casa", nei momenti in cui cercavo calore. E invece la porta era chiusa. E così ho pianto. Ho pianto per lo smarrimento, ho pianto perché ero troppo debole per pregare da sola senza il conforto della "mia" chiesa. Sono salita in macchina e ho continuato a piangere come una stupida, senza sapere da dove uscissero tutte quelle lacrime… Anche ora, a due settimane dall'inizio di questa situazione, a volte mi viene il magone e non so perché. In fondo non sono malata al momento, nessuno dei miei familiari lo è. Forse è l'essere inermi, disarmati che ci destabilizza così tanto! Finalmente possiamo stare solo fermi a guardare che passi tutto questo. Dico finalmente perché gli uomini, con tutto il loro potere possono solo stare fermi. Mah, non so....

Col passare dei giorni mi sono pacificata. Paradossalmente mentre la situazione diventava sempre più grave, io ero più tranquilla. Quando sei in mano al destino diventi fatalista, quando vedi i potenti del mondo allettati come l'ultimo degli uomini, pensi che davvero davanti alla sventura siamo tutti uguali. Adesso quelli che devono prendere importanti decisioni per la popolazione, non lo fanno solo per gli altri: adesso anche loro sono gli altri, sono la popolazione. Il virus guarda i potenti e guarda gli ultimi e non vede differenze. E i grandi forse si stanno incazzando perché non possono dire al virus: "tu non sai chi sono io!" E finalmente! dico io. Finalmente si rendono conto di qualcosa che da tempo avevano e abbiamo dimenticato: che non siamo invincibili, che non abbiamo una soluzione per tutto, che c'è l'insondabile, che dobbiamo essere umili, che dobbiamo essere rispettosi, che quel che riteniamo indispensabile per rispondere ai nostri bisogni forse non lo è. Che alla fine non siamo diversi dagli uomini di 500 anni fa davanti alla peste: come allora l'unica arma è stare a casa, stare fermi, lasciare che tutto passi. Perché passerà e niente sarà più come prima!»

Passano 2 settimane. È sabato 6 marzo. Borno è invaso dai turisti (sciatori soprattutto) come se fosse Natale. La notizia arriva in serata, potente e inaspettata. Il giorno dopo, pur tra mille incertezze e contraddizioni, si incomincia a chiudere. E una dopo l'altra, nel giro di qualche giorno, tutte le attività del paese si fermano. Restano aperte la farmacia, la tabaccheria, l'edicola, gli alimentari.

È mattina e, mentre attraverso la piazza per andare in farmacia, faccio esperienza del peggior silenzio che si possa sentire! Non quello di un sonnolento estivo pomeriggio da pennichella, non quello ovattato della neve che copiosa ammanta ogni cosa, non quello della notte che accompagna il riposo. Un silenzio di non-vita. Non sento una voce, una porta che sbatte, un telefono che squilla in lontananza, una radio che gracchia. Non vedo nessuno e non sento niente. La paura che sta succedendo qualcosa di troppo grande e incomprensibile sì, quella sì, la sento. Irrompe dentro di me come una piena incontrollabile. Non riesco a ricacciare indietro le lacrime.

Davvero niente sarà più come prima!

Emilia Pennacchio


UN MOMENTO DIFFICILE, TRA PAURA E SOLIDARIETÀ

ambulatori ossimo

Quello appena trascorso è stato indubbiamente uno dei periodi più difficili per il nostro Paese dalla fine della Guerra. La Pandemia dovuta al coronavirus Covid19 ha catapultato tutti in una situazione prima inimmaginabile, con le famiglie chiuse in casa ad attendere buone nuove che però non arrivavano mai.

Dai telegiornali e dagli altri media solo notizie di ospedali strapieni e di nuovi contagi, fino alle immagini terribili dei camion militari carichi di bare da portare chissà dove per cremare le povere salme.

Abbiamo dovuto imparare a non avvicinarci alle altre persone, niente strette di mano, vietati baci e abbracci, sempre in giro con guanti e mascherine (all’inizio introvabili), uscite limitate all’indispensabile e in un silenzio spettrale che avvolgeva le strade dei nostri paesi.

Un poco per volta abbiamo cominciato a comprendere maggiormente l’importanza di alcuni servizi che non potevano comunque essere interrotti, nemmeno in una situazione del genere.

ambulatori ossimo

Innanzitutto il cibo e i beni di prima necessità per i quali i nostri negozianti hanno continuato a garantire l’apertura delle loro attività, provvedendo anche alle consegne a domicilio.

Poi la raccolta dei rifiuti continuata regolarmente nonostante il comprensibile timore di contagio da parte degli addetti all’attività, i servizi di trasporto, le manutenzioni delle reti di gas, acqua, elettricità, ma soprattutto: la sanità.

Sentire le sirene delle ambulanze nel silenzio assoluto del paese era ogni volta un tuffo al cuore, un pensiero per chi veniva ricoverato e per la sua famiglia che non lo avrebbe più rivisto fino alla sua completa guarigione (nelle situazioni migliori ovviamente) ma anche per i sanitari che lo stavano prendendo in cura.

Sinceramente all’inizio della pandemia ho pensato che nel paese dei furbi ci sarebbe stato un fuggi fuggi dalle responsabilità e dal proprio dovere, in particolar modo nei posti di lavoro oggettivamente più tutelati (leggasi pubblico impiego); qualche caso probabilmente si è registrato ma la grande e piacevole sorpresa è stata invece la passione, l’impegno e la disponibilità generale a garantire servizi, prestazioni e assistenza da parte di tutti.

Ho visto personalmente l’impegno dei dipendenti comunali rimasti comunque sempre presenti e disponibili, gli immancabili alpini e la protezione civile per fornire generi alimentari e mascherine a chi ne avesse bisogno, le nostre farmacie e i medici di famiglia subissati di richieste da parte di persone in difficoltà.

La macchina della solidarietà messa in moto dallo stato di necessità della gente ha coinvolto anche moltissimi privati cittadini che hanno preparato, cucito e consegnato migliaia di mascherine artigianali, donazioni e offerte all’ospedale e ai Comuni hanno consentito di ampliare la disponibilità di cure e assistenza ai singoli e alle famiglie.

ambulatori ossimo

In questo clima di partecipazione e di impegno, l’Amministrazione Comunale di Ossimo ha voluto testimoniare la stima e la riconoscenza di tutti nei confronti degli operatori nel campo della sanità e della salute che hanno prestato servizio durante la fase più acuta della pandemia.

Agli oltre sessanta cittadini impegnati come medici, infermieri, farmacisti ed altri operatori nel campo della sanità e della salute residenti nel Comune di Ossimo, il Sindaco ha consegnato un attestato di benemerenza in occasione dell’inaugurazione del nuovo centro polifunzionale realizzato all’interno dell’ex edificio delle Scuole Elementari di Ossimo Superiore.

All’interno del Centro hanno trovato posto tre nuovi ambulatori, una sala polifunzionale e la farmacia. È stato un modo per fare rivivere l’edificio della vecchia scuola elementare, chiuso da tre anni, e mantenerlo al servizio di tutte la comunità di Ossimo e dell’intero Altipiano del Sole.

È stato un momento di grande partecipazione e commozione al quale si è unito il prof. Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità e cittadino onorario di Ossimo, con una telefonata in diretta da Roma durante la manifestazione alla quale hanno partecipato anche il Dr. Maurizio Galavotti in qualità di Direttore Generale dell'ASST della Valcamonica e impegnato in prima persona durante l’emergenza sanitaria e il Sindaco di Borno Matteo Rivadossi in rappresentanza della Comunità Montana di Vallecamonica.

Roberto Bassi


MATRIMONIO: SOLO LA FESTA RIMANDATA

Quello del lockdown è stato un periodo di fine fidanzamento e preparazione al matrimonio abbastanza anomalo.

Il corso prematrimoniale volgeva al termine, tutto era pianificato, la casa quasi completa ed il tour di consegna partecipazioni era iniziato. Insomma mancavano pochi dettagli e saremmo stati pronti per il nostro grande passo.

Le prime notizie relative ad uno sconosciuto virus proveniente dalla Cina iniziavano a spargersi ed in men che non si dica ci siamo trovati in uno stato di emergenza di estrema gravità, quasi surreale. Senza nemmeno accorgerci siamo stati catapultati in una realtà che mai avremmo immaginato: tutto era divieto, appartamenti convertiti in celle, famiglie costrette alla distanza e perdita di tante, tante, troppe persone care. Per come stavano le cose in quel periodaccio, non c’era niente di più prezioso di un momento passato insieme, di due chiacchiere faccia a faccia, di un abbraccio. Non c’era niente di più prezioso di ciò che, da sempre, era scontato.

Noi abbiamo vissuto la nostra relazione a distanza come meglio potevamo, grazie alla tecnologia le serate si passavano comunque insieme: ci si vedeva in videochiamata, si parlava, si pregava, si piangeva.

Nonostante il limite e le preoccupazioni condivise, sentiamo che qualcosa siamo riusciti a costruire: forse questo periodo ci è servito proprio come prova del nove. Ciò che sappiamo con certezza è che ne siamo usciti bene, più uniti di prima e convinti della scelta di sposarci quest’anno.

Il fatidico giorno è stato rimandato ovviamente, ma solo di qualche mese: volendo comunque fare festa come si deve per condividere la nostra gioia con tutti gli amici e i parenti, abbiamo deciso di non rinunciare al “festone”, ma rimandarlo all’anno venturo, sposandoci in forma privata quest’anno.

Il temuto Coronavirus ha inevitabilmente segnato l’anno più importante della nostra vita: ci ha portati a compiere una scelta in un modo che non avremmo mai pensato, riducendo tutto all’essenziale.

Facciamo tesoro di quel buono che abbiamo potuto trarre e preghiamo per far sì che il virus rimanga solo un brutto ricordo.

Cristina e Francesco


Estate 2020


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