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Sommario

DALLE COMUNITÀ - Borno

"ECCLESIA CURATA"
Cenni storici sulla chiesa di Borno

millenio parrocchia Borno

Per definire con un’immagine felicemente pregnante la chiesa di Borno si può prendere a prestito un icastico passaggio contenuto nel corpo della relazione redatta in occasione della visita effettuata dal canonico Benvenuto de Vanzio, delegato del vescovo di Brescia Bartolomeo Malipiero, oltre 500 anni fa, nel 1459, laddove si afferma che l’“ecclesia curata” dei Santi Giovanni Battista e Martino “pulcra est, et ornata”, dotata di battistero, nicchia per gli olii sacri, calici e croci d’argento, altari, ricco corredo di suppellettili sacerdotali, sacristia e area adibita a cimitero, tutto in manutenzione “bene ordinata, et disposita”. Questo mostrarsi come edificio bello e adorno si giovava di un radicale rifacimento attuato poco prima (essendo stata “de novo fabricate”), reso possibile dalla provvidenziale pioggia battente e fragorosa di donazioni ed elemosine e dalle corvè offerte dai solerti abitanti del luogo, gli stessi – chi più, chi meno – che dieci anni dopo, nel 1469, accorsero – stando allo scrupoloso racconto di un testimone – “con sapi e badilli et altri istromenti necessarii per lavorare la chiesa della Santissima Annunciata e li edificii oportuni” dell’annesso convento francescano, rispondendo all’appello del frate portoghese Amedeo Meneses de Sylva.

L’indissolubile unione delle due splendenti prerogative – “pulcra, et ornata” – incastonate nello scolastico latinetto messo in carta dall’occhiuto funzionario di curia appare lungo il lento scorrere dei secoli solida e duratura tanto da diventare carattere intrinseco, essenziale, genuino e fondante della comunità nel susseguirsi delle generazioni.

chiesa bornoSe desideriamo che la chiesa di Borno continui ad essere “pulcra, et ornata” ogni tanto sono necessari dei lavori.

Bella, decorata, funzionale al culto e alla preghiera sono le costanti peculiarità che ancora oggi questa chiesa possiede in grado esemplare ed evidente, in virtù dell’inesausto avvicendarsi di stagioni segnate da continui miglioramenti. L’innata predisposizione, l’istinto naturale dei bornesi a curare la propria chiesa, rendendola magnifica, intima e accogliente, per facilitare l’incontro con Dio e cogliere la grazia del mistero, ha reso possibile venisse custodito il senso del sacro, vuoi manifestato nello sfarzo luminoso delle liturgie, vuoi nella quieta penombra invitante serena all’orazione personale.

La prima notizia dell’esistenza di un edificio di culto a Borno risale al 13 novembre 1018 quando, davanti alla locale basilica, una delegazione di scalvini effettuava – nelle mani dei vescovi di Brescia Landolfo e di Bergamo Alcherio e di Lafranco conte del Sacro Palazzo – espressa rinuncia (anche a vantaggio di Borno) a rivendicare diritti in merito alla giurisdizione della vasta montagna del Negrino, in contesa tra le parti. La presenza di alte autorità religiose e civili costituisce prova dei molteplici interessi che ruotavano intorno alla questione e sottolinea il rilievo economico e sociale raggiunto dall’abitato, in grado di ospitare numerosa popolazione al sicuro, grazie alla possente struttura fortificata aggrumata attorno a un reticolo di torri, muraglioni e caseggiati, muniti secondo le caratteristiche di un periodo che prediligeva i borghi posti in sito eminente e strategico.

Fondata con ogni probabilità durante la rigogliosa espansione del cristianesimo compiutasi sul finire dell’epoca longobarda e nella susseguente età carolingia, la chiesa di Borno recava in origine la dedica al vescovo turonese Martino († 396). La devozione verso il santo presule fu molto sentita nelle aree soggette all’influenza franca, trovando decisivo stimolo allorché l’intera Valle Camonica, dai confini lacustri fino al passo del Tonale, venne donata nel 774 dal re Carlo Magno al monastero di Marmoutier di Tours, nel quadro della politica regia volta alla stabilizzazione dei territori alpini da poco conquistati.

L’abbazia francese aveva avuto principio da una cappella edificata nel V secolo dal vescovo Brizio sulla tomba del predecessore Martino, considerato – come ha annotato il fine studioso dom Gregorio Penco – modello inarrivabile del perfetto vescovo e del perfetto monaco, un simbolo, un’insegna, un programma di vita cristiana. L’ipotesi di una genesi della chiesa locale legata a Tours (secoli VIII–X), non esclude che uno spazio di culto vi fosse già esistente nel periodo longobardo (secoli VI–VIII), con la dedicazione a San Martino maturata nel corso della battaglia contro l’arianesimo. All’ambiente carolingio rimontano pure forme di eremitismo legate alla tradizione di San Fermo e alla chiesa campestre di San Fiorino.

Nei primi anni appena scoccato l’anno Mille, “in quasi tutto il mondo, ma soprattutto in Italia e in Gallia, furono rinnovati gli edifici delle chiese. Le genti cristiane sembravano gareggiare tra loro per edificare chiese le une più belle delle altre. Era come se il mondo, scuotendosi, volesse spogliarsi della sua vecchiezza per rivestirsi di un bianco mantello di chiese”, secondo la suggestiva coloritura lasciata dal monaco di Cluny Rodolfo il Glabro. Nel quadro di rinnovamento, che riguardò “persino le cappelle minori poste nei villaggi”, accompagnato da positivo slancio dell’economia e dei commerci, grazie anche a un clima più mite e al rallentamento di epidemie e carestie, la cappella di Borno fu la prima che si svincolò dalla pieve matrice di riferimento, quella di Santa Maria Assunta di Cividate, presso la quale nei primi secoli cristiani si amministravano i sacramenti – in particolare il battesimo – e si esercitava la cura d’anime per le dipendenze rurali. La precoce richiesta di avere il fonte battesimale attesta l’importanza raggiunta da Borno.

Già intorno al 1091 il prete del luogo don Pietro aveva ottenuto dal pontefice il privilegio di porre nella sua cappella il battistero e di conseguire la quarta plebis, la tassa riservata alla pieve riscossa nel territorio bornese. La concessione pontificia, rilasciata con valore temporaneo e ad personam in capo a don Pietro che la godette per trent’anni, venne confermata verso il 1145 dal vescovo di Brescia Maifredo in occasione della consacrazione della chiesa di San Martino: l’anniversario dell’evento si onorava in passato il 25 novembre, poi la terza domenica di ottobre. Negli anni seguenti l’arciprete pievano Arderico avocò nuovamente a sè il diritto di catechizzare e battezzare i ragazzi bornesi, impugnando il rinnovo dell’esenzione papale: non mancarono situazioni imbarazzanti, come il tafferuglio avvenuto a Malegno il sabato santo del 1156 per questioni di precedenza tra le processioni dei catecumeni di Borno e Lozio. Un lodo arbitrale dato nel 1185 in Verona dai cardinali Adelardo Cattaneo di Lendinara e Pietro piacentino, in città per l’elezione del nuovo pontefice Urbano III, confermava a Borno il fonte battesimale, a seguito del cui impianto venne associato il patrono San Giovanni Battista, destinato a prevalere sulla primitiva intestazione.

In quei secoli si registrò una forte influenza del movimento monastico. Nel 1050 il bornese Borno del fu Benedetto donava al monastero bresciano di San Pietro in Monte Orsino di Serle una massa patrimoniale innervata di case e terreni posti in “vico Ausemo”, costituendo una piccola grangia. Proprietà di chiese monastiche – Santa Maria, Santa Giulia e Sant'Eufemia di Brescia, Sant'Alessandro di Bergamo, Sant'Ambrogio di Milano, Sant'Abondio di Verona e San Giovanni di Pontremoli – sono ricordate nel placito celebrato nel palazzo vescovile di Bergamo nel 1091 rilasciato dal messo imperiale Corrado a favore dei “vicini et consortes de Burno”, guidati dal presbitero Pietro, dall’avvocato Ariprando, dal diacono Lazaro e dal sottodiacono Oddo, nel tentativo di raggiungere una pacificazione nella vertenza per il Negrino. Numerosi preti, diaconi e sottodiaconi officianti a Borno compaiono in documenti dei secoli XII e XIII, a testimoniare la probabile esistenza di una collegiata, comprovata dall’inalveamento di vari benefici clericali. Carte degli anni 1241 e 1318–1321 mostrano la chiesa – più contenuta nei volumi e meno slanciata in altezza rispetto all’attuale – guarnita sul davanti di capiente portico adibito anche a funzioni di natura civile.

Nel 1456, accogliendo la supplica degli uomini di Borno, papa Calisto III emanò una bolla tesa a riorganizzare il beneficio parrocchiale. Poiché la villa “era numerosa di due mila anime disperse in varie contrade lontane più miglia di montuosa strada e che le anime pativano estrema necessità per esser la parrochia retta da un solo prete”, il pontefice disponeva la fusione di una decina di chiericati legati ai luoghi di culto esistenti nel territorio, goduti da sacerdoti non residenti. Con il raggruppamento delle rendite venivano create “due porzioni da conferirsi a due preti”, primo e secondo porzionario, tenuti a collaborare nella cura d’anime con il rettore principale, cui spettava “cantar le messe solenni e vespri, portar il Santissimo Sacramento in processione, far tutte le benedittioni, fontioni solenni, officii della Settimana Santa, comunicar il popolo alla Pasqua”. La stabilizzazione giuridica del beneficio e il vincolo alla residenza dei parroci stimolarono il rinnovamento, ribadirono la centralità della prospettiva religiosa per la comunità imbevuta di soprannaturale, concorsero allo sviluppo di una società bene istituzionalizzata, tutta racchiusa dentro l’orizzonte del sacro.

Tra i parroci si distinsero, per pietà, carità e cultura, don Giovanni Foppoli che a fine Cinquecento istituì i registri di stato d’anime, potenziò il culto e costruì la canonica; don Giovan Battista Camozzi che ottenne dal vescovo nel 1701 la dignità di arciprete; don Arcangelo Barcellandi, “uomo di rare qualità, e dottrina”, poeta, organista e maestro di latino, direttore nel Settecento di un liceo che richiamava ragazzi provenienti anche da fuori paese; don Bartolomeo Rizzoni e don Lorenzo Federici che nel XVIII secolo seguirono il rifacimento della parrocchiale. Nell’Ottocento si segnalarono don Bortolo Staffoni che si adoperò per il ripristino del convento dell’Annunciata, don Domenico Torri, passato missionario in India, don Antonio Mojer che ha tenuto un puntuale diario dei fatti accaduti ai suoi tempi.

Giganteggiano nel Novecento don Domenico Moreschi, primario salvatore di Borno durante l’ultima guerra, accanto al curato don Andrea Pinotti, sino ai più recenti don Ernesto Belotti, don Giuseppe Verzeletti e don Andrea Cobelli. Nei secoli d’antico regime il paese fu uno dei centri più popolosi della Valle, con clero preparato e numeroso.

Accanto ai parroci e ai curati, sono emersi i nominativi di circa 150 sacerdoti secolari e 50 religiosi (soprattutto francescani e qualche benedettino, cui si aggiungono numerose monache e suore di varie congregazioni) originari di Borno, dei quali sarebbe istruttivo raccogliere le biografie, soggetti per lo più zelanti nella celebrazione dell’Eucaristia, attivi all’ombra santificante del confessionale, dediti al pulpito e agli esercizi di pietà, amanti della mistica e della direzione spirituale, impegnati nella scuola e nel catechismo, consacrati a favorire la promozione sociale, intenti a coltivare e propagare ideali umanistici incoraggiando la crescita di quanto di elevato reca l’animo dell’uomo, tesi a consolidare le opere di carità e la pratica dell’elemosina, “immersi nella Verità, in Cristo”, modelli di santità capaci di soddisfare le attese del popolo cristiano se è vero come è vero, secondo la sapiente sintesi di Benedetto XVI, che “Dio è la sola ricchezza che gli uomini desiderano trovare in un sacerdote”.

Tralasciando i viventi e quelli scomparsi negli ultimi decenni, noti a molti dei presenti, si possono menzionare almeno due secolari e un regolare: monsignor Francesco Montanari, morto a Venezia nel 1696, vicario generale del patriarca marciano; don Giacomo Andrea Dabeni, defunto nel 1828, eccellente nella predicazione e “fornito di una speciale capacità per allevare egregiamente la gioventù studiosa nelle lettere e nel buon costume”; padre Accursio Belli, provvisto di “bell'ingegno, et spiritoso, pieno di scienza e destrezza nel maneggio degli affari”, definitore e ministro provinciale, commissario apostolico in Austria e Ungheria, morto a Roma nel 1692 nella carica di procuratore dei riformati.

Con il consumarsi dei secoli la parrocchiale è via via divenuta il riferimento tangibile dell’appartenenza alla comunità, al di là delle diversità di classe e di censo, la casa comune dove i terrazzani hanno potuto compiacersi della bellezza della liturgia, essenza della vita cristiana, lo stigma dell’identità e dell’unità spirituale del popolo, secondo il pensiero di Paolo VI, il primo dei due grandi santi papi che nel Novecento hanno sostato e celebrato in questa chiesa.

machina triduo

Tra le ricorrenze che si sono mantenute vi è il triduo dei morti, avviato a metà Seicento, opportunità di intensificare il suffragio verso i defunti, opera di carità volta alla comunione dei Santi, occasione per riflettere sulle realtà estreme dell’uomo, manifestazione devozionale che realizza un rigoglioso trionfo del visibile attraverso cui si radica nel cuore delle persone la consapevolezza di quel “mistero ultimo, incarnato nel mondo concreto dell'esperienza sensoriale”, per ricorrere all’intuizione della brillante narratrice cattolica americana Flannery O’Connor.

In chiesa sono passati tutti, molti sono sepolti attorno, almeno fino al 1810, anno in cui avvennero la benedizione e l’entrata in esercizio del camposanto extra oppidum; qui dentro scorreva buona parte della vita quotidiana dei bornesi che si svolgeva da una festività religiosa all’altra, quasi senza soluzione di continuità, con in mezzo il lavoro agreste e le attività domestiche, esistenza cadenzata dal calendario liturgico, dalle sollecitudini spirituali, dai digiuni e dalle preghiere; in queste quattro mura la comunità ha perseguito la ricerca di Dio, unico e vero scopo di ogni movimento popolare, come ha sottolineato il grande autore russo Fëdor M. Dostoevskij.

Numerose istituzioni qui traevano principio e linfa, per seminarsi poi nella sfera civile. Presso gli altari, che hanno avuto mutamenti di intitolazione e che contenevano insigni depositi di reliquie, tra cui un frammento del “Legno della Croce di Cristo” e il corpo di San Vincenzo martire, esumato dal cimitero romano di San Calisto e portato a Borno nel 1715, stavano attive diverse confraternite: Santissimo Sacramento (fondata nel 1503) che ebbe impulso in epoca tridentina grazie al moto di espansione del culto eucaristico; quelle del Rosario (eretta a fine Cinquecento), Vergine del Carmine, Santissimo Nome di Gesù (creata nel 1663), Immacolata Concezione, Disciplini (presente già nel Quattrocento), Suffragini e Dottrina Cristiana. Le associazioni mantenevano gli altari, coprivano le spese per le messe, assicuravano soccorso agli iscritti bisognosi.

Tra Sei e Settecento funzionavano una ventina di cappellanie, amministrate dai laici sotto il controllo del clero, con l’impiego di una quindicina di sacerdoti, uno ogni cento anime. Le più importanti furono quelle del Rosario, costituita nel 1617 dal curato don Giovan Francesco Botti, con l’obbligo di stipendiare un prete per istruire i fanciulli poveri; la cappellania Belli, creata per “far predicare le feste della Pentecoste”; il lascito Grimaldi per “insignare a figlioli la gramatica”; la cappellania dell’Organo per il salario dell’organista; la Montanari per “insegnare la dottrina cristiana e a ben leggere et scrivere a poveri fanciulli gratis”; la Zanettini per garantire le confessioni durante “le feste solenni e le prime e terze domeniche” dell’anno. Inoltre vi erano il Consorzio dei poveri e il Monte di Pietà dei grani e dei pegni, che soccorrevano i bisognosi, nonché una decina di legati benefici le cui rendite erano impiegate per distribuire agli indigenti denaro, panni di lana e telerie, coperte e materassi, generi alimentari (pane, granaglie, vino e sale), per fornire di dote le ragazze povere, per sostenere gli ammalati e quelli “che vanno in Bresciana à spigolare”, “in separazione de letti ai più miserabili, in aiuto a qualche giovine di buon talento per imparare una professione o un arte onorevole”. Questo ricco mosaico di enti venne praticamente cancellato dalla legislazione eversiva emanata da Napoleone.

Nel 1580 l’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, in visita apostolica, ordinò di ampliare la chiesa, affiancata da svettante campanile realizzato nel 1535 (con due campane fuse nel 1544), venendo avanti con la facciata fino a occupare l’area del portico e a incorporare l’oratorio di San Rocco, sorto nel 1508 non lontano dalla chiesa di Sant’Antonio e dal sacello dei Santi Pietro e Paolo.

Solo a metà Settecento, ormai diventata angusta negli spazi e inadeguata ad esaudire le mutate sensibilità dei fedeli, la chiesa venne sottoposta a un primo, parziale e purtroppo infelice intervento indirizzato ad ingrandire il vecchio coro, attuato nel 1747 dall’architetto Girolamo Cattaneo di Canè.

chiesa borno

Tra il 1771 e il 1781 si pose mano alla nuova fabbrica, sotto la direzione del capomastro milanese Pietrantonio Ceti; i lavori proseguirono fino al 1790 con il rifacimento e l’innalzamento del coro; nel 1823 si diede corso al finimento del campanile. Allora la chiesa si arricchì di nuove produzioni, diventando “commendevole per la situazione, le pitture e l’architettura”, parlando così “eloquentemente della viva fede e del senso artistico dei nostri maggiori” (secondo un testimone dell’epoca), ripiena di opere d’arte, quali tele e affreschi – con i santi della tradizione locale – di Sante Cattaneo e Lattanzio Querena, statue, apparati, stucchi, altari marmorei e lignei dei Fantoni, Giovanni Giuseppe Piccini, Giacomo Novi, Martino Pasquelli, Francesco e Gherardo Inversini, Luigi e Tommaso Pietroboni, Giovanni Clerici, sempre vestita a festa e oggetto di attenzioni, compresi i restauri compiuti negli anni Trenta del Novecento, sotto il parrocchiato di don Moreschi.

Le incessanti migliorie, la dotazione artistica, la devozione popolare, la cura del culto hanno consolidato in capo a questa chiesa l’antico carattere di “pulcra et ornata”, quasi fosse impresso a lettere indelebili sul frontone e trasudasse dai pori dell’edificio sino a connaturare la realtà circostante. Una presenza che i bornesi hanno amato e difeso, consegnandola – varcata la soglia di un altro millennio – alle nuove generazioni. In questo hanno prestato fede alla convinzione espressa dal parroco don Gregorio Valgolio, vissuto agli inizi dell’Ottocento: “a che giovano tante grandiosità, dicono i nemici dell’opere di culto divino? Giovano a svegliare in noi una sensibile idea di quel Dio, che adoriamo”, correlando “il decoro del tempio materiale” a quello dell’anima, “tempio spirituale da tenersi con decoro perché santo”. Prendendo spunto dalle parole del noto scrittore scozzese Archibald J. Cronin, mi piace pensare che queste frettolose pennellate abbiano consentito per un momento “di vedere la chiesa con gli occhi dei fedeli che l’hanno frequentata nel corso dei secoli”, arrivando quasi a “udire l’eco dei loro passi”.

Oliviero Franzoni


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Andrej Rublëv, monaco della chiesa ortodossa russa e famoso pittore vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo, dipinse questa splendida icona verosimilmente tra il 1410 e il 1420. Venne ritrovata solo alla fine dell’Ottocento, capovolta, immersa in un terreno umido come asse di passaggio per accedere a una stalla. Si racconta che Cristo stesso abbia rivelato a Rublëv come dipingerlo, mostrandogli il volto del Salvatore, a seguito dello sconvolgimento che lo segnò dopo aver assistito, inerme, all’irruzione di un gruppo di Tartari nel suo villaggio dove seminarono terrore e sgomento. Andrej rimase talmente sconvolto di fronte a tutto quel dolore che non dipinse più per lungo tempo.
Nell’icona ritroviamo la traccia eterna del volto di Cristo, dipinta a fuoco sul legno antico: un volto maestoso e grave dagli occhi penetranti, dove pare che s’infrangano gli affanni, i dubbi, e tutto il dolore dell’uomo. Ogni cosa è assorbita e confinata su quel volto, che scavalca la porta del tempo. (fonte: varie dalla rete)

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