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Con i missionari

45 ANNI DI MISSIONE Intervista a Padre Giacomo

Abbiamo inviato alcune domande a Padre Giacomo Rigali. Ringraziandolo per la disponibilità, ecco le sue risposte.

padre giacomo

Brevemente Padre Giacomo puoi presentarti?
Sono un padre missionario di Borno, ormai di 79 anni. Prete dal 1967, in missione praticamente dal 1975.

In quali paesi hai vissuto il tuo essere missionario?
Ho speso i miei primi anni di prete nella formazione dei giovani studenti missionari e nell’animazione missionaria nella diocesi di Como. Dopo un anno di lingua inglese a Londra sono andato in Bangladesh dove sono rimasto fino al 1989. Ho speso poi sei anni alla Direzione Generale dei Saveriani a Roma, viaggiando in continuazione per visitare le varie missioni dove lavorano i missionari saveriani in Asia, Africa, America Latina ed Europa.
Dopo questo periodo di lavoro come consigliere alla Direzione Generale sono tornato in Bangladesh nel 1986 per continuare la mia missione. Però, dopo tre anni in Bangladesh, mi è stato chiesto di venire nelle Filippine dove mi trovo da più di vent’anni.

Di questi, se c’è, qual’è quello a cui ti senti più legato o che ricordi più volentieri?
Dovunque sono stato mi sono trovato bene. La missione che mi ha marcato di più è stato il Bangladesh, perché in contatto con una realtà molto dura da affrontare sia nel lavoro diretto della missione, sia al centro catechistico e sia come superiore regionale del gruppo di Saveriani che lavorano in questo paese.
Le sfide sono state tante: la lingua, la cultura molto diversa, il fatto di essere piccola minoranza di poveri cristiani in mezzo ad una società mussulmana.

padre giacomo

Per molti, di solito, i missionari sono quelli che aiutano i poveri. È essenzialmente questo o c’è anche qualcos’altro?
È un po’ per vocazione che i missionari vadano a finire in mezzo alla gente più povera. È quella che noi chiamiamo “la scelta degli ultimi”. Quando diamo inizio a qualcosa, a un centro, un’iniziativa, una diocesi anche, sappiamo già che appena potrà reggersi in piedi, la passeremo nelle mani del clero locale e noi andremo a ricominciare di nuovo da zero da un’altra parte, per dare vita ad un’altra iniziativa, per coprire un’altra necessità, per sviluppare una nuova dimensione della missione.

Dai tuoi primi anni ai giorni attuali, l’idea di missione e quello che fate sono rimasti più o meno uguali o sono cambiati?
La visione e la dinamica della missione sono cambiate abbastanza profondamente; si sono adeguate alle situazioni sociali e culturali diverse ed anche a una teologia nuova. Dall’aiutare i poveri e cercare di attirarne almeno alcuni alla fede cristiana in contrasto con le religioni da cui provenivano, ci si sta aprendo al dialogo con le religioni in mezzo alle quali ci si trova per cercare di fare qualcosa insieme per una pace più sicura, per la giustizia sociale, per il rispetto della dignità di ogni persona, per la sacralità delle famiglie, per un futuro comune. Vogliamo diventare luce, lievito ed ispirazione per l’amore ed il bene dovunque questo può crescere.

Quando torni qui in Italia, osservando la nostra realtà e confrontandola con quella in cui tu hai vissuto e tuttora vivi, quali sono i tuoi pensieri e le tue sensazioni?
La prima sensazione che provo è quella di trovarmi di fronte ad una comunità cristiana più matura ma, allo stesso tempo, invecchiata. Più matura perché la gente che continua a frequentare lo fa in quanto si è dovuta dare ragione del suo cammino di fede e del suo impegno di fronte alle tante provocazioni contrarie presentate dalla realtà sociale e culturale di oggi. Nello stesso tempo, però, siccome il mondo giovanile è abbastanza assente, la comunità praticante si trova invecchiata.
L’interrogativo che continuamente mi passa per la testa è che forse non siamo stati capaci di darci motivazioni profonde nel cammino di fede, per cui lo scontro con la problematica e gli interrogativi della realtà moderna ha fatto crollare in tanti la pratica tradizionale della fede. La sfida della vita non ha provocato nel profondo della coscienza interrogativi e ricerca per trovare risposte e soluzioni. Associazioni e movimenti di laici potrebbero offrire una svolta. Direi che per sostenersi nel cammino di fede, ogni cristiano dovrebbe trovare il modo di far parte di un gruppo o associazione parrocchiale, all’interno del quale poter discutere e condividere il cammino. La messa domenicale non basta più, non riesce ad offrire questo processo di motivazione e di impegno.

padre giacomo

I banchi delle nostre chiese infatti sono sempre… meno pieni. Sei d’accordo con chi sostiene che il cristianesimo diventerà sempre più marginale in Europa, mentre si diffonderà in quello che una volta era chiamato terzo mondo?
Anche nelle missioni stiamo perdendo i giovani che saranno il nostro futuro. I mezzi di comunicazione sociale sono potentissimi. Seguiamo in questi giorni il dramma del coronavirus in Cina e Italia come se stesse avvenendo nei posti in cui ci troviamo a vivere. Oggi la gente ovunque nel mondo vive col cellulare in mano. Lo stile di vita e di futuro che si propone in Europa o negli USA è propagandato ovunque… in pochi anni non si faranno poi molte distinzioni. Non so se i “poveri del terzo mondo” saranno molto diversi dai “poveri del primo mondo”, Il cristianesimo per sopravvivere dovrà essere vissuto ad un’altra profondità, più profonda, personale e qualcuno dice “mistica”.

Quasi sempre nelle tue lettere ci parli dell’infinita fantasia di Dio, del suo desiderio di danzare sempre con gli uomini per inneggiare alla vita. Da dove viene questo tuo entusiasmo?
Mi sto convincendo sempre di più che Dio ci sta aspettando, con pazienza infinita, nella profondità delle nostre coscienze. Man mano che la gente si stancherà di correr dietro ai sogni, moltiplicati oggi dai media e dai telefonini, dimenticando il Dio che ne abita il cuore, comincerà a spegnere gli stessi telefonini per riascoltare la voce del cuore, per guardarsi dentro, guardarsi in faccia, guardare gli altri in faccia, comunicare con se stessi e con gli altri, col Dio che li abita e li attende. Le cose stanno già cambiando. Tanti genitori stanno già rendendosi conto e cominciano a pensare di più. Dio ci sta già prendendo da dentro e ce la farà a renderci più profondi, più in comunione, più mistici. La spiritualità non è solo per monaci nel convento, ma ancor di più per i vagabondi nel mondo connessi al Dio del loro cuore.


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Andrej Rublëv, Cristo Salvatore. Mosca, Galleria statale di Tret'jakov
Andrej Rublëv, monaco della chiesa ortodossa russa e famoso pittore vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo, dipinse questa splendida icona verosimilmente tra il 1410 e il 1420. Venne ritrovata solo alla fine dell’Ottocento, capovolta, immersa in un terreno umido come asse di passaggio per accedere a una stalla. Si racconta che Cristo stesso abbia rivelato a Rublëv come dipingerlo, mostrandogli il volto del Salvatore, a seguito dello sconvolgimento che lo segnò dopo aver assistito, inerme, all’irruzione di un gruppo di Tartari nel suo villaggio dove seminarono terrore e sgomento. Andrej rimase talmente sconvolto di fronte a tutto quel dolore che non dipinse più per lungo tempo.
Nell’icona ritroviamo la traccia eterna del volto di Cristo, dipinta a fuoco sul legno antico: un volto maestoso e grave dagli occhi penetranti, dove pare che s’infrangano gli affanni, i dubbi, e tutto il dolore dell’uomo. Ogni cosa è assorbita e confinata su quel volto, che scavalca la porta del tempo. (fonte: varie dalla rete)

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