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Sommario

Di tutto un po'

IL CAPITALISMO E IL SACRO Il tabù della gratuità

libro l. bruni

Nato e cresciuto come parassita nei paesi di tradizione cristiana (Europa e Stati Uniti d’America), il capitalismo moderno non solo ha soffocato la fede religiosa imponendo la secolarizzazione come sosteneva Max Weber, ma si è sostituito ad essa; dal bozzolo della fede cristiana è nata una nuova sacralità. È quanto affermava Walter Benjamin, filosofo tedesco di origine ebraica che nel 1921 scrisse un saggio sul capitalismo come religione, ed è quello che ripropone Luigino Bruni in questo libro non molto lungo (123 pagine) ma che richiede un certo impegno nella lettura.

L’autore sostiene, fra l’altro, che è una religione idolatrica il cui dio non si identifica solo nel denaro, nell’impresa e nel profitto, ma soprattutto nel consumo; una religione di puro culto in cui tutti siamo indotti ad acquistare sempre più prodotti e merci, senza chiederci troppo i motivi e il senso di questo culto che, ormai, viene praticano tutti i giorni, 24 ore su 24 visti gli orari di molti centri commerciali, per non parlare degli acquisti online.

Se finora per incrementare questi consumi la religione del business incentivava un esasperato individualismo – svuotate da autentiche relazioni sociali le persone vengono indotte a cercare invano di riempire questo vuoto con merci o servizi comunque acquistabili – secondo l’autore il futuro del marketing sarà sempre più sociale o, meglio, tribale.

Ormai molta pubblicità non decanta più la bontà e l’utilità dei prodotti, ma crea storytelling, racconta storie che emozionano proprio come le narrazioni bibliche, epiche o le favole e fiabe di una volta. Queste avevano il sapore della gratuità, dell’amore, del donare un insegnamento a suo modo sapienziale ed esistenziale; scopo dello storytelling attuale è, invece, radunare sempre più persone attorno ad un marchio, ad un brand che affascina, spingendole ad immolarsi per essere parte di un mondo fasullo.

Se da una parte l’ambiguità dell’attuale cultura promette una vita facile, perfetta, senza limiti, sempre giovane, sempre al top; dall’altra sollecita una continua competizione, un’estenuante lotta per raggiungere l’impossibile.

Ne sanno qualcosa i sacerdoti di questa idolatria, i manager, ai quali vengono richiesti servizio, devozione, sacrifici – tutti termini religiosi – sempre più esclusivi e assoluti. Luigino Bruni accenna solo al fatto, assurdo ma non così raro, che riunioni e incontri vengono fissati di domenica, il 24 o il 31 dicembre proprio per mettere alla prova la fedeltà dei dipendenti.

Come tutte le religioni anche il capitalismo ha i suoi tabù. Il più temuto, secondo l’autore, è la gratuità che fa saltare la partita doppia del “tu mi dai e io ti do” e il rispetto delle gerarchie. In particolare la gratuità, secondo l’autore, mette in discussione il concetto arcaico di sacrificio come continuo sforzo dell’uomo per meritarsi il favore degli dei e scontare il debito-peccato verso di loro; un debito-peccato che nel caso del capitalismo appare inestinguibile in quanto tutti siamo chiamati a produrre e a consumare sempre di più, senza intravvedere un fine, una possibile redenzione.

Come Mosè innalzò il serpente, simbolo del male, per scacciare lo stesso male, nella logica bislacca della cura omeopatica, le aziende propongono sconti, saldi, incentivi, premi, giornate del volontariato, iniziative di beneficenza: scimmiottando alcune sue manifestazioni vogliono tenere lontano il morbo della gratuità, del vero dono, di tutto ciò che lascia aperte le relazioni personali ad un “di più” che non è misurabile e acquistabile con il denaro. Quel di più, ricorda sempre l’autore, di cui anche l’economia capitalistica ha mostrato più volte di non poterne fare a meno per ritornare a funzionare.

Con questo libro – che riprende gli articoli scritti per il giornale “Avvenire” dallo stesso autore – Luigino Bruni, professore di economia come troviamo annotato in terza di copertina, a mio avviso non ci vuole parlare solo delle storture del capitalismo moderno, fornendo spunti magari criticabili da altri economisti.

Citando di continuo quello che lui ama definire “umanesimo biblico” e affermando che il nostro comportamento economico non è soltanto una questione etica o morale ma soprattutto teologica, invita ciascuno di noi a passare da una vita e una fede troppo basate sull’economia del “tu mi dai e io ti do…”, all’economia dell’amore, della gratuità, del dono; un’economia in cui lo scambio non è sempre e solo per pareggiare i conti o per scontare i peccati con i sacrifici, ma, come annunciavano i suoi amati profeti biblici, per creare nuove relazioni, aprire nuove speranze, soprattutto ma non solo in tempi di crisi.

Franco Peci


Pasqua 2020


defunto
Chiamati alla vita eterna...

copertina cuntomela

Foto in copertina

Andrej Rublëv, Cristo Salvatore. Mosca, Galleria statale di Tret'jakov
Andrej Rublëv, monaco della chiesa ortodossa russa e famoso pittore vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo, dipinse questa splendida icona verosimilmente tra il 1410 e il 1420. Venne ritrovata solo alla fine dell’Ottocento, capovolta, immersa in un terreno umido come asse di passaggio per accedere a una stalla. Si racconta che Cristo stesso abbia rivelato a Rublëv come dipingerlo, mostrandogli il volto del Salvatore, a seguito dello sconvolgimento che lo segnò dopo aver assistito, inerme, all’irruzione di un gruppo di Tartari nel suo villaggio dove seminarono terrore e sgomento. Andrej rimase talmente sconvolto di fronte a tutto quel dolore che non dipinse più per lungo tempo.
Nell’icona ritroviamo la traccia eterna del volto di Cristo, dipinta a fuoco sul legno antico: un volto maestoso e grave dagli occhi penetranti, dove pare che s’infrangano gli affanni, i dubbi, e tutto il dolore dell’uomo. Ogni cosa è assorbita e confinata su quel volto, che scavalca la porta del tempo. (fonte: varie dalla rete)

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