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Sommario

MISSIONE POPOLARE

LA MISSIONE POPOLARE: tempo di pazienza, attesa e speranza


La carità è paziente,
è benigna la carità;
non è invidiosa la carità,
non si vanta,
non si gonfia,
non manca di rispetto,
non cerca il suo interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell'ingiustizia,
ma si compiace della verità.
Tutto copre,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine.
(1Cor 13,4-8)

Carissimi don Paolo e don Mauro,
carissimi Amici delle Parrocchie
di Borno, Ossimo e Lozio,
eravamo pronti per iniziare insieme, sabato, 28 marzo, la Missione popolare nelle vostre due comunità parrocchiali di Lozio. Sì, credo proprio che tutti eravamo lanciati e “sprintosi” per vivere l’esperienza della Missione popolare in questa Quaresima che, ancora una volta, ci provoca a rimettere al centro la bellezza della nostra fede cristiana. Eravamo pronti, ma l’imprevisto, davvero serio, della pandemia per coronavirus ha modificato i programmi e messo in standby l’evento, nonché le nostre aspettative.

Quale riflessione consegnarci per custodire il cammino di preparazione fin qui fatto e non dissipare i gioiosi sentimenti di attesa che la Missione popolare ha posto nell’animo di tutti noi?

logo missione popolare

Come prima cosa, possiamo consegnarci l’atteggiamento biblico della pazienza. La carità, ci dice san Paolo nel bellissimo inno all’amore, è innanzitutto un’esperienza di pazienza. Il cristiano, segnato dall’amore, non si perde d’animo di fronte agli imprevisti della vita; non si scompone se i progetti, anche quelli dal marchio ecclesiale e pastorale, sono da rinviare e, magari, anche da rimodellare. Chiamati alla pazienza – segno della maturità della fede di una comunità – perché, forse, il Signore ci vuole più consapevoli del dono che vuole offrirci, venendoci incontro con l’azione straordinaria della Missione popolare. Infatti, prima della pastorale missionaria, prima della nostra preoccupazione nel mettere in atto l’azione evangelica dell’ascolto della Parola e della sua predicazione, il Signore ci chiede di avere una coscienza missionaria, ossia una profonda consapevolezza dell’unicità del mistero umano-divino racchiuso nella vicenda storica di Gesù di Nazareth e della compromissione di questo mistero con l’esistenza di ciascuno di noi, segnati dalla precarietà e dalla necessità di una salvezza, intesa come evento di liberazione dal male e, in ultimo, dalla morte. Coscienza missionaria che apre a quella che, il Card. Carlo Martini, chiamava la “vita missionaria o missione esistenziale”; ossia, quella vita che possiede e sa esprimere un “nuovo stile di vita personale e comunitaria dalla piena appartenenza a Cristo (…), prima e fondamentale forma di testimonianza missionaria” (Lettera Pastorale “Partenza da Emmaus”, 1983-‘84).

Amici, può sembrare un discorso complesso, ma in realtà ci fa toccare con mano la verità della vita cristiana: prima di metterci con la Missione popolare a ri-ascoltare il vangelo della salvezza, come credenti – anche a nome di quanti sono battezzati, ma indifferenti o distanti dalla fede – dobbiamo sentire la chiamata a mettere la vita sotto il primato di Dio e del suo amore, nonostante le nostre fatiche e incoerenze nella fedeltà alle esigenze del vangelo. Rimettere al centro l’esperienza religiosa per sperimentare la capacità che possiede la fede cristiana di dare senso alla vita umana, di rispondere agli interrogativi angosciosi di ognuno di noi circa il nostro destino, il nostro oscillare tra il bene e il male, il soffrire e il nostro donarci agli altri, sentendoci compagni di viaggio di ogni prossimo.

Dunque la Missione popolare, in questo momento particolare e drammatico per il mondo, ci chiede pazienza. Pazienza che può (deve) diventare un’esperienza positiva di “attesa”. Diceva il famoso gesuita Teihard de Chardin che, nell’esperienza credente, “il cristiano è essenzialmente colui che attende”.

Domandiamoci: ma i cristiani, oggi, vivono “in un orizzonte di attesa”, avendo un’aspirazione di compimento per la loro vita alla luce del Risorto? E noi chi attendiamo? Cosa ci aspettiamo dalla vita, da questa vita che diciamo di voler vivere da cristiani? In sintesi, che cosa regge l’urto del tempo, di questo tempo che tutto, pare, rende precario, anche mettendo in forse un progetto bello come quello di una Missione popolare?

Al di là delle nostre risposte, il rinvio della Missione popolare diventa occasione non solo per vivere nella pazienza evangelica la nostra fragile fede, ma anche per sentirci educati a fare l’esperienza gioiosa di un’attesa piena dell’amore del Signore Risorto. Attesa come certezza che il Signore “non ci molla mai”, come fiducia nella Provvidenza, come abbandono di sé stessi alla bontà e misericordia di Dio. Realtà queste che ci permettono di vincere le nostre inclinazioni all’egoismo, alla presunzione di cavarcela da soli nella vita di ogni giorno, ad atteggiamenti arroganti e volgari che nuocciono alla convivenza fraterna e solidale.

Tempo di pazienza e di attesa, che non può non conciliarsi con l’esperienza della speranza. Il rinvio della missione lo vogliamo avvertire come un’occasione unica per lasciarci abitare dalla speranza. Cioè? Avvertire nell’anima che il Risorto ci accompagna e ci abita, ci precede e ci attende, comunque. Come diceva lo scrittore Charles Péguy, la speranza è la virtù bambina che tiene per mano la fede e la carità. Sì, Amici, è la speranza che illumina e rallegra la fede, che altrimenti resterebbe travolta dalle nostre tante resistenze e dai nostri ripetuti dubbi; è la speranza che sostiene e accresce la nostra carità, assicurandole che niente si perderà di ciò che viviamo e condividiamo nell’amore e per il bene degli altri.

Ha scritto il teologo Heinrich Schlier: “Siamo abituati a definire la vita del cristiano come vita di fede. I cristiani sono i credenti. E sappiamo anche che la vita del cristiano deve essere vita di carità. Essere cristiani e non praticare la carità è cosa che non capiremmo. Ma che l’essere cristiani sia determinato sostanzialmente dalla speranza è invece idea che ci è meno vicina, talvolta ci è addirittura estranea. Eppure è così. Secondo il nuovo testamento è comunque possibile caratterizzare la vita del cristiano senz’altro come vita di speranza. I pagani sono coloro che non hanno speranza. E dunque i cristiani sono quelli che l’hanno”. E noi che speranze possediamo? Abbiamo occhi, come quelli di Gesù, che sanno cogliere l’Invisibile nelle vicende quotidiane in cui siamo immersi e che sanno scrutarlo nell’orizzonte aperto sull’eternità?

Già, purtroppo la Missione popolare è rinviata e non sappiamo fino a quando. Ma la nostra vita missionaria, come tensione a vivere nella fede la nostra esistenza, è possibile fin d’ora. Anzi, vogliamo credere che non sia mai venuta meno in noi, almeno come desiderio profondo dell’anima.

I Missionari
p. Alberto, p. Dino, p. Natalino, p. Cesario


Pasqua 2020


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Foto in copertina

Andrej Rublëv, Cristo Salvatore. Mosca, Galleria statale di Tret'jakov
Andrej Rublëv, monaco della chiesa ortodossa russa e famoso pittore vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo, dipinse questa splendida icona verosimilmente tra il 1410 e il 1420. Venne ritrovata solo alla fine dell’Ottocento, capovolta, immersa in un terreno umido come asse di passaggio per accedere a una stalla. Si racconta che Cristo stesso abbia rivelato a Rublëv come dipingerlo, mostrandogli il volto del Salvatore, a seguito dello sconvolgimento che lo segnò dopo aver assistito, inerme, all’irruzione di un gruppo di Tartari nel suo villaggio dove seminarono terrore e sgomento. Andrej rimase talmente sconvolto di fronte a tutto quel dolore che non dipinse più per lungo tempo.
Nell’icona ritroviamo la traccia eterna del volto di Cristo, dipinta a fuoco sul legno antico: un volto maestoso e grave dagli occhi penetranti, dove pare che s’infrangano gli affanni, i dubbi, e tutto il dolore dell’uomo. Ogni cosa è assorbita e confinata su quel volto, che scavalca la porta del tempo. (fonte: varie dalla rete)

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