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Dà all'anima la sua domenica, dà alla domenica la sua anima

«Senza il giorno del Signore non possiamo vivere. Solo insieme al Risorto ritroviamo il fondamento, la bellezza e la dignità della nostra esistenza. Il tempo libero è prezioso. Ma senza un centro interiore diventa tempo morto. Impariamo a guardare oltre l'attivismo quotidiano.» (Benedetto XVI)

Durante la riunione della redazione per preparare il numero di Natale di Cüntómela, io ho detto che avrei preparato un articolo sulla domenica, il giorno del Signore, il giorno della Messa.

«Ancora!» ha esclamato subito qualcuno. Ce n'è un grande bisogno, poiché i banchi della nostra chiesa continuano a svuotarsi. Se diciamo di essere cristiani la partecipazione alla S. Messa la domenica è fondamentale.

Il Concilio Vaticano II ha ribadito che l'Eucaristia è la fonte e il culmine della vita cristiana. Ricordo spesso un detto in dialetto camuno di un santo prete della nostra Valle che diceva ai suoi confratelli nel sacerdozio: «Bisogna digol, turnà a digol e tegnigol dit!» (trad. in italiano: bisogna dirglielo, ritornare a dirglielo e tenerglielo detto).

Sicuramente molti di voi saranno stanchi di sentire affermazioni simili. Non con tutti i torti spesso dite: «... dice sempre le stesse cose a noi che siamo qui a Messa. Lo dica a quelli che a Messa vengono poco o non vengono mai!». Ed io di solito rispondo: «Lo dico a voi perché mi possiate aiutare a dirlo a tutti, attraverso un passaparola convinto».

Se per me la S. Messa è questo dono immenso che ha riempito di luce e di gioia la mia vita, devo sentire il desiderio di donare questa gioia e questa luce ai fratelli.

Di solito quando alla televisione vediamo una bella trasmissione, un bel film che ci è piaciuto, che ci ha commosso, sentiamo il desiderio di raccontarlo al marito, alla moglie, agli amici. Avvertiamo lo stesso desiderio di raccontare ciò che ci dona la S. Messa, di comunicare ciò che ha suscitato in noi la Parola di Dio? Sembra più facile dire: «È stata lunga... mi ha stancato... non mi è piaciuta la predica...».

Espressioni tipo: «Hanno detto cose belle e giuste... quel richiamo, anche se non mi entusiasma, mi aiuta a crescere, ha qualcosa a che vedere con la mia vita... quella frase del Vangelo o quella parola del sacerdote mi ha colpito e perciò ringrazio il Signore e il sacerdote che me l'ha donata...» certamente sono meno frequenti e spontanee.

Come in tutte le esperienze umane ci sono i pro e i contro, anche nella presenza alla Messa possono esserci cose che non ci piacciono e altre, invece, che sono di nostro gradimento.

«Dovete essere sacerdoti sereni», ci diceva il predicatore al ritiro mensile di noi sacerdoti, «sereni perché tutti i vostri fedeli hanno ricevuto lo Spirito Santo. Lo Spirito agisce nell'originalità di ogni persona, anche se noi questo non lo vediamo».

Noi sacerdoti siamo al servizio dell'opera di Dio, non Dio al servizio della nostra opera. Gesù Cristo è la porta per entrare nella casa del Padre, ma la chiave che apre la porta è lo Spirito Santo. Dentro tutti noi c'è lo Spirito Santo; non lo vediamo, ma spesso non lo vogliamo nemmeno sentire e ascoltare.

Ecco perché nelle nostre chiese si vedono troppe facce da funerale, ridotti ad essere esecutori formali di parole e gesti il cui valore e significato ci lasciano indifferenti.

Il prefazio della consacrazione Eucaristica termina sempre con le parole: «... esultanti cantiamo», ma noi diverse volte sembra che trasformiamo questo invito in «... annoiati e indifferenti barbottiamo: Santo, Santo, Santo...».

Dove sta la nostra esultanza? Dimostriamo davvero il desiderio di andare incontro “al Signore con canti di gioia”? «Sursum corda... in alto i nostri cuori!» ci dice il celebrante, e tutti noi rispondiamo: «Sono rivolti al Signore» Ma è proprio vero che, almeno in quel momento, il nostro essere, la nostra attenzione, i nostri desideri sono rivolti tutti a Dio?

In questo giorno in cui scrivo queste righe, la seconda lettura della Liturgia delle Ore, tratta dal “Commento ai Salmi” di S. Agostino vescovo, sottolineava la necessità di cantare con giubilo spiegando che:

«Il giubilo è quella melodia con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole. E verso chi è più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l'ineffabile Dio?
Infatti è ineffabile colui che Tu non puoi esprimere. E se non lo puoi esprimere, e d'altra parte non puoi tacerlo, che cosa ti rimane se non “giubilare”? Allora il cuore si aprirà alla gioia, senza servirsi di parole, e la grandezza straordinaria della gioia non conoscerà i limiti delle sillabe.
Cantate a Lui con arte nel giubilo (Salmo 32,33)»

Dobbiamo cantare a Dio non in modo stonato. Dio non vuole che siano offese le sue orecchie. Queste stonature, però, non sono tanto musicali (Lui apprezza tutte le nostre voci, anche e soprattutto quelle non proprio da coro della “Cappella Sistina”); le stonature sono presenti quando il nostro canto, la nostra preghiera, la nostra partecipazione all'Eucaristia non si armonizza con la nostra vita, i nostri sentimenti, le nostre convinzioni, i nostri modi di agire.

Sto diventando lungo e, magari, anche noioso; giungo subito alla conclusione.

Ogni domenica, proprio in quanto cristiani, siamo chiamati a celebrare il fondamento della nostra fede: la Pasqua. Ogni S. Messa è lodare, benedire, ringraziare con grande gioia Dio per questo evento di Gesù Cristo, morto e risorto per far risorgere ognuno di noi alla speranza, all'amore, alla felicità di sentirci, già su questa terra, tutti fratelli in cammino verso di Lui, sorretti dalla grazia dello Spirito Santo e in attesa del nostro posto nel suo regno.

Sono queste le straordinarie realtà che la S. Messa ci aiuta a vivere, celebrandole di settimana in settimana. Ed è questa l'occasione migliore per dare non solo alla domenica, come esprime la frase del Card. Faulhaber scelta come titolo, ma anche alla nostra vita l'anima della fiducia, pur nelle mille difficoltà quotidiane, l'anima della gioia di poter sempre cantare al Signore un canto nuovo.

Don Giuseppe


Natale 2007


copertina cuntomela

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dà all'anima la sua domenica, dà alla domenica la sua anima

un orizzonte di speranza

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