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Un orizzonte di speranza

Come sopportare ogni giorno la fatica del vivere? Come è possibile affrontare il nostro presente, spesso segnato dal dolore, da problemi e da preoccupazioni?

A queste domande - che agitano il cuore di ogni uomo e di ogni donna - vuole dare risposta la seconda enciclica del Papa Benedetto XVI, dedicata alla speranza: “Spe salvi”. Così recitano le prime parole: “Spe salvi facti sumus, nella speranza siamo stati salvati, dice san Paolo ai Romani e anche a noi (Rm 8,24)”.

Essa intende indicare ai fedeli di oggi, e insieme al mondo contemporaneo, che cosa significhi sperare cristianamente.

La speranza è una dimensione importante dell'esistenza, perché rappresenta un grande aiuto e sostegno nell'affrontare i problemi e le difficoltà della vita. L'enciclica mostra attenzione alle attese che vibrano nella cultura contemporanea, caratterizzata da un'atmosfera di delusione e dì sfiducia, eppure assetata di una “speranza che non delude”.

È un'enciclica teologica, di non facile lettura in alcune parti, che con forza mette al centro alcune verità fondamentali. Il Papa prende le mosse dal desiderio di vita buona e felice che vi è nel cuore umano, per mostrare come il presente possa essere vissuto serenamente solo in un orizzonte di speranza, che si apre verso un al di là e che riempie di senso l'ora presente.

L'uomo, nel succedersi dei giorni, coltiva molte speranze umane, a volte piccole ed a volte grandi, che lo sostengono nel cammino della vita. Quando però queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non è il tutto. Appare evidente che l'uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Le piccole speranze non bastano. C'è bisogno della “grande speranza”.

La speranza della vita eterna è il motore dell'esistenza buona nel presente.

La frasi centrali dell'enciclica mi sembrano quelle che affermano un'esigenza fondamentale: «L'uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza» (n. 23) e «Dio è il fondamento della speranza» (n. 31).

Solo l'amore di Dio, infatti, ci dà la possibilità di perseverare giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. Il cielo non è vuoto: c'è un essere personale che è ragione e amore. È lui ad illuminare e reggere il mondo, soltanto nel rapporto personale con lui l'uomo è veramente libero e può sperimentare nella vita serenità e felicità.

La speranza cristiana non consiste nell'accettare un certo numero di verità astratte, ma nel dare la propria adesione personale alla persona di Cristo per essere da lui salvati e introdotti nella comunione divina.

Più in generale, il testo del Papa vuole dimostrare la sconfitta delle posizioni filosofiche e politiche che limitano la speranza alle cose del mondo. Una speranza solamente umana, senza Dio, finisce per ridurre l'uomo in schiavitù.

L'enciclica offre una lucida lettura dell'Illuminismo e del progetto filosofico-politico di Marx. Quest'ultimo, in particolare, dimentica che l'uomo rimane sempre uomo e che la libertà umana rimane sempre anche libertà per il male. La conseguenza è stata che «i sistemi comunisti hanno lasciato dietro di sé una distruzione desolante».

Il Papa affronta anche la questione del progresso scientifico ed afferma che «la scienza può contribuire molto all'umanizzazione del mondo e dell'umanità», ma la scienza può anche distruggere l'uomo e il mondo e portare a «possibilità abissali di male». Il progresso, per essere tale, deve condurre anche alla crescita morale dell'umanità. La ragione deve aprirsi alle forze salvifiche della fede e al discernimento tra il bene e il male.

La parte più interessante dell'enciclica è quella che ripropone Cristo come risposta alla speranza anche storica dell'uomo, nel quale vi è un ineludibile desiderio di infinito.

Ma dove attingere la speranza? La risposta del Papa è: nella preghiera, nell'agire e nel soffrire, nel tenere presente il giudizio finale di Dio.

Nella preghiera: «Pregare non significa uscire dalla storia e ritirarsi nell'angolo privato della propria felicità. Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini» (n. 33). Per raggiungere questo scopo, la preghiera «deve essere sempre di nuovo guidata dalle grandi preghiere della Chiesa e dei Santi, dalla preghiera liturgica nella quale il Signore ci insegna a pregare nel modo giusto» (n. 34). E così diventiamo capaci della “grande speranza” ed anche portatori di speranza per gli altri.

Nell'azione: la speranza cristiana porta ad agire e sostiene l'impegno quotidiano.

Nella sofferenza: la sofferenza è un luogo privilegiato dove si esercita la speranza cristiana. Ciò che guarisce l'uomo è «la capacità di accettare la tribolazione» e di trovare senso in essa «mediante l'unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore» (n. 37).

Nel giudizio finale di Dio: la prospettiva del giudizio di Dio è il criterio secondo cui ordinare la vita presente seguendo la coscienza e, in pari tempo, è speranza nella giustizia di Dio. Le ingiustizie della storia non sono l'ultima parola. La fede ci dà la certezza che Dio farà giustizia.

Gli artisti sono sempre stati affascinati dall'aspetto minaccioso e terrificante dell'immagine del giudizio, ma essa è anche un'immagine di speranza. L'aspetto che incute timore nell'immagine del giudizio di Dio chiama in causa la nostra responsabilità. Davanti allo sguardo dì Dio giudice ogni falsità sarà eliminata e tutto apparirà nella sua verità. Il giudizio di Dio è colmo di speranza perché sarà non solo giustizia ma anche grazia. Sarà giustizia che premia il bene e punisce il male, ma sarà anche grazia e misericordia.

Se fosse solo grazia, non esisterebbe una giustizia nei riguardi delle tante ingiustizie terrene. Se fosse pura giustizia, il giudizio di Dio sarebbe per noi solo motivo di paura.

Sappiamo che «la giustizia viene stabilita con fermezza» e questo ci impegna ad attendere alla nostra salvezza “con timore e tremore”, ma la grazia «consente a tutti noi di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro avvocato» (n. 47).

L'enciclica si conclude con un invito a rivolgersi alla Beata Vergine Maria, stella della speranza, Madre della speranza.

La fede e il pensiero del Giudizio di Dio alimentino la nostra speranza e sprigionino energie per la costruzione di un mondo più giusto e più umano.

Card. Giovanni Battista Re


Natale 2007


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