Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

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ripensandoci

Messa Crismale: omelia del nostro Vescovo Luciano
Brescia 20 marzo 2008

È la prima volta che mi trovo a celebrare con voi, fratelli carissirni, questa Messa del Crisma, il giovedì santo e lo faccio con commozione e con gioia. Mi vengono dal cuore le parole del salmo: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! È come olio profumato... è come rugiada dell'Hermon”. È il momento più bello e significativo della vita del nostro presbiterio, quello in cui sentiamo nel modo più vivo il legame di comunione che ci unisce e fa di noi un unico segno e strumento di Gesù pastore della Chiesa. Sento vicini a noi tutti i preti che non possono essere presenti per un qualche motivo: i malati, gli anziani, quelli che operano in missione... tutti; e vorrei che tutti ci sentissero vicini a loro, legati dall'affetto che nasce dalla condivisione della medesima fede e dal compimento della medesima missione.

Viviamo un tempo non facile e vorrei tentare di comprenderlo, insieme con voi, in modo positivo, come il territorio del nostro itinerario verso una più grande maturità e verso il compimento della salvezza. Da che cosa nasce il senso di stanchezza che proviamo? E che cosa possiamo fare per superano? Soprattutto: che cosa ci sta chiedendo il Signore in questo tempo particolare?

Credo anzitutto che condividiamo questa sensazione di stanchezza con tutti i nostri fratelli che vivono nel cosiddetto mondo occidentale, ricco e colto. È un mondo che ha dato un contributo immenso alla crescita culturale della famiglia umana, ma che sta vivendo una fase di fatica, di ripiegamento su se stesso. Economia, scienza, tecnica continuano a procedere, ma, sembra, per inerzia; i grandi obiettivi che hanno elettrizzato persone e comunità negli ultimi secoli sono scomparsi e rimane solo la ricerca di un crescente benessere, il tentativo di soddisfare desideri sempre nuovi che si manifestano, però, sempre più effimeri e superficiali.

Il XX secolo ha distrutto impietosamente ideologie diverse che pretendevano di interpretare e dirigere la storia, mostrandone il volto menzognero e disumano. Siamo cosi rimasti orfani di fini proprio quando si moltiplicano e diventano sempre più potenti i mezzi di cui disponiamo. Non si può procedere a lungo su questa strada; o il nostro mondo saprà darsi degli obiettivi credibili e degni, o cadremo nel letargo di una rassegnazione sempre più diffusa, che non trova nulla per cui appassionarsi e nulla per cui impegnarsi e sacrificarsi.

Anche noi preti siamo uomini d'oggi e respiriamo, in modo più o meno consapevole, questo clima pesante. Non è difficile comprendere la stanchezza che sentiamo: nasce dall'impressione che il nostro servizio non sia in realtà desiderato, dal dubbio che la società possa vivere bene anche senza di noi, che il vangelo abbia

perso la capacita di motivare le scelte e i sacrifici delle persone. A queste difficoltà di fondo se ne aggiungono altre che derivano dalle trasformazioni che inevitabilmente siamo costretti a vivere nel ministero e che ci costringono a faticare di più: la diminuzione del numero di preti ci obbliga a rivedere la struttura della nostra pastorale; la mobilità delle persone rende insufficiente quel radicamento sul territorio che ha caratterizzato per secoli la parrocchia tradizionale; la sfida dei mezzi di comunicazione sempre più vari e potenti ci fa sentire come nani impotenti di fronte a giganti che utilizzano strumenti sempre più sofisticati per trasmettere dei contro-messaggi; sono messaggi insipidi, che non hanno profondità, ma che si fanno forti della promessa di una soddisfazione immediata. In questo contesto, è inevitabile che sentiamo una specie di spossatezza interiore; non nasce dalla fatica del lavoro, ma soprattutto dall'apparente sua inutilità.

Torniamo allora alla domanda che ci occupa: come ricuperare il senso del valore della nostra presenza e attività di preti? Lo riconosco volentieri: non siamo importanti noi; è importante Gesù Cristo; il mondo potrebbe bene sopravvivere senza di noi, ma non potrebbe affatto sopravvivere senza quel Gesù Cristo che noi annunciamo e del quale siamo testimoni. Gesù Cristo è la rivelazione dell'amore di Dio, la traduzione dì questo amore eterno in lingua umana, in gesti umani. E senza questo amore l'uomo non può vivere in modo umano. Siamo tutti dei condannati a morte; abbiamo qualche decennio da vivere, ma poi, inevitabilmente, la morte prevarrà su di noi. E lo sappiamo. Come non essere egoisti? Come non pensare a noi stessi, alla difesa della nostra vita, alla conquista del massimo di soddisfazioni nel poco tempo che ci viene dato di vivere? Come dimenticare noi stessi e prenderci cura degli altri se, in questo modo, siamo costretti a perdere le occasioni di piacere che la vita ci offre? E, d'altra parte, come possiamo pensare di vivere in modo autenticamente umano se non ci prendiamo cura gli uni degli altri? Se non diventiamo capaci di amare? Insomma, siamo presi entro una tenaglia: o scegliamo di goderci la vita - e allora siamo costretti a non prenderci troppa cura degli altri; o ci facciamo carico della vita degli altri - e allora siamo costretti a rinunciare a tante nostre soddisfazioni. Nel primo caso siamo meno uomini; nel secondo, ci sembra, di essere meno felici.

Solo l'amore di Dio, che ci precede e che sostiene la nostra vita, può permetterci di uscire da questa contraddizione spirituale. Se riconosciamo l'amore di Dio per noi come origine e fondamento della nostra esistenza capiamo, senza ombra di dubbio, che l'amore è la cifra vera dell'esistenza umana; e che solo quando impariamo ad amare la nostra vita acquista dignità e valore. E se riconosciamo che l'amore viene da Dio e ci pone in comunione con Dio, possiamo anche sperare che l'amore sia più forte della morte e che un”esistenza spesa per amore porti con sé la speranza dell'immortalità.

Il vangelo è questo: “Mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio” annuncia Gesù nella sinagoga di Nazaret leggendo il rotolo del profeta Isaia. Chi sono i poveri se non i medicanti di vita, quelli che hanno un desiderio prepotente di vita, ma non hanno i mezzi per soddisfare questo loro desiderio? E non è forse proprio questa la condizione di ogni uomo sulla terra? Siamo desiderosi di vivere, certo; ma possediamo solo un'esistenza effimera: basta un virus, una distrazione, un incidente per troncare ogni speranza mondana. Siamo desiderosi di amare; ma anche scettici, insicuri, ripiegati su di noi e incapaci di rischiare il gesto primo dell'amore donato. Paolo esprimeva la tragicità dell'esistenza umana con quel grido: “Chi mi libererà da questo copro votato alla morte?” E rispondeva: “Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore!” (Rom 7,24-25)

Noi diciamo al mondo l'amore di Dio, annunciamo la speranza della resurrezione, edifichiamo comunità dove l'amore diventi la regola fondamentale del rapporto con gli altri. E non facciamo questo con un'operazione ideologica, presentando una filosofia astratta. Lo facciamo narrando un fatto concreto, un'esistenza concreta che si colloca in un tempo e in uno spazio preciso della storia umana. È Gesù il fondamento sul quale è costruito tutto l'edificio dell'esistenza cristiana: la sua vita, le sue parole, la sua morte e la sua resurrezione. Rimane vera l'affermazione di Paolo: “Se Cristo non è risorto, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede”. Perché se Cristo non e risorto, il vangelo che annunciamo rimane una semplice idea; nobile e bella, certo, ma solo un'idea. Se invece Cristo è risorto, se Dio ha manifestato in lui l'efficacia della sua forza, se la morte non ha più nessun potere sopra di lui, allora la morte non può più fare troppa paura: sarà ancora capace di turbare la nostra fragile psiche, ma non riuscirà a condizionare la nostra libertà redenta, non riuscirà a costringerci dentro il cerchio mortale dell'egoismo.

La vita del prete nasce in questa libertà che ci è donata dalla resurrezione di Gesù. Amiamo Gesù perché vediamo in lui l'uomo che siamo chiamati a diventare; amiamo l'uomo perché riconosciamo in lui il volto di Gesù. Stiamo vicino ai malati, visitiamo le case dove si piangono i morti, spendiamo tempo ed energie per educare gli adolescenti, pur sapendo che gran parte di loro si dimenticherà di noi e del vangelo, tiriamo avanti con un salario minimo mentre la gente ci pensa ricchi e potenti. Chi ce lo fa fare? Gesù Cristo e il vangelo; l'amore per l'uomo in tutte le manifestazioni della sua vita, nella sua nobiltà e nel suo peccato.

Nessuno è più convinto di noi che nell'uomo ci sono più cose da ammirare che da disprezzare e perché questo uomo possa vivere spendiamo noi stessi. Ci basta ricordare quello che è scritto nel cap. 25 di Matteo: “Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, l'avete fatto a me”. Ci basta questo per vedere nel volto di ogni uomo i lineamenti di Gesù. Possiamo essere più facilmente ingannati e truffati, proprio perché non riusciamo a essere diffidenti del tutto nemmeno di fronte a un estraneo. Eppure “insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi”. (1Cor 4,12-13)

Mi piace riprendere questa straordinaria descrizione dell'apostolo che ci è consegnata da san Paolo; non perché io possa presumere di essere cosi. Debbo, al contrario, riconoscere di ricevere dalla gente molto più onore e rispetto di quanto so di meritarmi. E tuttavia le parole di Paolo mi consolano; mi aiutano a capire che tutte le debolezze, le fragilità, le incomprensioni che posso sperimentare nella mia vita non rendono vano il mio ministero; al contrario, rendono ancora più evidente la sua origine da Cristo. Abbiamo infatti un tesoro prezioso in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. (2Cor 4,7)

Siamo costretti a vivere nella nostra pelle le incertezze, i dubbi, le perplessità, le angosce di tanti nostri fratelli. Ed è giusto cosi. Dovremmo forse cercare di vivere indisturbati quando gli uomini attorno a noi sperimentano fallimenti familiari, infedeltà, disorientamento? Quando i giovani guardano al futuro più con

timore che con speranza? Accettiamo con gioia anche la fatica di vivere. E cerchiamo di renderci conto del

privilegio che abbiamo: quello di poter portare il peso della sofferenza davanti al Signore, nella preghiera; di potere lamentarci sapendo che c'è un orecchio attento che ci ascolta; di poter servire il Signore esprimendo in questo modo la nostra riconoscenza gioiosa. Insomma, la nostra vita di preti non è facile; ma è pienamente “umana” e degna di essere vissuta. Siano rese grazie per questo a Gesù, nostro Signore.


Estate 2008


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