Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

Sommario

Estate 2008

Editoriale


Anche se le nuove suore indiane, arrivate da qualche mese in Casa Albergo, potrebbero dirci che per il loro popolo è il colore della festa, per noi il nero continua ad essere espressione di oscurità, di difficoltà, di tutto ciò che non va.

Nella cultura occidentale continua ad essere il colore del lutto che, purtroppo, anche in questi mesi non è stato assente dalla nostra comunità: molte persone, alcune ancora nel pieno delle loro forze, sono venute a mancare all'affetto delle loro famiglie, dei loro amici, dell'intero paese di Borno.

Graficamente, però, lo sfondo nero è molto usato negli album di famiglia per porre in risalto memorie e ricordi fissati in uno scatto fotografico.

Se ancora una volta pensiamo a Cüntòmela come all'album della comunità, è bello immaginare, non solo la copertina, ma ogni sua pagina con uno sfondo scuro, sul quale risplendono i colori della fede, dell'impegno, dell'amicizia, della voglia di camminare insieme.

Anche la vita di ogni persona spesso presenta delle difficoltà, dei lati oscuri, ma è proprio in questi momenti che può esserci di aiuto riguardare le fotografie di lieti eventi passati, non per rimpiangere e provare solo nostalgia per ciò che è stato. La memoria può diventare motivo per riaccendere con maggior vigore la speranza per il futuro, per scuotere la monotonia del quotidiano con i colori della vita; quell'unica vita che non dobbiamo sprecare ma trasformare in preziosa occasione per amare la nostra fede, il nostro Signore, i nostri fratelli.

La redazione


Estate 2008


ripensandoci

Paolo VI: il Papa della civiltà dell'amore

Il 6 agosto di 30 anni fa, il Papa Paolo VI terminava la sua vita terrena ed entrava nell'eternità.

Negli anni della sua fanciullezza e della sua giovinezza, durante l'estate veniva a Borno insieme con la sua famiglia. Sembra che i Montini avessero scelto Borno come località per le loro vacanze fino al 1919 su suggerimento di Don Defendente Salvetti, amico di famiglia, che era di Piamborno e collaborava a Brescia con Giorgio Montini, padre di Paolo VI, nella redazione del giornale “Il Cittadino”.

Paolo VI conservò sempre un caro ricordo dei periodi estivi trascorsi in giovinezza a Borno.

In questi anni che sono passati dalla sua morte, la figura di Paolo VI è andata crescendo perché si è capita di più la sua vera grandezza.

Mentre era in vita, ebbe molte critiche e dovette soffrire non poco. Dopo la sua morte innumerevoli furono i riconoscimenti dell'importanza del suo pontificato, del valore del suo pensiero e della grandezza della sua opera.

Il Cardinal Garrone ha detto di Paolo VI che era talmente grande, che quando parlava, benché si sforzasse di scendere al livello dei suoi ascoltatori, era sempre un gradino sopra.

Paolo VI era un uomo in apparenza fragile, fisicamente esile e con problemi di salute, ma dotato di singolare forza di intelligenza e di volontà; uomo dallo sguardo sereno e profondo; uomo riflessivo, sensibile alle difficoltà degli altri, rispettoso, dal tratto riservato ma profondamente amabile, fine e cortese.

Per indole Giovanni Battista Montini somigliava alla madre: era contemplativo come lei. Per volontà riuscì ad essere un uomo di grande azione, su imitazione del padre. Un giorno Paolo VI confiderà a Jean Guitton: a mia madre debbo il senso del raccoglimento, della vita interiore, della meditazione e della preghiera. A mio padre devo gli esempi di coraggio, la volontà di non arrendersi mai al male, la convinzione che le ragioni della vita valgono più della vita stessa.

Papa Montini resterà nella storia per l'apporto dato al Concilio Vaticano II. Se fu, infatti, Giovanni XXIII a volerlo e ad iniziarlo, toccò a lui portarlo avanti con mano esperta, delicata e ferma, fino al suo compimento, ed accompagnarlo poi con la parola e con l'azione nei primi non facili anni della sua applicazione.

Egli resterà nei secoli come un grande uomo di Dio, che ha amato con passione profonda la Chiesa, della quale ha fatto il tema prediletto del suo pontificato, come lo fu, per suo suggerimento, del Concilio.

Resterà come il Papa che ha amato e stimato il suo tempo ed ha cercato di avvicinare tutti gli uomini, facendosi anche pellegrino sulle strade del mondo. Come pochi ha capito la grandezza e la miseria dell'uomo. Ha capito l'uomo.... perché lo ha guardato con gli occhi della fede. Ha amato l'uomo, perché lo ha amato in Dio. L'uomo che lavora, l'uomo che soffre, l'uomo che ricerca, l'uomo che cresce.

Man mano che si allontana nel tempo, la sua figura si staglia sempre più luminosa e le sue scelte manifestano genialità e significato profetico.

Mi limito a ricordarne alcuni gesti, che mi sembrano di particolare rilievo. Essi rimangono nella storia e possono essere considerati come una sorta di “primati”, perché furono compiuti per la prima volta da un Pontefice. È vero che alcuni furono possibili grazie al progresso del suo tempo, ma ciò non annulla il merito di chi li ha compiuti per primo.

Egli fu il primo Papa, dopo San Pietro, a tornare in Palestina. Fu un viaggio di alto valore simbolico, che esprimeva il suo mondo interiore, la sua spiritualità e la sua teologia. Compiendolo appena sei mesi dopo l'elezione al pontificato e mentre era in corso il Concilio, egli voleva indicare alla Chiesa la strada per ritrovare pienamente se stessa ed orientarsi nella grande transizione in atto nella convivenza umana. La Chiesa può essere autentica e compiere la sua missione soltanto se ricalca le orme di Cristo: era questo il messaggio che veniva da quel primo viaggio. Quel viaggio fu il primo di una serie che Papa Giovanni Paolo II ha reso lunga e feconda. Il Cardinale Martin affermò di avere un giorno sentito Paolo VI dire: “Vedrete quanti viaggi farà il mio Successore”, perché era convinto che le visite pastorali nel mondo rientrano nei compiti del Papa (Paolo VI ne ha compiuti 8, Giovanni Paolo II ne ha realizzati 104).

Fu il primo Papa che con gesto certamente significativo volle rinunciare alla tiara, togliendosela pubblicamente dal capo il 13 novembre 1964 e donandola ai poveri. Voleva, con questo gesto, far intendere che l'autorità del Papa non va confusa con un potere di natura politico-umana. Poche settimane dopo avrebbe compiuto il viaggio in India, che tanto influenzerà il suo magistero sociale. La rinuncia alla tiara acquistava il valore di un gesto programmatico di umiltà e di condivisione, simbolo di una Chiesa che mette i poveri al centro della sua attenzione e li accosta con rispetto ed amore, vedendo in loro il Cristo.

Come sapete, la tiara fu poi venduta ad un museo negli Stati Uniti e il ricavato fu portato in India e dato per i poveri. Inoltre, al termine della visita pontificia, l'autovettura che era stata portata in India, fu lasciata là a Madre Teresa di Calcutta, perché fosse usata a servizio dei poveri.

Fu il primo Papa a recarsi all'ONU, dove si presentò come un pellegrino che da 2000 anni aveva un messaggio da consegnare a tutti i popoli, il Vangelo dell'amore e della pace, e finalmente poteva incontrare i rappresentanti di tutte le Nazioni consegnando loro questo messaggio. Fu un discorso di grande eco, con alcune frasi scultoree: mai più la guerra, mai più l'uno contro l'altro, o l'uno sopra l'altro, ma l'uno per l'altro, l'uno con l'altro.

Paolo VI resterà come il Papa che ha abolito la corte pontificia e che ha voluto che il Vaticano avesse uno stile di vita più semplice. Resterà anche come il Papa che ha riformato la Curia, rendendola più efficiente, più pastorale e più internazionale.

È il Papa, inoltre, che ha istituito la Giornata Mondiale della Pace, da celebrare il 1° gennaio, come impegno ed augurio, affinché sia la pace a guidare i destini dell'umanità e non la guerra.

Fu un uomo di grande spiritualità e di intensa preghiera, con un appassionato amore a Cristo e sempre teso alla ricerca della volontà di Dio, convinto che nella vita quello che conta è realizzare il disegno che Dio Padre ha su ciascuno di noi.

Paolo VI fu anche uomo del dialogo, attento a non chiudere mai le porte all'incontro, per recare a tutti il Vangelo che salva. Egli coniò l'espressione “civiltà dell'amore” e lavorò per eliminare la violenza, le ingiustizie e le guerre e si prodigò per instaurare nel mondo l'amore e la pace.

Card. Giovanni Battista Re


Estate 2008


ripensandoci

Messa Crismale: omelia del nostro Vescovo Luciano
Brescia 20 marzo 2008

È la prima volta che mi trovo a celebrare con voi, fratelli carissirni, questa Messa del Crisma, il giovedì santo e lo faccio con commozione e con gioia. Mi vengono dal cuore le parole del salmo: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! È come olio profumato... è come rugiada dell'Hermon”. È il momento più bello e significativo della vita del nostro presbiterio, quello in cui sentiamo nel modo più vivo il legame di comunione che ci unisce e fa di noi un unico segno e strumento di Gesù pastore della Chiesa. Sento vicini a noi tutti i preti che non possono essere presenti per un qualche motivo: i malati, gli anziani, quelli che operano in missione... tutti; e vorrei che tutti ci sentissero vicini a loro, legati dall'affetto che nasce dalla condivisione della medesima fede e dal compimento della medesima missione.

Viviamo un tempo non facile e vorrei tentare di comprenderlo, insieme con voi, in modo positivo, come il territorio del nostro itinerario verso una più grande maturità e verso il compimento della salvezza. Da che cosa nasce il senso di stanchezza che proviamo? E che cosa possiamo fare per superano? Soprattutto: che cosa ci sta chiedendo il Signore in questo tempo particolare?

Credo anzitutto che condividiamo questa sensazione di stanchezza con tutti i nostri fratelli che vivono nel cosiddetto mondo occidentale, ricco e colto. È un mondo che ha dato un contributo immenso alla crescita culturale della famiglia umana, ma che sta vivendo una fase di fatica, di ripiegamento su se stesso. Economia, scienza, tecnica continuano a procedere, ma, sembra, per inerzia; i grandi obiettivi che hanno elettrizzato persone e comunità negli ultimi secoli sono scomparsi e rimane solo la ricerca di un crescente benessere, il tentativo di soddisfare desideri sempre nuovi che si manifestano, però, sempre più effimeri e superficiali.

Il XX secolo ha distrutto impietosamente ideologie diverse che pretendevano di interpretare e dirigere la storia, mostrandone il volto menzognero e disumano. Siamo cosi rimasti orfani di fini proprio quando si moltiplicano e diventano sempre più potenti i mezzi di cui disponiamo. Non si può procedere a lungo su questa strada; o il nostro mondo saprà darsi degli obiettivi credibili e degni, o cadremo nel letargo di una rassegnazione sempre più diffusa, che non trova nulla per cui appassionarsi e nulla per cui impegnarsi e sacrificarsi.

Anche noi preti siamo uomini d'oggi e respiriamo, in modo più o meno consapevole, questo clima pesante. Non è difficile comprendere la stanchezza che sentiamo: nasce dall'impressione che il nostro servizio non sia in realtà desiderato, dal dubbio che la società possa vivere bene anche senza di noi, che il vangelo abbia

perso la capacita di motivare le scelte e i sacrifici delle persone. A queste difficoltà di fondo se ne aggiungono altre che derivano dalle trasformazioni che inevitabilmente siamo costretti a vivere nel ministero e che ci costringono a faticare di più: la diminuzione del numero di preti ci obbliga a rivedere la struttura della nostra pastorale; la mobilità delle persone rende insufficiente quel radicamento sul territorio che ha caratterizzato per secoli la parrocchia tradizionale; la sfida dei mezzi di comunicazione sempre più vari e potenti ci fa sentire come nani impotenti di fronte a giganti che utilizzano strumenti sempre più sofisticati per trasmettere dei contro-messaggi; sono messaggi insipidi, che non hanno profondità, ma che si fanno forti della promessa di una soddisfazione immediata. In questo contesto, è inevitabile che sentiamo una specie di spossatezza interiore; non nasce dalla fatica del lavoro, ma soprattutto dall'apparente sua inutilità.

Torniamo allora alla domanda che ci occupa: come ricuperare il senso del valore della nostra presenza e attività di preti? Lo riconosco volentieri: non siamo importanti noi; è importante Gesù Cristo; il mondo potrebbe bene sopravvivere senza di noi, ma non potrebbe affatto sopravvivere senza quel Gesù Cristo che noi annunciamo e del quale siamo testimoni. Gesù Cristo è la rivelazione dell'amore di Dio, la traduzione dì questo amore eterno in lingua umana, in gesti umani. E senza questo amore l'uomo non può vivere in modo umano. Siamo tutti dei condannati a morte; abbiamo qualche decennio da vivere, ma poi, inevitabilmente, la morte prevarrà su di noi. E lo sappiamo. Come non essere egoisti? Come non pensare a noi stessi, alla difesa della nostra vita, alla conquista del massimo di soddisfazioni nel poco tempo che ci viene dato di vivere? Come dimenticare noi stessi e prenderci cura degli altri se, in questo modo, siamo costretti a perdere le occasioni di piacere che la vita ci offre? E, d'altra parte, come possiamo pensare di vivere in modo autenticamente umano se non ci prendiamo cura gli uni degli altri? Se non diventiamo capaci di amare? Insomma, siamo presi entro una tenaglia: o scegliamo di goderci la vita - e allora siamo costretti a non prenderci troppa cura degli altri; o ci facciamo carico della vita degli altri - e allora siamo costretti a rinunciare a tante nostre soddisfazioni. Nel primo caso siamo meno uomini; nel secondo, ci sembra, di essere meno felici.

Solo l'amore di Dio, che ci precede e che sostiene la nostra vita, può permetterci di uscire da questa contraddizione spirituale. Se riconosciamo l'amore di Dio per noi come origine e fondamento della nostra esistenza capiamo, senza ombra di dubbio, che l'amore è la cifra vera dell'esistenza umana; e che solo quando impariamo ad amare la nostra vita acquista dignità e valore. E se riconosciamo che l'amore viene da Dio e ci pone in comunione con Dio, possiamo anche sperare che l'amore sia più forte della morte e che un”esistenza spesa per amore porti con sé la speranza dell'immortalità.

Il vangelo è questo: “Mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio” annuncia Gesù nella sinagoga di Nazaret leggendo il rotolo del profeta Isaia. Chi sono i poveri se non i medicanti di vita, quelli che hanno un desiderio prepotente di vita, ma non hanno i mezzi per soddisfare questo loro desiderio? E non è forse proprio questa la condizione di ogni uomo sulla terra? Siamo desiderosi di vivere, certo; ma possediamo solo un'esistenza effimera: basta un virus, una distrazione, un incidente per troncare ogni speranza mondana. Siamo desiderosi di amare; ma anche scettici, insicuri, ripiegati su di noi e incapaci di rischiare il gesto primo dell'amore donato. Paolo esprimeva la tragicità dell'esistenza umana con quel grido: “Chi mi libererà da questo copro votato alla morte?” E rispondeva: “Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore!” (Rom 7,24-25)

Noi diciamo al mondo l'amore di Dio, annunciamo la speranza della resurrezione, edifichiamo comunità dove l'amore diventi la regola fondamentale del rapporto con gli altri. E non facciamo questo con un'operazione ideologica, presentando una filosofia astratta. Lo facciamo narrando un fatto concreto, un'esistenza concreta che si colloca in un tempo e in uno spazio preciso della storia umana. È Gesù il fondamento sul quale è costruito tutto l'edificio dell'esistenza cristiana: la sua vita, le sue parole, la sua morte e la sua resurrezione. Rimane vera l'affermazione di Paolo: “Se Cristo non è risorto, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede”. Perché se Cristo non e risorto, il vangelo che annunciamo rimane una semplice idea; nobile e bella, certo, ma solo un'idea. Se invece Cristo è risorto, se Dio ha manifestato in lui l'efficacia della sua forza, se la morte non ha più nessun potere sopra di lui, allora la morte non può più fare troppa paura: sarà ancora capace di turbare la nostra fragile psiche, ma non riuscirà a condizionare la nostra libertà redenta, non riuscirà a costringerci dentro il cerchio mortale dell'egoismo.

La vita del prete nasce in questa libertà che ci è donata dalla resurrezione di Gesù. Amiamo Gesù perché vediamo in lui l'uomo che siamo chiamati a diventare; amiamo l'uomo perché riconosciamo in lui il volto di Gesù. Stiamo vicino ai malati, visitiamo le case dove si piangono i morti, spendiamo tempo ed energie per educare gli adolescenti, pur sapendo che gran parte di loro si dimenticherà di noi e del vangelo, tiriamo avanti con un salario minimo mentre la gente ci pensa ricchi e potenti. Chi ce lo fa fare? Gesù Cristo e il vangelo; l'amore per l'uomo in tutte le manifestazioni della sua vita, nella sua nobiltà e nel suo peccato.

Nessuno è più convinto di noi che nell'uomo ci sono più cose da ammirare che da disprezzare e perché questo uomo possa vivere spendiamo noi stessi. Ci basta ricordare quello che è scritto nel cap. 25 di Matteo: “Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, l'avete fatto a me”. Ci basta questo per vedere nel volto di ogni uomo i lineamenti di Gesù. Possiamo essere più facilmente ingannati e truffati, proprio perché non riusciamo a essere diffidenti del tutto nemmeno di fronte a un estraneo. Eppure “insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi”. (1Cor 4,12-13)

Mi piace riprendere questa straordinaria descrizione dell'apostolo che ci è consegnata da san Paolo; non perché io possa presumere di essere cosi. Debbo, al contrario, riconoscere di ricevere dalla gente molto più onore e rispetto di quanto so di meritarmi. E tuttavia le parole di Paolo mi consolano; mi aiutano a capire che tutte le debolezze, le fragilità, le incomprensioni che posso sperimentare nella mia vita non rendono vano il mio ministero; al contrario, rendono ancora più evidente la sua origine da Cristo. Abbiamo infatti un tesoro prezioso in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. (2Cor 4,7)

Siamo costretti a vivere nella nostra pelle le incertezze, i dubbi, le perplessità, le angosce di tanti nostri fratelli. Ed è giusto cosi. Dovremmo forse cercare di vivere indisturbati quando gli uomini attorno a noi sperimentano fallimenti familiari, infedeltà, disorientamento? Quando i giovani guardano al futuro più con

timore che con speranza? Accettiamo con gioia anche la fatica di vivere. E cerchiamo di renderci conto del

privilegio che abbiamo: quello di poter portare il peso della sofferenza davanti al Signore, nella preghiera; di potere lamentarci sapendo che c'è un orecchio attento che ci ascolta; di poter servire il Signore esprimendo in questo modo la nostra riconoscenza gioiosa. Insomma, la nostra vita di preti non è facile; ma è pienamente “umana” e degna di essere vissuta. Siano rese grazie per questo a Gesù, nostro Signore.


Estate 2008


ripensandoci

La casa prediletta di Dio

Un giorno Dio provò una grande stanchezza per gli uomini. Lo seccavano in continuazione, chiedendogli qualsiasi cosa. Allora decise di nascondersi per un po' di tempo. Radunò tutti i suoi consiglieri e chiese loro: «Dove mi potrei nascondere? Qual è il luogo migliore dove non essere continuamente cercato?» Alcuni risposero: «Sulla cima della montagna più alta della terra». Altri: «No, nasconditi nel fondo del mare. Lì, nessuno ti troverà». Altri: «Nasconditi sul lato oscuro della luna. Quello sarà il posto migliore. Come riusciranno a trovarti là?». Allora Dio si rivolse al suo angelo più intelligente e lo interrogò: «Tu dove mi consigli di nascondermi?». L'angelo intelligente, sorridendo, rispose: «Nasconditi nel cuore dell'uomo! È l'unico posto dove essi non vanno!». (anonimo)

Questa piccola parabola moderna contiene un grosso errore: Dio non si stanca mai degli uomini e, tanto meno, di essere cercato da loro. Semmai è vero il contrario: è l'uomo che cerca la risoluzione ai suoi problemi, che insegue la felicità nelle scoperte scientifiche, nelle proprie forze, nel possesso di sempre più cose, perfino nelle assurdità degli oroscopi o dei vari maghi e ciarlatani; cerca ovunque fuorché nel Signore.

Sempre, ma soprattutto in questi nostri tempi, l'unica cosa di cui può essere stanco Dio è quella di attendere che gli uomini si ricordino di Lui. Anche noi cristiani, a volte, viviamo come se Dio non esistesse.

Un po' di tempo fa una mamma mi confessava: «Mio figlio, che è sempre andato a Messa, ora non ci va più. E quando gli ricordo che io, il suo papà, i suoi fratelli continuiamo ad andarci e gli chiedo perché lui non ci va, mi risponde: “A cosa serve la Messa?... A cosa serve Dio?...”»

Spesso, dicevamo, preferiamo cercare ciò che ci è utile, ciò che ci fa vivere altrove, e spesso diventiamo schiavi di molte cose, ricordandoci di Dio solo magari quando qualcosa va storto, o i nostri castelli di sabbia crollano miseramente.

Dice l'evangelista Matteo: «Nessuno può servire due padroni» (Mt. 6,24). Anche se diverse volte tentiamo di farlo, non è possibile mettere insieme Dio e tutti i nostri piccoli o grandi idoli.

Il salmo 115 ci ricorda che «Gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono...». L'esperienza quotidiana ci dice in faccia che la vita non può essere nutrita solo di cose materiali e di realtà temporali; queste, come ci ricorda sempre la S. Scrittura, sono come il fiore del campo che spunta al mattino e dissecca la sera. La vita è troppo grande per appoggiarsi ed esaurirsi in un orizzonte puramente terreno.

L'angelo intelligente della storiella suggerisce a Dio di nascondersi nel cuore dell'uomo per essere sicuro di non essere disturbato. Tutti noi uomini siamo “sparati fuori”, preferiamo il chiasso, il frastuono della folla che, apparentemente, non ci fa sentire soli, ma che, nello stesso tempo, ci mette al riparo da rapporti personali autentici, da relazioni umane impegnative. Ci fanno paura, invece, la quiete, il silenzio e, magari, il rapporto a tu per tu con Dio nella preghiera e con i fratelli.

Eppure per incontrare l'uomo il Signore preferisce il silenzio, preferisce il deserto. Fare deserto da parte dell'uomo può significare proprio trovare il coraggio di rientrare in sé stesso, ascoltare nel silenzio per scoprire che è sempre il Signore che fa il primo passo, facendosi trovare nel cuore della vita.

Scriveva S. Agostino: «Rientra, o cristiano, in te stesso, perché solo dentro di te c'è la verità, solo dentro di te c'è Dio». Dio sta nascosto dentro ciascuno di noi, nel nostro cuore, e solo se siamo capaci di entrare in noi stessi lo possiamo incontrare.

Se anche solo una volta nella vita, in modi non descrivibili come tutte le esperienze veramente autentiche e personali, avremo avuto la grazia di vivere questo incontro nel nostro essere più profondo, sicuramente la nostra esistenza sarà trasformata; le difficoltà non spariranno, ma la nostra quotidianità verrà illuminata da quella fede, da quella speranza, da quell'amore che solo Dio può donarci.

Il salmo 139, in modo speculare alla storiella sopra riportata, ci dice che è l'uomo che tende ad allontanarsi, a nascondersi da Dio; ma ovunque siamo, anche nei mari più lontani o nella notte più oscura ci dice questa bella preghiera, Dio è là e non si stanca mai di scrutare il nostro intimo, di tenderci la mano per guidarci sulla via della vita.

Se è vero che Dio non si stanca mai di bussare alla porta della nostra vita, come troviamo scritto ancora nell'Apocalisse, è bello pensare che proprio il nostro cuore sia la casa prediletta in cui Dio desidera entrare; è bello pensare che ognuno di noi - specialmente la domenica, quando usciamo dalla chiesa dopo esserci nutriti con la Parola e con l'Eucaristia - sia un tabernacolo vivente perché ospita il Signore nel proprio intimo e, mediante la semplice testimonianza quotidiana. lo porta in famiglia, fra gli amici e, magari, anche a coloro che sembra non vogliono lasciarsi trovare dal Signore o, spero non superficialmente, continuano a chiedersi: “A cosa serve Dio?”.

don Giuseppe


Estate 2008


ripensandoci

Il seme nel deserto

Com'erano belli i suoi monti, si stupì volgendo attorno lo sguardo e, anche se era cambiato, com'era bello il suo paese. Si sentì stringere la gola. Eh sì, stava proprio diventando vecchio, la commozione non gli era mai stata familiare, era una cosa tanto nuova per lui che la ricacciò come se fosse disdicevole e vergognoso provarla. La casa che l'aveva visto bambino era da tempo stata trasformata in ostello e non la riconobbe che dalle finestre ogivali. Prese in affitto una camera in albergo; non sapeva quanto si sarebbe fermato: importanti affari l'avrebbero presto richiamato là dove aveva vissuto molti anni.

Riposò come non succedeva da tempo e al mattino si alzò presto col proposito di effettuare un'escursione nei boschi che, a differenza del paese, gli sembravano quelli di un tempo. L'aria frizzante del mattino lo accarezzava dolcemente e non gli faceva sentire la fatica della ripida salita. Trascorse una splendida giornata, solo lui e la montagna, il silenzio e la quiete.

Era così perso nei suoi pensieri, mentre scendeva a valle, verso sera. La luce del sottobosco cominciava a mancare e i raggi del sole morente faticavano a sfondare l'intrico delle fronde degli alberi secolari. Ad un tratto gli parve di udire una voce e una melodia bellissima lo stupì e incuriosì. Da dove veniva?

Tese l'orecchio e trattenne il respiro: qualcuno stava cantando. A piccoli passi si avvicino al luogo da cui proveniva: c'era una piccola radura nel bosco, e una ragazza stava cantando seduta su un ceppo tagliato, teneva in braccio un cerbiatto e lo accarezzava teneramente.

La luce calda del tramonto, filtrando fra l'intrico dei rami, faceva splendere il pulviscolo come pagliuzze dorate che piovevano dall'alto sulle due figure facendole sembrare un miraggio. Il canto era dolcissimo, le note pure e melodiose vibravano nell'aria come un palpito d'ali. Lui non ne comprendeva il significato poiché non conosceva quella strana lingua, eppure venne rapito da quella melodia e rimase nascosto ad ascoltare incantato, mentre il canto si riempiva di una tale struggente malinconia che di nuovo avvertì quella stretta alla gola e, senza sapere perché, si trovò ad asciugarsi gli occhi col dorso della mano.

Così com'era nato quel canto meraviglioso, a poco a poco, impercettibilmente scemò e svanì, e con lui anche chi l'aveva generato. Quando se n'era andata? Non l'aveva vista alzarsi, eppure non c'era più. Mosse qualche passo incerto verso il ceppo e si guardò in giro. Nessuno, solo lui e una sensazione stranissima, sovrannaturale... Provo un brivido di timore e fuggì da quel luogo magico, mentre un turbinio di pensieri gli invadeva la mente. Stava forse impazzendo?

Sentì improvviso, inaspettato il desiderio di pregare ma, per quanto si sforzasse, non riusciva a richiamare alla mente neppure una piccola preghiera. Come evocata scorse, seminascosta da grandi alberi, la piccola chiesa che si trovava al limitare del bosco. Proprio allora gli arrivarono argentine le note della campana che dalla parrocchiale più a valle invitavano alla preghiera della sera.

Si sentì chiamato da quella campana e si aggrappò al portale della chiesetta credendolo chiuso, invece, cigolando sui cardini logori, si spalancò sotto la sua spinta timorosa. La chiesa era piuttosto buia e lui vi penetrò quasi titubante, si trovo in ginocchio senza quasi accorgesene davanti al piccolo tabernacolo. Solo allora gli salì alle labbra la preghiera del Padre nostro, disseppellita, non dimenticata, dai recessi polverosi della sua memoria.

Lì solo, in quella piccola chiesa, senti rinascere dentro di lui la “sete” di Dio che credeva perduta, la fede che l'aveva accompagnato da fanciullo, che da tanti, troppi anni, aveva abbandonato, ma che non era persa del tutto. Come una piccola scintilla sotto la cenere apparentemente spenta di un camino, alimentata, prende vigore e arde fulgida, così la sua anima sentì il desiderio grandissimo di riavvicinarsi a Dio. Questo avrebbe fatto e la sua vita da quel giorno cambiò: si liberò da tutti i suoi impegni di lavoro, cercò una piccola casa e, non mancandogli la disponibilità economica, si mise ad aiutare quanti erano nel bisogno, tanto che tutti impararono a conoscerlo col nome di “Generoso”.

Per buona parte della sua vita non aveva pensato che ad accumulare denaro ed ora, grazie a un evento strano e bellissimo, aveva trovato il senso vero della vita: si sentiva in pace con Dio e col mondo intero, pienamente appagato e incredibilmente felice di condividere ciò che aveva col suo prossimo.

Racconta un vecchio saggio che vi sono posti nel deserto dove la pioggia non cade quasi mai; a volte possono passare anche 100 anni, ma quando ciò accade, le dune riarse e spoglie si vestono di fiori dai colori spettacolari e quel luogo desolato assume un aspetto incredibilmente meraviglioso perché i piccoli semi erano ancora vivi sotto la sabbia, riposavano attendendo di essere svegliati dal lungo sonno.

Può capitare che alcuni di noi si sentano come quell'angolo di deserto, ma quel piccolo seme che anni prima Qualcuno ci ha gettato nell'anima può improvvisamente ricominciare a germogliare e fiorire perché non era morto, no, aspettava solo di essere destato dal sonno.

Dely


Estate 2008


ripensandoci

Caro San Giuseppe

Caro San Giuseppe, scusami se approfitto della tua ospitalità e, con una audacia al limite della discrezione, mi fermo una mezz'oretta nella tua bottega di falegname per scambiare quattro chiacchiere con te. Tu continua pure a piallare il tuo legno, mentre io, seduto su una panca, in mezzo ai trucioli che profumano di resine, ti affido le mie confidenze...

Mio caro San Giuseppe, sono venuto qui per conoscerti meglio come sposo di Maria, come padre di Gesù e come capo di una famiglia per la quale hai consacrato tutta la tua vita. E ti dico che la formula di condivisione espressa da te come marito di una vergine, la trama di gratuità realizzata come padre del Cristo e lo stile di servizio messo in atto come responsabile della tua casa, mi hanno da sempre incuriosito, e mi piacerebbe capire in che misura questi paradigmi comportamentali siano trasferibili nella nostra “civiltà”.

Attraverso l'uscio socchiuso, scorgo di là Maria intenta a ricamare un panno bellissimo, senza cuciture, tessuto tutto d'un pezzo da cima a fondo. Probabilmente è la tunica di Gesù per quando sarà grande. Quando tuo figlio indosserà quella tunica, lui, l'eterno, si sentirà le spalle amorosamente protette dal fragile tempo di sua Madre.

Dimmi, Giuseppe, quand'è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l'anfora sul capo? O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazaret conversava in disparte sotto l'arco della sinagoga? ...

Ti ha parlato di Jahvé. Di un angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo. Di un progetto più grande dell'universo e più alto del firmamento che vi sovrastava. Fu allora che le dicesti tremando: «Per te, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria. Purché mi faccia stare con te». Lei ti rispose di si e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente.

Hai avuto più coraggio tu a condivide il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto sull'onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha fatto il resto, in te e in lei. Non hai chiesto nulla per te; non per orgoglio ma per sovraccarico d'amore.

Ora Giuseppe... sta arrivando una donna dal forno. Ecco, ti ha portato del pane, e la bottega si è subito riempita di fragranza... Si direbbe che il pane, più che nutrire, è nato per essere condiviso. Con gli amici, con i poveri, con i pellegrini, con gli ospiti di passaggio. Spezzato sulla tavola, cementa la comunione dei commensali. Deposto nel fondo di una bisaccia, riconcilia il viandante con la vita. Offerto in elemosina al mendico, gli regala un'esperienza, sia pur fugace, di paternità. Donato a chi bussa di notte nel bisogno, oltre a quella dello stomaco, placa anche la fame dello spirito che è fame di solidarietà. Un giorno anche tuo figlio lo spezzerà, prima di morire e la speranza traboccherà sulla terra. Spezza anche per me un po' di quel pane.

Dopo il pane, ecco ti portano il vino. Un giorno tuo figlio lo farà scorrere sulle mense dei poveri e sceglierà il succo della vite come sacramento del sabato eterno. Dammene un po' e dammi anche un po' d'acqua pura della fonte. Quando tuo figlio la userà per lavare i piedi ai suoi amici, diverrà il simbolo di un servizio d'amore, spiegazione segreta della condivisione, della gratuità, della festa.

Caro San Giuseppe, il mio incontenibile bisogno di senso ha trovato rifugio e risposte presso di te. Gli echi di questa ricerca di autenticità ancora si diffondono nel nostro tempo. E - ne siamo certi - continuano a giungere fino a te.

Tonino Belli
da “La carezza di Dio. Lettera a Giuseppe”


Estate 2008


ripensandoci

Estate, tempo di libertà

Ritorna l'estate. Ci avvolge con i suoi ritmi, i suoi riti, i suoi desideri, i suoi ludici “santuari” e ci offre, per liberarci dalla fatica del lungo inverno, l'opportunità di un tempo che, chiamato “libero”, c'incatena ad una infinita di abitudini e svuota di senso, di scopo, di significato le diverse opportunità che invece questo tempo può offrirci.

Anche le Comunità Parrocchiali subiscono l'attrattiva di questo tempo: “descolarizzate” le loro attività, avvertono la fatica dell'incontro con l'homo viator, vedono mutare il loro stesso volto. Si perde la dimensione di appartenenza alla Parrocchia.

I fedeli emigrano, partono, si disperdono. E si ricompongono altrove: al mare o ai monti, lungo i fiumi e sui laghi, nei centri benessere e nei parchi, ma anche negli eremi e nei monasteri, nel volontariato e nel servizio verso coloro, e sono tanti, che non possono usufruire né di vacanze né di quiete, nei pellegrinaggi e nell'incontro con l'arte e la cultura. Negli spazi dell'Infinto e del Trascendente.

L'estate e la vacanza non sono nemici della fede, sono tempi da cogliere, da vivere, da riempire.

Papa Benedetto XVI ha detto che “il tempo libero è certamente una cosa bella e necessaria, ma se non ha un centro interiore esso finisce per essere un tempo vuoto che non ci rinforza e ricrea”.

La stessa parola “vacanza” che deriva dal latino “vacare” (essere vuoto, vacante; in senso figurato essere libero quindi avere tempo per, mancare di, essere lontano da) può evocare, nel suo significato etimologico, una prospettiva e uno stile nel “fare vacanza”. La vacanza non come tempo vuoto, ma come tempo di libertà. Tempo riempibile di senso per non sprofondare poi nella noia, per non rinchiudersi nello smarrimento, per non allontanarsi dalla vita, dal quotidiano perché stufi della sua monotonia.

È un tempo creativo, anche nella logica di Dio, Il salmo 45 sembra quasi invitarci a “fare vacanza”: «Fermatevi e sappiate che io sono Dio».

Estate allora è il tempo per fermarsi, per sostare, per verificarsi, per riprendere in mano la propria vita. Tempo per se, tempo per gli altri, tempo per le amicizie, tempo per l'essenziale, tempo per lo spirito, tempo per Dio.

È il tempo per la bellezza. Attraverso “la via della bellezza” nell'estate è possibile risvegliare il desiderio di senso e la nostalgia dell'indicibile. Il Cardinal Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI, dice che “l'incontro con la bellezza può diventare il colpo del dardo che ferisce l'anima ed in questo modo le apre gli occhi”. L'enorme patrimonio culturale religioso, risulta essere un percorso privilegiato in tal senso.

La vacanza del credente è un atto estetico. E, continua il Cardinal Ratzinger, “affinché oggi la fede possa crescere, dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a entrare in contatto con il bello e annunciare la verità della bellezza. Non la bellezza mendace, falsa, abbagliante che non fa uscire gli uomini da sé per aprirlo nell'estasi dell'innalzarsi verso l'alto, bensì li imprigiona totalmente in se stessi”.

L'incontro, nel tempo di vacanza, con l'enorme patrimonio culturale religioso, con comunità cristiane accoglienti, con la ricchezza delle tradizioni, risulta essere un percorso privilegiato in tal senso.

Infine, la vacanza, ricorda all'uomo chi egli è: è immagine di Dio chiamato ad immergersi nel non-tempo quando tutto sarà riposo e quiete, incanto e bellezza, gioia e festa senza fine.

Dai “Quaderni della segreteria della CEI”


Estate 2008


ripensandoci

Bilancio per una nuova vita



Quando i due genitori vogliono progettare di avere un figlio, oppure, grazie alla Provvidenza, si trovano ad aspettarne uno, inevitabilmente si formano pensieri e preoccupazioni che, schematicamente, si possono idealmente descrivere come un bilancio di previsione a due voci contrapposte quali costi/ricavi – entrate/uscite – guadagni/perdite. Queste voci iscritte in bilancio sono anche di natura economica, ma non solo. Per questo ragionamento abbiamo provato, in sintesi, a compilare uno schema di bilancio a voci contrapposte rispondendo alla domanda: cosa comporta avere un bambino?

COSA COMPORTA AVERE UN BAMBINO?
Bilancio tipo di due genitori

COSTI - USCITE - PERDITE
(preoccupazioni)
RICAVI - ENTRATE - GUADAGNI
La sua salute sarà buona? Il sorriso di un bimbo piccolo che non sa ancora parlare
Avremo la forza di accudirlo?
A che società andiamo incontro?
Notti insonni quando è piccolo
Poco tempo per seguire gli affari
Avremo i soldi per la casa?
Potremo farlo studiare?
A quante “pizze” dobbiamo rinunciare?
Potremo andare in vacanza?
Ci sarà un futuro migliore o peggiore?
Avremo qualcuno che ci aiuta?
Sarà un buon ragazzo e adulto?
Sarà un buon cristiano?

Alla voce Ricavi - Entrate - Guadagni ci siamo fermati alla prima riga, perché già al quel punto il bilancio presenta un saldo attivo. Anche se aggiungessimo altre voci ai costi (e ce ne sarebbero) il risultato non cambierebbe. Grazie a Dio questa voce attiva del sorriso di un bambino l'abbiamo potuta sperimentare più volte ed ogni volta è stata gioia e stupore. Ci permettiamo solo di indicare due voci fuori dal bilancio sulla parte attiva: Provvidenza e Speranza, anche queste sperimentate e vissute non per nostro merito, ma per grazia, e perciò possibili da offrire a chi legge.

Per chi vuole approfondire, specie i giovani e le giovani coppie, la Parola di Dio e la Chiesa offrono sempre temi ed occasioni da non perdere.

Due genitori


Estate 2008


19 luglio 1998: la visita del Papa a Borno

Fede e coraggio del Papa Giovanni Paolo II

Nel luglio di 10 anni fa, da Lorenzago dove si trovava per le vacanze, il Papa Giovanni Paolo II è venuto in elicottero a Borno per alcune ore ed ha recitato l'Angelus davanti alla facciata della chiesa parrocchiale.

papa giovanni paolo II

Nei cuori e nelle menti di chi era presente sono rimaste incancellabili le parole del Papa, il cui messaggio centrale è stato un triplice invito. Uno rivolto a tutta la gente di Borno: “Cari Bornesi, amate la vostra fede, testimoniatela con gioia, rendetela operosa mediante l'amore fraterno, il perdono e l'aiuto reciproco e solidale”.

Uno rivolto ai giovani: “Investite bene la vostra vita, che è un talento da far fruttificare; ricordatevi che si vive una volta sola. Non sprecate la vostra vita!”.

Ed uno rivolto ai lontani dalla Chiesa e ai non credenti: “Non abbiate paura a cercare Dio, perché Egli vi sta cercando e vi ama”.

Questo messaggio, insieme col caloroso saluto e gli auguri che il Papa ha esteso ai villeggianti che vengono a Borno “per respirare aria buona e cercare ristoro fra le pinete ed i monti”, non deve essere dimenticato.

Ugualmente non deve essere dimenticata la testimonianza che quel grande Papa ha dato al mondo con la sua fede, col suo coraggio, con la sua preghiera, con i suoi viaggi nei cinque continenti per dire a tutti che ognuno ha un posto nel cuore di Dio e per infondere coraggio alla Chiesa.

Si tratta di un Papa che appartiene ai giganti della storia.

Egli ha risvegliato nel mondo il senso religioso. Ha fatto capire che non si possono limitare gli orizzonti dell'uomo a questa terra. Ha insegnato che la coscienza “in cui l'uomo si trova solo con Dio e scopre una legge scritta nel cuore” (Gaudium et spes, 16) conferisce dignità all'uomo e alla donna, e nessuno può strapparla o sopprimerla.

Ha avuto fiducia nella forza delle istanze spirituali e morali ed ha sempre messo al centro la persona umana con la sua intangibile dignità e libertà.

Questa centralità della persona umana, Giovanni Paolo II ha saputo non solo difenderla col vigore della sua missione apostolica, ma l'ha testimoniata con l'esempio eloquente della sua profonda umanità, con il lavoro da giovane operaio nella cava di pietra e poi nella fabbrica della Solvay, con la passione per il teatro e la fine sensibilità poetica, con l'amore per lo sport praticato da sacerdote, da Vescovo e perfino da Papa, col suo ammirato stupore di fronte alle meraviglie della natura e dell'arte.

Egli inoltre ha saputo congiungere un profondo e penetrante realismo storico con uno sguardo illuminato dalla fede. Perciò ha saputo scorgere l'azione di Dio nella trama degli avvenimenti ed ha saputo influire da protagonista sul corso degli eventi.

La Provvidenza divina ha riservato grandi compiti nella storia mondiale del nostro tempo al Papa venuto dalla Polonia.

Anche se è vero che Giovanni Paolo II ha inciso nella storia e negli avvenimenti che hanno portato alla caduta del muro di Berlino, come ha rilevato lo stesso Gorbachov, la prima e fondamentale caratteristica del suo Pontificato è stata religiosa.

Il movente di tutto il Pontificato, il motivo ispiratore di tutte le iniziative intraprese è stato religioso: tutti gli sforzi del Papa miravano a fare rientrare Dio da protagonista in questo mondo.

Il motivo per cui il Papa era contro il comunismo era un motivo non politico, ma religioso: egli operò con coraggio contro il comunismo perché era un sistema che professava l'ateismo e perseguitava la Chiesa, e in pari tempo opprimeva l'uomo, negandogli piena libertà. Era un motivo religioso quello che ispirava il Papa e che faceva seguito alle parole vibranti da lui pronunciate nella prima celebrazione in Piazza San Pietro: “Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!”

L'elemento qualificante del suo Pontificato è stato l'amore a Cristo, Redentore dell'uomo, e l'amore all'uomo, redento da Cristo.

La fedeltà al Vangelo ha portato Giovanni Paolo II a difendere col vigore del lottatore i grandi valori umani e cristiani. Difese tali valori con importanti encicliche e innumerevoli interventi, facendo sentire la sua voce anche nelle conferenze internazionali. In tutti gli angoli della terra ha seminato ragioni di vita e di speranza ed ha rivendicato la dignità di ogni uomo e di ogni donna e il rispetto della libertà e dei diritti umani.

Ha indicato a tutti la via della verità e dei valori morali come unica strada che può assicurare un avvenire più umano, più giusto, più pacifico. È stato in questa nostra epoca, nella quale ha lasciato un segno incancellabile, il più strenuo e appassionato tutore dei valori che danno senso alla vita e che fanno parte del patrimonio della civiltà cristiana. È stato un grande messaggero di pace e un instancabile operatore per una convivenza tra gli uomini e i popoli all'insegna dell'armonia e della collaborazione.

La testimonianza della sua vita parla ancora al cuore di ogni uomo e di ogni donna, nonostante l'inesorabile trascorrere del tempo.

Card. Giovanni Battista Re


Estate 2008


19 luglio 1998: la visita del Papa a Borno

Le interviste

In occasione del decimo anniversario della visita del Santo Padre Giovanni Paolo II alla nostra comunità, i ragazzi delle scuole medie hanno intervistato alcune persone su questo straordinario evento.

Don Giuseppe Maffi, parroco di Borno
(di Alessandro M.)

- Quanti anni avevi all'arrivo del papa?
Avevo 56 anni.

- Sei stato tu il primo ad essere avvisato dell'imminente arrivo? Da chi e come?
Si, come parroco sono stato il primo ad essere avvisato dal Cardinale Giovanbattista Re tramite una telefonata. In principio il Cardinal Re voleva far portare il Papa in vacanza a Borno, per fargli conoscere il suo paese natale. Purtroppo il Santo Padre mostrava già i primi segni di malattia, motivo per cui Monsignor Stanislao (ora vescovo di Cracovia) decise di mandarlo in una delle sue case in Trentino. Il Papa riuscì comunque ad esaudire il desiderio del Cardinal Re, promettendo che, durante le sue vacanze, sarebbe venuto a Borno una domenica per celebrare l'Angelus. Quel giorno fu il 18 luglio 1998.

- Cosa hai provato dopo aver ricevuto la notizia?
Ho provato grande gioia e trepidazione.

- In che modo si sono svolti i preparativi? Chi è stato ingaggiato? Con quali emozioni si lavorava?
La preparazione si e realizzata in circa due-tre mesi durante i quali la comunità di Borno ha preparato bandiere, striscioni, ecc... Tutti lavorarono con entusiasmo.

- Dove è atterrato l'elicottero che trasportava il Papa?
L'elicottero, bianco, e atterrato nel piazzale della Dassa.

- Eri lì all'arrivo di una così importante persona?
Ovviamente. Come parroco dovevo essere lì.

- Come vi siete salutati? Cosa hai provato?
Ci siamo salutati con una stretta di mano e poi io gli ho baciato la mano e durante quel saluto io ho sudato, ma non per il caldo.

papa giovanni paolo II

- Come era vestito il Papa? Da chi era accompagnato?
Il Papa era vestito di bianco ed era accompagnato dalla sua sicurezza.

- Cosa facevi mentre il Papa celebrava l'Angelus? Ti è sembrato un Angelus normale?
Io ero lì sul palco insieme al Cardinale, al Vescovo e don Angelo e quell'Angelus mi è sembrato più familiare perché detto in mezzo alla gente e non da una finestra.

- Il Papa come ha trascorso il resto della giornata? Tu eri con lui?
Ha pranzato a casa mia, eravamo in 12: io, don Angelo, il Papa, la sicurezza e il guardiano dell'Annunciata. Dopo il pranzo ha riposato sempre a casa mia, poi ha preso la Papa Mobile ed è andato a Croce di Salven per incontrare i parenti del Cardinale e al padre di quest'ultimo ha regalato un'icona. Dopo l'incontro è ripartito con l'elicottero in un prato vicino.

- A che ora e andato via? Come lo ha salutato la gente? Come lo hai salutato? Cosa hai provato?
Il Papa è andato via alle 18.00 e la gente lo ha salutato con gioia, io con un abbraccio; in quel momento ho provato gioia, emozione e ho pensato che per fortuna era andato tutto bene.

- Nei giorni successivi il Papa ha parlato di questa visita in televisione?
Non ne ha parlato perché l'Angelus lo ha visto tutto il mondo.

- All'annuncio della sua morte cosa hai provato?
Ho provato dispiacere, rincrescimento, ma anche consapevolezza di aver avuto la fortuna di averlo incontrato perché quando era in vita era venuto a Borno.

Possiamo dire che dopo la morte di Giovanni Paolo II la venuta del Papa a Borno e diventata ancora più importante: la nostra comunità è stata visitata da un Santo. È stato davvero uno splendido ed importante momento per l'intera comunità.


Don Alberto Cabras, curato della parrocchia di Borno
(di Irene)

- Quando il Papa e venuto a Borno era la prima volta che lo vedevi?
Praticamente si. Era già venuto a Brescia quando ero piccolo. ma purtroppo non me lo ricordo.

- Avresti mai pensato che sarebbe venuto nel nostro paese?
In effetti no, ma soprattutto non avrei mai pensato di vivere il sacerdozio nel paese in cui era stato il Papa.

papa giovanni paolo II

- Che cosa hai trovato di speciale in questo Papa?
Innanzitutto lo rendeva speciale il fatto di essere il Papa. Era un uomo determinato, buono, il “Papa della gente”, ma soprattutto era un uomo di Dio.

- Che cosa ti ha dato l'incontro con Lui?
Anche se ero molto giovane, infatti avevo solo 22 anni, l'incontro con il Papa mi ha trasmesso una fortissima emozione.

- Qual è il momento che ti ha colpito di più?
Non avendo potuto andare sul sagrato per vederlo da vicino, ho assistito solo all'atterraggio dell'elicottero che, comunque, mi ha colpito molto. Poi, grazie a dei maxischermi, ho potuto sentire le Sue parole, quindi anche quello che diceva ai giovani: “La vita è una sola e non va sprecata”.

- Che emozioni hai provato?
Un grande desiderio di donare la mia vita per gli altri, proprio come aveva fatto Lui.

- Non essendo, nel 1998, ancora sacerdote, l'incontro con il Papa ti ha aiutato nel fare la tua scelta?
In tutta sincerità, avevo già fatto la mia scelta. Lui e venuto a Borno a luglio e io già sapevo che a settembre sarei entrato in seminario. Nonostante questo, l'incontro con il Papa ha rafforzato molto la mia fede.


Giovanna Zani, 75 anni
(di Maria)

- Quando hai visto il Papa per la prima volta?
Ho visto il Papa la prima volta in chiesa quando ha salutato i sacerdoti.

- Con chi eri?
Io accompagnavo don Spiranti e ricordo che tutti i sacerdoti avevano un'espressione beata, come illuminata da Dio.

- Hai seguito l'Angelus?
Si. Poi sono uscita e quando il Papa è passato tra la folla ho visto che tutti erano radiosi. È stata un'esperienza indimenticabile perché il Santo Padre era una persona molto umile. Si vedeva chiaramente come il suo volto e il suo sorriso fossero illuminati da Dio.

- Ricordi qualche espressione o gesto di Giovanni Paolo II?
Alla fine dell'Angelus, l'ormai anziano sacerdote don Spiranti l'ha voluto salutare di nuovo. In quell'occasione il Papa mi ha stretto le mani e mi ha toccato due volte il volto. È stata come una benedizione! In ricordo di questa giornata ho conservato parecchie fotografie e, guardandole, rammento i fatti di quel giorno.


Famiglia Rivadossi
(di Alessandro R.)

- Che emozioni avete provato quando è venuto il Papa?
Un'emozione unica, che più grande non si può, davvero indescrivibile. Questo per la grande opportunità che abbiamo avuto di poter accogliere il Papa insieme ai nostri quattro figli.

- Come vi eravate preparati all'incontro con Giovanni Paolo II?
Con gioia e serenità. Quando il parroco, don Giuseppe Maffi, ci ha comunicato che la nostra famiglia avrebbe potuto accogliere il Santo Padre al suo arrivo a Borno, abbiamo provato una grande emozione ma, allo stesso tempo, anche un momento di forte tensione per il compito che era stato assegnato a noi e ai nostri quattro gemellini.

- Come vi ha salutato il Papa?
ll Papa e arrivato con l'elicottero al piazzale della Dassa verso le ore 10. Noi eravamo già là, pronti ad accoglierlo. Non appena l'elicottero è atterrato, il Santo Padre si è presentato sulla scaletta. Nel vederlo ci siamo emozionati molto. Lui ha salutato i tanti fedeli e poi è sceso dalla scaletta. Ci è venuto incontro. I nostri bambini avevano ciascuno una rosa gialla da offrigli. Lui ha preso la rosa, li ha baciati sulla fronte, gli ha donato una corona e ha dato loro la Sua benedizione. In seguito ha salutato le autorità.

È stata davvero una giornata indimenticabile, una giornata molto importante per i nostri bambini e per la nostra famiglia. Spesso la riviviamo con piacere e commozione sfogliando l'album delle fotografie.


Teo Pinzio, gestore dell'Albergo Belvedere
(di Riccardo)

- In che anno e venuto il Papa a Borno?
Il 19 luglio 1998.

- Che significato ha avuto per te questa data?
Per me questa era già una giornata speciale perché era il compleanno di mia moglie; inoltre abbiamo avuto il grande onore di essere scelti per preparare il pranzo a Sua Santità ed il suo seguito. Per noi e stata una giornata molto impegnativa e faticosa perché avevamo il ristorante pieno di gente ed inoltre dovevamo preparare il cibo da portare in Canonica.

- Siete stati ricevuti dal Santo Padre?
Sì, abbiamo avuto l'onore di essere ricevuti in udienza privata da Sua Santità: è stato veramente emozionante incontrare cosi da vicino un Santo, una persona tanto carismatica, capace di suscitare in noi tutti tante emozioni. Questa giornata non è stata vissuta solo dal punto di vista lavorativo, ma penso che con la sua visita Giovanni Paolo Il abbia portato a noi una ventata di pace e di speranza.

papa giovanni paolo II

- Cosa hai notato in particolare di questa giornata?
Durante la sfilata del Papa in Viale Giardini, ho notato un particolare veramente importante: sul lato opposto al mio locale c'erano tantissimi ragazzi, abituali clienti della birreria. All'arrivo del Santo Padre tutti avevano, come me, gli occhi lucidi dall'emozione e penso che abbiano atteso questo momento con la speranza di ricevere una benedizione speciale ed il loro entusiasmo era incredibile. Pensavo che certi ragazzi si entusiasmassero soltanto per il rock, invece, con una persona di tanto spessore, tutto può capitare... Non dobbiamo scordarci di ringraziare Sua Eminenza, il cardinal Re, perché solo grazie a lui abbiamo potuto vivere una giornata storica.


Elena Marchi, insegnante di lettere
(di Marco)

- Si dice che sia stato un Papa che ha unito le persone; che emozioni ha provato vedendolo?
La venuta del Papa a Borno non è stata la prima occasione in cui ho visto Giovanni Paolo II. Alcuni anni prima del 1998 trascorsi le vacanze di Pasqua a Roma e ascoltai la Messa in piazza San Pietro. Allora, come poi nell'occasione bornese, provai forti emozioni: non solo Giovanni Paolo II era una persona capace di unire le persone, ma aveva la grande forza di trascinarle, di veicolarle in un'unica direzione, quella della speranza e dell'amore. È un peccato che voi siate così giovani e non abbiate potuto conoscerlo: ma ne troverete un ricordo nei libri, perché quest'uomo ha segnato la storia.

- Mi racconti la sua esperienza.
Sono trascorsi dieci anni e la mia memoria è tutt'altro che ferrea. Comunque ricordo una giornata di grande fervore in Borno. Tanta gente, una grande folla, ma ciascuno credo abbia partecipato in modo molto individuale e singolare a quell'incontro. lo mi recai sul sagrato di Borno a piedi, con mio marito: era l'anno del nostro matrimonio, anzi, eravamo sposi da soli 19 giorni. Quella visita dunque ha avuto un significato particolare per me: è stata un po' la benedizione della mia unione coniugale. Lungo il tragitto, prima di vedere il Santo Padre, io e Marco non ci siamo detti molte parole: stavamo preparando l'animo all'incontro. Poi, davanti alla Chiesa, abbiamo visto il Papa, abbiamo ascoltato l'Angelus, abbiamo partecipato con la comunità bornese, la nostra nuova comunità di appartenenza, ad un evento molto speciale e ci siamo sentiti, io mi sono sentita, parte di un'unica cosa. È stata una splendida sensazione.

- Se avesse avuto l'opportunità di parlargli, cosa gli avrebbe chiesto?
Credo che mi sarei trovata in grossa difficoltà: di fronte ad una persona di cosi grande spessore, di tale carisma, di siffatta “immensità”, anch'io, che difficilmente taccio, forse non avrei proferito parola, mi sarei limitata a sorridere emozionata. D'altronde cosa si può chiedere ad un Papa? Sono sempre stata molto incuriosita dal sapere cosa si dicono negli incontri privati i grandi personaggi di Stato e il Pontefice. Io, nel mio piccolo, non essendo un uomo di stato, oggi chiederei a Giovanni Paolo II di continuare a vegliare su di noi e lo ringrazierei per il sacrificio della Sua vita.

- Se dovesse descrivere il Papa in due parole, come lo definirebbe?
Non lo so, è molto difficile descrivere qualsiasi persona in due parole: come è possibile farlo di un uomo che in qualche modo ha cambiato il mondo contemporaneo? Forse lo definirei il Papa della Pace.

- Cosa ha significato Papa Wojtyla per il mondo?
È stato un grande Papa: è stato il Papa dei giovani ed ha contribuito ad un riavvicinamento della gioventù alla Chiesa, anche attraverso forme di preghiera collettiva o di gruppo che io non amo molto, ma di cui apprezzo comunque la grande efficacia; è stato il Papa della Pace, perché ha agevolato la distensione nel periodo tragico della Guerra Fredda; è stato il Papa del dialogo tra le diverse religioni. E poi, fatto per noi fondamentale, è stato il Papa della Montagna, il Papa dell'Adamello, il Papa di Borno!


papa giovanni paolo II e bambino

Una persona anziana
L'intervista rispecchia il pensiero e le emozioni di molti anziani di Borno che, a dieci anni di distanza, ripensano con gioia e gratitudine alla visita di Giovanni Paolo II.

- Ti ricordi quando Papa Giovanni Paolo Il è stato a Borno?
Non potrei mai dimenticarmelo: era esattamente domenica 19 luglio 1998

- Quanti anni avevi quando il Pontefice ci ha fatto visita?
Avevo esattamente dieci anni meno, cioè 65 anni.

- Sei riuscita a stringergli la mano o a vederlo da vicino?
Tutti avrebbero voluto farlo. Purtroppo io l'ho visto solo da lontano perché il sagrato, ma non solo, era gremito di gente e blindato. Già alcuni giorni prima, il paese era in fermento e preso d'assalto. Una miriade di fedeli giungeva da ogni parte per assistere all'evento.

- Quali sono le immagini e i ricordi che, a dieci anni di distanza, sono ancora vivi?
Tanti sono i ricordi di quella giornata. Ho ancora davanti agli occhi alcuni particolari: il passo lento ma determinato del Pontefice che scende dall'elicottero; il suo sorriso davanti ai quattro piccoli gemelli Rivadossi che, a nome dei bornesi, gli davano il benvenuto e gli porgevano un mazzo di fiori; il suo volto già sofferente raccolto in preghiera durante l'Angelus; la piazza e il sagrato “punteggiati” di bandierine e palloncini bianchi e gialli...

- Qual è la prima cosa a cui hai pensato quando hai visto il Papa?
Potrà sembrare strano ma, guardandolo da lontano, ho pensato che i bornesi erano davvero fortunati: non a tutti è data la grazia di godere della visita del Papa nella propria Parrocchia.

- Cosa hai provato mentre ascoltavi Papa Giovanni Paolo II parlare alla folla sulla porta della nostra bellissima Chiesa?
Un'emozione indescrivibile che ancora rivivo se mi capita di pensarci. La consapevolezza del privilegio di avere Sua Santità così vicino mi faceva e mi ha fatto sentire per molto tempo più vicina al Cielo.

- Immagino che la notizia della sua morte sarà stata un duro colpo...
Penso che la notizia della sua morte sia stato un duro colpo per tutti. È anche vero che la sua visita in paese gli ha riservato un posto speciale nel cuore dei bornesi e la sua scomparsa ha creato un vuoto che a volte sembra davvero incolmabile.

- In conclusione c'è qualcosa che vorresti aggiungere?
Sono davvero fiera di essere stata testimone della visita del Santo Padre a Borno. Ogni volta che mi reco in Chiesa il mio sguardo, anche senza volerlo, si posa sulla parete della navata sinistra che riporta una scritta “Spalancate le porte a Cristo”. Sono parole soavi che rincuorano e danno forza. Sono le dolci e sagge parole di una persona che prima di essere stato un grande Papa, è stato un grande uomo e che mi accompagnano nei momenti di sconforto.


Estate 2008


19 luglio 1998: la visita del Papa a Borno

Le foto parlano...

S. Messa celebrata dal Vescovo mons. Mario Vigilio Olmi, in attesa del Santo Padre.Si apre lo sportellone e appare il Papa.Mons. Re e il vescovo Bruno Foresti lo accolgono.Con i gemellini.Il Papa saluta.Il Papa sulla sua automobile scoperta, circondata dalla sicurezza del Vaticano, inizia il suo percorso per arrivare alla chiesa.Il saluto e il benvenuto del parroco don Giuseppe Maffi.Sulla porta della chiesa.Rivolto verso la piazza.I doni della comunità... offerto da don Giuseppe.I doni della comunità... dai bambini.I doni della comunità... da Elisa.I doni della comunità... da Giuseppe, un artista locale.La gente sul sagrato.Il Papa con i bambini.Tutti desiderano stringergli la mano.Mai vista la piazza così piena di gente.In chiesaCon i chierichetti.Il Papa esce dalla canonica...Il Papa attraversa la piazza che verrà a lui dedicata, a ricordo della storica visita.

Estate 2008


Oratorio Arcobaleno

Auguri coscritto!

ventesimo oratorio- Come sarebbe “Auguri coscritto”?

- Si, caro Cüntòmela, quest'anno entrambi compiamo vent'anni.

- Per la verità io c'ero prima di te.

- Hai ragione, ma non ti ricordi che la prima volta che sei uscito con una veste davvero tipografica - prima venivi confezionato con fotocopie, ciclostile e graffette - è stato proprio per la mia inaugurazione nel giugno del 1988?

- Come potrò scordarlo, anche perché se non avessi avuto la copertina un po' impermeabile, quel numero sarebbe stato subito ridotto ad una poltiglia.

- Beh sì, la mia inaugurazione è stata rimandata un paio di volte e alla fine sono stato battezzato ancora con un'intensa pioggia che ha costretto le persone a ripararsi sotto il mio portico, oltre che nei miei locali appena aperti.

- Comunque, penso che sia valso anche per te ciò che si dice per i matrimoni: “oratorio bagnato, oratorio fortunato!”.

- Certo che in questi venti anni, tanto per restare in tema con il mio nome, ne abbiamo viste di tutti i colori.

- Abbiamo conosciuto due parroci - don Andrea e don Giuseppe - e ben cinque curati che sono stati un po' i tuoi padroni di casa: don Giovanni, don Marco, don Angelo, don Bruno, don Alberto.

- Partendo da don Giovanni, che mi ha aiutato a nascere, fino all'attuale don Alberto che ha arricchito il mio salone con un buon impianto audio e video, per ognuno di essi ho un ricordo speciale; come conservo un affettuoso ricordo per tutte le suore passate per i miei locali ed anche per i missionari che durante i loro brevi periodi di riposo, spesso e volentieri si sedevano intorno ai miei tavoli per raccontare la loro vita e aiutare tutta la nostra comunità ad aprire una finestra sul mondo.

- Anch'io, mediante le loro lettere, penso d'averli conosciuti e mi piace ricordare soprattutto quelli che hanno già raggiunto il paradiso: Suor Romana, Padre Battista e Padre Pierino.

oratorio arcobaleno

- Ma i veri protagonisti delle mie stanze, coloro che continuano a farmi sentire vivo sono i bambini, i ragazzi, gli adolescenti e i giovani.

- Infatti sei nato ed esisti proprio per loro.

- Quanti ricordi, quante esperienze potrei raccontare incominciando, ad esempio, dagli ultimi giorni di settembre quando, finite le vacanze estive, vedo arrivare le mamme con scope, stracci e detersivi per darmi una bella ripulita generale. Poi almeno un mio tavolo si ricopre con i sussidi di catechismo e sono contento perché so che presto le mie aule nei pomeriggi si riempiranno di bambini e ragazzi accompagnati dai loro catechisti. La sera, invece, rivedo i volti entusiasti, spesso irrequieti e a volte un poco abbacchiati degli adolescenti che, con la scusa dei primi freddi autunnali, prendono un po' di legna e, con il mio camino, accendono anche la loro voglia di compagnia.

- Tipico degli adolescenti. Mediante i loro articoli mi raccontano sempre questa voglia di divertirsi e di amicizia.

- Ed ecco che ci avviciniamo a Natale. Soprattutto i primi anni, quando io ero una novità, non solo per i piccoli, alla domenica pomeriggio i miei quattro piani si riempivano di un'allegra e serena confusione: ragazzi e animatrici, mamme e anche alcuni papà indaffarati a preparare tutto ciò che occorreva per realizzare i presepi fissi, le scene di quelli viventi o, in altri periodi dell'anno, i costumi per il carnevale, le stazioni della Via Crucis per le vie del paese e le scenette per particolari occasioni. Ma lungo tutti questi anni sono sempre stato incuriosito da strani preparativi. Forse le tue pagine ne sanno qualcosa.

- A cosa ti riferisci? Spiegati meglio.

- Immancabilmente nel mese del mio compleanno, quando finiscono le scuole, e spesso anche durante le vacanze di Natale, vedo gli animatori preparare scatoloni con palloni, colori, fogli, cartelloni. Poi ad un certo punto sento arrivare sul sagrato i ragazzi e alcune automobili dei loro genitori. Qualche animatore con lo zaino e il sacco a pelo in spalla entra a prendere gli scatoloni, chiude la mia porta e per qualche giorno rimango solo e deserto.

- Devi sapere che l'esperienza che porta il tuo nome non può svolgersi ed esaurirsi entro le tue mura. I preparativi di cui parli sono per i campiscuola. Quante me ne hanno raccontate sulle mie pagine di queste avventure che si sono svolte prima in una casa di fortuna in Val Malga, dove i ragazzi dovevano fare la coda anche per lavarsi e andare ai servizi, poi nella bella e confortevole casa al Lago di Lova, in quella a Croce di Salven, poi ancora a Sale Marasino, a Malonno, ai Monti di Rogno e ad Astrio dove, come c'è scritto sulla tua bacheca, sono ritornati anche quest'anno i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie. Coloro che sono stati adolescenti nei primi anni '90 ricorderanno con affetto anche Capizzone in provincia di Bergamo.

oratorio arcobaleno

- Passato il mese di giugno comunque per me non viene il periodo delle ferie, bensì uno dei periodi più belli e intensi. Con il Grest i miei locali e il sagrato, che insieme alla chiesa e al rigoglioso ippocastano sono i vicini a me più cari, si popolano di ragazzi non solo di Borno, ma anche delle famiglie che vengono nel nostro paese per trascorrere le vacanze, rendendo i pomeriggi di luglio pieni di suoni e di colori.

- Infatti, se non sbaglio, “Suoncolora” è stato anche il titolo di uno dei primi Grest che si sono svolti fra le tue mura.

- Certo. In questi vent'anni, caro Cüntòmela, ne abbiamo viste davvero tante, come sono state tante le persone che ho ospitato e i gruppi che si sono dati da fare nelle mie stanze: catechisti, animatori, tutti coloro che mi hanno tenuto aperto. Ricordo, ad esempio, il periodo delle piadine, quando gli animatori degli adolescenti si impegnavano a tenermi aperto tutte le sere e a mettere a disposizione dei ragazzi, appunto, una buona piadina o un semplice torneo di calcetto da tavolo, solo per tentare di dire a loro che è bello stare insieme in semplicità. Come del resto stanno facendo, proprio in questi giorni di giugno, gli attuali adolescenti e alcuni loro animatori che si ritrovano sotto il mio portico per guardare le partite degli Europei di calcio, gustandosi un trancio di pizza o un buon gelato.

Ricordo ancora il gruppo della Vecchia che fino a qualche anno fa si ritrovava, per la verità con animatori un po' stagionati, per scegliere il tema da mettere al rogo durante la sera del giovedì grasso.

- Ehi, amico, siamo ventenni, ma se continuiamo così sembriamo due reduci, capaci solo di rimpiangere i bei tempi andati.

- Hai ragione, però ti ho scritto proprio per far memoria di questi lunghi anni vissuti insieme, divertendoci e condividendo molti momenti di amicizia, di impegno, di fraternità.

- Ora, invece, mi sembri uno dei tanti adolescenti che scrivono sulle mie pagine quanto è bello stare insieme e divertirsi in allegria.

- Vedi, caro Cüntòmela, vivendo tu di parole è giusto che richiami alla riflessione. Anche se, a volte, i tuoi articoli possono essere un po' pesanti da leggere, sono straconvinto che il detto popolare secondo il quale “vale più la pratica che la grammatica” sia sempre più assurdo. Oggi, per poter crescere, abbiamo sempre più bisogno di approfondire la grammatica di tutto ciò che viviamo e che ci circonda, non per sciocco intellettualismo, ma per cogliere con sapienza il senso della nostra vita, magari alla luce della preghiera e della Parola di Dio.

- Quindi, come dice il nostro parroco, 1 a 0 per me.

- Il mio compito, però, è proprio quello di aiutare le persone e in particolare i ragazzi a crescere, non tanto con delle belle teorie trasmesse dai libri, ma proprio mediante l'amicizia e l'esperienza di camminare insieme, di vivere e condividere insieme alcuni momenti della quotidianità.

- Se non sbaglio, era proprio uno dei tuoi ideatori, don Bosco, che diceva che educare è cosa viva, cosa del cuore.

- Esatto! Però... però se è così, amico mio, noi cosa c'entriamo? In fondo tu sei solo carta, più o meno patinata, e io solo mattoni, finestre e tegole.

- Fra l'altro ho sentito raccontare che le stesse attività che si svolgono nei tuoi locali, erano iniziate prima che tu nascessi, nello scantinato dove adesso è stato realizzato l'asilo nido.

- Anche se è vero che le persone per vivere e crescere insieme hanno bisogno di luoghi e simboli di riferimento, di case e di attrezzature materiali, dobbiamo ammetterlo: noi siamo solo dei semplici strumenti.

- Sì, i veri compleanni che vanno festeggiati sono solo quelli delle persone, ma forse anche la ricorrenza dei tuoi vent'anni, caro Oratorio Arcobaleno, può aiutare le persone di Borno a ricordare che è bello “Far comunità”, come invitava un bans di alcuni anni fa.

- E un'altra canzone ricordava ancora che, nonostante mille difficoltà, le persone che sanno camminare insieme sulle strade della vita sono “Gente di festa”, gente di gioia.

- Allora, mediante il tuo compleanno, possiamo augurare a tutti i ragazzi, le famiglie, i sacerdoti, gli animatori di essere e sentirsi sempre una comunità viva, una comunità con la passione educativa, come c'era scritto sulle pagine di quel mio primo numero tipografico. Una passione che da qualche anno si esprime anche nei pomeriggi educativi nei quali, una domenica al mese, si ritrovano nei tuoi locali bambini, mamme e papà per pregare, interrogarsi sulla fede vissuta e ritrovarsi tutti insieme a far merenda nella tua sala più grande ed accogliente.

- Ed io, per non smentire ancora una volta il mio nome, invito tutta la nostra comunità a non stancarsi di guardare in alto per poter scorgere sempre i colori della vita, gli stessi colori con i quali Dio ha voluto dipingere e sigillare con gli uomini un patto di eterna amicizia.

Franco


Estate 2008


Oratorio Arcobaleno

Viaggio nella fabbrica di cioccolato

ventesimo oratorioLa nostra ultima avventura è iniziata un pomeriggio di giugno, quando nella metropoli di Astrio giunse una mandria di piccole caprette, pronte come non mai a passare una settimana in compagnia dei loro infallibili animatori e del Don... come al solito a dieta.

Nei sette giorni a venire i cinquanta pargoletti sono stati accompagnati alla scoperta della fabbrica di cioccolato, un posto magico dove si impara l'importanza della famiglia e del valore dell'umiltà. Le giornate erano programmate per fare in modo che arrivassero alla sera stanchi, ma contenti: tra attività, ginnastica, tornei, balli, acquazzoni (giochi con l'acqua), prove per il nostro casareccio musical non avevano davvero un attimo di tregua.

La preghiera e la Messa quotidiana scandivano con un po' di silenzio e riflessione le nostre giornate alquanto rumorose e spensierate. Per animare le serate, noi animatori tentavamo di trasformarci in “scintillanti” attori ma, ahimè, dobbiamo confessare onestamente che il risultato non sempre è stato dei migliori, nonostante il nostro pubblico pareva comunque divertito e soddisfatto.

camposcuola astrio

Non possiamo lamentarci di “notte brave”: i nostri ragazzi dormivano sempre come angioletti fino a quando una notte abbiamo deciso di farli alzare alle tre di notte (a loro insaputa ovviamente), facendo loro credere che fosse arrivata già mattina... Lasciamo a voi immaginare le scene alle quali abbiamo assistito: chi come Valerio aveva la faccia dentro la scodella vuota, attendendo una colazione che non sarebbe mai arrivata, e chi come Juri che si stupiva del fatto che “quella mattina faceva più buio del solito!”. Dopo questa esperienza con il don siamo giunti alla conclusione di coniare un nuovo proverbio: “Scherza coi fanti, ma non con gli infanti”.

Ringraziamo i ragazzi che ci hanno sopportato nonostante questo scherzo un po' poco “cristiano”, il Don che, pur seguendo rigorosamente la sua dieta, non ci ha fatto mancare la sua “solida” presenza, le nostre magnifiche cuoche per i manicaretti e suor Ida per le sue pillole di saggezza e per il suo delizioso caffè.

Vi aspettiamo anche l'anno prossimo per un'altra settimana da urlo...

Caty, Chiara e Francy


P.S. Aggiungo io, un ringraziamento agli animatori, per la passione, la gioia e la forza di stare con i ragazzi più piccoli; il loro coraggio dimostra che la nostra comunità è ricca si di “scintillanti” attori come loro stessi si sono definiti... protagonisti di un film che ha per contenuto il servizio e la gratuità. Grazie di cuore ragazzi per il vostro coraggioso impegno, la vostra amicizia e il vostro tempo donato.

don A.


Estate 2008


Oratorio Arcobaleno

Alla ricerca del Santo Graal

ventesimo oratorioE che Grest sia! Il tempo dell'estate è bello perché il nostro sagrato si colora di vivacità, offerta dai tanti bambini che partecipano a questo tradizionale appuntamento. E quest'anno proprio qui, nel nostro oratorio, si sono scontrati i più abili cavalieri dalle lucenti armature... cavalieri di tutte le razze e di tutte le età!

Grest 2008

Il Grest di quest'anno, infatti, ci ha insegnato ad apprezzare e a coltivare i valori che un tempo facevano la forza dei paladini, e che oggi dovrebbero trovare spazio nel cuore dei nostri bambini e ragazzi.

Giorno, per giorno i nostri “pargoli” sono stati invitati a scoprire l'importanza della lealtà, del coraggio, della libertà, diventando veri cavalieri della Tavola Rotonda. I temerari animatori con a capo il nostro paffutello Re Artù, alias don Alberto, hanno guidato i nostri ragazzi alla ricerca del Santo Gral sotto pioggia, grandine e sole.

Certo di fatica ne hanno fatta tutti per superare le “innumerevoli prove” a cui sono stati sottoposti - gomme rotolanti, palloncini d'acqua volanti, balli, canti e tornei di calcetto e palla bollata… - ma non temete, gli sforzi sono stati ricompensati con una puntualissima e sostanziosissima merenda (mamme che faremmo senza di voi?)

Gli immancabili ringraziamenti a noi animatori invincibili, a voi ragazzi instancabili e ovviamente al nostro “Capo Banda” insaziabile... All'anno prossimo!

Caty e Burney

Grest 2008

Coraggio, lealtà, umiltà, onore, nobiltà d'animo... queste e molte altre le caratteristiche e le qualità dei piccoli e grandi cavalieri del Grest 2008! “Alla ricerca del Santo Graal” è stato questo il tema fondamentale del Grest di quest'anno nel quale sono stati presenti più di 170 bambini e ragazzi... neanche attorno alla Tavola Rotonda se ne potevano contare così tanti!

Come i cavalieri partiti alla ricerca del Graal, anche i nostri ragazzi hanno dovuto sconfiggere i loro difetti e le loro paure per superare prove che prontamente gli animatori, con l'immancabile aiuto di don Alberto, hanno preparato per loro.

Il Graal, che per chi non lo sapesse è il calice in cui Giuseppe d'Arimatea raccolse il sangue di Gesù, nel nostro caso è stato un tesoro altrettanto importante: l'amicizia!

Infatti, come i cavalieri di re Artù durante la ricerca del Sacro Graal si sono dovuti aiutare a vicenda, così anche i nostri giovani cavalieri dell'oratorio Arcobaleno hanno vissuto tre settimane impegnandosi nel costituire forti legami di amicizia... Neanche Galahad (che secondo la leggenda avrebbe trovato il Graal) sarebbe riuscito nell'impresa senza l'aiuto dei suoi amici.

Dunque a questo punto si può davvero dire: “chi trova un amico, trova un tesoro” e noi speriamo che durante questa esperienza del Grest, i nostri ragazzi abbiano scoperto davvero questo grande tesoro!

Paola R. e Irene B.


Estate 2008


Oratorio Arcobaleno

GMG sul Monte Guglielmo

ventesimo oratorioTante piccole luci si incamminano su un monte tra la nebbia, la minaccia di maltempo, la fatica, il sudore, quattro o cinque ore di cammino e un'unica strada che sembra non avere fine... ma chi sono e chi glielo ha fatto fare? Questo è ciò che avranno pensato tante persone che nella serata di venerdì 18 luglio 2008 hanno visto circa tremila giovani lombardi raccogliere tutte le loro forze e partire da Zone per raggiungere la cima del Monte Guglielmo, per vivere la loro GMG.

gmg sul Monte Guglielmo

Tra quei giovani c'eravamo anche noi. Ciò che ci spingeva era il passo del Vangelo “Avrete forza nello Spirito Santo e mi sarete testimoni”, divenuto il motto della 23a Giornata Mondiale della Gioventù a Sydney. Come gli apostoli per essere testimoni di Cristo hanno percorso le strade tortuose della vita e della testimonianza con l'aiuto dello Spirito Santo, così anche la nostra faticosa salita al Monte Guglielmo ci ha fatto riflettere sul fatto che, nonostante il cammino dell'esistenza sia fatto di salite, discese, tratti pianeggianti, non siamo mai soli. Chi, infatti, poteva sostenerci durante la salita se non Lo Spirito?

La ricompensa però è stata grande, oltre le nostre aspettative: una notte di preghiera, riflessioni, musica, risate, amicizia. Forse mancavano le stelle, nascoste dalla nebbia, ma anche a quelle abbiamo provveduto con le nostre torce accese che scintillavano ovunque. A guidarci nella riflessione è stato il Vescovo ausiliare Mons. Francesco Beschi che ha presentato la nostra esperienza come un “andare oltre i confini”: i confini delle culture, dei pregiudizi, dei falsi valori della società moderna che sembra presentare Dio e la fede come un confine invalicabile. Come ci ha ribadito il vescovo, Dio non è un confine, ma un orizzonte più ampio dove abbandonare con fiducia il nostro cuore.

Non sono mancate anche le parole del vescovo Luciano Monari che dal Venezuela, dove si trovava in visita ai Fidei Donum bresciani, ha inviato un videomessaggio a noi ragazzi. “L'amore - ha detto - è il valore fondamentale che da senso alla vita ed e il frutto dello Spirito Santo, dono di Dio che accende i cuori. Abbiate il coraggio di accogliere in voi il dono dello Spirito e il dono dell'amore”.

Sostenuti da queste riflessioni, dopo una o due ore di sonno, abbiamo concluso la nostra Gmg la mattina seguente, con la celebrazione Eucaristica davanti al Monumento al Divin Redentore e seguendo sul maxischermo la diretta della veglia dei giovani con il Papa Benedetto XVI a Sydney. Infine, con gli zaini in spalla e il ricordo di una esperienza indimenticabile, ci siamo incamminati sulla via del ritorno.

Laura e Marianna


Estate 2008


vita di comunità: i Sacramenti

Domenica 4 Maggio 2008:
un giorno da ricordare

Nella nostra comunità parrocchiale è grande festa; celebriamo la Messa di prima Comunione. 30 bambini ricevono per la prima volta Gesù Eucaristia.

Leggiamo nei loro occhi (ancora innocenti) la gioia e l'emozione per questo loro primo incontro con il Corpo e il Sangue di Gesù, morto, risorto e vivo in mezzo a noi.

Anche per noi è una gioia e una festa. Abbiamo fatto con loro un cammino di preparazione, cercando di guidarli, con pazienza e amore, a comprendere (secondo le loro capacita) la grandezza e la preziosità del dono che il Signore Gesù ci ha lasciato, istituendo l'Eucaristia.

bambini prima comunione

Nell'Ultima Cena Gesù ci consegna il segno più grande del Suo Amore; offre se stesso nel pane e nel vino con queste parole:

Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo...
prendete e bevetene tutti, questo è il mio sangue...
Fate questo in memoria di me.

Ancora oggi, ogni sacerdote celebrando l'Eucaristia nel nome di Gesù, ripete il miracolo dell'Ultima Cena. Nei nostri bambini vorremmo restasse vivo il desiderio grande di incontrarsi con Gesù nella Messa Domenicale e ci auguriamo che i loro genitori li accompagnino con entusiasmo in questo cammino di crescita spirituale.

Siamo grate ai nostri sacerdoti e ai genitori per l'impegno e la collaborazione che hanno dimostrato perché la festa di Prima Comunione dei nostri bambini fosse indimenticabile.

Le catechiste e le assistenti


Estate 2008


vita di comunità: i Sacramenti

Sante Cresime

Noi ragazzi di terza media, come sapete, quest'anno abbiamo ricevuto la Santa Cresima, ma pochi forse sanno cosa abbiamo provato nel nostro cuore.

Dopo una lunga preparazione con don Giuseppe, Tilde e Roby eravamo pronti e molto emozionati. Durante l'ultima settimana ci siamo impegnati moltissimo con sei giorni di preghiera per prepararci ai sette doni che stavamo per ricevere - sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, pietà, scienza e timor di Dio - e con la Santa Confessione. Poi è arrivato il grande giorno.

Alle ore nove circa eravamo in Sant'Antonio; tutti in fila, ordinati e abbastanza silenziosi attendavamo Sua Eminenza Giovanni Battista nella piccola chiesetta.

cresimati

Dopo il suo arrivo, piano piano abbiamo formato un piccolo corteo e siamo entrati in chiesa dove, durante la Santa Messa, siamo stati unti con l'Olio Santo.

Ripensando a quel giorno ci chiediamo: “Lì abbiamo davvero ricevuti i 7 santi doni?”... Don Giuseppe ci ha spiegato che se anche in quel giorno qualcuno di noi non avesse voluto ricevere i doni dello Spirito Santo, il buon Dio glieli avrebbe comunque regalati sotto forma di piccoli semi da far fruttificare.

Come ci hanno detto più volte la Cresima non è una tappa conclusiva, ma l'inizio di un cammino per scoprire e far crescere questi sette semi. Ora tocca a noi vivere questo cammino, con l'impegno di aprire i nostri cuori al Signore, ma anche con la consapevolezza che, proprio mediante lo Spirito Santo, Lui è sempre pronto ad aiutarci e a sostenerci.

I cresimati


Al campo scuola tutti col Don!!!

Era questo il titolo e la prima strofa della canzone che avevamo creato, come dei veri cantautori, a Malonno, un piccolo paesino attaccato alle pendici di una montagna, che al nostro Borno non allaccia nemmeno i lacci delle scarpe.

Eravamo là per prepararci con due o tre giorni alla nostra Cresima, come se prima di allora non lo avessimo mai fatto con don Giuseppe, Tilde e Roby... che ci hanno pungolato con tanta pazienza per tutto l'anno.

Appesi a questa montagna, eravamo ospiti nella vecchia casa del parroco, nell'antica canonica di Malonno.

Tutto sommato, a parte la paura di cadere da quel precipizio, non era poi così tragico: avevamo un'enorme scorta di animatori, delle ottime cuoche e nelle camerate ci si divertiva un sacco, anche se, come in tutte le cose, c'è sempre la “pecora nera”, ossia il DON!

Avevamo appena finito di cenare, avevamo già detto la preghiera della sera e stavamo discutendo per le squadre dei giochi; avremmo dovuto disputare una caccia al tesoro, tra le due squadre in cui ci eravamo divisi. La caccia al tesoro ebbe inizio, tutti erano entusiasti, avevamo cominciato a trovare i primi indizi e tutto procedeva per il meglio; ma ad un tratto qualcuno si accorse che uno di noi era scomparso. Tutti pensavano al peggio. Lasciammo i biglietti contenenti gli indizi della caccia al tesoro sotto gli zerbini, nelle spaccature dei muri, nascosti nei rami delle siepi delle case e ci dedicammo tutta sera a cercare il “cresimando smarrito!!!”

Un animatore aveva trovato il suo cellulare, qualcuno aveva riconosciuto le sue scarpe sulla panchina e qualcun altro la sua giacca che sventolava appesa ad un palo della recinzione di un cantiere... ma di lui non c'era traccia.

Tutti, o quasi, erano preoccupati; alcuni erano in lacrime, altri si trattenevano, mentre altri ancora, apparentemente, facevano finta di niente. Stanchi morti tornammo a casa ansimando, quando ad un certo punto il disperso si fece vivo scendendo dalle scale; ci fu un momento di incredulità per tutti, specialmente per quelli che temevano fosse morto. Lo accogliemmo con un caldo abbraccio e, ancora un po' frastornati, capimmo che l'oscura vicenda non era altro che il solito “scherzo da campo scuola” del don!

Comunque tutto è finito per il meglio, la pecorella smarrita è stata ritrovata ed ormai saremmo stati tutti ammessi a ricevere il sacramento della Cresima. Essa ci fu conferita domenica 13 aprile, nella chiesa parrocchiale di Borno, dal nostro illustrissimo cardinal Giovanni Battista Re, che avevamo incontrato pochi giorni prima, durante la gita scolastica a Roma.

Ah dimenticavo: il cresimando scomparso, ormai oggi cresimato, ero proprio io. Lo scherzo, in effetti un po' sadico, ci ha aiutato a capire quanto sia importante per ognuno di noi l'amicizia e, con un pizzico di orgoglio, ha confermato quanto i miei compagni tengano a me.

Paolo R.


Estate 2008


dalle missioni

I grazie e le attese di Padre Giacomo

Manila, 7 Giugno 2008

Carissimi amici del Gruppo missionario,
     vedo che la vostra generosità continua ad accompagnarmi. Mia sorella Domenica mi ha fatto sapere della vostra donazione (Euro 1.000).

Grande è la mia riconoscenza, perché con questo riesco a rispondere alle tante richieste delle persone che, specialmente in questo periodo, chiedono aiuto. Alla lista degli ammalati si è aggiunta quella di tanti che, a causa del raddoppiamento del costo del riso e del costo del cibo in generale, non sanno più come fare. Il governo ha cercato di mettere in atto dei piccoli rimedi, ma molta povera gente deve accontentarsi di un pasto al giorno.

In questi giorni poi sta cominciando l'anno scolastico e per molti diventa quasi impossibile pensare di mandare i figli a scuola. Come si sa le famiglie più numerose, in genere sono quelle povere.

Ancora in questi giorni sono qui a Manila dei contadini venuti dalle varie isole per chiedere l'estensione del programma di ridistribuzione delle terre dei grandi proprietari terrieri ai contadini che le lavorano... Uno dei padri della mia comunità, P. Arci, lavora da tempo con loro perché ottengano giustizia. Abbiamo aiutato anche loro col cibo per due giorni.

Come vedete quindi continuo ad essere la vostra “lunga mano” che raggiunge, a nome vostro, tante persone nel bisogno.

Siamo in attesa dei nostri grandi Capi da Roma per vedere come muoverci nel futuro e spero proprio che qualcosa di nuovo si metta in moto... e che non succeda, invece, che mi mettano la corda al collo per portarmi a Roma. Mi sentirei morire.

Pregate perché le cose vadano per il verso giusto. Grazie delle vostre preghiere per me: più si diventa vecchi e più difficile diventa convertirsi!

Grazie ancora di cuore per la vostra instancabile generosità.

Sinceramente vi porto nel cuore. Cordialmente

Padre Giacomo


Estate 2008


dalle missioni

Un settantenne pieno di grinta

Nova Timboteua, 3-6-2008

Carissimi amici del Gruppo Missionario,
     ho tante cose da raccontare, ma la più bella è senz'altro quella che riguarda i pesci.

Sabato scorso, 31 maggio, siamo andati al laghetto per misurarli e pesarli. Diverse volte la rete è stata lanciata nel laghetto e abbiamo preso molti pesci. I più piccoli li abbiamo rimessi nel laghetto, mentre i più grossi hanno cominciato ad essere oggetto di uso e consumo della nostra gente affamata.

Scrivo queste cose perché oggi è un giorno tutto speciale: i grandi del mondo sono riuniti a Roma per discutere i problemi delle fame e c'è anche il nostro presidente del Brasile, Lula. Questo progetto della CARITAS è stato realizzato appunto per aiutare la povera gente e trovare mezzi per poter sopravvivere un po' più dignitosamente.

Gli avenotti sono stati collocati il 22 gennaio e dopo 5 mesi sono diventati grossi, mezzo chilo ognuno, o poco meno. Grande è la gioia della nostra gente ed é anche un mezzo di evangelizzazione, perché molte persone si avvicinano alla Chiesa vedendo il nostro sforzo di aiutare la povera gente.

Questo è stato solo il primo passo; abbiamo intenzione di aiutare altri villaggi poveri. Fa parte del progetto scavare una grossa buca, per non rovinare con dighe artificiali la fauna e la flora. Gli amici di CUORE AMICO di Brescia ci stanno aiutando ed io li ringrazio di cuore.

Qualcuno mi dice che questi pesci sembrano “Piranhas” (si pronuncia piragnas), ma il nome esatto è tambaqui, un pesce molto gustoso.

Oggi a pranzo c'erano altri missionari, italiani e brasiliani, e la nostra segretaria Alda ha preparato un bel pranzo. Siete invitati anche voi. Vi farò festa, davvero!

Quanto ai bambini disabili, il nostro lavoro di assistenza continua sempre per bene. Mi sono affezionato a questi piccoli innocenti. Oggi uno di loro é morto, era una bambina di nome Andressa, e il padrino era di Trescorre (BG) Giuseppe Facchinetti: era a pranzo alla Pigna quando ci siamo ritrovati prima del mio ritorno in Brasile.

Sto diventando vecchio, i 70 li ho compiuti e domenica 8 giugno saranno 45 anni di sacerdozio: ma la grinta é sempre la stessa.

Adesso per fare offerte per la mia missione bisogna mettere l'IBAN: ITIII0350054160000000007725.

Un caro saluto a tutti. Un ricordo e una preghiera. Grazie per la vostra amicizia.

Padre Defendente


Estate 2008


di tutto un po'

"Amare è la nostra missione.
Nessuno deve superarci nell'amore”
(Don Augustine john Ukken)

Siamo arrivate a Borno il 25 marzo 2008. La nostra congregazione si chiama “Suore della carità di S. Vincenzo di Paoli”, fondata in India (Kerala) il 21 Novembre 1944 da un sacerdote Indiano, Don Augustine John Ukken, che nacque da una famiglia profondamente religiosa, appartenete alla chiesa apostolica syro-malabarese dell'eparchia di Thrissur, Kerala, in India. Ancora da giovane sacerdote manifestò il suo amore per i poveri, gli abbandonati e gli ammalati. Il nostro fondatore morì nel 1956.

Oggi siamo quasi 800 suore al servizio dei poveri e ammalati in India, Germania e Italia. Lo scopo del nostro essere è conoscere e amare Dio; ovunque e comunque ci troviamo fondamentale è amare Dio e amare il prossimo. Cerchiamo di essere utili nel miglior modo possibile, con totale dedizione come ci ha insegnato il nostro fondatore che ci ha chiesto di amare e servire.

suore

Noi cerchiamo di dare a quelli che soffrono un sorriso felice, non diamo loro soltanto le cure, ma anche il cuore. Siamo solo uno strumento nelle mani di Dio. Questa è la nostra vocazione come suore della carità. Siamo arrivate a Borno con la missione di aiutare gli anziani. Essi aspettano qualcosa da noi: forse un sorriso, una buona parola, una carezza. Noi religiose dobbiamo dare tutto per loro, e desideriamo esprimere il nostro vivo compiacimento e i sentimenti di gratitudine per averci dato quest'opportunità di assistere gli ospiti della Casa Albergo e, tramite loro, l'intera comunità di Borno.

Borno è un bel paese, la natura è bellissima nella stupenda cornice di queste montagne, davvero fantastiche, che si levano al cielo. Borno risplende di ogni colore. Come è bello il paese, cosi è anche il cuore delle gente.

Noi siamo molto lontane della nostra patria, dai genitori dai parenti e amici, però qui, grazie a Dio, abbiamo trovato chi la madre, chi la sorella, chi i parenti, chi gli amici. Qui abbiamo trovato una terra di buoni cristiani, ricca di religiosità e fedeltà al Vangelo.

La parrocchia di Borno è il simbolo della loro stessa vita; il parroco don Giuseppe e il vice parroco don Alberto fanno crescere spiritualmente ogni persona, ed anche per noi sono un grande aiuto e un modello di Gesù buon pastore che guida il suo gregge.

Cogliamo l'occasione per ringraziare don Giuseppe e don Alberto per la loro disponibilità e il comune di Borno per quello che fa per noi. Vogliamo anche esprimere il nostro sentito dispiacere alla famiglia di Franzoni Martino per la sua scomparsa.

Grazie!

Le Suore della Carità

* * *

Rinnoviamo il benvenuto alle quattro suore indiane che, dalla fine del mese di marzo, operano con impegno e generosità presso la nostra casa per anziani: suor Carolina la superiora, suor Nobile e suor Sarida infermiere, e suor Sofia animatrice.

Le prime due, essendo in Italia da alcuni anni, sanno esprimersi molto bene nella nostra lingua, mentre le altre due, venute direttamente dall'India, hanno un po' di difficoltà, ma tale è il loro desiderio di comunicare che si dedicano quotidianamente allo studio per essere in grado di leggere, scrivere e soprattutto parlare con gli anziani, molti dei quali si esprimono per lo più in dialetto.

Le Suore della Carità ci sembra che si stiano inserendo anche nella comunità. Quando possono partecipano ai riti religiosi e alle altre proposte parrocchiali.

Siamo riconoscenti alla Provvidenza che ce le ha mandate e a loro per l'opera qualificata che svolgono con tanta serenità e buona volontà.

Il nostro augurio è che si trovino bene quassù e noi faremo il possibile per farle sentire a loro agio e ben inserite nella comunità bornese.

Un grazie di cuore.

Le volontarie


Estate 2008


di tutto un po'

Lourdes: giorni di gioia, di fede e di amore

Carissimo don Alberto,
    siamo qui a scriverti questa lettera per ringraziarti di cuore per i tre bellissimi giorni trascorsi a Lourdes. La nostra comunità di Borno deve essere fiera di avere due pastori come te e don Giuseppe perché tenete molto a noi “pecorelle” e siete molto bravi ad organizzare pellegrinaggi e gite. Lourdes è stato bello e significativo.

Per noi è stato come un secondo viaggio di nozze, un po' più corto ma pieno di gioia, di amore, di speranza, con momenti intensi e significativi che ti lasciano senza parole. Questi tre giorni ci hanno aiutato a capire molte cose, in modo particolare abbiamo potuto vedere e toccare con mano quanta sofferenza c'è nel mondo, quante persone soffrono più di noi e quante volte noi ci lamentiamo senza pensare a tutti coloro che stanno peggio di noi.

A Lourdes abbiamo sperimentato una preghiera intensa e fatta insieme: la fiaccolata, la processione con il Santissimo Sacramento e la visita alla grotta ci hanno colpito molto e ci hanno particolarmente emozionato. Ma, tra tutte le esperienze, non dimenticheremo più la recita del rosario alle cinque del mattino, soprattutto per la riscoperta della preghiera fatta insieme nel raccoglimento.

gruppo lourdes

Infine particolarmente significativa è stata l'esperienza del bagno nelle piscine; è difficile spiegare con le parole quello che abbiamo provato, e anche se l'acqua era freddissima è stato come rivivere il nostro Battesimo.

Speriamo che come noi, molti altri possano vivere giorni di gioia, di fede e di amore e ci auguriamo che il Signore ci aiuti a proseguire nel nostro cammino di fede così da sentirlo sempre vicino soprattutto nei momenti di sconforto e dolore. Scusa se ti abbiamo stancato con queste parole e ancora un grande grazie di cuore per la bella amicizia ed esperienza vissuta insieme.

Una coppia di sposi

* * *

14-15-16 maggio 2008: giubileo a Lourdes

In 35 siamo partiti per il nostro pellegrinaggio a Lourdes. Un anno particolare questo, l'anno giubilare: 150 anni dalla apparizione della Madonna a Bernardetta. Nei nostri occhi la gioia di poterci essere, nei nostri cuori la speranza di poter vivere un incontro spirituale particolare con la Santa Vergine Maria. Ognuno col proprio fardello più o meno pesante, ma carichi di intenzioni prepositive, abbiamo percorso questo cammino giubilare in tutte le sue tappe che hanno ricordato la vita di Bernardetta. Tre giornate intense non solo di appuntamenti, ma di forti emozioni, caratterizzate da preghiere e canti inneggianti alla Santa Vergine Maria: tutto il mondo intorno a noi e con noi a pregare in ginocchio davanti alla piccola grotta.

La mia riflessione personale va in particolare ai molti ammalati che mi hanno aiutata a rivalutare e a dare un maggior significato alla parola FEDE che, se vissuta fino in fondo, ricolma l'animo di speranza.

In questo nostro pellegrinaggio non eravamo soli, ognuno ha portato con sé i propri cari e tutta la nostra comunità di Borno con don Giuseppe. Un grazie speciale a don Alberto per aver vissuto con noi un'esperienza che lascia il segno nel cuore.

Leo


Estate 2008


di tutto un po'

Pellegrinaggio al Santuario di Colere

Sono passati 354 anni dall'apparizione della Madonna delle Fontane di Colere al pastore Burat di Borno e quest'anno la nostra comunità, grazie alla volontà di don Giuseppe e don Alberto, ha voluto ricordare l'evento unendosi in pellegrinaggio alla comunità di Colere.

Circa una sessantina di persone di Borno hanno partecipato alla processione. Un gruppo ha raggiunto il luogo dell'incontro in macchina, mentre un altro, da Paline, è sceso a piedi. Tutti insieme poi ci si è spostati al santuario della Madonna, pregando per entrambe la comunità, ma non solo.

Tre parole bastano per spiegare il senso di questa serata: ricordo, preghiera e condivisione.

Tale processione nasce dal desiderio di voler ricordare un evento così eccezionale, come l'apparizione della Madonna, ed è importante che ciò venga mantenuto nel tempo e vissuto sempre con grande spiritualità. La preghiera è un momento fondamentale per la vita di un cristiano. Durante la processione si sono affidate alla Madonna le nostre richieste, i nostri desideri, le nostre preoccupazioni, con un pensiero anche rivolto a ciò che ci circonda.

Infine l'aver condiviso ciò con la comunità scalvina ha rafforzato ancor di più il senso di fratellanza già esistente e ha dimostrato come la fede in qualcosa di comune possa essere il mezzo per unire le persone.

Vista la buona riuscita della serata, non resta da dire che ci si ritroverà tutti l'anno prossima, speriamo ancora più numerosi.

Fabio


Estate 2008


di tutto un po'

IV Palio di San Martino “Arx Vacua”


Mi sostituisco all'ufficiale corrispondente del Palio. Visto che la sua penna ormai ha stancato, eccone una inedita, di cui nessun avrà mai letto nulla! Ehm... il solito Cervo!

palio 2008 palio 2008 palio 2008

Non è mia maniera né abitudine peccare di autocelebrazione, indorare il Palio più del necessario, o lodare ciò che in realtà non merita di esserlo, ma questa volta... ecco cosa sono le contrade, ecco cos'è il Palio di San Martino.

L'anno fino ad ora trascorso ha riservato non solo gioie, ma anche qualche spina, persone con la P maiuscola han preso sentieri che portano ben lontano, lasciando nella comunità vuoti incolmabili. Non è stato facile per nessuno dei contradaioli trovare la forza d'animo e lo spirito adeguato per affrontare questa sfida.

Insieme abbiamo cercato di interpretare quel che avrebbe pensato chi non è più con noi. Insieme abbiamo cercato di dare il giusto valore a quel che significano le contrade e il farne parte. Insieme ci siamo stretti attorno ai parenti e amici colpiti dal lutto, a nostro modo, con tutto il cuore, come potevano fare solo gli abitanti di un paese come questo. Permettetemelo: tutti han ben dimostrato che di fronte a certe situazioni, il contatto umano sincero, la commozione e l'affetto sono veri, tangibili.

Tutti noi possiamo contare sulla vicinanza di ogni bornese nelle situazioni difficili, e cosi venendo dalla realtà della città lo posso dire: benedite ogni compaesano, ogni anima che magari può apparir a volte scortese, perché nel momento del bisogno tutti han dimostrato quanto è importante vivere in una stretta comunità.

Ecco che anche il Palio, quale voce univoca delle sei contrade rappresentative di tutto il paese, s'è fatto sentire a suo modo e in maniera commovente... Da lassù del resto non son mancate le benedizioni. Il Santo Martino ha ben volto lo sguardo in basso pur per questo anno! Le sue forti braccia di soldato han tenuto lontano le nubi più pesanti dal cielo di Borno, permettendoci di poter svolgere la nostra amata manifestazione! Notizie di diluvi, catastrofi naturali e quant'altro giungevano pur dai paesi vicini, ma ora siamo convinti che non è solo fortuna!

Palio benedetto ben due volte, i campioni si son confrontati nelli giuochi in maniera cortese e sportiva, per quel che si può ovviamente, decisamente più corretti ed eleganti degli scorsi anni! Ho visto applausi di solidarietà per chi marcava le posizioni più basse, e applausi di meritati complimenti per chi ha raggiunto l'obbiettivo!

Li campioni hanno accettato di buon grado di ultimare li giuochi pur sulla paglia bagnata, rischiando di rotolare oltre il traguardo prima della forma di formaggio, o di raggiungere il cambio degli zoccoli tagliando la linea sulle ginocchia (cosa già vista....!).

Altra nota degna di citazione: quest'anno non si sono udite voci di scherno o risolini salire dal percorso del tir del borél. Per la verità si son viste alcune facce piuttosto trafelate a trovar il bandolo della matassa... da che parte toglier il canapo... da che parte reinfilarlo... E la contrada vincitrice del Palio ha dato ben prova di come ci si possa perdere in 20 metri di corda!!!

In verità bravi tutti, sportivi, corretti, sensibili... bravi! Ed ora... ora la malinconia dopo Palio mi assale e scenderà dalla mia groppa solo al luglio dello prossimo anno. Avrò comunque modo di ricordare il IV Palio di San Martino come il Palio più bello fino ad ora... il Palio che ha mostrato veramente quanto valgono le persone che ne fanno parte, e quale orgoglio il far parte di una contrada.

Grazie a tutti!

Alberto


Estate 2008


di tutto un po'

10 anni di coro “Amici del Canto”

Dieci candeline da spegnere assieme nel ricordo e in onore a persone e momenti.

candellaGli amici del Baitì - La prima candelina spetta di diritto a loro, a quel piccolo gruppo di amici che dieci anni fa ha deciso di ri-provarci, dopo l'esperienza del coro “Pizzo Camino”, a costruire un coro in quel di Borno.

candellaGim e il suo Baitì - La spegniamo nel ricordo di questa figura, di quest'amico che ci ha sempre accompagnati in questi anni: “Varda la luna l'è la sol baitì, canta la luna la canta per Gim”.

candellaTato, un maestro poco “standard” - Sì Tomaso, la soffi tu questa candelina, te la meriti! La voce ce la mettiamo noi, ma il suono... beh quello è opera tua!

candellaGino bicicletta - Alle tante risate che ci hai fatto fare ed all'entusiasmo che ci hai sempre trasmesso. “E canterà e canterà più alto delle stelle”.

candellaBepi De Marzi - Nessun coro di montagna può esimersi dal ringraziarlo. Basta guardare il nostro repertorio per chiedersi: “se non ci fosse stato lui cosa avremmo cantato?”. Al suo talento, alla sua sensibilità, al suo saper esprimere con parole e suoni l' “esser gente di montagna”. La spegniamo per lui nel recente ricordo di una giornata “in-cantata” passata sul Maniva.

candella“Voci dalla Rocca” e tutti gli altri cori amici - “Amici miei venite qui, cantate insieme a me...” In questi anni in molti hanno risposto a questo invito e l'hanno, a loro volta, rivolto a noi. Grazie a tutti loro ed in particolare al coro “Voci dalla Rocca” per le emozioni e le note condivise.

candellaAmici degli “Amici del canto” - La soffiamo per loro, per tutti coloro che ci han dato una mano in questi anni per organizzare concerti, raccogliere ferro e fondi, registrare il cd. Tra tutti ci piace ricordare Martino, sempre disponibile e presente nella nostra storia.

candellaRoma - Questa candelina la dedichiamo al ricordo della bella esperienza fatta quest'anno con la gita a Roma, con l'auspicio di avere molte altre occasioni di stare assieme e condividere momenti di allegria e aggregazione.

candellaBorno e le nostre montagne - Una candelina non la possiamo non dedicare al nostro bel paesello, ai nostri luoghi, alle nostre montagne, agli scenari che riempiono la nostra mente durante il canto. “Da l'Altissimo varda el to Buren, l'è fiurit ne la nef de l'inveren, da na croda l'respont el nos San Ferem us de amici che canta le enturen... canta!”.

candellaTutti noi - E soffiamola assieme questa ultima candelina, ognuno con i suoi ricordi e con le sue emozioni, ma tutti uniti in quell' “accordo” che fa di noi un coro di AMICI.

Max e Vale


Estate 2008


di tutto un po'

Ricordo della mia prima trasfusione

Son passati molti anni dal quel giorno. Avevo chiesto d'entrare nell'A.V.I.S. e dopo solleciti, visite mediche, raggi X, E.C.G. ed un paziente anno d'attesa fui accettato e mi venne consegnata la tessera con un numero molto basso. Poi altri sei mesi di attesa e finalmente fu il mio turno. “Vi comunichiamo che sarete di turno dal giorno 1 al giorno 15 del corrente mese”, diceva la cartollna.

Quando il postino me la consegnò, mi prese un tremito come se avessi ricevuto un dono da tempo desiderato. Passarono alcuni giorni, ma nessuna chiamata. Cominciavo a scoraggiarmi. Una sera mi comunicarono: “Domattina alle ore 8 fatti trovare in 'ospedale al Centro Trasfusionale.

Quella notte non dormii. Mi sembrò d'essere tornato bambino la notte di Santa Lucia, quando attendevo l'alba per vedere i doni. Venne il mattino e mezz'ora prima delle ore 8 mi trovai all'ospedale. Con il dottore che mi accolse con il sorriso e l'infermiera mi portai in une corsia del reparto maternità. Tanti lettini bianchi mi apparvero; vedevo confusamente ed ero agitato.

Ci fermammo presso un capezzale. La paziente bianca in volto, occhi stanchi, mi guardò. Io chinai gli occhi e divenni rosso in viso. Mi coricai sul lettino adiacente e il medico praticò la trasfusione in diretta, tramite la pompetta Jubè di cc. 100+120+150; il dottore mi chiedeva: “Come si sente?”. “Bene!”, risposi io. E ripetette la frase 4 o 5 volte la frase “Come si sente?”; poi passarono a cc. 200+250+260 di sangue che filtrava nelle vane della degente e la trasfusione terminò con 300 cc. di sangue donato e ricevuto.

Per me, essendo la prima volta che donavo il sangue, fu una grande gioia ed orgoglio: ero diventato donatore A.V.I.S. a tutti gli effetti.

Carlo Moretti


Estate 2008



Archivio Cüntómela

 

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