Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

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ripensandoci

Una serata indimenticabile a Borno

L'apertura del Triduo dei Morti vista dagli amici di don Giuseppe

Faccio parte di un gruppo di amici di don Giuseppe e riporto qui una bella esperienza che ho vissuto con loro a Borno il 22 febbraio, la sera dell'apertura del Triduo. Il gruppo si è formato nel corso di parecchi anni attraverso una serie di incontri che la vita ci ha riservato nei suoi sviluppi insospettati. Ecco che da Brescia, Roncadelle, Rovato, lseo, Milano, Garzone, arrivano a Borno, su invito di don Giuseppe, una ventina di persone perché lui, proprio lui, è un punto di riferimento per tutti noi.

Macchina del Triduo
"Machina del Tridio"

L'abbiamo conosciuto un po' alla volta mentre ci accompagnava sui suoi monti o nell'AIta Valcamonica, e

negli incontri conviviali che una o due volte all'anno si organizzano perché è bello stare insieme. Che cosa ci sorprende sempre di lui? È semplice, sa ascoltare, ha un sorriso disarmante, accenna ai lutti della sua gente, ma è subito aperto alla vita e al nuovo, ti fa dono dei prodotti della montagna che prepara con le sue mani, conosce le malghe, gli spinaci selvatici, (le sue cicorie o i funghi sott'olio sono squisiti) e, quando col passo svelto e sicuro apre la via sui sentieri, senti che la natura l'ha impastato. E poi sullo scaffale dei libri ho notato che ci sono i testi della Vanni Rovighi che in Cattolica a Milano era un pilastro della filosofia: dentro di lui c'è la quotidianità filtrata quindi dal sapere teologico della tradizione millenaria del Cristianesimo.

È orgoglioso della sua parrocchia e ti mostra con compiacimento i filmati con suoi fedeli che sfilano davanti a Giovanni Paolo II.

Arriviamo poco prima delle 19: l'aria è tersa e gelida; Venere, bellissima, brilla sopra la macchia nera della montagna. Galileo 400 anni fa puntava sull'astro il cannocchiale e rivoluzionava l'astronomia.

Entriamo nella chiesa affollata. La S. Messa si apre col canto fermo e solenne di don Giuseppe, segue l'omelia erudita del predicatore esterno che narra, con le citazioni bibliche, tutta la storia della Salvezza, e poi una serie interminabile di canti, litanie, preghiere.

Si accendono all'improvviso le luci della machina del Triduo: è tale la cascata di suoni e di luce che l'animo è preso da una suggestione in cui si mescolano riflessioni, emozioni e ricordi di tempi lontani. In questa specie di confusa meraviglia, cerco un filo cui aggrapparmi per non essere travolto dalla spettacolarità e dalla comunione psicologica che si è creata.

Durante il canto del Pange lingua, lo stupendo inno medioevale che celebra l'Eucarestia, trovo due versi che mi colpiscono: “Praestet fides supplementum/ sensuum defectui” (La fede dia un aiuto alla insufficienza dei sensi); frase che nel contesto si riferisce al tentativo di accostarsi e capire, per quanto possibile, il mistero dell'Eucarestia: con i sensi vediamo e gustiamo il pane e il vino, con la fede vediamo le cose che non appaiono e cioè in questo caso il Corpo e il Sangue di Cristo.

Crediamo in ciò che non vediamo, in ciò che non si può vedere, proprio perché il mistero nel suo contenuto profondo è impenetrabile. Ecco il punto cruciale: la fede. E mi si affollano le frammentarie conoscenze e ricordi sul tema: anzitutto Dante che per continuare il suo viaggio nei cieli del Paradiso (canto XXlV) deve, come uno scolaretto, subire l'interrogazione di S. Pietro e rispondere alla domanda: “Che cos'è la fede?”.

Naturalmente Dante non è uno sprovveduto e risponde con la definizione di S. Paolo “Fides est argumentum non apparentium” (La fede è la prova di cose che non appaiono). inoltre ricordo le definizioni di S. Agostino e quelle di S. Tommaso nel quale ultimo quell'argumentum viene interpretato non come una prova logica in senso filosofico o scientifico, ma dal punto di vista etimologico, ossia come stimolo del pensiero (arguens intellectum) verso l'eternità, come desiderio profondo e come aspirazione ultima dell'uomo.

Ma non mi è possibile concentrarmi sui pensieri e mi abbandono al canto unanime dei fedeli, partecipando alle preghiere ascoltate e apprese fin da piccolo. L'una mi ricorda la mia chiesa immensa con i pulpiti delle dispute, l'altra quel lessico latino incomprensibile, ma incantevole, e poi le formule del catechismo memorizzate e in fondo la forza persistente del Cristianesimo. Alla fine tutto si acquieta: le voci tacciono, le luci principali si spengono e mi chiedo il senso di tutto il tripudio che sto vivendo: è una metafora, è un simbolo in cui lo sfoggio della sensorialità non è fine a se stesso, ma rinvia a un'altra realtà, quella divina.

L'illuminazione fisica rappresenta e indica la luce metafisica. Con la fede si oltrepassa il mondo fisico e ci si apre al mondo divino, in cui trova spiegazione tutta la storia dell'universo e dell'uomo.

Un ultimo itinerario sulle scalette della machina del Triduo, di cui apprezzo il sapiente lavoro antico dei costruttori, e poi all'aperto ritrovo l'aria pungente e il cielo stellato. Segue il momento conviviale con la conversazione che si dipana in molte direzioni e don Giuseppe al centro, come in una Cena evangelica.

Infine i saluti e lo scambio dei doni. Venere non c'è più, è tramontata dietro la montagna nera e segue, come tutti gli esseri, il corso degli spazi e del tempo.

Durante il ritorno con le mogli, tra una chiacchiera e l'altra, mentre la luce dei fari buca il buio della notte, all'improvviso l'amico che guida esce con la domanda: “Che cos'è l'eternità? Non mi piacerebbe fosse immobilità”. Non so rispondergli e non voglio cimentarmi a rintracciare in S. Agostino le riflessioni sul tempo e sull'eternità. Certamente anche lui è colpito dalla cerimonia perché confessa che è molto felice di avere amici che lo fanno partecipe di esperienze cosi belle ed intense.

Dino Visini


Pasqua 2009


copertina cuntomela

copertina

editoriale “i soldi non bastano mai!” quante volte abbiamo sentito, pronunciato o anche solo pensato una frase simile. specialmente in questi mesi in cui, purtroppo, sembra che la crisi economica non sia più uno spauracchio dell'alta finanza con cui riempire di notizie, più o meno virtuali, giornali e tg, ma inizi a farsi realtà nei bilanci famigliari, ci viene confermato che per poter vivere dignitosamente ogni persona ha bisogno di beni materiali. augurandoci che tale crisi possa trasformarsi in occasione per maturare nuovi rapporti anche a livello economico, maggiormente improntati alla giustizia (per quanto umanamente possibile) e alla solidarietà, l'espressione sopra ricordata può suggerirci, però, che i soldi non bastano mai soprattutto per colmare i bisogni e le aspirazioni del nostro cuore. l'autentica amicizia, l'amore che si fa servizio in famiglia, la tenace vocazione di un missionario, la forza della vita nella sofferenza, lo stupore di un cielo stellato possono venire quotati solo al mercato della gratuità, mediante le cifre del dono, della perdita, del sacrificio. ed è sufficiente il suono di quest'ultimo vocabolo per ricordarci ciò che stiamo celebrando in questi giorni, ciò che, se lo vogliamo, può nutrire e illuminare la nostra vita... per sempre. a tutti... buona pasqua! la redazione

ripensandoci la vita: un cammino verso la pasqua

ripensandoci una lunga storia d'amore “in principio dio creò il cielo e la terra” (gn 1,1) - è il “c'era una volta” di questa storia con cui il protagonista inizia a sprigionare il suo desiderio e la sua fantasia, chiamando all'esistenza l'universo, le piante, gli animali e collocando al vertice, in un giardino, l'uomo e la donna creati... a sua immagine. “per questo gli egiziani fecero lavorare i figli d'israele trattandoli duramente” (es. 1,13) - purtroppo gli uomini chiamati a partecipare ad un grande progetto d'amore, mostrarono subito la loro impazienza e il loro egoismo, guastando i rapporti con il proprio coniuge, con il proprio fratello (caino e abele), con lo stesso creatore che volevano raggiungere (e forse superare) solo mediante le proprie forze e la propria superbia (torre di babele). così i figli del patriarca israele divennero schiavi di un altro popolo. “ora và! io ti mando dal faraone. fà uscire dall'egitto il mio popolo, gli israeliti!” (es. 4,10) - spesso le storie hanno dei punti focali, sui quali si regge l'economia dell'intero racconto. una delle colonne portanti di questa storia è che dio si prende cura del suo popolo, lo libera dalla schiavitù e, attraverso mosè, gli propone un'alleanza e lo guida verso una terra promessa. “amerai il tuo prossimo come te stesso” (lv 19,18) - è esperienza quotidiana che per vivere su questa terra senza farci troppo male gli uni con gli altri, sono necessarie delle leggi che valgano per tutti. il racconto, infatti, prosegue presentandoci una moltitudine, spesso intricata e non certo di piacevole ascolto, di norme, divieti, imposizioni, alcune delle quali sono e saranno sempre a fondamento della convivenza umana: non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza. in mezzo a questo groviglio, però, risuona già uno strano comandamento: amare. “ora stabilisci per noi un re che ci governi, come avviene per tutti i popoli” (1sam 8,5) - ad un certo punto della vicenda al popolo d'israele non sembra più bastare il patto proposto da dio (“voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro dio”); esso reclama un'esperienza più concreta: un re in carne ed ossa (saul, davide, salomone ecc.), un regno e un territorio ben definiti. “quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia” (ez. 3,17) - fra resoconti di lotte per il potere, guerre, esili e ritorni, spunti di sapienza universale e raccolte di canti molto belli (tanto che ancor oggi li preghiamo nelle lodi e nei vespri), questa lunga storia viene animata dai profeti. questi non erano specificatamente dei veggenti, e tanto meno dei patetici ciarlatani di oroscopi. i profeti ricordavano al popolo una parola che non era la loro: non si stancavano di invitare la gente a ritornare al signore, infondevano speranza quando tutto sembrava perduto, richiamavano alla realtà quando l'euforia del successo momentaneo appannava la verità degli eventi. fra di loro c'erano persone colte e raffinate (isaia), personaggi refrattari (giona), o pastori alquanto rudi (amos), che non risparmiavano termini ed espressioni infuocate. singolare, poi, è la vicenda del profeta osea a cui tocca in sposa una prostituta, proprio per sottolineare come l'alleanza proposta dal signore poteva essere paragonata al più intimo rapporto che possa esistere tra un uomo e una donna, e come questo patto nuziale venisse spesso rovinato dagli uomini che, con facilità, si vendevano al primo idolo incontrato. “e il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (gv. 1,14) - dicevamo che i racconti spesso convergono in punti focali. certamente tutta questa lunga storia trova il suo culmine nel fatto che il suo protagonista, che aveva già parlato molte volte e in diversi modi, decide di rivelarsi pienamente agli uomini facendosi egli stesso uomo, in uno spazio e in un tempo ben precisi, percorrendo strade, incontrando persone, stringendo amicizie, guarendo ammalati e chiamando gli uomini non più servi ma amici. il dio fatto uomo ha annunciato la salvezza, non con bei discorsi filosofici, ma amando i suoi sino alla fine, fino a lasciarsi inchiodare su una croce, morire e risorgere perché tutti avessero la vita e l'avessero in abbondanza. “vieni, signore gesù” (ap. 22,20) - dopo aver toccato il suo vertice e raccontato la vita delle prime comunità che, mediante la testimonianza e la guida degli amici più stretti di gesù (gli apostoli), hanno potuto iniziare a vivere nella luce del risorto e sorrette dalla forza del suo spirito, questa storia non si conclude con il consueto “... e vissero tutti felici e contenti”. le sue pagine finali, anzi, appaiono notevolmente inquietanti, tanto che ancora oggi quando nel mondo accade qualcosa di veramente brutto lo si definisce con lo stesso nome di quelle pagine. ma forse queste ci dicono che, nonostante le grandi tragedie, le violenze o i piccoli egoismi quotidiani, non dobbiamo mai perdere la speranza di essere in cammino verso un giardino ancora più bello di quello iniziale, una città celeste, perché questa lunga storia continua ancora oggi: lui continua a venire, continua a bussare alla porta della nostra vita, delle nostre case, delle nostre comunità.

ora et labora

ripensandoci il saluto e il compito nelle scorse settimane la nostra chiesa che è in brescia ha salutato uno dei suoi figli che, chiamato dapprima al sacerdozio e in esso all'ordine episcopale, per incarico del santo padre il papa benedetto xvi ha assunto la guida di una sua porzione di chiesa; “sua” non perché egli ne diventi il proprietario, bensì il custode e la guida. stiamo parlando di mons. francesco beschi che per qualche anno è stato vescovo ausiliare di brescia e che ora è vescovo ordinario della diocesi di bergamo: una diocesi di tutto rispetto, a noi confinante, ricca di tanta storia e tradizione, di fede e con un numero ancora molto significativo di sacerdoti e religiosi. come sopra detto, egli è figlio della nostra terra, della nostra terra bresciana, e figlio della sua fede sebbene, nascendo il 6 agosto 1951, gli anni della sua formazione sacerdotale lo hanno visto attraversare quel periodo così drammatico della nostra storia italiana come è stato il '68, con le sue derive ideologiche, con i suoi abbandoni nel campo della fede, con le sue utopie. per chi lo ha vissuto nella salda fede cattolica, questo periodo della storia costituisce una vera e propria scuola che rafforza nella convinzione che solo i saldi principi, e non l'anarchia, costruiscono la buona e salda società umana. così francesco diventava sacerdote il 7 giugno del 1975 in una chiesa allora guidata dall'amato ed eccellente vescovo luigi morstabilini, distinguendosi subito per le sue doti umane e sacerdotali che, nel tempo, lo hanno portato ad assumere svariati incarichi di responsabilità: direttore dell'ufficio famiglia prima e del centro pastorale paolo vi, pro vicario generale, fino all'elezione nel 2003 a vescovo ed oggi, dal 15 marzo scorso, alla guida della chiesa di bergamo. forse è utile spiegare brevemente cosa vuol dire vescovo, anche perché, se un tempo forse era messo più in evidenza il prestigio che la persona aveva ricoprendo tale incarico, oggi, in questi tempi non facili, va più compreso il difficile compito che il vescovo ha nella guida di una diocesi. vescovo è il modo con il quale nella nostra lingua italiana si traduce la parola greca “episcopos” cioè custode, più propriamente uno che guarda dall'alto “uno che guarda con il cuore” (benedetto xvi), colui che è “pastore e guardiano delle anime” a imitazione del grande pastore che è gesù stesso (cfr.1pt. 2,25). così, unito al papa, appartenente al collegio apostolico, il vescovo è chiamato a governare una chiesa locale (diocesi) che, sebbene particolare, è rappresentativa della chiesa universale. il vescovo è successore degli apostoli di cristo e ha nella chiesa diritti e compiti originali, intrasferibili e di diritto divino. si fa dunque chiaro che essere chiamati a questa vocazione (soprattutto oggi) è, più che un onore, un consistente compito e una immensa incombenza. se un onore c'è nel vescovo è quello che trionfi la fede in cristo e che i suoi cristiani siano diffusori dell'amore del padre, del figlio e dello spirito santo. “mediante la successione apostolica è cristo che ci raggiunge: (…) è lui a parlarci; mediante le loro mani è lui che agisce nei sacramenti; nel loro sguardo è il suo sguardo che ci avvolge e ci fa sentire amati, accolti nel cuore di dio”. (benedetto xvi 10 maggio 2006). certo, il vescovo da solo non può arrivare ovunque ed ecco allora che si avvale dell'aiuto dei suoi sacerdoti. qui si apre una dolorosa e problematica ferita oggi nella chiesa che è quella del venir meno in tanti giovani della stima del sacerdozio. ciò anche a causa di genitori che, probabilmente anche cristiani di lunga tradizione, vedono l'entrata in seminario di un figlio o comunque la scelta di consacrarsi al signore, come una sventura e non come un dono. pensiamoci, famiglie che ci diciamo cristiane, perché anche nostra, davanti a dio, è la responsabilità del venir meno delle vocazioni. nel saluto che il nostro vescovo luciano monari ha rivolto a francesco beschi che si accingeva a lasciare brescia per la sua nuova destinazione, alla fine per ben quattro volte è risuonata la parola “pazienza”. veramente il vescovo deve essere un uomo paziente, parola che nel suo significato etimologico indica sofferenza e amore, paziente così, come gesù, perché tanti e tanti sono i problemi che spesso è chiamato ad affrontare, tante e tante le persone che deve ascoltare e soprattutto tanta la fede che deve infondere, perché da essa nasca la speranza e cresca la carità. le parole del vescovo i cristiani devono ascoltarle, leggerle e meditarle... con il nostro affetto e la nostra preghiera ora accompagniamo il nuovo vescovo di bergamo nel suo ministero chiedendo a maria, regina degli apostoli, di mantenere tutti i vescovi del mondo nella sapienza e nella verità e soprattutto uniti al papa, e chiediamo senza paura, senza vergogna o senso di inferiorità ai nostri giovani di pensare quantomeno la possibilità di abbracciare il sacerdozio... i doni del signore sono grandi e, chissà, forse borno un giorno avrà un altro vescovo...don alberto

ripensandoci anno dell'astronomia e fascino del cielo il corrente anno è stato proclamato dalle nazioni unite l'anno dell'astronomia, in ricordo dei 400 anni dell'invenzione del cannocchiale da parte di galileo galilei e delle prime scoperte da lui fatte nei cieli, puntando verso le stelle quel nuovo strumento. è pertanto l'anno del ricordo della nascita ufficiale dell'astronomia in senso moderno. anche nei secoli prima di galileo vi erano state qualificate e non poche osservazioni del cielo (basti pensare alla trigonometria tolemaica o, più tardi, allo studio delle comete e della fluidità dei cieli), ma il telescopio permise di andare ben oltre, di vedere realtà sconfinate non visibili a occhio nudo e di andare più in profondità negli spazi siderali. cosi galileo scopri che le stelle sono enormemente più numerose di quelle che si vedono a occhio nudo; scoprì inoltre i satelliti di giove, le montagne della luna, le macchie solari... obiettivo di questo evento culturale - che coinvolge circa 140 nazioni - è incoraggiare una rinnovata consapevolezza del posto occupato dall'uomo nell'universo e invitare tutti a sperimentare la meraviglia e lo stupore che nascono dall'osservazione del cielo. tra i paesi promotori dell'iniziativa dell'anno astronomico c'è l'italia, che l'ha lanciata attraverso l'unione astronomica internazionale. anche la santa sede partecipa mediante la specola vaticana e il pontificio consiglio della cultura, che considera quest'anno un'occasione privilegiata per approfondire il dialogo tra scienza e fede. questa ricorrenza è un invito a guardare il nostro cielo di lombardia che - come scrive manzoni - “è cosi bello quand'è bello, cosi splendido, cosi in pace!”. un invito a puntare gli occhi verso il cielo stellato, in una notte fonda, senza avere la pretesa di numerare tutte le stelle. il cielo stellato ha sempre rappresentato per l'uomo, fin dagli albori della civiltà, uno spettacolo affascinante che suscita emozioni profonde e induce a pensare. i cantori del cielo delle diverse epoche hanno sempre trovato attraente la volta stellata, ma anche sorgente di emozioni trascendenti ed orizzonte in cui si rispecchia il mistero del divino e dell'umano. per il salmista, “i cieli narrano la gloria di dio” (salmo 19). la contemplazione del firmamento ha fatto esclamare a san francesco: “laudato sii, mi signore, per sora lune e le stelle, in cielu l'hai formate clarite et pretiose et belle" (cantico delle creature, versi 10-11). accanto al santo di assisi, la voce più alta e quella di dante che, nella divina commedia, nomina il cielo ben 172 volte e termina tutte e tre le parti del suo poema con la parola “stelle”. infatti chiude la cantica dell'inferno con “e quindi uscimmo a riveder le stelle”, e la seconda cantica, quella del purgatorio, con l'espressione: “salire alle stelle”; l'ultima riga del paradiso è: “l'amore che muove il sol e l'altre stelle”. nel nostro tempo si contempla poco il cielo stellato, anche se nel linguaggio quotidiano citiamo spesso il cielo: “apriti cielo!... santo cielo!... non sta né in cielo né in terra!... per amor del cielo!... che il ciel m'aiuti!... toccare il cielo con un dito... volesse il cielo!...” eccetera. a forza di guardare continuamente a destra o a sinistra, si dimentica di guardare in alto e, quello che è peggio, si corre il rischio di smarrire la strada per il cielo. il filosofo e pensatore immanuel kant, nella sua opera “critica della ragion pratica” ha scritto: “due cose riempiono l'animo di ammirazione e di reverenza sempre nuove e crescenti, quanto più spesso e a lungo il pensiero vi si sofferma: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”. se l'anno dell'astronomia ci porterà a soffermarci pensosi qualche sera a contare nel cielo le stelle ed a ammirare gli infiniti spazi del firmamento, l'iniziativa avrà raggiunto il suo vero successo.card. giovanni battista re

la forza della vita nella sofferenza

Macchina del Triduo
ripensandoci una serata indimenticabile a borno

la preghiera del padre nostro

duomo brescia
san sebastiano: patrono della polizia municipale una pala della nostra chiesa parrocchiale, quella dopo il battistero, riporta dipinto tra gli altri san sebastiano, che è raffigurato nudo, legato e trafitto da frecce. questo santo è il patrono della polizia municipale. da due anni, insieme a molti colleghi dei comuni e della provincia, partecipo in duomo vecchio a brescia alla messa officiata in genere dal vescovo titolare o ausiliare, in occasione della festa patronale che cade il 20 gennaio.

dare senza stancarsi e saper cedere

considerarsi la coppia più bella del mondo

ripensando alla famiglia genitori e figli, scuola e apprendimento l'esperienza dell'apprendimento tocca da vicino ogni genitore, e, di rimando, ogni figlio, divenendo a volte un punto cruciale nella relazione di entrambi. per il genitore è un banco di prove: deve imparare a decodificare correttamente anche messaggi impliciti generati dall'esperienza scolastica. pensiamo, ad esempio, alla disperazione del bambino alla porta della scuola... non è semplicemente capriccio o sintomo di scorso impegno, ma può comunicare, anche se in modo inusuale, il suo principale bisogno del momento. può ad esempio voler dire: “...ma io ho bisogno di essere amato... di essere rassicurato... di capire che senz'altro tu poi mi verrai a prendere...”; oppure “... ma sarò lo in grado di essere all'altezza di mio fratello? io ho bisogno di distinguermi da lui!...”. viceversa, il bambino che fa della scuola il centro di tutta la sua vita e che appare come uno studente modello, dietro questa dedizione totale e assorbente nel confronti dell'impegno scolastico può, a volte, celare frustrazioni o nodi irrisolti della sua esperienza relazionale; così che il successo scolastico rappresenta per lui il riscatto da sconfitte o delusioni sperimentate in altri ambiti. possiamo dire che l'impatto con le scuola costituisce un momento importante nella crescita del bambino-ragazzo, e non solo per quel che riguarda i suoi processi di apprendimento e lo sviluppo delle sue capacità intellettive, ma anche per la maturazione delle sue emozioni e della sua capacità di comunicarle egli altri, in primo luogo ai genitori.

oratorio arcobaleno s. messa: un grande dono anche da conoscere il magistero per i catechisti tenuto dal nostro don alberto quest'anno tratta il tema della s. messa. sembrerebbe che questo argomento, per gente di chiesa, possa essere considerato da conoscersi a menadito. la sorpresa comune a tutti i partecipanti non è stata solo nel constatare l'impegno e la profusione di energie nella ricerca dimostrate dal nostro relatore, bensì quella di prendere atto che, nonostante siano passati quarant'anni dalla riforma liturgica, è probabile che le comunità ed i sacerdoti che celebrano la messa secondo il canone (le norme) siano davvero pochi. la struttura della messa, così come è stata approvata dalla chiesa, assegna ad ogni momento e persino ad ogni gesto del sacerdote o dell'assemblea dei significati precisi. ogni momento col relativo significato va vissuto, o meglio, andrebbe vissuto con consapevolezza, dando ad ogni celebrazione l'importanza dei momenti speciali e unici, come quando si attende e si incontra una personalità di rilievo e poi ci si ricorda tutti e gesti e le parole accadute in quei momenti (il riferimento a giovanni paolo ii è causale). personalmente mi sono sentito ignorante e anche in colpa, per tutte le occasioni avute di vivere momenti importanti e averle perse perché durante tante messe, invece di partecipare attivamente, a volte si pensa ai propri problemi, alle cose più svariate e non si ascoltano le parole del sacerdote. una nota: è stato approfondito il fatto di come l'assemblea debba rispettare i momenti del sacerdote senza sovrapporsi ad esso nel celebrare ed anche quando è ora di rispondere, di stare seduti, inginocchiati o in piedi. i gesti difformi vengono anche da consuetudini mai corrette: questa può essere una occasione per conoscere e correggere gli errori, ma anche quella di acquisire più consapevolezza che la messa è il dono più grande che abbiamo come comunità cristiana. buona pasqua ai sacerdoti, dispensatori di questo dono, e a tutta la comunità.un catechista

Suor Giuliana
oratorio arcobaleno donne coraggiose che sanno dire no alla guerra

carnevale 2009
non poteva mancare

presepio vivente 2009
le strade della nostra vita

Padre Defendente Rivadossi
una accoglienza stupenda

suor ida
trent'anni e non sentirli...

di tutto un po' da casa albergo... ai primi di ottobre l'avis di malegno ha consegnato a casa albergo due nuove carrozzelle: una elettrica e una a mano. a sua volta l'avis le aveva ricevute in dono dall'associazione bresciana “avieri in pensione”. la nostra riconoscenza va, dunque, a tutte le persone generose e di buona volontà che si ricordano di chi rimane fermo durante il giorno, in attesa di qualcuno che gli faccia fare un giro lungo i corridoi della struttura. e le volontarie, a turno, svolgono questo servizio con amore verso l'anziano, che così ha l'occasione anche di parlare e svagarsi un po'. in febbraio, durante il periodo di carnevale, ci sono stati alcuni momenti di preghiera e altri di svago: domenica 1, in occasione della giornata della vita, nel pomeriggio un gruppo di adolescenti ha proposto una tombola agli ospiti; l'11, giornata dell'ammalato, alle ore 16 si è celebrata una s. messa in casa albergo per tutta la comunità; domenica 15 nel pomeriggio c'è stato un concerto di fisarmonica; in occasione delle solennità del triduo, lunedì 23 c'è stata una s. messa a suffragio dei morti e il martedì successivo è venuto un gruppo di ragazzi da ossimo ad animare le ore pomeridiane. la mattina del 3 marzo, festa del beato innocenzo da berzo, una ventina di ospiti di casa albergo sono stati accompagnati nella chiesa parrocchiale dove, oltre ad un momento di preghiera, hanno potuto ammirare l'artistica “machina del triduo”, accesa solo per loro. per i bornesi ha rappresentato un tuffo nel passato, mentre per gli altri il tradizionale apparato è stata una piacevole novità. a quanti si ricordano dei nostri ospiti e vengono a trovarli un grazie riconoscente, con l'invito a ripetere le visite più spesso ed in modo continuato. essi attendono sempre con gioia quanti dedicano a loro un po' di tempo, perché li fa sentire presenti sul territorio ma, soprattutto, li fa sentire ancora vivi.mariuccia

di tutto un po' avisini: un'irresistibile voglia di impegnarsi è quasi inutile ripetere che i libri di don antonio mazzi, finiscono per essere sempre una forte provocazione che ti coinvolge e non ti lascia più come prima. così è per l'ultima pubblicazione, “stop ai bulli”, che ci mette davanti “la violenza giovanile e la responsabilità dei genitori” in pagine essenziali ma incisive, che chiamano in causa tanti problemi, con descrizioni e riferimenti a fatti realmente accaduti. nelle pagine centrali scrive questo prete di strada: “io, prete dei disperati e di quelli che ne combinano di tutti i colori, mi arrabbio quando, sfogliando i giornali, leggo pagine su pagine che parlano del bullismo dei nostri ragazzi, dei branchi che nascono ad ogni piè sospinto e dello sfascio delle aule scolastiche. mi rifiuto di credere che questi siano i nostri ragazzi. vorrei anche ribellarmi alla facilità con la quale i quotidiani indugiano e rimestano dentro le cose peggiori”. e subito segue un momento della sua realtà non facile, ma ricca di avventure: “da parte mia, potrei raccontare decine e decine di altre storie di ragazze e ragazzi che fin dall'adolescenza si impegnano in opere di solidarietà con costanza e grande equilibrio. sono loro i primi a credere che aiutare gli altri fa bene a noi stessi”. quindi propone un preciso interrogativo: “perché non abbiamo il coraggio di divulgare esempi di questo tipo sui quotidiani e sui settimanali che contano? nella nostra testa bacata siamo ancora convinti che si leggano più volentieri articoli su omicidi-suicidi tra mariti, mogli e figli, che non episodi di impegno civile...”. l'augurio che ci rivolgiamo può essere quello che le azioni positive, quelle che veramente contano e creano storie di speranza nella nostra società sempre più ingiusta e agitata, trovino maggior spazio e risalto. l'avis e gli avisini sono sempre in prima fila nel farsi promotori di una storia diversa, più ricca e capace di educare le coscienze. con le nostre iniziative speriamo di aver invogliato e desideriamo continuare a spingere molti ad essere artefici di umanità, a non chiudersi nei piccoli problemi personali di fronte alle numerose urgenze degli altri. non sappiamo se abbiamo raggiunto grandi traguardi, però non è mai mancata la nostra volontà di costruire una stagione migliore, capace di abbattere le barriere dell'egoismo e dell'indifferenza. e desideriamo continuare a credere e a percorrere questa strada ad ogni costo, con “un'irresistibile voglia di impegnarsi” secondo la logica di don mazzi.carlo moretti

battesimi Borno Pasqua 2009
chiamati alla vita della fede

 

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