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LA SANTELLA di MARIA NASCENTE a LOVA

Santella di Lova

Il 28 dicembre 2003, a Borno in località Lova è stata “battezzata” con la dedicazione a Maria Nascente quella che nella zona dovrebbe essere l’ultima santella nata. È interessante seguire nelle sue varie tappe l’iter che ha portato alla realizzazione dell’edicola votiva, così più volte viene chiamata negli elaborati preparatori: la relazione illustrativa e la relazione tecnica e ambientale.

Un Gruppo di Amici del lago di Lova si è costituito in Comitato promotore, investendo del progetto la Parrocchia: l’arch. Mario Gheza, elemento attivo del Comitato stesso, si è preso in carico il progetto e il compito di seguirne il progetto fino alla realizzazione. Per formare, indurre una crescita spirituale.

La fase di elaborazione teorica svela quale lavorìo concettuale, quale sforzo di ricerca sul luogo, sulla dedicazione, sulle forme e sui materiali siano stati necessari per un adeguato inserimento nel paesaggio naturale e antropico e perché l’edicola votiva diventi “segno” della presenza divina.

Santella di Lova

Il luogo della collocazione è una bellissima conca, da quasi un secolo parzialmente occupata dall’invaso di un laghetto artificiale a servizio del cotonificio di Cogno ma, da sempre, riservata alla fienagione, all’alpeggio e, pertanto, costellata d’abitazioni rurali temporanee, e coronata da conifere secolari. La sorgente di Loaré, vero miracolo naturale, riversa copiosa linfa nella conca con un gorgogliante e fresco ruscello. Com’è stato rilevato dal progettista e da una ricerca sulle santelle di Borno, il paese, pur ricco di edifici e segni sacri sparsi sul territorio, ne ha lasciati completamente sguarniti non solo la zona di Lova ma tutto il percorso che conduce fino alla chiesetta di S. Fermo (la santella di Sedöls è recentissima, del 1958, come ex voto della seconda guerra mondiale). L’architetto Gheza affida agli storici la ricerca della spiegazione a questo fatto. Da parte nostra abbiamo formulato l’ipotesi che la solarità e la scarsa pericolosità del percorso abbiano indotto i Bornesi a considerare sufficiente la protezione offerta dalla “triangolazione sacrale” della quattrocentesca chiesetta di S. Fiorino, di quella antichissima di S. Fermo (ricostruita nel 1663) e dell’ottocentesca santella del colle di Mignone. Ecco perché gli Amici del lago di Lova hanno ritenuto opportuno che la zona fosse dotata di un segno sacro, anche per eventuali celebrazioni a favore degli innumerevoli frequentatori e ammiratori della conca. La ricchezza di acqua (che ha indotto qualcuno a pensare che la radice di Lóå fosse portatrice del riferimento alla linfa vitale, mentre altri si richiamano alla presenza dei lupi: lupa, lùa, lóa) ha portato quasi naturalmente a dedicare la santella a Maria Nascente.

Santella di Lova

L’architetto sottolinea che, per quanto si trattasse solo di progettare un’edicola votiva, l’impegno di verificare il proprio bagaglio culturale alla ricerca degli strumenti più adatti alla progettazione, è stato impellente, individuando “segni cognitivi” (atti a rappresentare, a significare, a dire qualcosa) e “segni formativi” per formare (indurre una crescita spirituale e umana, maturando nella Fede). Sono stati così individuati, quali segni semantici fondamentali, carichi di significato per antichissima convenzione e rinnovati dalla tradizione cristiana, il triangolo e il cerchio; simbolo il primo nel contempo di staticità e dinamicità e il secondo di compiutezza, ricchezza, generosità, stima e valore. “L’impianto geometrico è impostato e determinato da un tracciato regolare di base, che muove dal combinarsi del cerchio e del triangolo, tra loro dialoganti, determinando i rapporti spaziali e di proporzione del manufatto tutto e di ogni sua singola parte. Le dimensioni di base e di alzato (facciata principale) sono determinate da un triangolo equilatero inscritto in un cerchio, il cui centro è centro di altri cerchi, atti a determinare le dimensioni e le forme degli elementi componenti il manufatto” (Relazione illustrativa, pag. 7).

Santella di Lova

L’edicola assume così la forma e il significato di una “porta, elemento di congiunzione, di accoglienza e di passaggio” richiamandosi in tal modo alla dedicazione alla Vergine, cui compete anche l’appellativo di “Janua coeli/Porta del cielo”. (ibidem, pag. 6).

Il piccolo sagrato, a forma circolare, tracciato innanzi alla facciata-portale, è elemento di congiunzione tra lo spazio sacrale e della quotidianità. La relazione conclude così: “Le soluzioni tecniche, le forme lineari e la semplicità dei materiali utilizzati, sono, di proposito, adottati per rimarcare lo stretto collegamento con il luogo e il territorio, la tradizione e la memoria collettiva, la natura e il lavoro dell’uomo in montagna. La struttura svettante e protesa verso l’alto della copertura assolve al ruolo di enfatizzare il sacro edificio e di connotare fortemente il valore ascensionale della mistica cristiana, proprio come i larici che stanno tutt’intorno e che, protesi verso il cielo, sembrano volerlo raggiungere.” (Ibidem, pag. 7)

A completamento dei tanti significati di quest’opera si aggiunge l’elaborato artistico del maestro Federico Severino; si tratta di un bassorilievo nel quale, all’interno di un paesaggio montano con lo sfondo di alberi e il gorgogliare di un ruscello tra massi, emerge la figura giovanile di una sant’Anna che regge trepidante Maria bambina, offerta al mondo; il tutto materializzate in un bronzo azzurrino.

Francesco Inversini


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