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LA SANTA FAMIGLIA DIMENTICATA

La prima domenica dopo Natale si celebra la festa della Santa Famiglia e la liturgia ci fa subito incontrare con Gesù giovinetto, che con i genitori è in pellegrinaggio a Gerusalemme e con un ruolo che lo coinvolge in prima persona, insieme con Maria e Giuseppe. In questo fatto emerge bene il segno della profonda religiosità della Santa Famiglia, una famiglia reale, umile, ma dignitosa e soprattutto una famiglia consapevole della necessità di affidarsi al Signore, chiedendo col pellegrinaggio della fede la protezione divina.

Gesù stesso in quella occasione sorprende tutti perché mentre gli altri della carovana hanno già preso la via del ritorno egli è rimasto a Gerusalemme, a disputare con i dottori nel tempio. Emerge in quell’episodio la grande sapienza del dodicenne Gesù, ma anche la consapevolezza della missione non comune che gli si prepara davanti. La risposta brusca ai genitori preoccupati fa comprendere da un lato il grande senso di responsabilità di Maria e Giuseppe verso quel figlio, ma dall’altro anche la coscienza che bisogna aprirsi al mistero e dare al figlio la possibilità di rispondere alla chiamata più alta del Padre suo. Il ritorno a Nazaret non dice di un Gesù ribelle ai genitori, ma lo mostra invece capace di ubbidienza, di ascolto e maturazione verso l’età adulta, preparata dall’educazione dei genitori e raggiunta corrispondendo all’azione divina, come vuole il suo crescere “in sapienza, età e grazia”.

Ora alcune considerazioni si possono fare pensando al rapporto tra i genitori di Gesù ed il loro figlio, rapporti che possono certo illuminare l’azione di tanti papà, mamme e figli anche oggi.

famiglia

Maria e Giuseppe conducono Gesù a Gerusalemme in pellegrinaggio esprimendo concretamente il senso ed il valore della religiosità famigliare. In famiglia infatti si devono trasmettere le verità della fede, si devono insegnare gli atti della fede, si deve poter fare esperienza di affidamento e di risposta al Dio che possiede la nostra vita. Gesù che discute con i dottori al tempio mostra una conoscenza profonda delle verità divine ed una famigliarità tale da permettergli di parlare liberamente con i sapienti del tempio. Quello che egli intesse è una specie di dialogo catechistico, dove ciò che gli è stato insegnato e che ha imparato in famiglia, viene verificato nel dialogo franco ed aperto con chi si presumeva ne sapesse di più.

Dopo il ritrovamento da parte dei genitori del dodicenne Gesù, la sua risposta alla madre lascia intendere che Egli ha una vocazione a cui dare risposta, come ce l’hanno i genitori verso di lui, una vocazione che rimane la stessa per Maria e Giuseppe, ma che cambia nelle forme man mano che Gesù cresce in età, sapienza e grazia.

Cosa ci suggerisce questo quadro famigliare?

Anzitutto la cura integrale dei genitori verso Gesù. Non è cresciuto solo perché hanno nutrito il suo corpo, ma anche perché hanno nutrito la sua mente e la sua anima, trasmettendo i fondamentali valori della vita e della fede. Fa riflettere invece il vuoto presente in tantissime famiglie dove la cura dei figli si esaurisce nel dare loro cibo abbondante, vestiti alla moda, distrazioni sportive senza limiti, oggetti di alta tecnologia compensativi di altre mancanze, pensando che questi figli siano dei come dei contenitori porta giocattoli da riempire, piuttosto che scrigni misteriosi dai quali far emergere le gemme più preziose.

Riguardo alla fede poi, c’è un generale imbarazzo nei genitori, non solo quando tradizionalmente inizia la preparazione catechistica dei nostri ragazzi, ma anche sulla reale importanza da dare alla comunicazione della fede ai figli. In moltissimi genitori sembra evidente la scarsa, se non la assoluta irrilevanza del fatto religioso, per sé stessi e di conseguenza anche per i figli. Ciò che ne viene è la trascuratezza nel trasmettere le fede in famiglia, nell’insegnare la preghiera ai figli, nello spiegare la necessità della partecipazione alla celebrazione dei sacramenti, Eucarestia e Confessione soprattutto, e poi la paura di fronte a domande circa la morte, la vita eterna, il paradiso, l’inferno.

Gesù che discute con i dottori del tempio mostra un dodicenne capace di tenere banco con gli esperti delle Scritture. Certo i nostri ragazzi mai potrebbero competere con Gesù, non tanto perché non sia data loro la possibilità, quanto per l’ignoranza della fede, che invece di sciogliersi pare accumularsi nel corso degli anni del catechismo, sintomo drammatico e preoccupante della scarsa incisività della catechesi che si attua nelle nostre parrocchie. Bisogna prendere coscienza che la fede non si conosce sui libri, ma nell’esperienza viva delle persone che si propongono come guide, siano esse catechisti, sacerdoti, religiosi o laici, genitori e famigliari dei nostri ragazzi compresi.

Il catechismo nella mentalità di troppi si è ridotto a comunicazione di nozioni e molti genitori, che non vogliono sia più di questo, trascurano volutamente la parte liturgico celebrativa della catechesi cioè la Messa e la parte operativa delle scelte di vita concrete, cioè la morale, insegnata ai propri figli con convinzione. Ma se la comunicazione della fede è questo allora tutto crolla appena si spegne il sentimentalismo che accompagna la celebrazione dei sacramenti più importanti.

Non è il sentimento che fa attivo un sacramento, ma la coscienza che in esso agisce la Grazia di Dio che nutre e mantiene in vita la nostra fede. Eppure molti sembrano ciechi o indifferenti a questo, ma la realtà è sotto gli occhi di tutti e a nulla valgono i piagnistei sul fatto che i nostri ragazzi non vengono più a Messa e abbandonano la fede, perché la verità è che la fede non l’hanno mai ricevuta, né nelle nostre famiglie e neppure nelle aule di catechismo delle nostre parrocchie.

E il ritorno a casa dopo il pellegrinaggio a Gerusalemme lascia intravedere in Maria e Giuseppe una sorta di smarrimento interrogativo, quasi che si chiedessero tra loro due “...e adesso cosa facciamo con questo figlio…” una domanda che non so se i genitori delle nostre parrocchie si sono mai posti seriamente con i propri figli. Si sono mai chiesti papà e mamme di fronte a questi ragazzi che crescono e sembrano rivoltarsi davanti ad ogni cosa che sembrava certa, “cosa dobbiamo fare per il bene di questo nostro figlio…”? Quali risposte alle loro provocazioni hanno ricevuto questi figli?

Mi sa che sono poche, perché è sotto gli occhi di tutti che per evitare lo scontro o per l’incapacità a sostenere un dialogo alla pari, su cose veramente serie, tantissimi genitori hanno lasciato le briglie sciolte ed abbandonato a se stessi i figli proprio nel momento in cui loro cercavano un freno alla esuberanza della crescita. Sono caduti così ad uno ad uno tutti i punti fermi che a parole sembravano incrollabili ed il primo a cadere è stato proprio l’impegno riguardo alla fede. Non ho mai visto un genitore che a fronte di tante imposizioni e costrizioni diverse, abbia insistito un po’ più che blandamente sulla fedeltà agli obblighi legati ai sacramenti, chiesti e pretesi per i figli, senza però crederci loro stessi per primi.

È la grande menzogna di tanti adulti che finché hanno avuto i figli piccoli si sono adattati a malincuore, non aspettando altro che gli anni del catechismo finissero, per fare poi quello che gli pareva, finalmente liberi. Così si esprimono tante mamme al bar, mentre aspettano che il figlio esca dalla Messa.

Povera Santa Famiglia, hai avuto la grazia di ricevere in dono Gesù stesso, ma non sei più certamente un modello di riferimento, anzi non seguire il tuo esempio appare un punto a favore dell’essere moderni, un vanto per i genitori di oggi. Nessuno credo voglia il male dei propri figli, ma stante così le cose che “Dio abbia misericordia di noi” per il futuro.

Don Francesco


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