Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

Archivio Cüntómela

Natale 2011


copertina

S O M M A R I O




Editoriale

Sembra che anche in Italia sia sempre più apprezzato il NO KIDS. Per compiacere la clientela voli aerei, ristoranti, strutture ricettive, invece o insieme all’insegna che vieta l’ingresso ai cani, espongono tale dicitura, ovviamente in inglese. Chi cerca tranquillità e mal sopporta il baccano e l’allegra confusione che solo i bambini sanno creare, è accontentato.

Magari la retorica dei bimbi belli, buoni, candidi e innocenti ha fatto il suo tempo: come gli adulti anche i piccoli hanno i loro pregi e i loro difetti, possono suscitare simpatia o irritabilità. Molte mamme, forse, attendono che i figli vadano a letto la sera per godersi, finalmente, un attimo di respiro e di silenzio. Diversi negozianti, a volte, non sanno come reagire di fronte al pargolo che mette le sue mani dappertutto, rischiando pure di farsi male, sotto lo sguardo dei genitori che sembrano sfuggire al proprio ruolo educativo.

Escludere i bambini da determinati spazi è senz’altro molto meno grave del NO KIDS pronunciato e praticato dalle donne mediante l’aborto: problema che la nostra comunità ha deciso di affrontare non solo a parole, bensì con un aiuto concreto. Da due anni il “Progetto Cicogna” raccoglie la generosità della gente e la dona alle future mamme, incoraggiandole a dire SI alla vita e ai loro bambini.

Ma tenere fuori dalla porta i bambini, o qualunque altra categoria di persone, in nome della tranquillità o per preservare il proprio benessere è pur sempre indice di egoismo. Forse insieme a quella economica, la nostra società sta vivendo una forte crisi di amore, di accoglienza e di solidarietà. È grave se non riusciamo più ad apprezzare, o anche solo a sopportare, la straordinaria energia dei bambini, il loro desiderio, spesso rumoroso, di scoprire e di aprirsi al mondo: peculiarità che, non di rado, aiutano gli stessi adulti a riconciliarsi con le realtà più vere.

Sempre la retorica dei bei tempi andati potrebbe spingerti ad affermare che una volta queste crisi di umanità non esistevano. Proprio la celebrazione del Natale, tuttavia, ci ricorda che anche in quel tempo una madre che doveva partorire e il suo sposo non trovarono ospitalità negli alberghi dell’epoca; anche nella piccola città di Betlemme, poco dopo, ci fu un violento NO KIDS: chi era al potere temeva che dei bambini al di sotto dei due anni potessero compromettere il suo regno. Ma proprio mediante un bambino è entrata nel mondo una nuova energia, una nuova luce. Attingendo a queste possiamo sconfiggere le tenebre del nostro egoismo ed incamminarci sulla via della salvezza.

La redazione




Il Mistero adorabile del Natale

Il Natale, celebrato il 25 dicembre, non è soltanto un giorno fisso nel calendario, ma anche un giorno scelto. Nel Vangelo di Luca non vi è alcun accenno né alla stagione, né al mese, né al giorno della nascita di Gesù: quella del 25 dicembre è una data fissata per tradizione, non per ricorrenza storica. Tre sembrano essere i motivi che spinsero alla scelta di tale data. In questi giorni cade il solstizio d’inverno e gli antichi parlavano di un “sole nuovo”, che prendeva vigore al solstizio invernale, iniziando un nuovo anno di vita. Secondo i profeti il Messia è il nuovo sole donato dall’alto, che avrebbe dovuto dare inizio ad un’era rinnovata, a un giorno senza tramonto. Questo mese era dedicato a Saturno, il padre divoratore dei propri figli (immagine del tempo che tutto divora). Le feste in onore di Saturno Saturnalia cominciavano il 17 del decimo mese (december) e duravano sette giorni, durante i quali i servi ricevevano doni dai loro padroni, che li trattavano momentaneamente come liberi, facendoli sedere alla loro mensa. Il 25 dicembre però tornavano ad essere quello che erano in realtà.

A partire dal 313 in questo giorno i cristiani celebravano il Signore Gesù, liberatore perpetuo da ogni schiavitù, colui che si faceva cibo ai propri fratelli (a differenza di Saturno che si nutriva dei propri figli). Poiché si diceva che la morte di Gesù era avvenuta il 25 marzo, giorno della pesah ebraica di un certo anno, la sua concezione sarebbe avvenuta 33 anni prima, alla stessa data, e la sua nascita nove mesi dopo, cioè il 25 dicembre.

La festa del Natale viene menzionata per la prima volta attorno al 330 e papa Liberio nel 354 fissa definitivamente il giorno di questa festa. Da allora l’accordo in Occidente fu unanime e si arrivò a pensare che il 25 dicembre era anche l’inizio della creazione, quando fu fatta la luce, “il primo giorno”.

La spiritualità del Natale è tutta racchiusa nella grazia della nostra adozione divina. Il Natale ci fa partecipare della nobiltà antica, perduta con il peccato originale. La colletta del sesto giorno dell’ottava di Natale così recita: “O Dio, grande e misericordioso, la nuova nascita del tuo Figlio nella nostra carne mortale ci liberi dalla schiavitù antica, che ci tiene sotto il giogo del peccato”.

L’incarnazione del Verbo viene a portare la libertà ad un’anima prigioniera del peccato e della morte. Il Natale ci offre un modello da imitare: Cristo povero e umile nella mangiatoia di Betlemme; ma allo stesso tempo ci dona la grazia di diventare simili a Lui, di “vivere Cristo che è in noi” e manifestarlo nella vita nel suo mistero di verginità, povertà, obbedienza ed umiltà.

San Leone Magno, al quale si deve una riflessione approfondita sul Natale, invita i cristiani a prendere coscienza di questa dignità: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna”. Il Natale, inoltre, ci ricorda che essendo inseriti in Cristo siamo inseriti anche nella Chiesa e quindi la spiritualità del Natale esige anche una vita di comunione fraterna. Tale richiamo è più che mai opportuno in questo tempo in cui tutta la nostra diocesi si sta interrogando sulla necessità delle Unità pastorali.

Don Simone




Erano tre ed erano re… oppure no?
Qualche notizia sui Re Magi

Nell’agosto 2005, il Papa si è incontrato con migliaia di giovani provenienti da tutto il mondo. L’incontro è avvenuto a Colonia, una bella città della Germania che sorge sul fiume Reno e che vanta una delle più imponenti cattedrali del mondo: un edificio altissimo, che per essere completato ha richiesto sette secoli di lavoro, dal Duecento all’Ottocento. In quella cattedrale, c’è una sorpresa: un cofano d’argento che contiene, si dice, alcuni resti (le “reliquie”) nientemeno che dei “re magi”. Che così escono dalla leggenda e dal Presepio, ed entrano nella realtà, nella storia. E debbono essere importanti, se il Papa stesso li venera. Anzi, si dice che li abbia molto cari. Eppure sembra una fiaba: e siamo abituati ad immaginarla, a viverla così. Tre saggi, abbigliati in abiti orientali, con corone da re in testa, che attraversano tutta l’Asia provenienti da un lontanissimo “Oriente”: sono a cavallo o a dorso di cammello, e seguono una stella che si muove nel cielo. Hanno con loro un ricco seguito, come si addice ai re; e portano dei tesori che offriranno in dono a un Bambino. La stella indicherà loro dove si trovi quel piccolo, che in realtà è il Signore dei Signori, il Re dei Re.

Re Magi

Ma cosa ci fa un mago nel Vangelo? Molti di voi ne sanno certo parecchio sui Magi. Sanno che i doni che i re offrono sono oro, incenso e mirra: ebbene, che cosa sia l’oro lo sappiamo tutti; l’incenso è una sostanza vegetale in cristalli che brucia con un profumo intenso e serve per le cerimonie religiose; la mirra è una pianta dalla quale si ricava un unguento che anticamente serviva per imbalsamare i morti ed impedire così la naturale corruzione dei corpi. E conoscono i loro nomi: con qualche variante locale, essi sono Gaspare, Melchiorre, Baldassarre. Sembra che siano anche di età diversa: un giovane, un uomo maturo, un anziano. E che provengano dai tre diversi continenti (Asia, Europa, Africa): quindi l’immaginiamo come un europeo magari biondo, un arabo e perfino un nero africano. Si discute soprattutto sull’identità di quest’ultimo: di solito si chiama Gaspare, è il più giovane, e porta in dono la mirra che in effetti si coltiva in Africa.

Eppure, in fondo a questa bella favola così piena di colori e mistero, c’è qualcosa che lascia un po’ inquieti, che fa quasi paura. La notte, e questi uomini in abiti esotici, e la grande stella che essi seguono e che noi abbiamo imparato a identificare con un fenomeno speciale che talvolta si nota, nelle nostre notti:la cometa. E poi quella parola “magi”. Loro sono tre, certo: i tre “re magi” appunto. Ma uno solo di loro, come si chiama…”magio”? Buffo, strano, questo nome. Ebbene, no. In effetti, dovremmo chiamarlo “mago”; e i tre personaggi, quindi “maghi”. Ma questa parola ci dà dell’inquietudine. I maghi abitano le fiabe e non sempre sono personaggi buoni e tranquillizzanti: possibile che ne parli il Vangelo? E poi, insomma, Gesù è nato a Betlemme, in Giudea, quindi in Palestina che oggi si trova nello Stato di Israele. Che cosa c’entra Colonia, dov’è andato il Papa nell’estate del 2005, allora? È una storia lunga che vi voglio raccontare.

Cominciamo da lì: da Colonia. Circa novecento anni fa un arcivescovo di Colonia, di nome Rinaldo, era primo ministro dell’imperatore tedesco Federico I, che la gente chiamava “il Barbarossa”. Un sovrano giusto ma terribile. Egli, nel 1162, punì duramente la città di Milano che apparteneva al suo impero, ma che gli si era ribellata. Ora, i milanesi custodivano nella loro Chiesa dedicata a Sant’Eustorgio le reliquie dei tre re magi, che pare provenissero da Costantinopoli (oggi la città turca di Istambul, allora capitale d’un impero dove si parlava greco). Chi ce le avesse portate, è un mistero. Accontentiamoci di sapere che il Barbarossa non poteva accettare che una città che gli si era ribellata potesse custodire i resti di uomini che erano stati tanto fedeli al loro Vero Re, a Gesù, da affrontare un lungo viaggio solo per rendergli omaggio. Così l’imperatore regalò le reliquie al suo fido ministro, l’arcivescovo di Colonia, e questi nel 1164 le portò nella sua città, a Colonia sul Reno, e cominciò a costruire la grande cattedrale in loro onore. Ma al Barbarossa, tutte queste cose, chi gliele aveva dette?

In realtà, dei magi si parla in uno solo dei quattro Vangeli che la Chiesa ritiene con certezza ispirati da Dio, quello che si dice redatto dall’apostolo Matteo. Si dice appunto ch’erano “maghi”, che a quel tempo significava soltanto dei sacerdoti persiani d’una religione (il mazdeismo) nella quale si adorava il fuoco, come simbolo positivo del Positivo dell’Universo. Questi maghi erano dottissimi astrologi, cercavano cioè la verità attraverso la lettura delle stelle: e la loro scienza aveva insegnato loro che a Betlemme sarebbe nato il Salvatore del Mondo. Quei sacerdoti persiani (che solo più tardi la tradizione chiamò anche re) sono dunque i primi pagani ad essersi convertiti al Cristo e ad averlo adorato.

Il Vangelo di Matteo non ci dice però quanti erano, né come si chiamavano: si limita a parlarci dei doni ch’essi portarono, oro, incenso, mirra. Ma, se i Vangeli che la Chiesa riconosce come autentici (e definisce “canonici”) sono quattro, in realtà ve ne sono molte decine – scritti in ebraico, in arabo, in armeno, in persiano, in georgiano, in etiopico – dinanzi ai quali si hanno alcuni dubbi (difatti li chiamiamo “apocrifi”). Molte leggende che conosciamo come relative ai magi sono venute da lì: e non è detto che non corrispondano a verità. Può darsi che ci sia stato anche un quarto mago, o che i magi fossero davvero molti di più, e avessero nomi simili a quelli tramandati dalla tradizione. Uno di loro, Gaspare, è stato identificato dagli studiosi in un sovrano della regione dell’India del nord-ovest che in effetti ha davvero regnato da quelle parti al tempo di Gesù. La storia ha ancora più fantasia delle leggende.




I Santi nostri amici in Cielo

In questo tempo dell’anno, all’inizio del mese di novembre noi celebriamo una importante festa: la festa di “Tutti i Santi”. Molti interrogativi si affacciano alla mente riguardo ai santi, come fanno ad esserlo, come lo diventano per la Chiesa. Proviamo a spiegare un po’ questo argomento a partire da quanto abbiamo visto nell’aprile del 2005, quando è morto il Papa Giovanni Paolo II. I milioni di pellegrini accorsi a venerare la salma del Papa sono la prova più eloquente della santità. Hanno sentito che era ed è un santo, e Benedetto XVI, prima autorizzando l’inizio del processo di beatificazione, e poi beatificando il Papa polacco, ha ascoltato la voce della Chiesa, la voce del popolo di Dio.

Questo, in effetti, è il primo passo del cammino verso la santità: la vox populi, la fama di santità. Per dichiarare santo un fedele è però necessario un processo canonico nel quale fin dall’inizio egli è chiamato “servo di Dio”. Questo è il titolo che il vescovo d’origine del candidato alla canonizzazione gli conferisce, quando ritiene che ci siano fondati elementi per affermare che egli/ella ha vissuto cercando di conformarsi radicalmente al Vangelo nelle azioni e nelle parole e - per quanto è possibile intuire - nei pensieri e nei sentimenti. La prova sta proprio in quella fama di santità, cui abbiamo accennato sopra. Terminata la severa inchiesta a livello diocesano, testimonianze e documenti raccolti nella diocesi di origine vengono consegnati alla Congregazione delle cause dei santi. Qui un esperto, il relatore, esamina e valuta quel materiale e prepara un dossier detto Positio - in base al quale almeno nove teologi valuteranno se effettivamente il servo di Dio ha vissuto secondo il Vangelo in modo non comune. Se il parere dei teologi è positivo, il servo di Dio è sottoposto al giudizio di un’altra Commissione, formata da vescovi e cardinali. Se anch’essi sono concordi nel giudizio positivo, il servo di Dio viene presentato al Papa, perché emetta il suo parere definitivo.

Dichiarando che quel servo di Dio ha vissuto con intensità non comune le virtù cristiane e che intorno a lui c’è un’autentica fama di santità, il Papa lo indica come modello autorevole di vita evangelica: alla latina, è “venerabilis” cioè degno di essere ammirato e imitato, degno esempio, per chi voglia corrispondere alla proposta, che Dio fa a ogni uomo: «Sii santo, come lo sono io». Dunque, il titolo di “servo di Dio” è dato all’inizio del processo canonico dal vescovo locale, quello di “venerabile” è assegnato dal Papa al termine del lungo itinerario di verifica delle virtù vissute. A questo punto si verifica anche se il venerabile abbia “compiuto un miracolo”, come si dice comunemente. In realtà, Dio solo compie miracoli: il venerabile intercede, perché Dio ascolti ed esaudisca le preghiere di coloro che gli si sono rivolti per chiedergli di pregare anche lui il Padre, perché conceda il miracolo. Verificato - con inchiesta altrettanto severa - che si tratta di autentico miracolo, il Papa iscrive il venerabile tra i beati, e le persone a lui devote o la gente della sua diocesi di origine possono pregarlo come beato con fiducia e imitarlo con frutto. Quando il beato farà almeno un altro miracolo, il Papa lo proclamerà santo, cioè lo indicherà a tutta la Chiesa come un modello di cristiano, cui ci si può rivolgere con devozione. 

Nel corso dei secoli nella Chiesa ci sono stati tanti santi, e per capire quanti sono potremmo andar a vedere dove sono elencati. Nelle Litanie dei santi ne contiamo appena qualche decina. Sfogliando un calendario, ne troviamo qualche centinaio. C’è poi un’opera, la Bibliotheca Sanctorum dell’Editrice Cittanuova, una voluminosa enciclopedia di diciassette volumi che ne presenta più di 20.000. Ma soprattutto c’è un libro, il Martyrologium Romanum, che contiene l’elenco ufficiale dei santi e beati venerati dalla Chiesa, e ne elenca quasi diecimila (9.900). Ma san Giovanni nell’Apocalisse ci ha detto: “Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua”! E allora? Possiamo pensare: sono santi tutti quelli morti nell’amicizia del Signore. E questo è estremamente consolante, perché è un’opportunità che possiamo sfruttare anche noi. Ma alla domanda “chi sono i santi e perché sono santi” risponde più precisamente lo stesso Gesù nel Vangelo: il santo è l’uomo delle beatitudini e di quelle beatitudini che vanno contro il pensare comune.

Per ricordare i santi, nel corso dei secoli, la chiesa ha dedicato loro anche i luoghi di culto, le nostre chiese. Alcuni criticano questa usanza pensando che sia una forma di idolatria. Ma bisogna intendere bene che cosa pensa la chiesa riguardo a questo. Se infatti ci si ferma davanti al portale di qualche chiesa anche solo dell’Ottocento, si noterà che vi campeggia una sigla: «D.O.M.», seguita da un «et» e dal nome di un santo o della Madonna, scritti in latino, al dativo per chi ha studiato quella lingua. La sigla significa: «A Dio Ottimo Massimo e a...». Al posto dei puntini si metta il nome dei santi indicati dalla facciata. Ogni chiesa, dunque, è sempre dedicata «a Dio», al Padre, e a lui viene associato un santo o la Madonna. Perché dunque le chiese sono “dedicate” a Dio e ai suoi santi? Lo sono perché nei primi secoli i cristiani non avevano chiese come le intendiamo noi: per la “frazione del pane” e per la preghiera comune e per l’esperienza di fraternità cominciarono a ritrovarsi nelle case - in latino domus - di alcuni di loro, capienti a sufficienza per ospitare l’ecclesia, la comunità che si sentiva convocata per lodare insieme il Signore. Ogni casa antica aveva il titulus, l’indicazione del proprietario: era, in un certo senso, la funzione che svolgono oggi i nomi delle vie e i numeri civici nelle città.

Ben presto alcune domus furono destinate specificamente alla vita della comunità e alla preghiera, ma rimase ovviamente l’abitudine, se non la necessità, del titolo. Queste domus non erano più proprietà di un singolo, bensì della comunità, erano domus ecclesiae, donus plebis Dei: case della Chiesa, del popolo di Dio. Fu spontaneo metterle sotto la titolarità di un santo, di una persona che già viveva presso Dio e che spesso (si pensi ai martiri) era sepolta presso quella domus o all’interno di essa: è il passaggio dalle domus alle basiliche di cui è ricca Roma. La dedica a un santo esprimeva anche il valore, caro a san Paolo e ai primi cristiani, della Comunione. Tutti i credenti in Cristo formano un solo corpo, sia noi che siamo in cammino sulla terra sia quelli che già ci hanno preceduto. Ogni chiesa ci ricorda allora che è casa di Dio e casa nostra, e quel santo cui dedichiamo la chiesa ci fa pensare che non siamo soli nel cammino, che tutti siamo uniti dal vincolo dell’amore e che il Signore ci aspetta per vivere con Lui in Paradiso.

r.f.




Tutto passa, solo l’Amore di Dio resta

Il 2 Novembre è il giorno che la Chiesa dedica alla commemorazione dei defunti, che dal popolo viene chiamato semplicemente anche “festa dei defunti”. Ma anche nella messa quotidiana, sempre si riserva un piccolo spazio, detto “memento, Domine…”, che vuol dire “ricordati, Signore…” e propone preghiere universali di suffragio alle anime di tutti i defunti in Purgatorio. La Chiesa, infatti, con i suoi figli è sempre madre e vuole sentirli tutti presenti in un unico abbraccio. Pertanto prega per i  morti, come per i vivi, perché anch’essi sono vivi nel Signore. Per questo possiamo dire che l’amore materno della Chiesa è più forte della morte. La Chiesa, inoltre, sa che “non entrerà in essa nulla di impuro”. Nessuno può entrare nella visione e nel godimento di Dio, se al momento della morte, non ha raggiunto la perfezione nell’amore. Per particolari pratiche, inoltre, come le preghiere e le buone opere, la Chiesa offre lo splendido dono delle indulgenze, parziali o plenarie, che possono essere offerte in suffragio delle anime del Purgatorio. Una indulgenza parziale o plenaria offre alla persona interessata una parziale o plenaria riduzione delle pene, dovute ai suoi peccati, che sono già stati perdonati. Tale riduzione può essere fruita anche dai defunti, i quali possono essere liberati dalle loro pene parzialmente o totalmente.

cimitero

La commemorazione dei defunti ebbe origine in Francia all’inizio del decimo secolo. Nel convento di Cluny viveva un santo monaco, l’abate Odilone, che era molto devoto delle anime del Purgatorio, al punto che tutte le sue preghiere, sofferenze, penitenze, mortificazioni e messe venivano applicate per la loro liberazione dal purgatorio. Si dice che uno dei suoi confratelli, di ritorno dalla Terra Santa, gli raccontò di essere stato scaraventato da una tempesta sulla costa della Sicilia; lì incontrò un eremita, il quale gli raccontò che spesso aveva udito le grida e le voci dolenti delle anime purganti provenienti da una grotta insieme a quelle dei demoni che gridavano contro lui, l’abate Odilone. Costui, all’udire queste parole, ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 Novembre come giorno solenne per la commemorazione dei defunti. Era l’anno 928 d. C. Da allora, quindi, ogni anno la “festa” dei morti viene celebrata in questo giorno. Da allora quel giorno rappresenta per tutti una sosta nella vita per ricordare con una certa nostalgia il passato, vissuto con i nostri cari che il tempo e la morte han portato via, il bene che coloro che ci hanno preceduti sulla terra hanno lasciato all’umanità, e il loro contributo all’aumento della fede, della speranza, della carità e della grazia nella chiesa.

Il 2 Novembre, poi, ci riporta alla realtà delle cose richiamando la nostra attenzione sulla caducità della vita. Questo pensiero richiama il fluire del tempo intorno a noi e in noi. Tutta passa. Giorno dopo giorno il tempo va via. Passo dopo passo il cammino si affatica sempre più. Atto dopo atto il logorio delle forze fisiche che invecchiano  si fa sempre più sentire. Passano le gioie e passano pure i dolori. Poi passeremo anche noi; e finiranno su questa terra anche i nostri giorni. Il richiamo alla realtà della nostra morte ci invita, pure, a dare importanza alle cose essenziali, ai valori perenni e universali, che elevano lo spirito e resistono al tempo. “Accumulate un tesoro nel cielo, dove né tignuola e né ladro possono arrivare”, consiglia Gesù Cristo ai suoi discepoli.

Se tutto passa, l’amore di Dio però resta. Il pensiero ritorna a noi. La certezza della morte deve farci riflettere, affinché possiamo essere pronti all’incontro con essa senza alcuna paura. Sarebbe un grande errore dire: “Mi darò a Dio quando sarò vecchio”, ed aspettare di cambiare i nostri cuori al momento della morte. Così come nessuno diventa all’improvviso cattivo, allo stesso modo nessuno diventa in un attimo buono. È meglio ricordare che la morte può arrivare senza alcun preannunzio, improvvisamente. Si dice che la morte sia spaventosa: ma non è tanto la morte in sé a terrorizzarci, quanto piuttosto l’atto del morire ed il giudizio susseguente di dannazione o di salvezza eterna. È, infatti, il terrore di un attimo e non dell’eternità a spaventarci. Dunque sorgono molte domande: come sarà quel momento? Quanto durerà? Chi mi assisterà? Sarò solo? Dove sarò? In casa, per strada, al lavoro, mentre prego o sono distratto in altre faccende? Quando mi sorprenderà?

Il pensiero di trovarsi soli, faccia a faccia con la morte, vittima ed esecutore, può produrre disagio e paura mentre si è in vita. Eppure per i veri cristiani non dovrebbe essere così. La vita è un cammino che comporta il passaggio da una condizione all’altra, si passa dall’infanzia alla fanciullezza, dalla fanciullezza alla giovinezza, alla maturità, alla vecchiaia e dalla vecchiaia all’eternità attraverso la morte. Per questo, vista nella luce di Dio la morte diventa o dovrebbe diventare un dolce incontro, non un precipitare nel nulla, ma il contemporaneo chiudersi e aprirsi di una porta: la terra e il cielo si incontrano su quella porta. Del resto il pensiero della morte ritorna ogni volta che ci rivolgiamo alla Madonna con la preghiera del Rosario: “Santa Maria, madre di Dio prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte”. Si è detto che la morte sia la prova più dura della vita, ma non è vero. È l’unica cosa che tutti sanno di dovere affrontare! Il giovane e il vecchio centenario, l’intelligente e l’idiota, il santo ed il peccatore, il papa e l’ateo. Come passiamo dall’infanzia alla giovinezza, dalla giovinezza alla maturità e poi alla vecchiaia, così si passa dalla vita alla morte.

Vista nella luce di Dio la morte diventa un dolce incontro, non un tramonto, ma una bellissima alba annunciatrice della vita eterna con Dio, insieme agli angeli e ai santi che ci hanno preceduto in terra.

f.r.




Crisi economica ed etica

La crisi economica in corso se, da un lato, ha fatto nascere e mantiene vivo negli animi un grave senso di preoccupazione e di incertezza per il futuro, unito ad un sentimento di sfiducia e di scoraggiamento, dall’altro lato, prolungandosi nel tempo, spinge a riflettere in profondità ed a gettare uno sguardo nuovo sulla situazione e sulla società, al fine di trovare vie nuove per una soluzione adeguata. Nella sua Enciclica “Caritas in veritate” il Papa, parlando della crisi che allora era agli inizi, apre al futuro con fiducia affermando: “La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole ed a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente” (n.21).

Mi piace collocarmi in questa prospettiva orientata alla fiducia e all’impegno. Dobbiamo non rassegnarci né ripiegarci su noi stessi; occorre piuttosto affrontare la situazione con realismo, ma anche con rinnovato impegno, con serietà e con creatività. Le parole del Papa che ho citato ci spronano a non sentirci vittime di una sorta di fatalità o schiacciati dalla situazione mondiale, ma a studiare iniziative che aiutino una ripresa in campo economico e sociale. Per un cammino sicuro e saggio, che porti fuori dalla presente crisi, dobbiamo fare appello all’intelligenza umana e alla sua creatività e muoverci nell’orizzonte dei principi etici e dei valori morali. C’è bisogno di un contributo di pensiero e di responsabilità. La storia umana ha dimostrato tante volte che l’intelligenza umana, di fronte a gravi necessità, ha saputo trovare nuove strade e creare nuovi equilibri.

Oggi si sente il bisogno di un pensiero lucido che sappia proporre una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali dello sviluppo. Per ricreare benessere e prosperità, prima che di beni e di riserve materiali, c’è bisogno di intelligenza, di creatività, di capacità di percepire i bisogni della società e di venire loro incontro; è necessario sapere innovare con prospettive di ampio respiro e lavorare insieme con fiducia, intrecciando relazioni di collaborazione. Per muoversi nella giusta direzione, l’intelligenza deve diventare alleata della coscienza. Si avverte una grande esigenza di operatori economici che siano persone oneste e rette, che vivano nella propria coscienza l’appello al bene comune” (Caritas in veritate 27) e con responsabilità adottino comportamenti corretti, rispettosi delle norme morali. Dobbiamo avere la profonda convinzione che non si può migliorare la situazione dissociando l’agire economico dall’etica.

Le scelte economiche devono essere guidate da principi etici, miranti allo sviluppo delle persone e delle comunità a livello nazionale e internazionale. L’economia va pensata come servizio all’uomo e come scienza sociale che mira a rendere un servizio all’umanità. L’impresa, il mercato, l’attività finanziaria sono per il bene e lo sviluppo delle persone umane Le cose prodotte da un’azienda sono certamente un valore in sé, ma non sono il valore unico e sommo per la vita e per il destino delle singole persone e per i popoli. L’economia e la finanza hanno bisogno dell’etica, perché il loro fondamento e la loro ragione d’essere si trova nell’uomo. Il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è la persona umana, perché il centro ed il fine di tutta la vita economica e sociale è l’uomo, il quale anche in questo nostro tempo, connotato dalla globalizzazione, deve restare al centro dell’attenzione.

Fra l’altro, la nostra epoca è caratterizzata non soltanto dagli immensi progressi in campo scientifico e tecnologico, ma anche dalla maggiore consapevolezza che gli esseri umani vanno acquistando della loro dignità di persone. È questo, un elemento che incide in tutti i settori della convivenza e che deve essere tenuto presente come stella orientatrice, perché è un fatto a dimensione universale. È un fatto di coscienza ed è qualche cosa di portata storica, che si estende anche al mondo economico e finanziario. La persona, con la sua libertà e con le sue esigenze, non può mai essere considerata come una pedina nello scacchiere economico e nei piani di programmazione. La dignità della persona umana non deve essere sacrificata o subordinata al gioco dell’economia e della finanza. Lo sviluppo non può essere affidato a forze impersonali o automatiche, ma soltanto a persone che lo studiano, lo progettano e lo organizzano, vivendo nella propria coscienza il richiamo al bene comune. Tanti casi di fallimento di imprese o di crisi hanno dimostrato quanto sia importante l’etica anche per il successo dell’impresa.

La fedeltà ad un modello di etica, improntato ai principi della giustizia, dell’onestà, della trasparenza e del servizio infatti è utile anche allo sviluppo dell’azienda, perché questa, prima di essere minacciata dalla concorrenza (oggi a volte spietata) è messa in difficoltà dal venire meno della “reputazione aziendale”, la quale è basata sui principi etici che la guidano e che danno l’immagine della serietà che la caratterizza.

Attenersi ai principi morali produce sempre affetti positivi anche nella gestione economica e migliora i vantaggi competitivi. La verità e l’onestà finiscono sempre per trionfare. Non è mai la nebbia che riesce ad oscurare il sole, ma è sempre il sole che vince la nebbia. Per questo non è mai una perdita rinunciare a prendere scorciatoie illecite o scorrette negli affari. È sempre un guadagno. Chi bara non va lontano, anche se al momento può sembrare avere successo. Il progresso poi per essere vero deve essere non solo economico, perché un progresso che non è accompagnato da un irrobustimento dei valori non è garanzia di miglioramento di vita né di coesione sociale e di bene comune. Mettere l’uomo al centro ed osservare le norme dell’etica è la prima via da percorrere per trovare una uscita dalla crisi.

La situazione attuale esige poi una revisione dei nostri stili di vita e delle abitudini, adottando una linea di maggiore sobrietà rispetto a standard di vita che di fatto sono sovente un vivere al di sopra delle proprie possibilità. Il prolungarsi nel tempo della crisi economica rende inevitabile che si limitino le spese e di conseguenza, le esigenze non necessarie. La stagione del disinvolto e sconsiderato consumismo deve considerarsi terminata. La crisi in corso è occasione non solo per rinnovare il modello di capitalismo occidentale, ma anche per migliorare i comportamenti delle persone. Un’altra strada da percorrere è quella di fare crescere la solidarietà, che è uno dei pilastri del nostro essere popolo e comunità e un elemento vitale nell’orizzonte del bene comune.

La globalizzazione, in questi anni, ha moltiplicato i contatti ed i legami in un orizzonte molto vasto ed ha reso le persone più vicine, ma non ha fatto crescere la solidarietà né la fratellanza. Bisogna rinvigorire la consapevolezza che siamo tutti nella stessa barca e che apparteniamo ad una medesima famiglia umana.

La solidarietà sta funzionando bene soltanto all’interno delle famiglie. Nella presente crisi economica e finanziaria la famiglia si è rivelata il miglior “ammortizzatore sociale” e sono da apprezzare le tante forme di solidarietà all’interno delle famiglie, che hanno permesso di affrontare questo periodo difficile. È auspicabile pertanto che, da parte di tutti (Autorità, operatori economici, politici, ecc.) vi sia maggiore attenzione alle famiglie che in questo momento difficile sono una risorsa strategica. Abbiamo bisogno di famiglia oggi più di ieri.

Un ultimo pensiero: il clima di preoccupazione e di insicurezza diffuso nel corpo sociale e rafforzato da un certo disorientamento culturale e morale come pure la situazione che colpisce pesantemente il mondo del lavoro e di conseguenza, le famiglie, innescando disagio ed aggressività, richiedono che si uniscano gli sforzi per realizzare iniziative che facciano rinascere fiducia e speranza.

La fiducia è sempre stata un fattore decisivo anche nell’economia, nella finanza e nel mercato. È un traguardo, questo, che passa anche attraverso l’etica e la riaffermazione del primato della persona e della famiglia. Non si può non auspicare che persone sensibili ai valori dello spirito aiutino a fare superare visioni individualistiche e a promuovere un clima di armonia anche tra pubblico e privato – ovviamente nelle loro diversità e complementarietà – in vista del bene comune in questo momento difficile.

Card. Giovanni Battista Re




Perché un Sinodo sulle Unità pastorali

Mons. Cesare Polvara

Quando una Chiesa diocesana deve prendere decisioni importanti per la sua identità e la sua missione, sovente si riunisce in Sinodo. Il termine “sinodo” – dal greco syn (insieme) e odos (cammino) – significa letteralmente “convegno”, “adunanza”. Lo scopo di tale “convenire” non è giungere a una decisione democratica, dove la maggioranza del popolo ha diritto di indicare la via per tutti, ma è discernere insieme i desideri dello Spirito Santo, ascoltare ciò che lo Spirito dice oggi alla Chiesa. E lo Spirito di Cristo parla soprattutto attraverso i “segni dei tempi” e le persone ripiene della sua grazia. Ecco perché il Sinodo, in un contesto di preghiera e di ascolto della Parola di Dio, prevede sempre anche una consultazione del popolo di Dio, un discernimento spirituale comunitario, in vista di un nuovo cammino comune ed ecclesiale.

In questa ottica, prima di ripensare la struttura diocesana nella forma delle unità pastorali – scelta particolarmente rilevante per il futuro della Chiesa bresciana – il vescovo Luciano ha ritenuto opportuno convocare un Sinodo particolare. Il tema delle unità pastorali non è certamente nuovo per la nostra diocesi. Si è iniziato a parlarne ufficialmente già con il documento approvato dal Consiglio presbiterale del 2 febbraio 2002.

Nel frattempo sono state istituite l’unità pastorale del Centro storico (con nove parrocchie e un presbitero coordinatore) e quella di Botticino (con tre parrocchie e un unico parroco). Altre parrocchie stanno camminando da tempo in vista della loro costituzione in unità pastorale. Il Sinodo, che certamente farà tesoro di queste prime esperienze, prevede tre tappe, che costituiscono “insieme” l’evento del “Sinodo”: la riflessione e la consultazione delle comunità cristiane; l’assemblea sinodale; il documento post-sinodale con le indicazioni normative del Vescovo.

Il presente testo, elaborato dalla “Commissione antepreparatoria”, ha lo scopo di aiutare le comunità cristiane a vivere intensamente la prima tappa del cammino. In modo particolare: la Lettera del Vescovo e la prima parte di questo Strumento per la riflessione e la consultazione diocesana si pongono al servizio della riflessione e della catechesi; mentre la seconda parte offre spunti e sollecitazioni per la consultazione. La terza parte, poi, indica alcuni momenti fondamentali del cammino diocesano in vista dell’assemblea sinodale.

Nel frattempo verrà istituita una Segreteria del Sinodo, con un duplice compito: da un lato preparare e spedire alle comunità il materiale necessario per la riflessione e la consultazione; dall’altro, raccogliere il frutto del confronto e della consultazione diocesana da presentare alla Commissione sinodale che, alla luce delle osservazioni pervenute, redigerà un nuovo testo da offrire alla discussione ed all’approvazione dell’assemblea sinodale.

Lo Spirito del Cristo risorto accompagni con la sua luce e la sua grazia questo anno sinodale, perché la nostra Chiesa, in ascolto del suo Signore, diventi sempre di più la comunità dei discepoli che, nella fede e nella comunione, danno ragione della speranza che è in loro.

Mons. Cesare Polvara




Congresso Eucaristico di Ancona
Alla riscoperta del ruolo dei laici nella società

Nel mese di settembre 2011 la Chiesa italiana ha vissuto un evento di grande importanza: il XXV Congresso Eucaristico Nazionale. La città ospitante era Ancona, ma tutte le diocesi suffraganee ne erano coinvolte con la proposta di eventi, momenti di preghiera, momenti di approfondimento su vari temi, quali la famiglia, il mondo del lavoro, i giovani, la marginalità, gli ammalati, i problemi sociali, l’educazione. In particolare si è messo a fuoco la necessità di riaffermare la centralità dell’Eucarestia nella espressione di fede cristiana. Uno dei partecipanti, monsignor Adriano Caprioli, vescovo di Reggio Emilia - Guastalla ha risposto ad alcune domande riguardanti la celebrazione del Congresso Eucaristico.

congresso Eucaristico

- Ecco ciò che gli abbiamo chiesto e le sue risposte. In un contesto di basse partecipazioni alle messe domenicali in tutte le parrocchie, che senso ha proporre l’Eucaristia quotidiana?
Bisogna chiarire esattamente cosa vuol dire Eucaristia quotidiana. Il tema del congresso è «Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». Nelle sue parole c’è il pane di vita, cioè nella vita quotidiana. Il problema è nel rapporto tra l’efficacia dell’Eucaristia in quanto tale e la vita quotidiana. Ecco in tal senso il tema del congresso di Ancona non cancella ma riprende quello proposto nella precedente edizione a Bari nel 2005, quando si diceva che senza la domenica non possiamo vivere. Qual è il problema? Il rischio? Che anche andando alla messa la domenica ci si dimentica che dobbiamo vivere l’Eucaristia ogni giorno negli ambiti della vita. Ecco da qui la riflessione suddivisa in cinque ambiti che hanno caratterizzato la settima congressuale: Eucaristia per la fragilità, per l’affettività, per lavoro e festa, per l’educazione, per la cittadinanza.

- Perché bisogna offrire un supplemento d’anima alla quotidianità?
Perché non viviamo più in una società cristiana. Il IV convegno ecclesiale nazionale svoltosi a Verona nel 2006 ci ha fatto prendere coscienza che si è creata una distanza culturale sempre più a forbice allargata tra la fede cristiana e la mentalità contemporanea in tanti ambiti della vita quotidiana. Il convegno di Verona ha dato un messaggio molto importante perché invece di considerare questa distanza una sorta di condanna, quasi una disgrazia, una fatalità, al contrario la considera un’occasione, un’opportunità, diciamo una grazia per fare scelte prioritarie nella nostra società. L’aspetto fondamentale è che abbiamo bisogno di una Chiesa che testimoni il risorto negli ambiti della vita di ogni giorno.

- La messa quotidiana potrebbe essere una nuova forma di catechesi?
Celebrare non è esattamente catechesi, perché sono due linguaggi diversi. Un conto è celebrare, un conto è comunicare e istruire sulla fede. È per questo che noi vescovi insistiamo perché l’iniziazione cristiana non sia solo catechismo, ma deve essere esperienza di festa, di Eucaristia domenicale e poi anche esperienza di carità e di servizio e quindi di preparazione a scelte vocazionali. Il tema parte tutto dall’icona biblica del capitolo VI di Giovanni: «Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». Questo testo aiuta a capire che Gesù è pane spezzato, ma è anche e ancor prima, Parola da spezzare. Già sant’Agostino spiegava ai suoi catecumeni che l’Eucaristia è il nostro pane quotidiano, ma dobbiamo riceverla non tanto per saziare il nostro corpo, ma il nostro spirito. Aggiungeva poi che anche la predicazione e le letture che si ascoltano in chiesa sono pane quotidiano.

- C’è distanza tra la proposta di una vita spirituale e la realtà quotidiana? Se sì, come si può superare tale distanza?
Questo è il punto più importante del dibattito congressuale, perché l’obiettivo del congresso è quello di smuovere tutta la Chiesa. Esso non è separabile dal cammino delle nostre chiese in Italia e questo cammino di Chiesa è un cammino di tutto il popolo di Dio. Allora è importante riscoprire il tema delle vocazioni e di tutte le vocazioni, in particolare negli ambiti della vita quotidiana, dove sono impegnati tutti i preti, i consacrati, ma soprattutto i laici. Il congresso fondamentalmente vuole riattivare la vocazione secolare cristiana dei laici senza la quale la comunità fatica ad abitare gli spazi della vita quotidiana. Nella Sacramentum Caritatis al N 83 Benedetto XVI parla della vita quotidiana come luogo di coerenza eucaristica in famiglia, nella comunità parrocchiale, ma anche nella vita civile. Il Pontefice auspica coerenza eucaristica nella politica, quando sono in gioco decisioni fondamentali: rispetto della vita umana, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune. È interessante notare che proprio questa tematica ha segnato diverse giornate, in vari momenti e sedi del congresso.

- «Signore da chi andremo?»: quale risposta può dare il Congresso a questa domanda?
Prima di dare una risposta il Congresso deve suscitare la domanda, perché alla fine del capitolo VI di Giovanni, l’interrogativo «Signore da chi andremo?» è rivolto da Pietro a Gesù. Certo, nel testo c’è anche la risposta: «Tu solo hai parole di vita eterna». Viviamo in un contesto di pluralismo religioso e non solo per il fenomeno dell’immigrazione, ma per la globalizzazione, la comunicazione massmediale pubblica e senza frontiere che mette soprattutto in luce la domanda che Gesù faceva ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». E le risposte sono tante: chi un profeta, chi Giovanni Battista. A Gesù, però, interessano le risposte dei suoi discepoli: «Voi chi dite che io sia?». Questa è la domanda del Congresso eucaristico sull’unicità singolare di Gesù che deve riflettersi poi nella vita pastorale di una Chiesa, nella catechesi, nella liturgia, nella spiritualità e nella cultura. Credo che il tema della singolarità e centralità del risorto sia il punto di partenza di ogni cammino della Chiesa oggi.

N. G.

Preghiera per il Congresso Eucaristico

Eucarestia

Signore Gesù,
di fronte a Te, Parola di verità
e Amore che si dona,
come Pietro ti diciamo:
“Signore, da chi andremo?
Tu hai parole di vita eterna”.

Signore Gesù,
noi ti ringraziamo
perché la Parola del tuo Amore
si è fatta corpo donato sulla Croce,
ed è viva per noi nel sacramento
della Santa Eucaristia.  

Fa’ che l’incontro con Te
nel Mistero silenzioso della Tua presenza,
entri nella profondità dei nostri cuori
e brilli nei nostri occhi
perché siano trasparenza della Tua carità.  

Fa’, o Signore,
che la forza dell’Eucaristia
continui ad ardere nella nostra vita
e diventi per noi santità, onestà, generosità,
attenzione premurosa ai più deboli.

Rendici amabili con tutti,
capaci di amicizia vera e sincera
perché molti siano attratti
a camminare verso di Te.
Venga il Tuo Regno,
e il mondo si trasformi
in una Eucaristia vivente.
Amen.




Che cosa renderò al Signore...

calici

dal Salmo 116
Ho creduto anche quando dicevo:
“Sono troppo infelice”.
Ho detto con sgomento:
“Ogni uomo è bugiardo”.
Che cosa renderò al Signore
per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore,
davanti a tutto il suo popolo.
Agli occhi del Signore
è preziosa la morte dei suoi fedeli.
Ti prego, Signore,
perché sono tuo servo;
io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.

Di solito viene più spontaneo pregare e rivolgerci a Dio quando siamo in difficoltà, quando sembra che non ce la facciamo più ad andare avanti. Anche le persone che non manifestano grande sensibilità religiosa, che si dichiarano non credenti o infastidite dalla presenza di Chiesa, preti e gente bigotta, nel momento del bisogno, quando tutte le presunte certezze vanno in frantumi, penso non possano fare a meno di innalzare uno sguardo verso l’alto.

Tale gesto può essere compiuto solo per incolpare Dio delle loro disgrazie, o per sottolineare a coloro che continuano ad aver fiducia pur essendo “troppo infelici”, che se quel Signore in cui dicono di credere fosse davvero così buono e grande nell’amore, non permetterebbe che nel mondo siano presenti tanta sofferenza e tanto dolore. Ma se è espressione di vera domanda, ricerca anche arrabbiata di una spiegazione, invocazione di aiuto, lo sguardo verso l’alto può divenire preghiera, probabilmente più autentica e gradita a Dio di tante nostre formali e pompose liturgie. I salmi e tutta la Sacra Scrittura sono ricchi di domande, a volte accompagnate perfino da imprecazioni, sul perché trionfino nemici, ingiustizie, malattie, sofferenze. Lo stesso Gesù sulla croce ha urlato: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” Gli studiosi ci ricordano che con quelle parole probabilmente Gesù intendesse riferirsi all’intero salmo 22 che si conclude in positivo, lodando la giustizia e l’opera del Signore. Tale espressione, tuttavia, rimane pur sempre l’angosciato grido di un uomo immerso nel dolore, che si sente abbandonato anche da Dio e ingiustamente condannato ad una morte atroce.

Meno frequente, forse, è ricordarci di Dio e ringraziarlo quando stiamo bene. Però in alcuni attimi di pienezza - un incontro inatteso, un sorriso di una persona cara, un aiuto ricevuto proprio quando ne avevamo bisogno, una serata trascorsa al calore dell’amicizia, una stessa difficoltà considerata insormontabile e che si risolve con una facilità inaspettata - anche in noi può sorgere in positivo una domanda che di solito rivolgiamo al Signore quando siamo arrabbiati: “Cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?”. Come l’autore del salmo, possiamo chiederci: “Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha fatto?”. Tali interrogativi manifestano sicuramente un nostro stato d’animo colmo di gioia e di riconoscenza per le grandi cose che ha fatto il Signore per noi, ma possono anche sottintendere una mentalità al quanto mercantilistica.

Spesso ho l’impressione che la nostra idea di giustizia, di vita retta e onesta sia troppo basata sul dare e avere. Fatti salvi forse quelli con i famigliari più stretti, tutti gli altri rapporti sociali preferiamo siano regolati mediante lo scambio più o meno equo di denaro per avere la coscienza a posto, per non sentirsi in debito con nessuno, per non avere obbligazioni come dicevano i nostri nonni, ritenendo di poter bastare a noi stessi. Facilmente un simile modo di pensare può essere trasferito anche nel nostro rapporto con Dio.

Forse sbaglierò, ma anche qui ho l’impressione che per diverse persone, specialmente anziane, l’essere veri cristiani si risolva solo in uno scrupoloso impegno moralistico: cercare di fare i bravi, di comportarsi bene per evitare l’inferno, lucrare le indulgenze e meritarsi il paradiso, come si esprimeva una certa e poco felice tradizione.

Nella Bibbia non si può negare che sia presente una certa reciprocità: l’alleanza fra Dio e il suo popolo, sin dai primi libri dell’Antico Testamento, richiedeva il rispetto dei Dieci Comandamenti per poter vivere e entrare in possesso della terra promessa. Negli stessi Vangeli troviamo scritto che l’operaio della messe del Signore, ha diritto al suo cibo. Ma emerge subito che Dio e la stessa vita dell’uomo sono realtà talmente grandi da non poter essere regolati solo con il pareggio della partita doppia. “Nessuno può riscattare se stesso”, ci ricorda il salmo 49, “o dare a Dio il suo prezzo. Per quanto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare per vivere senza fine, e non vedere la tomba”. Ai poveri farisei che ritenevano di aver diritto alla salvezza perché avevano rispettato scrupolosamente le norme, avevano fatto i bravi, Gesù risponde che i ladri e le prostitute li precederanno nel regno dei cieli.

Ecco quindi, come ci suggerisce la porzione del salmo sopra riportata, che l’unica azione che possiamo rendere al Signore per quanto ci ha dato è innalzare il calice della salvezza, riconoscerci figli bisognosi e offrire sacrifici di lode. Tutti atteggiamenti che viviamo durante la S. Messa in cui mediante l’ascolto, la preghiera e l’offerta eucaristica, appunto rendiamo grazie a Dio per tutto ciò che ci mette a disposizione gratuitamente ognii giorno (il pane quotidiano) in attesa dei beni futuri: la salvezza eterna, quella felicità che possiamo accogliere solo come dono e non come giusta ricompensa per aver fatto i bravi ed essercela meritata.

Fra Natale, capodanno ed Epifania è probabile che ci capiti di innalzare un bicchiere di spumante verso l’alto. Non so se sia più antico il segno liturgico o quello profano, però è curioso notare come anche fuori delle chiese, per festeggiare un evento od esprimere un augurio, si usi compiere un gesto simile. Una persona può brindare al proprio successo, a ciò che ritiene di aver costruito esclusivamente con il proprio impegno e le proprie capacità, ma appunto l’alzare un calice verso l’alto evidenza, anche solo implicitamente, la sensazione che comunque non tutto dipende da noi. Anche nei rapporti sociali, nella vita di ogni giorno, se riusciamo a vivere qualcosa di bello, se riusciamo ad assaporare un attimo di serenità, questi avvenimenti oltrepassano la stretta logica dello scambio più o meno equo di denaro, oltrepassano le nostre pretese di autosufficienza assoluta, per sfociare quasi sempre nella gratuità, donata o ricevuta.

Mi sembra di aver letto da qualche parte che perfino alcuni economisti iniziano timidamente a riconoscere che se anche nell’osannata economia di mercato non si introdurrà una certa logica del dono, del prendersi cura del bene degli altri senza pretendere sempre una contropartita, non riusciremo mai a raggiungere un minimo di equità che faccia intravvedere una vita dignitosa per tutte le persone del mondo.

In quanto disabile personalmente devo dipendere dall’aiuto degli altri per molti atti quotidiani. Seconda una certa retorica, la società moderna deve saper garantire aiuto, assistenza, diritti alle persone svantaggiate. Di fatto, però, sia per la pensione che mensilmente ricevo, sia soprattutto per l’aiuto e l’amicizia che ricevo gratuitamente da molte persone, posso affermare di vivere di carità.

Di solito tale espressione viene usata in senso dispregiativo per indicare miseri, barboni, chi non possiede un minimo di dignità, non lavora e cerca solo di approfittare della generosità del prossimo. Ma vivere di carità dovrebbe essere la realtà di ogni persona, di ogni cristiano chiamato a lasciarsi amare e servire da Dio e dai fratelli, per poi, a sua volta, amare e servire Dio e i fratelli. Tutto questo nella logica del dono e non nella scrupolosa ricerca di mantenere in equilibrio la bilancia del dare e dell’avere.

Se nonostante ciò continuiamo ad avvertire la preoccupazione di non aver obbligazioni verso gli altri, se anche a me, non di rado, continua a pesare il fatto di dover comunque sempre dipendere dall’aiuto degli amici, ricordiamoci del semplice e per certi aspetti ironico consiglio di san Paolo (Rom. 13,8): “Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole”.

Franco




Madre che genera, maestra di vita

maternità

“Mater et magistra” è il titolo della lettera enciclica che papa Giovanni XXIII ha offerto a tutti i fedeli nel lontano anno Domini 1961. Questo titolo offre lo spunto per riflettere sulla parola MADRE e sulla parola MAESTRA riferite appunto alla CHIESA. Chiesa, madre, maestra: sono tre parole al femminile e richiamano la famiglia, la fecondità, la maternità e il compito educativo, sia in campo familiare che sociale. Chi viene chiamata madre ha generato nuova vita, la Chiesa è madre perché genera, attraverso il battesimo, nuovi cristiani. Per battezzare non basta l’acqua, lo Spirito, la luce, ci vuole la viva persona che solo la volontà della donna può far nascere.

Le donne del nostro tempo, giustamente, rivendicano e chiedono di avere indipendenza economica e di contare di più in quei ruoli che tradizionalmente sono stati occupati dai maschi. A queste domande della donna si stanno avendo sempre più risposte positive. Il risvolto negativo è pero evidente: una crisi demografica che fa diminuire a vista d’occhio il “capitale sociale” delle nostre comunità, che evidentemente non è la quantità di ricchezza economica posseduta, ma è rappresentato dal numero delle persone che la compongono. La riduzione del capitale sociale è data dal sempre minor numero di bambini che nascono e che rappresentano un problema più che una risorsa.

Per inciso la crisi economica occidentale si nutre e sviluppa a causa di questa sterilità ed è persino evidente anche ai cultori del libero mercato. che vedono precipitare la domanda di beni e servizi che mettono in difficoltà tutte le imprese.

Nel suo ruolo di MAESTRA la Chiesa non ha mancato nel cercare di educare alla cultura della Vita, bene e valore superiore a tutti gli altri e continua degnamente a farlo. I risultati, nonostante l’impegno, sembrano scarsi. Per ora è dominante la cultura del benessere immediato che rende ciechi e sterili, non si vede oltre il proprio naso e la pancia viene usata solo per far passare cibi e bevande. Mi è capitato recentemente di leggere la citazione di un filosofo ottocentesco danese che annotava: la nave è in mano al cuoco di bordo, e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani. Sappiamo che le stive delle navi possono essere molto capienti, ma le scorte prima o poi finiscono. Bisogna sapere dove andare, per rinnovare le scorte.

La Chiesa insegna a prendere le rotte sicure e i porti dove attraccare per rinnovare le scorte. La Chiesa è credibile non già per l’infallibilità, la perfezione, la bontà delle persone che la compongono, ma in quanto parla in nome di Cristo che è, che era, e che viene per la felicità di ogni uomo. Anche questo Natale 2011 porterà, attraverso la Chiesa, insegnamenti che rendono felici e salvano ogni donna e ogni uomo in quanto la felicità vera è quella che passa sopratutto attraverso i bambini, così come il bambino Gesù ha reso felici Maria e Giuseppe prima e tutta l’umanità poi.

Gabriele




Benedetto XVI istituisce l’Anno della Fede

La “porta della fede” è sempre aperta ed è la chiave per l’ingresso nella Chiesa di Dio. È attraverso tale concetto che Papa Benedetto XVI introduce il Motu proprio che indice l’Anno della fede. Il cammino della Fede, spiega il Papa, dura tutta la vita, dal Battesimo al “passaggio attraverso la morte alla vita eterna”. “Capita ormai non di rado – osserva il Pontefice che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune”. Tuttavia, sulla scia del Vangelo di Matteo, “non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta” (cfr Mt 5,13-16) e l’uomo, ancora oggi, “può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva” (cfr Gv 4,14). Da qui l’istituzione di un Anno della fede che, come preannunciato dal Santa Padre durante l’Angelus di ieri, inizierà l’11 ottobre 2012 (50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II) e si concluderà il 24 novembre 2013, solennità di Cristo Re dell’Universo.

Il precedente Anno della Fede fu indetto da Paolo VI nel 1967, due anni dopo il Concilio e, come ricordato da Papa Ratzinger, esso si iscriveva nel rinnovamento della Chiesa postconciliare che, come qualsiasi rinnovamento, “passa anche attraverso la testimonianza offerta dalla vita dei credenti”.

Alla fede è strettamente legata la missione: “l’amore di Cristo che colma i nostri cuori ci spinge ad evangelizzare”, scrive infatti il Papa. La nuova evangelizzazione, inoltre, è un supporto alla fede, in quanto essa “cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia”. Sant’Agostino, citato dal Santo Padre, ci insegna che i credenti “si fortificano credendo”; solo in questo modo la fede cresce e si rafforza; non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio”.

Benedetto XVI ha poi invitato i “Confratelli Vescovi” ad unirsi “al Successore di Pietro, nel tempo di grazia spirituale che il Signore ci offre, per fare memoria del dono prezioso della fede”. Per celebrare l’Anno della fede “in maniera degna e feconda”, il Santo Padre sollecita “la riflessione sulla fede per aiutare tutti i credenti in Cristo a rendere più consapevole ed a rinvigorire la loro adesione al Vangelo, soprattutto in un momento di profondo cambiamento come quello che l’umanità sta vivendo”. La nostra fede nel Signore Risorto andrà professata “nelle nostre case e presso le nostre famiglie, perchè ognuno senta forte l’esigenza di conoscere meglio e di trasmettere alle generazioni future la fede di sempre”. Per confessare la fede “in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza”, sarà fondamentale, aggiunge il Papa, “intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia” e riscoprire il Credo. Per accedere a una conoscenza sistematica dei contenuti della fede, Benedetto XVI incoraggia l’utilizzo del Catechismo della Chiesa Cattolica, “sussidio prezioso e indispensabile”.

A conclusione del Motu proprio il Vescovo di Roma ricorda che “la fede senza carità non porta frutto e la carità senza la fede sarebbe un sentimento in balia costante del dubbio”. Citando San Paolo, il Santo Padre aggiunge: “Sostenuti dalla fede, guardiamo con speranza al nostro impegno nel mondo, in attesa di ‘nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia’” (2Pt 3,13; cfr Ap 21,1). Il papa termina il documento con le seguenti parole: “Noi crediamo con ferma certezza che il Signore Gesù ha sconfitto il male e la morte. Con questa sicura fiducia ci affidiamo a Lui: Egli, presente in mezzo a noi, vince il potere del maligno (cfr Lc 11,20) e la Chiesa, comunità visibile della sua misericordia, permane in Lui come segno della riconciliazione definitiva con il Padre. Affidiamo alla Madre di Dio, proclamata “beata” perché “ha creduto” (Lc 1,45), questo tempo di grazia”.




Il Seminario ringrazia!!!

Domenica 20 novembre, anche la nostra parrocchia ha vissuto, come tante altre nella diocesi di Brescia, la Giornata del Seminario. È un evento che ricorre una volta all’anno, teso a ricordare a tutti i fedeli di ogni parrocchia, che possono contribuire anche loro, indirettamente, alla formazione e alla realizzazione del clero bresciano, attraverso la preghiera e, perché no, anche attraverso un aiuto economico. Infatti, negli ultimi due anni, il nostro Seminario ha vissuto momenti critici e di scelte difficili: il numero di seminaristi che frequentano le nostre strutture è diminuito drasticamente, perciò si è scelto di cambiare le dimensioni degli ambienti.

seminaristi

Il 24 ottobre 2010, quindi, il Seminario Minore si è staccato dallo stabile di Via Bollani, e si è spostato nel centro di Brescia, in Via dei Musei, 58, con una considerevole spesa; il Seminario Maggiore, invece, giovedì 8 novembre 2011 si è spostato in Via Scuole. Don Carlo Bresciani, attuale Rettore del Seminario, ha ricordato che “Non solo i sacerdoti e le famiglie, ma anche i fedeli dovrebbero essere attenti a coltivare quei semi di vocazione, che il Signore semina nei giovani, perché poi il giovane possa rispondere con generosità alla Sua chiamata”.

Ringrazio, perciò, a nome del nostro Seminario, quanti sono solidali con i seminaristi nella preghiera e nel ricordo e tutti coloro che hanno voluto dimostrare la propria generosità con quanto è stato raccolto in questa giornata.

A.R.




Impressioni dei Cresimandi

cresime comunioni 2011

Nel momento in cui mi incamminavo per ricevere la Comunione ero emozionatissima, pensavo: ”Farò cadere l’Ostia; non sono degna di prendere Gesù nel cuore”; arrivato il mio turno mi tremavano le gambe e temevo che questa forte emozione mi facesse fare qualche brutto scherzo, ma quando il Cardinale mi mise l’Ostia in bocca ed io la ingoiai, mi sentii una persona diversa: Gesù mi era entrato nel cuore! Quando raggiunsi il mio posto, dissi una preghiera tra me e me per ringraziare Dio che era in me, mi sentivo cambiata, più in pace con me stessa. - Isabella

Il giorno della Cresima ero emozionatissima, non vedevo l’ora di riceverla, ero molto agitata, ma felice. ….Finalmente era arrivato il giorno che tanto desideravo, ma quando fu il momento di riceverla, mi venne un tremore… avevo molta paura, pensavo di sbagliare qualcosa e di fare una figuraccia davanti a tutti, soprattutto davanti al Cardinale e a Gesù. Per fortuna la mia madrina mi calmò un po’ e tutto andò bene: da quel momento mi sono sentita una bambina nuova ed ho capito la vera importanza del catechismo, della Cresima, della Comunione e del bisogno di andare a trovare Gesù in Chiesa. - Chiara

Ero emozionata, ma molto felice di ricevere il corpo di Gesù . Al momento della Cresima ero molto agitata, ma poi mi è passata. Invece il momento della Comunione è stato per me un momento di comunicazione con Dio. Non vedevo l’ora di ricevere l’Ostia. Ora sono molto felice: voglio ricevere Gesù nel mio cuore sempre. Da adesso in poi prometto di mantenere il patto con Dio andando sempre a Messa e pregando tutti i giorni. Sono stata molto fortunata ad avere il Cardinale del mio paese come amministrante dei due sacramenti. - Alessandra

La giornata del 6 novembre, in cui ho ricevuto la Cresima e la prima Comunione, è stata molto emozionante, soprattutto perché ricevevo Gesù nel mio cuore: ho provato una sensazione indescrivibile. Quando mi sono alzata per andare a ricevere Gesù, dentro di me sentivo una voce che mi diceva: “Dai Alice“. Da quel momento ho sentito una specie di forza dentro di me ed allora ho chiesto alla mia mamma di poter partecipare alle messe giornaliere che si celebravano al cimitero nella settimana successiva, per poter ricevere ancora Gesù nel mio cuore. - Alice

Quel giorno ero emozionatissima e felice perché dovevo ricevere per la prima volta Gesù nel mio cuore e avrei dovuto confermare io di persona (come aveva fatto al mio posto la mia madrina nel giorno del mio battesimo) la mia vita di cristiana. Quando ci chiamarono per nome, nel rispondere “ Eccomi “ fu come se io avessi scelto la mia strada e l’ho scelta perché avrò il Signore vicino a me che mi consiglierà sempre verso il bene. Poi finalmente ricevetti Gesù nel mio cuore ed è lì che mi sono sentita bene. Avevo qualcosa di puro nell’anima. È stata una mattina in cui il Signore mi ha donato una gioia immensa. - Maria Lourdes

Quel giorno ero molto agitata e non vedevo l’ora di andare in chiesa per ricevere la Comunione e poter, finalmente, partecipare più attivamente alle Messe domenicali. Al momento della Comunione ero molto emozionata e avevo paura di non ricordarmi qualcosa o di non essere in grado di mettere in pratica quello che ci avevano accuratamente insegnato le catechiste e i Don. Per la Cresima ero meno agitata, avevo ripetuto “300” volte ciò che dovevo ripetere ed ero sicura di non dimenticarmi proprio niente. - Francesca Isonni

La giornata delle Sante Cresima e Comunione è stata la giornata più bella della mia vita. Il giorno prima non sono riuscito a dormire. Quando con i miei compagni sono entrato in Chiesa, sono rimasto a bocca aperta alla bellezza dell’addobbo interno. Avevo voglia di diventare “soldato “ di Gesù. La Messa è stata fantastica, anzi particolare e non la dimenticherò mai, come non dimenticherò mai quel giorno. Spero che lo Spirito Santo mi aiuti nella mia vita. - Alessandro

Il giorno che dovevo ricevere la Cresima e la prima Comunione ero molto agitata e non sapevo cosa avveniva dentro il mio cuore. Quando ero in fila con la mia madrina ero super agitata, e arrivato il mio turno mi tremavano le gambe. La mia madrina m’ha messo la mano sulla spalla destra ed io mi sono sentita rassicurata. Ho provato una sensazione bellissima, una sensazione che non so spiegare, ho sentito una forza dentro di me che non ho mai avvertito prima: era lo Spirito Santo che è sceso davvero su di me. Dopo ho ricevuto Gesù nel mio cuore ed anche quel momento è stato grandioso perché in me c’erano il Corpo e il Sangue di Gesù. Questa giornata è stata davvero preziosa perché ho capito che senza Gesù nel nostro cuore noi non siamo niente, come una macchina senza benzina o una torta senza lievito: senza Gesù non saremo mai felici anche se avremo soldi e vestiti. - Veronica

Per me la cerimonia nella quale ho ricevuto la Cresima e la S.Comunione è stata molto bella ed anche emozionante. Nel momento in cui mi sono inginocchiato per ricevere la Comunione ero molto emozionato ed agitato. Io preferirei ricevere l’ostia con il vino tutte le volte che vado a Messa. Devo confessare che la Cresima e la Comunione mi sono piaciute moltissimo, ma mi è piaciuto molto anche ricevere i regali alla fine della celebrazione. Mi ha emozionato tanto ricevere questi due Sacramenti, mi sono anche agitato perché c’era molta gente che mi guardava, però mi sono fatto forza e in quel momento ho pensato solo di ricevere i sette doni dello Spirito Santo e di ricevere per la prima volta Gesù. - Elia

Ricevere per la prima volta la Comunione e la Cresima è stato molto emozionante. Quando ho ricevuto la Cresima avevo paura di sbagliare a rispondere. Ma l’emozione più grande è stata andando a ricevere la Prima Comunione, mi tremavano le gambe per l’agitazione e temevo di cadere, ero consapevole del grande dono che andavo a ricevere. Per la prima volta Gesù è entrato nel mio cuore. È stato bellissimo. - Giulia

La Cresima e la prima Comunione sono state bellissime perché per la prima volta ho ricevuto il Corpo di Cristo e lo Spirito Santo è disceso su di me. Io e tutti i miei compagni nati nel 2000 siamo stati i primi ragazzi di Borno a ricevere tutti e due i Sacramenti insieme ed ero molto agitata. Quando il Cardinale ha imposto le mani su di me è stato bellissimo e quel momento non lo dimenticherò mai. Così come non dimenticherò mai la prima Comunione, anche perché l’Ostia aveva un sapore stranissimo immersa nel vino, è stata un’emozione troppo grande. A fine Messa il Cardinale ci ha raccomandato di andare a Messa tutte le domeniche e io non so se riuscirò a rispettare la promessa ma cercherò di mantenere la parola data. - Francesca

Il giorno della mia Cresima e prima S. Comunione ero molto emozionata perchè ho ricevuto per la prima volta Gesù dentro di me e anche lo Spirito Santo. Questo giorno è stato bellissimo ed ho provato delle sensazioni che non potrò più riprovare, ma so che non le dimenticherò mai. - Camilla

Il giorno della mia Cresima e prima Comunione ero molto agitata, ma anche molto contenta. Quando il Cardinale G.Battista Re e Don Francesco hanno invocato su di noi lo Spirito Santo mi sono sentita emozionata. Mi è piaciuto ricevere la Prima Comunione perché tutte le volte che la domenica mattina andavo a Messa e vedevo passare tutta la gente dicevo sempre: ”Mi piacerebbe ricevere l’Ostia consacrata che è il Corpo di Cristo.” Alla fine questo bel momento è arrivato. Se devo essere sincera l’Ostia con il vino non mi è piaciuta, però sono contenta ugualmente perché è il simbolo che conta. Quel giorno mi è piaciuto moltissimo. - Emma




Notizie da Santana, missione di Macapà, Brasile

Carissimo Don Francesco, ben volentieri ho accettato la tua richiesta di un articolo da pubblicare su Cüntòmela. É da un anno che sono tornato alla mia missione, dopo l’intervento alla prostata in quel di Sondalo in Valtellina.

Festa di S. Chiara a Santana
Festa di S. Chiara a Santana

Ringrazio il Signore che le cose vanno abbastanza bene, anche se devo tribolare ancora un pó, per via di una insufficienza renale, e allora bisogna bere solo e sempre moltissima acqua! Quanto al mio lavoro, devo dire che prosegue sempre sul binario FEDE e OPERE. Oltre al normale lavoro di evangelizzazione e catechesi, mi interesso sempre dei poveri, dei malati e soprattutto dei bambini disabili.

E c’é sempre da fare qualcosa... ammucchiare pietre e mattoni per la casa di Dio. Con l’aiuto di tanti amici e benefattori di Borno e dintorni, nel primo semestre di quest’anno ho costruito la chiesa di Santa Rita da Cascia, che il nostro sindaco di Borno, Antonella Rivadossi, ha voluto paragonare a MEDJUGORJE! E ci abbiamo messo i coppi e non piú quelle brutte tegole di AMIANTO. Qualcuno mi ha criticato: perché fare una cosa del genere in un ambiente cosí povero? E io ho risposto dicendo che anche Gesú é nato in mezzo ai poveri! Non é tutto finito, finiti sono i soldi che la Provvidenza ci ha mandato. Pazienza, faremo il resto un pó alla volta.  

Parlavo del mio lavoro in aiuto ai poveri. Ecco la foto della nostra cuoca VILMA, della quale ho giá parlato. Sto aiutandola a costruire la sua casa e voglio che sia coperta coi coppi e non con le tegole di amianto. É una bravissima donna, mamma di quattro bellissime bambine, tra i 7 e i 13 anni. E anche cosí ha avuto il coraggio di accollarsi un’altra piccola creatura, abbandonata da una mamma snaturata. É proprio vero che i poveri hanno un cuore molto grande e sensibile alle necessitá altrui.

Un prete milanese, Fidei Donum ,Don Mario Antonelli, che é stato missionario fra noi per cinque anni, mi ha detto una cosa interessante: che é molto bello costatare come le persone povere e semplici sanno mettere in pratica quello che noi predichiamo! Ma forse la cosa piú interessante del mio lavoro missionario è un’altra. Nella mia vita missionaria non solo ho aiutato e ancora aiuto tanti poveri. Ma ho insegnato alla mia gente che NESSUNO È COSÌ POVERO CHE NON ABBIA QUALCOSA DA DARE. Ecco allora che é nata la MESSA DELLA SOLIDARIETÀ, un pó come il progetto CICOGNA. I cristiani, una volta al mese, sempre alla terza domenica, portano in chiesa sacchetti che contengono generi alimentari, riso, fagioli e altro, e li depositano in processione al momento dell’offertorio ai piedi dell’altare. E dopo sono distribuiti tra i piú poveri della comunitá, come facevano i primi cristiani.

Ecco un pó cosa sto facendo nella mia vita di missionario brasileiro, ma dal cuore ancora bornese. Un caro saluto. Buone Feste a tutti. Un grazie sincero per la vostra amicizia e solidarietà.

Frei Defendente




E-Mail Padre Narciso Baisini

Carissimo P. Narciso, parlando anche con Fabrizio siamo venuti a conoscenza della tua difficile situazione economica e, servendoci appunto del conto di P. Defendente, ti abbiamo mandato qualcosa. Sperando che in futuro possa trovare anche tu una qualche sicura fonte economica, ti saluto anche da parte dei sacerdoti e degli amici di Borno. Ciao e a presto. Franco

Il 25/01/2011, Francesco Baisini ha scritto:
Carissimi Franco e Fausto, tramite frei Defendente sono stato informato che sono stato ricordato con una bella offerta. Non so come ringraziare  tutto il Gruppo missionario, senz’altro con il permesso di D. Francesco, per il vostro ricordo e la vostra sensibilità missionaria... Vi retribuirò con la preghiera, personalmente sarà molto difficile  - non ditelo a nessuno e molto meno ai miei famigliari e parenti - che rientri in Italia, ormai la mia famiglia religiosa è qui e non sono in condizioni di salute... Ho già scritto ai miei Superiori: “Aiutatemi a scrivere l’ultimo capitolo della mia vita missionaria!”.  Per questo, é molto gradevole essere sollecitato da una associazione camuna di rimettere il mio “curriculum vitae” perché pretendono scrivere un libro sui missionari camuni... Facciamo parte di questa storia!
Grazie molte, salutoni a tutti, soprattutto ai vostri Sacerdoti - al nuovo curato, che grazie a Cüntómela via Internet... ho potuto conoscere... Dal vostro, frei Narciso.

Da Frei Narciso – marzo 2011
Carissimo D. Francesco, Fabrizio, Gruppo Missionario sono molto emozionato e grato per la vostra preoccupazione, solidarietà e solerzia a riguardo del mio ricovero, mia grande preoccupazione, perché è la cosa più bella della mia vita... Non mi emoziono con tutti i progetti e lavori realizzati, alcuni anche molto significativi: “vanità delle vanità, tutto è vanità...”, ma il Ricovero è “opera prima” della mia vita, e qui ho scelto di vivere e qui voglio morire...
Narciso Baisini Penso che per motivi di salute non rivedrò più Borno, la chiesa e la bella comunità, la mia famiglia e i parenti. Questo ricovero è il mio mondo, la mia vita. Non sto rinunciando a niente, perchè questo Ricovero oggi è tutto per me! Ecco perchè mi emoziono, quando qualcuno mi stende la mano e si propone di “camminare qualche metro, o chilometro con me” e l’emozione aumenta moltissimo quando qualcuno molto speciale mi tende la mano: il “mio” arciprete, Don Francesco.
Rassicuralo della mia preghiera e pensiero... non perdo una pagina di quanto scrive su Cüntómela... Come scrive bene e cose buone... il periodico di Borno ora è molto ricco e formativo con la “Voce” del suo Pastore! Tanti auguri e che il Signore ti guardi e benedica.
Ma veniamo a quanto mi hai richiesto: ogni anziano viene a costare mensilmente: 1.380 euro (mille trecento ottanta) compreso alimentazione, medicinali, funzionari, senza gli straordinari, come operazioni e cure care..., con una media di 30 anziani. Tutto sommato Quaranta mila..., ma conto su amici del Ricovero, quanto alla alimentazione: un fazendeiro dona la carne di un vitello, la comunità, povera, fornisce riso e fagioli, materiale sanitario e pulizia... Mi pesa molto il pagamento mensile degli 8 funzionari e i diritti sociali: 5.000 Euro! 
Accludo alcune foto... vedi che bella piazzetta, il complesso del Ricovero con la chiesetta, la mia casettina con molti gerani e fiori, il bosco di mogano, alcuni particolari degli anziani: sala di televisione e ricreazione, sala di fisioterapia e dipendenze varie... Spazio, conforto, silenzio, poesia e  pace...
A tutti e per tutti un ricordo nostalgico, una preghiera, la mia gratitudine e che il Buon Dio vi ricompensi e benedica.

vostro Frei Narciso 




La Missione continuerà ad avere Missionari

Manila, 17 ottobre 2011

Giacomo Rigali

Carissimi Amici Bornesi, saluti dalle Filippine! Mi devo scusare prima di tutto per il lungo silenzio. Ho continuato a ripromettermi di scrivervi per dirvi grazie della vostra grande generosità, ma poi la vita mi ha preso nel suo giro e così sono passati due mesi. Ho passato a Borno solo un breve periodo in agosto, ma ne sono stato molto toccato. La generosità di voi tutti e la stima, anche troppa, che avete per noi missionari mi hanno veramente ricaricato. Ho apprezzato molto anche la vivacità delle iniziative e della vita parrocchiale, grazie anche alla creatività e all’impegno dei reverendi. Bravi!!!

Qui le cose vanno avanti abbastanza bene. Il mio lavoro ora è meno direttamente collegato alla missione diretta e si concentra invece nella coordinazione delle attività degli altri missionari saveriani, impegnati nella formazione dei nuovi missionari e nella missione nelle tre parrocchie e mezza che ora portiamo avanti. I quattro nuovi missionari sono stati ordinati sacerdoti, il Filippino, P. Patrick, è già in Sierra Leone, l’Indonesiano, P. Purnomo, è ora qui con me e lavora nella baraccopoli vicina a casa nostra, il Camerunese, P.Thierry, si prepara per andare in Tailandia nel gennaio prossimo, e il Bengalese, P. Lucas, sta partendo per il Brasile in questi giorni. Sia ringraziato il Signore! La missione continuerà ad avere missionari.

La comunità degli studenti di teologia è già nella casa ampliata e rinnovata. Una delle cose che mi ha tenuto abbastanza impegnato è stata la preparazione del pellegrinaggio di 20 Filippini nostri amici, che andranno a Roma in occasione della canonizzazione del fondatore di noi Missionari Saveriani, S. Guido Maria Conforti, che sarà canonizzato il 23 ottobre in occasione della giornata missionaria mondiale. Un sacco di lavoro per avere il Visto di entrata in Italia.

Il lavoro nelle parrocchie sta andando avanti bene. A Marikina la vita è ripresa bene e le comunità di base hanno ripreso il loro lavoro con nuovo impegno e vitalità. Anche quest’anno tifoni e cicloni si sono fatti sentire molto forte, ma grazie a Dio, non ci sono stati forti allagamenti qui nella città di Manila. Solo tanta paura! Nelle vicinanze però ci sono stati allagamenti gravi. Mi costa non essere nella missione diretta, ma nello stesso tempo mi fa piacere di essere più o meno ancora in grado di coordinare il lavoro dei più giovani. Loro lavorano con energia ed entusiasmo, io cerco di contribuire con un pò di saggezza e di esperienza. Al fine settimana mi rifaccio un pò andando ad aiutare nelle parrocchie. Per esempio, nella nuova parrocchia che abbiamo accettato ogni sabato sera-domenica ci sono 16 messe più riunioni e battesimi e il P. Rodrigo è da solo. Vado a dargli una mano muovendomi da una cappella all’altra tra la vasta estensione di baracche. Ritorno sentendomi ancora vivo e utile al popolo di Dio, specialmente se popolo che si dibatte in un mare di problemi e di difficoltà.

Le sfide sono tante e molte volte le risposte non sono ancora chiare, per cui si prega e ci si rompe la testa nella ricerca di soluzioni che offrano speranza. Che Dio ci dia il coraggio e la saggezza di cui abbiamo bisogno. Continuate a ricordarci nella vostra generosità e nella vostra preghiera, perchè rimaniamo pieni di speranza ed impegnati. Noi e la nostra gente vi ricordiamo presso il Signore perchè ricambi la vostra generosità con tante grazie e benedizioni.

Con tanto affetto e un forte abbraccio a tutti voi.

Vostro Padre Giacomo Rigali




La nostra piccola e... la sua grande sete!

«La Giornata Missionaria ravvivi in ciascuno il desiderio e la gioia di “andare” incontro all’umanità portando a tutti Cristo» (dal Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Missionaria Mondiale 2011).

bimbo africano

In questo tempo di pensiero negativo e allineato, in cui si scrivono senza pudore pagine di storia intrise di sangue,  dove i “grandi” del mondo continuano a svendere un pensiero vincente, costruito, però, sui fragili pilastri di un’etica impoverita e svigorita, è  necessario costruire un pensiero positivo capace di scrivere pagine colme di speranza, dove i “piccoli” del mondo possano vivere e sperimentare un pensiero innovativo, controcorrente, alternativo. Un pensiero che esca dalle loro dita e raggiunga il cuore di tutti. Un pensiero che vinca la fragilità con la forza del progetto, del lungo termine, dell’orizzonte lontano. Un pensiero colorato, variegato, intriso di valori e di memoria. Colmo di vita, di gioia e di esperienza. Un pensiero che si fa solidarietà intelligente e che inaugura i tempi della vicinanza e della prossimità reale. Un pensiero creativo, dal sapore femminile, intriso di musica e di danza. Un pensiero che nasca dentro il vociare dei bambini, dentro la loro capacità di stupirsi, dentro il loro desiderio di domani. Un pensiero capace di andare alla “scuola dei poveri”, di coloro che spogliati dei diritti primari, senza garanzie e sicurezze, vivono sulla loro pelle la sfida di costruire, proprio loro, un futuro gravido di speranza,  colmo di aspettative.

Patrizia Zerla

Noi con in braccio il nostro ultimo angioletto che il Buon Dio del Cielo ci ha donato, abbandonato due volte a soli sette mesi di vita, gridiamo oggi, in questa Giornata Missionaria Mondiale, da una fetta di mondo attraversato dalla debolezza, il nostro impegno a “resistere”, a non tirare i remi in barca, a prendere, invece, il largo e a navigare insieme, lottando contro la logica egoistica di un mondo nelle mani di pochi e intonando con vigore il canto dell’«Insieme è possibile». Insieme, in una fraternità condivisa e possibile. Una fraternità che attende solo di essere vissuta da ognuno di noi. Non lasciare che questa Giornata si chiuda, che la nuova settimana finisca senza aver contribuito in qualche modo a costruire questo pensiero di speranza e di futuro... non far passare questa Giornata e questa settimana senza lasciare la tua traccia di solidarietà concreta e tangibile... il mondo ha bisogno anche della tua impronta... i piccoli hanno bisogno della tua solidarietà, della tua mano che si stende fino a stringere le loro.

Buona Giornata Missionaria, Grazia, Patrizia e Donata, insieme a tutti i nostri bambini, i nostri giovani e le nostre donne del Burkina Faso e del nord-est del Brasile.

Patrizia Zerla




“Siete una manna dal cielo“

È con questa frase che Franca, una volontaria del CAV di Pisogne, ha accolto i ragazzi del primo anno della scuola secondaria di Borno che si sono presentati con mani, braccia e testa (Elia portava sulla testa un materassino) pieni di materiale di prima necessità per bambini dai 0 ai 2 anni: biberon, tettarelle, pannolini, culle, lettini, tutine, body, scarpine, bavaglie, magliette, giacchine… tutta roba bella e nuova offerta dalla generosa gente di Borno. E poi ha ancora aggiunto: ”Pensate che proprio stamattina abbiamo dovuto mandare indietro a mani vuote diverse mamme perché non abbiamo più niente qui al Centro di aiuto alla vita.”

Il cuore dei ragazzi e degli accompagnatori si è riempito prima di commozione ma subito dopo di gioia per essere giunti proprio nel momento giusto della necessità. Inoltre ciò che ha fatto meravigliare e commuovere la responsabile del CAV e le sue collaboratrici, è stata la busta con la generosa offerta in denaro, frutto dei piccoli sacrifici e rinunce degli stessi ragazzi e della collaborazione dei loro genitori in occasione della celebrazione della Santa Comunione e della Santa Cresima. Non si aspettavano un così alto contributo e coinvolgimento.

cav centro aiuto alla vita

Angela, così si chiama la responsabile del CAV di Pisogne, ci è apparsa proprio come un angelo ed è un nome che le si addice, perché a lei si rivolgono le mamme di ogni età, di ogni religione, provenienti da ogni paese della Valle ed anche extra-comunitarie, non solo per chiederle un aiuto materiale ed economico, ma anche per ricevere un supporto psicologico e spirituale ed in questo ruolo, grande è il suo rammarico quando si trova nell’impossibilità di poter aiutare; a volte si sente sconfitta e sopraffatta da grossi problemi di mamme ammalate fisicamente per le quali non c’è soluzione. L’unica cosa che riesce a dare è comunque la speranza di un futuro migliore e la certezza che il Signore non abbandona nessuno, che esiste la Provvidenza che interviene quando meno ce l’aspettiamo e in maniera per noi non sempre comprensibile.

Angela ha inoltre espresso la sua amarezza quando i suoi consigli non sono stati presi in considerazione e cioè quando le mamme hanno comunque deciso di rifiutare la vita che avevano in grembo, e lì è subentrato dello sconforto ed un senso di sconfitta, ma poi si è riempita di gioia quando ha parlato di più di 500 vite che ha visto mettere al mondo nei suoi 26 anni di lavoro in questo centro.

Ha poi preso la parola Don Francesco che ha regalato al CAV un raccoglitore con le foto dei 4 bimbi che noi, attraverso il Progetto Cicogna, stiamo aiutando economicamente e le lettere accompagnatrici delle mamme che ci scrivono per ringraziarci di quanto stiamo facendo e di come riescono a vivere più serene perché sanno che possono contare su di noi in caso di necessità. Angela ha rivolto un ringraziamento particolare a Don Francesco che sta sensibilizzando la Valle facendo conoscere questo centro ovunque egli va.

Ai ragazzi è stato poi regalato un libretto di poesie riguardanti il Natale, la Vita e l’Amore di una bellezza e sensibilità struggente ma con un invito sempre alla speranza e alla fiducia verso Chi da lassù ci guarda e ci ama. Siamo partiti promettendo di non lasciar sole le mamme che bussano alla porta di Angela e assicurando sostegno e solidarietà da parte della comunità di Borno che si è sempre distinta per generosità ed apertura verso i più bisognosi.

I ragazzi e le catechiste del VI anno ICFR




Grest 2011