Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

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Pasqua 2014


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S O M M A R I O




La parola del Parroco

Si rallegri il vostro cuore: Cristo è risorto!

don francescoLa domenica di Pasqua tra pochi giorni sarà passata. Risuoneranno ancora per un po’ di tempo gli echi gioiosi della Parola che annunciava “Cristo è risorto” e le immagini del Vangelo che ci proiettavano dal vivo, la scena delle donne al sepolcro, Maria di Magdala che scopre la tomba aperta e il suo correre da Pietro per annunciare l'impensabile, il trafelato incedere del primo dei discepoli col più giovane di loro che lo sopravanza, ma non entra nel sepolcro e dopo l’essere entrati entrambi, il “vedere e credere” di quei poveri pescatori ancora ignari e incapaci di comprendere le Scritture che già avevano annunciato la Resurrezione.

Cosa ci avrà lasciato la Pasqua, cosa avremo colto nei modi e nelle azioni di quegli amici del Signore? L'andare di Maria, quando è ancora buio, rimanda alle tenebre che ancora avvolgono gli stessi amici di Gesù. La resurrezione è già avvenuta, ma ai loro occhi non è chiaro ciò che è accaduto. Eppure qualcosa già ha fatto breccia nel loro cuore e già li ha sollecitati a muoversi, a cercare il maestro.

La tomba vuota li ha lasciati stupiti, ma non li ha bloccati nel dubbio senza risposta, anzi li ha avviati a una nuova ricerca del Signore, che per essere trovato e riconosciuto chiede ora il passaggio maturo della fede, quello di Giovanni che “vide e credette”. Da quel momento, quel giovane apostolo è disposto a lasciarsi trasformare da Gesù-Amore, che genera una speranza tutta nuova. Ed è così che è capitato dopo, agli altri apostoli e ad ogni cristiano come noi.

Ecco l'effetto della Resurrezione: poter partecipare alla vita del Risorto, vivere noi stessi da “risorti”, da uomini che portano in sé la speranza. Perché ciò avvenga, quello che celebreremo in questi giorni non deve vederci solo come inerti spettatori di eventi lontani, ma come persone coinvolte dai riti della Pasqua, persone decise a fare nostra la sorte di Gesù, Maestro e Signore, persone nuove, trasformate, coscienti di essere al centro di una storia visitata da Dio, persone che comprendono sempre più di avere ricevuto una vita nuova, una vita che sembra ancora nascosta con Cristo in Dio, ma che domanda ora di trasparire, nell'esperienza personale e nella vita comunitaria. È la fatica e la gioia del Tempo Pasquale.

Cosa ci propone allora il tempo dell’attesa della Pentecoste? Ci invita ad una contemplazione più intensa e grata della Pasqua che ci ha immerso nel Mistero di Cristo morto e risorto, e ci permette di vivere nel quotidiano, con la luce la forza della sua Grazia. Ci invita ad amare e ringraziare Dio per il suo Amore Misericordioso che dolcemente ci orienta alla conversione continua, alla riparazione per il peccato commesso, al cammino santo verso l'eternità. Ci invita anche ad un approccio coraggioso con il mondo, capace di trasmettere la forte attrattiva che Cristo esercita intorno a sé, proprio attraverso la testimonianza. Ci invita ancora ad un accostamento delle persone con la consapevolezza di avere un dono da portare: Cristo crocifisso e risorto, che porta su di sé il peso della sofferenza di ciascuno, infondendo speranza e forza di vivere.

Non ci sembrino impegni difficili, quelli che la Pasqua del Signore ci chiede ora. Il Padre che ha risuscitato il Figlio, nell’attesa dell’abbondante effusione dello Spirito, ci unisce a lui nella sua vittoria e il nostro destino è ormai nelle sue mani. Nulla più ci può fare paura.

Don Francesco




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Due grandi Papi proclamati Santi

Il 27 aprile di quest'anno saranno iscritte nell'albo dei Santi due gigantesche figure di Papi: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II Due Papi molto amati e popolari, che sono rimasti nel cuore della gente e che con la loro genialità operativa hanno aperto nuovi orizzonti davanti al cammino della Chiesa ed hanno inciso nella storia del mondo. Due Papi diversi per origine e per formazione, ma ambedue grandi per la nobiltà dell'animo, per la ricca umanità e per la straordinaria spiritualità e intelligenza. Due Papi cari al cuore dei bornesi, perché il primo è nato in terra bergamasca, a pochi chilometri da Borno, e l'altro è venuto nel nostro paese in una domenica del luglio di 15 anni fa.

papa GiovanniPapa Giovanni XXIII: la forza della bontà

Qual è il segreto dell'incontenibile simpatia che Papa Roncalli ha suscitato in uomini e donne di ogni nazione, di ogni condizione sociale e perfino di differente indirizzo religioso o politico?

Il Papa nativo di Sotto il Monte ha affascinato grandi e piccoli con la sua straripante bontà, manifestata anche compiendo gesti di affetto spontaneo e toccante, come quando la sera dell'apertura del Concilio disse alla gente in Piazza San Pietro di fare una carezza ai propri bambini, ritornando a casa, e di dire loro che era la “carezza del Papa”. L'umanità ha sete di bontà, di amore, di calore umano e quando trova questi valori vissuti con l'intensità che fu propria di Papa Roncalli l'ammirazione e la simpatia erompono spontanee.

La bontà con la quale Papa Giovanni XXIII ha conquistato il mondo è stata avvantaggiata da un carattere felice, sereno e ottimista quale era il suo, ma non si deve dimenticare che quel carattere era il risultato di un impegno e di uno sforzo continuo di virtù personale, attinta alla scuola del Vangelo. In altre parole, il suo modo di essere e di vivere era frutto di una profonda vita di preghiera e di sforzo ascetico di migliorare se stesso, appresi in famiglia nei primi anni e poi fatti maturare e crescere. Quando era Nunzio in Bulgaria, scrisse ai suoi genitori: “Da quando sono uscito di casa, a poco più di 10 anni, ho letto molti libri ed ho imparato molte cose che voi non potevate insegnarmi. Ma quelle poche che ho appreso da voi sono ancora le più preziose e le più importanti e sorreggono e danno valore alle molte altre che appresi in seguito”.

La bontà di Papa Roncalli ha poi avuto grande successo perché era accompagnata da saggezza e da buon senso. È stata una bontà illuminata da una intelligenza che seppe sempre guardare lontano. Quando Roncalli divenne Papa, diede origine a iniziative che hanno commosso il mondo, prima fra tutte l'indizione del Concilio. Egli cercò sempre di avere rapporti di cordiale amicizia anche con persone lontane dalla Chiesa e dalla fede cristiana.

Nella sua vita fu certamente non un costruttore di muri, ma di ponti. Il Concilio Vaticano II è in realtà un grande ponte da lui gettato verso il mondo moderno. Anche le sue due memorabili Encicliche, “Mater et Magistra” e “Pacem in terris”, sono due specie di ponti verso tutti gli uomini di buona volontà sui temi dell'economia, del lavoro, della giustizia sociale e della pace.

Con la sua bontà Roncalli – da Nunzio, da Patriarca di Venezia e poi da Papa – riuscì a risolvere molti problemi perché la sua bontà apriva le porte al dialogo e questo aiutava a trovare le giuste soluzioni. Egli era convinto che, per quanto una persona umana fosse incline al male, permaneva in lei sempre un raggio di bontà e una componente di umanità. In ogni uomo e in ogni donna – diceva – vi è qualche cosa di buono, anche in coloro che sembrano più cattivi.

Per questo egli aveva fiducia non solo in Dio, ma anche negli uomini. Mentre la Chiesa proclama Santo Papa Roncalli, dal cuore sgorga spontanea l'acclamazione: “Onore e gloria a questo Papa che ha aperto il Concilio; benedetto sia questo Papa che ha dato al mondo l'immagine della bontà ed ha indicato a tutti che la sola strada che conduce ad un futuro migliore è la via della verità, della giustizia, della solidarietà e dall'amore. Benedetto questo Papa che ha insegnato al mondo che l'umanità ha bisogno soprattutto di amore e di bontà”.

Papa Giovanni Paolo IIGiovanni Paolo II: uomo di preghiera prima che di azione

Il mondo ha apprezzato la figura gigantesca di Papa Giovanni Paolo II soprattutto per quello che ha fatto nei 26 anni e mezzo di pontificato perché questo era l'aspetto che più appariva. Tuttavia la dimensione dominante in lui è stata senza alcun dubbio la preghiera. La sua lunga vita fu una mirabile sintesi di preghiera e di azione, ma, nel suo animo e nella sua visione personale, la priorità l'aveva la preghiera.

Fin dalla sua giovinezza Karol Wojtyla ha amato e privilegiato la preghiera; essa faceva parte della sua esistenza. Possiamo dire anzi che la preghiera è stata la vera sorgente del suo dinamismo e della sua instancabile attività apostolica; essa è stata anche la radice dell'efficacia della sua testimonianza.

Lavorando vicino a Papa Giovanni Paolo II, molte erano le cose che colpivano. La sua sicurezza, innanzitutto: era un uomo di certezze. E poi la profondità del suo pensiero, la capacità di parlare alle folle, la facilità per le lingue, la prontezza di battuta, adatta a quel momento e a quella situazione... Ma la cosa che mi ha sempre impressionato di più è stata l'intensità della sua preghiera, manifestazione di una profonda e vissuta unione con Dio.

Colpiva come egli si immergeva nella preghiera: si notava in lui un trasporto che lo assorbiva come se non avesse avuto problemi e impegni urgenti a cui dedicarsi attivamente. Il suo atteggiamento nella preghiera era di profondo raccoglimento e, in pari tempo, di serena scioltezza: testimonianza, questa, di una comunione con Dio intensamente radicata nel suo animo, espressione di una preghiera convinta, gustata, vissuta. Vedendolo pregare quando era solo, si intuiva come l'unione con Dio era per lui il respiro dell'anima e la sorgente della sua dedizione.

Commuoveva la facilità e la prontezza con le quali egli passava dal contatto umano con la gente al raccoglimento del colloquio intimo con Dio. Aveva una grande capacità di concentrazione. Quando era raccolto in preghiera, quello che succedeva attorno a lui sembrava non toccarlo e non riguardarlo, tanto si immergeva nell'incontro con Dio.

Durante la giornata, il passaggio da un'occupazione all'altra era sempre segnato da una breve preghiera. Quando scriveva, con la sua minuta calligrafia, il testo in polacco dei suoi discorsi, della sue omelie o dei documenti magisteriali, si apriva sempre con una breve invocazione o preghiera in latino sulla destra del foglio, e ripresa poi nella pagina successiva. Ad esempio: “Totus tuus ego sum” e nel foglio seguente: “et amnia mea tua sunt” e così via negli altri fogli.

Egli si preparava ai vari incontri della giornata o della settimana pregando. Qualche volta lo disse espressamente; per esempio ricevendo Gorbaciov nel 1989, il Papa iniziò il colloquio confidando al suo interlocutore che si era preparato all'incontro pregando Dio per la sua persona e per l'incontro.

Tutte le scelte importanti erano da lui maturate nella preghiera. Prima di ogni decisione significativa Giovanni Paolo II vi pregava sopra a lungo, per più giorni e, a volte, per più settimane. Più importante era la decisione, più prolungata era la preghiera.

Nelle scelte di un certo peso non decideva mai su due piedi. Ai suoi interlocutori che gli chiedevano o proponevano qualcosa, rispondeva che desiderava riflettervi sopra prima di decidere. In realtà guadagnava tempo per ascoltare qualche parere (aveva sempre molti contatti), ma soprattutto intendeva pregarci sopra e ottenere luce dall'alto prima di decidere. Ricordo più di un caso, negli anni in cui ero Sostituto, in cui mi sembrò che il Papa fosse già chiaramente a favore di una determinata scelta. Gli chiesi pertanto se si poteva procedere a dame comunicazione. La risposta fu: “Aspettiamo. Voglio ancora pregare un po' per questa scelta prima di decidere definitivamente”.

Quando si stava studiando una questione e non si riusciva a trovare la soluzione, il Papa concludeva dicendo: “Dobbiamo pregare ancora perché il Signore ci venga in aiuto”. Giovanni Paolo II si affidava alla preghiera per trovare chiarezza sulla strada da seguire.

Due settimane dopo la sua elezione alla sede di Pietro, andò al Santuario della Mentorella (un santuario nascosto fra i monti, a una sessantina di Km. da Roma), parlò della preghiera e affermò, fra l'altro, che il primo compito del Papa verso la Chiesa e verso il mondo era quello di pregare. Disse: “La preghiera... è il primo compito e quasi il primo annuncio del Papa, così come è la prima condizione del suo servizio nella Chiesa e nel mondo”. Aggiunse poi che “la preghiera è la prima condizione della libertà dello spirito e pone l'uomo in rapporto col Dio vivente e perciò dà un senso a tutta la vita, in ogni momento, in ogni circostanza” (omelia al Santuario della Mentorella, L'Osservatore Romano, 30-31 ottobre 1978, p. 2).

La preghiera era in lui qualche cosa di spontaneo e, in pari tempo, era legata alle pratiche di pietà tradizionali, fra le quali l'ora di adorazione ogni giovedì, la Via Crucis che faceva ogni venerdì e il Rosario quotidiano. L'Eucaristia, il Crocifisso e la Madonna erano tre centri della sua pietà.

La Messa era per lui la realtà più alta e più sacra: il cuore di ogni suo giorno. In un incontro con i sacerdoti nel 1995 disse: “La messa è in modo assoluto il centro della mia vita e di ogni mia giornata”.

Quando era in casa e l'orario gli permetteva di essere solo in cappella, mi è stato riferito che amava pregare anche prostrandosi disteso sul pavimento come nel giorno dell'ordinazione sacerdotale ed episcopale. Con quella posizione intendeva esprimere profonda adorazione e umile implorazione davanti all'infinita grandezza di Dio.

A proposito della Via Crucis che Giovanni Paolo II faceva ogni venerdì, il Card Innocenti mi ha raccontato il seguente episodio. Era Nunzio a Madrid in occasione del primo viaggio in Spagna del Papa Giovanni Paolo II. Il Papa, nel giovedì di quella settimana, aveva avuto una giornata intensissima, per cui arrivò a cena alle ore 21,00.

Il programma dei giorno dopo prevedeva la prima colazione alle ore 6,30 e poi partenza per Siviglia alle ore 7,00. Il Nunzio si svegliò presto il mattino, un po' per la preoccupazione della visita pastorale del Papa, un po' perché aveva ceduto il suo letto e la sua camera al Papa per cui aveva dormito in un letto piccolo sistemato in mansarda.

E così alle 5 del mattino era già in piedi. Scese al primo piano alle ore 5,30 convinto che il Papa sarebbe sceso soltanto un'ora dopo, alle 6,30. Notò però che nella chiesetta della Nunziatura era accesa la luce. Pensò che la sera precedente ci si fosse dimenticati di spegnerla. Andò ad aprire la porta della chiesetta e con sorpresa vide il Papa inginocchiato per terra, davanti ad una delle stazioni della Via Crucis La giornata era piena di impegni pastorali a Siviglia e a Granada, ma il Papa era già in chiesa alle 5,30 del mattino per fare la Via Crucis.

Ho accompagnalo il Papa in Terra Santa nell'anno 2000. Il venerdì di quella settimana, nel volo in elicottero da Gerusalemme al lago di Tiberiade, il Papa, seduto in elicottero, con in mano un libro della Via Crucis, fece la pratica della Via Crucis così come gli risultò possibile, in elicottero. Nel 2000 non aveva la salute di prima, altrimenti sicuramente l'avrebbe fatta di notte.

A proposito della preghiera di domanda, rispetto alla preghiera di adorazione, di ringraziamento e di richiesta di perdono, ho trovato interessante la risposta che Papa Giovanni Paolo II diede ad André Frossard durante alcuni colloqui che ebbe con lui a Castel Gandolfo nel 1982.

Traduco letteralmente il paragrafo dal volume pubblicato da Frossard nel novembre del medesimo anno sotto il titolo “N'ayez pas peur!” pag.46: “Vi fu un tempo nella mia vita in cui mi sembrava che fosse conveniente limitare la preghiera di domanda (cioè la preghiera di intercessione a favore di una persona o di una situazione) per lasciare più spazio alla preghiera di adorazione, di lode e di ringraziamento, giudicandola più nobile. Questo tempo è passato. Più vado avanti nel cammino che la Provvidenza mi ha indicato, più sento fortemente in me il bisogno di ricorrere alla preghiera di domanda, e più il cerchio delle domande a Dio si allarga”.

Giovanni Paolo II con la sua preghiera abbracciava tutto il inondo e più volte ha parlato di “geografia della preghiera”, confidando che, mentre pregava, faceva idealmente il giro del mondo, soffermandosi sulle nazioni più oppresse o bisognose. La sua preghiera di intercessione a favore di persone e di situazioni aveva sempre un respiro universale.

È fuori dubbio che Papa Giovanni Paolo II è stato un mistico. Un mistico però attento alle persone e alle situazioni. Un mistico che influì sul corso della storia; un Papa che il mondo ha stimato per l'incontenibile dinamismo, per i tanti gesti, le innumerevoli iniziative, i grandiosi viaggi e che ha ammirato per l'opera realizzata affinché il nostro mondo moderno aprisse le porte ed il cuore a Cristo, Redentore dell'uomo. Motivo ispiratore di tutta l'attività del Papa Giovanni Paolo II fu il desiderio di avvicinare gli uomini e le donne del nostro tempo a Dio e di fare entrare Dio in questo nostro mondo con piena cittadinanza.

Card. Giovanni Battista Re




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Loris Capovilla e Giovanni XXIII

Lo scorso 22 febbraio, festa della Cattedra di san Pietro, nella Basilia Vaticana il papa Francesco ha creato diciannove cardinali, tra i quali Loris Francesco Capovilla, segretario particolare del “papa buono” Giovanni XXIII, che domenica 27 aprile sarà proclamato santo, insieme a Giovanni Paolo II.

Proprio in occasione di questo evento ecclesiale e per ricordare la figura del grande papa bergamasco, lasciamo parlare il cardinale Capovilla.

«La mia prima impressione è questa: ho visto l’immagine della bontà. Ho avuto questa convinzione dal primo incontro, quando l’ho visto in fotografia. Quando l’ho visto nel 1950 nella mia Venezia, quando sono andato a Parigi – il 2 febbraio del 1953 – quando mi ha invitato ad essere il suo “contubernale”. Io non mi sono mai chiamato segretario di Papa Giovanni, perché il segretario di Papa Giovanni è il segretario di Stato. Io sono stato un piccolo “servitorello”. Con Papa Giovanni ho pregato, ho sofferto, anche dopo la sua morte ho sofferto molto. Poi il Signore ha disposto, attraverso i suoi servi, che questa figura riapparisse all’orizzonte.

Oggi la richiama “al vivo” Papa Francesco. Una delle prime cose che mi ha detto: “Loris, ricordati, se non metti il tuo “io” sotto i piedi, non sarai mai libero e non entrerai mai nel territorio della pace”. E le stesse parole che disse poi nel giorno più solenne della sua vita, con il mondo intero davanti a sé, convocato il Concilio, ha detto quelle parole sublimi: “La mia persona conta niente!”. É stata una grande lezione di umiltà, di dolcezza, di amore e di speranza. Papa Giovanni ci ha insegnato, e adesso lo ripete in quasi tutti gli incontri Papa Francesco: "Ciascuno di noi retti, non retti, credenti, non credenti, ciascuna creatura umana porta in fronte il sigillo di Dio”. Questa è la prima lezione che ho ricevuto e alla quale mi attengo.

Il ricordo di molti e incantevoli momenti fa ressa nella mia fantasia e nel mio cuore. Ne cito due. L'estremo saluto di Papa Giovanni al suo segretario di Stato, cardinale Cicognani è uno dei segni più vivi che palpitano in me: "Mi rallegrai quando mi dissero: andremo alla casa del Signore" (Salmi 121, 1). Nessun rimpianto, nessuna lacrima, solo serena letizia. A chi mi chiede se l'essere vissuto accanto a lui ha cambiato la mia vita rispondo affermativamente, col rammarico di dover confessare di non essere del tutto riuscito "a mettere il mio io sotto i piedi", come egli esortava. Tuttavia le ultime parole dettemi il 31 maggio 1963, dopo aver ricevuto il santo viatico, esultano sempre nelle profondità del mio essere, talora a rimprovero, sovente a consolazione: "Non ci siamo soffermati a raccattare i sassi che da una parte e dall'altra della strada ci venivano gettati addosso per rilanciarli; abbiamo pregato, obbedito, lavorato, sofferto; abbiamo perdonato e amato”.

La notizia della canonizzazione di papa Giovanni sicuramente mi trova felicissimo. Per me, questo significa veramente vedere finalmente, personalmente, la conclusione di una straordinaria avventura, che ho vissuto a livello sia professionale che personale. Penso sarà veramente una grande gioia per tutta la Chiesa».




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La Prima Enciclica di Giovanni Paolo II

A più di trent’anni la Redemptor hominis continua ad essere fortemente attuale

Il 4 marzo del 1979, nel primo anno di pontificato, papa Giovanni Paolo II promulga la sua prima lettera enciclica: Redemptor hominis.

In questo tempo nel quale la Chiesa si appresta a celebrare la canonizzazione di papa Wojtyla e di papa Roncalli, la scelta di porre all’attenzione dei lettori di Cuntomela questa enciclica non è casuale.

In effetti, sin dalle prime pagine, è esplicita la volontà del Pontefice di cogliere pienamente l’eredità del Concilio Vaticano II così fortemente voluto da papa Giovanni XXIII, di comprenderne in modo corretto l’insegnamento e di svilupparne l’attuazione con il metodo adeguato. Leggere oggi quest’enciclica permette quindi di cogliere, fra i numerosi spunti di riflessione, l’opera di entrambi i Pontefici che la Chiesa si appresta a canonizzare: Wojtyla guarda al nuovo millennio forte delle indicazioni e delle grandi potenzialità del Concilio voluto dal “papa buono”.

L’altro aspetto interessante a mio avviso è il forte intreccio tra passato e futuro, al punto che molti dei temi sviluppati nella seconda parte dell’enciclica, oggetto di questa breve riflessione, sono di un’attualità che sa di vaticinio!

Il papa ragiona sulla centralità di Cristo nel cosmo e nella storia dell’uomo con lo sguardo proiettato verso il Giubileo del 2000 e, benché alcuni dei grandi fatti destinati a entrare nella storia moderna non siano ancora avvenuti – mi riferisco alla caduta del muro di Berlino e alla repentina implosione dei regimi comunisti – sembra quasi che questa impostazione dell’enciclica, che caratterizzerà poi tutto il suo pontificato, abbia svolto un ruolo tutt’altro che secondario nel contribuire a determinarli.

papa Giovanni Paolo IIScrive: “Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione”. Cristo è dunque anzitutto il centro di quel cosmo che è l’uomo e di quella storia che è la sua storia; Cristo è la chiave di comprensione adeguata per comprendere l’essenza stessa dell’uomo, e cioè quelle connotazioni che lo caratterizzano come tale, distinguendolo dal resto della creazione.

Da qui si sviluppano i temi della seconda parte dell’enciclica che egli introduce con una prima, semplice e concreta domanda: lo sviluppo del progresso nell’ottica del dominio dell’uomo sul cosmo come indicato nella Genesi, perché non ha parimenti sviluppato serenità nell’animo umano? O, in altre parole, perché oggi più che mai l’uomo è attanagliato da ataviche paure generate da ciò che produce, nonostante la sua stupefacente razionalità continui a dimostrare quanto sia stato creato “simile a Dio”, cioè a sua immagine e somiglianza?

L’uomo teme che molte delle sue conquiste, in particolare quelle che contengono “una speciale porzione della sua genialità”, possano essere rivolte in modo radicale contro lui stesso. Analizza, fra i vari esempi, il caso dello sfruttamento del territorio, di cui anche oggi così tanto si parla.

E’ evidente - scrive - che tutti sono consci di quanto esso richieda una costante, razionale ed onesta pianificazione, però – nello stesso tempo – tutti continuiamo ad alienarlo per il nostro uso e consumo immediato, provocando danni enormi e creando nell’uomo un comprensibile stato di inquietudine, di cosciente o incosciente paura. Ma – ricorda - il Creatore ci ha dato il potere di sovrastare la terra come “padroni” e “custodi” intelligenti e nobili e non come “distruttori” e “sfruttatori”!

Perché accade questo? L’uomo moderno, che a ragione può vantarsi dei grandi risultati raggiunti nella tecnologia, nella medicina e nella scienza rende, con questo suo progresso, la vita dell’uomo “più umana” più “degna”?

In questa irrefrenabile tensione dell’uomo verso la conoscenza, egli diventa anche maturo spiritualmente, più responsabile, più aperto agli altri, ai bisognosi, ai deboli, più disponibile a portare aiuto a tutti? Ecco il nocciolo della questione, ecco la sollecitazione che papa Wojtyla rivolge a tutti i cristiani. Scrive: “Questi sono gli interrogativi che la Chiesa deve porsi, poiché tali interrogativi se li pongono miliardi di uomini nel mondo”.

Papa Wojtyla plaude allo sviluppo della scienza e della tecnica, ma sottolinea che in questo cammino l’uomo ha perso il senso della regalità di se stesso, poiché non ha tenuto conto che il senso essenziale del compito assegnatoli dal Creatore di dominare sul mondo visibile consiste nella priorità dell’etica sulla tecnica, nel primato dello spirito sulla materia.

Con forza e determinazione egli sottolinea che l’uomo non può rinunciare a se stesso, non può diventare schiavo delle cose che produce, dei sistemi economici, dei meccanismi finanziari, produttivi e commerciali - che si rivelano pressoché incapaci di riassorbire le diseguaglianze sociali - senza contestualmente rispondere alle esigenze etiche che essi stessi mettono sul campo! Tant’è vero che questi comportamenti, privati della connotazione etica e morale “fanno estendere le zone di miseria e con questa, l’angoscia, la frustrazione e l’amarezza”. Da questa incapacità dell’uomo di far crescere insieme al progresso il rispetto per se stesso nascono le sue paure, in essa prende corpo la distorsione in senso negativo del progresso scientifico fino a farlo diventare, a volte, minaccia per il genere umano stesso.

E’ certo che ci si trovi davanti ad una grande dramma che coinvolge tutti e che richiede “risoluzioni audaci e creative, conformi all’autentica dignità dell’uomo”.

Wojtyla non lesina le indicazioni per affrontare il problema, lo fa con forza assumendosi anche il rischio della critica o del fraintendimento. Afferma anzitutto che il principio di solidarietà deve essere alle base delle scelte istituzionali nei diversi settori della vita sociale, da quello degli scambi commerciali alla ridistribuzione delle ricchezze, affinché i paesi emergenti progrediscano non solo in termini economici ma anche di dignità per i suoi abitanti.

Non tralascia il riferimento al traffico di armi in quei paesi dove questo tipo di investimenti che servono guerra e distruzione, dovrebbero cambiare in investimenti per la nutrizione al servizio della vita e del riscatto del genere umano. Sviluppo economico e sviluppo universale e solidale dei popoli devono andare di pari passo altrimenti il primo diventa “una categoria superiore che subordina l’insieme dell’esistenza umana alle sue esigenze parziali, soffoca l’uomo, disgrega la società e finisce per avvilupparsi nelle proprie tensioni e negli stessi suoi eccessi”.

In quest’ottica egli sottolinea quanto sia importante “lo sforzo compiuto per dar vita all’Organizzazione delle Nazioni Unite, sforzo che tende a definire e garantire gli oggettivi ed inviolabili diritti dell’uomo”. Eppure, nonostante ciò, continuiamo attoniti ad assistere a violenze, a torture, a feroci atti di terrorismo, a discriminazioni. Ecco dunque la necessità di mettere i diritti dell’uomo al centro dei programmi economici e sociali, di farli diventare davvero e non solo sulla carta, il fondamento su cui si basano la giustizia sociale e la vita degli organi politici. Viceversa non smetteremo di assistere ai soprusi di un uomo sull’altro, di una nazione sull’altra. Solo così, solo mettendo il bene dell’uomo al primo posto, si potranno risolvere le storture a cui assistiamo e le paure che ci accompagnano.

Via via che leggevo le pagine di questa enciclica e poi dopo, cercando di riportare – spero con il minor danno possibile - i pensieri del Pontefice in queste righe, non ho mai smesso di riscontrare quanto le sue parole, scritte più di trent’anni fa, siano un monito perfettamente valido per noi, uomini e donne del Terzo millennio.

E così mi piace pensare che la sua canonizzazione - determinata certamente dal suo carisma, dalla sua vita e dai suoi miracoli - possa essere vista anche come il testimone che egli passa agli uomini di oggi, in questa staffetta che è la storia del mondo, affinché essi ne applichino le indicazioni nelle scelte per il futuro dei popoli, per la dignità dell’uomo. Quella dignità di cui Cristo lo ha connotato sin dal principio e a motivo della quale Egli è e sarà sempre, Redentore dell’uomo!

Emilia Pennacchio




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Un Santo al giorno... anzi due!

Data la vicinanza con la loro salita all’onore degli altari, questa seconda “puntata” della nostra rubrica dedicata alle vite dei santi non poteva esimersi dal proporre la biografia di Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II. Si riporta pertanto una sintesi dei contenuti delle biografia tratte dal sito ufficiale della Santa Sede.

papa GiovanniPAPA GIOVANNI XXIII Angelo Giuseppe Roncalli

Giovanni XXIII nacque a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo, il 25 novembre 1881, primo figlio maschio di Marianna Mazzola e di Giovanni Battista Roncalli e venne battezzato con il nome di Angelo Giuseppe. Gli fece da padrino l'anziano prozio Zaverio, che, rimasto celibe, si era assunto il compito di educare religiosamente i numerosi nipoti.
Terminate le elementari, entrò nel seminario diocesano di Bergamo che il 7 novembre 1892.
Non tardò a distinguersi sia nello studio che nella formazione spirituale, tanto che, nel gennaio 1901, fu inviato a Roma presso il seminario romano dell' Apollinare, attraverso una borsa di studio per chierici bergamaschi.
Il 13 luglio 1904, alla giovanissima età di ventidue anni e mezzo, conseguì il dottorato in teologia e il 10 agosto 1904, fu ordinato sacerdote nella chiesa di S. Maria di Monte Santo.
Continuò gli studi fino al febbraio del 1905, quando fu scelto quale segretario dal nuovo Vescovo di Bergamo Mons. Giacomo Radini Tedeschi.
Furono circa dieci anni di intenso impegno accanto ad un Vescovo autorevole, molto dinamico e ricco di iniziative; fu anche insegnante presso il seminario, direttore del periodico diocesano "La Vita Diocesana" e dal 1910 assistente dell'Unione Donne Cattoliche.
Con la prematura scomparsa di Mons. Radini nel 1914 finì quest’esperienza pastorale per lui fondamentale e con lo scoppio della guerra nel 1915 assunse il ruolo di cappellano col grado di sergente nell'assistenza ai feriti ricoverati negli ospedali militari di Bergamo, giungendo ad atti di autentico eroismo, quali il servizio ai soldati affetti da tubercolosi, con il forte pericolo di contagio.
Nel dicembre del 1920 il Papa lo invitò a presiedere l'opera di Propagazione della Fede in Italia, ruolo molto delicato per i rapporti con le organizzazioni missionarie già esistenti. Compì un lungo viaggio all'estero per la realizzazione del progetto della Santa Sede di portare a Roma le varie istituzioni di sostegno alle missioni e visitò diverse diocesi italiane per la raccolta di fondi e l'illustrazione delle finalità dell'opera.
Nel 1925 con la nomina a Visitatore Apostolico in Bulgaria iniziò il periodo diplomatico a servizio della Santa Sede, che si prolungò fino al 1952. Non senza difficoltà riuscì a riorganizzare la Chiesa cattolica in Bulgaria, ad instaurare relazioni amichevoli con il Governo e la Casa Reale e ad avviare i primi contatti ecumenici con la Chiesa Ortodossa. Il 27 novembre 1934 fu nominato Delegato Apostolico anche in Turchia ed Grecia, paesi senza relazioni diplomatiche con il Vaticano.
Durante la Seconda Guerra Mondiale conservò un prudenziale atteggiamento di neutralità, che gli permise di svolgere un'efficace azione di assistenza a favore degli Ebrei, salvati a migliaia dallo sterminio, e a favore della popolazione greca, stremata dalla fame.
Per decisione personale di Pio XII, fu promosso alla prestigiosa Nunziatura di Parigi, dove giunse il 30 dicembre 1944. Le sue doti umane lo imposero alla stima dell'ambiente diplomatico e politico parigino; instaurò rapporti di cordiale amicizia con alcuni massimi esponenti del governo francese.
Coerentemente al suo stile di obbedienza, accettò prontamente la proposta di trasferimento alla sede di Venezia ove giunse il 5 marzo 1953, fresco della nomina cardinalizia decisa nell'ultimo Concistoro di Pio XII. Il suo episcopato si caratterizzò per lo scrupoloso impegno con cui adempì i principali doveri del Vescovo, la visita pastorale e la celebrazione del Sinodo diocesano.
L'elezione del settantasettenne Cardinale Roncalli a Successore di Pio XII avvenne il il 28 ottobre 1958.
Fin dall'inizio Giovanni XXIII rivelò uno stile che rifletteva la sua personalità umana e sacerdotale maturata attraverso una significativa serie di esperienze. Diede un evidente rilievo al ruolo pastorale di Vescovo di Roma, moltiplicando i contatti con i fedeli tramite le visite a parrocchie, ospedali e carceri. Attraverso la convocazione del Sinodo diocesano volle assicurare il regolare funzionamento delle istituzioni diocesane mediante il rafforzamento del Vicariato e la normalizzazione della vita parrocchiale.
Il 25 aprile 1959 annuncia il Concilio Vaticano II nella basilica di S. Paolo. Si trattava di una decisione personale: non si trattava di definire nuove verità, ma di riesporre la dottrina tradizionale in modo più adatto alla sensibilità moderna.
Nel corso della prima fase si poté costatare che Giovanni XXIII voleva un Concilio veramente deliberante, di cui rispettò le decisioni dopo che tutte le voci ebbero modo di esprimersi e di confrontarsi.
Nella primavera del 1963 fu insignito del Premio "Balzan" per la pace a testimonianza del suo impegno a favore della pace con la pubblicazione delle Encicliche Mater et Magistra (1961) ePacem in terris (1963) e del suo decisivo intervento in occasione della grave crisi di Cuba nell'autunno del 1962.
Il prestigio e l'ammirazione universali si poterono misurare pienamente in occasione delle ultime settimane della sua vita, quando tutto il mondo si trovò trepidante attorno al capezzale del Papa morente ed accolse con profondo dolore la notizia della sua scomparsa la sera del 3 giugno 1963.

papa Giovanni Paolo IIPAPA GIOVANNI PAOLO II Karol Józef Wojtyła

Nacque a Wadowice, città a 50 km da Cracovia (Polonia), il 18 maggio 1920. Era l’ultimo dei tre figli di Karol Wojtyła e di Emilia Kaczorowska, che morì nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, morì nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941. La sorella, Olga, era morta prima che lui nascesse.
Fu battezzato il 20 giugno 1920 nella Chiesa parrocchiale di Wadowice.
Terminati gli studi nella scuola superiore di Wadowice, nel 1938 si iscrisse all’Università di Cracovia.
Quando le forze di occupazione naziste chiusero l’Università nel 1939, il giovane Karol lavorò (1940-1944) in una cava ed, in seguito, nella fabbrica chimica Solvay per potersi guadagnare da vivere ed evitare la deportazione in Germania.
A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequentò i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia.
Fu uno dei promotori del "Teatro Rapsodico", anch’esso clandestino.
Dopo la guerra, continuò i suoi studi nel riaperto seminario maggiore di Cracovia, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jagellónica, fino alla sua ordinazione sacerdotale avvenuta a Cracovia il 1° novembre 1946.
Successivamente fu inviato a Roma, dove conseguì nel 1948 il dottorato in teologia, con una tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce. In quel periodo, durante le sue vacanze, esercitò il ministero pastorale tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda.
Nel 1948 ritornò in Polonia e fu coadiutore dapprima nella parrocchia di Niegowić, vicino a Cracovia, e poi in quella di San Floriano, in città. Fu cappellano degli universitari fino al 1951, quando riprese gli studi.
Divenne professore di Teologia Morale ed Etica nel seminario maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino.
Il 4 luglio 1958, il Papa Pio XII lo nominò Vescovo titolare di Ombi e Ausiliare di Cracovia. Ricevette l’ordinazione episcopale il 28 settembre 1958 nella cattedrale del Wawel (Cracovia).
Il 13 gennaio 1964 fu nominato Arcivescovo di Cracovia da Papa Paolo VI, che lo creò e pubblicò Cardinale nel Concistoro del 26 giugno 1967.
Partecipò al Concilio Vaticano II (1962-1965) con un contributo importante nell’elaborazione della costituzione Gaudium et spes.
I Cardinali, riuniti in Conclave, lo elessero Papa il 16 ottobre 1978. Prese il nome di Giovanni Paolo II e il 22 ottobre iniziò solennemente il ministero Petrino.
Il suo pontificato è stato uno dei più lunghi della storia della Chiesa ed è durato quasi 27 anni.
I suoi viaggi apostolici nel mondo sono stati 104, le visite pastorali 146 . Come Vescovo di Roma, ha visitato 317 parrocchie (su un totale di 333).
Più di ogni Predecessore ha incontrato il Popolo di Dio e i Responsabili delle Nazioni: alle Udienze Generali del mercoledì (1166 nel corso del Pontificato) hanno partecipato più di 17 milioni e 600 mila pellegrini, senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose, nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle visite pastorali in Italia e nel mondo.
Numerose anche le personalità governative ricevute in udienza: basti ricordare le 38 visite ufficiali e le altre 738 udienze o incontri con Capi di Stato, come pure le 246 udienze e incontri con Primi Ministri.
Il suo amore per i giovani lo ha spinto ad iniziare, nel 1985, le Giornate Mondiali della Gioventù: ne ha presiedute 19 edizioni.
Allo stesso modo la sua attenzione per la famiglia si è espressa con gli Incontri mondiali delle Famiglie da lui iniziati a partire dal 1994.
Giovanni Paolo II ha promosso con successo il dialogo con gli ebrei e con i rappresentati delle altre religioni, convocandoli in diversi Incontri di Preghiera per la Pace, specialmente in Assisi. 
Sotto la sua guida la Chiesa si è avvicinata al terzo millennio e ha celebrato il Grande Giubileo (2000).
Con l’Anno della Redenzione, l’Anno Mariano e l’Anno dell’Eucaristia, Giovanni Paolo II ha promosso il rinnovamento spirituale della Chiesa.
Ha dato un impulso straordinario alle canonizzazioni e beatificazioni, per mostrare innumerevoli esempi della santità di oggi, che fossero di incitamento agli uomini del nostro tempo: ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione (1338 beati) e 51 canonizzazioni (482 santi).
Ha notevolmente allargato il Collegio dei Cardinali, creandone 231 in 9 Concistori (più 1 in pectore).
Ha convocato anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio e presieduto 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi
Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Lettere encicliche, 15 Esortazioni apostoliche, 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche.
Ha promulgato il Catechismo della Chiesa cattolica, alla luce della Tradizione, autorevolmente interpretata dal Concilio Vaticano II.
Ha riformato i Codici di diritto Canonico Occidentale e Orientale, ha creato nuove Istituzioni e riordinato la Curia Romana.
Giovanni Paolo II è morto in Vaticano il 2 aprile 2005, alle ore 21.37, mentre volgeva al termine il sabato e si era già entrati nel giorno del Signore, Ottava di Pasqua e Domenica della Divina Misericordia.
Da quella sera e fino all’8 aprile, quando hanno avuto luogo le Esequie del defunto Pontefice, più di tre milioni di pellegrini sono confluiti a Roma per rendere omaggio alla salma del Papa.
Il 28 aprile successivo, il Santo Padre Benedetto XVI ha concesso la dispensa dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte, per l’inizio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II.
La Causa è stata aperta ufficialmente il 28 giugno 2005 dal Cardinale Camillo Ruini, Vicario Generale per la diocesi di Roma.




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I martedì di Karol

Il libro (Edizioni San Paolo 2009)

libro i martedì di KarolLa descrizione degli appartamenti vaticani; le giornate che per il Papa iniziavano sempre alle 5,30 del mattino per concludersi verso le 22,30-23,00, quando continuava a lavorare e a pregare presso la scrivania della sua camera, preferita a quella dello studio; i cerchietti che tracciava con il dito sulla tovaglia, segno inequivocabile che anche dopo cena, mentre seguiva i titoli dei telegiornali polacchi e italiani, avrebbe gradito un piccolo dessert; una suora che il 6 dicembre si travestiva da san Nicola per tener viva la tradizione dello scambio dei doni prima delle festività natalizie; la sua riluttanza ad indossare fastidiose scarpe nuove...

In un libro di facile, piacevole e curiosa lettura la giornalista Brygida Grysiak ha raccolto i ricordi di don Mieczyslaw Mokrzycki, ora vescovo di Leopoli e per nove anni secondo segretario di Giovanni Paolo II al fianco del più noto don Staniolao Dziwisz.

Nella lunga intervista “Mieciu”, come veniva affettuosamente chiamato dallo stesso Wojtyla, rievoca la quotidianità, le relazioni personali, i viaggi e quei martedì scelti dal Papa come pausa settimanale dall'ufficialità.

Era spesso l'occasione per andare a fare una scampagnata in luoghi ovviamente ben discreti, scelti dai poliziotti che insieme alle loro mogli, ai due segretari e qualche altro stretto amico-collaboratore lo accompagnavano in questo momento di svago e di pace.

Fra domande a volte quasi banali e racconti di quei gesti quotidiani a cui anche le persone considerate importanti non possono sfuggire, emergono ancora una volta le caratteristiche tipiche di Giovanni Paolo II: un Papa polacco (specialmente durante il periodo di Natale amava circondarsi di amici appunto polacchi, come i suoi due segretari, con i quali rivivere, anche mediante i canti, la nostalgia per la sua terra) che ha guidato la Chiesa in ginocchio per usare un'espressione spesso pronunciata, se non sbaglio, anche dal Cardinal Re.

Oltre alla sua smisurata e forse per alcuni esagerata devozione a Maria, una delle immagini care al suo secondo segretario è proprio quella, chiudendo gli occhi, di rivederlo raccolto in cappella o sulla terrazza totalmente immerso in Dio mediante la preghiera; preghiera che insieme alla sua passione per la lettura lo hanno accompagnato fino agli ultimi e sofferenti giorni della sua esistenza terrena.

Franco




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Una straordinaria giornata d’estate
Giovanni Paolo II pellegrino a Borno!

Il 19 luglio del 1998 la nostra comunità di Borno ha avuto l’onore e la gioia di avere come ospite e pellegrino il papa Giovanni Paolo II. Vogliamo ricordare quello storico evento con alcune testimonianze, i pensieri di bambini e ragazzi di allora accompagnatti da una simpatica carrellata di immagini.

Papa Giovanni Paolo II a Borno

Ricordare quel giorno è motivo gioia. Lo abbiamo vissuto con grande emozione.
Pierina: “Ricordo che, mentre raccoglievo le offerte durante la messa celebrata sul sagrato dal vescovo Olmi, ho visto spuntare dalle montagne un elicottero bianco. Non sono più stata capace di distogliere lo sguardo e mi sono quasi dimenticata di quello che stavo facendo”.
Giacomina: “È stata una grande esperienza poter vedere da vicino il papa e potergli stringere la mano insieme al gruppo dei sacerdoti e dei chierichetti. Mi ritengo molto fortunata”.
I giorni precedenti la visita sono stati molto intensi per quanto riguarda la preparazione, perché don Giuseppe ci teneva che tutto fosse in ordine. Lo abbiamo fatto volentieri. Borno ha ricevuto un grande regalo che deve saper conservare nella sua memoria. - Giacomina e Pierina Bertelli

Il mio compito in quel giorno era quello di dare una mano a trasportare gli anziani della Casa Albergo sul sagrato della chiesa. Poi don Giuseppe mi ha chiesto di assistere mons. Ernesto Belotti, anziano e sulla sedia a rotelle, che poi avrebbe salutato il papa. Così, del tutto per caso, anch’io ho avuto la possibilità di stringere la mano a Giovanni Paolo II. Penso non ci siano parole per descrivere quell’incontro, solo chi ha potuto vedere da vicino il Papa e guardarlo negli occhi sa quali sentimenti ed emozioni si provano. La gioia è stata grande e ripensando a quel giorno e a quell’incontro provo ancora tanta commozione e gratitudine. Avere la possibilità di salutare un santo non è da tutti”. - Luciano Belotti

Alcuni pensieri dei ragazzi del Grest
(da Cüntòmela – Estate 1998)

Papa Giovanni Paolo II a Borno Papa Giovanni Paolo II a Borno Papa Giovanni Paolo II a Borno

Quando ho visto uscire dalla chiesa il Papa mi sono emozionata e gli ho fatto tante foto. Dopo l’Angelus io e i miei amici del Grest abbiamo cantato al Papa bravo bravissimo. - Ivonne

Ho fatto il chierichetto e ho visto da vicino il Papa ed è stata un’emozione grandissima. - Stefano

Sono stata molto contenta quando è arrivato a Borno il Papa perché era la prima volta che lo vedevo dal vivo. - Francesca

Quando ho visto il Papa ho provato una gioia infinita. Gli si legge in faccia che è proprio una brava persona e quel giorno non lo dimenticherò mai e poi mai. Spero di rivederlo presto perché è proprio una brava persona. - Matteo

Quando il Santo Padre mi è passato accanto ho provato qualcosa di indescrivibile e, senza che io lo volessi, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. È stata un’esperienza bellissima. - Silvia

Quando è arrivato il Papa io ero molto emozionata e felice. Quando il Papa mi ha toccato la testa, ho sentito come un calore in me (come se mi avesse benedetto).

Vedere il Papa per me è stata una cosa molto grande: infatti non riesco ancora a crederci. - Laura

L’esperienza dell’arrivo del Papa è stata una cosa che non accadrà più, e quando mi ha toccato la mano mi sembrava Gesù che diceva: “lasciate che i bambini vengano a me”. - Vale

Sono stata molto felice di aver visto così da vicino il Papa. L’impressione che mi ha fatto è quella di un nonno molto buono e amato da tutti. - Jessica

Grazie per essere venuto a Borno. Grazie per averci detto tante cose belle. Grazie per avermi messo la mano sulla testa: è stata come la mano di Gesù. - Luca

Domenica ho provato tanta felicità nel vedere il Papa dal vivo e toccarlo con le mie mani. E passandomi vicino mi ha dato un regalo per me molto importante: la corona del rosario che conserverò con gioia. - Michele

L’incontro con il Papa è stato bellissimo. Ero emozionatissima. Mi sembrava quasi di essere con Gesù. Quando è passato mi ha accarezzato la testa e io ho detto: “Non me la laverò mai più”, perché non volevo togliere la sua carezza. Gli ho baciato la mano due volte e l’ho accarezzato. Non dimenticherò mai questo breve ma stupendo incontro. - Anna

Quando il Papa è venuto a Borno ha detto: “Il Papa si è arricchito”, e poi ha detto: “Forse troppo!”. - Marco

Io non sono andata in piazza ma l’ho visto dal terrazzo con la mia mamma e il mio fratello. Se ero in piazza gli davo un bacio. - Sabrina

Finalmente è arrivato il Papa. Ero molto emozionata. Anche se ero un po’ spaccicata, è stato bellissimo. Gli ho toccato la veste, poi sono andata a casa. - Marzia

Il Papa mi ha fatto l’impressione di essere Gesù in terra. Era vestito di bianco come gli angeli. - Marco

È stato emozionante. Quella domenica ero ammalata, perciò sono andata a vederlo scendere dall’elicottero e poi sono andata a casa. Nel pomeriggio abbiamo salutato il Papa che andava da Monsignor Re. - Veronica

fotografie




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Il Sacro Triduo Pasquale

Il vertice di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, morto e risorto. I grandi misteri della nostra redenzione sono celebrati dalla Messa vespertina del giovedì “nella Cena del Signore” fino ai vespri della domenica di Pasqua. Triduo pasquale non significa tre giorni di preparazione alla Pasqua, ma equivale a Pasqua celebrata in tre giorni, la Pasqua nella sua totalità, quale passaggio dalla passione e morte alla sepoltura, fino alla risurrezione. Si tratta di un unico mistero celebrato in tre momenti, nello spazio di tre giorni.

Giovedì Santo: Il Triduo pasquale si apre con la celebrazione Eucaristica della sera, così come la cena del Signore segnò l’inizio della passione. Mentre Gesù si avvia alla donazione della sua vita in sacrificio espiatorio per la salvezza del mondo, stabilisce l’Eucaristia quale ripresentazione nel tempo del suo atto sacrificale e del mistero della salvezza. L’Eucaristia, espressione mirabile della carità del Cuore di Cristo, suggerisce una risposta di amore riconoscente, mediante l’adorazione del SS. Sacramento e l’esercizio del servizio ai fratelli.

Venerdì Santo: è il giorno della Passione e Morte del Signore e del digiuno, quale segno esteriore della nostra partecipazione al suo sacrificio. Il venerdì non si celebra l’Eucaristia; è prevista solo un’azione liturgica per commemorare la Passione e Morte del Signore. Cristo appare come il servo di Dio, predetto dai profeti, l’agnello che si sacrifica per la salvezza di tutti. La Croce è l’elemento che domina tutta la celebrazione: illuminata dai raggi della risurrezione, si presenta come trono di gloria e strumento di vittoria; perciò è presentata all’adorazione dei fedeli.

Sabato Santo: è il giorno del grande silenzio perché come dice un’antica omelia, il Re dorme. La terra tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormono. Le Chiese orientali celebrano la discesa di Cristo agli inferi.

Veglia pasquale e Domenica di Pasqua: La Veglia pasquale è la grande e santissima notte dell’anno, la celebrazione più antica, più importante e più ricca di contenuto. Si veglia per indicare che viviamo in attesa della venuta del Signore, nella speranza che si compia il nuovo e definitivo passaggio segnato dall’eternità.

Nella Veglia si esprime il nostro passaggio dalla morte e dal peccato alla vita nuova in Cristo. La Celebrazione Eucaristica della Veglia è il culmine del Triduo, anzi dell’intero anno liturgico, la sorgente della gioia pasquale.

La Messa della domenica detta di Risurrezione non è che il prolungamento della Celebrazione Eucaristica della notte.

Don Simone




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Storie di Pasqua - Il bruco Giovanni

C’era una volta un gelso centenario, pieno di rughe e di saggezza, che ospitava una colonia di piccoli bruchi. Erano bruchi onesti, laboriosi e di poche pretese. Mangiavano, dormivano, e, salvo qualche piccola capatina al bar del penultimo ramo a destra, non facevano chiasso. La vita scorreva monotona, ma serena e tranquilla.

Faceva eccezione il periodo delle elezioni, durante i quali i bruchi si scaldavano un po’ per le insanabili divergenze tra la destra, la sinistra ed il centro. I bruchi della destra sostenevano che si comincia a mangiare la foglia dalla destra, i bruchi di sinistra sostengono il contrario, e quelli del centro iniziano a mangiare dove capita. Alle foglie naturalmente nessuno chiedeva mai il parere.

Tutti trovavano naturale che fossero li per essere rosicchiate. Il buon vecchio gelso nutriva tutti e passava il tempo sonnecchiando, cullato dal rumore delle instancabili mandibole dei suoi ospiti. Bruco Giovanni era tra tutti il più curioso, quello che con maggiore frequenza si fermava a parlare con il venerando e saggio gelso.

bruco“Sei veramente fortunato vecchio mio” diceva Giovanni al gelso “te ne stai tranquillo in ogni caso, sai che dopo l’estate verrà l’autunno, poi l’inverno, poi tutto ricomincerà. Per noi la vita è così breve.

Un lampo, un rapido schioccare di mandibole e tutto è finito.” Il gelso rideva e rideva, tossicchiando un po’: “Giovanni, Giovanni, ti ho spiegato mille volte che non finirà così! Non morirai. Diventerai una creatura stupenda, invidiata da tutti, ammirata…”

Giovanni agitava il testone e brontolava: “Non la smetti mai di prendermi in giro. Lo so bene che noi bruchi siamo detestati da tutti. Facciamo ribrezzo. Nessun poeta ci ha mai dedicato una poesia.

Tutto quello dobbiamo fare quaggiù è mangiare e ingrassare, e basta”. “Ma, Giovanni” chiese una volta il gelso “tu non sogni mai?” Il bruco arrossi: “Qualche volta”, rispose timidamente. “E che cosa sogni?”. “Gli angeli”, disse, “creature che volano, in un mondo stupendo”. “E nel sogno tu sei uno di quelli?”.

“...Si”, mormorò con un fil di voce il bruco Giovanni, arrossendo di nuovo. Ancora una volta il gelso scoppio a ridere. “Giovanni, voi bruchi siete le uniche creature i cui sogni si avverano e non ci credete!”. Qualche volta, il bruco Giovanni ne parlava con gli amici. “Chi ti mette queste idee in testa?” brontolava Pierbruco. “Il tempo vola, non c’è niente dopo! Niente di niente”. “Ma il gelso dice che ci trasformeremo in bellissimi esseri alati…” “Stupidaggini. Inventano di tutto per farci stare buoni”, rispondeva l’amico.

Giovanni scrollava la testa e rincominciava a mangiare. “Presto tutto finirà…sgrunch”…. Non c’è niente dopo….. sgrunch…… i sogni resteranno sempre sogni. Non diventeranno mai realtà. Sono illusioni”, bofonchiava, lavorando di mandibole. Ben presto i tiepidi raggi del sole autunnale cominciarono ad illuminare tanti piccoli bozzoli bianchi tondeggianti sparsi qua e là sulle foglie del vecchio gelso.

Un mattino, anche Giovanni, spostandosi con estrema lentezza, come in preda ad un invincibile torpore, si rivolse al gelso. “Sono venuto a salutarti. È la fine. Guarda sono l’ultimo. Ci sono solo tombe in giro. E devo costruirmi la mia”. “Ho già cominciato a godermi il silenzio. Potrò far ricrescere un po’ di foglie. Mi avete praticamente spogliato! Arrivederci, Giovanni” sorrise il gelso. “E’ un addio, amico. Un vero addio.

I sogni non si avverano mai, resteranno sempre e solo sogni”. Lentamente, Giovanni cominciò a farsi i bozzolo. “Oh”, ribatte il gelso “vedrai”. E cominciò a cullare i bianchi bozzoli appesi ai suoi rami. A primavera, una bellissima farfalla dalle ali rosse e gialle volava leggera intorno al gelso. “Ehi, gelso, cosa fai di bello?” non sei felice per questo sole di primavera?”. “Hai visto, Giovanni che avevo ragione io?” sorrise il vecchio albero. “O ti sei dimenticato di come eri poco tempo fa?”.




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L'uovo di Pasqua
Storia e significato simbolico

“Omne vivum ex ovo”, cioè “tutti i viventi nascono da un uovo”, è il motto che per secoli ha spiegato il principio che la vita non può avere origine dal nulla. Da esso capiamo quale importanza abbia sempre avuto l'uovo, con la sua forma perfetta, nel nostro immaginario.

In tutto il mondo, l’uovo è il simbolo della Pasqua. Dipinto o intagliato, di cioccolato o di zucchero, di terracotta o di cartapesta, l’uovo è parte integrante della ricorrenza pasquale e nessuno vi rinuncerebbe. Ma quanti di noi conoscono il significato autentico di questo simbolo?

Se quelle di cioccolato o di cartapesta hanno un’origine recente, le uova vere colorate e decorate hanno una storia antichissima, che affonda le sue radici nella tradizione pagana. La tradizione del dono di uova è documentata già fra gli antichi Persiani, dove era diffusa la tradizione dello scambio di semplici uova di gallina all'avvento della stagione primaverile, seguiti nel tempo da altri popoli antichi quali gli Egizi, i quali consideravano il cambio di stagione una sorta di primo dell'anno, i Greci e i Cinesi. Spesso le uova venivano rudimentalmente decorate a mano.

Con l’avvento del Cristianesimo, molti riti pagani vengono recepiti dalla nuova religione. La stessa festività pasquale, d’altro canto, risente di lontani influssi: cade, infatti, tra il 25 marzo e il 25 aprile, ovvero nella prima domenica successiva al plenilunio che segue l’equinozio di primavera. La Pasqua, insomma, si festeggia proprio nel giorno in cui si compie il passaggio dalla stagione del riposo dei campi a quella della nuova semina e quindi della nuova vita per la natura.

uova di pasquaL'usanza dello scambio di uova decorate si sviluppò nel Medioevo come regalo alla servitù. Nel medesimo periodo l'uovo decorato, da simbolo della rinascita primaverile della natura, divenne con il Cristianesimo il simbolo della rinascita dell'uomo in Cristo. La diffusione dell'uovo come regalo pasquale sorse probabilmente in Germania, dove si diffuse la tradizione di donare semplici uova in occasione di questa festività. In origine le uova venivano bollite, avvolte con delle foglie, o insieme a dei fiori, in modo da assumere una colorazione dorata. Sempre nel Medioevo prese piede anche una nuova tradizione: la creazione di uova artificiali fabbricate o rivestite in materiali preziosi quali argento, platino ed oro, ovviamente destinata agli aristocratici e ad i nobili. Edoardo I, re d'Inghilterra dal 1272 al 1307, commissionò la creazione di circa 450 uova rivestite d'oro da donare in occasione della Pasqua.

In diverse tradizioni pasquali l'uovo continua a mantenere un ruolo durante tutto il periodo delle festività. Durante il periodo di Quaresima, in virtù del digiuno, le uova vengono spesso non consumate ed accumulate per il periodo successivo. Nella tradizione balcanica e greco ortodossa l'uovo, di gallina, cucinato sodo, da secoli viene colorato, tradizionalmente di rosso simbolo della Passione, ma in seguito anche di diversi colori, in genere durante il giovedì santo, giorno dell'Ultima Cena, e consumato a Pasqua e nei giorni successivi.

Il giorno di Pasqua, in molti riti, si compie la benedizione pubblica delle uova, simbolo di resurrezione e della ciclicità della vita, e la successiva distribuzione tra gli astanti. Prima del consumo, in particolare nella tavolata di Pasqua, ognuno sceglie il proprio uovo e ingaggia una gara con i commensali, scontrandone le estremità, fino ad eleggere l'uovo più resistente. Questo viene considerato di buon augurio.

Anche in occasione della Pasqua cristiana, dunque, è presente l’uovo, quale dono augurale, che ancora una volta è simbolo di rinascita, ma questa volta non della natura bensì dell’uomo stesso, della resurrezione di Cristo: il guscio è la tomba dalla quale Cristo uscì vivo.

Curiosità, amore per le tradizioni o semplicemente la comodità del copia & incolla da Internet per riempire due paginette di Cüntomela...Sono considerazioni più che legittime e in buona parte veritiere. Questa breve e speriamo piacevole trattazione sulle uova di Pasqua, tuttavia, ci conferma ancora una volta che la nostra fede si incarna e si esprime anche mediante aspetti che possono essere considerati superficiali, ma che possono aiutarci a cogliere la bellezza e la dolcezza della vita e di Colui che ce l'ha donata.




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L’avvenire dell’umanità passa per la famiglia

Nei mesi di gennaio di febbraio, come gruppo catechisti della nostra Unità Pastorale ci siamo ritrovati per due incontri dedicati alla pastorale familiare, sollecitati dal prossimo Sinodo straordinario dei vescovi, in programma il prossimo autunno in Vaticano e incentrato proprio su questi temi.

Il primo incontro è stato occasione per fare un bel ripasso riguardo a quanto affermano la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, con particolare riferimento all’Esortazione Apostolica Familiaris consortio, del papa Giovanni Paolo II. Scorrendo i testi biblici e magisteriali, abbiamo potuto colmare alcuni vuoti, modificare alcune nostre idee non sempre esatte e scoprire tante novità di cui non eravamo a conoscenza.

Il secondo incontro ci ha visto ancora più protagonisti, in quanto si è instaurata una bella condivisione tra di noi, proprio a partire da alcune domande che fanno parte del documento di lavoro preparatorio del Sinodo. Abbiamo avuto l’occasione di compiere una verifica della situazione delle famiglie anche nelle nostre parrocchie, di esprimere quelle che, secondo noi, sono le cause della crisi della famiglia e quali dovrebbero essere le attenzioni pastorali da mettere in campo per essere attenti e vicini a quanti si trovano in situazioni famigliari difficili.

Per prima cosa siamo stati tutti concordi nel sottolineare che la crisi della famiglia dipende da due fattori: la crisi della fede e, prima ancora, la crisi della persona. Viviamo in un mondo mutato rispetto al passato, dove quello che conta è la propria individualità e l’attenzione quasi esclusiva ai diritti e agli interessi personali. Il messaggio cristiano – che è parola di amore e di vita certo per la persona intesa individualmente, ma anche per la persona inserita in una comunità – allora attecchisce poco. Riguardo all’apertura alla vita abbiamo concluso che il compito di noi cristiani è quello di promuovere e difendere il Vangelo della vita con maggiore passione, perché, come hanno sottolineato alcuni catechisti genitori, si nota che i valori che contrastano con il Vangelo hanno più appeal presso i nostri ragazzi perché proposti con maggiore convinzione. Da qui l’esigenza di non limitarsi semplicemente alla proposta negativa – no all’aborto, no ai rapporti sessuali fuori dal matrimonio, no… – ma far seguire questi giusti divieti da una proposta positiva, che sia affascinante perché vissuta con convinzione e con gioia.

Infine abbiamo notato che la pastorale familiare è troppo sbilanciata sul dopo, mentre sarebbe utile darsi da fare per una pastorale familiare del prima. Secondo noi si dovrebbe fare in modo che il fidanzamento diventi seriamente il tempo dell’accompagnamento e del discernimento; non possiamo lasciare da soli due giovani che cercano di capire se sono fatti l’uno per l’altra, perché sono troppi i messaggi contrastanti che li bombardano o perché, in riferimento alla crisi della persona di cui abbiamo accennato prima, non hanno le capacità immediate per compiere il giusto discernimento.

Concludendo, vogliamo riproporre alcune parole di Giovanni Paolo II, che troviamo nell’Esortazione sulla famiglia: “L'avvenire dell'umanità passa attraverso la famiglia! È, dunque, indispensabile ed urgente che ogni uomo di buona volontà si impegni a salvare ed a promuovere i valori e le esigenze della famiglia”.

Il gruppo catechisti




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Periferie e Missione: la sfida del futuro

Tra i vari organi di comunione che operano sul territorio della nostra diocesi c’è il Consiglio Pastorale Zonale (CPZ), che raccoglie i rappresentanti delle varie parrocchie di ogni zona. Anche nella nostra Zona II, di san Siro, è attivo questo consiglio.

Ogni anno si imposta un cammino in riferimento ad alcuni temi. Quest’anno, raccogliendo l’invito di papa Francesco ad avere una particolare attenzione alle periferie esistenziali, il nostro CPZ ha pensato di approfondire la conoscenza di alcune nostre realtà che si occupano dell’assistenza e dell’accompagnamento delle persone in difficoltà. Ad oggi le realtà visitate sono state la cooperativa “Arcobaleno” e il centro “Pro Familia” di Breno.

La cooperativa “Arconaleno” è attiva sul territorio dal 1986 e offre servizi di assistenza come Centro Diurno, Area Minori, Comunità Alloggio, Appartamento protetto, Centro Socio-Educativo, Area Anziani. Insomma tutto quello che può essere utile alle persone più fragili.

Il “Pro Familia” offre un servizio rivolto in modo particolare alle coppie e alle famiglie in difficoltà e bisognose di accompagnamento.

L’incontro con queste realtà diverse tra loro è stato proficuo e pensiamo che anche queste poche righe possano aiutare a prendere coscienza dell’esistenza di queste comunità sul nostro territorio, che vanno sostenute in diversi modi.

Dal Consiglio Pastorale Diocesano è arrivata poi la proposta di stendere un progetto pastorale missionario, che diventi comune a tutta la diocesi. Anche la nostra Unità Pastorale ha dato il proprio contributo, facendo pervenire al CPZ alcune considerazioni sui diversi aspetti e ambiti dell’evangelizzazione nelle parrocchie. Si è ormai tutti concordi nell’affermare che anche le nostre comunità sono diventate “terre di missione”, nel senso che è necessario aumentare gli sforzi per raggiungere il più possibile tutte le persone, senza accontentarsi di quelli che abitualmente frequentano la chiesa o l’oratorio. Alcuni di questi sforzi sono già in atto, come ad esempio il cammino dell’ICFR, rivolto ai genitori e ai ragazzi del catechismo.

La referente per la nostra UP presso il CPZ




cüntòmela a Borno

Santa Lucia 2013

Anche gli ospiti della Casa Albergo di Borno stanno aspettando S. Lucia. I ricordi tornano alla mente sempre più chiari, mentre racconta alle volontarie dell Caritas Borno e alle associate della Genzianella di Ossimo Inferiore i riti dell’attesa di un tempo: preparare il fieno e l’acqua per l’asinello, un pezzo di pane ed un po’ di latte per la Santa.

s. lucia in casa albergoAl mattino nel piatto si trovavano le nespole, le noci, uva americana, castagne cotte ancora fumanti, un paio di calze di lana grezza e poco altro, ma tanta era l’emozione e l’allegria nel condividere con i fratelli il dono tanto atteso e meritato.

Si ricorda ancora la voce della mamma e dei nonni dire: “Fate i bravi perché Santa Lucia vi sente”.

Ma ecco un campanellino suona, un angelo entra nel salone accompagnato da santa Lucia. Un momento di silenzio quasi irreale, subito rotto da un “Evviva è arrivata Santa Lucia” che già sta salutando ad uno ad uno i nonni presenti donando loro un pacchetto.

Siamo tutti incuriositi e vogliamo sapere cosa c’è nel pacchetto, ma in questo momento si intrecciano tanti “grazie”, “gras_ce tante” e la voce s’incrina, ma subito il sorriso ritorna quando l’angelo accompagnatore e voce parlante di Santa Lucia, dice che il dono è stato da tutti meritato poiché durante l’anno appena trascorso, tutti i nonni sono stati buoni e bravi.

Il pacchetto contiene una tazza per la colazione, un flacone di sapone liquido, dei fazzoletti profumati ed altri prodotti utili, ma non mancano i tradizionali dolcetti di Santa Lucia. I nonni ricordano qualche brano di poesia: “Santa Lucia la vegnarà con la borsa del papà, ecc...”. Una bella festa... tanti ricordi e un arrivederci al 13 dicembre del 2014.

Ciao S. Lucia!




cüntòmela a Borno

CARITAS: volontari in Casa di Riposo

La nostra caritas si dà da fare pur se le risorse economiche sono sempre più scarse, perché siamo convinte che il nostro poco può valere molto; le opere di carità, più grandi della fede e della speranza, nascono dall'amore per gli altri e tendono a far crescere nelle persone e nella comunità il senso cristiano di solidarietà.

È sempre più difficile trovare canali di finanziamento, ma il lavorare insieme, là dove c'è bisogno, dove le persone vivono e affrontano il loro quotidiano, a volte in grande solitudine, ci ha insegnato che generare speranza è il più grande servizio che possiamo portare negli anziani che avviciniamo e che ci chiedono una mano. In cambio riceviamo riconoscenza, stima, affetto.

“Non perdere la speranza” è il monito di papa Francesco. Affidiamoci dunque a questo monito, confidando nella generosità di persone e istituzioni che da sempre ci sostengono, rassicurando che tutte lavoriamo con rispetto e sensibilità per la comunità e per i singoli.

La nostra Caritas intende coinvolgere sempre più persone che abbiano voglia di impegnarsi con il cuore e la coscienza, che capiscano la necessità dell'azione e della collaborazione condivisa, che sappiano maturare e vivere atteggiamenti di responsabilità.

L'impegno di tanti ci consente di fare passi più concreti e rafforzare gli interventi sul territorio.

In occasione di Santa Lucia abbiamo provveduto a fornire agli ospiti dei tazzoni colorati per la merenda e dei prodotti per l'igiene personale, l'acquisto di un lavatesta e un'offerta in danaro per le attività di animazione.

In occasione del Santo Natale abbiamo augurato buone feste agli ultraottantenni sul territorio con un pacco regalo contenente panettone, spumante e caffè.

A tutte le volontarie della Caritas che credono nella condivisione, va il grazie più sentito per l'impegno profuso, per la professionalità, la fede, l'amicizia.

Un grazie sentito a chi, pur in questi momenti di crisi economica, ci permette di realizzare dei “sogni” con i loro contributi.

Una volontaria




cüntòmela a Borno

Pasqua vicino agli anziani

Le nostre campane suonano annunciando la Risurrezione di Cristo: è un annuncio di gioia e di speranza, è un invito all'incontro con Dio per ringraziarlo del Suo amore.

Facciamo in modo che la nostra vita sia ricca di solidarietà, di amicizia, di collaborazione, di accoglienza.

Regaliamo agli ospiti di Casa Albergo momenti di gioia, di pace, di festa; aiutiamoli a salire il loro calvario di sofferenza, di solitudine, di dolore, passando alcune ore accanto a loro.

Sforziamoci di stare loro vicini anche durante la celebrazione della Santa Messa o la recita del Santo Rosario. Le funzioni religiose sono una nostra e loro esigenza per sentirci cristiani e continuare a vivere nel nome del Signore.

Quanta fede traspare dai loro volti durante la celebrazione della Santa Messa! Ascoltano la parola del sacerdote con attenzione e rispetto: è Gesù che parla loro. Hanno tanta fiducia in Dio misericordioso, sentono che li ama e si cura di loro. Anche la malattia e la sofferenza trovano una risposta e aprono uno spiraglio di speranza. La presenza del sacerdote è un aiuto importante e desiderato.

E' stato comprovato che la persona anziana ha un atteggiamento positivo verso la religione e l'aiuta a sopportare la sofferenza e la solitudine; dà speranza e conforto, la solleva dalla depressione. A livello psicologico la preghiera è benefica. Dobbiamo essere disposti a spendere tempo e energie per ascoltare, capire, rispondere. Per superare i momenti di difficoltà che si possono presentare durante le visite al ricovero, pensiamo a Gesù contemplando il suo volto sulla croce.

La sofferenza può essere alleviata se l'anziano non è lasciato solo; la nostra amicizia, la nostra compagnia, il nostro affetto aiutano a rendere più sopportabili i momenti tristi e dolorosi. Davanti alle vetrate della Casa Albergo li vedo ammirare la neve che cade coprendo gli alberi del parco e i tavolini dell'ampio terrazzo: sono immagini belle e preziose.

I visi si distendono e si rischiarano di un caldo sorriso. Fra poco ci sarà il disgelo con giornate primaverili: è Pasqua. Continuare ad amare gli altri è il grande messaggio della Risurrezione.

Noi volontarie auspichiamo sempre una collaborazione serena e responsabile con il personale, cercando, per quanto è umanamente possibile, di evitare conflitti ed inutili contrapposizioni, ma condividendo idee e problemi per il bene degli ospiti.

Non vogliamo invadere il loro campo o sostituirci, ma semplicemente accostarci alle persone, per passare alcune ore in loro compagnia con umiltà e delicatezza.

Vogliamo, nei nostri limiti, prenderci cura di loro, condividerne le gioie e le sofferenze, offrendo una vera e profonda amicizia. Siamo ancora troppo poche. Più siamo, meglio è !!!

Grazie per l'accoglienza cordiale e gratuita da parte degli anziani e del personale.

Buona Pasqua!

Una volontaria

Preghiera del volontario

O Signore,
tu ci hai insegnato che l'amore più grande
è dare la vita per per i nostri amici,
aiutaci a scoprire nel volontariato
l'opportunità di incontrare
non solo la sofferenza umana,
ma di vivere l'amore.
Apri i nostri occhi a riconoscere in ogni povero
il tuo volto e la tua presenza.
Apri le nostre menti a valorizzare
l'unicità di ogni persona,
con la sua storia e cultura.
Apri i nostri orecchi ad accogliere con gentilezza
le voci che chiedono ascolto.
Apri i nostri cuori ad offrire
speranza dove c'è paura,
solidarietà dove c'è solitudine,
conforto dove c'è tristezza.
Aiutaci, o Signore, a testimoniare il vangelo
con un sorriso, una parola, un gesto d'affetto.
Donaci l'umiltà di riconoscere che noi
non siamo la luce,
ma strumenti della Tua luce,
non siamo l'amore,
ma espressioni del Tuo amore. Amen.




cüntòmela a Borno

“Luca prega per me”

L’undici e il dodici febbraio ho avuto la possibilità di vivere un’esperienza straordinaria. Sono stato due giorni a Roma insieme a mamma e addirittura ho avuto l’onore di parlare con Papa Francesco.

Il tutto è stato possibile grazie al GVS Vallecamonica (Gruppo Volontari del Sorriso, di cui magari vi parlerò nel prossimo articolo), che ha organizzato e al prezioso aiuto del nostro Cardinale Giovanni Battista Re.

Andiamo in ordine. Partenza alle ore 4.30 da casa. Sul pulmino di Borno io e mamma, Angelo alla guida, Noemi, Elisa e Marco ed Osvaldo, prima fermata Ossimo Superiore dove è salita Barbara e poi partenza per Brescia senza dimenticarci di Olga e Loretta che ci attendevano a Cividate.

Tra chiacchiere, battute e risate siamo arrivati in stazione a Brescia. Con una pedana manuale (cioè un povero uomo che girava una manovella) hanno fatto salire tutti noi in carrozzina sul treno. Alla fine abbiamo occupato un intero vagone: eravamo circa 70.

Non avevo mai viaggiato con un treno come il “Freccia Argento”, comodo e veloce (a dire il vero, vedere sullo schermo davanti a me che la velocità media era di 250 km all’ora mi inquietava un po’…).

In circa tre ore passate velocissime a forza di cantare, siamo arrivati alla stazione “Termini” e poi un treno locale ci ha portato a pochi metri dal nostro alloggio che si trovava proprio dietro piazza San Pietro.

Dopo il pranzo tutti insieme ci siamo divisi in piccoli gruppi e abbiamo visitato, per quanto possibile in poco tempo, alcuni luoghi caratteristici della città: Piazza San Pietro, Castel Sant’Angelo, i Fori imperiali, Piazza Navona, Fontana di Trevi, Altare della patria e Colosseo. Alle 18.30 poi ci siamo ritrovati per vivere insieme la Santa Messa nel giorno in cui la Chiesa celebra le apparizioni della Madonna a Lourdes.

Dopo cena siamo stati un po’ tutti in compagnia. Bello ritrovare amici con cui avevo condiviso la settimana a Lourdes e che poi avevo perso un po’ di vista.

luca con il papa

Alle 8 della mattina seguente eravamo già tutti in Piazza San Pietro, in attesa delle parole che Papa Francesco ci avrebbe regalato durante l’Udienza generale insieme a migliaia di persone provenienti da ogni parte del mondo.

L’udienza è iniziata alle 10.20, ma il Papa è arrivato in piazza circa quaranta minuti prima per passare a salutare i tanti pellegrini che lo attendevano in festa. Come sempre spesso scendeva di scatto dalla “papa mobile” per avvicinarsi di più alle persone e parlare con loro.

L’argomento dell’udienza è stato: “Come viviamo la Messa?”. Brevemente ecco i tre punti che mi hanno più colpito:
1) “Io che vado a Messa mi preoccupo di aiutare, di avvicinarmi, di pregare per coloro che hanno un problema? Oppure sono un po’ indifferente? O forse mi preoccupo di chiacchierare: Hai visto com’è vestita quella, o come com’è vestito quello?”.
2) “Chi celebra l’Eucaristia non lo fa perché si ritiene o vuole apparire migliore degli altri, ma proprio perché si riconosce sempre bisognoso di essere accolto e rigenerato dalla misericordia di Dio”.
3) “Una celebrazione può risultare anche impeccabile dal punto di vista esteriore, bellissima, ma se non ci conduce all’incontro con Gesù Cristo, rischia di non portare alcun nutrimento al nostro cuore e alla nostra vita”.

Al termine dell’Udienza ecco il momento più emozionante che conserverò sempre nel cuore: Papa Francesco è sceso a piedi a salutare tutti i disabili. Non ci potevo credere!

Mamma mi ha passato una copia del mio libro con dedica che avevo preparato: che privilegio poterglielo donare personalmente! Così Francesco è arrivato anche da me. Mi ha colpito la naturalezza e spontaneità con cui mi ha stretto energicamente la mano chiedendomi il nome, appoggiando l’altra mano sulla mia spalla. Incredibile!

Pensavo di essere agitatissimo, eppure riuscivo a parlare tranquillamente. Quando gli ho dato il libro, il Papa sorridendo mi ha ringraziato, ha letto attentamente il titolo dicendo: “Dev’essere molto interessante!”. Poi volgendo ancora lo sguardo al libro ha concluso: “Luca Dalla Palma… mi ricorderò di te!”

Papa Francesco poi ha stretto la mano a mamma, anche lei molto emozionata. Prima di allontanarsi, il Santo Padre mi ha detto: “Luca, mi raccomando, prega per me”. È una richiesta che ha fatto a tutti, ma che mi ha molto colpito: l’idea di dover essere io a pregare per lui è una cosa davvero grande. Anche il Papa ha bisogno della nostra preghiera. Sono stati pochi istanti, ma veramente preziosi.

Arricchiti anche dalla presenza di mamma: aver potuto condividere con lei un’esperienza così importante ha reso l’incontro con Papa Francesco ancora più significativo.

La sera siamo tornati in valle: due giorni possono sembrare pochi, ma quando li trascorri insieme a un gruppo di persone straordinarie e hai la possibilità di vivere esperienze così grandi, il poco tempo non conta più.

Luca Dalla Palma




cüntòmela a Borno

Pellegrini a Roma

Domenica 24 novembre 2013 si è solennemente concluso l’Anno della Fede. Alla messa conclusiva sul sagrato della Basilica di san Pietro a Roma c’era anche un nutrito gruppo di pellegrini provenienti dalla nostra Unità Pastorale. Ci sembrava bello essere presenti a questa festa della fede, per testimoniare l’universalità della Chiesa e per portare l’attaccamento dei fedeli dell’Altopiano al papa Francesco.

Il pellegrinaggio è iniziato il venerdì precedente; sono stati tre giorni intensi di preghiera, di arricchimento culturale e di esperienza di gruppo. Tutto è cominciato con la santa Messa presso la Basilica di san Paolo Fuori le Mura: raccolti sulla tomba dell’apostolo delle genti, abbiamo professato la nostra fede.

Poi c’è stata l’occasione di visitare la città eterna, nei suoi luoghi più conosciuti (santa Maria Maggiore, piazza Navona…), ma anche in qualche angolo caratteristico poco noto (Trastevere).

Il culmine della tre-giorni è stata la Messa celebrata dal papa Francesco, alla presenza di migliaia e migliaia di fedeli festanti, provenienti da ogni parte del mondo. Significativo ed emozionante è stato il momento in cui nella piazza hanno fatto l’ingresso le reliquie di san Pietro, il principe degli apostoli, ed è stato bellissimo, al momento del Credo, vedere il papa Francesco tenere tra le mani questa reliquie, a significare la continuità della Chiesa, voluta da Cristo ed edificata sulla roccia di Pietro.

Che cosa si può dire dopo aver vissuto questa esperienza? È stata davvero una festa della fede ed è bello credere insieme, in comunione con il papa e tutta la Chiesa.

Un pellegrino




cüntòmela a Borno

Il presepio alla spluga del Monte Arano

presepio m. Arano
anni 2010-2012

presepio m. Arano
anno 2013

Rieccoci. Dopo 4 anni il presepio ha un volto nuovo. Tutto è iniziato nel 2010. Già da tempo, quando passavo alla spluga del Monte Arano sia in estate che in inverno, l’idea era sempre quella: “Questa grotta è il posto ideale per un bel presepio, luogo immerso nella natura dove ci si può rilassare e meditare”.

L’idea è passata al Direttivo C.A.I. che l’ha accolta con entusiasmo. Così con la collaborazione delle scuole, creiamo delle statuine di compensato che i ragazzi colorano.

A settembre 2013 nasce l’idea di cambiare tali statuine in alta quota così da mantenere sempre vivo il rapporto di collaborazione con l’Istituto Comprensivo di Borno.

Grazie alle maestre, alle mamme, ai ragazzi e ai volontari del CAI Borno le statuine ricevono una nuova veste. Un ringraziamento a tutti per l’intervento e la partecipazione numerosa alla messa del 15 dicembre 2013 in questo luogo così particolare e suggestivo.

Iris




cüntòmela a Borno

Paline accoglie Gesù

presepio paline

presepio paline

Gesù nasce in una mangiatoia, si fa povero tra i poveri, ed è accolto da un gruppo di pastori. Questa è l'immagine che ogni anno ci accompagna la notte del 24 dicembre.

Lo scorso Natale la piccola comunità di Panne ha deciso di rivivere la nascita del Signore in maniera particolare. Sono state ricreate, in alcune case, delle stazioni simbolo del viaggio percorso da Maria e Giuseppe per raggiungere Betlemme: dalla casa di Maria con l'Annunciazione dell'Angelo, al censimento, alle locande incontrate lungo il tragitto, sino alla mangiatoia dove Gesù è nato per noi e i pastori hanno offerto i loro doni.

La piccola comunità di Paline ha scelto di ripercorrere insieme a Maria e Giuseppe questo cammino, unendo la tradizione biblica e la tradizione folcloristica locale. Scene di vita contadina e della realtà che caratterizzava Paline anni fa sono state allestite con amore e semplicità, il tutto in un clima denso di emozioni e significati.

Un'idea nata con l'intento di avvicinarsi maggiormente a questo momento e interpretarlo secondo un proprio spirito. Buona volontà, dedizione e il desiderio di condivisione sono stati alla base del nostro lavoro.

presepio palineDurante la processione e, successivamente, alla Messa si è potuta respirare un'atmosfera magica, quella che caratterizza l'attesa per un lieto evento. È stato bello ed emozionante vedere così tanta gente partecipare sia nella fase di preparazione sia alla processione. Questa esperienza ha regalato un qualcosa di profondo a tutti noi che rimarrà nei nostri cuori. Ancora una volta Gesù è nato in mezzo a noi e il suo messaggio di speranza deve esserci di aiuto nel nostro cammino da cristiani.

Un ringraziamento va fatto agli amici di Colere che ci hanno dato consigli utili e non solo per la realizzazione del nostro primo presepio vivente e la speranza è di poter rivivere ancora tale esperienza.

Fabio




cüntòmela a Borno

Giornata per la Vita

Lo scorso 2 febbraio anche la nostra Unità Pastorale ha celebrato in comunione con la Chiesa italiana la tradizionale Giornata per la Vita.
Come avviene da qualche anno, tutte le famiglie dell’UP che hanno avuto la gioia della nascita di un figlio nel corso dell’anno precedente, sono state invitate alla Messa delle 10 nella chiesa parrocchiale di Borno, per pregare e fare festa insieme, ringraziando il Signore per il dono della vita; il dono più grande che abbiamo e che siamo continuamente chiamati ad accogliere, difendere e fare crescere.
Alla conclusione della celebrazione ci siamo ritrovati tutti sul sagrato della parrocchiale per il tradizionale lancio dei palloncini, ai quali erano applicati dei piccoli messaggi a favore della vita.
La fotografie immortala questa domenica di festa, anche se non proprio assolata.

Giornata per la vita




Shrek & Co... e il carnevale può iniziare!

Indossati i costumi, via alla sfilata. Tanta allegria in piazza di Borno!!
Domenica 3 marzo il paese vive un altro gioioso carnevale tra maschere, costumi e musica. Allestito con l’intervento di alcuni ragazzi della Parrocchia S. Giovanni Battista il carro di carnevale sfila per le vie del paese seguito da tutti i partecipanti (fra cui anche la Banda S. Cecilia) travestiti dai personaggi più illustri dei cartoni animati, films, serie tv, fumetti e molto altro...
Il tema principale è quello di Shrek (protagonista dell’ omonimo film) e della sua compagnia costituita da: simpatici orchi verdi, locandiere barbute, muli parlanti e affascinanti draghi che hanno saputo intrattenere il pubblico, esibendosi anche sul palco per la ‘’ gara dei costumi’’ che è stata vinta validamente da un’allegra bambina.
Il thè caldo, le chiacchere, i coriandoli, le stelle filanti variopinte e le melodie della Banda hanno contribuito a mantenere lo spirito carnevalizio durante il pomeriggio trascorso tra scherzi e risate.
La giornata soleggiata ha permesso una grande partecipazione da parte della comunità paesana e non solo, che dovrà riesserci l’anno prossimo per divertirsi nuovamente insieme.

Daniel Virgilio Baisini