Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

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Estate 2014


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S O M M A R I O




La parola del PARROCO

La voce libera delle campane e la pretesa del silenzio

don francescoLa nota informativa sul silenziamento notturno delle campane della nostra parrocchia si presta bene come metafora, per riflettere sulla realtà che viviamo, anche in questa nostra Italia, e con la quale dobbiamo confrontarci tutti i giorni.

La voce della campana era fin dall’inizio il segno della identità, della diversità e della libera espressione delle opinioni. Era il segno della identità, e per noi identità religiosa, perché la campana ha da sempre un uso prevalente nella espressione tradizionale della fede: per noi fede pubblica, fede libera, fede cristiana che aveva posto nella società, richiamando che ogni realtà trova il suo senso ultimo quando è letta nel grande disegno di Dio. Era il segno della diversità, tranquillamente accettata, perché ogni campanile ha il suo specifico concerto, e non scandalizzava nessuno il fatto che l’uno suonasse in modo differente da altri concerti, ed anzi, proprio la diversità accettata e garantita è fonte di orgoglio, ricchezza di proposte e salutare confronto. Era il segno della libera opinione perché il suono delle campane non è imbrigliabile, non è manipolabile, si diffonde nell’etere e se tutti possono giudicare la buona o cattiva qualità del suono, per tutte le campane c’era libertà di esprimersi secondo la propria natura ed intonazione.

Tutto questo accadeva non in un progressista paese islamico, non sotto un regime dittatoriale illuminato, non in una nazione ad ideologia libertaria, ma su un territorio vastissimo ed una cultura millenaria che aveva al centro la fede cristiana, il culto, l’onore e il rispetto degli uomini verso Dio e suo Figlio Cristo Gesù.

Ora la storia sta cambiando. Di Dio è ancora accettata la sua esistenza, ma è diventata una realtà marginale. Così si comincia a dettare l’agenda a Dio e più si riesce a circoscrivere i confini sempre più ristretti della sua azione, più emerge maestosa, libera, realizzata la natura dell’uomo.

Per molti dunque Dio c’è ancora e guai a negarlo perché non si sa mai che serva un domani, ma ci si fa “cristiani maturi”, credenti ma con dei “distinguo” che variano a seconda della convenienza. Oppure per moltissimi altri Dio non c’entra più nulla con l’uomo che è ormai emancipato da queste retrograde credenze da più di due secoli. Perciò tutto quello che ancora ricorda il mistero divino, se dà fastidio, se non è diventato ancora un reperto da museo, allora deve essere gentilmente nascosto e soprattutto non deve disturbare la quiete dell’uomo tutto immerso a cambiare in meglio il mondo.

Nell’uno e nell’altro caso al centro ora non c’è più Dio ma l’IO con i suoi diritti e i suoi desideri, ma attenzione, soltanto questi e null’altro. Così è diventato diritto un figlio a tutti i costi ma quando e come lo voglio io, scegliere il genere che si desidera tra i tanti possibili e non solo tra i miseri due maschile e femminile. È diritto uccidere i bambini prima che nascano ed oggi anche – dicono gli olandesi – anche quelli appena nati perché se non sono autonomi non hanno diritti. È diritto, anzi qui forse “dovere” evitare il disastro economico provocato dai vecchi che invecchiano troppo, dai poveri che impoveriscono più del dovuto, dai malati che si aggrappano alla vita più dei medici che li dovrebbero curare.

E così si inculca nella mente di chi fatica a pensare con la propria testa che è un diritto morire, quando e come si vuole, anche se si hanno 7, 10, 15, 90 anni o si è sotto stress per il lavoro, o si è affranti da un lutto, o si è sotto la cappa cupa della depressione o – caso pietoso – una malattia impedisca una accettabile qualità della vita o di ritrovare la perfetta salute di un tempo. Diritti, solo diritti, diritti a tutti costi, diritti imposti a colpi di sentenze dei giudici che legiferano al posto di chi è eletto per svolgere questo compito.

E chi non la pensa così? Anche queste povere persone pare abbiano salvaguardato il loro diritto: quello di tacere perché parlare, confrontarsi, difendere le proprie idee, mantenere la propria identità, ribadire i propri valori disturba gli altri ed i loro sacrosanti diritti: basta vedere quel che succede riguardo a temi come il gender, l’aborto, l’eutanasia, la vita, la famiglia, l’omofobia ed altri temi sensibili, dove non si può più esprimere la propria voce libera senza essere tacciati di mentalità retrograda perché non è politicamente corretto conservare le opinioni che da millenni ci contraddistinguono.

Eppure non si doveva vivere in un mondo progredito, dove tutti avrebbero avuto il loro spicchio di libertà e di felicità?

Che delusione questo nostro mondo e anche questa nostra Italia dove tutti “pretendono” di vedere realizzato il loro sogno e per farlo mettono a tacere la voce di qualche altro. Io la penso così e non ho pretese. Solo vorrei che da parte di chi mostra tanta apertura alla realizzazione di ogni libero diritto ci fosse rispetto per chi questa libertà l’ha conquistata e garantita nei secoli, suonando ognuno le propria campana.

Don Francesco

* * *

IL SILENZIO DELLE CAMPANE - Da quasi due mesi non si sentono più suonare le campane la notte. “Come mai?” chiede qualcuno. Il motivo è determinato dal dovere di rispettare la legge in merito all’inquinamento acustico, ma anche di non disturbare il sonno di bornesi e soprattutto villeggianti che, a quanto ci dicono gli albergatori, già in passato hanno lasciato indispettiti, per non tornarci mai più, i nostri alberghi. Dio non voglia dunque che il suono delle campane contribuisca ad affossare la già precaria economia turistica bornese




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La beatificazione di Paolo VI

Nell'Angelus del 3 agosto 2008, Papa Benedetto XVI ha affermato che “appare quasi sovrumano il merito di Paolo VI nel presiedere l'Assise conciliare, nel condurla felicemente a termine e nel governare la movimentata fase post-conciliare”.

Ma Paolo VI resterà anche come il Papa che ha amato il mondo moderno e ne ha ammirato la ricchezza culturale e scientifica. Ha apprezzato e amato il mondo di oggi con i suoi progressi, le sue meravigliose scoperte, i vantaggi e le agevolazioni che la scienza e la tecnica offrono, ma anche con i problemi perduranti e sempre irrisolti e con le sue inquietudini e le sue speranze. Al riguardo dirà nelle Note per il testamento: “Non si pensi di giovare al mondo assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo”.

papa paolo VI

La grande ansia di Paolo VI è stata quella di servire l'uomo di oggi, sostenendolo nel cammino sulla terra e indicandogli al tempo stesso la meta eterna, nella quale soltanto può trovare pienezza di significato e di valore lo sforzo che egli quotidianamente esprime quaggiù. Egli guardò al nostro mondo moderno con simpatia. Un giorno ebbe a dire: “Se il mondo si sente straniero al cristianesimo, il cristianesimo non si sente straniero al mondo”. Paolo VI è stato definito il Papa del dialogo, attento a non chiudere mai le porte all'incontro. Diceva: “La Chiesa e il Papa, aprendosi al mondo, vedono tante persone che non credono; da qui lo stile che deve essere attuato: dialogo con tutti, per annunciare a tutti la bontà di Dio e l'amore di Dio per ogni uomo”.

Per Paolo VI il dialogo fu l'espressione dello spirito evangelico che cerca di avvicinarsi a tutti, che cerca di capire tutti e di farsi capire da tutti, così da instaurare uno stile di convivenza umana caratterizzato da apertura reciproca e pieno rispetto nella giustizia, nella solidarietà e nell'amore. Dialogo anche con l'errante, al fine di ottenerne il ravvedimento.

Egli non è stato soltanto un Papa grande e geniale, ma è stato anche un uomo di una spiritualità genuina e profonda, che ben può costituire un esempio a cui ispirarsi.

Mi è caro al riguardo rilevare che, al fondo del pensiero e dell'azione di Paolo VI, c'è una vera spiritualità, fatta di preghiera, di meditazione, di sconfinato amore a Cristo, alla Madonna, alla Chiesa. Egli era una persona apparentemente fragile, fisicamente esile e con continui problemi di salute, ma dotato di una straordinaria intelligenza, di una singolare forza di volontà e di una alta tensione spirituale. Vi era in lui un'inclinazione mistica, che lo portava ad immergersi nel mistero di Dio contemplato e gustato. Essa si manifesta in lui già negli anni dell'adolescenza quando, durante i periodi passati a Chiari, saliva al Monastero dei Benedettini e vi restava a lungo, affascinato dalle liturgie dei monaci. A volte egli era l'unica persona nei banchi della chiesa mentre i monaci benedettini erano in coro a salmodiare.

Fin dai primi anni di sacerdozio, Mons. Montini si rivelò un appassionato educatore che provava un particolare trasporto nel dedicarsi alla formazione e alla maturazione degli studenti e degli universitari. Negli anni in cui, oltre a lavorare in Segreteria di Stato, fu Assistente ecclesiastico della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), egli mirò a formare le coscienze, rendendole capaci di offrire poi una forte testimonianza cristiana, che aiutasse ad avvicinare l'uomo moderno al messaggio di Cristo. Cercava di coinvolgere i giovani nella ricerca della verità, nella fatica del pensare, nell'autonomia di giudizio e nel senso di responsabilità. Si sforzò di formare laici che fossero protagonisti nell'evangelizzazione della società e nell'impegno di apostolato. Lavorò anche a sanare la divaricazione tra fede e cultura e ristabilì un ponte fra la Chiesa e il mondo moderno. Fu questo un impegno che lo accompagnò nell'intera vita.

In un mondo povero di amore e solcato da problemi e violenze di ogni genere, egli lavorò per instaurare una civiltà ispirata dall'amore, in cui la solidarietà e la collaborazione giungessero là dove la giustizia sociale, pur tanto importante, non poteva arrivare. La “civiltà dell'amore” da costruire nei cuori e nelle coscienze è stata per Papa Montini più di un'idea o di un progetto; è stata la guida e lo sforzo di tutta la sua vita. Per questa nuova civiltà Paolo VI si è speso senza misura, pregando ed operando, rinnovando le strutture della Chiesa, andando egli stesso incontro a tutti gli uomini di buona volontà e cercando tutte le occasioni per diffondere ovunque una parola di speranza, di pace e di invito a superare gli egoismi ed i rancori.

Nell'orizzonte della civiltà dell'amore va compreso il suo alto magistero sociale, mediante il quale si fece avvocato dei poveri e denunciò le situazioni di ingiustizia che – è un'espressione sua – “gridano verso il cielo”. Fu molto sensibile al problema della fame nel mondo, al grido di angoscia dei poveri, alle gravi disuguaglianze sociali e alle sperequazioni nell'accesso ai beni della terra.

Il pontificato di Paolo VI fu caratterizzato da alcune iniziative e da taluni gesti che meritano di essere ricordati. Alcuni di essi rimangono nella storia e possono essere collocati nella categoria di “primati”, perché furono compiuti per la prima volta da un Pontefice. È vero che alcuni furono possibili grazie al progresso del nostro tempo, ma ciò non annulla il merito di chi li ha compiuti per primo.

papa paolo VI

Egli fu il primo Papa a volare in aereo e il primo Papa a tornare in Palestina, da dove San Pietro era venuto. Fu un viaggio di alto valore simbolico, che esprimeva il suo mondo interiore, la sua spiritualità e la sua teologia. Compiendolo appena sei mesi dopo l'elezione al pontificato e mentre era in corso il Concilio, egli volle indicare alla Chiesa la strada per ritrovare pienamente se stessa ed orientarsi nella grande transizione in atto nella convivenza umana. La Chiesa, infatti, può essere autentica e compiere la sua missione soltanto se ricalca le orme di Cristo.

Quel viaggio fu il primo di una serie che i suoi Successori hanno reso lunga e feconda. Il Cardinale Martin – che fu Prefetto della Casa Pontificia – affermò di avere un giorno sentito Paolo VI dire: “Vedrete quanti viaggi farà il mio Successore”, perché era convinto che le visite pastorali nel mondo rientravano nei compiti del Papa.

Fu il primo Papa che, con gesto certamente significativo, volle rinunciare alla tiara, togliendosela pubblicamente dal capo il 13 novembre 1964 e donandola ai poveri. Voleva, con questo gesto, far intendere che l'autorità del Papa non va confusa con un potere di tipo politico-umano.

Poche settimane dopo avrebbe intrapreso il viaggio apostolico in India, che tanto influenzò il suo magistero sociale. La rinuncia alla tiara acquistava il valore di un gesto programmatico di umiltà e di condivisione, simbolo di una Chiesa che mette i poveri al centro della sua attenzione e li accosta con rispetto ed amore, vedendo in loro il Cristo. Come sapete, la tiara fu poi venduta ad un museo degli Stati Uniti e il ricavato fu portato in India e donato per i poveri.

Fu il primo Papa a recarsi all'ONU, dove si presentò come un pellegrino che da 2000 anni aveva un messaggio da consegnare a tutti i popoli, il Vangelo dell'amore e della pace, e finalmente poteva incontrare i rappresentanti di tutte le Nazioni e consegnare loro questo messaggio.

Paolo VI è anche il Papa che ha abolito la corte pontificia e che ha voluto che il Vaticano e la Curia Romana avessero uno stile di vita più semplice e una impostazione più pastorale e più internazionale.

L'intera vita di Paolo VI fu a servizio della Chiesa e, con instancabile sollecitudine, egli si impegnò affinché la Chiesa fosse più che mai al servizio dell'intera umanità.

La Madonna, che Paolo VI proclamò Madre della Chiesa, al fine di equilibrare la sobrietà del Concilio nei confronti della Beata Vergine Maria, e della quale egli fu tanto devoto, interceda affinché la luce degli insegnamenti e della personale testimonianza di Paolo VI continui ad illuminare il cammino della Chiesa e della società. Ci aiuti a ritrovare lo slancio dell'impegno per la costruzione della civiltà dell'amore in questa “stupenda e drammatica scena temporale”

Card. Giovanni Battista Re




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Rapporti con Borno del futuro Papa Paolo VI

“Borno è lucido di ogni colore”, così scriveva durante le sue vacanze a Borno il 21enne Giovanni Battista Montini in una lettera a Padre Paolo Caresana.

Anche da Pontefice Papa Paolo VI conservò sempre un caro ricordo dei periodi di vacanze estive trascorsi, insieme con i familiari, a Borno, durante gli anni della sua fanciullezza e giovinezza. Sembra che i Montini avessero scelto Boato su indicazione di don Defendente Salvetti, al quale l'avvocato Giorgio era legato da salda amicizia avendolo avuto come stretto collaboratore per ben 26 anni nella redazione del giornale “Il Cittadino di Brescia”.

papa paolo VI

Don Salvetti, nato a Pian di Borno, amava soggiornare a Borno durante l'estate. La famiglia Montini di solito prendeva in affitto un piano della casa di Martino Bertelli, in via Sottopiazza. Ai primi di agosto del 1963, alla vigilia della mia partenza come segretario della Nunziatura Apostolica in Panama, fui presentato dall'allora Sostituto della Segreteria di Stato, Mons. Angelo Dell'Acqua, a Paolo VI, eletto Papa da poco più di un mese. Egli mi disse che molti erano i suoi ricordi di Borno, e che conservava negli occhi la vista dei monti sovrastanti: il San Fermo, il Moren e il monte Arano. Mi confidò, inoltre, che gli era rimasta impressa nella memoria la chiesa parrocchiale che domina sul paese. Ed aggiungeva che a Borno aveva imparato a “fare le aste”, come allora si usava, in preparazione alla prima elementare.

Ricordava, inoltre, i commenti fatti a Borno, con amici di famiglia, durante gli anni della grande guerra del 1915-18 quando da dietro la chiesa parrocchiale era possibile sentire il rombo del cannone portato dagli alpini sull'Adamello.

L'istituto Paolo VI di Brescia conserva nei suoi archivi otto lettere che il giovane Giovanni Battista Montini scrisse da Borno. Tre sono dirette al Padre Caresana (due dell'agosto 1918 e un'altra del 24 agosto 1919); una alla nonna Francesca (26 agosto 1918); e quattro al fratello Ludovico, che si trovava sotto le armi (7, 18, 23 agosto e 1 settembre 1918).

papa paolo VIGiovanni Battista Montini (fotografia del 1919)

Scegliendo tra le pagine di questa interessante corrispondenza, mi piace riportarne una, tratta dalla lettera pubblicata sul Notiziario n. 34 dell'Istituto Paolo VI a p. 16, che egli, quando era chierico di 2^ teologia, indirizzò al suo direttore spirituale, P. Caresana, il 24 agosto 1918.

Scrive il giovane seminarista che, mentre stava pregando nella chiesa di Borno, vide il parroco con vesti liturgiche, preceduto da alcuni chierichetti, che andava a portare solennemente il viatico ad un moribondo. Dopo un istante di esitazione se rimanere a pregare od alzarsi per accodarsi alla piccola processione, il giovane Montini rimase al suo posto. Subito dopo, però, pensò di non essere stato sufficientemente generoso, perché non aveva seguito “Gesù portato ad un infermo” e si rammaricava di questa sua decisione, anche se nata in lui dalla convinzione di non essere tenuto ad unirsi a quella processione.

L'episodio manifesta quanto delicati fossero il suo animo e la sua coscienza. Lo scritto termina con una frase dell'Imitazione dì Cristo, che aveva letto quella mattina: “le occasioni non fanno fragile l'uomo, ma mostrano quale egli è”.

In un'altra breve lettera del 26 agosto 1918, diretta alla nonna Francesca, dopo alcune parole di saluto, Giovanni Battista Montinii descrive in stile telegrafico il clima di famiglia, durante quel periodo di vacanze, con tre parole: “aria fresca, buon umore, appetito”.

L'ultimo passaggio a Borno di Giovanni Battista Montini è del 1920, alcune settimane dopo la sua ordinazione sacerdotale. Un passaggio breve perché quell'anno trascorse le vacanze in Val di Non. Negli anni seguenti la famiglia Montini scelse di fare le vacanze estive a Ponte di Legno. Nel novembre 1920 il sacerdote Montini fu inviato dal Vescovo di Brescia, Mons. Gaggia, a Roma per completare gli studi presso il Seminario Lombardo, dal quale passò poi alla Pontificia Accademia degli Ecclesiastici.

Paolo VI, nel parlarmi di Borno, chiese fra l'altro se c'erano ancora i “sentér de pirla” che da Pian di Borno conducevano su verso l'Annunziata e, di là, a Borno. Aggiunse che normalmente, arrivato in treno da Brescia a Pian di Borno, dopo una sosta in casa di don Salvetti, saliva a piedi i “sentér de pirla” e, proseguendo per la via delle viti, raggiungeva l'Annunziata e quindi Borno.

I soggiorni estivi a Borno con familiari e amici erano, pertanto, fra i ricordi della sua infanzia e giovinezza, momenti che Paolo VI conservava nella memoria con tanti particolari.

Card. Giovan Battista Re




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GAUDETE IN DOMINO

“Rallegratevi nel Signore, perché egli è vicino a quanti lo invocano con cuore sincero.” (Cfr. Fil 4,4-5 Sal 145,18)

Gaudete in domino è una esortazione apostolica di Paolo VI, del 19 maggio 1975.

Scrive nell’introduzione: “È come una specie di inno alla gioia divina, che noi vorremmo intonare per suscitare un’eco nel mondo intero e anzitutto nella Chiesa”.

Dio costituisce l’uomo dentro la creazione che “è cosa buona” disponendolo a percepire tale bontà e quindi all’incontro con la gioia che da essa ne scaturisce. In effetti la tensione dell’uomo a voler conoscere e comprendere il mondo, non è forse perché in tal modo egli si completa ed è felice?

Esistono evidentemente diversi gradi di felicità, e in questa scala l’espressione più nobile secondo il papa è senza dubbio la gioia, cioè “quel sentimento che prova l’essere umano quando trova soddisfazione nel possesso (nel senso di cognizione) di un bene conosciuto ed amato.” Ciò si traduce nella comunione con la natura, ad esempio, con gli amici, con la famiglia, con la propria vocazione sia essa religiosa o laica e, per estensione, la comunione con il prossimo che è poi la comunione con Dio.

In questo quadro esiste però un paradosso: è intuitivo, ancorché sperimentato da ciascuno di noi, che accanto a questo tipo di gioia vi è la consapevolezza che non esiste la felicità perfetta. Oggi questo paradosso lo si avverte in modo estremamente chiaro e, ahinoi, carico della sua angoscia (ne abbiamo parlato anche nello scorso numero): sono numerose le opportunità e le possibilità di procurare piacere, ma esse non procurano contestualmente la gioia.

Forse, teorizza il papa, il progresso dell’uomo è troppo veloce perché l’uomo stesso riesca a goderne i benefici in termini di felicità; crescono progresso e benessere e proporzionalmente crescono solitudine e sete d’amore.

Sembra allora che l’uomo non sia più in grado di godere della gioia che il creatore ha messo sul suo cammino sin dall’inizio: la gioia del creato, del silenzio, del lavoro accurato e del dovere compiuto, la gioia della vita che nasce, di un sorriso ricevuto, ma anche quella di un sorriso dato… L’uomo sembra sempre più lontano da tutto ciò, ha disimparato a gioire di queste azioni declinate ormai a certezze che si credono e si danno per scontate. Per contro non sono, però, scontati la sicurezza della dignità dell’uomo e il suo destino. In effetti disacralizzando il suo legame con Dio, l’uomo ha perso il senso della vita.

Per ciò il papa sprona a preparare una terra più abitabile, più fraterna, più accogliente e più equa per ristabilire in tal modo quel rapporto con Dio che resta, al netto di tutte le possibili elucubrazioni, l’unico modo di godere della gioia vera.

Con questa esortazione Paolo VI invita tutti a tornare alle sorgenti della gioia riannodando quel filo con Dio-Amore. La gioia dei cristiani nasce, infatti, dall’amore atavico fra Dio e suo Figlio; per questo Gesù gioisce delle situazioni umane di cui è a volte testimone e a volte fautore: pensiamo alla conversione di Zaccheo, ai bambini che lo avvicinano, al figlio prodigo che torna al padre, per citarne alcuni. Tramite questi eventi gioiosi Egli dà testimonianza dell’amore fra Lui e il Padre, fra lui e gli uomini e quindi fra il Padre e i genere umano. L’apoteosi di tale amore si concretizza nella morte e resurrezione di Cristo.

Già, morte e resurrezione: il paradosso della condizione cristiana! “Né la prova, né la sofferenza sono eliminate da questo mondo, ma esse acquistano un significato nuovo nella certezza di partecipare alla redenzione operata dal Signore, e di condividere la sua gloria”.

Per questo il cristiano, sottoposto alle difficoltà dell’esistenza comune, non è tuttavia ridotto a cercare la strada a tastoni, né a vedere nella morte la fine delle proprie speranze. Come annunciava il profeta: “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia”.

Anche papa Francesco si fa portavoce della gioia cristiana, lo ripete spesso e ne è contagioso testimone.

E allora questa esortazione apostolica, “rinfrescata” dalla testimonianza dell’attuale papa, ci invita di nuovo e per sempre a provare, pur nelle difficoltà, ad essere cristiani gioiosi e soprattutto esportatori di questa gioia grande!

Emilia Pennacchio




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L’Assunta: segno di consolazione e di sicura speranza

Il 15 di agosto, al culmine del tempo estivo, la Chiesa universale celebra la solennità dell’Assunzione al cielo della beata vergine Maria. Di tutti i dogmi della fede cristiana, quello dell’Assunta è il più giovane. Era infatti il primo novembre del 1950 quando il papa Pio XII proclamava solennemente: “L'immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo” (Costituzione apostolica Munificentissimus Deus).

Le prime testimonianze riguardo l’Assunzione di Maria risalgono al IV – V secolo. Narra il Transito della Beata Maria Vergine, attribuito a Giuseppe d’Arimatea, che la Madonna aveva chiesto al Figlio di avvertirla della morte tre giorni prima. La promessa fu mantenuta: il secondo anno dopo l'Ascensione Maria stava pregando quando le apparve l'angelo del Signore. Teneva un ramo di palma e le disse: “Fra tre giorni sarà la tua assunzione” La Madonna convocò al capezzale Giuseppe d'Arimatea e altri discepoli del Signore e annunciò loro la sua morte.

Statua Assunta LavenoStatua dell'Assunta chiesa di Laveno

“Venuta la domenica, all'ora terza, come lo Spirito Santo discese sopra gli apostoli in una nube, discese pure Cristo con una moltitudine di angeli e accolse l'anima della sua diletta madre. E fu tanto lo splendore di luce e il soave profumo mentre gli angeli cantavano il Cantico dei Cantici al punto in cui il Signore dice: "Come un giglio tra le spine, tale è la mia amata fra le fanciulle" - che tutti quelli che erano là presenti caddero sulle loro facce come caddero gli apostoli quando Cristo si trasfigurò alla loro presenza sul monte Tabor, e per un'intera ora e mezza nessuno fu in grado di rialzarsi. Poi la luce si allontanò e insieme con essa fu assunta in cielo l'anima della Beata Vergine Maria in un coro di salmi, inni e cantici dei cantici. E mentre la nube si elevava, tutta la terra tremò e in un solo istante tutti i Gerosolimitani videro chiaramente la morte della santa Maria.” In quel momento Satana istigò gli abitanti di Gerusalemme che presero le armi e si diressero contro gli apostoli per ucciderli e impadronirsi del corpo della Vergine che volevano bruciare. Ma una cecità improvvisa impedì loro di attuare il proposito e finirono per sbattere contro le pareti. Gli apostoli fuggirono con il corpo della Madonna trasportandolo fino alla valle di Giosafat dove lo deposero in un sepolcro: in quell'istante li avvolse una luce dal cielo e, mentre cadevano a terra, il santo corpo fu assunto in cielo dagli angeli.

Che cosa dice a noi, ancora pellegrini sulla terra, questa festa mariana? Ci lasciamo guidare dalle parole della liturgia, che nel prefazione della Messa dell’Assunta così recita: “In lei, primizia e immagine della Chiesa, hai rivelato il compimento del mistero di salvezza e hai fatto risplendere per il tuo popolo, pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza”. Questa festa parla del nostro futuro, ci dice che anche noi saremo accanto a Gesù nella gloria di Dio e ci invita ad avere coraggio, per credere che la risurrezione di Cristo può operare anche in noi e renderci uomini e donne che ogni giorno cercano di vivere da risorti, portando nell’oscurità del male che c’è nel mondo, la luce del bene.

Nel mistero dell’Assunta la Chiesa celebra il compimento del mistero pasquale. Essendo Maria la «piena di grazia», senza nessuna ombra di peccato, il Padre l’ha voluta associare alla risurrezione di Gesù. Maria, nell’Assunzione, è la creatura che ha raggiunto la pienezza della salvezza, fino alla trasfigurazione dei corpo. E’ la donna vestita di sole e coronata di dodici stelle. E’ la madre che ci aspetta e ci sollecita a camminare verso il regno di Dio. La Madre del Signore è l’immagine della Chiesa: luminosa garanzia che il suo destino di salvezza è assicurato perché come in lei, così in tutti noi lo Spirito del Risorto attuerà pienamente la sua missione; ella è già quello che noi saremo.

In Italia sono numerosi i festeggiamenti in onore della Madonna Assunta. Il più famoso è senza dubbio il Palio di Siena, che si corre in suo onore il 16 agosto. Possiamo ricordare anche la processione della “Vara” a Messina (fercolo di dimensioni enormi, oltre 13 m d'altezza), trascinato per le principali vie della città da oltre 1500 fedeli scalzi e vestiti di bianco. Anche nella nostra Unità Pastorale va ricordata la presenza presso la chiesa di Laveno di una grande statua di Maria Assunta, che proprio il giorno della festa viene portata in processione.

Don Simone




Cüntòmela PER RIFLETTERE

Sinodo sulla famiglia e divorziati

Per chi legge i grandi giornaloni italiani nelle pagine che riguardano la vita della Chiesa si notano articoli che trattano argomenti umanamente delicati, tra i quali alcuni che trattano della futura legge sulla omofobia, del tema insidioso della identità di genere (che molta gente non sa bene cosa sia), della famiglia e delle innumerevoli varianti che sembrano crearsi a seconda dei desideri che emergono nella persona, rispetto ai doveri verso sé e verso gli altri che comporta lo stare con responsabilità nel mondo.

Tra questi temi c’è appunto quello riguardante la famiglia, e nella Chiesa, il rapporto che si deve tenere con i conviventi, i divorziati, e soprattutto i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. È un argomento molto vasto e diversificato, ma sembra che l’attenzione sia solo sulla comunione ai divorziati risposati, che in realtà sono una minima parte rispetto al grande numero dei fedeli...

Giornali

Ad ottobre ci sarà un Sinodo straordinario sulla famiglia, ma questi giornaloni, interpretando a proprio vantaggio anche le parole del Papa, alimentano una attesa ingiustificata solo sul cambiamento della dottrina in materia matrimoniale, e soprattutto su divorziati risposati, quasi come se ci si debba aspettare un cambiamenti radicale di linea che introduca le novità auspicate dalla mentalità laica di oggi.

In merito il Card. Collins di Toronto affermava poco tempo fa: «Questo genere di aspettativa si basa sull’idea che la dottrina cristiana sia come la politica di un governo: quando cambiano le circostanze, o quando cambia l’opinione della maggioranza, allora anche la politica cambia». Ma non è mai stato così nella Chiesa perché altri sono i suoi fondamenti. «La dottrina cristiana è fondata sulla legge naturale che è inscritta da Dio nella nostra natura, e soprattutto sulla parola rivelata da Dio. Per questo la norma che discende dalla legge di Dio non è modificabile a nostra discrezione». Richiesto poi di chiarire l’insegnamento della Chiesa in materia di divorziati risposati, il cardinale Collins spiega che «I cattolici divorziati e risposati non possono ricevere la santa comunione dal momento che (quali che siano la loro disposizione personale o le ragioni della loro situazione, conosciute forse solo da Dio) essi persistono in una condotta di vita che è oggettivamente in contrasto con il chiaro comando di Gesù.

Questo è il punto. Il punto non è che essi hanno commesso un peccato, perché tutti siamo peccatori e la misericordia di Dio è abbondantemente assicurata a coloro che, anche con gravissimi peccati, si pentono e cambiano vita. L’omicidio, l’adulterio e altri peccati, non importa quanto gravi, sono infatti perdonati da Gesù, specialmente attraverso il sacramento della riconciliazione, e il peccatore perdonato, che cambia dunque la vita rispetto a prima, riceve la comunione. In materia di divorzio e di secondo matrimonio il problema sta nella consapevole decisione, per le ragioni più diverse, di rimanere in una situazione di lontananza dal comando di Gesù, di non volere o potere cambiare l’indirizzo della propria vita. Questa situazione è oggettivamente diversa da quella di chi vuole e può cambiare il suo modo di vivere».

Il cardinale Collins nel suo ragionamento fa dunque un confronto tra la situazione dei divorziati risposati e quella di chi si macchia di peccati gravi quali per esempio l’omicidio, ma non opera nessuna equiparazione. Spiega invece perché uno può accedere alla comunione dopo essere stato perdonato anche di un peccato gravissimo e l’altro no. È certo che nella Chiesa sia necessaria una attenzione ancora più forte ai bisogni e alle sofferenze di chi vive situazioni familiari irregolari, e vadano trovate nuove forme di inclusione di coloro che si sono sentiti posti ai margini, ma la cura pastorale non può essere a scapito della verità.

Io non ce l’ho con coloro che vivono già con sofferenza queste situazioni famigliari, ma con quei giornalisti, perlopiù laicisti e nemmeno credenti, che sanno tutto di fede e di Chiesa e con il loro nuovo vangelo introducono il veleno dell’inganno e della illusione proprio nelle persone già ferite dal fallimento dei loro desideri di amore e famiglia e inducono a pensare che a breve sarà aggiornata la dottrina cristiana e modificato il linguaggio. La gente oggi non capisce più o comunque la maggioranza non segue più l’insegnamento evangelico sul matrimonio e la famiglia, dunque bisogna cambiare dicono questi nuovi teologi della carta stampata.

Al riguardo il cardinale Collins ricorda che «quando Gesù predicava in Galilea, il divorzio ed il secondo matrimonio esistevano già ed erano accettati da quella società. La legge di Mosè lo permetteva, ma non per questo Gesù ha taciuto la verità riguardo all’amore e al matrimonio, anzi proprio per questo il suo insegnamento su divorzio e secondo matrimonio da lui non sono ammessi, fu rivoluzionario rispetto alla mentalità di quel tempo. Quel suo parlare libero e limpido non era il segno della durezza di Dio verso gli uomini, ma un atto di misericordia ed l’indicazione chiara mediante al quale egli affermava la propria divinità, perché solo Dio ha il potere di cambiare la legge di Mosè».

Ecco dunque che emerge anche per il nostro tempo il vero nocciolo della questione e cioè se la Chiesa debba aiutare anche oggi l’uomo, nonostante i suoi fallimenti, ad elevarsi a Dio, sostenendolo nella difficoltà del cammino o se invece la Chiesa debba adeguarsi al mondo e ridurre il disegno di Dio alla misura dell’uomo, illudendolo di poter accedere ad una felicità più facile e rassegnandolo alla sua mediocrità. Vedremo cosa dirà il Sinodo nei prossimi mesi.

Don Francesco




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Un Santo al giorno: SAN MASSIMILIANO MARIA KOLBE

Prosegue la nostra rubrica sulla vita dei Santi. In questo numero riportiamo la biografia di Padre Massimiliano Maria Kolbe, vittima del campo di concentramento durante il secondo conflitto mondiale, di cui San Giovanni Paolo II ha detto che con il suo martirio ha riportato “la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo”. Principale fonte delle informazioni è il sito ufficiale della Santa Sede.

Massimiliano Maria Kolbe nacque nella Polonia centrale, l'8 gennaio 1894, e fu battezzato col nome di Raimondo. Già nell’infanzia avvertì un misterioso invito della B. Vergine Maria ad amare generosamente Gesù e sentì i primi segni della vocazione religiosa e sacerdotale. Nel 1907 venne accolto nel Seminario dei Frati Minori Conventuali di Leopoli, dove comprese che per corrispondere alla vocazione divina doveva consacrarsi a Dio nell'Ordine francescano. Assunse il nome di fra Massimiliano. Fu trasferito a Roma, dove continuò ad assimilare quelle virtù religiose che già lo rivelavano un degno ed esemplare figlio di S. Francesco, e un futuro autentico sacerdote di Cristo. Emise la professione solenne il 1° novembre 1914 col nome di Massimiliano Maria. Laureato in filosofia e teologia, fu ordinato sacerdote il 28 aprile 1918.

Massimiliano Kolbe

Mosso da forti sentimenti di fede e propositi di zelo, sintetizzati nel motto " Rinnovare ogni cosa in Cristo attraverso l'Immacolata ", istituisce la "Milizia di Maria Immacolata" (M.I.), nel 1917.

Nel 1919 P. Massimiliano è di nuovo in Polonia dove, nonostante le difficoltà di una grave malattia, si dedica con ardore all'esercizio del ministero sacerdotale e alla organizzazione della M.I. con il reclutamento dei primi “militi dell'Immacolata”. Pubblica anche la rivista "Il Cavaliere dell'Immacolata, allo scopo di "portare l'Immacolata nelle case, affinché le anime avvicinandosi a Maria ricevano la grazia della conversione e della santità ".

È una esperienza di vita spirituale e apostolica che dura cinque anni e prepara la programmazione di un'altra impresa: la costruzione, nei pressi di Varsavia, di un Convento-città, "NIEPOKALANÓW" (Città dell'Immacolata). Fin dagli inizi Niepokalanów assunse la fisionomia di una autentica "Fraternità francescana" per l'importanza primaria data alla preghiera, per la testimonianza di vita evangelica e la alacrità del lavoro apostolico. Ben presto diventa perciò un importante e fecondo centro vocazionale che accoglie i sempre più numerosi aspiranti alla vita francescana nei suoi seminari, e un centro editoriale che pubblica in aumentata tiratura "Il Cavaliere ", altre riviste per giovani e ragazzi e altre opere di divulgazione e formazione cristiana.

Nel 1930 P. Kolbe, missionario di Cristo e di Maria, partì per l'Estremo Oriente, e a Nagasaki, accolto benevolmente dal Vescovo, dopo appena un mese era in grado di pubblicare in lingua giapponese "Il Cavaliere dell'Immacolata". Fu poi costruito sulle pendici del monte Hicosan alla periferia di Nagasaki un nuovo Convento-città, in cui P. Kolbe organizzò e formò la nuova comunità francescana missionaria. sul tipo di quella di Niepokalanów. Si moltiplicavano conversioni e battesimi, e tra i giovani battezzati maturavano vocazioni religiose e sacerdotali, P. Kolbe, autentico apostolo di Maria, avrebbe voluto fondare altre " Città dell'Immacolata " in varie altre parti del mondo; ma nel 1936 dovette ritornare in Polonia per riprendere la guida di Niepokalanów che, negli anni 1936-39 Niepokalanów raggiunse il massimo sviluppo della sua attività vocazionale ed editoriale.

Nel settembre del 1939 ha inizio la tragica serie delle prove di sangue che il P. Kolbe aveva in certo modo intravisto. Una folle ideologia antiumana e anticristiana spinge forze brutali a invadere la Polonia e perpetrare stragi e oppressioni inaudite; e la persecuzione si abbatte anche su Niepokalanów dove è rimasto solo un ridotto numero di frati. P. Massimiliano affronta la situazione con eroica fermezza e carità. Egli accoglie nel convento profughi, feriti, deboli, affamati, scoraggiati, cristiani ed ebrei, ai quali offre ogni conforto spirituale e materiale. Il 19 di settembre la Polizia nazista procede alla deportazione del piccolo gruppo dei frati di Niepokalanów presso il campo di concentramento di Amtitz in Germania, dove il P. Massimiliano animò i fratelli a trasformare la prigione in una missione di testimonianza. Poterono tutti rientrare liberi a Niepokalanów nel mese di dicembre, e riprendere un certo ritmo di attività nonostante le devastazioni subite dai vari reparti.

Niepokalanów rappresenta ed esercita in Polonia una forte potenza spirituale cristiana contro ogni forma di ingiustizia e di errore; lo stesso P. Kolbe dichiara: "Siamo pronti a dare la vita per i nostri ideali ". La Gestapo però ricorrerà all'inganno per incriminare P. Massimiliano.

Arrestato il 17 febbraio 1941 P. Massimiliano fu rinchiuso nel carcere di Pawiak dove subì le prime torture dalle guardie naziste; e il 28 maggio fu trasferito al campo di concentramento di Auschwitz, tristemente famoso. La presenza del P. Kolbe nei vari blocchi del campo della morte fu quella del sacerdote cattolico testimone della fede, pronto a dare la vita per gli altri, quella del religioso francescano testimone evangelico di carità e messaggero di pace e di bene per i fratelli, quella del cavaliere di Maria Immacolata che all'amore della Madre divina affida tutti gli uomini. Coinvolto nelle stesse sofferenze inflitte a tante vittime innocenti, egli prega e fa pregare, sopporta e perdona, illumina e fortifica nella fede, assolve peccatori e infonde speranza. Un testimone disse: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”.

Era pronto al dono supremo cui aveva aspirato fin dagli anni giovanili; lo compì con estremo slancio di amore quando liberamente si offrì a prendere il posto di un fratello prigioniero condannato insieme ad altri nove, per ingiusta rappresaglia, a morire di fame. Nel bunker della morte il P. Massimiliano fece risuonare con la preghiera il canto della vita redenta che non muore, il canto dell'amore che è l'unica forza creatrice, il canto della vittoria promessa alla fede in Cristo.

Il 14 agosto 1941, vigilia della festa della Assunzione di Maria SS., la ferocia inumana e anticristiana stroncò la sua esistenza terrena con una iniezione di acido fenico..

La fama della vita santa e dell'eroica morte del P. Massimiliano Maria Kolbe si diffuse nel mondo, ovunque ammirata ed esaltata: il Santo Padre Paolo VI lo proclamava Beato il 17 ottobre 1971.

Il 10 ottobre 1982 il Santo Padre Giovanni Paolo II lo proclama Santo e Martire.

A cura di Valerio Arici


VERGINE TUTTA SANTA

Vergine immacolata,
scelta tra tutte le donne
per donare al mondo il Salvatore,
serva fedele del mistero della Redenzione,
fa’ che sappiamo rispondere alla chiamata di Gesù
e seguirlo sul cammino della vita
che conduce al Padre.

Vergine tutta santa, strappaci dal peccato
trasforma i nostri cuori.
Regina degli apostoli, rendici apostoli!

Fa’ che nelle tue sante mani
noi possiamo divenire strumenti docili
e attenti per la purificazione
e santificazione del nostro mondo peccatore.

Condividi con noi la preoccupazione
che grava sul tuo cuore di Madre,
e la tua viva speranza
che nessun uomo vada perduto.

Possa, o Madre di Dio,
tenerezza dello Spirito Santo,
la creazione intera celebrare con te
a lode della misericordia e dell’amore infinito.

San Massimiliano Kolbe




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Luoghi e segni della liturgia: L’AMBONE

L’ambone è un luogo elevato, all’interno dell’edificio ecclesiale, dove i lettori e i diaconi leggono i testi biblici e la preghiera dei fedeli, il diacono proclama l’Exultet; il salmista alterna con il popolo il salmo responsoriale; da esso, infine, vengono notificate le feste mobili nella solennità dell’Epifania e comunicati importanti avvenimenti (sull’ambone di santa Sofia a Costantinopoli venivano incoronati gli imperatori).

Ambone duomo ravallo
Ambone del duomo di Ravello (SA)

Dopo l’altare questo è il luogo più importante della celebrazione eucaristica, perché attraverso di esso avviene il nostro incontro con la Parola di Dio; o meglio ancora, ci nutriamo della Parola di Dio.

L’utilizzo dell’ambone nelle celebrazioni liturgiche non è un’invenzione dei cristiani, già gli ebrei nel culto sinagogale prevedevano una tribuna deputata alla lettura della Parola di Dio. Così parla il libro del profeta Neemia: “Allora tutto il popolo si radunò come un solo uomo sulla piazza davanti alla porta delle Acque e disse allo scriba Esdra di portare il libro della legge di Mosè, che il Signore aveva dato a Israele.  Il primo giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all'assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere.  Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d'intendere; tutto il popolo tendeva l'orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l'occorrenza” (8,1-4).

Tre sono le etimologie fondamentali dalle quali si pensa derivi il termine ambone e ognuna di queste sottolinea un significato particolare di questo luogo liturgico:
1. Anabaino: perché si sale.
2. Ambio: perchè cinge chi vi entra.
3. Ambo: perché ha la scala da due lati.

Caratteristica fondamentale dell’ambone è quella di essere monumento. I Vangeli chiamano proprio così il sepolcro pasquale: “Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome, comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro (monumentum – μνημειον) al levar del sole” (Mc 16,1-2).

L’ambone simboleggia il sepolcro vuoto del mattino di Pasqua, luogo dell’annuncio fondante della fede. Per i cristiani, la proclamazione liturgica delle scritture, sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento, è sempre annuncio pasquale.

Nello spazio liturgico l’ambone è stato sempre collocato nell’aula della chiesa, prima al centro, poi a lato, ma mai nel presbiterio, perché prima si ascolta il Verbo entrato nel mondo con l’Incarnazione e poi lo si offre al Padre nel sacrificio eucaristico.

Due sono le caratteristiche importanti dell’ambone:

- Monumento elevato: la Parola di Dio viene proclamata dall’alto, perché discende dai cieli come rivelazione divina. Il papa Innocenzo III annota: «Il diacono sale sull’ambone a proclamare l’evangelo secondo la parola del profeta Isaia 40, 9: “Sali sopra il monte eccelso tu che evangelizzi Sion”; e come dice il Signore: ”Quel che vi dico al buio ditelo alla luce, quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti”» (Mc 10,27).

- Monumento unico: Anche quando l’ambone è dotato di una seconda loggia o si hanno aggiunte di leggii, essi sono parte integrante di un’unica complessità monumentale.

Siccome dall’ambone avviene l’annuncio della salvezza, attraverso la Parola di Dio, è bene che rimanga un luogo deputato esclusivamente a questo.

Don Simone




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Una storia per l’anima: IL DIPINTO

Un uomo benestante e suo figlio, amavano collezionare rare opere d'arte, possedevano di tutto nella loro collezione, da Picasso a Raffaello. Spesso si sedevano insieme ad ammirare le grandi opere possedute, finché arrivò la guerra del Vietnam ed il figlio dovette partire.

Fu un soldato molto coraggioso e morì in battaglia mentre salvava uno dei suoi compagni. Il padre fu informato della sua morte, ed una profonda tristezza lo colse, poiché era il suo unico figlio. Circa un mese più tardi, qualcuno bussò alla porta... un giovane uomo era in piedi all'entrata con un grande pacco tra le mani.

Disse: "Signore, voi non mi conoscete, ma io sono il soldato per cui vostro figlio ha dato la vita; quel giorno ne salvò molti altri e fu mentre mi portava al sicuro che una pallottola lo colpì e morì. Spesso mi parlava di voi, e del vostro comune amore per l'arte." Il giovane uomo mostrò il pacco: "So che non è molto, non sono un grande artista, ma penso che vostro figlio avrebbe voluto averlo".

storia dipinto

Il padre aprì il pacco: era il ritratto di suo figlio, fatto dal ragazzo. In particolare l'uomo fu colpito dal modo in cui il ragazzo era riuscito a catturare la personalità di suo figlio nel dipinto. Il padre fu attirato dagli occhi, tanto che i suoi si riempirono di lacrime.

Ringraziò il giovane e si offerse di pagare il quadro. "Oh, no signore, non potrò mai ripagare quello che vostro figlio ha fatto per me. Questo è un dono.". L'anziano signore abbracciò il ritratto.

Ogni volta che i visitatori venivano a casa sua egli li portava a vedere il quadro di suo figlio, prima di mostrare loro qualsiasi altra opera d'arte della sua collezione. L'uomo morì pochi mesi più tardi. Ci fu una grande asta per i suoi dipinti. Molte persone influenti vennero, eccitate di vedere i grandi quadri ed avere l'opportunità di possederne qualcuno per le loro collezioni.

Sulla piattaforma fu messo il ritratto del figlio. Il banditore batté il martelletto: "Cominceremo le offerte con questo dipinto del figlio. Chi offre per questo quadro?" Ci fu silenzio. Poi qualcuno dal fondo della sala gridò: "Vogliamo vedere i famosi dipinti! Quello saltalo!". Ma il banditore insistette: "C'è qualcun altro che vorrebbe offrire per questo dipinto? Chi comincerà le offerte? 100 ? 200?". Un'altra voce gridò piena d'ira: "Noi non siamo venuti qui per vedere questo quadro, siamo venuti per vedere i Van Gogh, i Rembrandts. Vai avanti con le vere offerte!". Ma il banditore ancora continuò: "Il figlio! Il figlio! Chi prenderà il figlio?".

Finalmente una voce venne dalla parte più lontana della sala era il vecchio giardiniere che da sempre aveva lavorato con l'uomo e suo figlio. "Io offro 10 dollari per il quadro". Essendo povero era tutto ciò che poteva offrire. "Abbiamo 10 dollari, chi ne offre 20?". Disse il banditore. "Datelo a lui per 10 dollari e vediamo gli altri capolavori.". "10 dollari, venduto nessuno vuole offrirne 20?". La folla divenne veramente arrabbiata, non volevano il ritratto del figlio, volevano i più validi investimenti per le loro collezioni. Il banditore batté il suo martelletto: "E Uno e due e tre... Venduto per 10 dollari!".

Un uomo seduto nelle seconda fila gridò: "Ah! Adesso proseguiamo con il resto della collezione!". Il banditore poggiò il martelletto: "Mi spiace, l'asta è finita." "E cosa ne è del resto dei quadri?" rispose un altro. "Mi dispiace, quando fui chiamato per condurre l'asta mi fu parlato di una stipulazione segreta, riguardante il testamento e non mi è stato permesso di rivelarla fino a quel momento. Solo il dipinto del figlio sarebbe stato messo all'asta; chiunque l'avesse comprato avrebbe ereditato tutto il patrimonio, incluso i dipinti. L'uomo che ha preso il figlio ha preso tutto!"


Dio diede suo Figlio più di 2000 anni fa a morire su di una croce crudele, molto similmente al banditore, il Suo messaggio oggi è: "Il Figlio! Il Figlio, chi lo prenderà? Perché chiunque piglia il Figlio eredita tutto". E tu che leggi cosa aspetti ad accettare Gesù nel tuo cuore? Infatti nella Bibbia che è Parola di Dio sta scritto "Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in Lui non perisca ma abbia la vita eterna" ( Giovanni 3:16). Come hai letto amico/a Dio ti ama e sta cercando proprio te per darti gioia e salvezza ricorda; chi ha il Figlio ha tutto... chi non ha il Figlio non ha nulla!




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Le sorprese della Carità nell’unità pastorale dell’Altopiano

PROGETTO CICOGNA - Questo nome che può dire tutto e contemporaneamente lasciare delle domande che chiedono risposte. È il nome di una iniziativa venuta alla luce nel 2010 nella nostra parrocchia di Borno. Richiesto dalle catechiste di indicare qualche idea per dare ai ragazzi delle medie una opportunità di vivere l’insegnamento della carità, don Francesco ha proposto di aiutare chi si impegna a sostegno della vita nascente e la famiglia, realtà così bisognose di aiuto anche nella nostra Valle Camonica. Progetto Cicogna: questo nome dice già tanto.
La parola PROGETTO indica che la carità cristiana non è un fatto episodico, bensì una costante che va di pari passo con la fede testimoniata nel concreto. La parola CICOGNA dice invece il campo dell’impegno di questa iniziativa di carità: è la vita nascente, sono le mamme in attesa e senza sicurezza economica, sono le famiglie che non accoglierebbero un bambino per gravi difficoltà, invece risolvibili con piccolo aiuto diretto.
Così la proposta ha avuto inizio con una prima raccolta dei ragazzi nella Quaresima 2010, ma poi si è estesa a tutta la parrocchia invitando a contribuire con un Euro al mese, da mettere nella cassetta in fondo alla chiesa.
Dal piccolo gruzzoletto di Euro dei bambini del catechismo siamo cresciuti man mano fino a realizzare ben nove Progetti Cicogna per un totale di 25.920 Euro raccolti in quattro anni. Ora abbiamo avviato il Progetto Cicogna n. 10 che come una sorgente di montagna, ogni settimana, senza dover sollecitare, si incrementa di 40/50 Euro, depositati nella cassetta in fondo alla chiesa.
Il Progetto Cicogna non ha un periodo fisso entro cui si deve realizzare. Si parte con una prima piccola base e si prosegue settimana dopo settimana. Esso si ritiene concluso al raggiungimento di 2.880 Euro, la cifra che permette di sostenere una mamma che partorisce con un contributo di 160 Euro al mese, per 18 mesi.

Naturalmente è difficile che nella nostra stessa parrocchia si verifichi questa eventualità. Per questo ci appoggiamo al CAV di Pisogne, il Centro di Aiuto alla Vita della Val Camonica al quale si rivolgono molte mamme per ricevere questo aiuto che si concretizza in forniture di latte, pannolini e attrezzature per neomamme ed i loro piccoli. Lì portiamo anche i vestitini usati dei bambini da 0/2 anni che raccogliamo in parrocchia, insieme a piccoli giocattoli e attrezzi per neonati. Molto materiale arriva e lo mettiamo a disposizione anche alle famiglie della nostra Unità Pastorale che ne abbiano bisogno.

Giornata per la vita

PROGETTO FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ - Col tempo il Progetto Cicogna si è allargato infatti anche per il contributo di altri volontari delle nostre parrocchie dell’Unità Pastorale, permettendo di mettere in atto altri servizi caritativi. Raccogliamo infatti anche indumenti per adulti, facciamo raccolte periodiche nei negozi dei paesi per preparare pacchi alimenti per famiglie in difficoltà. Siamo collegati anche con il “Progetto Ottavo Giorno” della Caritas Diocesana che ci permette di ricevere a prezzi molto bassi, tanti alimenti che non abbiamo, per il sostegno alle nostre famiglie e persone singole che vengono aiutate.

PROGETTO PICCOLI PRESTITI - È un servizio che abbiamo attivato da un anno e mezzo. È un piccolo fondo con il quale veniamo incontro a delle emergenze immediate facendo piccoli prestiti da 100/200 Euro per fronteggiare situazioni di grave difficoltà economica. Naturalmente questi prestiti, benché piccoli, devono essere restituiti entro quattro mesi per poterli poi reimpiegare per altri in difficoltà. Ed anche in questo caso il numero degli assistiti nell’Unità Pastorale non è piccolo.

GIORNATA DELLA VITA - A febbraio poi si celebra ogni anno la GIORNATA PER LA VITA ed il Progetto Cicogna si impegna a sensibilizzare sul tema importantissimo della vita in ogni momento del suo scorrere. Si prepara la S. Messa della prima domenica di febbraio, invitando anche le famiglie dei nuovi nati nell’anno per la benedizione dei piccoli ed un momento di festa insieme che si rallegra con il dono di un ricordino personalizzato ed con il tradizionale lancio dei palloncini. Tante piccole e grandi iniziative dunque. Tutto questo per dare concretezza a quella fede nel Signore Gesù, che non è solo catechismo, preghiera e Messa domenicale, ma anche impegno concreto per quelle situazioni di necessità che toccano tante persone anche nella nostra nascente Unità Pastorale.

I volontari del Progetto Cicogna




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Amare il prossimo...

anziani scalini chiesa

Amare il prossimo, parole sentite spesso e spesso dette con molta facilità, mi sono sempre detto che se è nella possibilità di chi le pronuncia, bisogna che diventino concrete, realtà, altrimenti come dice San Giacomo nella sua lettera, la mia fede senza le opere sarebbe morta, inutile, e allora a quasi otto anni da quando si incominciò a parlare di un gesto di amore verso il prossimo, in questo caso, anziani, disabili in carrozzina, mamme con il passeggino, per facilitare il loro accesso al sagrato e alla chiesa con una rampa che dalla piazza arrivi al sagrato, evitando la scalinata che tutti usiamo.

Ebbene, oggi sono ancora qui a farmi carico della richiesta di questo “prossimo” e mi chiedo quali sono gli impedimenti, quali i problemi che impediscono la costruzione di questa rampa, vorremmo tutti conoscerli, oppure (spero proprio che non sia così) è la volontà di farla che manca?

Invito il nostro parroco a darci una risposta e a non far venir meno in noi la speranza che questo gesto di amore al prossimo non rimanga solo un desiderio.

Fabrizio

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visita a Bergamo Alta
Domenica 25 maggio: dopo il pellegrinaggio ad Ardesio, visita a Bergamo alta.




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La certezza della Sua presenza

37a Convocazione Nazionale RNS: «Convertitevi! Credete! Ricevete lo Spirito Santo! Per una Chiesa “in uscita” missionaria»

Prima di raccontarvi la mia esperienza personale in questa breve “vacanza romana”, vi riporto alcune brevi notizie ufficiali sul Rinnovamento nello Spirito che ho tratto dal sito internet istituzionale del gruppo RnS nazionale.

Il Rinnovamento nello Spirito Santo nasce in America nel 1967 con il nome “Rinnovamento carismatico Cattolico” e si sviluppa in Italia a partire dal 1971 dove viene subito ribattezzato allo scopo di incentrare l'attenzione sullo Spirito e non sui carismi, sul donatore e non sui doni, così che nessuno possa dirsi carismatico se non in riferimento alla Chiesa, perché essa è carismatica.

Il nome è stato tratto dalla lettera di San Paolo a Tito, nella quale l'apostolo afferma che siamo salvati «mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo» (Tt 3, 5).

La prima Convocazione Nazionale di tutti i gruppi e le comunità del RnS si tiene a Rimini nel 1978, da allora è stato fatto un lungo cammino che si è sempre contraddistinto come esperienza ecclesiale e che fin da subito ha potuto contare sul conforto e sul discernimento dei Pontefici che ne hanno seguito l'evolversi con attenzione e con cura pastorale.

Giovanni Paolo II definì i membri del RnS "rapitori del Regno" e Papa Ratzinger, in occasione della XXX Convocazione Nazionale, inviava al Presidente del RnS una lettera autografa nella quale definiva il RnS una «straordinaria esperienza spirituale», da riproporre «quale annuncio evangelizzatore agli uomini e alle donne della nostra epoca».

Ad ogni convocazione si sviluppa un tema intorno al quale viene costruita una catechesi che arricchirà i partecipanti e li guiderà nel cammino di fede. La catechesi e i diversi momenti vengono poi guidati da vari relatori e non manca mai la presenza di Salvatore Martinez, storico presidente del Rinnovamento.

Quattro erano le parole intorno alle quali è stato costruito l'itinerario di catechesi dei due giorni di Roma: convertirsi, credere, ricevere lo Spirito Santo e uscire (testimoniare). Ma io, molto umilmente, vorrei aggiungerne una: abbandonarsi.

Abbandonarsi totalmente a Lui nella certezza che la Sua presenza è viva e vera perché Lui è vivo e, come ci insegna San Paolo, se ci decidiamo per Lui allora non siamo più noi che viviamo ma è Lui che vive in noi (o almeno ci prova, nel continuo e totale rispetto del nostro libero arbitrio).

RnS Roma 2014

Per la Convocazione di quest'anno fra gli ospiti più attesi c'era addirittura Papa Francesco che è venuto personalmente. È stata un'emozione davvero forte non solo ascoltare la catechesi che ci ha regalato, ma addirittura poter pregare invocando lo Spirito Santo su di lui, come è d'abitudine fare nel Rinnovamento su colui il quale si accinge a prendere la parola per parlare in nome di Dio.

Il fulcro della convocazione era riflettere sull'importanza di una conversione piena che, alla Luce dello Spirito Santo, dia solidità al proprio cammino di fede e spinga poi ad uscire, a testimoniare senza paura ciò che si è ricevuto. Tutto questo però (altro punto focale del convegno) deve avvenire in unità ovvero in comunione con tutti i cristiani, di qualsiasi movimento ecclesiale facciano parte.

Nessuna divisione è concepibile nella Chiesa di Gesù, ne fra i vari movimenti, né tanto meno all'interno dello stesso movimento. E su questo punto papa Francesco è stato molto determinato: “Cercate l'unità voi del Rinnovamento, perché l'unità viene dallo Spirito Santo e nasce dall'unità della Trinità. La divisione, da chi viene? Dal demonio! La divisione viene dal demonio. Fuggite dalle lotte interne, per favore! Fra voi non ce ne siano! ... come in un’orchestra, nessuno nel Rinnovamento può pensare di essere più importante o più grande dell’altro, per favore! Perché quando qualcuno di voi si crede più importante dell’altro o più grande dell’altro, incomincia la peste! Nessuno può dire: “Io sono il capo”. Voi, come tutta la Chiesa, avete un solo capo, un solo Signore: il Signore Gesù. E possiamo dire questo con la potenza che ci dà lo Spirito Santo, perché nessuno può dire “Gesù è il Signore” senza lo Spirito Santo.

E come papa Francesco così gli altri relatori: molto si è insistito sul fatto che le divisioni portano solo il male e che, come in una famiglia, la prima cosa è amarsi gli uni gli altri e rispettarsi così come si è.

Siamo tutti figli dello stesso Padre e, nel nome di Gesù, siamo chiamati a cooperare per fare in modo che il regno di Dio sia “qui ed ora”.

Martinez ha fatto un bellissimo esempio per spiegare questo concetto: tutti i fratelli, di qualsiasi movimento, hanno qualcosa da dare e ognuno ha il suo “sapore”. Se vogliamo davvero gustare l'amore di Dio non possiamo mettere tutto insieme come per fare un frullato, bensì dobbiamo fare “una macedonia” di quelle con i pezzettoni di frutta belli grossi e ben distinti, così che i vari gusti non si confondano ma si esaltino l'un l'altro. Ognuno, nella sua unicità, porta se stesso, tanto più che nessuno è perfetto ma insieme, membra di un unico corpo, possiamo davvero fare cose grandi.

A Roma ho sentito con grande forza questo senso di appartenenza ad una famiglia di cui ha parlato il Papa; 52.000 persone che lodano e cantano al Signore tutte insieme, sprigionano una forza che si può quasi toccare con le mani! Quanto sarebbe bello (e potente!) che si riuscisse ad essere famiglia sempre, a partire proprio dalle parrocchie, che rappresentano l’origine della grande famiglia cristiana che è la Chiesa. A questo proposito Patty Gallagher Mansfield, testimone delle origini del Rinnovamento e membro del ministero d’intercessione, ci ha indicato uno strumento potente per favorire l’unità: la preghiera. Ci ha detto: “ Il diavolo sogghigna quando facciamo i nostri progetti umani, ride quando ci vede tutti impegnati nel tentativo di realizzarli, ma trema quando preghiamo”.

Ma Roma per me è stato soprattutto un altro tassello nel mio cammino di fede. Quando don Francesco ha comunicato al gruppo che la 37esima Convocazione Nazionale era stata fissata per il 1 e 2 giugno non ho esitato nemmeno un istante riguardo la mia decisione. Il 2 giugno, infatti, è stato un anno esatto dalla mia effusione e nessun luogo poteva essere più adatto per festeggiare questo anniversario.

Nel mio cammino di fede ho imparato che, in qualità di figli amati, siamo chiamati prima di tutto ad amare i fratelli e a testimoniare, con la nostra vita, questo amore che possediamo perché ci viene donato da Dio.

Il mio cammino tuttavia è un continuo “saliscendi”, fra picchi di gioia e certezza misti a bruschi declini intrisi di dubbi e confusione; ma a Roma, grazie a Dio, tutto si è condensato per me in meno di una riga: certezza della Sua presenza.

È stato durante il momento dell’Adorazione Eucaristica (guidata da Sr. Briege McKenna, religiosa impegnata nel ministero di guarigione) che io ho avuto la conferma della presenza viva e vera di Dio nella mia vita. Come in un velocissimo cortometraggio che nitido scorreva nella mia mente, ho rivisto e rivissuto nel cuore, in pochi istanti, alcuni fatti particolarmente salienti della mia vita e ora so che davvero il Padre ascolta le mie preghiere!

Qualcuno certo potrà obbiettare che ho scoperto l’acqua calda (come si suol dire) ma io penso che il Padre, che ci conosce uno per uno e ci chiama per nome, sa ovviamente ciò di cui ognuno di noi ha bisogno per la quotidianità ma anche per il personalissimo cammino di fede che singolarmente ci contraddistingue.

Per questo motivo ci viene incontro con i doni di cui abbiamo bisogno in quel preciso momento, proprio quelli giusti per noi, come farebbe un qualsiasi bravo papà per i suoi figli: e per me, che sto sempre sul mio saliscendi, non poteva esserci un dono più grande! Ora so che Lui davvero cammina anche con me e so che la preghiera e l'amore sono le armi più potenti di cui Lui ci ha dotato.

Dunque, come dicevo, Roma per me è stato soprattutto certezza di Lui nel mio presente, ma anche un invito a prendere sul serio il mio cammino di fede e ciò mi ha fatto tornare alla mente le parole che un un amico mi ha detto molti anni fa “se crediamo che vale la pena prendere sul serio il Vangelo cercando di viverlo nella nostra reale quotidianità, allora obbiamo vincere le nostre ritrosie e percorrere nuove strade”.

Quindi, seguendo le indicazioni del Convegno (ma prima di tutto di Gesù e del mio cuore) vi ho regalato questa mia piccola testimonianza che chiudo con un invito che Padre Raniero Cantalamessa (predicatore della Casa Pontificia e “ambasciatore” del Rinnovamento nel mondo) ci ha rivolto durante il Convegno: “Il nostro compito non è dire al mondo quanto è lontano dalla Verità, ma testimoniarLa con la nostra gioia e con la nostra vita”.

Anna Maria
Gruppo RnS di Borno - “Gesù è la Luce”




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ECCOMI, manda me

Sono le parole di Isaia che, dopo un periodo di insicurezza e di indecisione, confidando nella voce che chiedeva «Chi manderò e chi andrà per noi?», decide di mettere in gioco tutto se stesso per servire Colui che ha riconosciuto come Dio.

Questa frase è quella che abbiamo scelto io e i miei tre compagni di classe per la nostra Ammissione agli Ordini Sacri, che abbiamo celebrato il 2 Maggio scorso, perché ci sembra che rappresenti bene il nostro desiderio, in questo momento del nostro cammino.

Che cosa significa Ammissione agli Ordini?

È il rito ufficiale con cui noi abbiamo detto, davanti al vescovo e a tutta la Chiesa, in particolare a quella di Brescia, che vogliamo impegnarci in modo serio a seguire Cristo Pastore, preparandoci a diventare collaboratori del vescovo di Brescia, nell’ordine del presbiterato. In breve, abbiamo accettato di ascoltare quel sentimento che c’era dentro ognuno di noi di metterci al servizio della nostra Chiesa.

Alex e compagni

Che cosa comporta questo rito?

Se fino ad ora la domanda che ci ponevamo era «Che cosa mi chiede Gesù?», ora sembra proprio che ciò che chiedeva a noi fosse di seguirlo sulla via del presbiterato, e di diventare anche noi pastori, secondo il cuore di Cristo: perciò, la domanda che da ora ci poniamo è «Come faccio a seguire il Buon Pastore, per diventare, a mio modo, come lui?».

Ringrazio sempre il Padre, per la grazia che mi ha dato e che mi dà ancora di poterlo servire e seguire nel servizio alla sua Chiesa; chiedo ancora la grazia che mi tenga sempre la mano sulla testa, per poter proseguire il mio cammino.

Un grazie davvero particolare a chi ha potuto partecipare, quella sera, al rito: è stata davvero un’emozione singolare ricevere tante persone venute da Borno fino a Brescia per assistere a questa celebrazione. È stato un peccato non poterci incontrare dopo, a causa dell’orario, ma ringrazio di cuore don Simone e don Francesco, per aver dato la possibilità a molti di esserci.

Chiedo sempre, per me e per i miei compagni, una preghiera, assicurandola sempre per ogni bornese e amico!

ALEX




Cüntòmela a BORNO

Il santuario di S. Anna a Paline

Paline non è ufficialmente una frazione di Borno, come si usa comunemente indicarla, ma un borgo, dal momento che non è dotata di tutti e tre i servizi pubblici fondamentali: chiesa, scuola e cimitero. Le manca infatti l’ultimo, avendo invece la chiesetta e avendo avuto fino a pochi decenni fa anche la scuola elementare.

chiesa s. anna Paline

chiesa s. anna Paline

La chiesetta svetta
La chiesetta svetta contro il profilo delle montagne degradanti all’orizzonte, anticipata da un Crocifisso reso famoso da vecchie fotografie e da una ricostruzione tufacea della grotta di Lourdes.
Inizialmente era dedicata alla SS. Trinità.

L’esterno
La chiesetta come struttura edilizia non presenta elementi di particolare rilievo: è un parallelepipedo col tetto a capanna; in anni recenti la facciata è stata sopraelevata con un timpano, acquistando così uno slancio maggiore.
In basso si aprono tre elementi: una porta rettangolare con cornice di arenaria di Sarnico, ingentilita di un architrave modanato e due finestre pure rettangolari, anch’esse con la cornice in pietra grigia.
Contribuisce all’illuminazione dell’interno un ulteriore finestrone sovrapposto alla portoncino d’ingresso.
Ha un campanile sul lato destro di chi guarda: struttura a base quadrata, con cornice aggettante su cui poggia la cella campanaria, dotata di quattro aperture rettangolari e arco a tutto sesto.
Sempre in facciata, medaglione con l’indicazione. SANTUARIO DI S. ANNA. Tutto qui: il resto è spoglio senza elementi di rilievo. La chiesa vanta comunque una veneranda età, essendo stata datata al secolo XVII.

chiesa s. anna Paline

chiesa s. anna Paline

chiesa s. anna Paline

L’interno
Colpisce per la grande cura e l’estrema pulizia con cui si presenta. Ha una struttura molto semplice: navata unica con copertura a botte; due lesene dipinte dividono la piccola navata in due campate.
Due lesene vere invece separano la navata dal presbiterio voltato. Tutto l’edificio è percorso da una trabeazione assai elaborata nelle modanature su cui sono impostate le volte.
Oltre alla decorazione con motivi ornamentali la volta della navata è abbellita da due medaglioni; il primo raffigura la Presentazione al tempio di Maria: accompagnata dai vecchi genitori Gioacchino e Anna, viene accolta dal gran sacerdote in un tempio classicheggiante.
Il secondo medaglione invece presenta una scena famigliare con la madre Anna che istruisce la piccola Maria, mentre il padre assiste partecipe alla scena. Anche in questo caso, ambientazione classicheggiante da grande palazzo.
L’ultimo medaglione dipinto nel presbiterio raffigura invece la discesa dello Spirito Santo in forma di colomba tra nuvole rassastre di tramonto infuocato, tipiche del pittore Enrico Andrea Robusto Peci (Borno 18-11-1885 - Vaprio d’Adda 9-5-1974). L’intervento pittorico fu effettuato nel 1939, mentre nel 1975 fu effettuato un restauro ad opera di Dante Ughetti, al quale non parve vero di poter mettere la sua firma autoproclamandosi “pittore” e “reduce dalla prigionia di Russia”.
Questa scritta è stata sovrapposta ad un tratto di decorazione di un fregio ad affresco, sicuramente secentesco. All’interno del fregio compare pure una veduta di una chiesetta che parrebbe proprio quella di Paline, ma è differente la posizione del campanile.
chiesa s. anna Paline Il primitivo altare del secolo XVIII è in marmo, adorno di tarsie variopinte, mente l’altare moderno è sorretto da angeli dorati.

La chiesetta è molto amata dai Palinesi come si può ammirare dagli addobbi in occasione di matrimoni.

La festa di S. Anna viene celebrata con grande solennità, con giorni di festa e processione finale, spesso guidata da S. E. Card. Giovan Battista Re.

Francesco Inversini




Cüntòmela a BORNO

Due serate di musica e parole

Fra le iniziative intraprese dalla nostra parrocchia per onorare la canonizzazione di Giovanni Paolo II, sabato 21 giugno si è tenuto in chiesa un concerto elevazione, come era indicato sulla locandina, dal titolo “Ecce Mater”. Il coro “La Pieve” di Cividate Camuno, un gruppo di strumentisti e due lettori (si suppone attori professionisti visto l'impostazione e l'intensità delle loro voci) hanno dato vita ad uno spettacolo molto originale e suggestivo, in cui canzoni, testi e suoni si sono intrecciati per esaltare la maternità di Maria.

Spettacolo Ecce Mater

Insieme a brani liturgici il coro, una quindicina di persone in tutto con quattro potenti voci maschili, ha proposto due brani di Fabrizio de Andrè tratti da “La buona novella” che, insieme ad una intensa e drammatica poesia-racconto in grammelot (lingua usata nella recitazione teatrale e derivante da un intreccio di dialetti), hanno trasmesso un volto molto umano della Madonna e della maternità. Ciò, magari, potrà aver fatto storcere il naso a qualcuno, ma in fondo è stato un omaggio a quello che il Papa polacco definiva “genio femminile”, capace di infinita tenerezza, laboriosità e sopportazione del dolore più atroce quale può essere, appunto, vedere morire il proprio figlio inchiodato alla croce.

Spettacolo Ecce Mater

Il sabato successivo, 28 giugno, chi si aspettava l'ormai consueto concerto del coro “Amici del canto” di Borno dedicato al Patrono San Giovanni Battista, ha dovuto ricredersi subito dal brano introduttivo: il tema principale della colonna sonora del film “Mission” eseguito dal M. Tomaso Fenaroli al sax e da don Simone all'organo.

Preparata e presentata con cura dal prof. Francesco Inversini, la serata intitolata "Un Santo tra noi" ha voluto far memoria di alcuni tratti che sono stati molto a cuore a Giovanni Paolo II durante il suo lungo pontificato: la pace, il lavoro, la sacralità della vita, l'unità dei cristiani, i giovani... Ogni argomento è stato incorniciato fra due brani tratti dall'ormai ampio repertorio del coro di Borno e veniva illustrato da testi tratti dagli stessi documenti di Giovanni Paolo II, letti da Elena Marchi e Francesca Gheza. Quest'ultima, sempre insieme all'organo, ha accompagnato con il flauto l'esecuzione del coro di “Fratello sole”.

La serata, forse un po' troppo lunga per la quantità di testi proposti e non sempre tra i più significativi del Magistero di Giovanni Paolo II, si è conclusa con “Minogaja leta”, un suggestivo canto liturgico slavo a cui hanno partecipato anche quattro ottoni della Banda “S. Cecilia” di Borno, oltre all'organo anche in quest'occasione suonato con vigore e padronanza da don Simone. Tale canto ha messo in risalto ancora una volta il notevole livello raggiunto dal coro diretto dal M. Tomaso Fenaroli.

Come sempre in simili circostanze si rischia di cadere nella retorica e nell'incensazione, forse più “laica” che religiosa, del personaggio che si vuole onorare, pur se questo è un santo canonizzato e incensato dalla stessa Chiesa.

Ma in queste due belle serate di musica e parole sono risuonate riflessioni e sensazioni profondamente umane. Se è vero che tutto ciò che è autenticamente umano piace a Dio e viene da Lui, è probabile che le serate saranno state apprezzate dallo stesso Papa Wojtyla che ha speso e ha offerto la sua vita affinché l'uomo, spalancando le porte a Cristo, ritrovi anche se stesso.

Franco




Cüntòmela a BORNO

Forti e deboli

Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare un altro uomo dall’alto in basso solo per aiutarlo a rialzarsi. - Gabriel Garzia Marquez

Domenica 6 luglio alla chiesetta di Val Moren, mentre giungeva la notizia della morte di Maurizio Dalla Palma, il Cardinale chiudeva l’omelia con l’esortazione che chi era forte doveva aiutare il debole. Mi sono immaginato una collocazione fisicamente ideale delle due categorie pensando che la società mette il forte in alto che guarda in basso dove sta il debole. Poi, riflettendo su Maurizio e sul figlio e amico Luca ho pensato che la società normalmente li colloca tra le persone deboli, “guardate dall’alto”. Quindi il forte è quello che, non avendo limitazioni fisiche, guardando in basso, si china, cerca il debole e, se vuole, lo aiuta.

Il giorno successivo, alla cerimonia del funerale di Maurizio queste parole, forte e debole, mi sono ritornate in mente, avendo a fianco altre persone che, fisicamente, hanno forti limitazioni. Dopo averle osservate e aver vissuto in quel momento la loro testimonianza si poteva capire senza ombra di dubbio che, chiunque dei presenti, come me, senza apparenti limitazioni fisiche, avesse voluto superbamente collocarsi tra chi “guarda in basso”, non avrebbe trovato nessuno di queste persone, Maurizio compreso ovviamente.

Personalmente, avendo a che fare con Luca e Franco, posso testimoniare l’aiuto che mi hanno dato nel comprendere per comunicare qualcosa ai ragazzi al catechismo. Grazie.

Credo che tutta la gente che ha partecipato alla cerimonia, abbia portato via un aiuto dalle testimonianze di chi ha parlato e pregato, come Don Francesco che, invitato, lo ha fatto a nome di tutta la comunità cristiana di Borno. È un segno importante anche questo, in una società dove tanta gente vuole sentire solo la propria idea e avere ragione. È stato dimostrato nei fatti che ognuno è libero di pensarla come vuole, libero di avere le proprie idee, di esprimerle e, se decide di ascoltare anche quelle dell’altro, genera una società del rispetto che è il primo gradino del volersi bene. Non è vietato volersi bene, anche se si hanno idee diverse.

Questo articolo inizia con la parola “Domenica” che è il giorno della Resurrezione, quella che i cristiani aspettano dopo la morte ed è una realtà che, credenti o non credenti, spetta a tutti.

Gabriele




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GREST 2014