Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

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Pasqua 2017


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S O M M A R I O




La parola del PARROCO

IL SIGNORE È VERAMENTE RISORTO ALLELUIA

Surrexit Dominus Vere. Alleluia! Il Signore è Veramente Risorto. Alleluia. Alleluia.

Gesù risorto Don Francesco

È l’antichissimo saluto del giorno di Pasqua che i cristiani si scambiavano dopo aver celebrato la Veglia di Resurrezione e contiene in sé molte verità.

Con questo saluto Gesù è riconosciuto, nella forma della professione di fede, come il Signore, cioè colui che vince sopra ogni cosa, colui che sconfigge il male, colui che avendo eliminato la morte porta con sé la vita immortale.

Il saluto dice anche come Gesù è diventato il Signore: resuscitando dai morti. Contro la convinzione che con la morte il futuro sarebbe stato solo tenebra e buio fino alla ricapitolazione finale, Gesù risorgendo da morte, fa irrompere la luce nel buio degli Inferi e dà al futuro una prospettiva luminosa di vita e di liberazione.

Se la morte causata dal peccato ci ha tolto l’alito vitale, la libertà, la luce e la gioia, la resurrezione ci riporta alla vita immortale, un tempo perduta. E questo saluto del giorno di Pasqua dice anche che Gesù è veramente risorto e veramente è il Signore del cielo e della terra.

La resurrezione infatti porta con sé i segni della novità, del rinnovamento, del cambiamento straordinario che stravolge la staticità del passato.

Gli apostoli riescono a parlare con una franchezza quasi spavalda, senza paura davanti ai potenti. I primi cristiani si espongono fino al martirio nel nome di colui che è tornato dai morti. La piccola comunità dei discepoli si diffonde, contro ogni logica, soltanto annunciando Gesù Cristo morto e risorto.

La Chiesa esce dalla paura e si fa missionaria, si fa testimone degli eventi di Gerusalemme affermando che non furono un mito, delle favole infantili o racconti senza fondamento, ma furono una realtà: “Surrexit Dominus Vere”.

Tutto questo è accaduto per l’opera dello Spirito Santo che si distese su quei primi cristiani, disposti a sovvertire la logica religiosa del tempo, a mettere Gesù uomo e Dio nel più alto dei cieli, proprio alla destra del Padre. La Santa Pasqua sia per noi l’evento annuale in cui si rinnova questa sorprendente novità che illumina la vita di noi uomini ed il mondo intero.

Nel celebrare la resurrezione anche noi, come i primi cristiani, rinno- viamo con forza e convinzione la professione di fede in Gesù, l’Uomo-Dio morto, risorto e glorificato, affinché l’umano potesse essere elevato alla bellezza senza pari del divino.

Gettiamo lo sguardo senza timore verso le altezze del cielo ed acquisterà senso anche il nostro ancora faticoso pellegrinare in terra. Scopriremo che non ci attendono più le tenebre di un’esistenza grigia e senza gioia, ma la liberazione da ogni forma di malefica schiavitù e la trasformazione gloriosa anche del nostro corpo, riverberante la bellezza straordinaria di Dio.

Buona Pasqua e tanta gioia dunque, con il saluto antico e sempre vero “Surrexit Dominus Vere. Alleluia - Il Signore è Veramente Risorto. Alleluia. Alleluia.”

Don Francesco




Cüntòmela PER RIFLETTERE

LA VEGLIA PASQUALE
Madre di tutte le sante veglie

Al culmine del Triduo Pasquale, cioè la celebrazione in tre giorni del mistero di Passione, Morte e Risurrezione di Cristo, si pone la Veglia Pasquale, che per antichissima tradizione è “la notte di veglia in onore del Signore (Es 12,42)”, come ci ricorda il Messale.

Questa solenne celebrazione è chiamata da sant’Agostino “madre di tutte le sante veglie” (Sermo 219).

Una celebrazione ricca di simboli, costituita da quattro momenti fondamentali.

fuoco

1. Il Lucernario: celebrazione di Cristo, luce del mondo.
Questo primo momento è costituito dalla benedizione del fuoco nuovo e dall’accensione del cero, Cristo, infatti, con la sua risurrezione è la luce del mondo. Il cero pasquale è simbolo di Cristo risorto. Da questa luce si accendono le candele che ogni fedele tiene tra le mani, fino ad illuminare progressivamente tutta l’aula della chiesa, pronta così a far risuonare l’Exultet, il gioioso annuncio della Risurrezione. Il senso di questo rito suggestivo è il seguente: noi siamo il nuovo popolo di Dio, nato dalla Pasqua. Come pellegrini seguiamo Cristo risorto, nostro capo e luce del mondo, attraverso la vita presente verso la patria del cielo.

Battisterp

2. La Liturgia della Parola: celebrazione di Cristo, Parola del Padre.
Con questo secondo momento la Chiesa ascolta e celebra le meraviglie che il Signore ha operato per il suo popolo fin dall’inizio. Il simbolo della luce del cero cede il posto alla realtà di Cristo, Luce del mondo, presente nella sua Parola nel segno della Scrittura. Le letture che vengono proposte ci introducono nel significato e nella portata che la Pasqua ha nella vita della Chiesa e di ogni cristiano.

Parola di Dio

3. La Liturgia battesimale: celebrazione di Cristo, acqua viva che zampilla per la vita eterna.
In questo terzo momento, l’attenzione dell’assemblea si sposta sul fonte battesimale, che i padri della Chiesa chiamavano “tomba del peccato e grembo da cui nasce la vita”. Segno fondamentale è l’acqua, che il sacerdote celebrante benedice, perché possa essere utilizzata per il Battesimo e l’aspersione di tutta l’assemblea, chiamata anche a rinnovare le promesse del proprio Battesimo.

Eucarestia

4. La Liturgia Eucaristica: celebrazione di Cristo, nostra Pasqua, Agnello immolato e glorificato.
Siamo nel cuore della veglia. Sono i primi momenti del grande giorno atteso, quello che ha fatto il Signore. Tutto quanto la Chiesa compie nel corso di tutto l’Anno Liturgico converge a questa Eucaristia e parte da questa Eucaristia pasquale. Tutto il mistero cristiano è qui, tutto la meraviglia dei sacramenti, tutto il senso del destino divino degli uomini.
“La Pasqua è il momento in cui ebbe inizio la vera Eucaristia. Perciò anche il mistero della notte pasquale si incentra sull’Eucaristia, che Cristo non presenta più da solo, ma insieme con la sua Chiesa. Questa partecipa alla sua Eucaristia, che inaugura la grande solennità della Pentecoste, nella quale ininterrottamente la Chiesa redenta rende grazie al Padre insieme al Figlio” (Odo Casel, Il mistero dell’Ecclesia, Città Nuova, Roma 1965, p.348).

Anche le nostre comunità sono chiamate a vivere nella fede e nella gioia del Signore risorto questa santa Veglia. Sia per tutti una celebrazione davvero pasquale, che infonda nei nostri cuori la vita nuova di Cristo risorto e porti ciascuno di noi ad essere testimone credibile di quanto l’amore del Padre compie per i suoi figli.

Don Simone




Cüntòmela PER RIFLETTERE

Tradizioni pasquali nel mondo

tradizioni pasquali

La Pasqua, la festa più importante dei cristiani di tutte le confessioni, viene celebrata in tutto il mondo con riti e tradizioni che variano da paese a paese.

REGNO UNITO - In Inghilterra, il giovedì santo è legato a un’usanza caratteristica. È il giorno del Royal Maundy Gift: all’interno dell’Abbazia di Westminster, generalmente alla presenza della Regina, vengono distribuite delle borse piene di denaro alle persone che più si sono distinte nella comunità. Il Venerdì Santo è la volta dei classici hot-cross bum, grossi panini dolci ripieni di uvetta e cannella, ricoperti dalla glassa la cui forma ricorda la croce di Cristo.

tradizioni pasquali

PORTOGALLO - La Pasqua è una delle tradizioni religiose più sentite dai portoghesi. Rappresenta il rinnovo del Mistero divino e incarna la festa d’eccellenza per la famiglia e per la comunità. Una delle tradizioni pasquali più importanti, è la Procissão do Ecce Homo del Giovedì Santo: i Farricosos - uomini scalzi, incappucciati, vestiti con lunghe tuniche - percorrono le vie delle città. Nella città di Braga, i Farricosos intonano canti popolari e religiosi salendo in ginocchio la scalinata barocca del Santuario do Bom Jesus do Monte.

FRANCIA - Qui, le campane restano silenziose dal venerdì alla domenica, simbolo di dolore e costrizione per la morte di Gesù. Ai bambini si racconta che le campane sono volate a Roma e che torneranno solo per annunciare la Resurrezione. Quindi, mentre i bimbi guardano il cielo sperando di scorgere le campane, i genitori nascondono le tradizionali uova di cioccolato pasquali. Protagonisti delle tavole francesi sono soprattutto l’agnello e le uova, cucinati in tutti i modi possibili.

tradizioni pasquali

GERMANIA - Il simbolo pasquale per eccellenza in Germania è il coniglio: finestre, tende e vasi sono abbelliti da coloratissimi coniglietti di tutte le forme e dimensioni. Soprattutto nelle aree settentrionali, la notte della vigilia di Pasqua, sono spente tutte le luci delle chiese per lasciare spazio ai fuochi d’artificio, accesi in modo naturale, strofinando pezzetti di legno, utilizzando la silice o una lente.  Le ceneri, derivanti dall’accensione dei fuochi, sono poi consegnate ai contadini, segno di un raccolto propiziatorio in vista della primavera.

GRECIA - La Pasqua greca è la più importante celebrazione della Chiesa Ortodossa. La solennità, spesso, non coincide con i festeggiamenti della Pasqua cattolica: si festeggia, infatti, la prima domenica dopo il plenilunio dell’equinozio di primavera.  Dopo giorni di silenzio e buio, la notte di Pasqua, tutte le campane delle chiese sono suonate a festa. Dopo il rigoroso digiuno, si porta in tavola la soupa mayeritsa, le tradizionali uova dipinte di rosso, il pane pasquale e la tipica Maghiritsa, una ricca zuppa d’interiora dell’agnello.

tradizioni pasquali

ARMENIA - La tradizione armena vuole uova dipinte con le immagini della Passione del Cristo e della Resurrezione. Anche qui, le chiese sono tenute al buio e illuminate durante la veglia con le candele accese e portate dai fedeli. Dopo la messa di Resurrezione, al via la battaglia delle uova: sbattute le une contro le altre, in segno di buon auspicio.

MESSICO - Dopo il giro delle sette chiese per espiare i propri peccati e le processioni in strada del Venerdì Santo, il sabato è dedicato al rogo di Giuda, con un fantoccio dato alle fiamme. La domenica di Pasqua, via ai festeggiamenti: dopo aver salutato gli amici schiacciando sulle teste i gusci delle uova riempiti da coriandoli, è il momento di correre al mare, per un bagno beneaugurante.

tradizioni pasquali

EL SALVADOR - Pasqua è sinonimo di talcigüines. Nella località di Texistepeque, i talcigüines interpretano i più rigorosi riti cattolici della Pasqua. Gli uomini travestiti da diavoli battono le strade della città frustrando tutti gli spettatori lungo il cammino. È la rappresentazione della lotta di Gesù contro le tentazioni. Stremati e sfiancati, sconfitti da Gesù, i talcigüines si arrendono al Redentore.

A cura di don Simone




Cüntòmela PER RIFLETTERE

Cinquant’anni della POPULORUM PROGRESSIO

Il 26 marzo di quest’anno ricorre il 50° anniversario della pubblicazione dell’Enciclica di Papa Paolo VI “Populorum progressio”, che continua a suscitare interesse, perché il suo insegnamento è sempre valido, nonostante in questo arco di tempo siano cambiate molte cose. È il primo documento pontificio sul tema dello sviluppo e, quando fu reso pubblico, qualcuno lo qualificò “come uno squillo di tromba per l’apertura al mondo e al futuro”.

papa Paolo VI

La ragione del non affievolimento di interesse per questa Enciclica sta nel fatto che in essa sono messi in luce i grandi problemi umani e sociali del nostro tempo. Alcune importanti affermazioni di detto documento pontificio rimangono un punto di riferimento anche ai nostri giorni per quanto riguarda le questioni socio-economiche e l’evolversi dei processi di globalizzazione.

Si tratta di una Enciclica sociale che Paolo VI scrisse dopo aver toccato con mano, da un lato, le contraddizioni del boom economico e degli sviluppi della tecnica e, dall’altro, la fame e le ingiustizie di cui era afflitto il Terzo mondo. Il testo è una grande lezione di solidarietà planetaria per creare pace, sviluppo e benessere nell’orizzonte di tutti i popoli dell’intero pianeta terra.

L’idea centrale è lo sviluppo, mettendo in risalto che esso non si riduce alla semplice crescita economica. Lo sviluppo per essere autentico deve essere integrale e solidale. Esso deve essere volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. In altre parole, deve essere ispirato da un umanesimo che garantisca il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane.

poveri

Fine dello sviluppo è di promuovere un continuo miglioramento delle condizioni di vita, così da permettere alle persone e alle popolazioni di godere di una vita lunga, in buona salute e in una pace creativa. Esso mira a permettere all’uomo di essere più uomo.

Lo sviluppo deve poi essere solidale, esteso cioè a tutti, così da eliminare per tutti la fame e la povertà. Senza questa conquista una società non può considerarsi evoluta.

Con questa Enciclica Papa Paolo VI si rivolse a tutti gli uomini, e non solo ai cristiani, cogliendo i problemi sociali in una prospettiva che, per la prima volta, abbracciava il mondo intero e le sue varie situazioni.

La novità di questa Enciclica era data dalla constatazione dell’ampiezza che la questione sociale era andata assumendo nel mondo. La questione sociale infatti non riguardava più soltanto una categoria di persone, i lavoratori, e non era ristretta a una sola parte del mondo. Riguardava invece il mondo intero nella stretta interconnessione fra popoli sviluppati e popoli in via di sviluppo e vedeva in questo stretto rapporto un superamento delle ragioni di conflitto, concludendo che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”

Da questo nuovo rapporto conseguiva l’impegno etico a vivere la solidarietà; il Papa pertanto sentiva il dovere di proclamare che “le nazioni sviluppate hanno l’urgentissimo dovere di aiutare le nazioni in via di sviluppo”.

Paolo VI aveva percepito bene che la questione sociale era diventata mondiale e che un autentico processo di crescita non poteva realizzarsi se non in termini mondiali. Nell’Enciclica non c’è il termine “globalizzazione”, perché questo termine, oggi tanto di moda, è entrato nei vocabolari soltanto qualche anno dopo, ma il concetto e la visione c’erano già. Egli parla nell’Enciclica in termini mondiali e nella linea di un umanesimo integrale e universale. Integrale: senza decurtazione riduttiva dei valori di verità, di civiltà e di fede. Universale: superando le disparità dei livelli di vita, i conflitti sociali, le disuguaglianze all’interno dei singoli Paesi come pure nei rapporti fra i popoli dell’intera famiglia umana.

Come ha sottolineato Padre L.J. Lebret, O.P., grande esperto di dottrina sociale, non possiamo accettare di “separare l’economico dall’umano” né di separare lo sviluppo dalle civiltà a cui esso si riferisce. Quello che conta è l’uomo, ogni uomo, ciascun gruppo di uomini, fino all’umanità intera. (Lebret,0.P. Dymanique concrète du développement. Les Editions Ouvrières, 1961,p.28)

Avere di più - per le persone come per i popoli - non è lo scopo ultimo; non è, non deve essere, il bene supremo. La ricerca dell’avere di più è legittima, anzi è necessaria, ma se diventa esclusiva, impedisce di essere veramente di più. La dimensione economica, cioè l’avere, resta certamente importante; ma il suo fine deve essere quello che Paolo VI definiva una crescita autenticamente umana.

L’economia ha il compito di produrre ricchezza, ma anche nell’economia devono intervenire ragioni di equità e di umanità. Non si può ridurre tutto a quote di mercato, a cifre ed a bilanci. Anche nelle scelte giuste dal punto di vista economico, quando comportano sacrifici per coloro che sono più deboli e indifesi, si deve fare ogni sforzo perché questi non siano svantaggiati o tanto meno schiacciati.

L’uomo nella sua integrità di persona composta di corpo e di spirito deve essere al centro di ogni attività, di ogni decisione, di ogni programma e di ogni teoria riguardante lo sviluppo. Bisogna ripartire dall’uomo e dalla sua centralità, perché tutto deve essere al servizio della persona umana. Lo sviluppo dei popoli, con il conseguente superamento dei tanti condizionamenti negativi esercitati dalla miseria, dall’arretratezza, dall’ignoranza e dalla malattia, consente all’uomo di realizzarsi in tutta la sua pienezza e in tutto il suo sviluppo personale.

Si tratta di costruire un mondo in cui ogni uomo, senza esclusione di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente dominata; un mondo dove la libertà non sia una parola vana e dove il povero Lazzaro possa sedersi ad una mensa degna.

Paolo VI si è espresso con chiaroveggenza e con vigore, battendosi per una nuova civiltà. Purtroppo molte situazioni continuano a rendere attuali, cioè corrispondenti alla realtà, le denunce contenute nell’Enciclica e il grande sviluppo verificatosi in questi anni non va a beneficio di tutti. Le strategie suggerite dalla Populorum progressio per conseguire uno sviluppo veramente umano e a beneficio di tutti continuano ad essere pienamente valide e restano un caloroso auspicio per il futuro.

Card. Giovanni Battista Re




Cüntòmela PER RIFLETTERE

Centenario delle APPARIZIONI DI FATIMA

Apparizioni Fatima

Quest’anno si compie un secolo dalle apparizioni della Madonna a Fatima. Nel 1917, dal 13 maggio al 13 ottobre, la Beata Vergine Maria apparve 6 volte ai tre pastorelli Lucia, Francesco e Giacinta e ogni volta si presentò col rosario in mano. Nell’ultima di esse affermò di essere “la Madonna del Rosario”.

La Madonna è scesa dal cielo a parlare ai pastorelli di Fatima al fine di inviare un messaggio all’intera umanità, all’inizio di un secolo che avrebbe visto due guerre mondiali e due dittature che portarono immani tragedie e grandi sofferenze.

Sentii per la prima volta parlare di Fatima quando avevo circa 9 anni. Ricordo che le Suore Dorotee organizzarono a Borno una recita, cioè una specie di sacra rappresentazione, nella quale evocarono il messaggio e le apparizioni di Fatima con un linguaggio semplice, ma ricco di contenuto, che affascinò noi bambini. Allora era per me impensabile che sarei andato a Fatima ben 5 volte, di cui due accompagnando San Giovanni Paolo II.

Le apparizioni della Madonna sono una manifestazione della sollecitudine materna della Beata Vergine Maria nei nostri riguardi; sono un segno della sua vicinanza ai nostri problemi, ai nostri affanni e alle nostre difficoltà; e sono anche espressione del desiderio della Madre di Dio di soccorrere noi, uomini e donne, coinvolti quaggiù nella lotta contro le forze del male.

La Chiesa ha sempre considerato le apparizioni e le visioni come appartenenti alla sfera privata, perché non aggiungono nulla a quanto già conosciamo grazie alla Rivelazione pubblica contenuta nella Sacra Scrittura e nella Tradizione. Per questo la Chiesa non ha mai legato la fede a queste manifestazioni e si è limitata a permetterne ufficialmente il culto e, in qualche caso come questo di Fatima, di appoggiarlo con gesti significativi. Le nostre certezze religiose sono fondate sulla Sacra Scrittura, cioè sulla Rivelazione divina che si è chiusa con la morte dell’ultimo Apostolo.

Tuttavia le apparizioni mariane sono importanti perché aiutano a scoprire meglio la volontà di Dio nei nostri riguardi e sono un appello a vivere, nei vari frangenti della storia, la vita cristiana con coerenza, osservando i dieci comandamenti.

Il messaggio poi che ci viene da Fatima è di grande rilievo. Esso è, in breve sintesi,
- una chiamata alla preghiera;
- una chiamata a cambiare stile di vita;
- una chiamata a riparare i peccati con la penitenza e a pregare per la conversione di quanti sono sulla via del peccato e del male.

Il contenuto dell’appello della Madonna a Fatima è, pertanto, profondamente radicato nel Vangelo, anzi coincide col cuore del messaggio evangelico.

Nota caratteristica del messaggio di Fatima è che esso è collocato al centro delle preoccupazioni mondiali e dei tragici avvenimenti del secolo scorso, che ha sofferto due guerre mondiali e due dittature: il nazismo (che è durato 12 anni) ed il marxismo dell’Unione Sovietica (che è durato 70 anni). Due sistemi ideologici che sono stati causa di immani sofferenze, che hanno calpestato i diritti umani e che miravano anche a sradicare Dio dal cuore umano. La lotta contro Dio fu veramente grande.

Apparizioni Fatima

La Madonna infatti, apparendo a Fatima ai tre pastorelli 100 anni fa e adattandosi alle loro capacità intellettuali, fece riferimento alle due guerre mondiali: una che stava per finire e l’altra che sarebbe scoppiata più tardi e che avrebbe causato danni enormi. Inoltre, in un'impressionante visione, che rimase segreta fino all’anno 2000, fece intravedere ai tre pastorelli i danni sconfinati che il regime dell’Unione Sovietica, nella sua adesione all’ateismo, avrebbe recato all’umanità, spargendo i suoi errori nel mondo e facendo pagare a tanti cristiani un alto prezzo per restare fedeli alla loro fede.

Ora che - per volere di Papa Giovanni Paolo Il - è stata resa pubblica anche la terza parte del segreto di Fatima, sappiamo che nella menzionata visione era contenuta anche la previsione che la lotta contro Dio e contro la Chiesa sarebbe giunta fino al punto di voler uccidere il Papa. Di fatto il 13 maggio 1981 - proprio un 13 maggio! - ci fu l’attentato contro il Papa in Piazza San Pietro. Ma - come ha dichiarato Giovanni Paolo Il - la mano della Madonna ha guidato la traiettoria del proiettile in modo che il Papa sopravvisse. Quella pallottola è ora incastonata nella corona posta sulla testa della statua della Madonna a Fatima.

I fatti cui il segreto di Fatima fa riferimento riguardano vicende appartenenti ormai al passato, ma il messaggio di Fatima continua nella sua piena validità e nei suoi appelli anche per gli uomini e le donne di oggi. Esso è diretto anche a noi e al nostro tempo, riproponendo alla Chiesa e al mondo moderno i valori eterni del Vangelo. Il messaggio di Fatima orienta al cuore del Vangelo e ci indica la strada che porta al Cielo. Esso vuole far crescere nel mondo la devozione alla Madonna, la quale conduce a Cristo, vero Dio e vero uomo, nostro Salvatore e impegna a fare la volontà di Dio.

Ricordare le apparizioni di Fatima aiuta a comprendere meglio la presenza provvidenziale di Dio nelle vicende umane e ci invita a guardare al futuro con speranza, nonostante le prove e le tragedie del nostro tempo, perché la Madonna ha assicurato: “Alla fine il mio cuore immacolato trionferà”.

Card. G. B. Re




Cüntòmela PER RIFLETTERE

PAPA FRANCESCO QUATTRO ANNI DOPO

Da quanto tempo e in quanti modi ci stiamo interrogando su dove sia finito il sensus fidei del popolo di Dio? Quello che riempiva le chiese, che poneva al centro della quotidianità di tanti uomini e donne del nostro tempo il rapporto con Dio? Cosa è accaduto?

Recentemente ho letto un’analisi di Gianni Valente sul pontificato di Papa Francesco, all’indomani del quarto anniversario della sua nomina e vi ho trovato, in parte, la risposta a queste domande.

papa Francesco

Comincio dalla fine: la fede cristiana non si è volatilizzata, non è sparita. È stata in larga parte soppiantata dall’ideologia religiosa portata avanti da certi apparati clericali. E l’attacco operato a tutti i livelli contro papa Francesco, che la sta mettendo a nudo, ne è il chiaro segno.

Cerco di chiarire. Nel marzo di quattro anni fa sale al soglio pontificio un papa “preso quasi alla fine del mondo”, che sceglie come nome Francesco – con l’evidente riferimento al poverello d’Assisi – che saluta dal balcone con un tanto familiare quanto spiazzante “buonasera”, che propone in quella stessa occasione di recitare insieme con i fedeli di tutto il mondo che stanno guardando l’evento alla televisione il Pater, l’Ave e il Gloria – putacaso le preghiere più semplici, quelle che tutti conoscono – e che invoca insieme al popolo la benedizione di Dio sul suo mandato… A tanti, o forse ai più sono bastati quei pochi cenni per rincuorarsi (io ero fra quelli), per riconoscere che “il Signore voleva ancora bene alla sua Chiesa”. Un miracolo! E certamente per tanti aspetti la sua elezione appartiene a questa categoria.

Nei primi mesi di pontificato le sue parole, i suoi gesti spandono il seme iniziale: parla di grazia, misericordia, peccato, perdono, carità, salvezza, predilezione per gli ultimi. Mette cioè l’accento sui tratti minimali della vita e della fede cristiana; su quei temi che da troppo tempo non eravamo più abituati a sentire. E lo fa quotidianamente, nelle omelie del mattino a Santa Marta. In quelle che alcuni “esperti” di politica ecclesiastica chiamano con sufficienza “predichette”. Ma per Francesco questo è il modo per rendere più facile, più diretto l’incontro di ognuno con Cristo.

Spiega di non essere andato ad abitare nel Palazzo apostolico «per motivi psichiatrici» (leggi “solitudine”). Che non voleva fare il Papa, perché «una persona che ha voglia di fare il Papa, non vuole bene a se stessa, e Dio non la benedice». Che la Chiesa stessa, a partire dal Papa, non brilla di luce propria. Afferma che essa “rimane un corpo opaco e buio, con tutti i suoi apparati, le sue prestazioni, le sue antichità gloriose e le sue scaltre modernità, se Cristo non la illumina con la sua luce. E che solo Cristo, perdonandola, può liberare/far uscire la Chiesa stessa dalla sua inerziale auto-referenzialità, dal ripiegamento su se stessa. Ed esce da se stessa non per onorare gli slogan sulla «Chiesa in uscita», ma solo per andare incontro a Cristo, nei fratelli e soprattutto nei poveri”.

È un’azione spiazzante per l’establishment ecclesiastico ed entusiastica per il “gregge”! Egli, infatti, contribuisce a far uscire alla luce quel popolo di Dio che si era quasi accartocciato su se stesso, perché non si ritrovava nelle pieghe in cui invece si crogiolavano i baciapile; quello fatto dai “dilettanti”, dai “semplici” che sentono come un bisogno quasi fisico di restare tali, senza quelle ritualità e gestualità stucchevoli, perché come dice Valente “essere e dirsi cristiani è già un miracolo, e non serve inventar altro”; quel popolo che sente una vicinanza atavica con la Chiesa “elementare” proposta in modo diretto da Bergoglio e che in essa trova di nuovo il suo riscatto. In effetti, l’azione di papa Francesco fa ancora di più: risveglia la simpatia, e con essa l’attenzione della moltitudine di chi non conosce - o che nel tempo non ha più riconosciuto - il nome di Cristo, dei tanti per cui il cristianesimo appare un passato che non li riguarda, di quelli che hanno voltato le spalle alla Chiesa. L’impennata di coloro che si sono riaccostati al sacramento della riconciliazione direi che la dice lunga!

Contestualmente, via via che il magistero di Francesco risveglia le coscienze assopite, ecco profilarsi una parte di quella sfera ecclesiastica di chiara marca neo-conservatrice che si schiera apertamente contro papa Francesco. E sono proprio “questi settori dottrinalmente così agguerriti, che hanno operato nel tempo una secolarizzazione intima, occultata sotto le esibizioni del rigorismo”, che si dilettano di concretizzare il loro disprezzo per Bergoglio andando a caccia di presunte defaillances dottrinali, derubricando la sua azione ad una mera contrapposizione fra le categorie conservatore/progressista e con l’intento di far passare l’idea che in questa fase della stagione ecclesiale tutto sia riconducibile ad un banale personalismo del papa, alle sue origini e alla sua formazione gesuitica.

Così facendo essi mostrano di aver soppiantato “la familiarità semplice dell’esperienza cristiana e della stessa dottrina cattolica con l’ideologia religiosa infiorata di parole e formule cristiane, che ne ha atrofizzato il più semplice e basico senso della fede” contribuendo a creare quell’enorme frattura tra Chiesa e popolo di Dio.

Quell’enorme frattura che Bergoglio sta tentando di risanare. E che a certuni dà così fastidio. Ancor di più dal momento in cui, grazie alla sua opera, comincia a cedere quel loro paradigma distorto secondo cui essi si compiacciono di apparire insopportabili al mondo - con quel loro cipiglio di rigore - e spacciano tale disprezzo nei loro confronti come un cilicio che li edifica. Ma papa Francesco ricorda a tutti che “il cristianesimo non funziona così. Che vince e avvince il mondo per delectatio, come diceva sant’Agostino; “per attrattiva”, come anche lui ripete sempre, citando papa Ratzinger. Che le moltitudini sono incuriosite e attirate non dalle invenzioni e dalle strategie dei preti ma da Cristo, che già all’inizio passava nel mondo facendo il bene a tutti, ai peccatori e alle donne, ai malfattori e a quelli che non appartenevano al popolo eletto".

Nulla di nuovo nel magistero di Francesco. Egli sta proponendo la Chiesa di sempre, quella di Papa Benedetto e di tutti i Successori di Pietro. Non una Chiesa “nuova”, ma un nuovo inizio, sul cammino della fede delle origini.

Ebbene, ritornando alle domande iniziali, non possiamo che ringraziare lo Spirito Santo, che certamente ci ha messo del suo in quel giorno di marzo di quattro anni fa e che ci sta permettendo di vivere in compagnia di un Papa che aiuta tutti a riscoprire e ad assaporare giorno per giorno l’autentica natura della Chiesa. Quella di una «madre feconda» che vive solo della «confortante gioia di annunciare il Vangelo», come lui stesso aveva detto nel suo intervento alle Congregazioni generali, prima del conclave.

E dunque che questo popolo di Dio, che grazie a lui ha riscoperto il sensus fidei e la sua bellezza, e tutti quelli che vogliono bene a Papa Francesco e lo vogliono aiutare, non si lascino scappare l’occasione di dimostrare di “esserci”, di uscire allo scoperto, facendo qualcosa di bello e di importante: prenderlo sul serio quando chiede di pregare per lui! Se lo faremo tutti, il miracolo continuerà!

Emilia Pennacchio

Gianni Valente è nato e vive a Roma. Si è laureato in storia religiosa dell'Oriente cristiano. È stato redattore della rivista internazionale «30Giorni», per la quale ha anche realizzato reportage sulla vita delle comunità cristiane della Cina, della Russia e di diversi Paesi dell'America Latina e del Medio Oriente. Attualmente è redattore presso l’agenzia «Fides», organo d’informazione delle Pontificie Opere Missionarie. Collabora con diverse riviste, col quotidiano «La Stampa» ed è autore dei volumi Il Tesoro che fiorisce. Storie di cristiani in Cina (Roma 2002); Ratzinger professore (Edizioni San Paolo, 2008), dove ha ricostruito l'itinerario di studio e d'insegnamento percorso da Joseph Ratzinger nelle facoltà teologiche tedesche, e Ratzinger al Vaticano II (Edizioni San Paolo, 2013).




Cüntòmela a BORNO

IL SACRO TRIDUO DEI MORTI 2017
con il vescovo Luciano

Borno Triduo dei defunti

Anche quest’anno, nei giorni immediatamente precedenti la Quaresima, per la nostra comunità parrocchiale si è rinnovato l’appuntamento con il Triduo dei Morti: tre giorni intensi di preghiera e di riflessione.

La solenne celebrazione eucaristica di apertura del Triduo è stata presieduta dal nostro vescovo Luciano, salito sulle nostre montagne per aiutarci a vivere al meglio questi giorni in ricordo dei nostri cari defunti. Da parte nostra, è stata l’occasione per salutarlo e ringraziarlo per il suo servizio episcopale nella nostra diocesi, essendo ormai alla conclusione del suo ministero.

La celebrazione è stata davvero partecipata e ha visto la presenza numerosa anche dalle altre parrocchie della nostra Unità Pastorale “in costruzione”.

Il vescovo Luciano ci ha invitato a cercare e a costruire la comunione tra di noi prima di tutto attorno all’Eucaristia e partendo da essa. E, prendendo spunto dal brano biblico della domenica, ci ha chiesto di vivere ogni nostra giornata con la fiducia nel Signore, che conosce bene quali sono i bisogni dei suoi figli.

Borno Triduo dei defunti

Al termine della celebrazione, il vescovo si è soffermato a salutare anche i tanti ragazzi presenti, soprattutto quelli in cammino verso i sacramenti della Cresima e della Comunione e quelli che stanno ormai per concludere il cammino dell’Iniziazione Cristiana.

Nelle serate di lunedì e di martedì, invece, la nostra riflessione è stata guidata da don Tiberio Cantaboni, vicario parrocchiale di Lovere, che ci ha invitato a leggere il mistero della morte con gli occhi della fede, che sa cogliere la vita anche là dove tutto sembra finito e senza speranza.




Cüntòmela a BORNO

Carnevale 2017

Nel pomeriggio di domenica 19 febbraio, le strade del nostro paese si sono riempite di maschere, coriandoli e stelle filanti, in occasione del tradizionale appuntamento del carnevale Bornese. Quattro sono stati i gruppi mascherati che hanno raccolto tante persone che, con pazienza, entusiasmo e buona volontà sono riuscite a dare grande successo alla manifestazione. Grazie a tutti coloro che hanno dato la disponibilità a realizzare ancora un nuovo Carnevale e grazie ai nostri amici alpini che hanno curato l’angolo ristoro con pop corn, vin brulè e tante altre delizie.
Eccovi una carrellata fotografica che ha immortalato l’allegria e la festa di questo giorno.