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Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

Archivio Cüntómela

cuntomela Pasqua 2019

Pasqua 2019

CRISTO È VERAMENTE RISORTO, ALLELUIA!
LE CAMPANE DI PASQUA
LES CLOCHES DE PÂQUES Una leggenda francese
“SIMONE DI GIOVANNI, MI AMI?” La terza apparizione di Gesù risorto ai discepoli
CHRISTUS VIVIT
PER RISUSCITARE CON CRISTO Sepoltura o cremazione?
IL BELLO DEL VIVERE La santità dei volti e i volti della santità
LA MISSIONE POPOLARE NELLA NOSTRA UNITÀ PASTORALE
INCONTRO AL BEATO INNOCENZO
LA BIBBIA
LA LITURGIA
COME SARÀ?
BENVENUTO DON PAOLO Doppia festa a Ossimo Superiore
Le fotografie...
NON LASCIAMOLI SOLI
CON OCCHI DI BAMBINA
Carnavale a Borno 2019
VOLONTARI IN ORATORIO Porte aperte!
CARNEVALE ALLA CORRIDA: a Ossimo si può
“Prego, facci entrare l’accuseta, così che incominci il pro-cesso”
IL LEGATO ZINELLI per la scuola di Ossimo Inferiore
TRIDUO DEI MORTI a Ossimo Superiore
ANCORA(TI)... ALLA FEDE
SANTA CRISTINA tra storia e leggenda
PELLEGRINAGGIO ALL'ANNUNCIATA I pellegrini di Lozio in movimento
SCUOLA DELL’INFANZIA SS. PIETRO E PAOLO
SABATANDO in quel di Laveno
Carnavale a Lozio 2019
TANTE STORIE E TANTA VITA Notizie da Padre Giacomo
MISSIONE KINSHASA (rep. democratica del Congo): un progetto d’amore
Chiamati all'amore sponsale
Chiamati alla vita eterna
UTOPIA REALISMO SPERANZA
Pellegrinaggio a Caravaggio con gruppi di Padre Pio (16 settembre 2018)


Cuntomela Pasqua 2019


PAROLA DEL PARROCO

CRISTO È VERAMENTE RISORTO, ALLELUIA!

Carissimi,

è questo l’annuncio bello e gioioso che risuona in questo tempo, è questo il centro della nostra fede. La Pasqua illumina la nostra vita, dà luce, speranza e significato all’esistenza dell’uomo.

Nella fatica di affrontare la sofferenza e il male – nelle sue diverse declinazioni – che inevitabilmente accompagnano l’esistenza dell’uomo, l’annuncio bello e gioioso della Pasqua ci ricorda che la nostra vita è abitata dalla presenza dell'amore di Dio e che essa è orientata non verso il male, ma verso il bene. Nella gioia della Pasqua troviamo speranza e fiducia, affidiamo le nostre preoccupazioni e fatiche a Dio, rinnoviamo il nostro impegno e l’entusiasmo nell’affrontare le difficoltà.

La liturgia ci ricorda che “centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto”. E ancora “in ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte”.

Dunque cerchiamo di riscoprire la gioia di incontrare il Signore come “il Vivente” dentro ai sacramenti e nella liturgia, non relegandolo ad un personaggio del passato o a semplice maestro di valori. E questa “riscoperta" esercitiamola ogni domenica e, se ci è possibile, anche più assiduamente, perché Cristo non sia l’abito delle grandi occasioni ma sia l’amico e il Signore della nostra vita.

Ci siamo preparati alla Pasqua con il tempo santo della Quaresima. In esso la chiesa ci ha chiesto di allenare l’anima all’ascolto di Dio e della sua volontà. Un tempo che va dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo, un tempo che ci fa percorrere – con un’immagine cara al vescovo Tonino Bello –un cammino “dalla testa ai piedi”: dalla nostra testa ai piedi degli altri, per aprirci al servizio del prossimo, proprio come Gesù ci insegna. Possiamo vivere davvero la Pasqua se apriamo il cuore e la vita agli altri, se la nostra conversione ci fa passare dall’io a Dio. Un Dio che non toglie nulla ma dona tutto: riconoscendo nei volti dei fratelli il Volto di Cristo, il nostro egoismo svanisce per lasciare posto all’autentica carità.

A condurci dentro il tempo quaresimale, è stato il Triduo dei morti, aperto nella parrocchia di Borno dal vescovo e, accompagnate dalle belle riflessioni di don Tino Clementi. Queste funzioni solenni testimoniano una fede secolare ancora viva nelle nostre comunità.

Nelle parrocchie di Ossimo Superiore e Inferiore, sono stati i frati dell’Annunciata a curare le omelie ed è stato bello concludere questa esperienza di fede con la visita al cimitero portando una luce sulle tombe dei nostri cari. Giacché, anche il pensiero ai defunti è pensiero di risurrezione: essi sono già entrati nella luce della Pasqua eterna verso la quale anche noi siamo incamminati.

Non scordiamoci, infine, che sono la gioia della Pasqua e la scoperta che Gesù è davvero risorto ad aprire gli apostoli alla missione, per andare ad annunciare ai fratelli la bellezza dell’amore di Dio per l’umanità. Una missione che riguarda tutti noi!

In questo numero pasquale di Cüntòmela, troverete come sempre il racconto della vita delle nostre comunità.

Ma permettetemi di segnalare un annuncio importante: le Missioni popolari.

Noi sacerdoti, con i consigli pastorali, abbiamo pensato di metterci in cammino verso questo appuntamento, perché la nostra fede trovi sempre più fondamento e entusiasmo nel Vangelo. Celebreremo le missioni il prossimo anno, ma è già tempo di mettersi in cammino con la preghiera perché sia tempo ricca di frutti.

Approfitto di questo spazio per augurare a tutti e a ciascuno una santa Pasqua, come scoperta sempre più viva del Cristo risorto e vivo nella nostra vita.

Vostro don Paolo

Cuntomela Pasqua 2019


PER RIFLETTERE

LE CAMPANE DI PASQUA

Le campane di Pasqua, anche quest’anno, annunciano al mondo, a chi ascolta ed a chi non ascolta, la risurrezione di Cristo, nostro Salvatore.

È annuncio di gioia e di speranza, che sta a fondamento della nostra fede; è annuncio del trionfo del bene sul male. Ci dice che Cristo, il quale come uomo fu vittima innocente della malvagità e dell’ingiustizia umana più alta, ha vinto la morte. È risorto, sconvolgendo i piani di coloro che pensavano di averlo messo fuori gioco per sempre. Ed ora vive in eterno.

La risurrezione di Cristo è l’evento più alto e decisivo della nostra fede. È la verità centrale della fede cristiana e la prova che Cristo era veramente Dio, oltre che vero uomo.

La risurrezione di Cristo ci assicura che l’ultima parola non è del male. Guardando al Cristo Risorto, pertanto, non possiamo rassegnarci al male, che dilaga, rendendo triste e bassa la vita. Guardando a Cristo Risorto non dobbiamo impaurirci per la perdita di valori e per l’inquinamento morale che notiamo nella società di oggi.

Cristo ha vinto la morte non soltanto per se stesso, ma anche per noi: con la forza che da Lui ci viene possiamo diventare più onesti e più buoni.

La risurrezione di Cristo ha introdotto nella storia umana una nuova energia che ci garantisce la vittoria definitiva dell’amore sull’odio, del bene sul male, della vita sulla morte. Il male non deve più spaventarci: come cristiani abbiamo la certezza che Dio è così grande e potente, che sa trarre il bene anche dal male.

La risurrezione di Cristo significa anche che la vita umana non finisce con la morte, ma siamo destinati ad un’altra vita; significa anche che la storia non è in mano ai prepotenti e ai mercanti di bugie, ma terminerà col giudizio di Dio. La notizia della risurrezione di Cristo non è una notizia da poco; non è un fatto lontano nel tempo che non ci riguarda: è una realtà che tocca tutti e che invita ad avere il coraggio di “risorgere” cioè di cambiare lo stile di vita, di rinnovare molte cose nel nostro comportamento e nei nostri rapporti. La risurrezione di Cristo immette nella storia la forza di ricominciare e ci fa guardare al futuro con speranza.

Celebrare la Pasqua non significa solo inaugurare un vestito nuovo, lucidare i pavimenti, mangiare il capretto o compiere qualche gesto gentile donando qualche colomba pasquale.

Celebrare la Pasqua significa incontrarsi con Cristo per regolare i conti della propria anima. Un incontro obbligatorio per noi cristiani. Esiste un preciso precetto della Chiesa: confessarsi almeno una volta all’anno e comunicarsi almeno in occasione della Pasqua o del periodo pasquale.

Dobbiamo essere grati alla Chiesa per questo richiamo. Presi come siamo da tanti problemi e da tante preoccupazioni, finiamo per dimenticarci che abbiamo anche un’anima da salvare.

L’attrattiva delle cose terrene, resa più affascinante dal progresso del nostro tempo, si è fatta particolarmente suggestiva e impegna il nostro interesse e la nostra attenzione, rendendo più difficile la pratica della fede e la stima dei valori spirituali. Ma il mondo del progresso e dei beni che riusciamo a produrre per conservarsi umani, hanno bisogno di quella luce e di quella forza che vengono dall’alto.

Il gioioso suono delle campane di Pasqua è richiamo ad avviarsi sul sentiero che porta all’incontro con Cristo Risorto.

La celebrazione della Pasqua sia apportatrice di gioia e di rinnovamento morale e spirituale.

Card. Giovanni Battista Re

Cuntomela Pasqua 2019


PER RIFLETTERE

LES CLOCHES DE PÂQUES
Una leggenda francese

Secondo la tradizione le campane di tutte le chiese rimangono in silenzio dal giovedì santo, dopo la Messa “nella Cena del Signore”, fino alla domenica di Pasqua, come segno di dolore per il Cristo crocifisso.
Una leggenda francese racconta che le “cloches”(campane), durante questi giorni, si raggruppino e volino a Roma per ricevere la benedizione del Papa. Dopo tornano nelle loro chiese, ma durante il viaggio, lungo il percorso, lasciano cadere nei prati tante uova di cioccolato.
Per questo motivo i bambini francesi la mattina di Pasqua corrono in giardino a cercare le uova disseminate dalle campane in volo. Si apre così una “chasse aux œufs” (caccia alle uova) e i bambini fanno a gara a chi riesce a trovarne di più.

Riccardo e Silvia erano ospiti dalla nonna Maria per le vacanze di Pasqua.
Stavano ascoltando con attenzione la nonna che raccontava loro una storia.
“Tutte le campane del mondo sono andate a Roma a trovare le loro sorelle che sono a San Pietro.”
“Ma sei sicura, nonna?” fece Riccardo dubbioso.
“Chi le ha portate?” s’incuriosì Silvia.
“Sono andate da sole!”.
“Ma non è possibile!” esclamò Riccardo.
“Eppure da ieri non si sono più sentite suonare” disse la nonna. Riccardo l’interruppe:
“Lo so, tacciono perché è morto Gesù, ma quando Gesù risorgerà, suoneranno il Gloria”.
“Verissimo, rispose la nonna, ma si racconta che la notte del venerdì, quando la gente dorme, le campane di tutte le chiese, zitte zitte, volino a trovare le campane di Roma.
La notte del sabato santo ritornano alle loro chiese, volando assieme alle colombe pasquali, e nel loro passaggio depositano uova e dolci per i bambini”.
I due nipotini ascoltavano attenti, ma un po’ increduli.
“Che fanno le colombe?” chiese Silvia.
“Volano col rametto d’ulivo nel becco, in segno di pace”:
“Davvero le campane lasciano uova e dolci per i bambini?” domandò Riccardo, interessato.
“Si, ma soltanto per i bambini che credono a questa storia” concluse nonna Maria. Poco dopo i due fratelli, rimasti soli, si misero a discutere.
“Ma le campane non possono volare, non hanno le ali! E poi, come fanno a portare dolci ai bambini se non hanno le mani? Sicuramente è una favola!” esclamò Riccardo.
“Perché la nonna la racconta come una storia vera?” chiese Silvia.
“Forse lei ci crederà” disse Riccardo.
“Allora aspetterà i dolci dalle campane e ci resterà male non trovandoli…” concluse Silvia.
I bambini pensarono al da farsi, poi ebbero un’idea e per tutto il pomeriggio del sabato furono occupatissimi: Silvia in cucina, con la zia, e Riccardo a gironzolare attorno alla colombaia trascinandosi dietro la scala. La nonna, si accorse di tutto quel traffico, ma fece finta di niente.
La domenica, alla fine del pranzo, arrivò la zia reggendo su un vassoio una grossa campana di pasta frolla, legata con nastrini colorati.
I due bambini si strizzarono l’occhio, aspettando con impazienza il resto della sorpresa.
Quando la campana fu sollevata, uscì una piccola colomba spaurita che lasciò cadere a terra un ramoscello d’ulivo.
Svelto, Riccardo lo raccolse e lo porse alla nonna:
“Tieni, nonna, è per te!”
La nonna sorrise commossa; non poteva parlare perché la voce le tremava un po’.

a cura di don Simone

I CAMPANARI DELLA VALGRIGNA
Lunedì di Pasqua (22 aprile) daranno prova del loro talento suonando le campane per la messa delle 10.00 e proponendo una scampanata dopo la celebrazione.

Cuntomela Pasqua 2019


PER RIFLETTERE

“SIMONE DI GIOVANNI, MI AMI?”
La terza apparizione di Gesù risorto ai discepoli

Quando ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi» (Gv 21,15-19)

La terza apparizione di Cristo risorto ha come scenario le sponde del lago di Tiberiade, là dove secondo i sinottici avvenne la chiamata dei primi discepoli, Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, intenti nel loro mestiere di pescatori (cfr. Lc 5,1-11).

In seguito ai fatti pasquali, i discepoli sono tornati in Galilea, alla loro vita prima dell’incontro straordinario con il Maestro di Nazaret.

Qui Cristo, dopo aver rinnovato il prodigio di una pesca abbondante e aver preparato un pasto per i suoi (anche da risorto Gesù rimane colui che serve!), instaura un dialogo con Pietro, reduce dal triplo rinnegamento nel cortile del Sommo Sacerdote.

È interessante notare il gioco di verbi greci utilizzati. La prima volta Gesù domanda a Pietro: “Mi ami tu?” (agapâs-me). Il verbo utilizzato (agapáo) indica l’amore totalizzante, senza riserve e incondizionato. “Simone, mi ami tu con questo amore?”. Prima dell’esperienza del rinnegamento, l’apostolo avrebbe risposto con sicurezza e un po’ di spavalderia: “Certo, Signore!”. Ma ora che ha fatto l’amara esperienza della propria infedeltà, della paura di fronte a chi gli rendeva conto del suo essere discepolo di Gesù, risponde semplicemente: “Ti voglio bene” (filô-se).

In greco il verbo filéo indica l’amore di amicizia, tenero, bello, ma non totalizzante. Simon Pietro offre a Gesù il suo povero amore umano. E qui l’apostolo dimostra di essere grande perché umile; capisce che non può essere lui il protagonista di questo amore totale e fedele, che discende solo da Dio. Ma Cristo insiste: “Simone di Giovanni, mi ami con l’amore pieno e totale che voglio da te?”. E ancora Pietro offre al risorto il suo semplice amore umano.

Alla terza volta avviene un cambiamento straordinariamente commovente, Gesù si mette a livello di Pietro, domandando semplicemente: “Mi vuoi bene?” (fileîs-me). Qui Pietro capisce che è ancora una roccia fragile e che a Gesù basta l’amore di cui lui in questo momento è capace: “Tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene”. E proprio l’adeguarsi di Gesù a Pietro dona speranza al discepolo, che ha rinnegato il Maestro. E da qui nasce la fiducia che lo renderà capace della sequela fino alla fine, fino al dono della vita, quando, ormai vecchio, verrà vestito da altri e condotto verso il martirio, per versare il suo sangue a gloria di Dio.

A conclusione di questo straordinario dialogo, Gesù rinnova il comando, già espresso tempo prima ancora sulle sponde di quel lago: “Seguimi!”.

Ora Pietro può essere per il suo gregge quella guida sicura che non fugge se vede venire il lupo. Ora Pietro è davvero pronto per la sequela totale e fedele del Cristo risorto e a morire per il suo Signore. Sa bene Pietro che questa forza non è frutto del proprio coraggio, come un giorno non furono le sue intuizioni a proclamare Gesù il Cristo di Dio (cfr. Mt 16,17). La sorgente è sempre e solo Cristo risorto, creduto e amato con la nostra debole ma sincera fede. L’esperienza di Pietro mostra anche a noi, discepoli di oggi, la via da seguire. Siamo chiamati ad andare dietro a Cristo Signore con la nostra povera capacità di amare, consapevoli della nostra debolezza e certi che Gesù è buono e ci accetta.

Ci piace Pietro, perché in lui vediamo riflessi i nostri volti, le nostre storie: anche noi spesso entusiasti e spavaldi nel vivere la fede, altre volte impauriti e incoerenti, incapaci di essere fedeli fino in fondo.

Ci piace Pietro, anche perché in lui vediamo la speranza di ricominciare, offrendo al Signore l’amore di cui siamo capaci.

Ci piace Pietro, perché anche noi come lui, se rimaniamo fedeli e con i piedi per terra, possiamo giungere a realizzare in pienezza il comando del risorto che vale per tutti: “Seguimi!”.

Don Simone

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PER RIFLETTERE

CHRISTUS VIVIT

Esortazione Apostolica Post-Sinodale del santo padre Francesco ai giovani e a tutto il popolo di Dio

Ti ricordo la buona notizia che ci è stata donata il mattino della Risurrezione: che in tutte le situazioni buie e dolorose di cui parliamo c’è una via d’uscita...
Non lasciare che ti rubino la speranza e la gioia, che ti narcotizzino per usarti come schiavo dei loro interessi. Osa essere di più, perché il tuo essere è più importante di ogni altra cosa...
Guarda le braccia aperte di Cristo crocifisso, lasciati salvare sempre nuovamente. E quando ti avvicini per confessare i tuoi peccati, credi fermamente nella sua misericordia che ti libera dalla colpa. Contempla il suo sangue versato con tanto affetto e lasciati purificare da esso. Così potrai rinascere sempre di nuovo....
Giovani, non rinunciate al meglio della vostra giovinezza, non osservate la vita dal balcone. Non confondete la felicità con un divano e non passate tutta la vostra vita davanti a uno schermo. Non riducetevi nemmeno al triste spettacolo di un veicolo abbandonato. Non siate auto parcheggiate, lasciate piuttosto sbocciare i sogni e prendete decisioni. Rischiate, anche se sbaglierete...
Correte «attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente. Lo Spirito Santo vi spinga in questa corsa in avanti. La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. Ne abbiamo bisogno! E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci»

Nei primi due capitoli dell’Esortazione Papa Francesco ripercorre quello che ci dice la Bibbia sui giovani. Fra tante figure famose dell’Antico Testamento cita anche come “una ragazzina ebrea, che era al servizio del militare straniero Naaman, intervenne con fede per aiutarlo a guarire dalla sua malattia (cfr 2 Re 5,2-6)”.

Passando al Nuovo il Papa menziona il giovane della parabola del Padre Misericordioso e il ricco che, secondo il Vangelo di Marco, dichiara: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza», osservando come anche nella Scrittura i ragazzi e i giovani siano giudicati positivamente.

Lo stesso Gesù, che per i parametri attuali sarebbe considerato un giovane-adulto, appare quasi un cultore della vera giovinezza. “A Gesù”, scrive il Papa, “non piaceva il fatto che gli adulti guardassero con disprezzo i più giovani o li tenessero al loro servizio in modo dispotico”.

“Essere giovani, più che un’età, è uno stato del cuore”. Con questa espressione invita la Chiesa, la pastorale e, più oltre nella lettera, le stesse scuole cattoliche a sapersi rinnovare ogni giorno per evitare di rinchiudersi ed estraniarsi da un mondo non certo ideale (parole nostre) ma nel quale tutti siamo chiamati a vivere ed accompagnare i più giovani, imparando soprattutto ad ascoltarli nei loro pensieri e desideri più profondi.

Il Papa invita ad andar oltre la retorica che “i giovani sono il futuro del mondo”. Ricorda loro: “Voi siete l’adesso di Dio!” (terzo capitolo) e continua affermando che «in realtà, “la gioventù” non esiste, esistono i giovani con le loro vite concrete. Nel mondo di oggi, pieno di progressi, tante di queste vite sono esposte alla sofferenza e alla manipolazione». Segue un elenco di realtà negative per la loro crescita: guerra, droghe, pornografia, certi aspetti perversi di internet, uso sbagliato del grande dono della sessualità, abusi purtroppo anche da parte di sacerdoti e vescovi, ecc.

Nel quarto capitolo Papa Francesco va al cuore della vita e ricorda ad ogni giovane, ma pensiamo anche a tutti noi, che “Dio ti ama” in qualunque situazione ti trovi, “Cristo ti salva” ed è sempre disposto a perdonarti. “Egli vive”, non è solo un grande personaggio del passato ma una presenza costante nella nostra vita mediante lo Spirito Santo. Proprio la sua forza “prepara e apre i cuori perché accolgano questo annuncio, è Lui che mantiene viva questa esperienza di salvezza, è Lui che ti aiuterà a crescere in questa gioia se lo lasci agire”.

I rimanenti capitoli – Percorsi di gioventù, Giovani con radici, La pastorale dei giovani, La vocazione, Il discernimento – forniscono indicazioni e preziosi suggerimenti su come vivere questo amore di Dio e un concreto rapporto d’amicizia con Gesù. Il Papa invita i giovani a diffidare dalle “strategie del falso culto della giovinezza e dell’apparenza, oggi si promuove una spiritualità senza Dio, un’affettività senza comunità e senza impegno verso chi soffre...”. Chiede di aiutare i giovani ad avere una memoria viva del passato perché “Se camminiamo insieme, giovani e anziani, potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze”.

Nei suoi 299 paragrafi si è “lasciato ispirare dalla ricchezza delle riflessioni e dei dialoghi del Sinodo dell’anno scorso”. Di questi i più comunicativi forse sono quelli rivolti agli stessi giovani nello stile diretto di Papa Francesco e dei quali all’inizio abbiamo riportato qualche e speriamo significativo esempio.

a cura della redazione

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PER RIFLETTERE

PER RISUSCITARE CON CRISTO Sepoltura o cremazione?

È nel mistero Pasquale della morte e Risurrezione di Cristo che trova senso e significato la nostra morte e trova fondamento e radice il modo di onorare i nostri fratelli defunti. Per questo abbiamo scelto in questo “Cüntòmela” di pubblicare il documento dal titolo “Per risuscitare con Cristo”: promulgato della “congregazione per la dottrina della fede”, da indicazioni semplici e chiare su ciò che la Chiesa dice riguardo alla cremazione e ancora di più riguardo alla sepoltura delle ceneri.
Teniamo presente che si tratta di una “istruzione”: la Chiesa non pronuncia una opinione tra le tante per accendere polemiche o dibattiti, ma vuole istruire i suoi figli riguardo a ciò che attiene alla fede. Il documento, che risale ancora al 2016, è di facile lettura e da motivazioni chiare sul senso e sul significato della bontà o meno di alcuni modi di fare. Il documento infine, è rivolto a tutta la Chiesa, diffusa in tutto il mondo e si rivolge quindi anche a culture e tradizioni diverse dalla nostra.

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
Istruzione Ad resurgendum cum Christo
circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione

1. Per risuscitare con Cristo, bisogna morire con Cristo, bisogna «andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,8). Con l’Istruzione Piam et constantem del 5 luglio 1963, l’allora Sant’Uffizio ha stabilito che «sia fedelmente mantenuta la consuetudine di seppellire i cadaveri dei fedeli», aggiungendo però che la cremazione non è «di per sé contraria alla religione cristiana» e che non siano più negati i sacramenti e le esequie a coloro che abbiano chiesto di farsi cremare, a condizione che tale scelta non sia voluta «come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa». Questo cambiamento della disciplina ecclesiastica è stato poi recepito nel Codice di Diritto Canonico (1983) e nel Codice dei Canoni delle Chiese Orierntali (1990). Nel frattempo la prassi della cremazione si è notevolmente diffusa in non poche Nazioni, ma nel contempo si sono diffuse anche nuove idee in contrasto con la fede della Chiesa. Dopo avere opportunamente sentito la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi e numerose Conferenze Episcopali e Sinodi dei Vescovi delle Chiese Orientali, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ritenuto opportuno la pubblicazione di una nuova Istruzione, allo scopo di ribadire le ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura dei corpi e di emanare norme per quanto riguarda la conservazione delle ceneri nel caso della cremazione.

2. La risurrezione di Gesù è la verità culminante della fede cristiana, predicata come parte essenziale del Mistero pasquale fin dalle origini del cristianesimo: «Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1 Cor 15,3–5).

Mediante la sua morte e risurrezione, Cristo ci ha liberato dal peccato e ci ha dato accesso a una nuova vita: «Come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). Inoltre, il Cristo risorto è principio e sorgente della nostra risurrezione futura: «Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti...; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» (1 Cor 15,20–22).

Se è vero che Cristo ci risusciterà nell’ultimo giorno, è anche vero che, per un certo aspetto, siamo già risuscitati con Cristo. Con il Battesimo, infatti, siamo immersi nella morte e risurrezione di Cristo e sacramentalmente assimilati a lui: «Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel Battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti» (Col 2,12). Uniti a Cristo mediante il Battesimo, partecipiamo già realmente alla vita di Cristo risorto (cf. Ef 2,6).

Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. La liturgia della Chiesa prega: «Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo». Con la morte, l’anima viene separata dal corpo, ma nella risurrezione Dio tornerà a dare la vita incorruttibile al nostro corpo trasformato, riunendolo alla nostra anima. Anche ai nostri giorni la Chiesa è chiamata ad annunciare la fede nella risurrezione: «La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali».

3. Seguendo l’antichissima tradizione cristiana, la Chiesa raccomanda insistentemente che i corpi dei defunti vengano seppelliti nel cimitero o in altro luogo sacro.

Nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore, mistero alla luce del quale si manifesta il senso cristiano della morte, l’inumazione è innanzitutto la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione corporale.

La Chiesa, che come Madre ha accompagnato il cristiano durante il suo pellegrinaggio terreno, offre al Padre, in Cristo, il figlio della sua grazia e ne consegna alla terra le spoglie mortali nella speranza che risusciterà nella gloria.

Seppellendo i corpi dei fedeli defunti, la Chiesa conferma la fede nella risurrezione della carne, e intende mettere in rilievo l’alta dignità del corpo umano come parte integrante della persona della quale il corpo condivide la storia. Non può permettere, quindi, atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte, ritenuta sia come l’annullamento definitivo della persona, sia come il momento della sua fusione con la Madre natura o con l’universo, sia come una tappa nel processo della re–incarnazione, sia come la liberazione definitiva della “prigione” del corpo.

Inoltre, la sepoltura nei cimiteri o in altri luoghi sacri risponde adeguatamente alla pietà e al rispetto dovuti ai corpi dei fedeli defunti, che mediante il Battesimo sono diventati tempio dello Spirito Santo e dei quali, «come di strumenti e di vasi, si è santamente servito lo Spirito per compiere tante opere buone».

Il giusto Tobia viene lodato per i meriti acquisiti davanti a Dio per aver seppellito i morti, e la Chiesa considera la sepoltura dei morti come un’opera di misericordia corporale.

Infine, la sepoltura dei corpi dei fedeli defunti nei cimiteri o in altri luoghi sacri favorisce il ricordo e la preghiera per i defunti da parte dei familiari e di tutta la comunità cristiana, nonché la venerazione dei martiri e dei santi.

Mediante la sepoltura dei corpi nei cimiteri, nelle chiese o nelle aree ad esse adibite, la tradizione cristiana ha custodito la comunione tra i vivi e i defunti e si è opposta alla tendenza a occultare o privatizzare l’evento della morte e il significato che esso ha per i cristiani.

4. Laddove ragioni di tipo igienico, economico o sociale portino a scegliere la cremazione, scelta che non deve essere contraria alla volontà esplicita o ragionevolmente presunta del fedele defunto, la Chiesa non scorge ragioni dottrinali per impedire tale prassi, poiché la cremazione del cadavere non tocca l’anima e non impedisce all’onnipotenza divina di risuscitare il corpo e quindi non contiene l’oggettiva negazione della dottrina cristiana sull’immortalità dell’anima e la risurrezione dei corpi.

La Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti; tuttavia la cremazione non è vietata, «a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana».

In assenza di motivazioni contrarie alla dottrina cristiana, la Chiesa, dopo la celebrazione delle esequie, accompagna la scelta della cremazione con apposite indicazioni liturgiche e pastorali, avendo particolare cura di evitare ogni forma di scandalo o di indifferentismo religioso.

5. Qualora per motivazioni legittime venga fatta la scelta della cremazione del cadavere, le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica.

Sin dall’inizio i cristiani hanno desiderato che i loro defunti fossero oggetto delle preghiere e del ricordo della comunità cristiana.

Le loro tombe divenivano luoghi di preghiera, della memoria e della riflessione. I fedeli defunti fanno parte della Chiesa, che crede alla comunione «di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa».

La conservazione delle ceneri in un luogo sacro può contribuire a ridurre il rischio di sottrarre i defunti alla preghiera e al ricordo dei parenti e della comunità cristiana.

In tal modo, inoltre, si evita la possibilità di dimenticanze e mancanze di rispetto, che possono avvenire soprattutto una volta passata la prima generazione, nonché pratiche sconvenienti o superstiziose.

6. Per i motivi sopra elencati, la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita. Soltanto in caso di circostanze gravi ed eccezionali, dipendenti da condizioni culturali di carattere locale, l’Ordinario, in accordo con la Conferenza Episcopale o il Sinodo dei Vescovi delle Chiese Orientali, può concedere il permesso per la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica. Le ceneri, tuttavia, non possono essere divise tra i vari nuclei familiari e vanno sempre assicurati il rispetto e le adeguate condizioni di conservazione.

7. Per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti, tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione.

8. Nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana, si devono negare le esequie, a norma del diritto.

Il Sommo Pontefice Francesco, nell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto in data 18 marzo 2016, ha approvato la presente Istruzione, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione in data 2 marzo 2016, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, 15 agosto 2016, Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria.

Gerhard Card. Müller Prefetto
+ Luis F. Ladaria, S.I.
Arcivescovo titolare di Thibica Segretario

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PER RIFLETTERE

IL BELLO DEL VIVERE La santità dei volti e i volti della santità

Invito alla lettura della lettera pastorale del vescovo Tremolada sul tema della santità.

La prima lettera del nostro Vescovo non lascia dubbi sulla “missione” dei cristiani: siamo votati alla santità!

Nell’intervista rilasciata ai microfoni di Radio Voce Camuna, all’indomani della pubblicazione, egli spiega: “È la mia prima lettera pastorale, in cui attiro l’attenzione sulla santità, considerandola non tanto come un tema, ma piuttosto come un orizzonte. Mi piacerebbe che in questi anni potessimo insieme, come Chiesa, camminare e dare alla nostra vista una forma sempre più bella, sempre più vera, nella prospettiva della santità. Così intenderei la santità: come la forma bella della vita […].”

È consuetudine rapportarci alla santità come a qualcosa di irraggiungibile: le vite dei santi e dei martiri del passato ci inducono a pensare che la santità non sia alla nostra portata.

Nel volumetto di poco più di un’ottantina di pagine, un sindacalista, un medico, una famiglia appena formata e due giovani consacrati, aiutano il vescovo ad introdurci a questo tema.

Lo fa facendoci assaporare i concetti di bellezza, di luminosità, di amore, di armonia indissolubilmente legati al bene, alla carità e alla grazia.

Sono pensieri e atteggiamenti di cui forse abbiamo perso il senso profondo, l’autenticità. Ripensando alla nostra quotidianità, le parole del vescovo ci danno l’opportunità di tornare a rifletterci un po’ su, di interrogarci in modo semplice sulla direzione della nostra vita di cristiani.

E così, pagina dopo pagina, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo già posizionati sulla strada della santità che ci pareva tanto lontana da imboccare. Poi, naturalmente, camminare tocca a noi!

Nelle ultime pagine della lettera, il vescovo scrive: “Nella raccolta dei padri del deserto si legge il seguente aneddoto riguardante sant’Antonio abate. Il padre Antonio, nel deserto, ebbe questa rivelazione: in città c’è uno che ti somiglia, è di professione medico, dà il superfluo ai bisognosi e tutto il giorno canta con gli angeli l’inno al tre volte santo. La statura del grande padre dei monaci del deserto, dedito all’ascesi più eroica, è la stessa di un medico che vive in una città come tanti altri. La santità non dipende dalle circostanze esterne. È per tutti, in qualsiasi luogo si trovino. Ciò che la contraddistingue e la rende possibile, è l’apertura alla grazia, la comunione interiore con Dio, la carità verso i fratelli e l’umile adempimento del proprio dovere per il bene del mondo.”

a cura di Emilia Pennacchio

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MISSIONE POPOLARE

LA MISSIONE POPOLARE NELLA NOSTRA UNITÀ PASTORALE

Una “Missione popolare parrocchiale” nella vostra Unità Pastorale! È una notizia evangelica che deve suscitare entusiasmo e speranza.
Una Missione popolare per rinnovare la fede dei fedeli; oppure per ritrovare il dono di credere nella bellezza del vangelo. Comunque, un tempo di grazia per tutti, anche per chi non avverte alcun interesse o si ostina a considerarla un’esperienza di evangelizzazione superata.
Un tempo di gratuità spirituale, perché la Missione popolare non chiede nulla, ma vuole solo raccontare al cuore della gente il tesoro del cristianesimo: l’amore di Dio come sorgente per una vita autentica, aperta ai valori della fraternità e della condivisione.
Ma in modo più specifico, che cosa significa fare una Missione popolare? In generale, potremmo dire che “missione” è contribuire a portare la salvezza di Dio, attraverso Gesù Cristo (Rm. 5,1-11), a tutti gli uomini: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi” (1Tim. 2,4). La missione di Gesù proclama il Regno e chiama alla conversione per entrare nel Regno: “Il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo” (Mc. 1,25).
La Missione popolare cerca di rispondere a questa esigenza: raccontare che Dio è salvezza, perché amore. Si svolge in un tempo relativamente breve (circa quattro settimane, un tempo distribuito in tre tappe corrispondenti alle tre aree comunali (Borno, Ossimo, Lozio ndr) che compongono la vostra Unità Parrocchiale), dove al centro viene posta la predicazione della Parola di Dio, soprattutto durante la celebrazione dell’Eucarestia, nei Centri d’ascolto che saranno attivati nelle famiglie, in alcuni incontri di catechesi e formazione alla fede proposti a bambini, adolescenti, giovani e coppie. Un aspetto che caratterizza la Missione popolare è rappresentato dalla visita dei missionari alle famiglie, agli ammalati e alle persone in difficoltà.
Di seguito, brevemente, commentiamo le esperienze che caratterizzano la Missione popolare, consapevoli che dovranno essere attuate nella forma e nei modi adatti alla vostra realtà ecclesiale e sociale.

Visita alle famiglie - Entrare nelle case per annunciare la novità del Regno è una delle strategie che Gesù suggerisce agli Apostoli, quando li invia a due a due per adempiere alla missione. I missionari visiteranno le famiglie per un breve dialogo, per consegnare un messaggio di fede, per condividere una preghiera.

Predicazione della Parola - L’annuncio di Gesù e del suo vangelo è il cuore della Missione. La fede nasce dall’ascolto, perché Dio è Colui che non smette di parlare al nostro cuore, di singoli e come comunità parrocchiali, per educarci alla verità, ossia per sostenere il nostro cammino di fede e renderlo autentico attraverso gesti e scelte che attuino la carità evangelica. Senza l’ascolto della Parola e la sua predicazione, la fede si spegnerebbe, verrebbe meno la fonte che alimenta la dimensione spirituale di noi credenti. Perderemmo il contatto con il volto di Dio, smarriremmo la nostra relazione con Lui, svanirebbe la preghiera. Custodire al centro del nostro itinerario di credenti la Parola della salvezza significa restare aperti alla ricerca del senso della vita e soprattutto avvertire la vita come un dono che non si esaurisce nello scorrere del tempo.

Momenti di catechesi - Sono previsti degli incontri sulla Parola di Dio con gli adulti, i bambini, gli adolescenti, i giovani, con chi vive l’esperienza della genitorialità e dell’essere coppia. La catechesi, sulla scia della predicazione, cerca di presentare e approfondire i contenuti della nostra fede cristiana. Si potrebbe dire che la catechesi fa prendere visione della bellezza della fede cristiana, visto che illustra e penetra il mistero dell’amore divino che in Gesù morto e risorto si è rivelato come perdono e legame con la paternità divina.

Visita agli ammalati - Gesù, ci raccontano i vangeli, poneva i segni del Regno, in primis i segni dell’amore verso le persone ammalate che spesso invocavano il dono di una guarigione che aveva anche un significato di rinnovamento spirituale e morale. La carità evangelica ci spinge a considerare l’importanza della compassione per coloro che sono nella difficoltà, che sono nella prova della sofferenza e che, dunque, sono spinti dalla loro condizione a confidare in Dio come salvezza, come risposta ultima di senso per la loro vita. Nella malattia la persona è interpellata sul significato dell’esistenza, soprattutto viene chiamata in causa la fede: nella malattia ci si può allontanare dal Dio vivente, oppure gli si può aprire le porte, consegnando a Lui la propria esistenza, offrendole un orizzonte di speranza.

La “missione popolare” vuole raggiungervi per ridire che Dio non smette di compromettersi con la nostra storia, con le nostre inquietudini, le nostre angosce e paura, con i nostri desideri di bene, di giustizia, di felicità, che convivono, talvolta subendone l’influsso, con il pessimismo e le tante ingordigie materialistiche del nostro contesto sociale.

Sì, la “missione popolare”, con grande umiltà, vuole entrare nelle vostre comunità per ridire che la fede cristiana è una chiamata alla santità, una proposta per stare dalla parte di Dio, del Dio di Gesù Cristo, mistero di bontà. Di bellezza, appunto, che trasforma in profondità la nostra vita e la apre ai tanti significati dell’amore, quell’amore senza il quale saremmo “degli esseri incomprensibili”, come diceva San Giovanni Paolo II.

I Missionari Oblati di Maria Immacolata
di Passirano

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LA VOCE DEL CONVENTO

INCONTRO AL BEATO INNOCENZO

Carissimi fratelli e sorelle,

tento di risvegliare in me ed in noi il desiderio di un affidamento a Dio attraverso la mediazione di questo fratello Beato Innocenzo.

La vita di questo santo ha molto di rilevante per il nostro tempo, per noi.

Anzitutto la sete di Dio, che si manifestò in lui fin dalla fanciullezza e poiché non è un privilegiato bisogna ammettere che grande è stata la Grazia di Dio che, precedendo ogni merito personale, ha permesso a Innocenzo di desiderare fin da piccolo ciò che è più importante.

Cosa è importante? La parte migliore che Gesù indica a Marta indicando l’atteggiamento di Maria.

Rammentiamo il Vangelo e questo episodio: “Mentre erano in cammino, (Gesù) entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta»” (Lc 10,38-42).

Attraverso la Grazia di conoscere e vivere la parte migliore sono sgorgate nel Beato Innocenzo tutte le grazie necessarie al suo ben vivere.

Sappiamo per certo che il Padre ci conosce intimamente e sa meglio di noi ciò che è più utile alla nostra vita e quindi ascoltarlo, parlargli, stargli accanto significa attingere da Lui ciò che è più buono e utile alla nostra esistenza.

Ma c’è un altro aspetto che il Beato Innocenzo ci rammenta: la solidità che la vita ci dà quando viviamo nella volontà del Padre. Il fare la sua volontà ci permette di vivere in una serenità ineguagliabile e di continuare le nostre giornate con una forza sovraumana, la medesima forza del Padre. Fare, vivere secondo la sua carità ci permette di essere continuamente da Lui sostenuti e quindi di poter poi fare e vivere situazioni che umanamente superano le nostre aspettative umane.

La vocazione del Beato Innocenzo è stata una vocazione cristiana, ricca di Dio, ricca di carità.

Questo ce lo rende accessibile, famigliare, compagno di strada e amico nelle difficoltà.

La sua intercessione ottenga anche alla tua vita ogni bene, tutto il bene, solo il bene.

Un caro saluto a tutti

fra Piero Bolchi

Cuntomela Pasqua 2019


L'ABC DELLA FEDE

LA BIBBIA

Che cos’è la Bibbia? La parola Bibbia deriva dal greco e significa letteralmente libri. La Bibbia, infatti, è un insieme di libri redatti da una quarantina di autori diversi, nel corso di circa 1000 anni.

Com’è strutturata la Bibbia? La Bibbia è divisa in due parti: Antico Testamento (AT), composto da quarantasei libri e Nuovo Testamento (NT), composto da ventisette libri.
Nell’AT, redatto per lo più in ebraico, troviamo principalmente la storia dell’origine del mondo, del popolo d’Israele e del suo rapporto con Dio.
Nel NT, scritto in greco, troviamo tutto quanto riguarda la vita di Gesù e la nascita della Chiesa e delle prime comunità cristiane.
In realtà, questa divisione è soltanto apparente e utile per collocare alcuni fatti temporalmente. A ben vedere, l'Antico Testamento è ricchissimo di riferimenti profetici sulla vita di Cristo, sulla sua venuta sulla terra e sulla sua natura divina, mentre il Nuovo Testamento contiene continui rimandi e conferme degli scritti più antichi.

Struttura dell’Antico Testamento

Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia), narra degli inizi del mondo e introduce alla storia del popolo d’Israele:
1. Genesi
2. Esodo
3. Levitico
4. Numeri
5. Deuteronomio

Libri storici, sono dodici e descrivono le vicende del popolo d'Israele, come il suo ingresso nella terra promessa sotto la guida di Giosuè, la conquista del paese, le numerose infedeltà e i vari ritorni al Signore, l’introduzione della monarchia, le invasioni da parte di Assiri e Babilonesi fino alle deportazioni. Poi, dopo settant'anni di esilio, il ritorno in patria, la ricostruzione delle mura e del Tempio a Gerusalemme. Dopo tali avvenimenti, la narrazione si interrompe per un periodo di quattrocento anni.

Libri poetici, sono cinque e rappresentano dei veri capolavori di letteratura e soprattutto dei tesori spirituali.

Libri profetici, raccolgono i messaggi dei profeti di Israele. Un profeta di Dio era un canale che egli usava per trasmettere la sua parola al popolo e annunciare anche eventi futuri. Israele aveva il compito di essere il portavoce di Dio fra gli altri popoli, ma, a causa delle continue infedeltà, veniva meno al suo compito. Per riportarlo all’ubbidienza, Dio suscitava continuamente dei profeti, il cui messaggio vivo e potente aveva non solo lo scopo di metterli in guardia dai pericoli comportati dall'idolatria e spingerli al ravvedimento, ma anche di annunciare la venuta e la gloria del Messia che li avrebbe liberati. Ognuno di questi profeti che si avvicendarono aveva caratteristiche particolari. Tutti parlarono di ciò che ancora non si vedeva e spesso morirono prima che le loro predizioni si avverassero, ma quello che Dio aveva ispirato loro si realizzò alla lettera nei secoli successivi e alcune loro profezie si stanno adempiendo sotto i nostri occhi.
Questa sezione di divide in:
1. profeti maggiori
2. profeti minori

Struttura del Nuovo Testamento

Vangeli e Atti degli Apostoli. I vangeli, scritti da quattro evangelisti, raccontano la vita di Gesù e trasmettono il suo messaggio di salvezza, mentre gli Atti degli Apostoli raccontano le vicende dopo l’Ascensione di Gesù e la nascita delle prime comunità cristiane, ad opera della predicazione degli apostoli.

Le lettere di san Paolo, sono tredici, inviate a diverse comunità cristiane fondate dallo stesso Paolo.

Lettere cattoliche, così chiamate perché sono lettere universali, rivolte a tutti i cristiani. Sono state scritte da alcuni degli apostoli di Gesù.

L’Apocalisse di san Giovanni. È un’opera drammatica, piena di simboli, non sempre immediatamente comprensibile. Molti lettori sfogliano l’ultimo libro della Bibbia per trovarvi indicazioni sul futuro. Ma Dio non ci ha dato questo testo per soddisfare la nostra curiosità. Come tutti i libri che compongono la Bibbia, l’Apocalisse trasmette un messaggio che riguarda ognuno di noi, ieri, oggi, e domani.
La parola “Apocalisse” deriva da un termine greco che significa “rivelazione”. Secondo il primo versetto del libro, si tratta di una rivelazione di Gesù Cristo data da Dio e riguarda le cose che devono accadere. È l’unico libro della Sacra Scrittura in cui viene promessa una benedizione speciale a chi lo legge: «Beato chi legge e beati quelli che ascoltano le parole di questa profezia e fanno tesoro delle cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino!» (1,3).
Questo testo conclude la rivelazione biblica e deve essere interpretato alla luce di tutta la Sacra Scrittura. I suoi 22 capitoli contengono centinaia di citazioni dell’Antico Testamento ed è necessario conoscere bene quei testi per comprendere il significato preciso dei personaggi e dei simboli presenti nell’Apocalisse.
Il titolo del libro riporta il nome dell’autore, Giovanni, in cui si riconosce tradizionalmente l'apostolo di Gesù. Secondo diversi autori, il testo fu scritto durante le violente persecuzioni al tempo di Domiziano. Sarebbe quella l’epoca in cui Giovanni fu esiliato a Patmos, un'isola nel mare Egeo, a circa 55 chilometri dalla costa turca.
L’uso del tempo passato “ero in Patmos" sembra indicare che, pur avendo avuto le visioni mentre era sull’isola, fu soltanto dopo la sua liberazione ed il ritorno ad Efeso che Giovanni scrisse il libro, quindi verso il 96 d.C.

a cura di don Simone

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L'ABC DELLA FEDE

LA LITURGIA

I principali gesti del corpo nella celebrazione liturgica
Nella liturgia il corpo è luogo della celebrazione, non semplice mezzo o strumento per celebrare.

Stare in piedi
È una caratteristica che distingue l’uomo dalla maggior parte degli animali e indica la sua dignità come re della creazione.
Questo atteggiamento riunisce una serie di valori e significati:
- in piedi manifestiamo il rispetto e l’attenzione per una persona importante;
- è l’atteggiamento che meglio indica la prontezza e la disponibilità;
- è il segno della dignità di risorti, di figli di Dio, di persone libere dalla schiavitù del peccato e della morte;
- è l’atteggiamento di chi veglia in attesa del Signore risorto e del compimento della salvezza.
Nella liturgia si rimane in piedi durante i riti d’ingresso, mentre si canta l’alleluia e viene proclamato il vangelo, alla professione di fede e mentre vengono presentate le preghiere dei fedeli, durante la preparazione della Comunione e al momento dei riti conclusivi.

Stare seduti
È un atteggiamento che esprime la ricettività e l’ascolto.
Significa inoltre:
- attento e comodo ascolto, per una proficua interiorizzazione;
- un atteggiamento di pace e distensione;
- la posizione più favorevole alla concentrazione e alla meditazione.
È l’atteggiamento del discepolo verso il maestro, ma anche la posizione di chi insegna, di chi giudica, di chi agisce come ministro della Riconciliazione.
Nella liturgia si rimane seduti durante la proclamazione delle letture prima del vangelo, quando il sacerdote tiene l’omelia, alla presentazione dei doni durante l’offertorio e dopo la comunione in silenzio orante.

Stare in ginocchio
Davanti alla grandezza di Dio l’uomo si inginocchia.
L’atto di pregare in ginocchio esprime:
- la fede nella presenza di Dio, come dice il Salmo: “Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati” (Sal 95, 6); 
- l’umiltà, il sentirci piccoli e peccatori;
- la venerazione del Mistero e l’adorazione;
- la penitenza.
Nella liturgia ci si inginocchia durante la consacrazione (precisamente, dal gesto dell’imposizione delle mani fino all’elevazione del calice inclusa); si può rimanere inginocchiati anche durante tutta la preghiera eucaristica, fino al Padre nostro.
La genuflessione che è il segno d’adorazione, è riservata al Ss.mo Sacramento e alla santa Croce (dalla solenne adorazione nell’azione liturgica del Venerdì Santo fino all’inizio della Veglia pasquale).
Scrive Romano Guardini: “Quando pieghi il ginocchio, non farlo né frettolosamente né sbadatamente. Dà all’atto tuo un’anima! Ma l’anima del tuo inginocchiarsi sia che anche interiormente il cuore si pieghi dinanzi a Dio in profonda reverenza”
Sarebbe un peccato che sparisse l’abitudine di pregare in ginocchio in alcuni momenti della nostra vita da credenti: nella preghiera personale, nell’adorazione del Ss.mo Sacramento, passando davanti al tabernacolo, nella preghiera penitenziale.

Il silenzio
Il silenzio è il grembo che genera l’ascolto, perché crea le condizioni indispensabili affinché si possa passare dall’udito esteriore all’adesione interiore, dal suono delle parole, che si imprime nell’orecchio e nella mente, al canto della vita, che manifesta l’avvenuto ascolto della Parola. Il silenzio, come acutamente hanno intuito i grandi autori spirituali, è così importante per l’ascolto della Parola anche perché evoca la presenza nascostamente efficace dello Spirito Santo, il vero maestro interiore, senza il quale sarebbe impossibile riconoscere la parola della Scrittura come Parola di Dio e decidere che sia lei a guidare i nostri passi. Nei brevi silenzi liturgici previsti, che non possono che essere un anticipo di tempi di silenzio più prolungati al di fuori dell’azione liturgica per la preghiera e la meditazione, ci è dato di sperimentare l’azione vigorosa e suadente dello Spirito, che apre la mente alla comprensione, invita all’assenso del cuore e suggerisce le parole dell’adorazione, della lode e della supplica.
San Giovanni Paolo II diceva: "un aspetto da coltivare con maggiore attenzione all’interno delle nostre comunità è l’esperienza del silenzio. La liturgia tra i suoi diversi momenti e segni, non può trascurare quello del silenzio".
Nella liturgia il silenzio è vivamente consigliato dopo l’ascolto delle letture e dopo l’omelia, durante le preghiera eucaristica e dopo la comunione, come tempo di ringraziamento per il dono dell’Eucaristia ricevuto.

a cura di don Simone

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13-1-2019: DON PAOLO È PROPRIO ARRIVATO

COME SARÀ?

Era dal mese di novembre che la gente dell’altopiano del sole si faceva domande del tipo “Quando arriverà il nuovo parroco? Speriamo che non tardi molto. Ci sentiamo orfani.

Chissà come sarà: sarà giovane, vecchio. Speriamo che non si spaventi quando conoscerà le tante parrocchie dislocate sul nostro territorio. Ne avrà di cose da affrontare! Dovremo proprio stargli vicino!” Finché una domenica di dicembre, in chiesa, don Simone ha dato lettura della lettera ricevuta dal Vescovo Pierantonio che annunciava l’arrivo di don Paolo Gregorini proveniente da Manerbio per il 13 gennaio.

Conosciuta quindi la data d’arrivo, tutto il paese si è mobilitato ad accoglierlo nel miglior modo possibile. Si è messa in moto la macchina della collaborazione, del confronto, del consigliarsi, ed ognuno ha dato sfogo alla propria creatività e fantasia per rendere il paese il più accogliente possibile. Alla fine, davvero il paese aveva cambiato aspetto! Fiori di ogni genere, bianchi e gialli, creati dalle mani di tante volontarie laboriose e palloncini, anch’essi bianchi e gialli, hanno ornato strade, negozi, balconi. Si respirava un clima di entusiasmo e gioia e di impazienza per vedere e conoscere finalmente questo don Paolo.

Anche don Simone era in fibrillazione per dar il meglio di sé curando il suo coro e preparando nei minimi particolari la celebrazione della prima Santa Messa di don Paolo nella nostra parrocchia.

Ed ecco, è arrivato il tanto atteso giorno! Dalla Dassa è partita una processione di gente insieme alla nostra Banda Santa Cecilia che ha accompagnato il nuovo parroco fino in Piazza San Giovanni Paolo II gremita all’inverosimile.

Qui lo aspettavano i sindaci dell’Altopiano del sole per il consueto saluto di benvenuto e i bambini che, con i palloncini in mano, lo hanno accolto con un “Evviva don Paolo, benvenuto”. Una bimba gli si è avvicinata per offrirgli un mazzo di fiori: lui ha gradito e sorriso facendole una carezza. Su tutti i visi c’era gioia e anche commozione.

Don Paolo, sempre sorridente, con poche e semplici parole ha ringraziato tutti chiedendo di stargli vicino, di aiutarlo a saper adempiere questo suo nuovo incarico, consapevole della grande responsabilità del compito assegnatogli. Terminato il momento dei saluti ufficiali, la processione ha proseguito per la chiesa per la celebrazione solenne. Era stracolma: gente in piedi e anche all’esterno della chiesa. Erano arrivati anche tantissimi parrocchiani di Manerbio, dove copriva il ruolo di vice parroco e cappellano.

Tanti si avvicinavano a noi bornesi e, pur non conoscendoci, ci dicevano che eravamo stati fortunati ad averlo, perché loro stavano rimpiangendo la sua partenza. Noi sorridevamo e in cuor nostro ringraziavamo Dio di questo dono. La cerimonia è durata quasi due ore ma non ce ne siamo neanche accorti perché pendevamo dalle labbra di don Paolo che parlava con voce calda, calma e con un linguaggio semplice e chiaro. Il tutto poi coronato dal coro San Martino, curato da don Simone, che ha creato momenti di alta commozione.

Terminata la Messa si è passati ad un momento conviviale in Sala Congressi. Anche qui la sala non è riuscita a contenere quanti avrebbero voluto salutarlo o parlargli o presentarsi. L’impressione sin da subito è che sia una persona dolce, affabile, desiderosa di conoscere la nostra realtà per poter subito prendere in mano la situazione e mettersi al lavoro: le cosa da fare non mancano!

Infatti già dopo pochi giorni, guidato dall’instancabile don Simone, ha voluto conoscere tutte le realtà presenti, parlando personalmente con ognuno e scusandosi se per i primi tempi non avesse ricordato tutti i nomi perché eravamo in tanti e non si aspettava una così grande e numerosa collaborazione.

Ora sono passati tre mesi, confermiamo la fortuna che ci invidiava la gente di Manerbio. Abbiamo un parroco cordiale, sempre disponibile e presente, che scende per le strade per conoscere la gente e scambiare con loro anche solo un breve saluto. È una persona propositiva che non ha paura delle difficoltà che ci sono e che cerca di affrontarle con ottimismo e pazienza. Un giorno mi ha detto “Bisogna dare e fare più che si può e il meglio possibile. Non lasciamoci abbattere dagli ostacoli”.

Questo è il nostro don Paolo! Siamo stati davvero fortunati. Non lasciamolo solo. Ringraziamo lo Spirito Santo che ha illuminato il nostro Vescovo Pierantonio che lo ha scelto per noi e ringraziamo don Paolo che ha ubbidito con umiltà con il suo Sì che ci richiama il Sì ubbidiente e fedele della Vergine Maria.

Francesca Paradies

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13-1-2019: DON PAOLO È PROPRIO ARRIVATO

BENVENUTO DON PAOLO
Doppia festa a Ossimo Superiore

Domenica 20 Gennaio la comunità di Ossimo Superiore si è riunita per celebrare la festa di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, che da generazioni viene vissuta con fede e amore dal paese. Quest’anno poi, tale ricorrenza è coincisa con la prima messa nella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio del nuovo parroco don Paolo Gregorini, che già era stato accolto dall’intera unità pastorale la domenica precedente.

All’inizio della celebrazione eucaristica, la comunità ha dato il proprio benvenuto a don Paolo con le parole di Mons. Angelo Bassi, originario di Ossimo Superiore e collaboratore nella nostra unità pastorale, a cui è seguita una lettera di saluto e incoraggiamento al nostro nuovo “pastore”:

“Caro don Paolo, caro nuovo parroco,
dopo il tuo arrivo solenne di settimana scorsa nell’unità pastorale, oggi la comunità di Ossimo Superiore si ritrova con gioia e riconoscenza per accogliere la sua nuova guida, per lodare il Signore a gran voce dicendo: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Ecco che La presenza del Parroco, il quale agisce in “Persona Christi” ci è tanto preziosa perché diventa strumento di unione per conciliare le sensibilità e le diversità del tuo nuovo gregge. Ringraziamo Dio Padre che con il dono della tua vocazione ci permette di entrare in comunione piena e perfetta con Lui, sicuri che lo Spirito Santo saprà guidarti e accompagnarti in questa tuo nuovo cammino che oggi diventa anche il nostro cammino.

Caro don Paolo oggi noi ti accogliamo nella famiglia della nostra piccola comunità, sarai per noi Padre e Maestro, ma anche e soprattutto amico, con te siamo pronti a condividere le nostre iniziative e idee, ma anche gli sforzi e le difficoltà. Nel tuo ingresso Tu hai parlato delle 5 comunità che formano l’unità pastorale, paragonandole alle mani di tutti noi che devono collaborare insieme con gioia e entusiasmo, ecco che con fermezza oggi la nostra comunità è pronta ad offrire la propria mano, formata dalle mani di tutti noi per lavorare insieme nell’unità pastorale.
Forza don Paolo, buon cammino e GRAZIE.
BENVENUTO!”

Al termine della celebrazione, i fedeli si sono recati all’altare per venerare e baciare la reliquia di Sant’Antonio Abate che da sempre è sostegno per il paese. Successivamente, come da tradizione, il celebrante si è recato al sagrato per benedire gli animali e i mezzi agricoli giunti da tutta l’unità pastorale.

Infine, per concludere, c’è stato un momento conviviale al centro anziani del paese, dove dopo una buona merenda, è andata in scena la tombola e la lotteria.

Si ringraziano tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questa giornata di festa e coloro che con le loro offerte hanno assicurato, anche quest’anno, un prezioso aiuto.

Michele Ravelli

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DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Borno

NON LASCIAMOLI SOLI

La solitudine è una delle situazioni più comuni in cui l’anziano può venire a trovarsi, portandolo all’isolamento e al mutismo. Passano tanto, troppo tempo nell’attesa di qualcuno che sta loro particolarmente a cuore: parenti soprattutto e amici.

Inclinano alla tristezza per le difficoltà che devono patire, per cui hanno bisogno di essere aiutati ad avere più fiducia in loro stessi e negli altri e con delicatezza e pazienza li dobbiamo incoraggiare. Le nostre parole, la nostra amicizia, la nostra compagnia, il nostro affetto li aiutano a rendere più sopportabili i loro momenti più tristi e dolorosi.

Basta un sorriso, una carezza, un abbraccio, una stretta di mano, un gesto di attenzione per dimostrare loro quanto sono preziosi.

Troviamo dunque il tempo per stare con chi ci vuole bene, per “perdere tempo” a voler bene, per “perdere tempo” a dare ascolto, per “perdere tempo” a condividere alcuni momenti, a raccontare e far raccontare esperienze di vita. Teniamo presente che le persone anziane sono portatrici di valori che possono ancora far bene anche a noi: ascoltiamoli, facciamoli parlare, aiutiamoli a ricordare le cose belle e meno belle del passato; hanno voglia di vivere ancora pur tra solitudine e problemi di salute.

L’apporto del volontario è quindi molto importante per farli avvicinare tra loro, per aiutarli ad avere il coraggio di aprirsi e di farsi ascoltare oltre che chiedere con insistenza l’aiuto del personale di Casa Albergo.

Il personale che li cura e li assiste è dotato di un naturale ottimismo, di umanità nei gesti, nella parola, nelle manifestazioni amorevoli, nella capacità di infondere coraggio e con esso è bello collaborare.

Risvegliamo in questi nostri nonni il buon umore e la gioia di continuare a vivere; aiutiamoli a superare la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti.

Quando capiscono che non sono più soli, che noi ci siamo spesso e cerchiamo con simpatia di ascoltare i loro problemi, anche le situazioni più difficili migliorano. I loro famigliari si sentono appoggiati e ce ne sono grati.

Il nostro dono generoso e fiducioso nell’aiuto agli anziani, ci realizza come persone e dà pienezza alla nostra vita.

Proviamo a chiederci cos’è la gioia e dove la possiamo trovare. Alla Casa di Riposo la gioia viene dal rispetto, dall’amicizia fraterna, dal condividere con gli anziani, con pazienza e coraggio, alcuni momenti delle nostre giornate. Li facciamo sentire importanti se mettiamo insieme idee, fantasia e voglia di fare.

Facendo un bilancio, dalle osservazioni e impressioni, possiamo dire di avere notato con gioia la positività delle nostre iniziative.

Un grazie sincero quindi a tutte le volontarie che con il loro impegno, la loro presenza, il loro vissuto, riempiono i momenti di condivisione durante le attività di animazione e di feste mensili dei compleanni degli ospiti che si concludono sempre con serenità e allegria.

Grazie Fiorella per il tuo impegno, per la tua disponibilità, per la tua dolcezza, per la tua presenza continua, per gli stimoli che sai creare durante l’animazione, per le attività occupazionali e animative tendenti alla socializzazione, al miglioramento dell’autostima dei nostri anziani e a mantenere la capacità di attenzione.

Pranzo conviviale con amministrazione, ospiti e volontarie, la festa dei nonni ad ottobre, la tanto gradita pizzata, l’intrattenimento con gli Alpini di Ossimo e Borno, le uscite dalla struttura quando è stato possibile.

Molte poi sono le attività che la nostra animatrice porta avanti:
- attività manuali che stimolano e mantengono le abilità di manualità e fantasia e aiutano alla socializzazione: uso della carta colorata, il calendario, gli addobbi, i ritagli di fiori e animali, i disegni, la creazione di oggetti, il collage….
- attività ludiche con momenti di svago in cui è possibile stare insieme...
- ascolto di musica, tombola, festa a tema…
- attività di stimolazione: cruciverba, lettura e commento dei quotidiani, gioco di carte, incontri con gruppi di alunni…

L’obiettivo di queste attività è rendere l’anziano attivo e partecipe, creare un clima di amicizia e di collaborazione tra di loro, in modo da sollecitare ed intensificare la loro partecipazione alle attività collettive.

È un piccolo segno, ma insieme li aiutiamo a sorridere e ad affrontare alcune difficoltà e crisi dettate dalla solitudine.

Purtroppo si fa sempre più fatica a trovare nuovi volontari per preparare, sostenere e animare feste e progetti e per sostituire quelli che hanno lasciato, per problemi personali, ai quali diciamo un grande grazie per la loro disponibilità durata tanti anni.

Continuiamo ad essere volontarie cortesi, serene, entusiaste e soprattutto allegre. Facciamo loro presente, quando li vediamo scoraggiati, che la vita è un dono e siamo fortunati di continuare a vivere.

Uno dei momenti tanto attesi dalla maggior parte dei nostri anziani è la Celebrazione Eucaristica del mercoledì e del sabato e la recita del Santo Rosario nei pomeriggi: sono per loro momenti di gioia, di festa; è un sollievo alla solitudine perché in loro c’è ancora tanta fede.

In questi momenti di crisi, le nostre risorse economiche sono sempre più scarse, ma siamo riuscite, anche se con difficoltà, a trovare canali di finanziamento e donazioni generose, permettendoci di festeggiare con gli ospiti l’arrivo di Santa Lucia, di augurare agli ultraottantenni di Borno il buon Natale con un pacco regalo, di fornire aiuto per alcune attività di animazione e manifestazioni.

Riuscire a realizzare dei sogni ci convince che il nostro poco può valere molto.

Un grazie particolare a Pietro che dedica parte del suo tempo presso la RSA di Borno nei giorni festivi.

Auguri di BUONA PASQUA a tutti

Carla Odelli

Cuntomela Pasqua 2019Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Borno

CON OCCHI DI BAMBINA

È la domenica di Carnevale. Tutti noi bambini, eccitati per questa festa, non vediamo l’ora di salire sul carro che stiamo preparando da così tanto tempo.

Dalla fine di Natale, infatti, ci siamo ritrovati nelle contrade per preparare questa festa… ognuno con il suo lavoro: i papà a costruire scenografie e marchingegni da montare sul trattore che avrebbe trasportato la nostra scena per le strade del paese; le mamme e le signore a cucire abiti; i registi a scrivere e modificare i copioni delle scenette che dobbiamo recitare e noi bambini a provare vestiti che ci trasformeranno in Egizi, oppure in Dalmata, oppure in Pellerossa… chissà cosa si saranno inventati, anche per quest’anno…

Ed ora siamo tutti in fermento, pronti a partire sui nostri “mondi-mobili” per la sfilata che culminerà in piazza, con coriandoli, stelle filanti e chiacchiere da leccarsi i baffi.

Una carovana attraversa il paese a suon di musica; si raggiunge la piazza; finalmente va in scena lo spettacolo e si recitano quei copioni così a lungo studiati e prontamente dimenticati e reinventati.

Anche quest’anno, il divertimento non è mancato… ma adesso via, di corsa a casa a prepararsi perché stasera inizia il Sacro Triduo dei Morti e non si può mancare.

Entrando in chiesa per la Santa Messa rimango subito, e come sempre, meravigliata alla vista della Machina del Triduo: è così grande che sembra che nell’abside, alle spalle dell’altare, sia stata costruita una nuova parete, riccamente decorata, piena di candele e piena d’oro. Che meraviglia!

Al termine della messa, inizia la funzione vera e propria del Triduo: le luci si spengono, l’organo suona, il coro intona il primo inno. I chierichetti, bellissimi nelle loro vesti viola e bianche, sfilano sul presbiterio fino a riempirlo in una macchia chiara.

Poi arriva il sacerdote, proclama le frasi del rito spargendo una nuvola di incenso che sfuma la vista dell’altare e il cui profumo riempie l’aria.

I miei genitori e tutti intorno a me iniziano a cantare e a pregare e quanto è bella questa musica, quanto vera mi sembra questa preghiera. Incantata, non riesco a togliere lo sguardo dalla Machina del Triduo, per ora illuminata solo dalle candele più basse e avvolta nel fumo dell’incenso.

Ed ecco, in un attimo, la luce!

Nel momento in cui il sacerdote espone l’ostensorio al centro della Machina, le luci si accendono, colorando questa ricca parete che ora risplende e invita il nostro sguardo proprio al centro, nel punto focale, lì dove si trova il Santissimo.

Quante volte, ho provato a contare le luci di questa Machina e, sempre, ho perso il conto, ammaliata dalla luce, dai colori e dall’atmosfera che mi avvolge.

Poi, il Santissimo viene portato sull’altare per la benedizione, con un gesto che ben rappresenta lo “scendere” di Dio per venire in mezzo ai fedeli. Le luci si riaccendono, la coltre d’incenso ormai si è sollevata, lasciando libero il Presbiterio e riportandomi alla realtà. Lasciamo la chiesa in silenzio, con l’appuntamento per l’indomani e per il giorno successivo, le altre due sere del triduo. Torno a casa un po’ ovattata, ma quanto mi è piaciuta questa funzione!

Qualche anno è passato da quelle domeniche di Carnevale, ma così come allora, anche oggi, da “grande”, quanto mi piace il Triduo de Defunti; mi piace il silenzio interrotto solo dall’organo maestoso e dai canti; mi piace l’ovatta di incenso, anche se non ho più l’impressione di non riuscire a respirare; mi piace la preghiera per i miei cari defunti, che sento più autentica e più efficace; mi piacciono le luci che aprono il “sipario” della Machina e fanno convergere lo sguardo e i pensieri proprio al centro della Machina, al centro della vita cristiana.

Francesca Gheza

Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Borno

Carnavale a Borno 2019

Foto

Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Ossimo Inf.

VOLONTARI IN ORATORIO Porte aperte!

È bello entrare in un oratorio e incontrare persone disponibili, che aiutano, che stanno lavorando. È bello incontrare la gioia di persone che offrono il loro tempo per i bambini, i ragazzi, i giovani, le famiglie.

La nostra vita è segnata da persone generose che ci hanno aiutato a crescere o stanno ora aiutando i nostri figli. Chi si scorda la propria catechista? O la barista che ci dava le caramelle? O l’animatore dell’oratorio estivo? Tutti siamo stati sgridati da chi teneva pulito per il solito pacchetto di patatine lasciato in giro.

Persone che, spesso, non abbiamo ringraziato; di alcune magari non ricordiamo neppure il nome.

Ma dove è la ricchezza del volontario in oratorio? Il volontario in oratorio è felice quando vede i ragazzi crescere, diventare uomini veri; quando incontri un bambino che ti saluta, ti sorride e ti chiama per nome.

Cosa ci fa ricordare un volontario in oratorio? La generosità, la gratuità e la collaborazione.

Ringraziamo i tanti volontari che spendono ore ed ore per i ragazzi. Ringraziamoli ancor di più oggi, in un mondo pieno di persone che cercano i ragazzi solo per spennarli di tutto (centri commerciali, birrerie, discoteche…): magari sono più bravi a inventare intrattenimenti, ma sicuramente non “gratuiti”.

È vero: a volte il volontario in oratorio è un po’ grezzo, o non ha la professionalità di un professore, di una assistente sociale, ma è disponibile a mettersi in gioco: assumendosi responsabilità educative che lo mettono un po’ in discussione.

San Francesco diceva: "Cominciate col fare il necessario, poi ciò che è possibile e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile".

Se hai letto tutto l’articolo sei una persona OK, ora vai all’oratorio del tuo paese e parla con il volontario di turno o con il tuo don. Sì, hai capito bene stanno aspettando proprio te!

Wanda Zani

Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Ossimo Inf.

CARNEVALE ALLA CORRIDA: a Ossimo si può

Maschere, coriandoli e dilettanti allo sbaraglio hanno fatto da cornice ad una giornata di divertimento all’oratorio di Ossimo Inferiore, così, grandi e piccoli hanno trascorso uno splendido carnevale.

Il paese si è radunato per assistere alla corrida ossimese (e qualcuno vocifera che sia stata meglio di quella della Rai), dove più dilettanti hanno fatto il massimo per raggiungere la gloriosa vittoria; tra questi sono andati in scena: ballerini, cantanti, comici, disturbatori, maghi, dinosauri e tanti altri.

Ci sono state poi grandi sorprese con ospiti di eccezione, come la famosissima Cristina D’Avena e l’esibizione del coro dell’Antoniano direttamente da Bologna.

Al termine si è concluso il tutto con una sostanziosa merenda e con la vittoria del sorriso dei bambini e di tutti coloro che hanno partecipato.

Si ringraziano tutti coloro che hanno partecipato e che con il loro aiuto hanno reso possibile questa giornata, in modo particolare la Biblioteca comunale.

Michele Ravelli

Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Ossimo Inf.

“Prego, facci entrare l’accuseta, così che incominci il pro-cesso”

Così iniziava lo spettacolo che si è tenuto giovedì 28 Marzo in Oratorio a Ossimo inferiore.

Come ormai da tradizione il nostro carissimo Don Mauro si presta ad organizzare la serata del “Rogo alla vecchia”a metà Quaresima, simbolo di rinnovamento, di buttare le vecchie abitudini per lasciar spazio ai buoni propositi.

Quest’anno noi ragazzi dell’Oratorio abbiamo partecipato attivamente alla stesura del copione ed alla costruzione della “vecchia” da ardere (un vero donnone, che rogo!).

Abbiamo citato nella recita i misfatti del nostro paese, coinvolgendo celebrità paesane e noi stessi nel ruolo di accusatori. Tutto accompagnato dalla simpatica giuria popolare, dal cancelliere e dal mitico giudice Don Mauro, spietato ma giusto.

Nel rogo siamo stati supportati anche dalla Protezione Civile: un grazie particolare a loro che hanno consentito anche ai più piccoli di provare ad azionare la bobina dell'idrante ad alta pressione.

La serata si è conclusa in amicizia in oratorio, con the, frittelle e biscotti per tutti.

Un grazie a tutti coloro che sono venuti ad assistere allo spettacolo, a chi sempre si impegna per il nostro paese, a chi mantiene vive le tradizioni.

- Dichiaro che questo sarà l’anno del non spalpognare la roba degli altri.

- Cancelliere, testimoni, giuria, toglietemela di dosso e bruciamo tutto quanto.

- Ah, accendi questo fuoco!

- Ti condannerò al rogo e con te bruceranno tutte le cattive abitudini, qui lo dico e qui lo nego.

Ah, dimenticavamo…. Un grazie particolare anche a noi attori! Stavolta veramente ci siamo superati !!!

Andrea, Mattia, Gabriele, Nicola,
Lorenzo, Anja, Alice, Valentina,
Francesca, Alessia, Ilaria, Nicolò,
Marco, Giada, Michael

Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Ossimo Inf.

IL LEGATO ZINELLI per la scuola di Ossimo Inferiore

A partire dalla seconda metà del Cinquecento si andò tessendo nel territorio della Valle Camonica una fitta maglia di scuole per l’istruzione elementare, nate per insegnare ai fanciulli a leggere, scrivere e far di conto, un poco di grammatica e il timore di Dio. Tali istituzioni agivano sul sedimento di legati disposti a beneficio delle comunità locali da persone private, allo scopo di rimediare al sostanziale disinteresse manifestato dallo Stato in questa delicata materia.

La funzione didattica era inserita in un complesso di mansioni, attribuite soprattutto a preti cappellani, che investivano la sfera del culto e l’assistenza religiosa e che consentivano la concentrazione in una sola figura di svariate prestazioni, dall’aiuto nella cura d’anime alla celebrazione di Messe, dalla catechesi all’esercizio del ministero della confessione, dalla predicazione alla tenuta con decoro di altari e suppellettili sacre. Per far sussistere questi organismi era prevista la partecipazione alle spese da parte delle famiglie degli alunni più abbienti, mediante somministrazioni in denaro, vino, granaglie, latticini o forniture di legna per il riscaldamento delle aule. Il servizio, svolto solitamente presso la residenza del cappellano, si inseriva nel più ampio comparto della carità cristiana e del mutuo soccorso.

Nonostante gli accorgimenti e i controlli posti in essere, si verificava una massiccia evasione scolastica, estesa alle pratiche settimanali della dottrina cristiana, quando i giovanetti dovevano recarsi quotidianamente “in campagna a custodire li armenti doppo sentito la prima Messa”. Le scuole, spesso finanziate dalle vicinie, erano organizzate in maniera continuativa grazie a entrate derivanti da modesti patrimoni immobiliari donati, per lo più, da preti o da terrazzani benestanti, interessati anche a creare impiego per i soggetti da avviare alla carriera ecclesiastica.

Dal 1746 al 1760 ricoprì le mansioni di cappellano della cura dei Santi Cosma e Damiano di Ossimo Inferiore il sacerdote don Giovanni Battista Zinelli, originario della terricciola di Pescarzo di Cemmo dov’era nato il 15 giugno 1721. Durante i quasi quindici anni di permanenza a Ossimo collaborò proficuamente con i due rettori che si avvicendarono nel periodo alla testa della curazia, don Giovanni Squaratti (Paspardo 26 maggio 1717-9 marzo 1770), in sede dal 1744 al 1754, e don Antonio Maria Franzoni (Ossimo Inferiore 14 novembre 1730-23 agosto 1802), in carica dal 1755 alla morte. Figlio di Stefano (Pescarzo di Cemmo 26 aprile 1685-Ossimo Inferiore 16 febbraio 1753) e di Santina Rizzi (Pescarzo di Cemmo 23 luglio 1685-Ossimo Inferiore 16 marzo 1756), lo Zinelli apparteneva a una famiglia di piccoli proprietari terrieri dediti alle attività agricole. Vissero con lui nella casa della cappellania gli anziani genitori, che non avevano altri figli e che moriranno entrambi in paese.

La fondazione della cappellania ossimese risaliva alla volontà del ricco gentiluomo Assenso Mensi (Ossimo Inferiore 1639-1698), sindaco della vicinia, che nel 1666 aveva messo a disposizione il cospicuo lascito di “scudi mille in tanti beni stabili di lire sette per uno il reddito de’ quali sia speso in mantenere un sacerdote di buona et esemplar vita, quale sia obligato a celebrar Messa quotidianamente nella chiesa de’ Santi Cosma e Damiano a beneficio e comando de’ vicini, ed anco nella chiesa di San Rocco mentre fosse per detti vicini ridotta in istato da potervisi celebrare”.

L’istituto era stato formalmente eretto con decreto emesso dalla curia diocesana di Brescia nel 1713, grazie alle entrature dell’influente sacerdote don Giuseppe Maria Rizzieri (Ossimo Superiore 1682 c.-Ceto 1747), dottore in teologia ed economo di Ossimo, e sulla scorta delle sollecitazioni rilasciate dal vicario foraneo di Breno don Giovanni Bonariva (Villa di Lozio 1646-Breno 1718) tendenti a sottolineare come gli ossimesi avessero accesso a una sola messa giornaliera, mentre “tengono grande necessità di un’altra messa per commodo universale di tutti, atteso massime che sono tutti poveri huomini che ne’ giorni feriali si portano a buon’hora alle loro facende rurali, e ne’ giorni festivi non tutti possono intervenire alla messa parrochiale, onde corre sempre grand pericolo, che molti ne’ restino privi”, venendo così ad essere non più rinviabile la presenza stabile nella contrada di un prete “che celebrasse all’aurora la prima messa à quelle povere anime colà habitanti ne giorni feriali e servisse ne festivi al cambio delle nutrici e di chi assiste all’infermi”.

Nello stesso anno 1713 la signora Lucrezia Giacomina Mensi (Ossimo Inferiore 1645-Borno 1725), sorella del benefattore Assenso, aveva donato un decoroso fabbricato da adibire a dimora del cappellano. Oltre a godere l’appannaggio annesso al patrimonio della cappellania, don Zinelli poteva contare – a far tempo da novembre 1749 – sugli introiti tratti dal cosiddetto “beneficio semplice o chiericato Aliprandi”, una rendita distillata nel Seicento da una serie di beni lasciati dal defunto parroco di Ossimo don Evangelista Aliprandi (Niardo 1545 c.-Ossimo 1607).

Il 19 novembre 1755, invocato il “Nome di Nostro Signore Gesù Christo” e “pensando alla morte”, stando nelle stanze della “casa della capellania” situata nella contrada detta del Credè, don Giovanni Battista Zinelli stendeva di proprio pugno uno scritto contenente l’ “ultimo testamento, e mia espressa ed ultima volontà quale intendo debba valere come se fosse publico testamento” con cui disponeva delle ragioni sue “intanto, che per l’Iddio grazia sono sano di mente, e di corpo”. Dopo aver giustamente raccomandato la propria persona “all’onnipotente Iddio, ed alla gloriosa Vergine Maria, il di cui figlio ho offeso spesissime volte mortalmente, ed à tutti li santi del cielo, nel di cui patrocinio senza alcun merito” ardentemente confidava, stabiliva preliminarmente – in suffragio della propria anima – “che siano celebrate messe 90, cioè n° 60 ordinarie, e n° 30 privilegiate, e queste nel termine di mezzo anno dal giorno” del decesso. Destinava tre capaci botti alla cappellania e “un sacco di sale al commune di Ossimo d’esser dispensato sopra li fuoghi di detto commune tanto originarij, quanto forastieri abitanti”, in risarcimento di “qualunque danno” ch’egli potesse aver arrecato alla comunità nell’esercizio del suo mandato. Lasciava inoltre un compendio di beni (un prato con piante e stalla e un vigneto nelle località Valluganega e da Roch, “tutto il grano, ed vino che si ritrovasse” nella casa paterna in Pescarzo) a tre cugini, i fratelli Giovan Battista (Pescarzo di Cemmo 13 ottobre 1724-4 dicembre 1783), Isabella e Faustina del fu Francesco Zinelli. Nel restante asse, costituito da altri “beni mobili, ed immobili, ragioni, ed azioni, debiti, e crediti presenti, e futuri”, chiamava ad erede universale – una volta cessato l’usufrutto della madre Santina, se ancora in vita – la vicinia di Ossimo Inferiore, affinché il “reddito annuo di questa piccola eredità” (compreso il ricavato della vendita di “grano, vino, farina, ed altro comestibile, o mobili di qualunque sorte” esistenti nel caseggiato della cappellania) fosse dato “à quel religioso che più piacerà a detti vicini per far scola a figlioli per imparar a leggere, e scrivere, prima però i poveri, e poi ancora gli altri sin che vi sarà reddito di potersi pagare per detta scola”, con l’onorario di 10 lire all’anno per ogni scolaro.

Concluso il servizio a Ossimo Inferiore, don Zinelli venne promosso curato coadiutore a Trenzano, villaggio della pianura occidentale bresciana, in aiuto all’arciprete e vicario foraneo don Vincenzo Bordonali di Brescia († 1786), in sedia dal 1759 al 1786, nella cui canonica morì poco più che quarantenne il 16 marzo 1762, colpito senza scampo da una grave forma di “doglia polmonaria epidemica”. Scomparso il buon prete, venne “ritrovata in casa” sua la “schedula” testamentaria tutta volta “ad pias causas”, compilata dal defunto durante il soggiorno ossimese. In ordine alla pacifica e naturale esecuzione del dettato contenuto nel documento, consegnato al notaio Giovanni Battista Damioli di Pisogne († Brescia 1797) affinché ne curasse la pubblicazione, insorse una pericolosa controversia legale tra la vicinia di Ossimo e i parenti Zinelli, mettendo in dubbio questi ultimi la validità giuridica dello scritto che, sia pure incontestabilmente autografo, doveva essere considerato – a loro dire – invalido, mancando di alcuni essenziali requisiti di legge quali, ad esempio, la sottoscrizione di testimoni, richiesta dalle norme.

Esaurite le iniziali schermaglie e spento l’ardore del momento, per evitare saggiamente che la pratica si trascinasse per anni nelle aule di tribunale, con il concreto rischio di spendere inutilmente denaro con l’unico risultato di ingrassare cavillosi legulei, le parti deposero le armi e vennero a più miti consigli. Sotto la data dell’8 giugno 1762, nello studio del notaio Pietro Mini (Cedegolo 1700 c.-Breno 1765) , situato nella piazza Sant’Antonio di Breno, presente il giovane notaio Valentino Magnoli (Breno 1742-Darfo 1819), venne stipulata una solenne transazione: a tacitazione del legato, il villico Giovan Battista Zinelli, cugino dell’estinto e rappresentante degli eredi, si impegnava a versare alla vicinia di Ossimo Inferiore – non appena passato il giorno di San Martino – la somma forfettaria di 200 scudi, pari a 1400 lire, assumendo tale obbligo davanti al procuratore della vicinia, a ciò espressamente delegato, il mastro muratore Andrea Gaioni (Ossimo Inferiore 1721-1796).

Incamerato l’importo pattuito e con il proposito di mandarlo positivamente a frutto, la vicinia dispose immediatamente – nel dicembre 1762 – la concessione di un mutuo di 1000 lire a favore di due possidenti accertatamente solvibili, i fratelli Francesco (Angolo 1726 c.-Borno 1781) e Giuseppe Morosini (Angolo 1729-1776), che si accollarono il carico di riconoscere ogni anno la rata di 50 lire, dando in garanzia un loro terreno (arativo e campivo, con vigneto, gelsi e alberi di noce) dislocato nel censuario di Pian di Borno. Il prestito, estinto dall’avvocato Pietro Giacomo Rebaioli (Bienno 1714-Breno 1781), subentrato legalmente ai Morosini, venne nuovamente attivato (di pari importo) nel 1770, onde “non defraudare la intenzione e disposizione del testatore e per non apportar danno né anco alli figlioli, quali non potrebbero essere instruiti, né potrebbe alli stessi farzi la scola” qualora “non si reinvestisse subito il capitale sudetto perché restarebbe morto”. Utilizzando al meglio il non disprezzabile tesoretto ricevuto dall’eredità di don Zinelli, la vicinia fu in grado di allestire e conservare un corso di scuola rivolto ai ragazzi della contrada, fiorito e durato in piena autonomia per circa quarant’anni, fino al periodo napoleonico, quando – con l’adozione di specifica legge in data 4 settembre 1802 – vennero attribuiti esclusivamente alle autorità comunali il reclutamento e il pagamento dello stipendio ai maestri, nonché il mantenimento delle scuole elementari, strutturate – sotto il profilo dell’offerta formativa – nell’insegnare “il leggere, lo scrivere correttamente, le due prime operazioni dell’aritmetica, la pronunzia, l’ortografia, la calligrafia, la moltiplicazione, la divisione degl’intieri e dei rotti, la regola del tre col calcolo anche decimale, il ragguaglio delle vecchie colle nuove misure, il catechismo e le regole della civiltà”.

Oliviero Franzoni

Fonti: Archivio Parrocchiale di Ossimo Inferiore, Defunti 1740-1864; Archivio Parrocchiale di Pescarzo di Cemmo, Battesimi 1706-1763, Stato d’Anime sec. XVIII e Defunti 1733-1791; Archivio di Stato di Brescia, Sotto Prefettura di Breno, b. 13 e Notarile di Breno, notai Pietro Mini, filza 744, e Valentino Magnoli, filza 932; Archivio Vescovile di Brescia, Cancelleria Ossimo.

Cuntomela Pasqua 2019Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Ossimo Sup.

TRIDUO DEI MORTI a Ossimo Superiore

È significativa la circostanza che il triduo dei morti abbia luogo in Quaresima: perché nel tempo in cui siamo invitati a convertirci in attesa della Resurrezione, pregare intensamente in suffragio dei defunti ci aiuta a meditare sulla nostra morte.

Nell'epoca in cui con ogni mezzo si celebrano il presente e l'esistenza terrena, raramente ci ricordiamo di Sorella Morte, figuriamoci riflettere intorno alla morte e alla vita dopo la morte!

I nostri fratelli defunti sono qui a ricordarcelo, e il triduo serve proprio per questo.

La comunità di fedeli, infatti, ha testimoniato il desiderio di pregare per coloro che ci hanno preceduto nella vita dall'altra parte.

Padre Cesario del convento dell'Annunciata, aiutando la riflessione durante le sere del triduo, ha fatto una bella considerazione sulle frase che introduce i manifesti funebri “è tornato alla casa del Padre….” – espressione che per un cristiano è da preferirsi alla classica “è mancato all'affetto dei suoi cari...” – che rievoca la nostra professione di fede e la ragione per cui ancora preghiamo per i nostri morti.

La chiesa di Ossimo Superiore non possiede la spettacolare struttura della machina del triduo, ma don Paolo ha fatto in modo che non ce ne accorgessimo, proponendo e realizzando, a chiusura del Triduo, una suggestiva processione al Camposanto, coi lumini accesi, la cui fiamma tremula ha accompagnato i numerosi partecipanti nel buio tragitto verso il luogo di sepoltura dei nostri cari.

Se poi prestassimo attenzione, un promemoria devozionale dei defunti l'abbiamo tutto l'anno: l'altare dei morti, con l'evocativo dipinto sovrastante…

Katia Botticchio

Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Ossimo Sup.

ANCORA(TI)... ALLA FEDE



I sacerdoti e la redazione mi hanno chiesto di scrivere qualche riga relativamente a quanto mi è accaduto, ovvero, per chi non conosca la mia vicenda, un grave incidente in bicicletta che ha lasciato un profondo segno nella mia vita e in quella della mia famiglia, così come nella mia fede.

In primo luogo colgo l'occasione per ringraziare tutti coloro che mi hanno sostenuto anche nella preghiera già dal 22 dicembre 2016 (infatti in questa data è iniziato il mio ricovero ospedaliero nella fase più grave) e che continuano tutt'ora a ricordarmi nelle loro preghiere.

La forza di superare mesi durissimi mi è stata data dalla fede insieme all'instancabile presenza dei miei amici e famigliari.

Parlo di una Fede che è cambiata, è mutata, ha avuto momenti di crisi così come momenti di grande potenza nel mio cuore, che con il supporto di tante persone mi ha travolto e conquistato come davvero mai prima d'ora.

La riabilitazione continua e gli obbiettivi a cui sto lavorando sono ancora molti ed è proprio per questo che mi sento di chiedere di nuovo il vivo supporto nella preghiera di tutti coloro che “tifano per me”, supporto che forte ho sentito fino ad ora da parte delle nostre parrocchie.

Con questo desidero invitare tutti a non cadere nello sconforto per le difficoltà che s'incontrano.

Una cara amica ha scritto e composto una canzone ispirata alla mia storia che vorremmo potesse aiutare chiunque ne avesse bisogno, come ha aiutato me. La potete facilmente ascoltare suYouTube cercando il titolo che è “Ancora(ti) Qui” di Isabella Zaccone.

Con gratitudine e speranza.

Matteo Casarotti

Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Lozio

SANTA CRISTINA tra storia e leggenda

La chiesetta di Santa Cristina è stata costruita dagli abitanti di Lozio nella seconda metà del milleseicento; sorge isolata in Val Baione a 1158 metri s.l.m. È punto di transito per pellegrini e viandanti che, guardandola dal basso, ambiscono ad arrivarci mentre per gli escursionisti più esperti è l’inizio di una salita su un sentiero che porta al Bivacco e alle varie cime della Concarena.

Una delle più belle e care caratteristiche di Valle Camonica è data dai molteplici santuari, celebri o meno celebri, sparsi un po' dovunque sui nostri monti. Questi santuari sono espressione della nostra religiosità e rappresentano il ricordo o di anime sante datesi a penitenza, o di manifestazioni soprannaturali, o di voti fatti da tutto il popolo.

Il santuario di Santa Cristina riscuote ancora oggi molta devozione fra la popolazione di Lozio. La leggenda narra di tre fratelli vissuti all'epoca di Carlo Magno. Cristina, presa dalla vocazione della fede cristiana, disubbidisce al padre di fede pagana. Allontanatasi dalla sua famiglia fu seguita dopo un po' anche dai due fratelli e quindi si stabilirono su questi monti vivendo da eremiti e facendo penitenza fino alla morte. Cristina si fermò all'imbocco della Val Baione, Glisente sul monte di Berzo Inferiore e Fermo su quello di Borno. Cristina comunicava col fratello Glisente ogni sera accendendo un fuoco; Glisente ne accendeva due per segnalare a Cristina che Fermo era in vita e questi a sua volta, rispondeva con un fuoco a Glisente.

Dalla leggenda traspare forse che davvero in questi luoghi una pia donna di nome Cristina passò parte della sua vita nella penitenza e nelle opere di carità. Probabilmente abitava fra le mura di un'antica fortificazione e si fosse così isolata dopo aver avuto salva la vita in seguito a una rovinosa caduta dalle rocce.

Avendo ella chiusa la sua vita in odore di santità, la fede popolare eresse in questo luogo un primo sacello a cui fece poi seguire una chiesetta che ha un tabernacolo con interessanti decorazioni secentesche. All'esterno, sulla pavimentazione del sagrato c'è una lastra su cui sono incise queste parole: “1918 peste fame guerra” a dimostrazione delle sofferenze patite in quegli anni.

La religiosità della gente di Lozio, oltre al quotidiano, la ricorda e la festeggia la domenica più vicina al 24 luglio con una Messa solenne per rinnovare la devozione verso la pia santa.

Fortunato

Laveno di Lozio 11 gennaio 2018

Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Lozio

PELLEGRINAGGIO ALL'ANNUNCIATA
I pellegrini di Lozio in movimento

Il pellegrino o viandante è simile alla nuvola estiva, che in armonia con il firmamento e la terra, naviga libera nel cielo azzurro da un orizzonte all’altro, portata dal soffio dell’atmosfera.

Così egli si abbandona al soffio della vita più vasta che lo conduce al di là dei più lontani orizzonti, verso una meta che è già in lui, ma ancora celata alla sua vista.

Quando nasce un'idea è come un martello che in qualsiasi momento, del giorno e della notte, si riaffaccia e si propone: alcune volte ha un riscontro immediato, altre volte tarda ad essere recepita.

In una serata al Centro Parrocchiale di Laveno l'avevo buttata lì spiegando molto sommariamente l'intenzione di questo pellegrinaggio. Ho notato subito qualche viso un po' scettico, qualcun altro un po' più convincente. Ha preso consistenza questa idea perché sono anni, e più volte durante l'anno, che parto a piedi dalla casa di Laveno e faccio il mio cammino verso il Santuario dell'Annunciata; molte volte da solo, ogni tanto c'è qualche amico che mi accompagna. La scelta della data è riferita all'inizio della settimana di festa per il Perdono d'Assisi e per il beato Innocenzo da Berzo; ed è bello che sarà il nostro parroco don Francesco a celebrare la santa messa al nostro arrivo.

Da qualche mese avevo proposto un primo programma di questo cammino; poi con continui aggiornamenti si è arrivati a questa ultima settimana in cui c'è stato un vivo interessamento da parte di diverse persone. Quando ci siamo ritrovati nell'attesa della partenza è stato bello vedere l'entusiasmo dei partecipanti, tutti carichi per intraprendere “l'impresa”. Poi abbiamo camminato, con qualche sosta e spuntino, per circa quattro ore. Nessun problema per i viandanti: tutti predisposti con l'animo giusto a raggiungere l'obiettivo.

Siamo arrivati con un buon margine di anticipo e abbiamo avuto modo di rinfrescarci e riposarci. In questa attesa alcuni di noi sono saliti lungo un sentiero che porta alla grande croce illuminata da cui si domina la valle con i diversi paesi fino al lago d'Iseo. Splendido! Aggirando la salita iniziale, siamo poi passati sul percorso della Via Crucis. Più tardi, prima del rosario, una brava suora ci ha portati a visitare la cripta fornendoci delle utili e gradite informazioni. Nonostante l'ora insolita (a cui sono abituato) la santa messa officiata sempre in modo ispirato dal nostro don Francesco, ha visto l'affluenza di tantissime persone. Al termine dopo un breve e cordiale saluto al nostro don, il pullman ci ha riportato a casa.

Anche se non mi piace fare programmi a lunga scadenza, qualcuno mi chiede di ripetere questa esperienza l'anno prossimo. La buona volontà, la devozione e la tenacia di noi pellegrini non manca!

Lasciamo fare al Signore! Come dice padre Giovanni, persona colta e di grande fede.

Fortunato

Laveno di Lozio 31 luglio 2018


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Domenica 16 settembre 2018 S. Messa al bivacco Don Giulio Corini

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Felicitazioni

Rosa Cazzulani e Dario Colombi
nel 2018 hanno festeggiato 45 anni di matrimonio. Tanti auguri!!!

Cuntomela Pasqua 2019Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Lozio

SCUOLA DELL’INFANZIA SS. PIETRO E PAOLO

Ricordo ancora le telefonate intercorse con Marinella poco dopo le vacanze di Natale, l’incontro con don Paolo Gregorini che si era insediato da pochi giorni nelle nostre parrocchie, ricordo le loro preoccupazioni e quelle dei genitori per portare a termine l’anno scolastico 2018/2019 e la proposta di fare la maestra presso la Scuola dell’Infanzia SS. Pietro e Paolo di Lozio.

Io accettai senza tante esitazioni perché è un lavoro che faccio con passione, mi permette una continua crescita intellettuale e l’incontro quotidiano con quelle straordinarie persone in divenire che sono i bambini mi dà molte soddisfazioni.

Quando vidi l’edificio rimasi stupita nel vedere una così bella struttura in un paese di montagna, direi che sarebbe invidiata da molti altri paesi e questo lo affermo perché nella mia carriera lavorativa di asili ne ho visti.

Un ambiente curato, accogliente, con stanze ampie e polifunzionali in cui l’organizzazione degli spazi consente attività individuali o di gruppo che siano esse motorie, manuali o intellettuali e con uno spazio esterno veramente bello che presenta una veduta sulla valle stupenda.

Un servizio presente ormai da tanti anni che dà la possibilità ai bimbi di stare nel territorio in cui crescono, immerso nel verde e nelle montagne e soprattutto ha garantito fino ad ora un servizio vicino senza dover spostarsi nei paesi limitrofi.

In questi mesi ho riscoperto il lavorare con il piccolo gruppo inteso esso come elemento essenziale della vita di ciascun essere umano perché favorisce lo sviluppo della propria personalità individuale, ma contemporaneamente permette di accrescere e consolidare i rapporti con gli altri.

Il vantaggio permette ai bambini di imparare e collaborare tra loro, aiutarsi l’un l’altro, condividere e inventare tutti insieme i giochi insomma prevale il motto: “stare insieme è meglio”. Si possono vedere dei bambini che vivono nello stesso paese essere sereni e uniti anche alla scuola dell’infanzia cosa che ormai in asili con tanti bambini diventa difficile. C’è più tempo per seguirli e per fare diverse attività e progetti, uno dei progetti intrapreso e a mio avviso molto valido è quello di interazione intergenerazionale con un gruppo di anziani della RSA Villa Mozart.

Un progetto che propone uno spazio e un tempo in cui ogni bambino e ogni anziano possono incontrarsi, condividere esperienze, scoprire il nuovo, scambiarsi sguardi sorrisi e gesti. I bambini con il loro carico di energia e di vita davanti chiedono alle persone grandi di stringere un legame con il passato di conoscere quello che c’era prima di adesso e da dove provengono.

Voglio condividere con voi una frase che spiega il tutto di questo progetto: “gli anziani e i bambini stanno bene insieme e sono ricchezza gli uni per gli altri”.

Con questo articolo si vuole condividere con tutti voi una realtà bella ed importante che purtroppo forse sarà costretta a chiudere a causa del processo di spopolamento che molti paesi stanno affrontando.

Maestra Caterina

Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Lozio

SABATANDO in quel di Laveno

Eccoci a parlare di SABATANDO, il sabato sera di bimbi ed adolescenti a Laveno di Lozio presso il centro diurno. Da 2 anni a questa parte abbiamo intrapreso un’avventura, partita in sordina, che settimana dopo settimana ha consolidato una realtà che ormai con i suoi appuntamenti intrattiene residenti e non per circa tre ore.

In un paese piccolo come Lozio, suddiviso su 4 frazioni, riuscire a programmare qualcosa per piccoli e meno piccoli è davvero un successo. Creare momenti di aggregazione oggi come oggi, travolti dalla tecnologia, da cellulari e tutto quello che riguarda il mondo virtuale, è sicuramente sano e fa bene anche ai grandi che con malinconia ricordano i tempi passati, dove momenti di socialità erano alla base della cultura familiare.

Nei nostri sabati sera ci concediamo VIDEOPROIEZIONI di film per famiglie, cartoni animati accompagnati da buoni e gustosi popcorn fatti al momento.

Una volta al mese è di rito la TOMBOLATA con “ricchi premi” che richiama parecchi bimbi e la voglia di vincere un premio è tanta. Non ci facciamo mancare i momenti di ATTIVITÀ MANUALI, nelle quali cerchiamo di realizzare oggetti o altro, a seconda del periodo o in occasione di festività programmate.

La MUSICA fa da cornice ai nostri incontri e i nostri bimbi ed adolescenti si scatenano in balli e coreografie esilaranti. Appuntamento ormai consolidato è la creazione delle ZUCCHE DI HALLOWEEN, e a seguire la FESTA DI HALLOWEEN dove tutti in maschera, mostruosamente felici, uniamo giochi e scherzi ad una succulenta cena in tema.

Questo è il nostro SABATANDO: tutti i sabati sera dalle 20.00 alle 23.00.

Siamo solo felici di passare del tempo insieme. Sabatando è aperti a tutti e abbiamo creato un gruppo whatsapp. Chi volesse ricevere informazioni mi contatti: 3347180878

Cristian

Cuntomela Pasqua 2019


DALLE NOSTRE COMUNITÀ - Lozio

Carnavale a Lozio 2019

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Cuntomela Pasqua 2019


CON I MISSIONARI

TANTE STORIE E TANTA VITA Notizie da Padre Giacomo

Manila 20-3-19

Carissimi Amici,
Saluti da Manila! Ecco che mi faccio vivo di nuovo. Vi spero tutti bene e in un buon clima di preparazione alla Pasqua. Io sto benone e ne ringrazio di cuore il Signore. Qui la mia vita da “pensionato” va avanti serenamente e senza grandi responsabilità. Mi tengo impegnato attraverso un ministero di “aiuto” su richiesta delle grosse parrocchie vicine.

Vivo nella comunità dei nostri studenti di teologia: sono una ventina e vengono da sei nazionalità diverse. Una bella varietà con una grande confusione di mentalità e di lingue. Ma mi ci sono abituato e mi diverto anche. Sono molto bravi e si affiancano volentieri nel ministero nei fine settimana.

Il lavoro che sto facendo mi mette in contatto situazioni difficili e sfidanti per me come missionario. Così mi trovo ad andare nelle baraccopoli più dimenticate per messe, benedizioni alle case, funerali per i più disperati. Vai in una baraccopoli per benedire una casa e alla fine ti trovi a benedirne venti. Ma questo può succedere anche al ventesimo piano di uno dei grattacieli che stanno sorgendo qui vicino. Vai a benedire un appartamentino e ti trovi a benedirne altri dieci sullo stesso piano. Quante situazioni, quante storie di vita e quanti problemi!

Continuo ad ascoltare confessioni davanti alla cappella nel supermercato dove vado ogni settimana al venerdì sera: è interessante trovarsi a udire le confessioni nel corridoio di un supermercato in mezzo al viavai della gente... avvengono le confessioni più strane. Stiamo pensando di far diventare questa cappella un punto di riferimento per tanti che sono ormai lontani e non praticano più. Tra sabato sera e domenica vi celebriamo ora sette messe, sempre con tanta gente dentro e fuori nell’ampio corridoio. Domenica scorsa ho dovuto chiedere l’aiuto di cinque ministri laici per la distribuzione della comunione. Una bella folla e in quella folla ci sono persone che ormai non si fermano a pregare, se non per caso, mentre vanno a fare le spese o a rilassarsi.

Una delle cose che più mi sta colpendo è il fenomeno della folla a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ormai mi sono abituato ad assicurarmi una mezz’ora o un’ora di scorta per i miei spostamenti: ogni semaforo ti può riservare la sorpresa di una coda di macchine di un chilometro. Questo capita a me ma capita anche alla folla di gente che si sposta per il lavoro. Chi va in centro città per studio o per lavoro deve mettersi in conto ogni giorno due o tre ore di macchina o di corriera per il viaggio. Parlavo ieri con una mamma che lavora in città che mi diceva che riesce a dormire solo tre ore al giorno: 12 ore sul lavoro, 5 ore di viaggio tra andata e ritorno, 4 ore per i lavori di casa, 3 per dormire. Per fortuna riesce a sonnecchiare un po’ durante le ore di viaggio! Questa è la vita di milioni di lavoratori e studenti qui a Manila.

Sono felice di essere qui e di potermi rendere ancora utile a questa mia età. Trovo attorno a me tanta vita e tanta serenità nonostante i tanti problemi, sperimento la presenza del Dio della vita e della speranza in tutta questa gente e in me stesso.

Vi faccio i miei più cordiali auguri di Buona Pasqua! Un saluto cordiale ai Reverendi e a tutti voi!!!

Ricordiamoci al Signore perché riusciamo a fare del nostro meglio per noi stessi e per gli altri.

Cordialmente vostro

P. Giacomo

Cuntomela Pasqua 2019


CON I MISSIONARI

MISSIONE KINSHASA (rep. democratica del Congo): un progetto d’amore

Gli inizi
A cavallo tra l’anno 1999 e il 2000 nasceva a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, il primo nucleo della Scuola “Regina Pacis”; si trattava di un paio di semplici e scarni edifici ad un solo piano nel quartiere Bumbu, uno dei più poveri e popolosi (circa 100.000 abitanti) della capitale congolese.
Fautori dell’iniziativa un parroco locale trapiantato in Italia, Don Benjamin Masumu, e un gruppetto di amici della periferia di Milano tra i quali una persona straordinaria che risponde al nome di Lucia Villa e dell’associazione “Soccorso Genny” di Vibo Valentia.
La scuola parte ma è piccola e le richieste sono tantissime, i fondi ovviamente pochi.
Nella scuola trovano posto la materna e le elementari, oltre ad un corso per elettricisti ed uno di taglio e cucito; quest’ultimo è purtroppo in grave difficoltà per l’interruzione continua della corrente elettrica che non consente l’uso delle macchine da cucire inviate dall’Italia.
Il primo anno di apertura della scuola ha visto l’iscrizione di circa 300 bambini; dopo due anni il numero era quasi raddoppiato con classi di oltre cinquanta bambini e lezioni su due turni giornalieri.
Con le donazioni ricevute dall’Italia sono stati acquistati tre nuovi appezzamenti di terreno adiacenti alla proprietà originale e sui quali verrà realizzata la nuova scuola.
La situazione sanitaria è molto grave: esiste un piccolo ambulatorio privato nelle vicinanze della scuola ma il medico che lo gestisce si trova ad operare in condizioni molto difficili e con pochissime attrezzature e medicine.

La nuova scuola
All’inizio del mese di maggio 2002, mentre ero in auto ricevo una telefonata dall’Architetto Colombini, presidente dell’Associazione “Fratello Mio”, una ONLUS milanese che si occupa di interventi di solidarietà nel terzo mondo e nei paesi dell’est europeo, che mi dice senza tanti giri di parole: “Complimenti Bassi, Lei è diventato ambasciatore di “Fratello Mio” in Africa; dobbiamo costruire una scuola per i bambini poveri: si prepari perché parte per il Congo”.
E fu così che con un colloquio durato meno di un minuto mi sono trovato coinvolto in una iniziativa dalle proporzioni – per me – gigantesche, una vera follia, ma una follia assolutamente ragionevole.

Primi passi
Qualche giorno dopo, dall’Architetto Colombini conosco Don Benjamin, un prete nativo di Kinshasa che da qualche anno si trova in Italia.
Con lui e con l’Architetto cominciamo a lavorare su una bozza di progetto. Le incognite erano però tante e non risolvibili a seimila chilometri di distanza. Si trattava quindi di andare direttamente sul posto per acquisire di persona gli elementi necessari per lo sviluppo del progetto: rilievo delle aree disponibili, tipo di terreno, materiali disponibili e modalità costruttive, costi di realizzazione.

Il viaggio in Africa
Risolti i problemi relativi ai visti di ingresso e fatte le vaccinazioni principali, il 27 maggio alle 4 del mattino parto da casa per riunirmi a Malpensa con Don Benjamin e con Gesualdo Petullà, presidente di un’altra associazione di volontariato “Soccorso Genny” di Vibo Valentia, alla volta di Bruxelles e da qui a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo – l’ex Zaire.
Raggiungiamo Kinshasa verso le 8 di sera del 27 maggio 2002. È già buio (il sole sorge alle 6 di mattina e tramonta alle 18 tutto l’anno) e l’illuminazione pubblica al di fuori dell’aeroporto è quasi inesistente.
Per le strade si vede un brulicare di gente perennemente in cammino e ci sono tantissime piccole luci, forse candele o lumini, sembra quasi un immenso cimitero ma pieno di rumori, canti e musiche di ogni tipo.
Ad un certo punto la strada, sterrata e piena di buche, diventa quasi impraticabile per la vettura che ci sta accompagnando; dobbiamo tornare indietro e fare un nuovo percorso, altrettanto difficoltoso e che sembra non finire mai. Finalmente arriviamo a destinazione: la casa natale di don Benjamin in un quartiere della periferia di Kinshasa.
Nei giorni successivi ho modo di rendermi conto un poco della condizione del luogo. La casa dove sono ospitato, ha un solo piano ed è molto semplice nella sua costruzione ma appare quasi sfarzosa nel contesto del quartiere.
Abbiamo la corrente elettrica anche se spesso la fornitura viene interrotta anche per diversi giorni, l’acqua – che non si dovrebbe bere - arriva da un tubo dell’acquedotto nel cortile solo per pochi minuti e nel cuore della notte, non esistono praticamente fognature ne gas ne linee telefoniche.
Le strade sono ridotte a mulattiere impantanate e cosparse di rottami e rifiuti. Solo nella zona presidenziale del centro cittadino ci sono strade asfaltate, anche se sconnesse e piene di buche.
Non esistono servizi di trasporto pubblico e la gente si muove a piedi o stipata in scassatissimi furgoncini di improvvisati tassisti. Non abbiamo visto biciclette; solo la polizia militare aveva delle moto di grossa cilindrata.
La popolazione vive in uno stato di indigenza generale, facendo lavori occasionali o industriandosi con un commercio minuto ai bordi delle strade. Non esiste il volontariato e lo stato è presente solo a livello di controllo e repressione.
Ovunque la presenza di bambini, specialmente nelle fasce di età più basse.

La nuova scuola
Al ritorno in Italia elaboriamo il progetto della nuova scuola, da costruirsi sui terreni acquistati attorno al vecchio nucleo; bisogna evitare al massimo le lavorazioni che comportano l’uso di attrezzature a motore in quanto costerebbero tantissimo e non esiste personale che le sappia adoperare. Quasi tutte le lavorazioni saranno quindi fatte a mano ed in opera.
Il fabbricato si svilupperà su due livelli con porticato al piano terra e ballatoio coperto al piano superiore.
La bassa qualità dei materiali e la difficoltà di reperire manovalanza esperta ha comportato un progetto basato sulla semplicità costruttiva e sulla funzionalità, anche a costo di sacrificare un poco l’estetica e le finiture.
La situazione climatica e l’illuminamento, oltre ai citati problemi di energia elettrica hanno inoltre obbligato ad un orientamento est-ovest dei corpi aule del fabbricato, con porte e finestre rivolte a nord e a sud, in maniera da garantire la necessaria ventilazione evitando però l’eccessivo riscaldamento dei locali dovuto alla penetrazione dei raggi del sole la mattina ed al pomeriggio.

I costi di realizzazione
Per la costruzione avevamo stimato una durata di circa 7 mesi ed un costo di 300.000 $ USA. Entrambe le previsioni sono state rispettate.

Le risorse
Per coprire i costi della costruzione, sono state organizzate molte iniziative sia da parte dall’associazione “Fratello Mio” di Milano che da tante altre realtà associative e di volontariato.
Molto importanti e significative sono state anche quelle messe in campo nel 2002 e 2003 dalle Parrocchie e dalle scuole di Ossimo e di Borno, dal nostro Corpo Musicale S.Cecilia di Borno; donazioni sono arrivate anche da molti privati cittadini dei nostri paesi. Ricordo ancora con emozione quando Francesca Gheza (allora quattordicenne) ci portò una cassettina con le offerte che aveva raccolto tra i suoi compagni di classe. Questo gesto fu così commovente che un’aula della nuova scuola venne dedicata a quella classe.

La Fondazione Mon Frère Congo
La realtà della Regina Pacis divenne così importante per tutto il quartiere di Bumbu che non poteva più rimanere nelle sole responsabilità del pur vulcanico e infaticabile Don Benjamin.
Fu così che nel 2003 tornai a Kinshasa con un nuovo mandato: costituire una Fondazione di diritto congolese alla quale sarebbero stati trasferiti i beni ed affidata la gestione del complesso scolastico.
Progettare e costruire si rivelarono semplicissimi al confronto con la burocrazia congolese. Ricordo anche che dovemmo scendere per strada a comprare 12 fogli di carta sui quali fare dattilografare l’atto costitutivo della Fondazione perché al ministero non ne avevano. Tralascio i dettagli su come convincemmo il Ministro poi a firmare in tempo per il mio rientro in Italia.
Nel corso di questi ultimi anni, la Fondazione ha avuto il supporto di una associazione italiana, Speranza Congo, che nel 2007 ha lanciato un progetto alimentare per consentire di fornire un pasto agli studenti della scuola (620 nel 2007).
Nell’anno 2008 è stato allestito un piccolo laboratorio informatico di una decina di postazioni computer in collaborazione con l’ITC Nizzola di Trezzo sull’Adda.
Nell’anno 2008-2009 è stato costruito il pozzo per garantire l’autonomia della risorsa idrica alla scuola. Importantissimo il servizio che il pozzo svolge anche nei confronti della popolazione del comune di Bumbu (quartiere periferico di Kinshasa dove si trova la scuola), con la sua popolazione di circa 100.000 abitanti.

Oggi
Attualmente la “nostra” scuola conta 1.380 alunni, considerando la Materna, l’Elementare, le Medie, le Superiori con tre indirizzi (Pedagogia generale, Scientifico e ragioneria) e il corso d’informatica aperto anche agli adulti.

ing. Roberto Bassi Ossimo (Brescia)

Per chi volesse continuare a sostenere la scuola Regina Pacis di Kinshasa, è possibile far arrivare le proprie donazioni direttamente in Congo sul:
C/C n° 000 18 000 23 0000 35912 00 86
Intestato a FONDATION MON FRERE CONGO Banca: EQUITYBANK - Code swift: PRCBCDKI

Cuntomela Pasqua 2019Cuntomela Pasqua 2019Cuntomela Pasqua 2019


NOMI E VOLTI

Chiamati all'amore sponsale

Denis Belingheri di Claudio e Elena Sandoni - Borno 26 maggio 2018

Elena Sandoni con Claudio Belingheri Borno 26 maggio 2018

Benvenuti fra noi...

Battesimi a Borno

Mia Pezzoni di Maurizio e Paola Rivadossi - Borno 7 agosto 2018

Tommaso Varisco di Silvano e Lucia Salvatoni - Borno 2 settembre 2018

Cuntomela Pasqua 2019

Lorenzo Andreoli di Marco e Silvia Callierotti - Borno 22 dicembre 2018

Giada Fiora di Pierino Claudio e Dorotea Baisini - Borno 25 dicembre 2018

Battesimi a Ossimo Inf.

Asia e Alice Tadeo di Yuri e Giada Firmo - Ossimo Inf. 22 dicembre 2018

Cuntomela Pasqua 2019

Valerio Marco Zaccarini di Sergio e Giada Franzoni - Ossimo Inf. 31 marzo 2019

Battesimo a Ossimo Sup.

Lorenzo Zanaglio di Rudy e Laetitia Sansone - Ossimo Superiore 28 Ottobre 2018 (dalla Corsica)

Battesimo a Lozio

Simone Toninelli di Paolo e Annalisa Ballerini - Lozio Laveno 24 febbraio 2019

Cuntomela Pasqua 2019


NOMI E VOLTI

Chiamati alla vita eterna

Defunti Borno

Lina Sarna 2-9-1937 + 12-11-2018

Dorotea Francesca Zerla 10-2-1924 + 14-12-2018

Battista Miorotti 29-9-1923 + 28-12-2018

Gianfranco Rivadossi 9-9-1951 + 11-1-2019

Giovanni Fiora 24-3-1924 + 12-1-2019

Silvana Beraldo 19-11-1939 + 18-1-2019

Giacomina Cottarelli 25-8-1932 + 27-1-2019

Maria Domenica Damasi 7-9-1937 + 31-1-2019

Giacomina Chierolini 2-11-1934 + 8-2-2019 (Castel Goffredo)

Cuntomela Pasqua 2019

Caterina Fedrighi 24-8-1930 + 10-2-2019

Carolina De Piumi 19-10-1921 + 12-2-2019

Francesco Squaratti 16-1-1975 + 22-2-2019

Clementina Rivadossi 12-1-1927 + 23-2-2019

Bernardo Romellini 1-4-1930 + 27-2-2019

Antonia M. Chierolini 26-3-1930 + 1-3-2019

Marta Rivadossi 11-2-1924 + 10-3-2019

Maria Sanzogni 16-9-1929 + 18-3-2019

Caterina Rigali 1-3-1922 + 29-3-2019

Cuntomela Pasqua 2019

Emerson Belingheri 23-10-1977 + 3-4-2019

Defunti Ossimo Sup.

Giovanna Miorini 11-6-1963 + 18-10-2018

Defunti Ossimo Inf.

Giovanna Zendra 6-7-1942 + 19-1-2019

Giuseppe Maggiori 13-8-1921 + 20-1-2019

Simone Maggiori 19-2-1953 + 15-3-2019

Defunti Lozio

Corinne Ballarini 8-9-1976 + 1-10-2018

Margherita Massa 17-2-1934 + 13-12-2018 (Villa)

Giuditta Lina Massa 7-5-1922 + 3-3-2019 (Laveno)

Cuntomela Pasqua 2019


Cuntomela Pasqua 2019


DI TUTTO UN PO'

UTOPIA REALISMO SPERANZA

“L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? Serve per continuare a camminare” (Eduardo Galeano)

Se cerchiamo in Internet il significato di utopia troviamo quasi sempre il riferimento a Tommaso Moro che ha coniato questa parola, usandola come titolo per la sua opera più famosa. Con tale termine si intende “un luogo (bello) che non esiste”, proprio come cantava Edoardo Bennato ne “L’isola che non c’è”.

In questi primi giorni di Quaresima sto leggendo il libro dell’Esodo in cui, dopo tutte le tremende piaghe che Dio infligge all’Egitto finalmente il popolo d’Israele viene liberato dalla schiavitù.

Attraversato il Mar Rosso si mette in cammino verso la terra promessa, non soltanto dietro la guida del povero Mosè che dovrà sorbirsi e far fronte a tutte le lamentele dei soliti che rimpiangono di continuo il passato, ma seguendo il Signore che “marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte”. (Es. 13,21)

Ovviamente queste colonne ricordano che quello di Israele è un Dio costantemente vicino e presente (anche se avvolto nella nube del mistero), ma mi sembra possano richiamare in qualche modo un’altra definizione di utopia, trovata sempre in rete, dello scrittore uruguaiano sopra riportata.

Un bimbo muove con più decisione i primi passi se davanti vede la mamma che lo incoraggia. Anche il ragazzo meno volenteroso è più propenso nei compiti o nel sopportare i rompimenti dei genitori se gli viene promesso un nuovo smartphone o un motorino. Un padre di famiglia sarà più invogliato ad impegnarsi nel proprio lavoro, accettando difficoltà e preoccupazioni, se ha davanti la costruzione di una casa e il futuro dei propri figli...

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Senza colonne più o meno luminose, senza mete da inseguire, la nostra vita rischia di appiattirsi in un sterile e a volte soffocante tran-tran. Pur con i suoi aspetti di saggezza, ritengo che la retorica del “chi si accontenta gode” non rispecchi molto la verità dell’animo umano.

Tornando alla Bibbia, man mano che procediamo nei suoi racconti vediamo che dopo la schiavitù il popolo insegue altre colonne: il sogno di una terra promessa, di un regno e di un vero re.

Come nei momenti di malattia o di crisi in cui i desideri si abbassano e ci si augura di riuscire a ritornare almeno come prima, il popolo d’Israele, dopo essersi diviso e aver subito la deportazione, trova nei profeti l’incitamento a non mollare, a ritornare al Signore.

Ma gli stessi profeti alzano di nuovo l’asticella delle aspettative parlando non solo di un Dio legislatore e giudice, ma anche di un Dio innamorato degli uomini, che ha inciso i loro nomi sulle palme delle sue mani e che vuole convocarli a nozze pur se questi continuano a prostituirsi con gli idoli.

Se cerchiamo ancora in Internet il contrario di utopia insieme a distopia, che a qualcuno magari ricorderà i romanzi purtroppo profetici di G. Orwell e di A. Huxley, troviamo il termine realismo. Mai come oggi siamo spinti al pragmatismo, a giudicare stupidi sogni, illusioni e tutto ciò non è a portata di mano o che va oltre i nostri rassicuranti schemi.

Anche un certo realismo “scientifico” può diventare una colonna, a mio avviso poco illuminante, da cui lasciarci guidare. Per accennare ad esempio alla propaganda politica, una volta dichiarate inutili le ideologie-utopie del passato – che grandi danni hanno procurato ma che auspicavano (non so con quanta buona fede) un mondo migliore – ora essa ci lusinga solo con una falsa concretezza da uomo della strada che disprezza paroloni e discorsi astratti, stuzzicando l’istinto di voler sempre trovare un capro espiatorio contro cui accanirci.

Seguendo questa scia poco luminosa qualcuno potrebbe proporre di cancellare dai Vangeli l’invito ad amare i nemici, a donare e perdonare sempre. Ogni epoca potrà continuare ad addomesticare tale invito riducendolo ad esperienza spirituale da settimo cielo o alla mera non-violenza ma, come l’orizzonte e che orizzonte, rimarrà sempre a migliaia di passi dal nostro realismo e andrà sempre oltre ogni buon senso.

Nel primo incontro con il consiglio pastorale, dopo essersi presentato, don Paolo ha invitato i presenti a fare altrettanto, dichiarando il proprio ruolo o servizio all’interno della parrocchia ma, soprattutto, chiedendo ad ognuno di sottolineare qualcosa di bello, un aspetto positivo della nostra comunità.

Il vangelo ci esorta ad essere prudenti come serpenti e semplici come colombe, giungendo perfino a lodare la scaltrezza. Non dobbiamo, quindi, fingere di non vedere tutto ciò che non va, il male intorno e dentro di noi.

Ma in mezzo a tanto pessimismo, abbiamo più che mai bisogno di respirare aria buona, di guardare e puntare in alto, di far memoria del bene e del voler bene che c’è anche nel nostro tempo.

Come gli ebrei usciti dall’Egitto anche noi cristiani, vedendo i banchi delle chiese non esattamente affollati, siamo tentati di voltarci perennemente indietro per rimpiangere la pentola delle pietanze senz’altro buone e genuine del passato, ma forse è tempo di volgere con fiducia lo sguardo a ciò che ci sta davanti.

Per i cristiani l’esigenza di sognare, di inseguire il buono e il bello si chiama speranza. E questa, come ci ricorda San Paolo, è Gesù Cristo morto e risorto. Come le colonne dell’Esodo, non solo ci precede ma spesso, passando nelle retrovie delle nostre debolezze, ci sospinge e ci sostiene.

La speranza cristiana, poi, non è attesa inerte che esca un numero fortunato alla lotteria, ma è confidare ed impegnarsi affinché quel “venga il Tuo regno” inizi a germogliare e crescere già qui, nell’amore e nella fraternità del quotidiano.

Prendendo spunto ancora dal finale della bella canzone di Bennato, chi in nome del realismo rinuncia a credere ed inseguire un di più, un oltre e ci ride alle spalle forse è davvero più pazzo di noi!

Franco


Pellegrinaggio a Caravaggio con gruppi di Padre Pio (16 settembre 2018)

Cuntomela Pasqua 2019Cuntomela Pasqua 2019


DI TUTTO UN PO'

Pellegrinaggio a Caravaggio con gruppi di Padre Pio (16 settembre 2018)

Cuntomela Pasqua 2019Cuntomela Pasqua 2019


Cuntomela Pasqua 2019 Cuntomela Pasqua 2019 Cuntomela Pasqua 2019

Cüntómela
Estate 2026

machina del triduo
"Machina" del Triduo dei Defunti

Borno aria di casa
Borno aria di casa

Frugando nel Sacco
Frugando nel Sacco

Chiesa  di s. Antonio Borno
Chiesa di s. Antonio

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