Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

Archivio Cüntómela

Estate 2007


copertina

S O M M A R I O




Estate 2007

Editoriale

«Manca solo “Saluti da Borno”», potrebbe esclamare qualcuno. Ci siamo divertiti a realizzare una copertina con più fotografie e, proprio come quelle cartoline suddivise in molteplici rettangolini, il risultato estetico può essere dubbio.

Tuttavia anche questo numero di Cüntómela vorrebbe invitarci ad aprire le finestre per cogliere le varie sfaccettature di una comunità. Ecco allora la finestra sulla famiglia, sulle feste per i quarant'anni di sacerdozio del nostro parroco e i venticinque di matrimonio di numerose coppie, sul palio che anche quest'anno ha animato paese e contrade, sulle attività estive dell'Oratorio in cui, animati e animatori, sperimentano semplicemente che solo vivendo e camminando insieme può nascere e crescere quell'amicizia che conduce ad un'Amicizia che dona valore, fondamento e bellezza ad ogni autentica esperienza umana.

Insieme alle finestre siamo invitati anche ad aprire le porte per accogliere il nostro nuovo Vescovo e ciò che propone la Chiesa universale, renderci partecipi dei problemi e delle speranze dei nostri missionari, salutare e ringraziare le suore della carità di Sant'Anna che per diversi anni si sono prese cura degli anziani ospiti di “Casa Albergo”.

Sarà un'immagine abusata ma ogni persona, ogni comunità dovrebbe davvero essere una casa dalle porte e finestre spalancate. Come in questi giorni di calura la loro apertura ci permette di far passare un po' di aria nelle nostre abitazioni, così la nostra vita si manterrà più fresca, più solare, più aperta alle novità.

La redazione




ripensandoci

Lettera ai fedeli per l'anno 2007-2008

«Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge,
in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti
come vescovi a pascere la Chiesa di Dio»
(Atti 20, 28)

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
nel desiderio di offrire un indirizzo pastorale, su cui far convergere la riflessione e la vita dell’intera comunità diocesana per l’anno 2007-2008, mi sono confrontato con il Consiglio presbiterale e pastorale della nostra Diocesi. L’intento era far sì che il nuovo Vescovo, arrivando, potesse trovare una Chiesa che non solo sta realizzando, con fatica e promettente impegno, la scelta fondamentale della “nuova evangelizzazione a partire dagli adulti”, ma che ha anche il coraggio di precisare ogni anno un qualche aspetto di quella scelta, per dare ad essa maggiore concretezza e crearvi attorno la convergenza di una comunità cristiana che cammina insieme col proprio Vescovo.

Dall’incontro con i Consigli diocesani è emerso che il rinnovamento della pastorale degli adolescenti, richiesto oltretutto come completamento della riforma del cammino di iniziazione cristiana dei fanciulli, è certamente urgente ed attuale. Tuttavia, diversi hanno fatto notare che, nella prospettiva del cambio del Vescovo, gli altri due temi proposti - quello della Esortazione postsinodale sull’Eucaristia e quello del Direttorio diocesano per la pastorale e la celebrazione dei sacramenti – potrebbero essere adatti in questo particolare momento, in quanto si prestano maggiormente per una riflessione, pure essa opportuna e necessaria, sul senso e l’importanza del ministero episcopale per la Chiesa diocesana.

Esorto, perciò, le comunità cristiane a non interrompere, ma continuare con coraggio e pazienza la preziosa e difficile opera di educazione cristiana degli adolescenti. Contemporaneamente, invito gli Uffici di Curia, coordinati tra loro, a perfezionare la bozza delle “Linee per un progetto di pastorale dei preadolescenti e degli adolescenti”, e a pensare, nel frattempo, anche a possibili percorsi di formazione dei loro educatori.

Ritengo di dovermi concentrare sugli altri due temi, l’Esortazione Apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI e il Direttorio per la celebrazione e la pastorale dei sacramenti nella diocesi di Brescia da me emanato con decreto il 5 aprile 2007. Essi mi offrono la possibilità di riprendere e completare quanto ho scritto nella nota pastorale dello scorso anno su “Iniziazione cristiana ed Eucaristia”. Il Vescovo di Brescia Lettera ai fedeli per l’anno 2007-2008


1. Vita liturgica, Eucaristia e comunità ecclesiale

«La Liturgia è il culmine verso cui tende tutta l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù». Questa affermazione centrale del Vaticano II sollecita a vedere tutta la vita e l’azione pastorale della Chiesa in riferimento alla sacra Liturgia, nella quale si compie, in forma particolare, l’opera della nostra redenzione, poiché in essa Cristo è presente in modo tutto speciale. L’importanza fondamentale della Liturgia non esclude, però, anzi sollecita la scelta prioritaria della evangelizzazione, che la nostra Diocesi ha fatto propria. «Infatti, prima che gli uomini possano accostarsi alla Liturgia, è necessario che siano chiamati alla fede e alla conversione», mediante l’annuncio del Vangelo (cfr. Rm 10, 14-15). L’insistenza sulla vita liturgica, sulla quale sono ritornato frequentemente nell’ultimo periodo del mio episcopato, non vuole essere, pertanto, un invito ad interrompere lo sforzo per l’evangelizzazione specialmente dei genitori, della famiglia e, più in generale, degli adulti, siano essi italiani o immigrati; intende essere piuttosto un richiamo al fatto che una efficace evangelizzazione deve portare, progressivamente, all’incontro con Cristo nella santa Liturgia.

Il Concilio Vaticano II ha però ricordato che tutta la vita liturgica e sacramentale è strettamente unita alla sacra Eucaristia e ad essa è ordinata, poiché «nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo».

Questo vale, innanzi tutto, per il cammino di iniziazione cristiana che ha come suo punto di riferimento la possibilità di accedere all’Eucaristia. «Non bisogna mai dimenticare, infatti, - scrive il Papa - che veniamo battezzati e cresimati in ordine all’Eucaristia», anche se, purtroppo, questo stretto legame tra Battesimo, Cresima ed Eucaristia è poco percepito dalle nostre comunità. È proprio in sintonia con l’impegno chiesto dal Papa «di favorire nella prassi pastorale una comprensione più unitaria del percorso di iniziazione cristiana» che la nostra Diocesi, in comunione con l’episcopato italiano, ha scelto di collegare, in una medesima celebrazione, il conferimento della santa Cresima ai fanciulli con il loro accesso, per la prima volta completo, all’Eucaristia, pienezza e compimento dell’iniziazione cristiana.

A proposito della celebrazione eucaristica, tra i molti elementi sottolineati nella nota pastorale dello scorso anno, a cui rimando, ritengo di dover ribadire un aspetto, spesso disatteso: l’Eucaristia ha un’intrinseca dimensione comunitaria, ecclesiale e non sopporta protagonismi inopportuni, né mai può essere vissuta in forma individualistica o anonima. Non a caso la seconda preghiera eucaristica, invocando lo Spirito Santo, chiede: «per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo». L’Eucaristia si mostra così alla radice della Chiesa come mistero di comunione. Partecipando allo stesso Pane, noi diventiamo un solo corpo, il corpo di Cristo, che è la Chiesa (cfr. 1Cor 10, 17).

Esorto, quindi, tutte le comunità cristiane e in primo luogo i presbiteri a far sì che la celebrazione eucaristica domenicale, pur essendo ovviamente un incontro personale con Cristo, diventi sempre di più un’azione comunitaria, caratterizzata da autentica partecipazione, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana.

Circa questo rapporto tra l’Eucaristia e la vita di ogni giorno, Benedetto XVI sottolinea che l’Eucaristia non è soltanto un mistero da credere e da celebrare; è pure un mistero da vivere, perché la vita del cristiano assuma sempre più la “forma eucaristica”. L’Eucaristia richiede e rende possibile, giorno dopo giorno, la progressiva trasfigurazione della propria esistenza, così che il culto gradito a Dio non venga relegato soltanto ad un momento particolare della settimana, ma tenda a identificarsi con ogni aspetto della vita - anche familiare, professionale e sociale - in quanto vissuto dentro il rapporto con Cristo e come off erta a Dio e ai fratelli.


2. Il Vescovo guida autorevole della comunità cristiana e «custode di tutta la vita liturgica»

Se è vero che tutto il Popolo di Dio partecipa alla Liturgia eucaristica per diventare il “corpo di Cristo”, tuttavia un compito imprescindibile spetta a coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine, ed in primo luogo al Vescovo. Il Vescovo diocesano, infatti, «quale “primo dispensatore dei misteri di Dio nella Chiesa particolare a lui affidata, è la guida, il promotore e il custode di tutta la vita liturgica”». Tale compito non è semplicemente frutto di un incarico ecclesiale o di una esigenza sociale di uniformità. Ha piuttosto un fondamento sacramentale, poiché, come afferma il Concilio Vaticano II, «i Vescovi hanno la pienezza del sacramento dell’Ordine [...]. Perciò sono i principali dispensatori dei misteri di Dio e, nello stesso tempo, i regolatori, i promotori e i custodi di tutta la vita liturgica, nella Chiesa loro affi data». Il Vescovo è il liturgo per eccellenza della propria Chiesa, il «“distributore della grazia del supremo sacerdozio”, specialmente nell’Eucaristia, che offre egli stesso o fa offrire, e della quale la Chiesa continuamente vive e cresce». Pertanto, aggiunge Benedetto XVI, «la comunione con il Vescovo è la condizione perché ogni celebrazione sul territorio sia legittima [..]. A lui spetta salvaguardare la concorde unità delle celebrazioni nella sua Diocesi».

È stato questo lo spirito con cui, dopo essermi consultato con i Vicari zonali e il Consiglio Presbiterale, ho emanato il Direttorio per la celebrazione e la pastorale dei sacramenti nella diocesi di Brescia. La pubblicazione di questo testo, come ho scritto nella introduzione, «deve ora vederci tutti impegnati a maturare una prassi celebrativa davvero evangelizzante e uno stile opportunamente uniforme, perché appaia anche visibilmente la comunione reale e gioiosa (con Dio e tra noi) delle nostre assemblee liturgiche». È importante, però, che, sollecitati anche dal cambiamento del Vescovo, ricordiamo come il ruolo “liturgico” è solo un aspetto del ministero episcopale ed esige di essere collegato a tutti gli altri aspetti del suo servizio, anche se, per certi versi, è proprio in ordine alla sua presidenza liturgica che il resto acquista e manifesta il suo significato più vero ed autentico. Tutto infatti il ministero del Vescovo è finalizzato alla crescita della comunione ecclesiale con Cristo.

Grazie alla pienezza del sacramento dell’Ordine, il Vescovo entra a far parte del Collegio episcopale che succede al Collegio degli apostoli. In quanto successore degli Apostoli, egli, nella sua Chiesa, è garante della sua apostolicità e della sua continuità con la fede degli Apostoli, che hanno udito, visto e toccato il Signore (cfr. 1Gv 1, 1-4). Per questo il magistero dei Vescovi, in ascolto obbediente e al servizio della Parola di Dio, è particolarmente autorevole e, «quando insegnano in comunione col romano Pontefice, devono essere da tutti ascoltati con venerazione quali testimoni della divina e cattolica verità». D’altra parte, proprio in quanto garanti e custodi della fede apostolica, essi godono anche di una particolare autorità nel governo e nella guida e «sono il visibile principio e fondamento dell’unità nelle loro Chiese particolari». L’unità della Chiesa, infatti, non è di tipo semplicemente sociologico ma, essenzialmente, è unità nella fede e nell’amore.

Per il retto assolvimento della missione apostolica affidata loro da Cristo, i Vescovi si servono della provvidenziale e necessaria collaborazione dei presbiteri, che partecipano, sia pure in grado inferiore, dello stesso e unico sacerdozio e ministero di Cristo e costituiscono col loro Vescovo un unico presbiterio. Il Vescovo è chiamato a considerare «i suoi sacerdoti cooperatori, come figli e amici» e a lui incombe, in primo luogo, la grave responsabilità della loro santificazione. Per questo ho sollecitato e condiviso con gioia e convinzione le “settimane sinodali” del clero, per offrire ai presbiteri la possibilità di prendersi cura della propria fede, onde non rischiare di preoccuparsi della santificazione degli altri fino al punto di dimenticarsi della propria.

Cari presbiteri, giunto al termine del mio ministero episcopale in terra bresciana, desidero ringraziarvi per la vostra generosa collaborazione. Voi avete condiviso con me, più di tutti, la fatica di intraprendere tentativi e cammini nuovi di evangelizzazione.

Vi ringrazio di cuore. Ringrazio anche coloro che, pur senza condividere a pieno alcune mie scelte pastorali, hanno obbedito e non hanno remato contro. Vi esorto, in vista del nuovo Vescovo, con le parole del Concilio: «Siate uniti al vostro Vescovo con sincera carità e obbedienza». Questa unità è particolarmente necessaria ai nostri giorni, dato che oggi, per diversi motivi, le iniziative apostoliche debbono non solo rivestire forme molteplici, ma anche trascendere i limiti delle singole parrocchie. «Nessun presbitero è quindi in condizione di realizzare a fondo la propria missione, se agisce da solo e per proprio conto, senza unire le proprie forze a quelle degli altri presbiteri, sotto la guida di coloro che governano la Chiesa».


3. Indicazioni operative

Desideroso di non appesantire il cammino ordinario delle nostre comunità cristiane, alla fine di questa lettera mi limito ad offrire alcuni suggerimenti per far sì che il tema, Vita liturgica della comunità cristiana e ministero episcopale, possa diventare, nella misura del possibile, un programma di lavoro e di riflessione per la nostra Chiesa diocesana. L’intento è soprattutto quello di formare le comunità cristiane, aiutandole a cogliere, per un verso, il senso dell’Eucaristia domenicale e, in rapporto ad essa, di tutta la vita liturgica e sacramentale, e, per un altro, l’importanza del ministero episcopale, anche in ordine ad una Liturgia più evangelizzante, uniforme e comunionale, che, come ho già fatto notare, è lo scopo del Direttorio, che ho promulgato il Giovedì Santo.

In vista di questo scopo, si potrebbe quest’anno puntare, anche attraverso i bollettini parrocchiali, sulla divulgazione, la lettura e l’approfondimento di alcuni documenti ecclesiali, che, pur importanti, rischiano di essere troppo spesso sconosciuti o dimenticati. Tra questi raccomando, in modo particolare, due testi del Vaticano II: la Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosantum Concilium e la Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, con speciale attenzione, per il nostro tema, al terzo capitolo su “la costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare l’episcopato”. Esorto poi ad approfondire, con intimo godimento spirituale, l’Esortazione apostolica postsinodale di Benedetto XVI Sacramentum Caritatis sull’Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa. Infine, invito a leggere e a far diventare oggetto di costante riferimento il Direttorio per la celebrazione e la pastorale dei sacramenti nella diocesi di Brescia. Il confronto con questi documenti potrebbe avvenire a vari livelli: dagli incontri dei presbiteri ai Consigli parrocchiali e zonali, dalla formazione degli operatori pastorali alla predicazione e alla catechesi per l’intera comunità.

Metto il vostro impegno di riflessione e di attività pastorale sotto la protezione della Vergine Maria, mentre invoco su tutti singolarmente, sulle comunità cristiane e sul nuovo Vescovo la benedizione del Signore.

Giulio Sanguineti,
vescovo

Brescia, 9 giugno 2007, memoria del Beato Mosè Tovini




ripensandoci

Conferenza dell'Episcopato Latinoamericano ad Aparecida (Brasile)

Il culmine della visita del Papa in Brasile è stato l'inaugurazione della Quinta Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi.

Tale importante incontro ha avuto luogo ad Aparecida, dove vi è il Santuario Mariano Nazionale del Brasile. Si tratta di un grandioso Santuario, che è visitato da circa 8 milioni di persone ogni anno.

Nel 1717 tre pescatori, andando a pescare sul fiume Paraiba do Sul, raccolsero nella loro rete una statuetta della Madonna senza testa e, a breve distanza, trovarono poi anche la testa. Portarono la statuetta al Parroco, che provvide a farla aggiustare e poi costruì una piccola cappella. I fedeli incominciarono ad accorrere sempre più numerosi a pregare la Madonna. Si costruì una chiesa più grande e 50 anni fa fu edificato un Santuario imponente, bello e molto vasto.

La riunione ad Aparecida dell'Episcopato Latinoamericano ha rappresentato un evento ecclesiale importante per l'America Latina, dove vive quasi la metà dei cattolici del mondo.

La formula di una Conferenza Generale delle 22 Conferenze Episcopali dell'America Latina, ogni circa 10-15 anni, è tipica di quel Continente e non esiste negli altri. È sempre un avvenimento che coinvolge non soltanto i Vescovi, ma tutti i cattolici dei vari Paesi latinoamericani e ciascuna delle loro diocesi.

Questa volta - a 15 anni di distanza dalla precedente, avvenuta a Santo Domingo nel 1992 - ha avuto luogo in un momento nevralgico per la fede cattolica in America Latina, a motivo delle attuali gigantesche sfide e dei rapidi cambiamenti in atto col passaggio da una società prevalentemente agricola ad una che ora sta diventando sempre più urbana. Le varie nazioni dell'America Latina custodiscono valori cristiani profondamente radicati, ma vivono anche enormi problemi sociali ed economici.

Sia la visita del Papa, sia l'intera Conferenza di Aparecida hanno mirato a mobilitare tutte le forze morali e spirituali, che non sono poche in quelle popolazioni.

Il tema della Conferenza era “Discepoli e missionari di Gesù Cristo perché i nostri Paesi in Lui abbiano vita”: un tema centrale della fede e della vita cristiana, volto a fare prendere coscienza a tutti i cattolici della propria identità cristiana e dei propri doveri nei riguardi della Chiesa e del mondo.

Essere “discepoli” di Cristo significa mettere Cristo al centro della propria vita; significa seguire Cristo, ascoltarlo, accettare la sua Parola che è “Parola di vita eterna”; significa aprire le porte del proprio cuore a Cristo, ma in pari tempo essere attenti agli altri, solidali con quanti soffrono e sono poveri, rispettosi con tutti, contribuendo alla costruzione di una società più giusta e più umana.

Essere “missionari” significa dare testimonianza della propria fede nei vari ambienti della vita quotidiana e promuovere i valori umani, morali e spirituali.

Nel corso della Conferenza si è sottolineato, fra l'altro, che per essere veri discepoli e testimoni bisogna fondare la propria vita sulla roccia della Parola di Dio e alimentare la propria fede con l'Eucaristia e con gli altri sacramenti.

Uno dei frutti di questa Conferenza è la grande missione continentale che i Vescovi si sono impegnati a programmare e poi a realizzare nei prossimi anni in tutti i Paesi dell'America Latina.

Il Documento finale di questa Conferenza intende promuovere la crescita nella fede in Dio Amore e aiutare a “ripartire da Cristo”, mettendo Dio al centro della propria vita e rafforzando nella società le energie morali che operino per un futuro di giustizia, di solidarietà, di amore e di armoniosa concordia.

Card. Giovanni Battista Re




ripensandoci

Ritorna la Messa in Latino?
Riflettendo sul documento del Papa

Il Motu proprio di Papa Benedetto XVI con cui liberalizza la celebrazione della Santa Messa in latino non è, come purtroppo si vocifera o si legge su alcuni giornali, un ritorno al passato, né tanto meno un passo indietro. È invece, a mio parere, un’importantissima occasione per recuperare la bellezza di una storia e di una tradizione che erroneamente sono state abbandonate mal interpretando il Concilio Vaticano II.

Quello della Messa Tridentina è un rito antichissimo che, è bene ricordarlo, ha fatto la storia della Chiesa e dell'arte. La situazione per lo meno buffa che si è venuta a creare dopo il Concilio Vaticano II è che, mentre nei documenti si riconosceva solennemente l'importanza del latino (e del canto gregoriano) come patrimonio e lingua della Chiesa universale, nella pratica postconciliare il latino è stato relegato in soffitta, e il sacerdote che osava riproporlo veniva tacciato di essere un “tradizionalista”.

Molto ha influito l’opinione secondo la quale la Messa doveva innanzitutto essere capita, dimenticandoci che un eccesso di razionalismo non ha mai convertito nessuno. Tanto è vero che, anche se ora le formule della Messa sono in lingua nazionale, non tutti riusciamo a comprendere e a concentrarci di più. A tale proposito mi piace riportare l’esperienza di diversi sacerdoti più anziani, con i quali ho avuto la fortuna di confrontarmi. Molti di loro sostengono che con la liturgia del Vaticano II si è perduto quella buona dose di mistero che alimentava la fede e il senso del sacro.

Ci stiamo guadagnando? Ci abbiamo guadagnato qualcosa?

Con il rito con cui oggi normalmente celebriamo la S. Messa abbiamo certamente guadagnato moltissimo, ma indiscutibilmente molto si è anche perso: abbiamo buttato alle ortiche un patrimonio elevatissimo di cultura e d'arte (soprattutto musicale); abbiamo perso la capacità di esprimerci in una lingua “universale” che, come cattolici, già avevamo e che ci aiutava a percepire una salda unità, al di là delle tradizioni e dei confini nazionali.

La celebrazione della Messa in lingua latina, infatti, conferisce al rito una profonda universalità che permette ad ogni cristiano, in qualunque parte del mondo si trovi, di percepire mediante il latino, lingua ufficiale della Chiesa, l’appartenenza ad una realtà più grande che abbraccia gli uomini di qualunque nazione.

Fin da quando era cardinale, l'attuale Papa ha richiamato più volte l’attenzione sulla grave decadenza della liturgia, causata dall'idea sbagliata che la gente avesse bisogno di un rito più semplice per partecipare meglio alla Messa e per avvicinarsi alla Chiesa.

Ringrazio il Papa per questo "coraggioso" gesto che dà la possibilità ai parroci di tornare anche alla Messa in latino, con il messale promulgato da Giovanni XXIII del 1962. Le disposizioni inserite nel motu proprio intendono, infatti, conferire al parroco maggiore responsabilità nel valutare le condizioni e le opportunità pastorali concrete per valorizzare anche il rito della Messa in lingua latina, senza abbandonare la forma attuale nella lingua nazionale (per noi l'italiano) che rimane, comunque, la forma ordinaria della celebrazione.

Questo significa che non si ritornerà improvvisamente alla celebrazione di ogni Messa in latino! Il Papa in questo è estremamente chiaro scrivendo ai vescovi: «Il Messale, pubblicato da Paolo VI e poi riedito in due ulteriori edizioni da Giovanni Paolo II, [il messale in italiano che abitualmente usiamo] ovviamente è e rimane la forma normale della Liturgia Eucaristica. L’ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l’autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio, potrà, invece, essere usata come forma extraordinaria della Celebrazione liturgica. Non è appropriato parlare di queste due stesure del Messale Romano come se fossero “due Riti”. Si tratta, piuttosto, di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito».

Dunque non torneremo a celebrare tutte le messe in latino. Piuttosto, a mio parere, sarebbe opportuno prevedere, anche con scadenze regolari, qualche celebrazione con il messale anteriore al Concilio, trovando in questo un aiuto prezioso per tutti, un invito a riscoprire un modo di pregare che era stato confinato nel passato, un patrimonio che ha a che fare con la nostra storia, le nostre origini e la nostra fede.

É questa una grande occasione, una ricchezza di cui non era giusto privarsi perché contribuisce ad approfondire il Mistero che è all'origine della nostra fede. Quindi se ci capiterà di entrare in chiesa e, con nostro stupore, trovare ancora il sacerdote di spalle rivolto, come e insieme agli altri fedeli, verso Oriente mentre prega in lingua latina, non spaventiamoci. Proviamo, invece, a pensare che in quel momento si vuole rendere semplicemente più evidente che il sacerdote è uno che in mezzo al popolo alza le mani con i suoi fratelli verso Dio, anche lui rivolto verso la croce, anche Lui in cammino per la salvezza attraverso un rito antico ma sempre nuovo.

Don Alberto




ripensandoci

Le scelte per il futuro della Chiesa dopo il Convegno di Verona

Con la Nota Pastorale “RIGENERATI PER UNA SPERANZA VIVA: testimoni del grande sì di Dio all’uomo”, i vescovi italiani hanno riconsegnato alle diocesi la ricchezza dell’esperienza vissuta nel Convegno di Verona, invitando le comunità cristiane a concentrare l’attenzione su alcuni aspetti particolarmente significativi, al fine di potervi individuare le scelte più adatte per la loro vita.

Le tre opzioni di fondo indicate, con l’auspicio che divengano patrimonio comune e traccia per un metodo di lavoro, sono:

A Verona i convegnisti hanno fatto esperienza di una chiesa fraterna e appassionata del Vangelo, capace di porsi in ascolto di ogni persona, desiderosa di mostrare le ragioni della propria speranza e di condividere la gioia indicibile che il Risorto infonde nei cuori.

È la Pasqua a suggerirci la via da seguire e a donarci una forza profetica da cui dobbiamo continuamente lasciarci plasmare.

La resurrezione - ha ricordato il Papa - è una parola che il Signore rivolge a ciascuno di noi, dicendoci: «Sono risorto e ora sono sempre con te... la mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani»”.

Anche dopo la conclusione del Convegno, una domanda continua a provocarci: “In che modo, nelle nostre comunità è possibile a tutti fare esperienza viva del Risorto?”.

Il punto decisivo, ha richiamato il Papa, è essere uniti a Lui, è stare con Lui, e quindi tra noi, per poter andare nel suo nome. La nostra vera forza è nutrirci della sua Parola e del suo corpo, unirci alla sua offerta per noi, adorarlo presente nell’Eucaristia. La spiritualità cristiana è lasciare che il Signore operi nella nostra vita quotidiana e la trasformi con la forza travolgente del suo amore.

Proprio perché siamo uomini e donne di Dio, cioè gli apparteniamo, possiamo rendergli testimonianza, parlare di Lui, farlo conoscere, trasmettere la sua presenza, portando germi di vita nuova, convertita e perdonata, nelle nostre comunità.

Come vivere il nostro appartenere a Lui?

Occorre ritrovare, sottolineano i vescovi, l’essenziale della nostra vita nel cuore della fede, dove c’è il primato di Dio e del suo amore. Nel cammino di ogni credente si devono riconoscer alcune priorità, rispetto alle quali siamo chiamati a continua verifica.

È necessario riservare il giusto spazio alla Parola, che dà una forza originale e unica alla vita e alla speranza; la fede deriva dall’ascolto.

L’Eucaristia domenicale, sacramento in cui il Dio amore si coinvolge pienamente con la nostra condizione umana, deve costituire il centro propulsore della vita delle nostre comunità e il cuore pulsante della settimana. Essa conduce infatti all’ascesi personale e al servizio ai poveri, segni dell’autenticità del nostro conformarci a Cristo, perché l’Eucaristia che non si traduce in amore concretamente praticato è in sé stessa frammentata.

Dall’essere di Gesù deriva il profilo di un cristiano capace di offrire speranza e pronto a metter sé stesso e i propri progetti sotto il giudizio di una verità che supera ogni attesa umana. La speranza cristiana non è solo un desiderio, ma una realtà concreta, è certezza della misericordia di Dio, invito alla conversione, apertura di mente e di cuore, dono dello Spirito che spinge ad assumere anche la fragilità e la sofferenza.

È capace di sperare chi si riconosce amato da Cristo. In questo sta anche l’origine della missione del cristiano, mosso ad andare verso gli altri perché raggiunto dalla grazia e sorpreso dalla misericordia; l’evangelizzazione è una questione di amore!

Siamo allora chiamati a rendere le comunità cristiane maggiormente capaci di curare le ferite dei figli più deboli attraverso relazioni profonde, consapevoli di avere una parola di senso e di speranza per ogni persona. La Chiesa comunica la speranza, che è Cristo stesso, soprattutto attraverso il suo modo di essere e di vivere nel mondo.

Emerge l’esigenza di una pastorale più vicina alla vita delle persone, meno affannata e complessa, meno dispersa e più unitaria. Occorre non sacrificare la qualità dei rapporti interpersonali all’efficienza dei programmi, ma promuovere relazioni mature, capaci di ascolto, di dialogo e di franchezza, con uno stile che sappia valorizzare ogni risorsa e sensibilità.

I cristiani che scelgono di impegnarsi in politica devono essere animati da competenza e onestà, rendendosi protagonisti di uno stile politico virtuoso, guidato da una coscienza illuminata dalla fede e dal Magistero della Chiesa.

Mettere al centro la persona richiede anche alle strutture ecclesiali di operare insieme in maniera più essenziale e di ripensare il proprio agire con sguardo unitario, in vista di un maggior coordinamento e di una pastorale veramente integrata che sa mettere in campo tutte le risorse di cui la comunità cristiana dispone.

Siamo chiamati ad una verifica concreta della comunione nel rapporto delle parrocchie tra di loro e con la diocesi. Diventa essenziale dare un nuovo valore alla vocazione laicale, rendere i laici protagonisti e operare per una loro crescita spirituale, intellettuale, pastorale e sociale che li abiliti ad una più efficace testimonianza nei contesti della vita quotidiana.

Il messaggio trasformante della Pasqua di Cristo ci impone di essere cristiani e comunità credibili, perché “soltanto attraverso uomini toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini”.

A portare una parola di speranza a chi è smarrito e disorientato, più delle attività e delle iniziative, saranno la saldezza della nostra fede, la maturità della nostra comunione, la libertà dell’amore.

La Nota Pastorale conclude invitandoci a camminare verso il futuro con gioiosa speranza, sostenuti dalla preghiera e certi che in questo cammino non siamo mai soli, perché lo Spirito del Risorto spinge i nostri passi, ci attende nel cuore degli uomini, allarga gli orizzonti ogni volta che prevalgono stanchezza e scoraggiamento.

Anna




40mo di sacerdozio di don Giuseppe

Grazie!
Omelia di don Giuseppe

Prima di tutto il mio sentito grazie per la vostra presenza, per le vostre numerosissime congratulazioni, per la vostra preghiera. Grazie perché mi aiutate ad esprimere la mia riconoscenza a Dio per questi miei quarant'anni di sacerdozio. Un grazie speciale a don Alberto e a tutti coloro che, a mo' di carbonari, hanno voluto e preparato questa giornata. Grazie... grazie a tutti.

don giuseppe celebra

Grazie alle tante persone, ai bambini e agli adolescenti, che venerdì sera hanno pregato con il loro parroco e per il loro parroco. Sono presenti spiritualmente a questa celebrazione il mio papà, il mio fratello, la mia nonna, le zie, gli zii e tutte quelle persone che mi hanno voluto bene e che hanno avuto a che fare con il mio sacerdozio. Dal cielo accompagnino e guidino sempre i miei passi.

Circa un mese fa la mutua diocesana mi ha inviato una lettera, comunicandomi che era giunto il tempo di fare la domanda di pensione. Io pensionato!?! Per tre notti non ho dormito, poi ho telefonato alla mutua. “Reverendo ha ormai 65 anni, ha pagato i contributi per circa 42... la colpa non è nostra...”

Quarant'anni che sono prete. È un campanello di allarme, è ora di preparare le valigie e di controllare se la lampada ha la sua abbondante riserva d'olio per non rischiare di trovare la porta dello sposo chiusa. Quarant'anni di sacerdozio: quanta, quanta grazia di Dio...

Ho preso la calcolatrice, ho fatto quattro conti: con una media di due S. Messe al giorno ho celebrato quasi 30.000 S. Messe, ma saranno senz'altro di più. Troppa grazia di Dio... dovrò renderne conto al Signore, dovrò chiedere al Signore perché queste numerose S. Messe celebrate non mi hanno fatto ancora diventare santo.

Don Primo Mazzolari ha chiesto un giorno ai suoi ragazzi:“Che differenza c'è tra il Papa e il parroco?” “Il Papa” - ha risposto un ragazzo - “è colui che non sbaglia mai. Il parroco è colui che sbaglia sempre”. Nella sua schiettezza il ragazzino ha colto alcune reazioni tipiche della gente.

Se un sacerdote bada soprattutto alla chiesa alcune persone possono dire: “Non si interessa di noi questo prete, non capisce niente della nostra vita, è un assente, un estraneo, non ci viene incontro...”

Se esce dalla sacristia della chiesa altri dicono: “Il prete deve stare in chiesa. Dica la sua Messa, faccia le sue funzioni, ma non si immischi delle nostre cose!”

Se va con i ricchi dicono che se la intende con i padroni; se va con i poveri che vuole una sua popolarità, vuol comandare! Se sta in casa lo definiscono un orso, uno che non si fa con nessuno ed è inaccostabile; se esce di casa ecco che diventa uno che gli piace stare in giro perché non ha niente da fare.

Se beve il vino esclamano: “Gli piace anche a lui!”; se non lo beve viene dipinto come uno che fa il difficile e si domandano: “Chi crede di essere?”. Se è magro la reazione può essere: “Non mangia neppure per far soldi!”; se è grasso dicono compiaciuti: “Lo manteniamo bene”.

Lo stesso Santo Padre, che non sbaglia mai secondo la risposta di quel ragazzo, per tante persone se parla dovrebbe tacere e se tace dovrebbe parlare.

Spesso sento dire da voi che oggi “fare i genitori” è molto difficile. Analogamente, però, è difficile fare i preti, fare i vescovi, e penso ancora più difficile sia fare il Papa.

La colpa è un po' di tutto e di tutti, ma la colpa è anche di Gesù Cristo. “Non esageriamo”, direte voi. Nella lettera agli Ebrei troviamo un po' la spiegazione. «Ogni sacerdote preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anch'egli rivestito di debolezza, proprio a causa di questa anche per se stesso deve offrire sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo».

Il brano parla di debolezza del sacerdote appunto perché anche lui è un uomo come tutti gli altri. Il sacerdote non è un angelo. Non lo dovremmo mai essere, ma spesso anche in noi sacerdoti serpeggia un po' di sfiducia.

Diceva sempre don Primo Mazzolari: “Il parroco ha su bottega come il fornaio, il salumiere, il barbiere, il calzolaio”. Lui aveva tentato di scrivere sul portone della chiesa questa scritta: “Astende populo tuo viam bonam”. Due giorni dopo in paese girava la traduzione: “Osteria del popolo: vino buono!”.

I commercianti vendono le cose di cui tutti hanno bisogno; il sacerdote vende cose che nessuno o molti pochi ricercano. Ecco perché spesso anche in noi sacerdoti affiora la sfiducia. Ma la malattia di voler bene a tutti i clienti ce l'ha attaccata Gesù Cristo. La passione pastorale, il continuo amare per amare, cioè senza interesse, quello che il sacerdote insegna è vero solo se parte dall'amore.

Mercoledì scorso 13 giugno, S. Antonio di Padova, ho trovato nella seconda lettura del mattutino la seguente meditazione: “la predica è efficace quando parlano le opere. Cessino le parole, parlino le opere. Purtroppo siamo ricchi di parole e vuoti di opere, così siamo maledetti dal Signore, come maledì il fico perché sui suoi rami non trovò frutti, ma solo foglie. S. Gregorio”, continua sempre S. Antonio di Padova, “diceva ai suoi vescovi: «Una legge si imponga al predicatore: metta in atto ciò che predica»”.

Perdonate i vostri sacerdoti, amate i vostri sacerdoti, pregate molto per i vostri sacerdoti. Perdonate, amate e pregate molto anche per don Giuseppe. Grazie!

Don Giuseppe




40mo di sacerdozio di don Giuseppe

L'email di Padre Giacomo

Manila 29-6-2007

Carissimo don Giuseppe,

pace e bene. Mi scuso se solo ora mi faccio vivo per presentarti le mie congratulazioni e i miei auguri in occasione del tuo Quarantesimo di Sacerdozio. Abbiamo avuto qui tre settimane di difficoltà con la posta elettronica, per cui eccomi solo ora che la festa è già finita da tempo. Sai bene che siamo praticamente coetanei di sacerdozio... avrò anch'io il mio quarantesimo di sacerdozio il prossimo ottobre.

Mi complimento con te per la vivacità, generosità e determinazione con cui hai vissuto questi tuoi anni di sacerdozio: sei un miracolo della forza di Dio. Il tipo di miracolo che piace a Dio, quello che si esprime sulla durata, sulla fedeltà più che sulla straordinarietà. Quarant'anni sono un cammino di grande durata, specialmente se si tengono presenti le tensioni, le spinte, i terremoti culturali e sociali di questi quarant'anni.

Ce l'hai fatta ad essere sacramento della presenza cordiale e creativa di Dio in mezzo alla gente che ti ha affidato, e hai ancora energie di entusiasmo per tanti anni a venire.

Sono certo che il miracolo in durata continuerà: ho ringraziato il Signore con te e per te, mi congratulo con te e gioisco con te.

Con un forte abbraccio e tanti auguri.

Saluti e auguri a don Alberto.

Tuo P. Giacomo




40mo di sacerdozio di don Giuseppe

Il telegramma del Card. Giovanni Battista Re

REVERENDO DON GIUSEPPE MAFFI PARROCO
25042 BORNO

IN OCCASIONE DEL TUO 40.MO ANNIVERSARIO DI ORDINAZIONE SACERDOTALE TI SONO VICINO CON LA PREGHIERA, COL CUORE E CON GLI AUGURI PIU' CORDIALI. CHIEDENDO A DIO DI RAVVIVARE IN TE I SENTIMENTI CHE ISPIRARONO LA TUA CONSACRAZIONE NEL MINISTRO SACERDOTALE.

CARDINALE GIOVANNI BATTISTA RE




40mo di sacerdozio di don Giuseppe

Carissimo zio don

Ti scrivo queste due righe per farti i più sinceri auguri per i tuoi quarant'anni di “servizio”. Sono tanti, magari potessero durare così i matrimoni del giorno d'oggi! Voglio complimentarmi con te per come hai egregiamente ricoperto il difficile ruolo affidatoti da Gesù, con le numerose difficoltà che hai incontrato e che sicuramente dovrai superare andando avanti in questa società un po' anomala, dove domina uno smodato materialismo a discapito dei valori.

don Giuseppe

Credo, infatti, che sia molto difficile fare il sacerdote al giorno d'oggi e prego affinché tu possa sempre riuscire a trasmettere a noi cristiani l'importanza di mettere il Signore al primo posto.

Ti devo anche delle scuse e spero tu mi possa perdonare per non essere una “nipote modello”, sono magari un po' “ortolana” come ogni tanto tu affettuosamente mi definisci, ma voglio che tu sappia che nonostante spesso tu non mi veda o senta, sono con te!

Ti voglio un mondo di bene, ringrazio il Signore per avermi donato una persona che ricopre il tuo ruolo, non per la “veste”, ma per l'uomo che sei!

Infiniti e sinceri augoroni.

Roberta




ripensando alla famiglia

Nota del Consiglio Episcopale Permanente
a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto

L'ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell'uomo e della società nell'impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune.

La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente «approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un'autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l'azione convergente dei Vescovi» (Statuto C.E.I., art. 23, b).

Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell'affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l'impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli.

Anche per la società l'esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr artt. 29 e 31). Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile.

A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l'intenzione di chi propone questa scelta, l'effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume.

Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.

Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell'esistenza.

Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell'ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare.

Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l'insegnamento del Papa nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis: «i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana», tra i quali rientra «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» (n. 83). «I Vescovi - continua il Santo Padre - sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato» (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto.

In particolare ricordiamo l'affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge» (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10).

Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l'insegnamento del Magistero e pertanto non «può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società» (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).

Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica.

Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l'intera comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che nasce dall'amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità.

Vescovi del Consiglio Permanente della C.E.I.
28 marzo 2007




ripensando alla famiglia

Guardando al Family day

Se ne parla, in bene o in male, ma se ne parla. Forse mai come oggi il tema della famiglia è ritornato al centro del dibattito politico, ma anche della conversazione quotidiana. Tutto ciò porta a pensare che si tratti di un argomento di rilievo, di quelli che non si possono liquidare con una scrollata di spalle o con una robusta dose di indifferenza.

La famiglia resta ben piantata al centro della nostra società civile, complice anche la Costituzione che ad essa riconosce natura, compiti e ruoli precisi.

È però altrettanto vero che oggi l'idea di famiglia è continuamente sottoposta agli attacchi di una cultura aggressiva che punta a disgregarla, a farla diventare qualcosa di diverso, a cambiarne i connotati, insomma a snaturarla. In questa direzione si muove ogni tentativo di conferire dignità di famiglia alle semplici convivenze, magari tra persone dello stesso sesso. Si tratta di una deriva pericolosa che potrebbe portarci molto lontano dai dettati della natura e della proposta cristiana.

È tempo di vigilare perché il clima si fa sempre più insidioso e nella mentalità comune si fa largo l'idea che bisogna tenere conto del volere di tutti e che ogni scelta è legittima. È il frutto amaro di quel “relativismo” di cui parla spesso Benedetto XVI.

Infatti, se a livello individuale bisogna avere rispetto di tutti, non è nella logica delle cose stravolgere i principi: la verità sull'uomo, sulla donna, sulla coppia, sulla famiglia e sul matrimonio per noi cristiani è scritta nel mirabile disegno di Dio consegnatoci dalla Rivelazione.

Detto questo, bisogna riconoscere che qualche spiraglio si è aperto in mezzo a tante contraddizioni ed incertezze. Basti pensare al FAMILY DAY che si è tenuto recentemente a Roma e che ha visto protagoniste, per un giorno, centinaia di migliaia di famiglie. Per molti è stata una sferzata positiva: finalmente qualcuno ad alta voce ha voluto dire che la famiglia conta ancora, che ha ancora risorse da spendere e traguardi da inseguire.

Vi pare poco? In un tempo di mutismo crescente, anche da parte dei cristiani, non è di poco conto sapere che il valore della famiglia resta un valore di popolo.

Ma una parola va spesa anche per la recente Conferenza che si è tenuta a Firenze per iniziativa del Ministero della famiglia.

Molti osservatori hanno giustamente fatto notare che non era mai accaduto che un Governo si mettesse in gioco su un tema così delicato e complesso.

Le promesse (tali per ora restano) di maggiori aiuti anche economici alle famiglie meno abbienti e più numerose sono un segnale interessante.

Forse è in atto una inversione di tendenza. Finalmente ci si sta rendendo conto che un Paese a bassissima natalità come il nostro è senza futuro. Rispunta l'idea che i figli sono una risorsa e un bene per tutti. Sono motivi che ci invitano a tirare un sospiro di sollievo.

Attenti come siamo a cogliere le cose che non vanno, proviamo una volta a tergere gli occhi per vedere meglio anche quello che di buono e bello c'è attorno a noi.

Ce lo chiede la grande virtù teologale della SPERANZA.

a cura di Gian Mario Martinazzoli
Dal Consultorio, 29 maggio 2007




ripensando alla famiglia

25 anni insieme

Domenica 20 maggio 2007 venti coppie hanno voluto celebrare insieme il loro 25mo di matrimonio. Questa è la preghiera letta alla fine della celebrazione Eucaristica.

O Dio Padre misericordioso, oggi qui davanti a Te si sono ritrovate 20 coppie che 25 anni fa hai unito nel sacro vincolo del matrimonio. Noi coniugi ci siamo qui riuniti in questa solenne celebrazione eucaristica per ringraziarti del compagno e della compagna che, sino ad oggi, ci hai lasciato a fianco, per rinnovare gli impegni solennemente sanciti davanti all’altare e per chiederti ancora una volta di benedirci.

25mo di matrimonio

Sono passati tanti anni, abbiamo qualche anno in più, siamo maturati, ma ci sentiamo ancora fragili, e come bambini Ti chiediamo aiuto. Anche questa celebrazione che abbiamo vissuto ci aiuti a ritrovare quell’entusiasmo di 25 anni fa, quando abbiamo detto quel SÌ convinto, mentre i nostri cuori traboccavano di gioia e i nostri occhi si incontravano e si dicevano che erano pronti ad affrontare qualsiasi ostacolo avessimo incontrato sulla nostra strada, che insieme saremmo stati capaci di sormontare le montagne più aspre.

Ci stavamo unendo nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Ma in verità pensavamo o sognavamo solo di vivere felici, spensierati e in eterna salute. Invece in questi 25 anni abbiamo vissuto sì tanti, tantissimi momenti felici, ma è anche vero che tanti fatti tristissimi, che non pensavamo minimamente di dover affrontare, hanno a volte messo in crisi il nostro amore e la nostra fede.

Ti confessiamo che nelle ore del dolore, mentre sperimentavamo il peso della tristezza, ci siamo sentiti soli e abbandonati da Te.

La forza di affrontare i grossi drammi familiari, il coraggio di continuare a vivere uniti, sembravano venir meno, ma ecco che Tu ci hai ripreso per mano: abbiamo risentito la potenza del tuo aiuto, ci hai sorretto in questo cammino faticoso, hai risanato i nostri cuori affranti e rimarginato le nostre ferite e così abbiamo riscoperto la grandezza e la bellezza dell’amore coniugale, quello vero della donazione di sé all’altro.

Ci stiamo sforzando di vivere secondo la tua volontà, ma non sempre ci riusciamo, stiamo cercando di far crescere i nostri figli nella conoscenza di Te per aiutarli ad essere persone mature, che sappiano camminare senza il nostro aiuto, ma che tu assisterai perché a te li abbiamo affidati sin dalla nascita.

Dio Misericordioso, a Te qui chiediamo di aiutarci a vivere nella Fede, nella Speranza e nella Carità per il tempo che tu vorrai darci da vivere ancora insieme.




ripensando alla famiglia

Lettera ad un bambino che non ho voluto

Ho ricevuto una volta la lettera di una madre. A chi è indirizzata, si scoprirà ascoltandola.

«Caro Marco,
finalmente la tua mamma può chiamarti per nome e darti un volto. Il quattro aprile saranno undici anni che io ho detto no alla tua venuta in questo mondo. Sono stati anni tristi e vuoti, sempre accompagnati dal rimpianto di non aver saputo essere più forte e difenderti, accogliendoti con tanto amore e gioia, come dovrebbe essere per tutti i bambini che si affacciano alla vita,
In questi anni io ti ho fatto nascere, correre, piangere, giocare, con la fantasia, migliaia di volte. Ti collocavo in ogni bambino che ha la tua età, ma Gesù, nella sua misericordia, mi aspettava l'undici di febbraio per farmi un regalo immenso. Nella piccola cappella di una chiesa, dopo aver parlato con un sacerdote e dopo aver deciso di chiamarti Marco, io mi sono raccolta in preghiera e in quel momento indimenticabile ti ho visto nelle mie braccia: avevi gli occhi azzurri e mi hai sorriso.
Grazie, Angelo mio. Questo è stato il vero perdono. D'ora in poi ti avrò sempre vicino e so che tu canti gloria in cielo e preghi per me e per tutti i bambini del mondo».

La tua mamma

Alla firma seguiva un post scriptum: «Nonostante siano trascorsi tanti anni, il dolore ha lasciato ferite aperte e conto sempre i suoi anni. Vorrei tanto che la mia voce giungesse come messaggio a tutte quelle donne che vogliono abortire. Non uccidete, ma amate i figli che Dio vi manda».




Oratorio Arcobaleno

Vivo per lei

Vivo per lei da quando, sai, la prima volta l'ho incontrata,
non mi ricordo come, ma m'è entrata dentro e c'è restata.
Vivo per lei perché mi fa vibrare forte l'anima
vivo per lei e non é un peso.

Vivo per lei anch'io, lo sai, e tu non esserne geloso.
Lei é di tutti quelli che hanno un bisogno sempre acceso,
come uno stereo in camera di chi é da solo e adesso sa
che è anche per lui, adesso io vivo per lei.

È una musa che ci invita a sfiorarla con le dita,
attraverso un pianoforte, la morte allontana, io vivo per lei.

Vivo per lei che spesso sa essere dolce e sensuale
a volte picchia in testa ma è un pugno che non fa mai male.
Vivo per lei, lo so, mi fa girare di città in città
soffrire un po', ma almeno io vivo...

Vivo per lei, nient'altro ho, e quanti altri incontrerò
che come me hanno scritto in viso:
Io vivo per lei, io vivo per lei..

Vivo per lei perché oramai io non ho altra via d'uscita,
perché la musica lo sai, almeno non l'ho mai tradita.
Vivo per lei perché mi da pause, note e libertà
ci fosse un'altra vita la vivo, la vivo per lei...

Se non ricordo male, nel periodo in cui è uscita ed ha avuto un notevole successo, soprattutto nell'interpretazione molto emozionante dei cantanti Andrea Bocelli e Giorgia, questa canzone è stata utilizzata come inno da un gruppo del Grest. Gli animatori non hanno dovuto faticare molto per adattare il testo all'esperienza estiva: hanno solo cambiato alcune parole ritenute poco opportune e mutato al maschile il protagonista principale, sottintendendo non più la musica come presenza per cui vivere, bensì il Lui con la elle maiuscola.

Provando, invece, a mantenere il femminile questo testo può essere dedicato senz'altro alla Sacra Scrittura. Certamente anche quello con la Bibbia è un incontro che può cambiare la vita e far vibrare forte l'anima, come è successo ai due discepoli di Emmaus ai quali ardeva il cuore mentre ascoltavano i passi dell'Antico Testamento citati dal Forestiero che camminava con loro. Sempre la Sacra Scrittura può donare risposte e senso a tutti quelli che hanno un bisogno sempre acceso.

Come ricordava Papa Benedetto XVI nella sua enciclica “Dio è amore”, se ben inteso e vissuto, l'amore umano è premessa e strada verso quello divino; non possiamo amare se prima non abbiamo sperimentato in qualche modo la dolcezza dell'amore rivolto a noi. Ecco allora che anche la Scrittura a volte è dolce e perfino sensuale raccontandoci la bellezza del creato, il profumo e i suoni della natura, ma anche proprio l'ardore dell'amore fra un uomo ed una donna, come ci propone il Cantico dei cantici.

Don Giuseppe, invece, nelle sue prediche diverse volte ci fa notare che alcuni passi del Vangelo sono delle bastonate ma, sempre come dice il testo della canzone, sono pugni che hanno come fine il bene dell'uomo; possono farci soffrire ma ci aiutano a camminare, ad essere vivi.

Come esiste della musica non molto orecchiabile e poco piacevole al primo ascolto, così ci sono dei brani della Scrittura difficili da leggere e, se mi è permesso, anche un po' noiosi. Oltre alle lunghe liste di nomi di antenati di cui una nonna mi diceva che in lei producono l'effetto di indurla a chiudere la Bibbia riponendola nella libreria perché si ricopra di nuovo di polvere, personalmente trovo abbastanza pesanti i precetti di ciò che è puro od impuro, la descrizione minuziosa degli oggetti e delle norme per il culto che sto leggendo proprio in questo periodo nel pentateuco (i primi cinque libri dell'Antico Testamento).

Eppure se riusciamo ad avere un po' di familiarità col testo biblico, se ogni giorno leggiamo un paio di capitoli, magari alternando un libro dell'Antico Testamento con uno del Nuovo, la Sacra Scrittura può diventare davvero come quelle canzoni che entrano dentro di noi e vi rimangono.

Penso che sarà capitato a molti di sentire alla radio o in TV una canzone che piace e che magari è legata ad un'esperienza della propria vita. Nel riascoltarla non possiamo fare a meno di rivivere alcune emozioni. Così può accadere con alcuni brani della Bibbia che ci sono particolarmente cari, con i salmi se siamo abituati a pregare con le Lodi e i Vespri; ogni volta che li ascoltiamo, ad esempio, nella S. Messa ci sentiamo a casa, ascoltiamo qualcosa che ci è familiare e che ci aiuta ad andare avanti.

A differenza della musica, però, queste non sono solo emozioni fugaci: possono comunicarci una presenza reale, come sottolineano le linee tematiche del prossimo sinodo dei Vescovi, che dovrebbe svolgersi nell'ottobre 2008, e che ha come tema proprio “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.

Oltre alla preoccupazione di ribadire alcuni chiarimenti tecnici circa il rapporto tra Sacra Scrittura e Tradizione - in ambito cattolico infatti si considera “Parola di Dio” non solo la Bibbia intesa come sola scrittura, ma questa unita intimamente alla vita e alla testimonianza trasmessa dalla e nella Chiesa - tali linee ci ricordano che, come nell'Eucaristia, anche nella Sacra Scrittura (specialmente quella proclamata durante la S. Messa) Dio si fa presente e «parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé» (Dei Verbum).

Una delle obiezioni che spesso si fanno circa la Bibbia è che questa sia composta da testi difficili da comprendere senza una adeguata preparazione. Certamente alcuni corsi o libri di introduzione possono aiutare ma alla fine, a mio avviso, questi rischiano di sostituire la semplice lettura e ascolto della Sacra Scrittura.

Come una persona, anche la Bibbia si impara a conoscerla, ad amarla e ad apprezzarla solo frequentandola direttamente. Non conosco molto i libri sacri di altre religioni, ma la bellezza dei testi biblici, secondo me, è che in gran parte sono sotto forma di narrazione, raccontano una storia.

Se confrontiamo ciò che leggiamo nella Sacra Scrittura con ciò che viviamo quotidianamente possiamo notare che alcuni modi di dire e di agire raccontati della Bibbia non sono poi così distanti dalla quotidianità o richiedono per forza le dotte e a volte astruse spiegazioni degli esegeti. I lunghi elenchi degli antenati di cui giustamente si lamentava quella amica anziana, ad esempio, in fondo sono simili alla reazione di molte nonne e nonni che appena hanno notizia di un battesimo o di una persona defunta, in pochi secondi elencano l'albero genealogico del bimbo o del morto perlomeno fino al trisavolo, forse per sottolineare semplicemente che tutti abbiamo una storia da cui proveniamo.

A proposito di astrusità mi ha abbastanza stupito il libro dell'attuale Papa - “Gesù di Nazaret” - nella cui introduzione lo stesso Benedetto XVI afferma che a furia di ricerche storiche, indagini ermeneutiche e confronti extrabiblici sono sorte delle biografie di Gesù lontane dalla persona narrata dai Vangeli.

Anche se in questo momento non ho ancora finito di leggerlo, il libro del Papa mi sta piacendo proprio perché parla e cerca di delineare il volto di Gesù Cristo partendo e navigando esclusivamente nella Sacra Scrittura, passando continuamente dall'Antico al Nuovo Testamento e ricordando che l'unica chiave con cui si deve leggere e interpretare tutta la Sacra Scrittura è proprio e solo Gesù Cristo.

Forse è per questo che al termine di ogni lettura nelle celebrazioni Eucaristiche non sentiamo mai esclamare “Parole di Dio, ma solo al singolare: “Parola di Dio”. La Bibbia, mediante parole umane, vuole annunciarci, comunicarci, in diversi modi e in diversi tempi, un'unica Parola divenuta persona, fatta carne, come ci dice il prologo del Vangelo di Giovanni.

Ecco allora che forse avevano fatto bene quegli animatori del Grest a volgere al maschile il protagonista della canzone, con un'ultima considerazione. Sarebbe bello se noi riuscissimo davvero a vivere per Lui, non tradendolo mai; per fortuna, però, la nostra speranza è fondata sul fatto che è stato Lui a vivere, morire e risorgere per noi.

Franco




Oratorio Arcobaleno

Le regole e la felicità

Non uccidere.
La strada sia per te strumento di comunione e non di danno mortale.
Cortesia, correttezza e prudenza ti aiutino.
Sii caritatevole e aiuta il prossimo nel bisogno.
L'automobile non sia per te espressione di potere.
Convinci con carità i giovani a non mettersi alla giuda quando non sono in condizioni di farlo.
Sostieni le famiglie delle vittime di incidenti.
Fa incontrare la vittima e l’automobilista aggressore affinché possano vivere l’esperienza liberatrice del perdono.
Sulla strada tutela la parte più debole.
Sèntiti responsabile verso gli altri.

(decalogo dell’automobilista, famiglia cristiana n. 26/2007)

Volentieri scrivo su Cüntòmela circa un argomento che tocca la mia parte professionale. Anzitutto voglio ringraziare Don Alberto perché mi ha dato per tempo la traccia, per cui c’è stata la possibilità di meditarci a lungo, favorendo una esposizione che sarà più chiara del solito.

foto polizia
Foto tratta dal Calendario 2007 della Polizia Municipale Milano

Lo spunto esce da un articolo di Famiglia Cristiana n. 26/2007 che rimarca, con un “decalogo dell’automobilista”, il grave problema delle morti per incidente stradale e dell’orientamento che la pastorale giovanile deve scegliere per questo specifico fenomeno.

Sarebbe scontato per me parlare di prevenzione e di educazione, scelte primarie rispetto alla repressione. Quest’ultima non deve mancare, ma la sua efficacia è vanificata se bisogna contrastare un fenomeno culturale e di costume: in parole povere nulla si può fare con la “multa” se tutti o la maggioranza delle persone infrangono le regole, specie chi è al vertice delle strutture politiche, giudiziarie ed amministrative.

Il decalogo in questione, qui riportato, è sufficientemente esauriente e fa capire l’insieme delle criticità, dei problemi, dei comportamenti da adottare nei vari “casi” cui l’esperienza quotidiana ci mette ogni giorno di fronte. Tutte le norme enunciate, sia quelle tipicamente civili che cristiane, sono condivisibili e condivise dalla maggioranza. Il mio commento, mi permetto l’audacia, lo voglio portare al nucleo della pastorale che il nostro curato porta avanti (se sbaglio mi correggerà), e in specie al bisogno di essere felice che ogni uomo, giovane e ragazzo sente.

La “macchina” o la moto, nella nostra epoca, sono sentite come strumenti (o come fini?) di questa felicità e si cerca di accaparrarsene di sempre più nuove e potenti.

Le regole comportamentali del codice della strada, così come quelle riferite ad ogni altro ambito umano, dettano perlopiù norme che indicano come evitare pericoli, creare sicurezza, garantire servizi, portare ricchezza economica. Nessuna norma indica nel suo enunciato cosa si debba fare per essere felici, contenti.

La proposta cristiana ha la presunzione di sapere come si fa ad essere felici: basta accorgersi degli altri, donare loro qualcosa ed in aggiunta osservare tutte quelle regole che recano loro un beneficio.

Capita a proposito il Vangelo di questa domenica (15 luglio 2007) quando un dottore della legge chiede a Gesù cosa debba fare per ereditare (meritarsi) la vita eterna. Dopo avergli fatto l’esame – cosa sta scritto nella legge? – ed aver ottenuto la risposta esatta – “amerai il Signore Dio tuo con tutta la tua forza, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso” - volendo far comprendere che la risposta era esatta solo a metà se a ciò che stava scritto nel libro mancava la risposta concreta, quella dei fatti vissuti (chi è il mio prossimo?), Cristo gli dona l’esempio del samaritano che, pur conoscendo poco a fondo le regole e regolette, ha titolo per insegnare cosa esse significhino, amandole e vivendole.

Gabriele




Oratorio Arcobaleno

Forse è la cosa giusta

E rieccomi qui ancora nel letto di camera, dopo aver passato una bellissima settimana al campo scuola in quel di Astrio, con la stessa voglia di non fare niente, ma anche allo stesso tempo con la mente piena di pensieri.

camposcuola ad Astrio camposcuola ad Astrio

Questo campo è stato molto speciale perché sono riuscito a trascorrere moltissimo tempo con le persone a cui tengo di più. Questo campo verrà ricordato per molti motivi, uno fra i tanti quello di essere considerato a tutti gli effetti un vero e proprio animatore al secondo anno di esperienza.

Sono molto contento di avere un incarico in più sulle spalle... soprattutto quando ti vedi chiamare dai bambini più piccoli perché hanno bisogno di te, o ricevi lettere da quei cuccioli che della vita non sanno ancora tutto con scritto “Ti voglio bene”, il tuo cuore si apre e inizi a pensare che forse quello che stai facendo è la cosa giusta, e pensi a star loro anche più vicino possibile per non far loro mancare proprio niente, facendoli divertire ma anche facendo capire a loro il senso del campo scuola che in sé non è solo divertimento, ma è anche fratellanza e crescita interiore attraverso la preghiera e i momenti di riflessione inseriti durante tutti i giorni dell'intera settimana insieme.

Come ho già detto mi sono veramente divertito, non solo con i più piccoli, ma veramente con tutti, soprattutto con i miei compagni d'avventura, tutti gli altri animatori, il Don e le cuoche che mi hanno sopportato in tutti i giorni trascorsi.

Dovrei veramente ringraziare tutti, uno per uno, ma siccome le cose belle di ognuno di loro che ho scoperto sono moltissime, allora mi limito solo a dire a tutti loro un grazie grande come l'amicizia che ormai ogni anno che passa aumenta sempre di più fra noi.

camposcuola ad Astrio

Lo so, anche quest'anno il campo scuola è finito, ma le emozioni e i momenti belli trascorsi insieme resteranno ancora per molto e molto tempo in ognuno di noi, sperando di ritrovarci ancora tutti insieme nell'avventura del prossimo anno, uniti più che mai, con lo stesso ideale in testa: fare crescere questi piccoli semi chiamati bambini che, a volte, sanno insegnare e farsi capire meglio dei grandi, facendoli diventare dei bei fiori capaci di dare un po' di colore in più a questo mondo.

Un saluto con riscatto al prossimo anno.

Marco




Oratorio Arcobaleno

Lombro 2007

Il nostro caro don Alberto, per premiare il nostro impegno al campo scuola di Astrio e per prepararci al Grest 2007 “Musica Maestro!”, ci ha regalato una vacanza di tre giorni alla casa gialla di Lombro, un paesino disperso tra Edolo e l'Aprica.

camposcuola Lombro

Noi diciassette animatori, il Don e le nostre due immancabili cuoche (Antonella e Anna) ci siamo ritrovati dentro questa grande casa con tanta voglia di divertirsi e di stare insieme. Generalmente le nostre giornate non erano basate su orari rigidi e pesanti: la sveglia, ad esempio, era verso le 9.30, anche se spesso non suonava o comunque non si ascoltava.

Dopo un'abbondante colazione cercavamo di mantenerci in forma con rilassanti passeggiate nei dintorni. Il tempo purtroppo non è sempre stato con noi, in particolare il giorno della gita a Campovecchio, nonostante ciò siamo sempre riusciti a divertirci. Un giorno ci siamo persino dilettati nella danza e nella pittura su tela in preparazione del Grest.

camposcuola Lombro

Ogni giorno si concludeva poi con la Messa, quotidiano ringraziamento a Dio, nella quale riflettevamo sul compito dell'animatore Insomma veramente tre bellissimi giorni nei quali abbiamo avuto l'occasione di conoscerci meglio e di prepararci ad assumere la responsabilità dell'essere animatori. Tra momenti allegri ed altri più tranquilli c'è chi ha cercato di studiare, chi di prendere il sole e chi di schiacciare un pisolino.

Vorremmo, quindi, ringraziare Antonella e Anna per averci fatto ingrassare con prelibati ed abbondanti piatti, don Alberto per averci offerto il lusso di questo relax, e tutti noi che abbiamo reso questa vacanza indimenticabile.

Irene e Davide




Oratorio Arcobaleno

Di nuovo Grest

Dopo un anno rieccoci qui, sul tavolo dell'oratorio, a raccontare di giornate trascorse insieme tra preghiere, canti e divertimento.

gruppo Grest

Così il 9 luglio abbiamo intrapreso ancora una volta l'esperienza del Grest incontrando tutti i bambini, non solo di Borno. Quest'anno hanno raggiunto, con gran nostra sorpresa, un numero altissimo: più di 150 animati! Una prova, questa, che ci rende molto orgogliosi del lavoro che prestiamo, non solo per divertirci insieme, ma anche per vederli crescere ogni anno che passa, sia fisicamente che spiritualmente (non facendoli diventare futuri preti o suore, ma semplicemente cristiani).

gruppo Grest

Il tema scelto per il 2007 è “Musica maestro”, storia del classico “Pifferaio magico” rivisto in chiave moderna. Il pifferaio è uno stregone cattivo che abita in cima ad una montagna, dove tutti gli abitanti di Hamelin non osano avvicinarsi. Tranne Mandarina e i suoi amici, bambini come i nostri che, lasciando alle spalle i pregiudizi e i pettegolezzi, fanno il primo passo ed aprono il loro cuore: dimostrazione questa che sono proprio i piccoli i primi che, giorno dopo giorno, attraverso piccoli gesti, ci sorprendono sempre e ci riempiono di gioia.

Come animatori ci auguriamo che abbiano imparato il valore dell'amicizia, tra arrampicate, nuotate e tante risate. E come sempre abbiamo la speranza che l'anno che verrà l'oratorio possa ospitare nuovi bambini. Dal risultato di quest'anno siamo sicure che la nostra speranza si trasformerà in certezza.

Alessia e Roberta




dalle missioni

Padre Defendente fra canti, tuniche e lectio divina

Nova Timboteua, 11-06-2007

Carissimo Don Giuseppe e amici del Gruppo Missionario,

sono qui per dare notizie e per dirvi che mi sento sempre unito a voi nell'entusiasmo missionario e nella preghiera.

La visita del Papa ha suscitato molto entusiasmo in tutti, anche in noi qui che siamo lontani da San Paolo quasi tremila chilometri.

Per questo evento meraviglioso la nostra Diocesi di Castanhal ha organizzato un viaggio della gioventù. La nostra parrocchia ha mandato due ragazze: viaggio in pullman, otto giorni tra andata e ritorno. È stato un viaggio che ha marcato profondamente il loro spirito.

Noi qui abbiamo cantato a squarcia gola l'inno pontificio di Gounod. Abbiamo fatto la festa del Corpus Domini giovedì scorso 7 giugno: è stato un vero trionfo dell'Eucaristia. I nostri cantori erano più di cento tra bambini e adulti. E che canti! Fra tutti i canti il più bello è stato il salmo responsoriale - “Tu sei sacerdote secondo l'ordine del re Melchisedek” - canto eseguito in gregoriano! Mando qualche foto: vedete le tuniche e le cotte. Non sono le stesse dei nostri chierichetti di Borno? Come mai?

Quando sono ritornato in Brasile nel settembre scorso, ho portato con me un'unica tunica e cotta come modello e ne abbiamo riprodotte una ventina, cercando di imitare in tutto quelle della parrocchia di Borno.

I nostri laici stanno frequentando corsi di teologia sulla DEI VERBUM, documento sulla Sacra Scrittura del Concilio Vaticano II. Fa veramente piacere vedere il loro entusiasmo e gioia nel poter partecipare a questi corsi. La nostra parrocchia è sempre presente.

Per il mese di luglio stiamo aspettando un padre gesuita bresciano, Padre Silvano Fausti, per insegnare ai nostri laici come va fatta la LECTIO DIVINA: è la terza volta che questo padre gesuita viene a fare questi corsi e c'è molta corrispondenza. La nostra gente ha sete di Dio!!!

Termino facendo tanti auguri a tutti. Ringrazio per la vostra bontà e generosità. Non dimentico mai i cirenei e le cirenee.

Un caro saluto a tutti.

Padre Defendente Rivadossi




dalle missioni

La nuova sistemazione di Padre Narciso

3-7-2007

Carissimi,

quando si avvicinano le vacanze estive come non ricordarmi di Borno: le sue pinete, i ruscelli di acque fresche e cristalline, la verde campagna fiorita, la nostra bella Chiesa con le solenni sante Messe, soprattutto il rintocco lieto e grave delle campane, la gente buona e simpatica, voi carissimi giovani (dopo tanti anni?) del Gruppo Missionario, i simpatici e magnifici sacerdoti sempre così solerti e attivi (soprattutto il nostro arciprete Don Giuseppe nella sua posa di capitano della nave, a cui faccio i più fervidi auguri per il suo 40° di ordinazione sacerdotale. Mi sono tenuto aggiornato attraverso il sito internet della parrocchia: bella e meritata programmazione! Auguri!), le buonissime suore (come sono dispiaciuto che abbiano, per motivi superiori, abbandonato il Ricovero dove hanno profuso ogni bene e bontà) e tanti amici e benefattori... Que saudade!!!

Padre Narciso

Bene, ai ricordi unisco le notizie. Dopo tutti questi mesi (da gennaio) - pur essendo stato doloroso, difficile e con acciacchi cominciare ad adattarmi ad una nuova realtà - sono un illustre ricoverato: abito e sono ospite nel mio Ricovero Lar Frei Daniele, dove cerco di dare assistenza umana e religiosa, ma senza mezzi perché non ho più nessuna attività pastorale. Il vescovo ha preso tutto per fare la nuova Parrocchia e passarla al nuovo parroco.

La soluzione è quindi fare la questua mensile per provvedere ai generi alimentari e racimolare qualche soldino per mantene il ricovero, ma la spesa è grande. Ho dovuto costruirmi una casettina piccola e francescana, bellina, piena di luce e fiori portati dall'Italia: gerani, petunie, tagete (non ci crederete: più di due metri e mezzo di altezza!), cipressini, rose, samambaia... con un orticello, un gallinaio e porcile. C'è di tutto!

Dono assistenza religiosa nel bellissimo Santuario Rainha da Pazµ (3.000 anime!) e in una piccola Comunità: Vila Sco Francisco (2.500 anime!).

chiesa Padre Narciso

Ma fervono i lavori: nuova lavanderia per il Ricovero, nuove fosse sanitarie e fognature. Inoltre sto preparandomi un grande regalo per il mio 50° di vita religiosa (3-10-1957 Lovere): nel Santuario sono state realizzate 11 belle vetriate-mosaico (i misteri del rosario, nella Cupola e nella facciata, l'immagine della Madonna di Medjugorje, il Sacro Cuore di Gesù e Maria), decorazione-pittura della cupola (una miniatura della Cappella Sistina di Michelangelo: il pittore di qui è proprio bravo!), nuova pittura esterna e interna. Il Santuario è bellissimo, modestia a parte! E questo con l'aiuto datomi da un confratello cappuccino italiano, che preferisce l'anonimato! L'ho invitato per venire alla festa... ma sarà difficile che venga. Venite voi!!!

chiesa Padre Narciso

Tanti auguri di buone vacanze per i villeggianti, un gran lavoro pastorale per la parrocchia e sacerdoti. Vi saluto caramente e... memento meiµ! Saudagues e abragos,

Dal vostro missionario,
frei Narciso Baisini




di tutto un po'

Ma allora, San Martino...

Foto palio Foto palio

Non è che si fa così, al volo, in uno schiocco di dita... non è che è subito fatto.

Tu, S. Martino, alla fine fai solo bella presenza. Al massimo ti impegni nelle intercessioni meteo e poco altro.

Guarda che, invece, qui a Borno c'è gente che si impegna veramente; c'è un casino di gente che per mesi si prepara e lavora sodo. Davvero eh!!!

Pensaci un po' e prova tu a saltare con i piedi in un sacco per arrivare a guardare un combattimento sulla trave: mica facile eh!

Vorrei proprio vederti a bere quel vino di corsa, tutto in un fiato mentre il formaggio che aspetti nel piatto sta ancora rotolando su via Veneto: mica facile eh!

Guarda che non è carino prendere un gatto per la coda mentre gioca con una palla di corda: provaci tu, se ne sei capace!!!

Verrebbe voglia di buttare tutto all'aria, grop e rascol compresi, andare a casa, infilarsi gli zoccoli di corsa e rilassarsi mentre la mamma prepara nella pentolaccia il pranzo domenicale.

Tu, S. Martino, metti solo la tua bella facciotta lì davanti; il lavoro duro se lo “smazzano” i bornesi!

E grandi sono stati questi bornesi a lavorare sodo, oltre ogni ostacolo e oltre ogni aspettativa. L'arcobaleno di colori che calpestava la paglia era immenso, gli spettatori alla sera si accalcavano nelle viuzze del paesello come sardine inscatolate!

Il lavoro duro è sempre ben ripagato come vedi caro S. Martino.

Bravi bornesi che, con la Confraternita del Cervo e tutti i volontari, si “smazzano” il lavoro tutti insieme, alla faccia Tua che te ne stai lì tranquillo a guardare e, se proprio proprio, sbuffi un po' cacciando via le nuvole grigie.

Troppo comoda così caro S. Martino! Guarda che così non va bene. Qui c’è un paese intero che si ferma per tre giorni, c’è un paese intero che lavora sodo, un paese intero che corre, rotola, ride e si diverte.

Scusa, S. Martino, ma al posto di stare lì a guardare e sbuffare, non è che potresti magari inventarti che so... un PALIO DELLE CONTRADE?

Come dici??? “Già fatto !!!” Ah....

Massimo Gheza




di tutto un po'

Carissime suor Maxima, suor Lourdes, suor Felisa e suor Lidia

Tanti anni abbiamo passato in vostra compagnia ma, purtroppo, è arrivato il momento di salutarci. La vostra presenza ci ha reso felici e sereni perché per qualsiasi cosa potevamo contare su di voi e perché sapevamo che eravate qui per noi.

suore

Vi ringraziamo di cuore per tutto quello che avete fatto per noi, per il vostro aiuto che è stato prezioso, per la vostra sensibilità, per l'affetto e la comprensione, per i consigli, per il senso di calore e di famiglia che ci avete trasmesso, per la vostra disponibilità di ascolto che non mancava mai. Grazie soprattutto per la vostra capacità di farci sentire unici e importanti, pur vivendo in una comunità.

Il nostro dispiacere è tanto e ci mancherete molto, ma vi auguriamo tutto il bene del mondo e di essere felici e serene.

Grazie ancora per tutto suor Maxima, suor Lourdes, suor Felisa e suor Lidia, vi abbracciamo forte e vi salutiamo nella speranza che un giorno possiate tornare a trovarci qui sulle nostre montagne: noi vi aspetteremo!!!

Un 'ultima cosa vi vogliamo chiedere, quella di ricordarci nelle vostre preghiere; noi nelle nostre lo faremo sempre.


Un caloroso abbraccio dagli ospiti della Casa di riposo “Cavalier Rivadossi”




di tutto un po'

Valorizzare il nostro tempo

Il grande e suggestivo poeta Mario Luzi ha scritto: “Il tempo è anche quello che ti dà la speranza; se non ci fosse il tempo non ci sarebbe la speranza di un dopo, di una differenza dall'oggi e di quello che abbiamo perduto o da quello che crediamo di aver perduto. Quindi la speranza di ritrovarlo o di accrescerlo viene con il tempo. È il tempo che ce lo dà. Dunque il tempo è anche speranza. Il confronto implicito tra il finito e l'infinito, tra il provvisorio e quello che è destinato a durare, tutto questo è il fondamentale su cui procede il lavoro mio di scrittore, e lo credo in sostanza un fondamento della poesia”.

Un concetto bellissimo che ci aiuta a comprendere il valore del nostro sperare per un'idea che possa creare testimonianza e dignità, nel contesto in cui siamo chiamati a vivere. Non è facile per i nostri giorni intuire bene ciò che è destinato a durare, eppure la civiltà di una generazione passa attraverso questa scelta fondamentale e urgente, mentre tanti innalzano a valori le cose profondamente effimere e superficiali.

Sconfiggere questa logica è il percorso di ognuno di noi, soprattutto è la caratteristica essenziale di ogni Avisino che ha saputo già condividere una speranza, un traguardo nella condizione dell'oggi. Tanti operano in ambiti di altissima promozione umana, ad ognuno di questi la nostra generazione deve una forte riconoscenza, anche se fatta di piccoli gesti e di modeste testimonianze di amore. Hanno lavorato e lavorano per raggiungere traguardi che mettono al primo posto l'uomo.

Così si è alimentata e continua ad esserlo, una certezza di vita che rende meno difficoltoso il nostro quotidiano. Fortunatamente non mancano punti di riferimento che sono destinati a non lasciarci in una pallida indifferenza, nemica di ogni sicuro successo interiore.

cav. Carlo Moretti




di tutto un po'

Lettera de la Rosi... errori compresi

Da “La voce di Borno” 1962

Caro Tone,
o ricievuto la letera che la mi a dato conferma di cuanto mi ai deto verbalmente a vocie in ocasione del nostro ultimo incontramento che lè stato di risolevamento del prostramento del mio morale col cuale capivo che al mi facieva perdere il buon umore, il colorito e infìna di peso. Grassie Carotone. Ma io so come lè che lè in fra due fìdansati che si vollono bene ma che pur tropo nistolano un po a lungo; tecano bega facilmente con facilita ma poi si riscontrano con magiore afeto, ansi con magiore amore.

Ciavrei sì tente cose da dirti ancora inoltre di cuelo che ti o deto apunto in ocasione del felicie incontramento, ma non vollo guastare, almeno per cuesta volta, la mosfera di felicità che la mi ingombra dai piedi ala testa e così cuesta volta sono breve perché voglio il mio Tone per vitam eterna come in cuesto periodo col cuale la tua

Rosi ti stringe al cuor


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