Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

Archivio Cüntómela

Natale 2008


copertina

S O M M A R I O




Editoriale

Una persona di poche parole, contano i fatti non le parole, sono solo parole al vento, un uomo di parola, le tue sono soltanto belle parole...

Molte espressioni sottolineano una certa fugacità e diffidenza nei confronti delle parole. Eppure queste rimangono il principale mezzo per comunicare agli altri ciò che viviamo e pensiamo, le emozioni, i sentimenti, le preoccupazioni, la nostra storia.

Ce ne sono, poi, alcune che usiamo, e non raramente abusiamo, per indicare i valori perduti (altra espressione usata e abusata), senza renderci conto che in realtà, su questa terra, non esiste la giustizia, ma gli uomini che cercano di essere giusti; non esiste l'onestà, ma le persone che non rubano; non esiste il perdono, ma ci sono uomini e donne che, con l'aiuto del Signore, trovano la forza di perdonare.

Sembra sia questa la strada scelta anche da Dio per rivelarsi, per comunicarsi a noi: non pronunciando discorsi astratti e perfetti, ma usando le parole, i costumi e le vicende concrete di un popolo che, fra l'altro, più volte... ha mancato di parola.

I vescovi, ed in particolare il nostro Vescovo Luciano, nell'ultimo loro Sinodo ci hanno invitato ad accostarci e a nutrirci sempre più della Sacra Scrittura, specialmente ma non solo durante l'Eucaristia, evidenziando più volte, però, che le molte espressioni in essa contenute si riassumono, trovano vita, e devono spingerci verso una sola Parola.

Una Parola che si è fatto uomo per bussare alla porta del nostro cuore, per poter vivere e farci vivere un'autentica amicizia con Lui.

L'augurio, forse temerario, che possiamo scambiarci è che alla Sua luce anche le nostre parole possano diventare un po' più vere, possano farsi carne per comunicarci a vicenda ciò che Lui ci ha donato.

Buon Natale!

La redazione




ripensandoci

Il cimitero: luogo che ci insegna a vivere

«Alle soglie della morte
ho misurato non la vanità della vita,
ma la sua importanza»
(Le Play)

Il mese di novembre è tradizionalmente dedicato alla solennità di tutti i Santi e al ricordo di tutti i nostri cari morti. Più volte ci siamo recati numerosi al cimitero, al camposanto come lo chiamavano i nostri nonni, e accanto alle tombe dei nostri cari abbiamo pregato per loro e con loro.

Tutte le città e tutti i paesi, anche i più piccoli, hanno il loro camposanto. In passato questi sorgevano attorno alla chiesa parrocchiale. Anche a Borno era così, tant'è vero che ancora oggi per indicare la zona dietro alla chiesa si usa l'espressione “dedré di morcc”.

Tipici sono i tanti paesini dell'Alto Adige dove le tombe circondano le chiese, i luoghi dove, appunto, si celebra quotidianamente l'Eucaristia, memoriale della Pasqua, memoriale della morte e risurrezione di Gesù Cristo: questo legame fra chiesa e tombe, fra morte ed Eucaristia è molto si.

In seguito le leggi, le situazioni hanno cercato di ricollocare i cimiteri al di fuori dei centri abitati, ma la normale espansione edilizia in pratica li ha riportati di nuovo vicino alle nostre case.

Il cimitero è uno dei luoghi più importanti di un paese e della sua storia. È lo spazio in cui le persone continuano ad essere cittadini con una presenza, con una testimonianza, con un diritto ad avere un posto anche da morti. Tuttavia il luogo vero dove i nostri morti continuano ad essere presenti è dentro di noi. È importante portare sempre con noi il loro ricordo, perché loro ci possono aiutare a vivere. Spesso ci aiutano a vivere più i morti che i vivi.

Ringraziando il Signore, il nostro cimitero è quotidianamente visitato, ma in molte città e paesi i cimiteri sono sempre meno frequentati. Un grande psicologo dei nostri tempi afferma che, visitando il cimitero di un paese, si riesce a valutare la fede di quella comunità.

Tanti cimiteri si animano solo in alcune circostanze, quasi fosse una “una tantum” che bisogna pagare per poi non pensarci più. Guai se capitasse anche a noi di vivere in una cultura in cui “la morte è morta”. Non è, questo, solo un gioco di parole. Se almeno qualche volta non pensassimo alla morte, ci verrebbe a mancare una delle meditazioni più profonde ee vitali, verrebbero meno quell'insieme di percezioni che si legano al senso della vita che scorre con la morte sulle spalle, ci mancherebbe il fondamento della fede cristiana: la speranza, la certezza nel mistero di una morte che si fa vita.

A tutti noi l'impegno di “insegnare” la morte, la necessità di far vivere i morti, di sentirli nel loro silenzio.

Visitando il cimitero e camminando fra le tombe dei nostri cari si percepisce il limite della nostra condizione umana, viene bastonato il nostro piccolo o grande delirio di onnipotenza, viene anche ridimensionata la nostra importanza nel mondo.

Scriveva G. Ungaretti: «L'uomo attaccato al vuoto, l'uomo attaccato al suo filo di ragno». Ed è proprio così, ma solo essendo coscienti che le nostre esistenze sono attaccate ad un filo di ragno, possiamo cogliere ed amare sempre più il vero valore e l'autentica dimensione della vita.

Forse sto esagerando, ma vorrei affermare che in fondo il cimitero è il “luogo della serenità” perché guardare in faccia la realtà e la morte, può senz'altro aiutarci ad affrontare le difficoltà quotidiane con più pacatezza, può aiutarci a ridimensionare tante nostre preoccupazioni, vivendole con più speranza e serenità.

Mi viene alla mente in questo momento la sequenza della liturgia dei morti, profonda nel contenuto e bella nella sua musica gregoriana: «Dies irae, Dies illa...». È una sequenza abbastanza lunga. Una delle sue strofe dice: «Liber scriptus proferetur, in quo tantum continetur, unde mundus fudicetur». Traducendo un po' liberamente: «In quel giorno sarà aperto il libro della nostra vita, sul quale ci sarà scritto tutto e Dio Padre darà il suo giudizio».

Per nostra fortuna, però, il giudizio di Dio non andrà a scandagliare le nostre fragilità umane, le nostre miserie e debolezze, ma terrà conto soprattutto del nostro sforzo di fare il bene anche se non ne siamo sempre capaci, del nostro impegno e delle nostre buone intenzioni anche se a volte ci ritroviamo con le mani vuote.

Sono sempre stato convinto che ci sia un grande rapporto tra il pregare e la morte. Pregare è donare del tempo a Dio, è “consacrare” del tempo a Dio, e riserbare un po' della nostra giornata a Lui. E questo è il tempo della vita. Ma la preghiera è anche attesa, è aspettare ciò che verrà, perciò la preghiera è prepararci alla morte.

Tanti, spero tutti i nostri morti non hanno bisogno delle nostre preghiere; siamo noi vivi che abbiamo bisogno della preghiera e dell'intercessione dei nostri morti.

Essi desiderano il regalo della nostra vita vissuta nell'amore, nelle opere buone, nella riscoperta di tutti quei grandi valori che loro hanno insegnato e lasciato. Facciamolo questo regalo ai nostri cari morti; saranno contenti loro, ma soprattutto saremo contenti noi.

Don Giuseppe




ripensandoci

Natale: il coraggio di lasciarci cambiare

Avevi scritto già il mio nome lassù nel cielo
avevi scritto già la mia vita insieme a te
avevi scritto già di me.
Se ieri non sapevo oggi ho incontrato te
e la mia libertà è il tuo disegno su di me
non cercherò più niente perché...
Tu mi salverai!

Ancora una volta la chiesa ci ha fatto vivere il tempo liturgico di Avvento, invitandoci a preparare il cuore affinché rinasca in noi la coscienza della presenza del Signore, di un Dio che ci è Padre, e che noi siamo suoi figli amati in un “disegno” che è più grande di noi. È una coscienza, la nostra, che troppo volte si assopisce impoverendo così la nostra vita.

“Preparate le vie del Signore” è l’invito del vangelo ad aprire il cuore! Dobbiamo lasciare toccare il nostro cuore dalla grazia di Cristo perché nasca in noi la novità della sua vita; “la vita nuova” cioè un punto di vista nuovo sulle cose, su noi stessi, sui fatti, sulla vita e sul mondo; un punto di vista nuova senza il quale un cristiano non si distinguerebbe dagli altri uomini.

Questo significa forse che dobbiamo diventare più perfetti, più buoni e più coerenti? Sì, a patto che non riteniamo che il nostro cambiamento sia relegato solo al nostro personale sforzo. È la grazia di Dio che rende possibile il miracolo del cambiamento, una grazia da accogliere innanzitutto come un dono inaspettato e imprevedibile. Ecco perché con sapienza e amore la Chiesa, come una madre, ci ha richiamato ad un vero atteggiamento da assumere nella prima domenica di Avvento: «state attenti... vigilate» (Mc 13, 33-ss.). La nostra non deve essere una vita come quella di «chi dorme» (cfr. 1 Ts 5,6) ma una vita piena di vigilanza e di attesa; una vita che desidera il cambiamento del cuore e della mente. Noi con semplicità, ma altrettanta fermezza, vogliamo ribadire che viviamo perché Cristo c’è ed è presente! Ma come dobbiamo essere svegli e da che cosa dobbiamo guardarci? Dobbiamo essere svegli perché non dobbiamo permettere che nella nostra vita entrino e prendano consistenza due fattori estremamente corrosivi e dannosi, capaci di bloccare le nostre energie, frenare le nostre volontà, spegnere ogni desiderio di bene.

Il primo fattore consiste in una sorta di “debolezza di coscienza”. Essa è costituita dal fatto che spesso non abbiamo il coraggio di andare in fondo a noi stessi, per prendere coscienza di quello che siamo: “figli di Dio” (cfr. 1 Gv 3,1). Vincere questa pigrizia, che ci porta non solo al disimpegno ma ci allontana dalla consapevolezza del dono grande che Dio ci ha fatto nel giorno del nostro Battesimo, è già un ottimo inizio. Viviamo in una cultura che ci rende complici di questa debolezza dell’io, perché ci fa vivere alla superficie di noi stessi e ci trascina verso il nulla, spegnendo in noi l’interesse di capire chi siamo e dove stiamo andando.

Anche chi vive un serio impegno nel servizio in parrocchia può correre il rischio di perdersi in un attivismo fine a se stesso, che non è prodotto e non produce il vero cambiamento. Giovanni Paolo I, papa per soli trentatré giorni, ci ha lasciato poche parole tra le quali queste ancora, a mio parere, attualissime: «il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole».

Ed un mio caro amico prete ricordo che mi diceva sempre che «nella Chiesa occorrono i miracoli, non le istruzioni per l’uso». Occorre il miracolo della nostra vita resa felice e piena dall’incontro di Gesù!! Preghiamo e desideriamolo questo incontro per ognuno di noi in questo tempo che ci separa dal santo Natale ormai vicino.

Il secondo fattore che ci blocca è una specie di perdita del gusto di vivere; è una forma di scetticismo che può, per così dire, invadere il nostro cuore facendoci fare molta più fatica a credere che veramente Cristo possa cambiare la nostra vita. La perdita del gusto di vivere rischia di diventare un imperativo per tutti, soprattutto quando la cultura dominante, parte del mondo politico e i mass-media, vogliono indurci a credere che interrompere la vita che nasce o disporre arbitrariamente quando morire, sia l’affermazione di una autentica libertà! Non lasciamoci schiacciare! Viviamo la fede! Viviamo e riprendiamoci il gusto di vivere! Chiediamo alla Madonna che la coscienza e la compagnia di Cristo nell’esperienza della Chiesa diventino quotidiane nella nostra vita.

Aiutiamoci insieme anche nella nostra comunità a non dimenticare il mistero della nostra vita ed a costruire una fraternità di amici in Cristo che vivono l’esperienza di essere dei figli salvati da un amore più grande. Il tempo, le circostanze, gli incontri che facciamo quotidianamente ci sono dati per questo: sperimentare la Sua presenza in mezzo a noi. Non si tratta di moltiplicare le iniziative, ma di vivere bene quelle che ci sono e, con il nostro fragile amore verso Lui, desiderare di camminare insieme per essere Santi: con i nostri difetti ma confidando in tutta un’altra misericordia; con i nostri temperamenti ma sperimentando tutta un’altra vivacità; con i nostri slanci soliti ma lasciando trasparire tutta un’altra positività, con le nostre dimenticanze ma tutto un altro dolore ???.

Sia questo Natale l’occasione per rinsaldare i nostri rapporti per costruire una vera fraternità che abbia questa radice comune: sentirci uniti in Cristo.

Ritagliamo nelle nostre giornate momenti di silenzio e di meditazione; impariamo a recitare la preghiera dell’Angelus per dire tutti i giorni con Maria: “Accada di me secondo la tua Parola”. Non fermiamo il nostro cammino di conversione con lo scoraggiamento, quando a volte troviamo del fango sul nostro percorso: fango del nostro peccato o del male che riceviamo dagli altri.

Prepariamoci a vivere il Mistero di un Dio che si fa uomo con una confessione fatta bene. per fare l’esperienza di un Dio che, innanzitutto, ci ama per quello che siamo, e per chiedere la grazia di cambiare, la forza per portare la croce;,la gioia e lo stupore per un perdono sempre nuovo.

Il Signore ci benedica tutti mentre domandiamo a Lui, nella preghiera, che guarisca, in questo Natale, le ferite del nostro peccato e ci salvi.

La nostra vita diverrà creativa, solida, utile in proporzione a quanto questa preghiera sarà vissuta.

Buon Natale a tutti!

Don Alberto




ripensandoci

Famiglia, Parrocchia e iniziazione cristiana

La nostra comunità, come tutte le parrocchie della seconda zona di San Siro, è giunta al terzo anno dell'ICFR, il nuovo cammino introdotto dalla nostra Diocesi per l'iniziazione cristiana. Questo nuovo cammino porterà i nostri bambini e ragazzi a celebrare i Sacramenti della Confermazione e dell'Eucaristia in quinta elementare.

Dopo due anni di questa nuova esperienza possiamo incominciare a sottolineare diversi aspetti positivi, altri meno positivi e alcune cose che non dobbiamo mai dimenticare. È molto bello l'entusiasmo che genitori e bambini mostrano all'inizio del cammino e che non deve mai diminuire; positiva è la presenza della totalità dei bambini al catechismo, come numerosa è la loro presenza alla S. Messa della domenica: quest'ultima, però, è spesso condizionata dalla non continua presenza dei genitori e forse anche dai troppi impegni e attività con le quali riempiono la vita dei loro figli.

gruppo catechismo
Il gruppo di prima elementare con le catechiste

È importante dare il giusto valore e il giusto peso a tutte le esperienze che viviamo: fra queste la fede, la S. Messa, la crescita e formazione spirituale per noi cristiani non devono essere seconde a nessuna altra realtà e impegno.

Tante volte lo abbiamo sottolineato: l'iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi richiede un impegno formativo da parte dell'intera comunità parrocchiale. Forse uno dei motivi che hanno spinto la diocesi ad intraprendere questo nuovo modello è proprio per ribadire ancora una volta che il catechismo dei ragazzi non può risolversi solo in un incontro settimanale di un'ora o in occasione della celebrazione dei Sacramenti. La vera formazione cristiana avviene all'interno della famiglia che il Concilio Vaticano II ha definito “piccola chiesa domestica” e luogo che, attraverso l'educazione, genera continuamente i propri figli... alla vita e alla fede possiamo aggiungere.

Il catechismo, quindi, non è compito esclusivo del parroco, del curato, dei catechisti e animatori che, generosamente, donano la loro disponibilità. Esso dev'essere un impegno di tutta la comunità cristiana ed in particolare delle famiglie, in quanto sono loro le prime responsabili dell'educazione alla fede dei propri figli.

La Bibbia ci parla di “alleanza” fra Dio e gli uomini. Anche l'iniziazione cristiana richiede un'alleanza, prima di tutto fra le stesse famiglie circa alcune linee comuni da tenere nell'educazione dei bambini, e fra queste e l'intera comunità parrocchiale. E la prima esigenza di questa alleanza educativa dev'essere la convinzione, sia delle famiglie e sia della comunità, che appunto si educa alla fede solo vivendo la fede, così come si educa ad amare solo amando chi ci sta vicino.

In altre parole la fede non si trasmette mediante l'enunciazione di concetti o lezioni a tavolino, ma tramite lezioni di vita, cioè vivendo nella quotidianità ciò in cui crediamo. L'impegno di noi sacerdoti e animatori della comunità cristiana è quello di coinvolgere in prima persona i genitori, donar loro magari anche alcuni strumenti culturali, ma soprattutto cercare di far maturare in loro la consapevolezza e l'esigenza di essere per i propri figli testimoni della fede.

Gli incontri che la comunità propone ai genitori non hanno lo scopo di far perdere tempo o di far tribolare la gente, ma sono un aiuto per incoraggiarli a trasformare le loro famiglie in autentiche chiese domestiche in cui, attraverso i gesti quotidiani, le parole, la preghiera e ovviamente un grande amore, si vive, si testimonia e si celebra la presenza di Gesù Cristo.

La Chiesa, per introdurre alla fede le nuove generazioni, ha bisogno di genitori cristiani, con una fede adulta e che con grande coraggio, umiltà e mitezza testimoniano e prendono sul serio il Vangelo.

Arare, seminare, irrigare sono le prime tre azioni per preparare il terreno sul quale possa crescere la nostra fede e quella dei nostri figli: si ara per distinguere ciò che è vero, buono e bello, da ciò che è falso e illusorio; si semina il buon seme, che è Gesù Cristo, con l'occhio attento e vigile perché altri non spargano zizzania; si irriga con tanta preghiera, tanta pazienza e tanto amore perché la fede che abbiamo ricevuto in dono possa germogliare e crescere, nella certezza che anche se noi facciamo di tutto e di più, i frutti sono nelle mani del Signore.

La più anziana catechista della nostra comunità ha raccontato a diverse generazioni che la fede nasce seduta (è un dono da accogliere), cresce in ginocchio (pregando) ed opera in piedi (nelle normali attività di ogni giorno). Sono tre atteggiamenti che viviamo quotidianamente nelle nostre case: magari il primo vissuto più volentieri dai figli, il secondo dalle nonne e il terzo più dai genitori. L'augurio che possiamo scambiarci è che queste tre realtà riempiano sempre più la vita delle nostre famiglie e producano frutti di santità per noi e per i nostri fratelli.

Don Giuseppe




ripensandoci

Il Sinodo sulla Parola di Dio

L'Assemblea del Sinodo dei Vescovi che ha avuto luogo a Roma nello scorso mese di ottobre è stata dedicata alla “Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. Vi hanno partecipato 253 Padri Sinodali provenienti da tutto il mondo, fra i quali anche il Vescovo di Brescia (eletto dalla Conferenza Episcopale Italiana come uno dei suoi rappresentanti). Anch’io vi ho partecipato, in quanto capo di uno dei Dicasteri della Curia Romana.

È stato un evento in cui tutti i partecipano si sono trovati in piena armonia di intenti e di sforzi per rimettere la Parola di Dio al centro della vita cristiana e della pastorale.

ll Dio della nostra religione non è un essere lontano nei cieli, che non si interessa - come ritenevano gli antichi Greci - degli uomini e delle donne che sono su questa terra, ma è un Dio che ci ha parlato e che si è

rivelato a noi.

Se è importante la parola dell’uomo e della donna, ancora più importante è la Parola di Dio, che è luce ai nostri passi e fondamento sul quale basare la nostra vita e le scelte che lungo essa facciamo.

Nel giorno dell’inaugurazione dei lavori sinodali, il Papa ha detto tra l'altro: “La Parola di Dio è la vera realtà sulla quale basare la propria vita. Ricordiamoci di quanto Gesù ha detto: «i cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai»”. Il Papa ha poi continuato sottolineando che chi costruisce la casa della propria vita soltanto sulle cose visibili (successo, soldi, carriera) costruisce sulla sabbia, perché queste cose un giorno passeranno.

Dopo un breve accenno al crollo delle banche ed alla crisi finanziaria inattesa, che ora ha sconvolto gli assetti economici consolidati, il Papa ha invitato a riporre in Dio e nella sua Parola le basi della fiducia nel presente e nel futuro ed ha messo in luce che la Parola di Dio è il fondamento stabile sul quale possiamo contare. Realista - ha detto ancora - è chi costruisce la sua vita su questo fondamento della Parola di Dio, che appare cosi debole, ma che è una realtà solida, che non passa e che non va in crisi come le borse ed i mercati finanziari.

Fra le tante idee emerse dal Sinodo, uno spazio ampio è stato dedicato ad evidenziare che la Sacra Scrittura ha come proprio fulcro Gesù Cristo, che è Parola viva che ci parla.

Tra le frasi più belle che ho udito vi è questa: “Si deve leggere la Bibbia come un giovane legge la lettera della sua fidanzata”. La Bibbia parla al cuore di ciascuno e va letta come un messaggio d’amore scritto anche per noi.

Il luogo privilegiato in cui i fedeli ascoltano la Parola di Dio è la liturgia. In particolare nella Messa noi ascoltiamo la Parola di Dio e dobbiamo comprenderla ed applicarla come rivolta a ciascuno di noi.

Alcuni Padri, nelle loro riflessioni, hanno volato alto con grandi considerazioni teologiche e pastorali. Altri, invece, hanno fatto interventi di grande concretezza, toccando punti pratici. Per esempio, un Vescovo australiano si è soffermato a mettere in luce che i lettori delle letture della Messa devono fare attenzione a curare bene la proclamazione del testo, affinché “la Parola di Dio possa essere compresa dalla mente e dal cuore di chi ascolta. Una buona lettura è una cortesia nei confronti di quanti ascoltano”. Alcuni lettori, a volte, leggono in modo troppo veloce, mentre ad ogni parola, ad ogni frase dovrebbe essere dato il proprio valore. E concludeva con queste piccole indicazioni: “non leggere in modo troppo veloce, posizionarsi nel modo giusto rispetto al microfono, rispettare la punteggiatura e modulare la voce in modo da suscitare interesse a quanto viene proclamato”.

Ai lettori di Cüntòmela forse interesserà conoscere quanto ha detto il Vescovo di Brescia. Ecco il nucleo centrale dell’intervento di S.E. Mons. Monari.

È l'umanità gloriosa del Cristo risorto che rende viva ed efficace la parola della Bibbia così come tutta l’economia sacramentale. In Gesù risorto sono risorte tutte le sue parole, tutti i gesti che egli ha compiuto nella sua vita terrena e che hanno contribuito a delineare la sua concreta figura umana; in Lui è risorto e quindi perennemente attuale il dono che egli ha fatto di se stesso sulla croce. Quando la Chiesa, obbedendo al comando di Cristo, annuncia la sua parola, questa parola instaura un legame col Signore risorto: è Lui stesso che si rivolge alla sua comunità, la ama, la chiama, la corregge, la esorta, la consola.

Per questo il posto della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa non è surrogabile: dipende da lei, dalla Parola, la possibilità stessa di un cammino di fede inteso come incontro con Cristo, vita di amicizia con Lui. È praticamente impossibile iniziare alla fede senza mettere le persone in contatto diretto, personale con Gesù Cristo attraverso la parola della Bibbia.

È necessario, perciò, che l'accostamento alla Bibbia diventi il più ampio possibile e che riguardi tutta la Bibbia. La Scrittura possiede il massimo di attualità e quindi di energia spirituale quando è proclamata nell’Eucaristia; ma rimane vero che questa efficacia somma diventa reale solo se le parole che vengono proclamato sono ascoltate, capite, amate, interiorizzate e questo suppone una familiarità grande che solo la lettura costante può offrire”.

Nel Sinodo si sono ascoltate testimonianze espresse con grande franchezza e immediatezza. Commuoventi sono state soprattutto alcune esperienze della forza della Parola di Dio in situazioni di persecuzione o comunque difficili (India, Medio Oriente, ecc...).

In conclusione, come augurio per il prossimo Natale, faccio mie le parole pronunciate dal Santo Padre nell’omelia durante la solenne concelebrazione di conclusione del Sinodo: “La Bibbia è il libro di un popolo e per un popolo; un'eredità, un testamento consegnato a lettori, perché attualizzino nella loro vita la storia di salvezza testimoniata nello scritto. Vi e pertanto un rapporto di reciproca vitale appartenenza tra popolo e Libro: la Bibbia rimane un Libro vivo con il popolo, suo soggetto, che lo legge; il popolo non sussiste senza il Libro, perché in esso trova la sua ragion d’essere, la sua vocazione, la sua identità. (...) La Parola uscita dalla bocca di Dio e testimoniata nelle Scritture torna a Lui in forma di risposta orante, di risposta vissuta, di risposta sgorgante dall'amore”.

Card. Giovanni Battista Re




ripensandoci

La Parola di Dio nella vita della comunità cristiana

La ripresa dell’anno pastorale nella nostra comunità è coincisa con la XII Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi, indetto dal Santo Padre sulla Parola di Dio al fine di riaffermarne la centralità nella vita della Chiesa.

Dal Sinodo è emerso l’invito, per ogni credente, a rimettere la Parola al centro, facendola diventare parte della vita concreta, la cui meta resta l’incontro con Cristo.

Anche il nostro Vescovo ha scelto la Parola di Dio come tema della sua prima Lettera pastorale alla chiesa bresciana, spinto dalla convinzione che solo da un rapporto approfondito con essa possa “sbocciare una nuova primavera della vita ecclesiale e della pastorale”.

All’incontro di inizio anno catechistico rivolto ai genitori dei bambini e dei ragazzi, la riflessione verteva proprio sulla lettera di mons. Monari, ed è stata proposta da don Osvaldo, parroco di Fiumicello, che ha impostato il suo intervento sulle seguenti sollecitazioni:

1) Perché è importante la Parola di Dio? Cosa opera in noi e nella storia?

Don Osvaldo ha iniziato con il riferimento all’esilio in Babilonia sofferto dal popolo d’Israele, esperienza di estrema miseria e schiavitù, una tale catastrofe da far cogliere al profeta Ezechiele il seguente lamento “le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita; siamo perduti!”

Agli esuli verranno mandate da Dio parole di consolazione e di speranza attraverso la predicazione di alcuni grandi profeti e, come i loro antenati avevano attraversato il mar Rosso, anch’essi si rimetteranno in cammino e marceranno illesi nel deserto, con il cuore purificato dalla rassegnazione e dall’avvilimento.

La Parola di Dio, pertanto, dona vigore e forza, entra nella storia imprimendole una direzione nuova e la orienta verso un fine di salvezza e di riscatto.

Un altro passo biblico “come la pioggia e la neve scendono dal cielo e irrigano i campi...” ci aiuta a cogliere l’opera rinnovatrice della Parola, che non lascia più la storia uguale a prima, ma la feconda orientandola al bene.

Dio ha quindi pronunciato una parola efficace, in grado di cambiare il mondo e la storia secondo il suo disegno di amore quando trova l’ascolto della fede.

2) Ma in concreto, in cosa consiste la Parola di Dio?

Innanzitutto don Osvaldo ha sottolineato che la Parola non è parola magica, che produce effetto al solo pronunciarla, come non è nemmeno una serie di regole morali o di comportamenti socialmente buoni.

La Parola di Dio vuole, invece, incrociare il cammino dell’uomo suscitandone il desiderio più grande, che è quello di salvezza.

Per spiegare in cosa consista questo desiderio, il Vescovo fa riferimento al libro del Qohelet che, quando scrive “non si sazia mai l’occhio di guardare né l’orecchio di udire...”, coglie l’insoddisfazione e la continua inquietudine dell’uomo, il quale appena ha raggiunto un traguardo desidera raggiungerne un altro, ma nessuna via percorsa gli dà requie e lo conduce alla felicità.

Questo desiderio di essere liberati dall’insoddisfazione si placa solo nel Tutto, in Dio, la cui Parola ci viene incontro per orientare la nostra vita verso un traguardo di salvezza.

Il dialogo di Dio con l’uomo ha raggiunto la sua espressione piena e definitiva in Gesù, Parola fatta carne, quindi conoscere la Parola significa conoscere Gesù ed in concreto, “prendere la sua forma” attraverso l’imitazione del suo amore oblativo.

Siamo chiamati a contemplare Gesù come uno straordinario modello, osservarne la parola, prenderla sul serio e cercare di praticarla nella nostra vita.

2) Dove si incontra questa Parola?

La Parola di Dio si fa evento ogni volta che viene proclamata, ascoltata e vissuta, ma raggiunge il suo massimo di attuazione e di forza nella celebrazione eucaristica, perché nel sacramento del pane e del vino si esprime il gesto supremo dell’amore di Dio per noi.

La Messa ci comunica l’energia dell’amore di Dio, ci muove alla conversione, ci dà la possibilità di assumere la forma di Cristo, è esperienza di salvezza perché in essa è vinto il limite dell’uomo.

La Messa, ha proseguito don Osvaldo, vale più di tutte le catechesi, i corsi di aggiornamento e gli incontri che facciamo per crescere nella fede.

La Parola di Dio entra nella nostra vita anche quando partecipiamo agli esercizi spirituali, a gruppi di preghiera, o accostiamo il testo biblico attraverso la lettura e la meditazione personali, ma nulla è più importante della Messa.

Don Osvaldo ha concluso l’incontro invitandoci ad insegnare ai nostri figli a cercare la felicità non accontentandosi di piccoli traguardi, ma tenendo acceso il desiderio di eternità posto da Dio nei loro cuori.

A nome di tutti i genitori, colgo l’occasione per ringraziarlo ed augurargli un Santo Natale, con la speranza che torni ancora a donarci la sua parola.

Anna




ripensandoci

Parole ascoltate in comunità

PARADISO - In molti hanno provato a dipingerlo e a descriverlo nella poesia. Nell'ultima sera del Triduo dei Morti, il nostro Vescovo ci ha ricordato, però, che l'unico libro che può dirci qualcosa sul paradiso è la Bibbia. Questa inizia descrivendoci un giardino preparato per accogliere l'uomo vivente e termina parlandoci di una città celeste in cui le persone non saranno più sole perché Dio cenerà e sarà per sempre con loro. E se esso è stare in compagnia, in comunione con qualcuno, mangiando insieme e volendoci un po' più bene, come Lui ci ha insegnato, una piccola scintilla di paradiso può essere accesa già qui, su questa terra.

MISERICORDIA - Parola formata da due vocaboli: miseria e cuore. Dio ha a cuore le nostre miserie, le nostre fragilità perché ci ama di un amore infinito e ci invita a fare altrettanto con coloro che sbagliano, non per scusare o giustificare i loro errori, ma nella speranza che anche le persone che consideriamo malvagie possano cambiare.

FORMICHINE - Sul Monte della Trasfigurazione “i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore” non per un terrore incombente, ma forse perché dinnanzi alla gloria e all'infinito amore di Dio, si sono resi conto che noi uomini siamo come delle formichine: spesso impieghiamo tutte le nostre energie per trasportare un ago secco di un albero e non riusciamo nemmeno ad immaginare la bellezza e la vastità del mondo che ci circonda.

CUORE - Per le scienze umane è l'organo che pulsa il sangue negli animali. Nel linguaggio comune tutte le cose hanno un centro, un cuore. Ma fin dall'antichità esso indica l'essenza della persona, il luogo dove, appunto, scorre la vita. Dal cuore, ci diceva Gesù, escono i desideri cattivi, ma solo ascoltando la Parola con cuore buono e perfetto, si può accoglierla e portare molto frutto.

MALE - Negli Esercizi Spirituali, Padre Natale ci ha ricordato che il male finisce quando uno è capace di portarlo senza restituirlo. Gesù non ha vinto il male e la morte con la vendetta, ma ha ristabilito la sua giustizia morendo in croce e portando su di sé tutto il peccato del mondo, senza restituirlo.

TURBAMENTO - Come il mare dopo un temporale deposita sulla riva tanto le scorie e la spazzatura più sudicia quanto le conchiglie più belle e preziose, così è il turbamento provocato dalla Parola di Dio: fa affiorare dalla nostra vita tutto ciò che non va, ma anche l'amore e la bellezza di cui siamo capaci. Lasciamoci agitare dalla Parola di Dio.

RESPIRO - Forse è ancora l'immagine più bella e profonda per cercare di dire qualcosa sullo Spirito Santo. Come l'ossigeno non lo vediamo, ma è la risorsa fondamentale per vivere, è il dono che alimenta continuamente la nostra esistenza, rendendola concreta e aperta alla speranza.

LIBERTÀ - Non è solo la capacità di scegliere, ma, in mezzo a molti stimoli, dubbi, condizionamenti, è la possibilità di scegliere ciò che è vero, ciò che è buono, ciò che è bello nel senso più pieno. Gesù, infatti, ci ha detto che solo la verità ci farà liberi.

ETERNITÀ - Durante le Giornate Eucaristiche, è stata ricordata una contraddizione messa in evidenza anche dal Papa nella sua enciclica sulla speranza: il desiderio che la vita non finisca con la morte, e la prospettiva, a volte angosciante, di immaginare l'eternità un prolungamento infinito del tempo come lo viviamo qui sulla terra. Don Osvaldo ci ha invitato, invece, a pensare all'eternità come il più grande abbraccio dell'amore di Dio che, in un unico istante, ci introduce alla pienezza di vita e di felicità; un abbraccio che farà esclamare anche a noi come a Pietro sul monte Tabor: “Signore, è bello per noi stare qui... per sempre!”.

CAMALEONTISMO - Come il noto animale anche i cristiani tendono sempre più a cambiare la pelle della propria fede e il colore dei propri comportamenti per adeguarsi al “così fan tutti”, mimetizzarsi e non correre il rischio di essere lievito diverso dalla massa. Ben diverso era lo sforzo di San Paolo di “piacere a tutti in tutto” non per quieto vivere, ma come atto di reale solidarietà con tutti, soprattutto con i più deboli, senza smentire il costante invito a non conformarci alla mentalità di questo mondo.

SACRIFICIO - È esperienza quotidiana che, senza impegno e un po' di fatica, non è possibile raggiungere nessun obiettivo. Ma forse vero sacrificio è anche ogni volta che sappiamo trasformare un gesto in dono gratuito. Questo diviene, appunto, sacro e si avvicina al più grande sacrificio di Cristo: donare gratuitamente e per amore la propria vita per la nostra felicità.

FONTANA - Citando un padre della Chiesa, durante il ritiro di inizio anno pastorale, don Mauro Orsatti ha ricordato che la Bibbia è paragonabile ad una fontana: nessuno, neanche il teologo o il biblista più preparato, può attingervi tutta la verità e la sapienza che da essa sgorgano. Tutti, invece, possiamo prenderne ogni giorno un piccolo secchio, quanto ci serve per colmare la sete di vita.




ripensandoci

Quel gigante del mio Angelo

Il 2 ottobre è la Festa degli Angeli custodi e, da alcuni anni, anche la Festa dei nonni. Per ricordare le due ricorrenze vi invitiamo a leggere la bella risposta di Tonino Lasconi su Popotus (l'inserto del quotidiano “Avvenire”) e il “Cantico di un anziano” che troviamo anche appeso alla parete di “Casa Albergo”.


Caro don Tonino, mia mamma, che fa anche il catechismo in parrocchia, in questi giorni mi parla molto degli angeli, perché dice che c’è la loro festa. A me piace sentire parlare degli angeli. Però ho chiesto a mamma se l’angelo suo e quello del babbo è più grosso di quello mio. Mi ha detto che non me lo sa spiegare e mi ha fatto scrivere a te. Allora ti chiedo se l’angelo custode di mamma e papà è grande.
Ciao. Quest’anno faccio la comunione. Mi chiamo Francesco.

Carissimo Francesco, chiariamo bene una cosa. Gli angeli non hanno un corpo come noi. Sono, come si dice con una formula che ti sembrerà incomprensibile, «puro spirito». Ciò significa che non sono né grandi né piccoli, né alti né bassi, né biondi né bruni. Noi, siccome abbiamo bisogno di vedere qualcosa di concreto, li rappresentiamo come se avessero un corpo uguale al nostro e per distinguerli gli mettiamo le ali, come se fossero dei grandi uccelli. È così che mamma te li ha fatti vedere. Non è vero?
Adesso, Francesco, chiudi gli occhi e prova a immaginare un soffio di vento, oppure un raggio di luce, oppure, meglio, pensa all’amore dei tuoi genitori per te. L’aria, la luce, l’amore dei tuoi genitori non hanno un corpo, non sono né alti né bassi, né biondi né bruni, ma sono veri, verissimi, bellissimi e fortissimi.
Così sono gli angeli. Ma allora non c’è nessuna differenza tra l’angelo tuo e gli angeli di mamma e papà? Possiamo dire che una differenza c’è. Lo sappiamo da Gesù che, nel vangelo di Matteo dice: «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
È vero che per Gesù i piccoli non sono soltanto i bambini, ma tutti coloro che per qualsiasi motivo sono più deboli degli altri, però piccoli sono sicuramente i bambini. Quindi, ragionando alla nostra maniera umana, possiamo dire che gli angeli dei bambini sono più grandi, più forti e potenti di quelli dei grandi, perché hanno un bisogno maggiore della loro protezione.
Caro Francesco, chiudi gli occhi e pensa al tuo angelo custode come un gigante. Se lo pensi e lo preghi sempre non hai nulla da temere.


Cantico di un anziano

Benedetti quelli che mi guardano con simpatia.
Benedetti quelli che comprendono il mio camminare stanco.
Benedetti quelli che parlano a voce alta per minimizzare la mia sordità.
Benedetti quelli che stringono con calore le mie mani tremanti.
Benedetti quelli che si interessano della mia lontana giovinezza.
Benedetti quelli che non si stancano di ascoltare i miei discorsi già tante volte ripetuti.
Benedetti quelli che comprendono il mio bisogno di affetto.
Benedetti quelli che mi regalano frammenti del loro tempo.
Benedetti quelli che si ricordano della mia solitudine.
Benedetti quelli che mi sono vicini nella sofferenza.
Beati quelli che rallegrano gli ultimi giorni della mia vita.
Beati quelli che mi sono vicini nel momento del passaggio.
Quando entrerò nella vita senza fine mi ricorderò di loro presso il Signore Gesù.

(a cura della maestra Mariuccia)




Oratorio Arcobaleno

Non è facile neppure essere ragazzi

Borno, 2 ottobre 2008

Non c’è che dire: essere e fare il genitore oggi costituisce veramente una “bella impresa”, alquanto difficile ma, forse proprio per questo, molto affascinante.

Tutti lo sappiamo, quando il figlio è piccolo, ti “stravolge” la vita; tu sogni che cresca in fretta, che diventi autonomo, che non abbia più cosi tanto bisogno di te.

Poi, quando cominciano i primi segnali della preadolescenza, intorno agli undici anni, ti ritrovi a rimpiangere pappe e pannolini, notti insonni e quant’altro, proprio per la maggiore sicurezza che allora vivevi e provavi. Infatti il piccolo era lì, con te, dipendente da te e questo ti faceva stare bene. Oggi ti accorgi che lui, pur continuando a volerti bene (anche se a volte qualche risposta di troppo o qualche porta sbattuta ti indurrebbe a dubitarne...), non ti sta molto ad ascoltare, non ti dà troppa retta. Su di lui hanno molto più potere di influenzamento i coetanei, siano essi compagni od amici, ed i mass-media, cioè ciò che vede in TV, in internet, ciò che legge sui vari giornaletti.

Fa parte del normale ciclo delle vita: non è più un bambino, non e ancora un adulto. Le figure genitoriali, un tempo per lui mitiche, vengono oggi alquanto ridimensionate. Il ragazzino è in cerca di identità, è fondamentale per lui avere intorno persone autentiche. Ma ha anche l’esigenza di vivere il gruppo, in cui sperimentare delle identità vicarie, con cui confrontarsi ricevendo conferme.

Molti sono i suoi attuali bisogni: di sicurezza, di autostima, di relazioni significative. Non è facile neppure essere ragazzi, oggi soprattutto.

Alla domanda “Ma chi sono questi nostri adolescenti'?”, sociologi e psicologi rispondono pressoché all’unanimità "Sono i figli del disagio, gli elementi più deboli di una generazione che sembra avere tutto, ma che ha perso i punti di riferimento, che non sa più in che cosa credere, che cosa sognare”.

Infatti poche sono le certezze, molti gli interrogativi, numerosi gli enigmi, anche carichi di angoscia. E poi c’è lo sconcerto verso messaggi pesantemente contraddittori... Piove addosso una ridda di pseudovalori, all’insegna dell'edonismo e dell'utilitarismo, caos negli ideali, trasgressione sfrenata come prova di forza, di coraggio, di libertà.

Adolescenti e pre che cercano emozioni nell'alcool, nel fumo, nelle pasticche, che giocano alle sfide estreme mettendo a volte a repentaglio la loro vita, magari spingendo a tutta velocità il motorino, incuranti di qualsiasi norma; che compiono atti di intolleranza o di vandalismo, magari solo per combattere la noia; che tendono a farsi giustizia da soli. O che fanno bravate senza collegare azioni e conseguenze, ubriacandosi di telefonino, arrivando anche a rubare scatti “osè” a compagni ignari e facendoli, poi, girare fra gli amici, di cellulare in cellulare.

Questi frammenti di vita quotidiana, presenti al nord come al sud, presso famiglie sia ricche che povere, senza distinzione alcuna, nascondono malesseri e conseguenti richieste di aiuto.

I nostri ragazzi hanno bisogno di trovare risposte adeguate ai loro bisogni, di avere accanto adulti in grado di dare dei valori forti, di testimoniare equilibrio tra “super io”, cioè piano di dovere, ed “es”, cioè piano di piacere, di dare delle regole, ma soprattutto degli esempi.

Purtroppo spesso anche l’adulto non ha le idee chiare e oscilla tra incertezze ed interrogativi, alla ricerca di una bussola difficile da trovare.

Serate come questa possono aiutarci a parlare dei nostri vissuti, a confrontarci, a vedere che ciò che sta accadendo a noi, accade - certo con i dovuti “distinguo" - ad ogni altro genitore. Possono aiutarci a ricevere rassicurazione, incoraggiamento, conforto.

Durante l'incontro si è parlato di ascolto, di emozioni, di quoziente intellettuale ed emozionale, di risposte corrette, di “stato mentale” adulto, di “rete” di genitori. Sono state lette anche due poesie, molto toccanti. Il materiale utilizzato sarà consegnato ai sacerdoti presenti, don Giuseppe e don Alberto, ai quali ci si potrà riferire per riceverne copia.

L'incontro, avvenuto in Chiesa, è stato molto suggestivo ed incisivo, soprattutto per la manifesta condivisione espressa dai presenti.

Lucia Pelamatti




Oratorio Arcobaleno

Un MARE DI ESPERIENZE per essere PROTAGONISTI

Sembra ieri che, con il nostro immancabile don Alberto e i nostri splendidi animatori (Stefano, Fabrizio, Antonella, Leo, Anna, Aurelio e Anna, e Franco), partivamo dal nostro freddo paesello in una trentina di ragazzi per recarci al sole di Igea Marina il 27 agosto. Ed invece sono già passati tre lunghi mesi.

vacanza igea marina vacanza igea marina vacanza igea marina vacanza igea marina

Ma come dimenticare la prima vacanza al mare della storia del gruppo adolescenti di Borno? Beh... chiaramente non si può!

È stata un’esperienza meravigliosa all’insegna delle risate e del divertimento tra partite di beach volley o briscolone e tuffi in mare, abbronzatura e serate a Bellaria, giochi organizzati e secchielli e palette che non potevano certo restare a casa. Insomma... una vera pacchia!

Ma nel corso di questa vacanza non c’è stato solo questo, come qualcuno potrebbe pensare. Negli stessi giorni a Rimini, poco distante da noi, aveva luogo la XXIX edizione del Meeting di Comunione e Liberazione dal titolo “O protagonisti o nessuno”. Un’esperienza un po’ particolare che non capita tutti i giorni di vivere, ma forse un po’ complicata per alcuni di noi. Divisi in gruppi abbiamo visitato mostre, alcune più interessanti di altre, e partecipato ad incontri tra i quali la testimonianza di Magdi Cristiano Allam convertito al cristianesimo.

È qui che abbiamo iniziato a cogliere il vero significato dell’essere protagonisti. Don Luigi Giussani, fondatore di CL, affermava che «protagonisti non vuol dire avere la genialità o la spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile». Nel nostro cammino alla ricerca del nostro volto unico e irripetibile siamo stati aiutati da don Alberto, che ogni sera, durante la Santa Messa, ci proponeva una serie di riflessioni.

Il nostro cuore è alla continua ricerca della felicità che cerchiamo di raggiungere attraverso la realizzazione dei nostri desideri più veri e più belli. Ogni azione umana dovrebbe essere volta a ciò, quindi è necessario valutare attentamente ogni piccola o grande esperienza della nostra giornata. D’altra parte, guardando con serietà alle nostre esperienze, ci accorgiamo che la realizzazione di questo desiderio di felicità è spesso disatteso. Nasce quindi nel cuore di ogni uomo una sorta di impotenza che porta alla solitudine.

Quest’ultima, sottolineava il don, non è data dall’essere soli fisicamente, quanto dalla scoperta che un nostro fondamentale problema non può trovare risposta in noi o negli altri. Ci sono due modi diversi di affrontare la solitudine: possiamo fare finta di niente e continuare fingendo che sia tutto normale, ma prima o poi i problemi tornano a galla; oppure possiamo abbracciare la solitudine, cioè non avere paura e sceglierla, come Gesù che spesso decide liberamente di ritirarsi in disparte da solo ricercando la presenza di Dio Padre.

«Il maestro è qua, ti benedirà...» cantava Renato Zero e crediamo siano proprio queste le parole più adatte per spiegare il nostro bisogno di un’autorità, di qualcuno che abbia a cuore la nostra vita, la nostra solitudine e il nostro cammino. Ma dove trovare questo “maestro”? Noi pensiamo di averlo trovato nel nostro don e ancor più in Dio, al quale ci possiamo rivolgere attraverso la preghiera, essendo essa una semplice e continua domanda rivolta ad un Altro per “risolvere la nostra vita”.

Possiamo sentire la presenza di Dio anche attraverso l’amicizia e la comunità, e ce ne accorgiamo sempre di più durante i nostri incontri serali del giovedì sera. Per questo motivo ricordiamo che gli incontri sono aperti a tutti gli adolescenti che volessero partecipare il giovedì dalle ore 20.30 in oratorio.

A risentirci alla prossima vacanza marittima.

Irene e Paola




Oratorio Arcobaleno

www.c’incontriamo.oratorio.borno

C’era una volta un gruppo di adolescenti (c’è ancora, ma così fa più scena!) che una sera, mentre stava andando a trovare il Don in Oratorio per portargli una tisana (che è sana e fa bene!), incontrò qualcosa nel bosco. Era la “Oia de fan, saltem ados” (che in Aramaico Antico si traduce con: PIGRIZIA).

La pigrizia disse: “Com’è che in una sera così fredda e dopo una dura e lunga giornata di studio, dei ragazzi non se ne stanno a casa al calduccio a guardare l’Inter che perde col Panatinaikos?”

Alcuni ragazzi decisero che la Pigrizia non aveva poi torto e decisero che il Don, anche senza tisana, avrebbe comunque potuto mangiarsi qualche cioccolatino, che non si sa come attorno a lui non manca mai!

Gli altri giovani, invece, preoccupati per i cioccolatini, ma soprattutto per il Don, decisero di proseguire... e poi, avevano preso un impegno ed era giusto portarlo avanti, no?

Ma non ebbero fatto che qualche passo, che qualcos’altro bloccò il loro cammino. Stavolta era la TENTAZIONE.

La tentazione, si sa, è molto più intrigante e astuta della pigrizia e non le ci volle tanto per convincere qualche altro adolescente a dimenticare i buoni propositi e la tisana!

In Oratorio? - disse la tentazione - Alla vostra età? Ormai siete adulti... L’oratorio è per i bimbi piccoli. Andate al bar... o in sala giochi! Più divertente, no?”

Grazie al cielo per il Don, alcuni ragazzi giunsero finalmente in prossimità dell’oratorio... Già vedevano il portico, le luci accese... Ma non era destino che tutto procedesse senza intoppi (pare che quella serata fosse molto movimentata). Proprio davanti alla porta spalancata dell’Oratorio, c’era la FATICA... Brutto incontro, la fatica, sapete. Stava trafficando con un muro di mattoncini. E manco a dirlo faceva proprio una gran fatica!

Cacchio - disse un giovane - proprio adesso che eravamo arrivati... Ci toccherà tornare indietro con gli altri!”

Vi arrendete facilmente! - commentò la fatica - Questo muro contiene un mattone per ognuno dei vostri compagni che ha deciso di non arrivare fin qui! Potete aiutarmi a distruggerlo, andando a riprenderli. Per ogni ragazzo che porterete qui, un mattone sarà levato e alla fine potrete passare. Ma non sarà facile! Altrimenti vi toccherà arrampicarvi.”

E non fu facile davvero, convincere tutti ad arrivare fino all’oratorio! Qualcuno non aveva proprio alcuna intenzione di abbandonare PIGRIZIA e TENTAZIONE...

Alla fine, però, tutti gli adolescenti che erano partiti dalle loro case quella sera, raggiunsero l’Oratorio. La Fatica li attendeva a braccia aperte e disfò il muro in un minuto (Era molto arzilla...)!

I ragazzi entrarono in Oratorio, dove il Don fu molto felice di vederli... Fu un po’ meno felice della tisana, però... “Avrei preferito dei cioccolatini...”

Ma questa, bè, questa è un’altra storia!

(Annalisa)

gruppo prima superiore

Finalmente cresimati e entrati a pieno diritto nel “Gruppo Adolescenti” di Borno, anche noi di prima superiore abbiamo iniziato gli incontri serali settimanali.

A noi è capitato il mercoledì... una serata di Champions, è vero, ma soprattutto una serata per stare insieme e magari discutere un po’ di argomenti che ci sono vicini e di cui a volte non si ha né il tempo, né la voglia, né la possibilità di parlare.

Ed è bello trovarsi, davvero: avendo iniziato le superiori, ognuno di noi ha preso strade differenti e così non si riesce più a vedere i “vecchi amici” tanto spesso...

Quale migliore occasione, allora, del calduccio e dei dolcetti offerti dall’oratorio per incontrarsi e parlare un po’?

E parlare si parla davvero: il Don ci introduce l’argomento della serata e poi ognuno può trarre le sue considerazioni, senza sentirsi giudicato o ridicolo. Speranza, senso della vita, solitudine e difficoltà divengono tutti affrontati con la massima semplicità e apertura, perché così dev’essere, per scoprire che Gesù lo si incontra così, in una esperienza di amicizia concreta fatta di volti.

Bisogna sentirsi liberi di tirare fuori quello che si ha dentro e bisogna farlo senza alcuna vergogna.

Assieme al Don, anche gli animatori ci danno una mano a rendere più incontri gli incontri (perché più si è, meglio è!). Stefano, Antonella, Paolo e Annalisa sono i nostri fortunatissimi animatori (perché diciamolo pure... siamo davvero forti!)

Gli incontri durano un’ora...o meglio, durerebbero un’ora, perché spesso e volentieri dopo il gioco di gruppo iniziale e finita la parte più seria della serata, si resta ancora un po’ insieme a chiacchierare, a mangiare qualche dolcetto, giusto per conciliare il sonno e ricaricarsi per il giorno dopo.

E arrivederci a mercoledì... naturalmente tutti insieme, naturalmente in oratorio!

Un animatore e tre ragazze di prima superiore




Oratorio Arcobaleno

Samuele, un ragazzo chiamato da Dio

C’era una volta un ragazzo di nome Samuele. Egli viveva con Eli, un sacerdote saggio, che gli insegnava molte cose per crescere in intelligenza, seguendo la volontà del Signore.
Una volta, mentre Samuele stava dormendo nel tempio del Signore, il Signore chiamò Samuele per tre volte. Samuele tutte e tre le volte pensava che fosse Eli a chiamarlo, e così correva da lui, ma Eli gli diceva di tornare a dormire perché non era lui ad averlo chiamato.
La terza volta Eli capì che era il Signore a chiamare Samuele e disse al ragazzo: «Vattene a dormire, se ti chiamerà ancora dirai: “Parla Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». E così avvenne.
Il Signore, vedendo che Samuele era disposto a stare con lui, svelò al ragazzo che avrebbe punito la casa di Eli perché i figli del sacerdote erano stati peccatori contro Dio. Samuele, volendo molto bene ad Eli, al mattino non disse nulla al sacerdote, finché non fu interrogato direttamente. Allora Samuele parlò ed Eli, guidato dalla sua fede in Dio, riuscì ad accettare la volontà del Signore.
Samuele con questo gesto acquistò autorità presso Israele, perché il Signore era con lui. Divenne profeta e più volte il Signore Dio si manifestò a lui, la sua parola era considerata Parola di Dio. Samuele divenne una guida molto importante e aiutò il popolo di Israele a pregare Dio perché gli desse un re... beh, ma questa è un’altra storia.

gruppo chierichetti

Spero che questa storia vi sia piaciuta, è un racconto semplice ma molto importante perché ci mostra come tutti, anche i più piccoli, possano essere chiamati da Dio per servirlo.

I nostri chierichetti sono bambini e ragazzi che si sono messi, proprio come Samuele, a disposizione del Signore, in particolare nel servizio all'Altare durante le celebrazioni liturgiche. È veramente bello servire alla Santa Messa, perché tutte le domeniche hai la fortuna di stare molto vicino a Gesù quando, nella Messa, il pane e il vino si trasformano nel suo Corpo e nel suo Sangue.

Svolgendo il tuo compito di chierichetto non solo servi il Signore da vicino, ma servi anche i ministri, i sacerdoti che Lui si è scelto per la nostra comunità.

Tutti possono servire all’altare, tutti possono entrare a far parte del gruppo dei chierichetti; è sufficiente solo un sincero desiderio di servire il Signore perché, poi, tutto il resto viene di conseguenza: la preghiera, la serietà, il senso del servizio, la puntualità, l'ordine... e soprattutto una amicizia speciale con Gesù Eucaristia.

Il nostro gruppo chierichetti con la prima domenica di Avvento ha iniziato gli incontri che quest’anno saranno ogni domenica alle 10.30, dopo la Messa. Ci ritroviamo per prepararci per le varie funzioni e per comprendere sempre più questo grande compito.

Quest’anno inoltre, il 1 e il 2 maggio, nella tradizionale gita dei chierichetti, vivremo una bellissima esperienza a Loreto, e al ritorno ci fermeremo anche a Mirabilandia!

E tu cosa aspetti? Rispondi, come noi, a questo invito del Signore che ci chiama a servirlo. Ti aspettiamo!Dai, non fare l’eclissato!!!

Alex




Oratorio Arcobaleno

Il Confine dell’amicizia

2 - 5 gennaio 2008 - Temù

È il tema della prossima vacanza invernale alla quale sono invitati tutti gli adolescenti

«Senti, Paolo, c’è da scrivere un articolo per Cüntòmela...»

«Non è che ne ho tanta voglia don, però prova a dirmi almeno di cosa dovrei scrivere...»

«E’ un articolo riguardo il campo-scuola invernale degli adolescenti...»

«Ma scusa don... L’anno scorso io ero a Chiari per il Servizio Civile... Io non l’ho fatto quel campo! »

«No, Paolo non hai capito... Un articolo sul campo-scuola di quest’anno, quello nuovo...»

«Cioè un articolo su qualcosa che deve ancora succedere, un articolo su un fatto che accadrà...»

«Sì ecco hai capito... Grazie Paolo! Mi serve per domani sera al massimo... Ci sentiamo! »

(Il seguito di questa discussione per motivi editoriali, ma anche per via dell’avvicinarsi al Santo Natale, è meglio non riportarlo... ne va di mezzo anche la mia reputazione di bravo bambino...)

foto adolescenti

Una volta stavo ascoltando in radio un programma stupido ma a suo modo divertentissimo. Un programma che tra l’altro passava della musica veramente brutta, ma che ai tempi ritenevo la migliore musica del mondo... Il deejay raccontava una sua disavventura avuta in auto.

Lui si era ritrovato in panne lungo l’autostrada a circa ottanta km da casa. Nessuna auto e nessun camion stavano passando di lì in quel momento, considerando che erano le due e mezza del mattino di un giorno lavorativo. L’unica soluzione era quella di chiamare al cellulare qualcuno. Chi chiamare, però? Chi a quell’ora di notte si sarebbe svegliato, vestito, salito in auto e avrebbe viaggiato per circa un’ora solamente per venire a recuperarlo? Un suo amico, anzi IL suo amico.

Da quella trasmissione, comunque stupida, avevo cavato qualcosa di buono. Da quel giorno avevo un metro per misurare l’amicizia delle persone. Se una persona era disposta a venire a recuperarmi sull’autostrada alle due di notte ad ottanta km da casa sua, allora sì che quella era veramente una persona AMICA.

Comunque dell’amicizia sapevo solamente quello che avevo imparato dalla mia esperienza...

Io per i miei amici farei tutto, io e lui saremo amici per sempre, lui sì che è un vero amico... Frasi del genere erano per me una regola di vita... Anche se domande come queste non mi lasciavano tranquillo...

L’amicizia ha dei confini e dei limiti? Lui è mio amico perché mi dà ragione? Lui è mio amico perché mi sostiene sempre?

Crescendo crescendo ne capisci di cose...

foto adolescenti

Un film che mi ha fatto riflettere sull’amicizia, sulle scelte della vita e sulle strade che ognuno di noi deve percorrere è “Sleepers”...

Sleepers, in gergo, è il soprannome dato ai giovani delinquenti che passano più di nove mesi nei riformatori dello Stato. Il film è ambientato nella metà degli anni ’60 quando quattro amici teppistelli che vivono a New York nel quartiere maledetto Hell’s Kitchen, nel West Side, vengono condannati al riformatorio per aver rubato un carretto di hot dog e aver accidentalmente ferito un uomo. L’esperienza li segnerà per sempre. Da adulti, uno diventa giornalista, uno viceprocuratore distrettuale, e gli altri abituali delinquenti.

Un film che vale la pena di vedere e che sarà il centro del futuro campo-scuola, il principale spunto di riflessione, e che sicuramente farà discutere e pensare non solo i ragazzi ma anche noi animatori. Volete un’anticipazione? Eccovi alcune frasi prese dai dialoghi del film...

«Non vale la pena buttare via la vita per pareggiare un conto».

Shakes: «Ok. Potrei aver bisogno di un amico»

Michael: «Ti trovo io quando ti servo. Contaci!».

«Il futuro ci si presentava luminoso ed eravamo convinti che saremmo rimasti amici per sempre».

Vi ho perlomeno incuriosito... spero di sì. Vi aspettiamo numerosi!

Paolo B.




50mo anniversario della Cappella di Sedöls

Una pagina di storia bornese

Carissimi Bornesi, siamo qui per ricordare.

Vibra nell’animo di tutti la memoria di un giorno lontano nel tempo 50 anni, il giorno inaugurale di questa Cappella alla Madonna di Fatima. Questa Cappella rimanda ad un evento anteriore, del 27 settembre 1944, che, nella storia di Borno, segna una pagina macchiata di sangue e di lacrime; una piccola pagina di storia inserita nel grande dramma della seconda guerra mondiale, che tanti strazi e indicibili dolori ha portato nel mondo.

Vogliamo fare memoria, non per risuscitare rancori o contrastanti visioni, ma per accogliere la lezione che ci viene da quella pagina di storia.

cappella di sedols

La presenza qui di un Ambasciatore tedesco, l’Ambasciatore plenipotenziario Hans-Henning Horstmann, sta a significare che i nemici di un tempo ora sono diventati amici che si stringono la mano per camminare insieme verso un futuro migliore, che va costruito con lo sforzo di tutti.

I fatti sono noti: li sintetizzo brevemente.

Il 27 settembre 1944 alle 15.30 qui a Sedulso avvenne un grande fatto d’armi. L’attacco dei partigiani mirava ad ottenere che i tedeschi consegnassero loro le armi. I partigiani, infatti, avevano bisogno di armi. l tedeschi, invece, anche se si trovavano in un’imboscata senza scampo né protezione, reagirono immediatamente sparando all’impazzata e buttandosi a terra.

Si era in piena guerra e nella fase in cui il territorio italiano del centro-nord era occupato e controllato dall’esercito di Hitler.

La battaglia qui avvenuta tra partigiani e tedeschi ebbe come triste risultato l’uccisione di 13 tedeschi e di 2 partigiani, forse 3, con alcuni feriti da ambo le parti. (I feriti dei partigiani furono curati al Roccolo di Romile, dove i tedeschi trovarono poi bende e macchie di sangue).

ll fatto era grave: gli uccisi erano ufficiali (o allievi ufficiali) dell’esercito germanico. La legge applicata in queste circostanze era terribile e spietata: per ogni tedesco ucciso si fucilavano 10 italiani.

A sera tutte le cascine tra Borno e Lova furono bruciate dai soldati tedeschi che restarono in paese anche il giorno seguente, 28 settembre, controllando tutto. Per qualche giorno, poi, ci fu silenzio.

ll 4 ottobre, alle ore 3 del mattino, iniziò la rappresaglia. Bloccato il paese, i soldati tedeschi rastrellarono tutti gli uomini passando casa per casa, cascina per cascina. Avevano anche l’ordine di incendiare poi Borno.

Nella piazza del paese, alle ore 7 del mattino, l’Arciprete Don Moreschi e il Curato Don Pinotti, inginocchiati davanti al Colonnello tedesco, si offrono in un impeto di generosità ad essere fucilati per risparmiare il paese e la popolazione bornese.

La conclusione fu che...

I Bornesi portati a Darfo vennero subito trasferiti al campo di concentramento di Villafranca (Verona). Là i Bornesi si trovarono insieme e pensarono di rivolgersi a Dio e, affinché la loro preghiera avesse più valore, fecero voto di erigere una cappella votiva qualora fossero riusciti a fare ritorno a casa.

Vorrei far risuonare i nomi di quanti fecero quel voto:

cappella di sedols

Tre aspetti mi sembra importante sottolineare:

1. Dobbiamo conservare gratitudine all’Arciprete Don Domenico Moreschi ed al Curato Don Andrea Pinotti, due santi sacerdoti che sono rimasti nel cuore della gente di Borno.

Ciò che realmente contribuì a salvare le vite e lo stesso paese dall’incendio non fu tanto il gesto teatrale e commovente di inginocchiarsi in Piazza davanti al Colonnello tedesco, quanto il colloquio che quella stessa mattina del 4 ottobre 1944 ebbe luogo nella casa dell’Arciprete, presenti il Colonnello, il suo Vice e

l’interprete. Sentii Don Domenico Moreschi raccontarlo alcuni anni dopo, quando io ero seminarista. Ebbi da quel racconto la chiara percezione che il grande merito dell’Arciprete di Borno fu quello di essere riuscito a convincere il Comando tedesco, con un discorso pacato, intelligente e ben argomentato, che l’attacco ai tedeschi era si avvenuto in territorio bomese, ma che Borno non c’entrava. I partigiani erano venuti da fuori, passando per la Val di Scalve. Per il medesimo cammino erano anche ripartiti portando due in barella.

La convinzione del Colonnello tedesco era: essendo avvenuto l’attacco nelle vicinanze del paese di Borno, certamente i Bornesi vi avevano partecipato o almeno collaborato. L’Arciprete Moreschi gli rovescio il ragionamento: se i responsabili fossero stati di Borno, certamente l’attacco l’avrebbero fatto lontano dal paese, per non esporre poi il paese ad essere vittima di una grave punizione. Cioè, quello che per i tedeschi era un argomento contro Borno, Don Moreschi lo fece diventare un argomento in più per convincere che Borno non era colpevole. I responsabili erano persone a cui il bene di Borno non interessava, per il danno che gli recavano.

Durante il colloquio, avvenuto con l’aiuto dell’interprete, uno dei tedeschi cito all'Arciprete una frase del Vangelo, in latino. Questa citazione del Vangelo rincuorò Don Domenico, che dopo quella battuta in latino si sentì nascere nell’animo un po’ di speranza al vedere che lo ascoltavano con attenzione e che nel cuore di almeno uno degli interlocutori albergavano sentimenti umani.

Don Moreschi riuscì a convincere che Borno non c’entrava (ed era la verità) e che non era giusto che fosse Borno a pagare con l’incendio del paese e con l’uccisione di 10 bornesi per ciascun soldato tedesco ucciso.

Ho poi sentito raccontare, dopo che la guerra era terminata, che anche l’interprete Muller, che risiedeva a Darfo, aiutò. Anche all’umana bontà del suo animo sia reso onore.

2. Nel campo di concentramento di Villafranca (Verona), in quella drammatica situazione, privi di ogni contatto non soltanto con i familiari, ma col resto del mondo, nel cuore di quei giovani Bornesi nacque l’idea di fare un voto che, se fossero ritornati a casa, avrebbero costruito una cappelletta alla Madonna. (È logico pensare che la proposta venne probabilmente da uno, ma tutti gli altri aderirono prontamente e fecero insieme voto).

Tutti dovevano essere deportati in un campo di concentramento in Germania. Tuttavia, soltanto alcuni di loro partirono nella prima tradotta e giunsero in Germania. La maggioranza del gruppo dei Bornesi viaggiava in una seconda tradotta; questa non pote proseguire per la Germania perché la linea ferroviaria del Brennero era stata bombardata. Restarono così in mano ai tedeschi qui in Italia.

Come noto, finita la guerra tornarono tutti a casa. Poveri in canna, prima hanno dovuto lavorare per guadagnare i soldi, poi hanno costruito la bella cappelletta di cui celebriamo i 50 anni dell’inaugurazione.

3. Noi chiniamo la fronte davanti ai morti: erano giovani. Il loro futuro, i loro sogni, le loro speranze... sono terminate qui sui nostri prati. Ora sono davanti a Dio e li lasciamo al giudizio di Dio. Certo gli allievi

ufficiali tedeschi che qui morirono erano al servizio di un regime ingiusto, cioè la dittatura inumana di Hitler, ma non pochi di loro nell’animo non condividevano il nazismo ed i suoi metodi: molti avevano dubbi e lotte interiori per gli ordini che ricevevano. Erano in guerra e la loro lealtà allo Stato era strumentalizzata da un regime ingiusto.

Solo Dio ha potuto leggere nelle loro coscienze e giudicare le loro responsabilità personali. Anche i due o forse tre partigiani che qui morirono erano giovani. Salga al cielo la preghiera per essi.

Dal ricordo di questa pagina di storia bornese nasce un monito: la guerra è sempre una tragedia che produce morte e sofferenza. Bisogna impegnarsi perché i giovani non siano più costretti alla guerra. Bisogna fare ogni sforzo perché il mondo non sia più devastato dall’odio, dalla violenza, dalla menzogna.

Il messaggio conclusivo che ci viene dall’incontro odierno è di valore perenne:

La Madonna di Fatima, che aveva predetto le tragedie del secolo scorso e la seconda guerra mondiale, ci aiuti perché in avvenire sia la pace e non la guerra a guidare il destino dell’umanità.

Card Giovanni Battista Re

Borno, 4 ottobre 2008




50mo anniversario della Cappella di Sedöls

Saluto dell'ambasciatore tedesco

Eminenza, Sindaco, Signori e Signore.

l’omelia del Cardinale mi ha toccato profondamente il cuore. L’invito di partecipare al cinquantesimo anniversario della Cappella Sedöls è un privilegio ma soprattutto un gesto della riconciliazione e dell’amicizia.

Con grande rispetto mi inchino di fronte ai morti e con lo stesso rispetto penso al gruppo dei Bornesi che sono stati deportati. L’Arciprete Don Domenico Moreschi ed il Curato Don Andrea Pinotti devono essere ancora oggi degli esempi per noi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Alcide de Gasperi e Konrad Adenauer, tutti e due cristiani, erano al centro per una politica di cooperazione, libertà e pace in Europa.

cappella di sedols Hans-Henning Horstmann

Italiani e Tedeschi hanno costruito insieme, soprattutto con il cuore e con fervore, la Comunità Europea. I trattati di Roma del 1957 sono stati l’inizio di questa comunità e oggi possiamo vivere in un continente di pace: la nostra Unione Europea.

Ma il nostro progetto di pace è soprattutto un impegno per i cittadini europei; non possiamo lasciare l’architettura solo ai politici ma abbiamo il dovere di un lavoro quotidiano per l’amicizia italo-tedesca e per il nostro continente.

La nostalgia e simpatia dei tedeschi per l’Italia sono un fenomeno antico che vale ancora oggi e continuerà nel futuro. Ma anche gli italiani si sentono sempre di più attirati dalla Germania.

Sono sicuro che gli italiani, dal fondo d'Italia a Borno, accolgano i tedeschi come lo hanno sempre fatto da dopo la guerra ad oggi, e che noi tedeschi continuiamo ad accogliere gli italiani come sorelle e fratelli.

Ringrazio tutti voi per l’accoglienza che mi avete riservato oggi. Vi auguro un felice futuro in pace, in prosperità e in libertà.

Hans-Henning Horstmann
Ambasciatore della Repubblica Federale di Germania
presso la Stima Sede




50mo anniversario della Cappella di Sedöls

Un nipote dell'interprete Müller

Mi chiamo Guglielmo e sono un nipote di Hans Wilhelm Müller.

A nome di mia nonna e delle nostre famiglie desidero innanzitutto ringraziare la popolazione di Bomo, il Sindaco e gli organizzatori Signor Inversini e Signor Poni che hanno promosso questa lodevole iniziativa.

Ringraziamo di cuore Sua Eminenza Cardinale Giovan Battista Re e l’Ambasciatore presso la Santa Sede Hans-Henning Horstmann che ci onorano della loro presenza.

cappella di sedols - lapide a ricordo di Hans Wilhelm Müller

Con gratitudine e commozione ricordiamo la figura di mio nonno Hans: una persona buona, un uomo giusto che non ha mai rinnegato le proprie radici, la propria cultura e l’educazione profondamente religiosa ricevuta in famiglia e durante gli anni di studio in Germania.

Mio nonno era un uomo di fede ed è grazie alla sua fede che riconosceva in ogni uomo la sacralità della vita, da difendere sempre, ad ogni costo. La vita, durante la seconda guerra mondiale, l’ha portato in Val Camonica, non come soldato ma come civile al servizio dell’esercito tedesco, con mansioni speciali.

In qualità di interprete si è adoperato per salvare civili e sacerdoti dalla prigionia e a volte anche dalla fucilazione.

È importante che oggi, a più di 60 anni di distanza, si vogliano ricordare nella figura di mio nonno, i valori alti che lui, come tanti altri uomini giusti, ha difeso con tenacia e generosità, perché sono gli unici valori che ancora oggi rendono possibile la civile convivenza tra gli uomini, di qualsiasi provenienza e Nazione.

Per questo Vi ringraziamo nuovamente di cuore.

Guglielmo




dalle missioni

Il mio anniversario

Come forse saprete sta arrivando nuovamente la data del mio anniversario. Tutti gli anni fanno festa e credo che anche quest'anno la faranno: radio e TV faranno centinaia di annunci, in ogni canto non si parlerà d'altro e ferveranno i preparativi per il grande giorno.

È bello sapere che almeno un giorno all'anno qualcuno pensa a me. Da molti anni commemorano e festeggiano il mio anniversario. All'inizio sembravano comprendere e ringraziare per quello che ho fatto per loro, ma oggi giorno sembra che nessuno sappia più per quale ragione lo celebrano. Le persone si ritrovano e si divertono molto, ma sanno davvero cosa festeggiano?

Ricordo bene ciò che è successo l'anno scorso; quando arrivò il giorno del mio anniversario hanno fatto una grande festa in mio onore: c'erano cose deliziose sulla mensa, tutto era decorato e c'erano regali, molti regali... Ma sapete una cosa? Non mi hanno invitato. Io ero l'ospite d'onore ma nessuno si ricordò di me! La festa era per me ma quando arrivò il grande giorno, mi chiusero la porta in faccia, mentre io desideravo molto parteciparvi.

Per la verità non rimasi molto sorpreso perché negli ultimi anni ciò accade sempre più spesso.

Così, sempre l'anno scorso, mi sono invitato da solo e, senza far rumore, sono entrato in una casa e messo in un angolino. Stavano brindando, ridendo, scherzando, ballando, divertendosi; alcuni erano già mezzo ubriachi.

Ad un certo punto arrivò un vecchietto grassoccio, vestito di rosso con la lunga barba bianca che gridava “oh! oh! Oh!”, lasciandosi cadere su un sofà. Tutti andarono verso di lui chiassosamente chiamandolo “Babbo Natale! Babbo Natale!”, come se la festa fosse per lui... Quando arrivò la mezzanotte tutti cominciarono ad abbracciarsi. Stesi anch'io le mie braccia, ma nessuno mi abbracciò.

Subito cominciarono a scambiarsi regali. Uno per uno i pacchetti furono aperti. Mi avvicinai per vedere se ce n'era uno per me. Niente! Come vi sentireste se nel giorno del vostro compleanno tutti ricevessero regali tranne voi?

Compresi che non facevo parte della festa. Uscii senza fare rumore, chiusi la porta e me ne andai triste e solo! E ogni anno sembra che le cose vadano sempre peggio. La gente si ricorda solo di bere e mangiare, i regali e i festeggiamenti, ma nessuno si ricorda più di me. Io vorrei che questo Natale mi permetteste di entrare nella vostra vita. Vorrei che riconosceste il fatto che più di 2000 anni fa sono venuto su questa terra per dare la mia vita per voi sulla croce, per salvarvi. Oggi mi accontenterei che ricordaste questo con tutto il vostro cuore.

Ma vi dirò una cosa: visto ormai che molti non mi invitano più per quella che dovrebbe essere la mia festa, ne farò un'altra. Sarà una festa solenne come nessuno ha mai fatto, una festa grandiosa. Mancano solo gli ultimi preparativi e gli inviti. Ovviamente ce n'è uno speciale per ognuno di voi! Però desidero sapere se davvero volete venirci, nel qual caso vi riserverò un posto e scriverò il vostro nome a lettere d’oro nel libro degli ospiti. Solo coloro che saranno su quel libro potranno parteciparvi.

E sapete chi avrà il suo nome scritto sul mio libro? Chi non si sarà dimenticato di estendere l'invito alla mia festa a tutti i suoi amici e a tutti i miei amici: i vecchi, i diseredati, i malati, tutti coloro che sono soli e non hanno nessuno con cui festeggiare. Io vi aspetto tutti insieme... e non mi scordo mai di voi.

Gesù


Non so per quale motivo per il mio compleanno (11 novembre) e per Natale ho trovato questa email nella mia posta elettronica. Mi è piaciuto il messaggio che mi ha fatto riflettere molto (da 43 anni celebro il Natale con i poveri e i marginalizzati) e così la rimando a tutti voi, con tanti salutoni e auguri di BUON NATALE!

vostro frei Narciso Baisini




dalle missioni

Il Brasile aiuta l'Africa

Carissimi amici,

siamo nel mese missionario e anche noi qui abbiamo cercato di fare le cose per bene. Vi mando qualche esempio campione del materiale che abbiamo usato per l'animazione missionaria, perché possiate rendervi conto di quello che stiamo facendo.

mese missionario

La colletta per le missioni è stata fatta non solo qui nella sede parrocchiale, ma anche in tutti i 16 villaggi dell'interno della parrocchia. Il risultato è stato buono per i nostri paraggi: in termini assoluti non è un granché, ma è sempre una goccia in un mare di necessità.

Noi qui in Brasile guardiamo specialmente all'Africa, forse anche per un senso di riconoscenza e di riparazione, perché il Brasile è stato fatto anche dagli schiavi africani. L'Africa ha fame, ha sete di tutto, vive la disperazione di chi non ha più niente e in massa fugge verso l'Europa in cerca di lavoro, di pace, di tranquillità.

Il progetto dei pesci continua in altri due villaggi e il tempo secco è propizio per i lavori necessari nei laghetti artificiali. La nostra gente è entusiasta per questo interessamento della Chiesa verso i poveri. Speriamo che tutto vada bene e che i frutti siano copiosi!

Mando un caro saluto a tutti e tanti auguri di ogni bene. Grazie per la vostra amicizia e solidarietà.

Padre Defendente Rivadossi




dalle missioni

Padre Giacomo: un nonno sempre attivo

Manila, 16 Novembre 2008

Carissimi amici del Gruppo missionario,

Vi spero tutti bene! Vedo che la vostra generosità continua ad accompagnarmi. Mia sorella Domenica mi ha fatto sapere della vostra donazione (Euro 1200). Grande è la riconoscenza mia e di tutti coloro che sono raggiunti dal vostro aiuto.

I Superiori venuti da Roma non mi hanno messo la corda al collo per portarmi a Roma. Un altro è stato chiamato. Però, pur lasciandomi nelle Filippine, mi hanno chiesto di fare il capo qui per i Saveriani nelle Filippine. Così, invece che lavorare libero in periferia, mi trovo riportato al centro a coordinare il lavoro degli altri.

Pazienza, non si può avere tutto nella vita. Arriva il tempo nella vita in cui bisogna sapersi anche ritirare in seconda linea per lasciare ai giovani la possibilità di prendere le loro responsabilità, limitandoci ad essere di incoraggiamento e di sostegno. È difficile accettare di essere vecchi!!!

Eccomi quindi a fare il “nonno” che coordina il lavoro di questa delegazione nelle Filippine, che si presenta molto colorita dal fatto che siamo un gruppo veramente vario di missionari e di studenti-futuri missionari: camerunesi, congolesi, indonesiani, messicani, italiani, bangladeshi e brasiliani e filippini. Sembra una delegazione delle Nazioni Unite! Abbiamo appena avuto due nuovo ordinati camerunesi e, all’inizio di dicembre, saranno ordinati diaconi un Italiano ed un altro camerunese.

Anche le attività sono varie: dalle parrocchie, all’animazione missionaria, alla ricerca di vocazioni, alla formazione, al lavoro per la giustizia, all’attività per il dialogo tra le religioni.

Proprio in questi giorni un gruppo di contadini venuti qui a Manila dalle varie isole per chiedere la ridistribuzione delle terre dei grandi proprietari terrieri, hanno avuto una piccola vittoria... hanno ottenuto 2300 ettari di terra. Hanno fatto 14 giorni di sciopero della fame! Io sono andato a dir loro messa alcune volte per sostenere il loro morale. Anche se vecchio mi sento ancora utile e con voglia di lottare.

Come sempre, grazie delle vostre preghiere per me! Ne ho proprio di bisogno per fare con pazienza e saggezza quello che mi è richiesto dal mio nuovo lavoro. Il prossimo anno, verso la fine di luglio e inizio di Agosto, passerò alcuni giorni a Borno, quindi ci rivedremo.

La vostra instancabile generosità è ammirevole! Dio vi benedica! Vi porto tutti nel cuore e nelle mie preghiere. Visto che sta per cominciare l’Avvento, vi mando in anticipo i miei più cordiali auguri di BUON NATALE.

Con grande amicizia, P. Giacomo.




dalle missioni

Grazie dal Congo

Anche quest'anno le signore di Montecchio di Darfo che aiutano P. Rinaldo Do missionario in Congo, hanno proposto una bancarella nella nostra comunità domenica 27 luglio. Ecco il ringraziamento che è arrivato.

Caro don Giuseppe e comunità di Borno,

con tutto il cuore vi ringrazio: ho ricevuto la vostra generosa offerta che padre Rinaldo Do mi ha consegnato in favore della costruzione della prima scuola in muratura della nostra parrocchia di Somana.

Somana è un grosso quartiere della cittadina di Isiro nella provincia orientale della Repubblica del Congo. Da 3 anni siamo presenti e in questi giorni, grazie anche al vostro aiuto, i nostri ragazzi e ragazze possono cominciare a studiare in una scuola bella! La scuola ha sette aule e due uffici.

Come forse sapete, la popolazione della nostra zona come tutta quella del Congo ha vissuto diversi anni di guerra e solo da qualche anno si comincia a vivere nella pace (purtroppo nella nazione ci sono ancora zone in guerra!) anche se i problemi sociali sono sempre enormi.

Con la nostra gente, noi missionari cerchiamo di ricostruire questo grande e bel paese, per dare la possibilità, soprattutto all'infanzia e alla gioventù, di credere e pensare che un Congo nuovo è possibile!

Questo sogno passa anche per la scuola, per questo da sempre ci siamo impegnati nel campo dell'educazione e, malgrado il governo non offra un salario degno agli insegnanti, invitiamo i genitori a inviare i loro figli e figlie a scuola, pur sapendo che questo comporta molti sacrifici e impegni alle famiglie!

Riusciamo a realizzare diversi progetti pastorali e umanitari grazie a tante persone che, come voi, hanno un cuore grande e che con generosità si sentono unite a noi!

In questi giorni, dopo 18 anni di Congo, mi sto preparando a partire, perché i nostri superiori mi inviano in Costa d'Avorio (prima andrò a salutare i miei cari in Tanzania!) e anche là cercherò di annunciare che Dio è Amore!

Sono sicuro che continuerete ad aiutare padre Rinaldo e tutti noi missionari. È grazie a voi che noi possiamo aiutare la nostra gente!

Preghiamo per voi e per le vostre intenzioni, sicuro che voi pregate per noi.

P. Celestino Marandu




di tutto un po'

Gita in Polonia: una settimana indimenticabile

gruppo
Cracovia: foto di gruppo nel palazzo del card. Stanislao

Dall'1 al 8 settembre sono stato in gita in Polonia, con la Parrocchia di Borno. Per me, anche se ero l’unico bambino, è stata una bellissima esperienza.

Quello che mi è piaciuto di più sono state le miniere di sale di Wieliczka. Le ho trovate meravigliose ed emozionanti. Pensate che dentro queste miniere c’era persino una chiesa!

Abbiamo anche visitato il santuario della Madonna Nera a Jasna Gora, dove c’era una suora molto simpatica che ci ha fatto da guida e mi ha anche detto che diventerò cardinale... anche se a me sembra molto strano.

monumento papa
Wadowice: monumento di bronzo dedicato a Papa Giovanni Paolo II

con Stanislao
Cracovia: il card. Stanislao, per 27 anni segretario di Papa Giovanni Paolo II

Don Giuseppe ha avuto l'onore di celebrare la messa davanti al quadro miracoloso della Madonna e io, dato che sono un chierichetto, ho anche servito messa. Per me è stato molto emozionante.

Un'altra cosa molto interessante per me è stata visitare la casa dove è nato Papa Giovanni Paolo II. Mi ha colpito soprattutto la semplicità di quell'abitazione.

Oltre a questi luoghi di culto abbiamo anche visitato due città bellissime:

A Cracovia abbiamo incontrato il cardinale Stanislao che ha ricordato con molto piacere la sua visita a Borno con il Papa Giovanni Paolo II.

Sono tornato a casa da questo viaggio molto contento, sia di aver visto posti nuovi e bellissimi, sia di aver passato un'indimenticabile settimana con i miei genitori, con il Don e con tutti i compagni di viaggio.

Francesco




di tutto un po'

Gianna: una santa a me vicina

Come consuetudine da parecchi anni, nel mese di ottobre, mese del Rosario, la Parrocchia di Borno organizza una gita-pellegrinaggio. La meta di quest'anno sono stati “I luoghi di Santa Gianna Beretta Molla”.

Mercoledì 15 ottobre, alle ore 7 e 30, due pullman carichi di pellegrini, o meglio di pellegrine (netta era infatti la presenza femminile ma, come spesso dice il nostro Don, noi donne abbiamo poco da fare...) sono partiti verso la prima tappa della gita ovvero Corbetta, paese vicino a Milano dove, nel Santuario della Madonna dei Miracoli, don Giuseppe avrebbe celebrato la S. Messa.

ll viaggio Borno-Corbetta durato, con una breve pausa caffè, poco meno di quattro ore ci ha fatto gustare quanto sia bello viaggiare sulle nostre strade di montagna senza smog ed interminabili code!

Giunti a Corbetta, alle ore 11 e 30 abbiamo partecipato alla S. Messa durante la quale nell'omelia tenuta da

don Sergio, abbiamo appreso che l'odierno santuario è stato costruito nel luogo in cui, nell'aprile dell'anno 1555, è apparsa la Madonna. In quel luogo, infatti, a quel tempo c'era una chiesa con un dipinto raffigurante la Madonna con il Bambino sopra l'ingresso principale. Questo Bambino vedendo i suoi coetanei giocare volle un giorno scendere con loro in piazza e, come fanno tutti i bambini, non volle più rientrare; la Madonna dovette quindi scendere nella piazza per riprendersi il suo Bambino e, dopo aver sorriso ai giuochi di quei fanciulli, rese l’udito e la parola ad uno di essi.

Sempre don Sergio ha fatto inoltre notare la particolarità del dipinto che ora è conservato nella parte superiore del santuario, ovvero che la Madonna, cosa assai rara nei dipinti che la raffigurano, tiene in una mano la Bibbia. Ci ha quindi esortati a leggere quotidianamente le Sacre Scritture ed a seguire nel nostro agire l'esempio di Maria.

Il nostro Vescovo quest'anno ha regalato alla Diocesi la Scelta Pastorale 2008-2009 proprio incentrata sulla Parola di Dio nella vita della comunità cristiana.

Terminata la S. Messa, visto che non solo di spiritualità vive l'uomo, i piaceri del corpo sono stati saziati da un ottimo pranzo, consumato in allegra compagnia.

Nel pomeriggio ci siamo recati poi nei luoghi di Santa Gianna Beretta-Molla: la sua tomba, la casa e il suo

ambulatorio a Mesero, la chiesa in cui è stata battezzata a Magenta.

Con l'aiuto di una guida e del sacerdote del Santuario della Famiglia di Mesero abbiamo così potuto conoscere questa Santa, che io avevo sentito nominare in un'omelia di Padre Defendente, suo grande devoto. Questa donna del nostro secolo è nata a Magenta nel 1922 ed è morta, non ancora quarantenne, nel 1962, sette giorni dopo aver dato alla luce la sua quarta figlia. Nata in una famiglia della media borghesia, decima di 13 figli, Gianna viene educata in un clima di profonda e serena fede; si laurea in medicina specializzandosi poi in pediatria.

Nell'ambulatorio di Mesero, che con tanta nostalgia mi ha ricordato l'ambulatorio in cui operava mia mamma, ha prestato la sua opera fino a pochi giorni dalla morte, sempre disponibile per tutti e attenta particolarmente agli anziani, ai bambini e alle gestanti. Anche l'amore verso suo marito, ancora vivente, venne vissuto in una fede profonda e condivisa. Dal loro matrimonio nascono tre bambini.

Nell’estate del 1961 subentrano problemi per la sua quarta gravidanza per cui è urgente intervenire chirurgicamente. Gianna non ha dubbi anteponendo la vita della sua creatura alla propria.

Conoscere questa Santa, che ho subito sentito a me cara e vicina, è stata un'autentica sorpresa e, come scrisse suo marito, la sua testimonianza di vita ci ha insegnato che ognuno di noi può aspirare alla santità, non attraverso gesti straordinari, lontani dalla nostra portata, ma vivendo la quotidianità in modo straordinario, facendo sempre la volontà del Signore.

In serata abbiamo, infine, concluso il nostro pellegrinaggio recitando, nel viaggio di ritorno, il S. Rosario.

Grazie ancora a don Giuseppe per l'ottima organizzazione e per la scelta particolarmente originale e... arrivederci al prossimo ottobre.

Maria




di tutto un po'

Il sogno di Santiago

Come annunciato qui sopra un mio grande sogno si è realizzato! ll primo Agosto 2008 sono partito da Piamborno con un gruppo di pellegrini, pronti e carichi, per affrontare i mille Km di strada per Santiago De Compostela: noi, il nostro pilastro don Giovanni, la nostra bicicletta e tanta tanta carica ed entusiasmo.

Dopo la preghiera, come tutte le mattine, ecco la partenza da St. Jean Pied de Port a sud-ovest della Francia; le salite e le discese ci portavano in posti meravigliosi, la fatica era molta, ma il gruppo era forte.

Abbiamo attraversato campi di grano, vigne, immensi prati di girasoli e campagne deserte. l nostri occhi vedevano scorrere immagini di montagna, seguite da bellissime colline. Insomma la natura ci stupiva ogni volta, fino a raggiungere Santiago in Spagna.

Abbiamo visitato borghi antichi, grandi città come Pamplona, Burgos, Leon, cattedrali e monasteri.

Ma ciò che più mie rimasto nel cuore è stata senza dubbio la condivisione con il gruppo di nuovi amici che erano con me. Ci siamo aiutati, ci siamo aspettati, ci siamo confortati, soprattutto quando la sera si arrivava cotti e stanchissimi ai campeggi, magari dopo 8 ore di bicicletta sotto il sole e sotto la pioggia. Poi ogni sera la messa di ringraziamento per quanto ci aveva offerto lagiornata.

È stata un’esperienza molto spirituale, durante il “Cammino” si aveva modo di dialogare con i compagni, ma anche di pensare e di riflettere. Sono molto fiero di essermi messo in gioco e soddisfatto per aver portato a termine una bellissima esperienza.

L'ultima tappa, purtroppo sotto l’acqua, la più emozionante, è stata l’arrivo a Santiago. Non ci sembrava vero!!! Entrati nella Plaza do Obradoira, con a lato la grande cattedrale, c'è stato l’incontro di centinaia di pellegrini in bicicletta e a piedi, con urla, abbracci e strette di mano in segno di congratulazioni per aver portato a termine un sogno... tantissima gioia ed emozione!

L’ultimo giorno in cattedrale abbiamo vissuto la messa di ringraziamento a San Giacomo il pellegrino e il

ritiro della pergamena che attesta il compimento del pellegrinaggio.

Questa sarà una vacanza che non dimenticherò mai.

Alberto




di tutto un po'

Il 2009 con gli auguri del cuore

Uno dei libri più significativi e più coinvolgenti che si trova in libreria, con un titolo provocatorio “Più felice” di Ben Sharar, in apertura riporta una riflessione di Anna Frank, di cui conosciamo tutti quel suo straordinario diario. Tale riflessione dice: «Viviamo tutti con l'obbiettivo di essere felici. Le nostre vite sono tutte così diverse eppure uguali...».

Sì, le nostre vite sono uguali perché penso che tutti desideriamo costruire, per noi stessi, un progetto di felicità che ci accompagni nei tempi della vita. Negli auguri per un nuovo anno auspichiamo sempre condizioni esistenziali con più certezze, per noi e per gli altri, in un insieme di valori che, nelle nostre valutazioni, potrebbero migliorare il mondo.

Purtroppo sappiamo bene che non è sempre così, però, fortunatamente, la speranza ci aiuta a ritrovare in noi stessi qualche motivazione che ci faccia guardare al futuro con minor preoccupazione.

Ecco perché, anche da queste umili righe, vorremmo che a tutti arrivasse il nostro augurio di ogni bene che, nella famiglia Avisina, abbraccia orizzonti vastissimi, dando significato a quella idea di solidarietà, sempre attuale quando si alza il grido di chi avverte l'urgenza di una risposta a particolari problemi.

La scrittrice inglese George Eliot ricorda che “i momenti d'oro nel corso della vita ci corrono dinanzi e non ci resta nulla, se non sabbia... Come gli angeli che vengono a visitarci e noi gli riconosciamo solo quando se ne sono andati”.

Sarebbe bello imparare a leggere negli uomini, nei fatti, nelle idee del nostro tempo i messaggi che possono arricchire il nostro animo. Anche a questo mirano i nostri auguri, con la consapevolezza che il progresso, la felicità derivano dalla nostra abilità di guadarci dentro, ponendoci le domande che contano.

Una di queste potrebbe essere: “Cosa fare per rendere meno precaria la condizione esistenziale di tanti, in una società in cui l'indifferenza è, spesso, il problema generale e inquietante?”

Ma aveva ragione Harold Whitman quando affermava: “Non chiedetevi di cosa ha bisogno il mondo; chiedetevi cosa vi rende vivi?” Se troviamo questa risposta siamo sulla buona strada, perché il mondo ha bisogno di persone vive.

Auguri di tutto cuore.

Carlo Moretti




anagrafe della comunità

Chiamati alla fede (battesimi)

battesimo borno
Mavie Leonesi
di Fabrizio e Valentina Bonariva
Borno 10-8-2008

battesimo borno
Asia Leo
di Luca e Morena Prestinari
Borno 22-8-2008

battesimo borno
Francesco Fedrighi
di Dario e Elena Rivadossi
Borno 31-8-2008

battesimo borno
Simona Balsini
di Michele e Oliva Maffi
Artogne 14-9-2008

battesimo borno
Martina Rivadossi
di Giuseppe e Sara Cerchi
Borno 26-10-2008

battesimo borno
Lorenzo Zerla
di Ivan e Ornella Marella
Borno 9-11-2008

battesimo borno
Denis Avanzini
di Marco e Sonia Belotti
Borno 7-12-2008

battesimo borno
Alice Zerla
di Davide e Geida Chiarolini
Borno 7-12-2008

battesimo borno
Maverick Miorini
di Marco e Danila Fassoli
Borno 7-12-2008

battesimo borno
Maksim Boninchi
di Valerio e Emanuela Botticchio
Borno 8-12-2008




anagrafe della comunità

Chiamati all'amore sponsale (matrimoni)

matrimonio Borno
Emilia Gheza e Vittorio Baisotti
Borno 6-9-2008

matrimonio Borno
Marta Baisotti e Alessandro Arici
Borno 27-9-2008

matrimonio Borno
Elena Daniela Andreoli e Mirko Mariolini
Borno 20-9-2008

matrimonio Borno
Roberta Gheza e Marco Maffi
Borno 4-10-2008

matrimonio Borno
Floricica Lupu e Giuseppe Raffaldini
Borno 25-10-2008




anagrafe della comunità

Chiamati alla vita eterna

defunto Borno
Bortolina Valbusa
n. 11-1-1930 m. 30-7-2008

defunto Borno
Mimma Venturelli
n. 10-6-1926 m.20-8-2008

defunto Borno
Giuseppe Franzoni
n. 22-1-1929 m. 30-8-2008

defunto Borno
Giovanni Baisotti
n. 25-12-1931 m. 30-8-2008

defunto Borno
Lina Rivadossi
n. 4-5-1926 m. 17-9-2008

defunto Borno
Loretta Fornari
n. 6-2-1960 m. 24-9-2008

defunto Borno
Giambattista Magri
n. 27-5-1974 n. 5-10-2008

defunto Borno
Pietro Arici
24-9-1939 m.30-10-2008

defunto Borno
Maffeo Rivadossi
n. 6-11-1932 m. 3-11-2008

defunto Borno
Paolo Sarna
n. 26-8-1948 m. 10-11-2008


Cüntómela
Natale 2023

machina del triduo
"Machina" del Triduo dei Defunti

Frugando nel Sacco
Frugando nel Sacco

casa delle suoreCasa vacanze a Borno

casa sant`anna a palineCasa vacanze a Paline

casa vacanze a lozioCasa vacanze a Villa di Lozio

Chiesa  di s. Antonio Borno
Chiesa di s. Antonio


Contatti

Dove siamo

Archivio

×