Parrocchia san Giovanni Battista - Borno

Archivio Cüntómela

Pasqua 2022


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S O M M A R I O




Parola del parroco

Carissimi,

manca una manciata di giorni alla Settimana Santa, ma la mia mente e il mio cuore continuano instancabilmente ad andare al mattino di Pasqua, posandosi sulle donne che si recano al sepolcro di Gesù. Le vedo, sono preoccupate, si domandano come potranno spostare quella grossa pietra posta a sigillo di quella tomba.

La mente e il cuore si spostano – giocoforza – al nostro tempo, alle tante, pesantissime, grosse pietre che non so, non sappiamo come spostare…

donne pasqua
Pie donne al sepolcro - Francesco Albani,1604-1605

La pandemia ci ha tenuto lontani per più di due anni e ancora, nonostante i miglioramenti, non è scomparsa.

La guerra sembrava appartenere oramai solo ai libri di storia, a un passato da studiare o da guardare con occhio distaccato perché piaga di paesi poveri e lontani, così distanti dal “nostro mondo” ricco e pacioso. E invece è entrata prepotentemente, rovinosamente, drammaticamente nella nostra Europa. In un mondo che si fa sempre più piccolo per fagocitare il maggior numero possibile di risorse, di mercati, di opportunità, per far vedere chi è il più forte, alcuni “grandi” della terra pensano ancora di far valere le proprie bieche, opportunistiche ragioni con le armi e la violenza, provocando distruzione e morte.

Alcuni fatti di cronaca nera, di quelli che di solito leggi sui giornali e ti immagini appartenere a gente semplice, priva di cultura o di formazione, toccano il nostro territorio, coinvolgendo persone considerate “per bene” che invece compiono contro le donne delitti efferati, inimmaginabili, buoni per la trame di un film horror.

Così la mente e il cuore tornano alle donne del mattino di Pasqua, mentre anch’io come loro mi domando: come possiamo, con le nostre sole forze, far rotolare via queste grosse pietre? E lì, guardando a loro, trovo la risposta. A loro che non si chiudono nelle loro case impaurite ed inermi, e nemmeno moltiplicano polemiche scagliandosi contro questo o quello, lavandosene le mani. Ma lontano dalle folle, al mattino presto, vanno al sepolcro: vogliono compiere un gesto tanto semplice quanto carico di amore, un gesto che non ha la pretesa di cambiare le cose e nemmeno di fare notizia. Un gesto di quelli che partono dal cuore: desiderano onorare il corpo del maestro e Signore che hanno seguito e visto morire in croce.

Il mio cuore e la mia mente di nuovo tornano ai nostri giorni, alla quotidianità di uomini e donne che continuano ad amare e a prendersi cura degli altri, nella consapevolezza che non cambieranno radicalmente le cose; tuttavia, con la preghiera, con i loro gesti semplici non si stancano di seminare il bene.

Le donne del mattino di Pasqua trovano la pietra del sepolcro già spostata e accolgono l’Annuncio di Salvezza di cui sono costituite testimoni. Loro, le donne, ritenute nella società del tempo poco affidabili e facilmente suggestionabili, Dio le sceglie per diventare testimoni di un evento potente capace non solo di rimuovere una grossa pietra ma di salvare l’umanità intera dal male e dalla morte donando, risorgendo, vita vera!

Beati noi, se saremo come le donne del mattino di Pasqua! Se smetteremo di fare polemiche, di lanciare accuse, di scagliarci contro, di cercare con bramosia fatti raccapriccianti solo per avere il primato della notizia!

Beati noi, se saremo come le donne del mattino di Pasqua! Capaci come loro di gesti semplici, facendo ognuno la nostra parte, ciascuno secondo le proprie possibilità, ma con amore e fiducia in Dio. Certo, la croce non verrà cancellata ma diventerà gloriosa e portatrice di costruttiva speranza!

“Non abbiate paura.
Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”

Questo eterno grido accorato di san Giovanni Paolo II, proclamato nel suo discorso di inizio pontificato, risuoni in tutti i vostri cuori come augurio vivo di una santa Pasqua del vostro

Vostro don Paolo




PER RIFLETTERE

Ritroviamo la strada che porta alla chiesa

chiesa borno

Da oltre due anni stiamo vivendo tempi duri e dolorosi, ultimamente aggravati dalla tragedia della guerra in Ucraina, nel cuore dell’Europa, con i drammi, i fiumi di sangue e di lacrime, i profughi che devono abbandonare la loro casa e la loro patria. Si tratta di una gravissima e deprecabile invasione di una Nazione libera e sovrana, nella quale con la violenza delle armi sono stati calpestati i diritti e la sovranità. È un’ingiusta aggressione.

Non è stata ancora superata la pandemia del Covid, che con le sue varianti ha messo in ginocchio il mondo intero ed ha flagellato anche Borno fin dall’inizio, due anni fa, e poi nell’ondata degli scorsi mesi. Complessivamente sono più di 500 i Bornesi che sono stati contagiati, cioè il 21% della popolazione. A Ossimo i colpiti dal Covid sono stati 261 ed a Lozio sono stati 91.

Per evitare il contagio del piccolo ma terribile virus venuto dalla Cina, siamo stati costretti a vivere isolati ed abbiamo sperimentato le pene della solitudine, con la sua deprimente influenza sul nostro stato d’animo.

Tra gli inconvenienti di cui abbiamo sofferto non è di poca importanza quello di non aver potuto, a causa della pandemia, frequentare la chiesa come era nelle nostre abitudini e questo può aver portato a trascurare i valori dello spirito.

La Pasqua, che ora ritorna a parlarci di risurrezione e di rinnovamento, ci richiama a gran voce a ritrovare la strada che porta alla chiesa.

La partecipazione alla Messa domenicale è un tesoro che non dobbiamo rassegnarci a perdere, perché senza di essa viene a mancare il respiro della vita cristiana.

La Messa domenicale è un tema capitale della fede cristiana, perché senza vivere la domenica non si alimenta la fede e non si vive la realtà comunitaria della Chiesa.

Se manchiamo alla Messa domenicale gradualmente viene a mancarci Cristo stesso. È infatti nella Messa che incontriamo Cristo vivo e presente nel mistero del suo Corpo e del suo Sangue per noi donato; viene a mancarci la Parola di Dio che nutre di verità e di significato il nostro vivere quotidiano; viene a mancarci il rapporto con la comunità cristiana, per cui senza Messa siamo sempre più soli e isolati in un mondo secolarizzato, che tende ad ignorare Dio; viene a mancarci la luce e la forza della nostra fede.

I 48 Martiri di Abitene, cittadina vicina a Cartagine, quando nel 303 furono interrogati e poi condannati dal giudice per avere assistito alla Messa della domenica, risposero: “Noi cristiani non possiamo vivere senza la domenica con la Messa”.

La realtà della domenica va riscoperta e accolta in tutta la sua ricchezza come giorno del Signore e della gioia dei cristiani. L’identità religiosa di questo giorno va salvaguardata e vissuta. È di capitale importanza convincersi di non poter vivere la propria fede senza prendere regolarmente parte all’assemblea eucaristica domenicale. È condizione insostituibile per poter vivere bene la spiritualità cristiana.

La fedeltà all’Eucaristia domenicale dà alla vita un dinamismo cristiano che porta a guardare al cielo, senza dimenticare la terra, ed a vivere le vicende quotidiane nella prospettiva del cielo.

Per una vita serena anche nelle difficoltà è poi quanto mai importate sentirsi in pace con Dio. A tale riguardo non dobbiamo dimenticare che Dio è un Padre che ci aspetta per donarci il suo perdono. La confessione, o Sacramento del perdono, è l’incontro col Padre che perdona e che gioisce nel perdonare. Dio non abbandona nessuno, ma dà a tutti la possibilità di un nuovo inizio; ci apre una strada nuova per andare avanti.

Come dice Papa Francesco, Dio non si stanca mai di perdonarci. Dio non concentra il suo sguardo sui nostri sbagli, ma ci guarda come figli che sbagliano. La misericordia di Dio è senza confini, ma Dio rispetta la nostra libertà. L’amore di Dio che perdona si ferma alla porta di ogni cuore umano e attende due atti liberi da parte dell’uomo e della donna: il riconoscimento e il pentimento del male compiuto e la volontà, cioè il proposito, di camminare sulla via del bene e dell’amore solidale.

Il perdono di Dio ci dona gioia e pace, e ci dà la possibilità di ricominciare una vita buona.

Il suono delle campane di Pasqua ci aiuti a ritrovare la strada che porta alla chiesa.

Card. Giovanni Battista Re




PER RIFLETTERE

La Croce: via alla luce della Pasqua

Stiamo vivendo il tempo di Quaresima, siamo ormai in vista della Pasqua, festa della Vita nuova, della Resurrezione. Il Sole della Pasqua sorge però dietro una Croce, a ricordarci che la Croce di Gesù è necessaria per raggiungere la vita nuova. Scrivo queste poche note proprio nella seconda domenica di Quaresima, quando il Vangelo ci presenta la Trasfigurazione di Gesù sul monte.

Gesù dona coraggio agli Apostoli che non hanno capito la sua prima profezia della Passione. Gesù fa comprendere che solo attraverso la Croce possiamo giungere alla vita nuova della Pasqua. Il Venerdì Santo senza la prospettiva della Pasqua è tremendo, è il buio assoluto, è il dominio della sofferenza senza risposta. La Pasqua senza il Venerdì Santo sarebbe una recita con gli attori che, finita la commedia, si tolgono il trucco e i costumi tornando alla vita normale. La Croce, dice Gesù, è il passaggio obbligato per la vita.

croce

C’era a Borno, alcuni anni fa, un giovane bravo, impegnato nelle attività dell’Oratorio, catechista, animatore dei ragazzi. Parlava spesso con il Curato e gli diceva: “don, mi piace essere cristiano, leggo volentieri il Vangelo, cerco di dare la mia testimonianza ma faccio una difficoltà enorme a capire la Croce: come sia necessaria la Croce per essere discepoli di Gesù”. Una notte fece un sogno. Sognò di essere ai piedi di un’alta montagna e vide un cartello con scritto: strada per il Paradiso. Si avviò deciso, ma un tale gli disse: “Dove vai?”. “Voglio prendere la strada per il Paradiso”, disse il giovane, “A Borno ho fatto delle belle passeggiate in montagna, quindi mi sento pronto per salire”.
“Bene”, dice quello, “ma devi fare il viaggio portando la Croce”. Il giovane si volta e vede tante croci, tutte uguali. Ne sceglie una e inizia la salita. Il sentiero è stretto e tortuoso. La croce piuttosto lunga e pesante non è agevole da portare. Davanti a lui cammina una nonna, adagio, dice le preghiere mentre con fatica sale. Il giovane è stanco, soprattutto gli pesa quella Croce così lunga… A un tratto scorge appoggiata alla parete una sega da falegname. Si ferma in un angolo, taglia un bel metro della Croce e poi riprende il cammino. Ed è tutto più facile con la Croce più corta, quasi corre, supera anche la nonna, la saluta e via di corsa giunge in breve alla meta. Lì vede una grande pianura e tanta gente che fa festa allegramente, ma si accorge che un fossato largo e profondo ne impedisce il passaggio. Allora si siede e aspetta. E giunge la nonna, si avvicina, prende la sua croce, la appoggia alle estremità del fossato e lo attraversa facilmente, poi la croce precipita giù. “Hai capito il trucco”, dice tra sé il giovane, “la croce serve per passare di là”. Prende allora la sua croce e fa per appoggiarla… ma precipita nel fossato perché troppo corta! Allora il giovane capisce che è stato un errore fermarsi a tagliare la croce! Sconsolato si siede di nuovo e un tale gli chiede cosa gli è successo. Il giovane spiega e chiede cosa debba fare. “È semplice”, dice quel tale, “torni giù, prendi un’altra croce e poi rifai il cammino… ma senza tagliarla!” Il giovane lo ringrazia, torna giù prende un’altra croce e poi risale e… si sveglia dal sogno! E finalmente capisce il messaggio di Gesù: la Croce è necessaria per passare alla vita e alla gioia e occorre tenerla intera, altrimenti…

“Per Crucem ad Lucem” recita un detto latino. Attraverso la Croce si giunge alla Luce! Sì, portare la Croce come veri discepoli per giungere alla Luce della Pasqua.

Vi auguro buon cammino e tanta luce.

Tanti auguri di Buona Pasqua!

Don Raffaele




PER RIFLETTERE... IN SINODO

Sinodo: una Chiesa sempre in cammino

logo sinodo

A cura della redazione - Se cerchiamo in rete la parola sinodo le prime indicazioni che possiamo trovare riportano il significato di adunanza, assemblea, convegno. In particolare nell’ambito cristiano (non solo cattolico) per sinodo si intende il radunarsi di persone (soprattutto preti) con il vescovo diocesano, o dei vescovi con il Papa per discutere, discernere e cercare nuove strade per vivere il Vangelo nella realtà e nelle sfide che la vita, personale e comunitaria, ci pone davanti.
Ma se spulciamo più a fondo scopriamo che l’etimologia della parola rimanda ad un’immagine dalle forti risonanze bibliche, richiama il camminare insieme come fecero gli ebrei usciti dall’Egitto e poi i primi apostoli e discepoli che andarono dietro a Gesù. “Il tuo popolo in cammino” cantiamo a volte durante la Messa e, forse, l’esperienza cristiana in gran parte è proprio questo: un andare avanti, camminare ognuno come può, ma sempre insieme, adeguando magari il passo con chi fa più fatica, con chi ha bisogno dell’aiuto di un bastone o di essere sospinto da altri come è illustrato nello stesso logo del sinodo aperto da Papa Francesco il 10 ottobre 2021 e che dovrebbe concludersi nel 2023.
Ogni sinodo di solito affronta un tema, un argomento, un problema attuale che emerge dalla società. Con un gioco di parole, questo potrebbe essere definito un sinodo sul sinodo, su come essere e diventare sempre più una chiesa, una comunità in cammino.
È da più di cinquant’anni, dal Concilio Vaticano II, che sentiamo e continuiamo a ripetere che la Chiesa Cattolica non può più essere presentata e proporsi come una rigida struttura gerarchica e piramidale in cui vescovi e preti comandano, e gli altri battezzati possono essere al massimo ubbidienti esecutori. È da decenni che, a parole, affermiamo che la Chiesa è e dev’essere considerata una comunione d’amore in cui tutti, pur con ruoli diversi, siamo chiamati a credere, celebrare e vivere concretamente questo amore che Dio ha riversato nei nostri cuori, portando, per dirla con le parole di Paolo, i pesi gli uni degli altri, sentendoci responsabili gli uni degli altri e appunto camminando insieme.
Ora, sembra dirci Papa Francesco, è venuto il momento di fare sul serio, di abbandonare un certo clericalismo, un certo tradizionalismo del “si è sempre fatto così”, non per tirare fuori dal cappello nuove formule o un nuovo assetto sociale, ma, come possiamo leggere sul sito del sinodo, per “far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani”.
Sempre sullo stesso sito possiamo leggere che il sinodo dovrebbe svolgersi in tre fasi: la prima dell’incontro e dell’ascolto nelle singole diocesi, la seconda del discernimento a livello continentale per poi concludersi nella fase universale con un confronto e un mandato missionario, che, secondo alcuni, non potrà che essere l'impegno di sentirsi sempre... in cammino.
Non sapiamo se tutte queste belle e suggestive prospettive, alla fine, si risolveranno ancora una volta con l’uscita di qualche documento ufficiale e alcune polemiche proposte da giornali e televisioni su temi caldi, sui soliti spunti che possono destare un certo clamore.

Ma visto che stiamo già vivendo la prima fase e che incontro e ascolto sono esperienze ricche e indispensabili per camminare insieme, abbiamo provato a rivolgere le seguenti domande a delle persone delle nostre comunità:
- Quando hai vissuto un’esperienza bella, buona, accogliente e ospitale di Chiesa? Quali esperienze di incontro con Dio sono state belle e decisive per la tua vita?
- Quali cambiamenti la Chiesa e quindi i cristiani dovrebbe fare per rendere vivibile il Vangelo e camminare di più insieme agli uomini e alle donne del nostro tempo?

Ecco le risposte che abbiamo ascoltato e raccolto da due giovani.

* * *

Ricordo sempre con piacere gli anni di Grest, vissuti prima da bambina e poi da animatrice. La vicinanza, la collaborazione, l’amicizia erano i doni più preziosi che questa esperienza trasmetteva a noi giovani. I vari momenti della giornata, scanditi dalle preghiere, permettevano a tutti noi di vivere un’esperienza di incontro con Dio che fosse significativa e giocosa, sicuramente più accattivante rispetto alla Messa della domenica, che spesso era vista come un obbligo.
Ora, l’incontro con Dio deve conciliarsi agli impegni della vita adulta: il lavoro, lo studio e le altre incombenze. Dopo tutto ciò, spesso l’idea di dedicare del tempo a Dio passa in secondo piano. Penso che, a volte, a mancare sia una motivazione forte alla Fede. E tuttavia, al contempo, penso che essa non possa essere suscitata dall’influenza esterna. Essa deve nascere dentro ognuno di noi, e può variare nel corso della vita.
Dal canto suo la Chiesa può promuovere il proprio Credo cercando di accogliere i problemi della gente, dando sostegno nei momenti di difficoltà o malattia ad esempio. Nel far ciò però, secondo me, deve ricordare che si entra nella vita dell’altro in punta di piedi, con atteggiamento acritico.

* * *

Una delle esperienze più coinvolgenti della Chiesa è stata la possibilità di vivere un pellegrinaggio a piedi. Il viaggio è stato un percorso metaforico, un cambiamento interiore legato all’identità personale e all’accrescimento di una nuova coscienza e conoscenza; ha costituito un transito attraverso il quale come viaggiatore mi sono sentita spogliata, logorata e generata. Nell’esperienza del cammino l’incontro con l’altro e con i propri limiti è stata l’occasione per incontrare Dio, ma allo stesso tempo per affidare a Lui grandi scelte e complicate preoccupazioni. Ho avuto modo d’incontrare Dio nel vento tra i capelli, nel bisogno di essere ascoltata e dunque poi accolta da qualche amico sacerdote o compagno di viaggio. Nel sentirLo lontano nei miei pensieri invadenti e a volte complicati, Dio si faceva presente nelle risate, nel silenzio della notte o nel cielo stellato, ma anche nelle provocazioni della lettura e nell’ascolto degli altri. Decisivo per me è stato dunque l’essere in viaggio insieme e mediante la Chiesa. Grazie a questi viaggi è stato bello poter sperimentare Dio negli altri, in altro da me.
Parlare di Vangelo oggi significa fare i conti anzitutto con se stessi. Chi per primo si fa portavoce della Paola di Dio, senza averla usata come strumento di lettura per il proprio agito, compie uno dei grandi errori della Chiesa: il giudicare. A tal proposito credo che uno dei cambiamenti per rendere vivibile il Vangelo e camminare insieme all’umanità di oggi, sia la necessità di sospendere il giudizio, che non significa mancanza di valori o principi saldi a cui si crede, ma imparare ad accogliere, perdonare, ascoltare l’altro con il suo vissuto, senza sentire per forza la necessità di ribattere. Allo stesso tempo credo sia necessario provare – attraverso azioni, messaggi, pensieri – a cambiare la narrazione sulla Chiesa, spesso infangata da chi pur dovendola rappresentare (ndr. non mi riferisco solo ai preti, dato che la chiesa è formata da ogni uomo di buona volontà), l’ha tradita. Infine credo che sia necessario aprirsi al dialogo con tutti coloro che, seppur avendo appartenenze religiose diverse, vogliono contribuire a un mondo più umano. Credo che i cristiani dovrebbero davvero imparare a vivere da “Fratelli tutti”.


Per continuare in questo ascoltarci, ci piacerebbe raccogliere e condividere sulle pagine di Cüntòmela altre testimonianze su opinioni, problemi ed esperienze riguardanti la fede cristiana. Potete inviarli a pardiborno@gmail.com o consegnare i vostri scritti presso le canoniche delle nostre parrocchie.




LA VOCE DEL CONVENTO

Da piazza san Pietro, da Fatima e anche dall’Annunciata!

santuario annunciata

Stiamo vivendo questo tempo quaresimale segnato dai rumori di guerra, che ci hanno bruscamente risvegliati e che non giungono da lontano, nella vicina Ucraina. Nella confusione mediatica su questo nuovo conflitto, una evidenza è, purtroppo, rappresentata dalle distruzioni e dalle morti di tante vittime inermi e innocenti.

Nel dramma che si consuma, siamo invitati a rivolgerci alla Parola di Dio che illumina il cammino e ci permette di riconoscere nelle pieghe della storia, spesso indecifrabili, la presenza del Risorto che opera e accompagna.

Qui in convento più che domandarci “perché tanta sofferenza?”, abbiamo preferito chiederci “cosa posiamo fare da cristiani?”. Il 25 marzo, solennità dell’Annunciazione, don Raffaele, ha celebrato alle 16 la Santa Messa proclamando in Santuario la consacrazione di Papa Francesco al Cuore Immacolato di Maria per l’Ucraina e la Russia.

Da piazza san Pietro, da Fatima e anche dall’Annunciata saliva al cielo la stessa preghiera! Guardando don Raffaele sul presbiterio, tra la statua del Beato Innocenzo e la statua della Madonna di Fatima, il primo pensiero è stato di speranza, perché l’amore del Risorto per noi è più grande dei nostri limiti o peccati.

La decisione di Papa Francesco è dentro una tradizione di vicinanza di Maria a noi bisognosi di conversione.

Il 13 maggio del 1917 (lo stesso anno della rivoluzione bolscevica in Russia) tre pastorelli, Lucia, Francesco e Giacinta, raccontarono che, mentre erano al pascolo, apparve loro una Signora vestita di bianco su un leccio che, poi, apparve il 13 di ogni mese fino a ottobre.

Nel maggio 1930 suor Lucia Dos Santos riferì che Dio aveva promesso di porre fine alla persecuzione in Russia, allora divenuta Unione Sovietica, se il Papa la avesse consacrata ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, e che la Vergine aveva annunciato che qualora non fosse stata accolta tale richiesta, la Russia avrebbe diffuso «i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa».

Ci sono stati vari atti di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria:

Come in una famiglia ci si rivolge alla Madre chiedendo perdono: «Abbiamo smarrito la via della pace. Abbiamo dimenticato la lezione delle tragedie del secolo scorso, il sacrificio di milioni di caduti nelle guerre mondiali. Abbiamo disatteso gli impegni presi come Comunità delle Nazioni e stiamo tradendo i sogni di pace dei popoli e le speranze dei giovani». E proprio come figli «bussiamo alla porta del tuo Cuore noi, i tuoi cari figli che in ogni tempo non ti stanchi di visitare e invitare alla conversione. In quest’ora buia vieni a soccorrerci e consolarci. [...] Confidiamo che ancora, per mezzo del tuo Cuore, la pace verrà. A te dunque consacriamo l’avvenire dell’intera famiglia umana, le necessità e le attese dei popoli, le angosce e le speranze del mondo».

Fra Giuseppe




L'ABC DELLA FEDE

La PAGINA DEL SALMO
...io ti dirò: «Sopra te scenda la pace»

Nell'ABC della fede abbiamo pensato di inserire una pagina dedicata ai Salmi. Il termine salmo, nella Bibbia, indica un canto religioso accompagnato da strumenti musicali. Il popolo d'Israele era famoso per il suo amore per il canto. Non sorprende quindi che esprimesse la sua fede e la sua devozione cantando. Il libro dei Salmi era destinato all'uso liturgico durante le celebrazioni come complemento alla lettura della Legge e dei Profeti. Essi furono spesso pregati da Gesù e, soprattutto mediante la Liturgia delle Ore (Lodi e Vespri), sono entrati a far parte della preghiera cristiana.
In questo numero pasquale proponiamo il salmo 122 nella traduzione di D. Maria Turoldo e commentato dal biblista (e oggi cardinale) Gianfranco Ravasi. Traduzione, commento e invocazioni finali sono tratti da "Canti nuovi", un bel volume ristampato a ricordo dei trent’anni dalla morte dello stesso p. David Maria Turoldo, avvenuta il 6 febbraio 1992.

Salmo 122 (121) CANTO ALLA CITTÀ DELLA PACE

1 O l’allegria all’udire l’annuncio:
«Andiamo, andiamo alla casa di Dio».
2 Già fermi i piedi sostiamo davanti
alle tue porte, o Gerusalemme.
3 Gerusalemme è ben costruita,
pietra su pietra, a incastro, compatta:
4 là le tribù da ogni parte ascendono,
ogni tribù del Signore Dio:
tutte a irradiare il nome di Dio
come da sempre è legge a Israele.
5 Là il Giudizio ha posto il suo trono,
eretto il trono la casa di David!
6 Pace per sempre a Gerusalemme,
pace per tutti i suoi amanti,
7 pace riposi su tutte le mura,
prosperità ad ogni tuo palazzo.
8 Per i fratelli e tutti gli amici
io ti dirò: «Sopra te scenda la pace».
9 E per la casa del nostro Dio
io chiederò: «Venga a te ogni bene».

Ecco uno dei più celebri e più appassionati canti di Sion e delle ascensioni a Gerusalemme, messo in musica da Claudio Monteverdi nel suo Vespro della Beata Vergine (1610). Affidata nell’originale ebraico a un caldo impasto sonoro, questa lirica nella prima strofa (vv. 1-2) fonde due momenti cronologicamente distinti: il momento lontano in cui il pellegrino decise di partire per la città santa e l’istante presente in cui i piedi finalmente sono sulla terra di Sion, di fronte alle porte della città. Affascinato dallo splendore architettonico e spirituale di Gerusalemme, il poeta si lascia conquistare dalla voglia di celebrare la città del suo amore, sede della casa di Davide e dei tribunali d’appello, i «troni del giudizio» che rendono più giuste le tribù d'Israele (seconda strofa vv. 3-5). Il cantico si chiude, allora, con un'ultima strofa (vv. 6-9) che è un augurio «francescano» di «Pace e Bene» per la città amata. Come spesso avviene nei Salmi delle ascensioni, con questo augurio si ammicca all’assonanza tra la parola «Gerusalemme», interpretata popolarmente come «città della pace» e il vocabolo ebraico shalom, «pace», dai contorni messianici.

Dossologia
Concittadini e fratelli dei santi,
o familiari di Dio, cantate
alla città che discende dal cielo
come una sposa già pronta alle nozze.

Preghiera
Gesù, che hai detto quanto il Padre
ora cerchi adoratori in spirito e verità
e come tu per questo sei venuto
e ti sei fatto eterno pellegrino,
accompagna pure noi, liberi e gioiosi,
sulla strada verso il Regno,
vera patria dell’uomo e di Dio. Amen.




L'ABC DELLA FEDE

I sacramenti della fede
MATRIMONIO: un sacramento da riscoprire, oggi più che mai!

icona sposi

È risaputo ai più che oggi il matrimonio inteso come sacramento e solitamente denominato “matrimonio in chiesa”, viene recepito come qualcosa che destabilizza, una situazione di difficile comprensione e azione. Ormai sentire in un paese che due giovani si sposano in chiesa è veramente un evento più unico che raro, al contrario di tanti anni fa. I racconti di mia nonna sono molto limpidi: magari addirittura nella stessa funzione, i matrimoni venivano celebrati solamente in chiesa.
Si tratta di un sacramento che, insieme a quello dell’ordine sacro, è a servizio dell’opera ecclesiale, della Chiesa tutta.
A livello sociale presenta una valenza di regolazione tra due persone, rispetto alla dimensione culturale appartiene all’ordine delle relazioni, ma nel cristianesimo il matrimonio si apre a qualcosa di più straordinario, ricco e definitivo per l’esistenza di due persone che decidono di vivere insieme.
La complessità del tema è data dal contesto socioculturale nel quale ci troviamo, in cui si esalta una vita singolare e libera, senza vincoli dettati da altri, e viene proposto l’amore libero, la convivenza, il semplice volersi bene.

matrimonio

La testimonianza biblica
Il matrimonio è presente fin dall’antichità nell’orizzonte religioso di Israele. Nel primo libro dell’Antico Testamento, la Genesi, si ripetono elementi interessanti. Dio è il creatore dell’uomo e della donna tratta dal fianco dell’uomo, “maschio e femmina li creò” si legge. Questo è il piano originario da parte di Dio che benedice la sua creazione dando il comando della fecondità e della moltiplicazione. Per garantire l’unità Dio, comprendendo che la solitudine non è sempre feconda per l’uomo, crea un partner, la giusta metà, la donna che insieme all’uomo creano la giusta diversità.
Il Cantico dei Cantici è un libro sempre dell’Antico Testamento che canta l’unione originale tra l’uomo e donna in una eterna alleanza.
Nell’Israele antico il ruolo della donna era strettamente legato al marito, in un certo senso era di sua “proprietà”. La poligamia era prassi consueta al tempo dei Giudei, come anche era legittimo l’atto di ripudio e il divorzio.
Questo approccio è stato poi riletto e rielaborato nel Nuovo Testamento. Partendo dall’affermazione della Genesi “l’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”, in Matteo e Marco Gesù dichiara il matrimonio indissolubile e, attraverso l’annuncio del Regno di Dio, acquista un significato nuovo. Anche Paolo nella sua lettera ai Corinzi dichiara: “Agli sposi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito e il marito non ripudi la moglie”.
Pertanto il matrimonio come dato di fede è conforme al Regno, non può essere sciolto e si presenta come una via particolare di santificazione. Per Paolo, in sintesi, il matrimonio è un unione di alleanza, inscindibile e che rispecchia la relazione tra Cristo e la sua Chiesa, tra Dio e il suo popolo.

La testimonianza storica
I primi cristiani possedevano una visione del matrimonio molto ambigua: la sessualità era ritenuta perlopiù negativa rispetto alla verginità che era considerata la strada più piena per raggiungere il Regno dei cieli. Per Agostino la sessualità manifesta soprattutto la concupiscenza e il peccato dell’uomo. L’unione tra un uomo e donna è qualcosa di buono se ci sono tre beni: la prole, la fedeltà e il sacramento, simboli di unione con Cristo. La Chiesa comprenderà gradualmente l’importanza dei gesti e dei riti della celebrazione del sacramento.
Diversamente dall’occidente, in oriente è importante nel rito celebrato il ministro ordinato, attraverso una visone più ecclesiale e di comunità.
In contrasto con alcune scuole teologiche, i Papi dovettero intervenire per indicare alcuni punti saldi del sacramento del matrimonio. Si affermò che il sacramento è valido in virtù del consenso, ma può essere sciolto se non consumato: questo per tutelare sia il consenso che è la radice dell’indissolubilità sia l’unione carnale che vincola la Chiesa dal sciogliere il sigillo sacramentale.
Tommaso D’Aquino, proponendo una precisa grazia del sacramento, invita i coniugi a compiere i propri doveri, sia dal lato spirituale, sia dal lato materiale.

La testimonianza teologica
Possiamo chiederci: perché il matrimonio è un sacramento? Perché è un segno che è epifania della grazia e conferisce una grazia particolare. Il segno visibile si realizza proprio mediante il consenso che viene espresso verbalmente dai due futuri coniugi.v L’oggetto del consenso è il diritto di sé stessi che i coniugi si concedono. L’effetto immediato del sacramento è il vincolo, l’unione che lega i due, marito e moglie. L’effetto finale, il conferimento della grazia che porta ai beni del matrimonio: la prole, la fedeltà e il sacramento.
Il Concilio Vaticano II raccoglie nuovi e importanti spunti per una comprensione sacramentaria e antropologica del matrimonio, mettendo insieme alcuni elementi:
- Istituzione: è stato Dio nella creazione ad istituire il matrimonio.
- Materia: è l’intima comunione di vita e amore tra i coniugi.
- Forma: in ogni continente la forma del matrimonio è differente.
- Ministri: ogni sacramento possiede un ministro, nel caso del matrimonio sono gli stessi due sposi protagonisti e ministri del sacramento.

Partendo dal dato biologico, i due coniugi sono di sesso diverso, maschio e femmina, in una relazione di particolarità, differenza e reciprocità. Il temine persona è inteso come irripetibilità e alterità in una comunione di vita e unione di cui parla la costituzione pastorale Gaudium et Spes, del Concilio Vaticano II.
La teologia ha riflettuto sul tema del sacramento del matrimonio attraverso alcuni punti saldi in riferimento alla sessualità, elemento che possiede un carattere di ambivalenza, perché c’è una positività che trasforma la relazione sessuale come accoglienza dell’altro, e una più negativa che attiene ad una logica di possesso che può diventare anche espressione di violenza. Quest’ultima espressione accade quando nell’altro non c’è una comprensione di accoglienza, ma solo di soddisfazione per la ricerca di sé.
È nel battesimo che si fonda la sacramentalità del matrimonio: “mediante il battesimo, l'uomo e la donna sono definitivamente inseriti nella Nuova ed Eterna Alleanza, nell'Alleanza sponsale di Cristo con la Chiesa. Ed è in ragione di questo indistruttibile inserimento che l'intima comunità di vita e di amore coniugale fondata dal Creatore (cfr. «Gaudium et Spes», 48), viene elevata ed assunta nella carità sponsale del Cristo, sostenuta ed arricchita dalla sua forza redentrice.
In virtù della sacramentalità del loro matrimonio, gli sposi sono vincolati l'uno all'altra nella maniera più profondamente indissolubile. La loro reciproca appartenenza è la rappresentazione reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di Cristo con la Chiesa” (Esort. Ap. Familiaris Consortio, 1981, n. 13).
È in questa panoramica che il matrimonio come sacramento è comunità di vita, piccola Chiesa domestica e comunione santa di Dio come anticipo del Regno.

Per concludere

Il matrimonio cristiano si presenta come sacramento che conferisce una grazia particolare per vivere nella natura umana il disegno originario di Dio, cercando in Cristo la sua donazione piena che rende possibile la decisione di due battezzati di donarsi con la massima dedizione l’uno con l’altro. La grazia del sacramento insiste sull’atto di dedicarsi per una persona, sostenendo la libertà del battezzato.
Il consenso diventa elemento impiantante, punto di incontro tra la grazia di Cristo e la libertà dell’uomo. Uomo e Donna manifestano nel consenso il loro amore totale e consapevole dell’uno e dell’altro ed è guidato dallo Spirito di Dio. Il loro “sì” manifesta il consenso in Cristo per divenire una cosa sola in Lui e nella Chiesa suo corpo, perciò possiamo definirlo un atto triangolare.
I ministri del sacramento sono per noi occidentali gli sposi, partendo da una visione dal basso. In oriente, invece, tale visione viene dall’alto, ovvero Cristo è colui che suggella l’unione dei due. Gli sposi pertanto sono ministri del sacramento dinnanzi al ministro ordinato.
Siamo invitati in quanto cristiani a pregare per il matrimonio, per le giovani coppie che si stanno preparando a questo passo importante della vita, incoraggiando i giovani a compiere questo grande passo di amore, di accoglienza e di bellezza per tutta la vita.

Don Stefano

matrimonio

Preghiera

Aiuta gli sposi a vivere il loro amore
come Cristo ha amato la Chiesa,
nel dono di sé fino alla fine.
Rendici capaci di una continua
e sempre nuova accoglienza reciproca.
Fà che siano sempre uno,
e contagino a quanti incontreranno
l’amore che viene da te,
e che è rispetto, attenzione, solidarietà
e giustizia verso ogni persona umana.




L'ABC DELLA FEDE

BIBBIA: non stanchiamoci di leggerla

bibbia

Qualche giorno fa un amico mi dice: “Scrivi un articolo sulla tua esperienza di lettura della Parola (Bibbia)”. Mi piace come testimonianza, anche se mi crea qualche difficoltà perché io e l'italiano non siamo molto amici. Mi scuso sin da ora se nel leggere rimarrete scandalizzati dal mio italiano.

Ebbene, era il 1974 circa e non so come né il perché, ma incominciai a leggere la Bibbia. Io ho letto nella mia vita una decina di libri in tutto. Non avevo nessuna preparazione a riguardo, non avevo frequentato corsi biblici o roba del genere. La lessi come un qualunque libro dalla prima all'ultima parola, senza cercare di capire ciò che leggevo. Terminai di leggerla la prima volta che ero militare di leva: l'avevo portata con me e la sera in branda, prima di addormentarmi, ne leggevo un capitolo. Finito di leggerla, ricominciai dall'inizio fino alla fine e avanti così fino ad oggi.

Tornato a casa dal militare, dopo poco frequentai dei corsi biblici base all'Eremo di Bienno, uno sull'Antico e uno sul Nuovo Testamento: desideravo capire meglio questo libro. Niente altro perché scoprii a mie spese che ciò che dice il profeta Isaia al capitolo 55,10-11 è una grande verità:

«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi semina
e il pane a chi mangia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata».

Poco alla volta il Signore mi dava, attraverso la sua Parola, ciò che mi serviva per la mia vita. Scoprii che la Parola è di per sé efficace se ci si affida a Dio. Avere la presunzione di “capire”, non era e non è per me.

Così, anno dopo anno, il mio legame con la Sua Parola si faceva sempre più indispensabile e fecondo. Io sentivo il bisogno di conformarmi alla parola che lui mi dava di comprendere e lo ringrazio di questo perché davvero per me la Sua Parola è vita, è verace e io non ne posso fare a meno. Ho capito poco, ma so che devo continuare a leggerla, a nutrirmi di essa per avvicinarmi sempre di più a Lui ed amarlo. Il cammino è lungo e terminerà solo con l'incontro con Lui, faccia a faccia, ma la Sua Parola e la Sua Grazia non mi abbandoneranno in questa nostra (mia e sua) fatica.

Cosa posso consigliarvi se non di leggerla. Se qualche libro vi scandalizza non fermatevi, andate avanti e vi darà di capirne il perché. Se qualche libro vi annoierà a morte, offrite la vostra lettura come preghiera a Dio, ma continuate a leggere, non fermatevi e non saltate avanti. Vi garantisco io, ma soprattutto Lui, che la Sua Parola porterà frutti di serenità e pace nella vostra vita.

La Bibbia è di una ricchezza inimmaginabile, inesauribile, non delude mai. In questi nostri tempi in cui tante voci, tante parole scopriamo essere false, la Sua non lo è, non lo è mai stata, è quella da sempre e lo sarà sempre. Vi farà scoprire quanto sia grande il Suo amore verso ognuno di noi, e noi scopriremo che la nostra vita è molto simile a ciò che leggiamo nella Bibbia riguardo al comportamento di Israele verso Dio. E se dopo averla letta avrà suscitato in voi delle domande, dei dubbi, dei perché, non teneteli in voi, andate a chiedere a chi ritenete possa darvi dei chiarimenti, delle risposte in base alla sua esperienza di fede. Non fatevi una fede personale: confrontate, condivide il vostro cammino nella fede con i fratelli e le sorelle, ma vi supplico non ignoratela.

Un grande dono ci ha fatto Dio dopo il Concilio Vaticano II: la Bibbia è stata resa disponibile e tutti i credenti, prima non lo era. Vogliamo proprio lasciarla lì nello scaffale a fare la muffa? Vogliamo davvero vivere una fede per sentito dire?

Non è ora di svegliarci e smetterla di dare la colpa ad altri se noi non riusciamo?

Non ci sono più scuse, non ci sono più attenuanti, la colpa è solo nostra se non la leggiamo.

Fabrizio Damasi




L'ABC DELLA FEDE

La BIBBIA: i profeti minori (prima parte)

profeti

Con Profeti minori si intendono 12 libri profetici dell'Antico Testamento, che nel canone ebraico sono contati come un testo unico. Sono definiti “minori” in contrapposizione ai libri profetici “maggiori”, cioè Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele. La differenza tra i due gruppi è principalmente metrica, dato che i primi sono scritti più o meno brevi composti da pochi capitoli, a differenza dei secondi i cui libri sono di notevole entità. In questo articolo presenterò brevemente i primi quattro.

Il libro di Osea si colloca fra il 786 e il 724 a.C. circa, durante i regni di Uzzia, Iotam, Acaz ed Ezechia nel regno di Giuda (o regno del Sud) e Geroboamo II nel regno di Israele (o regno del Nord).
Il libro, suddiviso in 14 capitoli, presenta una struttura circolare, in quanto si susseguono sei annunci del giudizio di Dio, a ciascuno dei quali ne segue uno di grazia. Lo scopo della profezia di Osea era quello di chiamare Israele al pentimento, profetizzare sulla causa della deportazione a Babilonia, dovuta all'infedeltà del popolo, e predire la restaurazione.
Dio viene paragonato soprattutto ad un marito, ma anche ad un fidanzato e ad un padre. Egli ordina al profeta di prendere in moglie una prostituta e simboleggiare così la relazione fra Lui stesso ed il popolo di Israele, che adorava altri idoli ed era infedele al suo Dio. La “moglie Israele” aveva tradito sistematicamente Dio e si era ampiamente meritata il ripudio, ma Dio ne avrebbe avuto poi compassione e l'avrebbe corteggiata di nuovo come da fidanzato, legandola a sé «per l'eternità».
Dal libro di Osea impariamo che Dio continua ad amare incondizionatamente il suo popolo anche quando si svia, e desidera riportarlo a sé, anche se non se lo merita.

profeti

Il libro del profeta Gioele è molto breve, il testo ebraico lo suddivide in 4 capitoli. Sappiamo molto poco di questo profeta, tutto ciò che ci viene detto a suo riguardo si trova nel primo versetto del capitolo 1: «Parola del Signore, rivolta a Gioele, figlio di Petuèl». Sostanzialmente il libro si compone di due parti ben distinte: la prima è incentrata su un'invasione di cavallette e la seconda sulle benedizioni per Israele, dopo il ritorno dall'esilio babilonese, e sul giudizio sui suoi nemici circostanti. Gioele, di fronte ad una grande carestia provocata dall'invasione delle cavallette, non la considera un fatto naturale, ma un segno del giudizio di Dio. Dopo aver spronato il popolo al ravvedimento, che effettivamente poi avvenne, lo consola con l'annuncio di una nuova e grande benevolenza da parte del Signore.
Sulla scia delle benedizioni di Dio per il futuro prossimo, Gioele tratteggia le ulteriori benedizioni di Dio per un futuro lontano, nel quale il Signore promette di mandare il suo Spirito su ogni persona e concedere la salvezza a chiunque invochi il suo nome. L'elemento di maggiore continuità fra le varie sezioni dello scritto di Gioele è l'espressione “giorno del Signore” che si trova in ogni capitolo. Dio sopporta il male più di quanto noi possiamo comprendere, ma la sua pazienza non dura in eterno. Quando Gioele annuncia il “giorno del Signore” è come se dicesse che la pazienza di Dio è agli sgoccioli e sta per arrivare la sua ira. Il libro, però, non termina con il giudizio di Dio sul peccato del suo popolo, ma trasmette speranza con l'annuncio delle benedizioni per Israele, che sarebbe ritornato dall'esilio.

profeti

Dio chiamò Amos ad essere il suo portavoce nel regno di Israele, anche se non era un sacerdote, né un profeta “di professione” (7,14), ma un mandriano e un coltivatore. Dio dunque può affidare la sua parola a chiunque e, infatti, nella Bibbia vediamo che ha scelto per il suo servizio uomini e donne appartenenti a qualsiasi ceto sociale.
Amos era di Tecoa, una città situata a circa 16 km a sud di Gerusalemme e a circa 8 km da Betlemme. Il nome Amos vuol dire fardello o portatore di un peso e, in effetti, i suoi discorsi erano gravosi, scomodi: rimproverare al popolo il peccato, proclamare i castighi di Dio, sollecitare il cambiamento e il ravvedimento.
Amos delinea le condizioni sociali e religiose del popolo di Dio: oppressione, violenza e rapina descrivono il degrado di una società senza giustizia, dove viene praticata una religione vuota che non ha niente a che fare con Dio. Per tutto ciò, il giudizio si sarebbe abbattuto su di essi e un nemico avrebbe assalito improvvisamente il paese, deportando i prigionieri legati con degli uncini passati attraverso le labbra (pare che gli Assiri usassero questo terribile metodo).
Al capitolo 5 sembra che il popolo sia disposto a rivolgersi verso Dio indirizzando a lui i sacrifici invece che agli idoli: l’esortazione di Amos e di Dio però non riguarda le formalità religiose, ma è un richiamo a una vera riforma morale e spirituale.
Al capitolo 7 troviamo tre visioni di distruzione.
La prima è rappresentata dalle locuste, delle cavallette che divorano le piante, mentre la seconda è di un fuoco che divampa per le campagne. Amos intercede e il giudizio di Dio viene sospeso.
Nella terza visione il profeta vede un filo a piombo, uno strumento usato dai muratori per verificare la verticalità di una parete. Israele è come un muro inclinato che crollerà inevitabilmente. Due volte Dio ascolta l’intercessione di Amos, ma il mancato ravvedimento del popolo avrebbe poi dato corso alla giustizia divina.
Il capitolo 7 contiene anche una nota storica che vede Amos accusato da un sacerdote di congiura contro il regno, ma il coraggio del profeta prevale sulle accuse.
Il capitolo 8 descrive un’altra visione del profeta, un paniere di frutti maturi: il paese è maturo per la rovina, determinata dall’avidità, dal commercio disonesto e dalla spietata crudeltà esercitata verso i poveri.
L'ultima visione la troviamo al capitolo 9: un altare da demolire (che lascia intendere chiaramente che il tempo del giudizio sarebbe arrivato inesorabilmente), e un segno di ricostruzione futura. Alla fine del libro troviamo delle confortanti promesse. Le ultime parole di Amos parlano di una ricostruzione d’Israele, di un ritorno alla terra dopo l’esilio e di una gloria eterna (9,11-15). Il ritorno si concretizzò dopo 70 anni di esilio, la gloria eterna si riferisce ai tempi futuri e al ritorno di Cristo in Gerusalemme.

Il libro del profeta Abdia è l’unico composto di un solo capitolo, esattamente 21 versetti. Abdia ha qualcosa in comune con Giona e Naum, e cioè che tutti e tre questi profeti non si rivolgono a Israele o a Giuda, ma alle nazioni pagane intorno. La visione profetica di Abdia è riferita a Edom (che era il soprannome di Esaù, il quale vendette il diritto di primogenitura al suo gemello Giacobbe per un piatto di lenticchie, racconto che troviamo in Genesi 25,29-34).
Abdia denuncia l'orgoglio e l'inimicizia di Edom nei confronti dei discendenti di Giacobbe (ovvero Israele), affermando che ciò sarebbe stato la causa della sua caduta.

Luca Dalla Palma




ORATORI DELL'ALTOPIANO

Appuntamenti in immagini

ragazzi padrenostro
28 nov. 2021: Consegna del Padre Nostro - 3° anno del cammino di fede

ragazzi bibbia
5 dic. 2021: Consegna della Bibbia - 4° anno del cammino di fede

ragazzi cresimandi
19 dic. 2021: Presentazione cresimandi e comunicandi - 5° anno del cammino di fede<

ragazzi meeting
12 dic. 2021: Meeting chierichetti camuni - Darfo

6 feb. 2022: Giornata per la vita
6 feb. 2022: Giornata per la vita

ragazzi laboratorio
Laboratori in oratorio. Che bello passare del tempo insieme!

Esperienza quaresimale nelle famiglie

preghiera famiglia

Il tempo di Quaresima è per sua natura catecumenale, richiamando il battesimo e il cammino di conversione e di riscoperta di quest’ultimo. Anche in questa Quaresima abbiamo avuto l’opportunità di migliorarci e di migliorare il nostro rapporto con il Dio della vita e della misericordia, consegnandoci un impegno da mantenere nel percorso.
È bello essere insieme in questo cammino, non da soli, ma accompagnati da chi ci può aiutare e consigliare.
Nei venerdì di Quaresima abbiamo avuto l’opportunità di incontrarci in forma “digitale” con la diretta Facebook sulla pagina “parrocchiaborno” per pregare e condividere ogni settimana una parola buona dell’essere famiglia in continuo cammino di crescita e di riscoperta dell’amore.
In questi incontri molto semplici e fraterni le famiglie hanno aperto le loro porte, la loro quotidianità per testimoniare che tutti siamo figli e abbiamo bisogno di qualcuno che si prende cura di noi. È stato un momento bello anche da parte delle famiglie che ci hanno seguito con la preghiera e la condivisione.
È stato utile potersi incontrare anche se in lontananza, per permettere a tutti di seguire il più possibile, e arrivare ad ogni famiglia della nostro comunità, dando anche un pizzico di speranza in questi tempi difficili. Sicuramente sarà un’esperienza da ripetere e migliorare. Un ringraziamento sincero a tutte le famiglie che ci hanno ospitato.

Don Stefano




ORATORI DELL'ALTOPIANO

PROPOSTE PER L'ESTATE

proposte estive


DALLE COMUNITÀ

Rinnovo dei CONSIGLI PASTORALI
Elenco degli eletti

chiesa borno
Parrocchia SAN GIOVANNI BATTISTA Borno

• Avanzini Danilo
• Baisotti Annalisa
• Baisotti Susanna
• Belotti Luciano
• Bossetti Loretta
• Dalla Palma Luca
• Fanetti Anna
• Fedriga Anja
• Gheza Francesca
• Peci Franco
• Pennacchio Andrea
• Pennacchio Emilia
• Sanzogni Carlo
• Sciola Davide
• Tognali Gessica
Scelti dal parroco:
• Paradies Francesca
• Franzoni Enzo
• Bertelli Pierina
• Re Egle
Consiglio per gli affari economici:
• Avanzini Danilo
• Belotti Luciano
• Corbelli Paolo
• Franzoni Enzo
• Gheza Francesca
• Innamorato Luciana
• Pennacchio Emilia
• Rivadossi Giuseppe
• Rivadossi Fabio

chiesa ossimo inf.
Parrocchia Ss. COSMA E DAMIANO Ossimo Inferiore

• Atzeni Franca
• Crispiatico Liviana
• Franzoni Bortolo
• Franzoni Francesca
• Franzoni Franco
• Franzoni Martina
• Gasparini Margherita
• Innamorato Luciana
• Isonni Anselmo
• Isonni Giancarla
• Isonni Ilenia
• Sanzogni Manuela
• Zani Omar
• Zerla Ornella

chiesa ossimo sup.
Parrocchia Ss. GERVASIO E PROTASIO Ossimo Superiore

• Arici Valerio
• Avanzini Cesarina
• Casarotti Matteo
• Dattisi Barbara
• Gheza Sergio
• Maggiori Giulia
• Pennacchio Maura
• Ravelli Michele
• Saviori Sara

chiesa villa di lozio
Parrocchia Ss. PIETRO E PAOLO Villa di Lozio

• Archetti Rosi
• Avanzini Domenica
• Bonariva Giacomina
• Guassoldi Marinella
• Magri Valentino
• Massa Sergio
• Piccinelli Clara
• Sgrafetto Alessio
• Vielmi Franca
• Zani Damiana

chiesa Ss. NAZARO E CELSO Laveno di Lozio
Parrocchia Ss. NAZARO E CELSO Laveno di Lozio

• Canossi Angela
• Daldosso Mascia
• Furloni Gianfranco
• Gamba Delia
• Massa Marina
• Medici Pierino
• Medici Lino Giovanni
• Mora Alessia
• Piccinelli Clelia
• Piccinelli Caterina
• Toninelli Paolo




DALLE COMUNITÀ - Borno

CHIESA S. GIOVANNI BATTISTA 1972: ristrutturazione del presbiterio e del pavimento

chiesa borno 1972Consacrazione dell'altare

chiesa borno 1972Il corteo con i chierichetti

Dal Concilio Vaticano II: “L'ordinamento rituale della messa sia riveduto in modo che apparisca più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la partecipazione pia e attiva dei fedeli”.

Il 26 settembre del 1964 viene pubblicato il documento Istruzione Inter oecumenici sull'attuazione delle norme liturgiche, dove si trova un capitolo dedicato alla progettazione delle nuove chiese e degli altari proprio “per facilitare la partecipazione attiva dei fedeli”.

Partiamo da qui per condividere questo speciale genetliaco della nostra chiesa, visto che proprio a partire da quel momento la celebrazione eucaristica cambia radicalmente e con essa il nostro modo di vivere la messa. Siamo agli inizi degli anni ’70, a guidare la parrocchia da 9 anni è l’indimenticato don Giuseppe Verzelletti affiancato dall’altrettanto amato curato don Antonio Alessi.

A tracciare il filo conduttore di questo racconto, i vecchi numeri della Voce di Borno che ci hanno permesso di riscoprire i vari passaggi che hanno portato, il 9 ottobre del 1972 a dare inizio ai lavori che hanno riguardato, oltre al rifacimento del presbiterio e dell’altare della celebrazione, la posa di una nuova pavimentazione, la rifinitura dei banchi, gli interventi di sistemazione dell’impianto fonico e delle luci. L’inaugurazione con la consacrazione del nuovo altare si è tenuta il 24 dicembre dello stesso anno, con una funzione solenne presieduta dal vescovo ausiliare di Brescia Mons. Pietro Gazzoli.

«Le opere materiali! Un segno di vitalità che, pur non essendo il più importante nell’ambito dei discorsi della salvezza, conta molto per tutti: e giustamente se, vero come è vero che quanto acquista consistenza sul piano esterno è sempre il punto di arrivo di un precedente risultato.

Allora non c’è dubbio ad annoverarle fra le opere “che glorificano il Padre che sta nei cieli!”. Opere di una comunità che s’impegna perché è convinta; e opere del Parroco che suscita, incita e coordina.»

Bello questo pensiero tratto da uno degli articoli che abbiamo trovato sulla Voce di quegli anni: racchiude in sé tanto del senso profondo di cura che anima da sempre i parroci nel mettere mano ai beni affidati loro dalle comunità dove si trovano a vivere il loro ministero!

Pubblichiamo di seguito il ricordo di quei mesi e di quei momenti memorabili mediante alcuni documenti e fotografie che, ne siamo certi, faranno piacere ai giovani di allora e incuriosiranno quelli di oggi!

Emilia Pennacchio

chiesa borno 1972
La chiesa gremita

chiesa borno 1972
Inizio della celebrazione

chiesa borno 1972
Il vescovo ausiliare inaugura "la sede"

chiesa borno 1972
Il Sacro Crisma viene spalmato sulla mensa

chiesa borno 1972
Il vescovo ausiliare conclude il rito

Da "La Voce di Borno"

Da La Voce di Borno Da La Voce di Borno Da La Voce di Borno


DALLE COMUNITÀ - Borno

La chiesetta dei “Sufragì”

disciplini chiesa

Riordinando l’archivio della parrocchia sono stati trovati diversi documenti – alcuni molto antichi – che attestano a Borno la presenza molto attiva di diverse confraternite, fra le quali quella del SS Sacramento, della Dottrina Cristiana, del Santo Rosario e quella dei Disciplini del Suffragio (vedi articolo di O. Franzoni qui sotto).

Oggi sul nostro sagrato vi è ancora traccia della presenza di quest’ultimi nella piccola chiesa comunemente chiamata - appunto - chiesetta dei Sufragí.

La troviamo per esempio sulla facciata, esattamente sopra il portale, dove incisa nella pietra vi è la scritta Miserere defunctorum; poi all’ingresso dell’edificio, ai lati del portale, sono presenti due nicchie dotate di vani in legno dove i confratelli riponevano i loro accessori. Anche alcuni dipinti sulle pareti interne, rimandano al culto dei defunti. È noto, inoltre, che il Cristo morto di scuola fantoniana ora posto presso l’altare della Madonna nella chiesa parrocchiale, era originariamente collocato proprio nella chiesetta dei Sufragí (cifr. Arte in Vallecamonica).

La nostra è sempre stata una comunità contraddistinta da fede profonda, tante sono le tracce in manufatti, edifici sacri, arredi, dipinti che i nostri antenati ci hanno lasciato.

disciplini disciplini disciplini

Custodirli decorosamente è senz’altro il dovere di una comunità attenta che non rinnega le radici del proprio passato cristiano e che forse, in tal modo, può aiutare a contribuire ad un nuovo slancio della nostra fede.

La Disciplina di Borno

La scuola della “Disciplina de Burno” è la più antica tra le confraternite attive in loco. Già ricordata nel 1484, era graziata di un appropriato “tesoro delli indulgencie plenarie”, concesso “in bona forma” da Roma nel 1623. La sua fondazione trae ispirazione dal vasto movimento a carattere penitenziale dei flagellanti sorto nel Duecento nell’ambito della predicazione francescana. Gli aggregati perseguivano il perfezionamento spirituale mediante l’esperienza in comune della flagellazione, sia reale che rituale, attuata con l’uso della cosiddetta disciplina, una verga flessibile che diventava strumento per favorire l’autocontrollo e la mortificazione, allontanare la concupiscenza e le tentazioni. Tra le buone pratiche vi erano l’astensione dal ricorso all’usura, la partecipazione alla santa messa e alle funzioni, digiuni, preghiere per i confratelli defunti, elemosine e visite agli ammalati bisognosi.

Già agli inizi del Cinquecento la disciplina bornese era proprietaria di una congrua sostanza immobiliare risalente a lasciti via via effettuati dagli abitanti. Le entrate servivano per supportare il funzionamento della confraternita e il decoroso mantenimento dell’annesso oratorio (intitolato ai santi Pietro e Paolo), esistente nell’area del sagrato, che veniva utilizzato per le riunioni e gli esercizi dei confratelli, circa un centinaio di aderenti. Gli iscritti effettuavano la questua durante la stagione dei raccolti, facevano elemosine ai poveri e agli infermi, spendevano per i paramenti degli altari, compilavano ordinatamente i libri mastri del dare e dell’avere.

La regola era governata da un ministro, coadiuvato da un massaro e da altri “officialibus”. Indossando la tunica e la cappa (di colore bianco o grigio chiaro), i disciplini partecipavano alle pubbliche solennità, ai funerali e alle processioni, portando torce e stendardi.

Mediante l’adesione alla fraternita, l’adempimento di buone azioni, la coltivazione di pensieri di perfezione e la recita delle preghiere davanti alle immagini della Madonna e del Cristo in pietà i disciplini lucravano cospicue indulgenze, di norma quaranta giorni per ogni “opera virtuosa” compiuta. Con il finire del Seicento si chiuse il periodo d’oro delle Discipline, messe in ombra e poi soppiantate da nuove forme di organizzazione della devozione e del culto, innervate dalla pervasiva linfa della riforma tridentina.

Nel 1837, su progetto del perito agrimensore Bartolomeo Camozzi (Pian di Borno 1800-ivi 1873), la fabbriceria parrocchiale e la deputazione comunale effettuarono la demolizione della parete divisoria esistente tra l’oratorio dei santi Pietro e Paolo e la contigua cappella di sant’Antonio, al fine di ricavare un’unica aula “a maggior commodo del popolo e per altri usi necessari alla parrocchia, ed in particolare pel commodo d’un oratorio per la gioventù e per la confraternita del Santissimo Sacramento”.

Oliviero Franzoni




DALLE COMUNITÀ - Borno

TRIDUO DEI DEFUNTI
Borno 27–28 Febbraio – 1 marzo 2022

Con la celebrazione del Triduo dei defunti ci prepariamo ogni anno ad entrare nel tempo Quaresimale, cammino di conversione che ci porta alla Pasqua. Abbiamo pensato di riproporre la predicazione delle tre serate del Triduo di don Aldo Delaidelli che in modo molto chiaro traccia il senso del nostro umano cammino che si snoda tra il timore e la tristezza della caducità dell’esistenza e la certezza della luce della Risurrezione.

machina triduo

Prima serata - Perché celebriamo questo Triduo? Perché questo apparato che ogni anno viene posto davanti al nostro sguardo? Domande che richiedono risposte non scontate, ma che vadano in profondità, pena sprecare un’opportunità per dare o ridare senso al cammin di nostra vita.
Luigi Santucci nel romanzo “Il Mandragolo” pone sulla bocca dei defunti questa amara invettiva nei confronti di chi sta ancora in vita: “…una mezza giornata all’anno, ecco cosa ci dedicate; o il minuto di raccoglimento alle cerimonie ufficiali, durante le quali pensate ai fatti vostri. In realtà avete solo una pazza paura di noi, ci tenete a bada con le vostre messicine di suffragio, coi vostri pensierini prima del sonno, ci tenete in gabbia come bestie pericolose, lanciandoci noccioline da dietro le sbarre… Non avete letto i nostri testamenti: in quelli dei soldi, oh si ci frugate, ma anche il più squattrinato di noi ha fatto un testamento di cui vi infischiate. Ciascuno di noi vi lasciò il mandato di vivere in sua vece, di rallegrarvi invece di piagnucolare…”.
Noi questa sera non siamo qui a piagnucolare. Siamo qui nella prospettiva del grande San Paolo VI che troviamo nel suo “Pensiero alla morte”:
“Vedo che la considerazione prevalente si fa estremamente personale: io chi sono? Che cosa resta di me? Dove vado? E perciò estremamente morale: che cosa devo fare? Quali sono le mie responsabilità? E vedo anche che rispetto alla vita presente è vano avere speranze; rispetto ad essa si hanno dei doveri e delle aspettative funzionali e momentanee; le speranze sono per l’al di là. E vedo che questa suprema considerazione non può svolgersi in un monologo soggettivo, nel solito dramma umano che al crescere della luce fa crescere l’oscurità del destino umano; deve svolgersi a dialogo con la Realtà divina, da dove vengo e dove certamente vado; secondo la lucerna che Cristo ci pone in mano per il grande passaggio. Credo, o Signore”.
Il limite della morte è uno dei confini che l’uomo del terzo millennio non vuole accettare. Sembra impossibile che una società impostata sulla crescita delle risorse e della conoscenza possa trovare un ostacolo alla sua onnipotenza. Sembra quasi impossibile, ma se ci fermiamo un attimo a riflettere, tutto ciò in cui poniamo quotidianamente la nostra fiducia è destinato a cadere. La nostra società può essere messa in ginocchio da un black-out elettrico, o sconvolta nelle sue sicurezze da un guasto ad un reattore nucleare. Un virus può mandare in tilt i sistemi informatici. Un piccolo, invisibile virus, il Coronavirus, ci ha messo tutti sotto scacco e ha messo ko il nostro delirio di onnipotenza. E ciò che sta succedendo in Ucraina?
Anche noi siamo destinati a passare la scena di questo mondo. Abbiamo rimosso l’idea del limite alla nostra esistenza al punto che si crede che basti pagare e si può avere tutto!
Ma non tutto è governabile, controllabile o acquistabile. Ci sono situazioni che ci sono regalate, donate gratuitamente: il sole, l’aria che respiriamo, la vita. La vita è il dono più grande che abbiamo avuto. Lo esprime bene quella riflessione del campione di basket rimasto paralizzato:
“Chiesi a Dio la forza di conquistare…
e il Signore mi fece debole
perché imparassi umilmente a obbedire.
Chiesi di essere aiutato a fare le cose più grandi
ed il Signore mi fece ammalare
perché facessi cose migliori.
Chiesi ricchezze per poter essere felice
e il Signore mi diede povertà perché fossi saggio.
Chiesi di tutto per potermi godere la vita
ed ebbi la vita perché potessi godere di tutto.
Non ebbi nulla di quello che avevo chiesto,
ma ebbi tutto quello che avevo sperato.
A dispetto di me stesso
le mie preghiere furono esaudite.
Fra tutti gli uomini
sono il più largamente beneficato.”
E sempre San Paolo VI esclamava: “Questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente; un avvenimento degno d'essere cantato in gaudio, e in gloria: la vita, la vita dell'uomo!”
È indubbio che la morte delle persone care genera tristezza e pianto. È altrettanto indubbio che di fronte ad essa l’enigma dell’esistenza umana diventa sommo, ma il nostro atteggiamento, sorretto dalla fede, ci dice che la morte non è l’ultima parola sulla nostra esistenza. La morte per il cristiano è un parto: il parto per la vita, per la vita senza tramonto. Allora scopriamo che con la vita anche la morte fa parte dei doni che riceviamo.
Sembra paradossale, ma la morte ci apre ad una dimensione nuova. Con la morte usciremo da questo mondo per essere per sempre al cospetto di Dio. Lo esprime bene Giobbe: “Dopo che questa mia pelle sarà strappata via senza la mia carne vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso. I miei occhi lo contempleranno, non un altro”. (Gb 19, 26- 27)
Quel Dio che già oggi contempliamo nel creato, nel volto di ogni fratello e sorella specie dei poveri e dei soffrenti che incrociamo sul nostro cammino, che adoriamo nel pane eucaristico, che vediamo come in filigrana nell’amore degli sposi, che sperimentiamo in ogni gesto di amore, ebbene questo Dio lo “vedremo faccia, faccia come egli è” e noi “saremo resi simili a lui”.
Allora, con San Francesco possiamo cantare: “Laudato sii, o mi’ Signore, per sora nostra morte corporale dalla quale nullo omo vivente può scappare”.
Questi giorni del Triduo ci invitano anche ad aprirci a una visione ecclesiale che supera i confini dello spazio e del tempo. La Liturgia ci invita ad uscire dall’individualismo dei miei morti, della mia Messa. Ciascuno, mentre prega per parenti amici e conoscenti, è invitato ad aprire il cuore, a cogliere gli stessi sentimenti negli altri che piangono e pregano, a constatare che davvero “la morte è comune eredità di tutti gli uomini”.
Il Triduo diventa memoria di chi ci ha preceduto. “Non si può vivere senza la memoria dei morti: una civiltà che fa di tutto per cancellare le proprie radici, che cerca di rimuovere la presenza della morte, rischia la decadenza culturale” (Carlo Bo). È il fare memoria che ciò che siamo oggi nel benessere, nella felicità e nella gioia, nella cultura e nella civiltà, ma anche nelle difficoltà e nelle sofferenze che ancora ci opprimono, è frutto di chi ha lottato in questa vita prima di noi.
Ricordare chi è già passato all’altra sponda è perciò nutrire “la speranza che non delude”. È ricordaci che non siamo rimasti soli, ma che c’è una moltitudine di amici che seguono i nostri passi e ci stanno accanto. Don Giovanni Antonioli scriveva: “nessuno ci è vicino come i nostri morti. Essi ci conoscono, ci vogliono bene e sono sempre pronti ad aiutarci”.
Siano allora questi giorni di memoria, di preghiera, di meditazione, di comunione!

machina triduo

Seconda serata - DAL PROFONDO A TE GRIDO, O SIGNORE. (Salmo 129/30 cfr Lc 15, 11-24)
È uno dei salmi penitenziali più amati e fa parte dei cosiddetti canti delle ascese o Salmi graduali, quelli che i pellegrini cantavano quando dalla pianura di Gerico iniziavano la salita verso la città santa di Gerusalemme. In questo peccatore che grida e implora perdono è raffigurato tutto il popolo di Israele, un popolo infedele all’Alleanza. In esso il pellegrino trova uno stimolo e una sorgente di fede, di speranza o almeno di attesa. Israele utilizzava questo salmo di supplica nelle celebrazioni penitenziali comunitarie, in particolare nella festa dello Yom Kippur. Prima di rinnovare l’Alleanza gli israeliti offrivano sacrifici di espiazione per i peccati. È un grido di speranza del peccatore pentito verso Colui che è misericordia e perdono.
Lungo i secoli ha ispirato tante riscritture. Ne vediamo una usata dal pio israelita nella preghiera quotidiana.
“Che cosa possiamo dire per discolparci, o Dio? Che cosa possiamo confessare a te che regni nelle regioni eccelse e che sai bene i misteri e le cose svelate? Tu conosci le realtà arcane dell’universo E i pensieri più segreti dell’uomo! Tu conosci i veri sentimenti di ogni cuore. Tu sei giudice giusto, o mio Signore, Dio dei nostri padri! Degnati, o Signore, di accordarci il perdono da ogni colpa, errore e peccato!”
E in tempi moderni il poeta ecuadoregno Ernesto Cardenal nei suoi “salmi degli oppressi” lo riprende così:
“Dal profondo a te grido, Signore.
Grido di notte nella prigione
e nel campo di concentramento.
Nella casmera di tortura nell’ora delle tenebre
- L’ora dell’interrogatorio. -
Ascolta la mia voce, il mio S.O.S.
Se tu tenessi conto dei peccati, Signore,
chi si salverebbe?
Ma tu perdoni i peccati.
Non sei implacabile come loro
durante l’interrogatorio.
Io confido nel Signore
e non nei leaders e negli slogans.
Confido nel Signore e non nelle loro trasmissioni.
Aspetta l’anima mia il Signore
Più che le sentinelle l’aurora
Più di quanto sono lunghe in prigione
le ore notturne.
Mentre noi siamo prigionieri loro sono in festa.
Ma i Signore è la liberazione, la libertà di Israele”.
Un autore afferma che questo salmo nella sua semplicità e brevità “è il più bel grido di speranza uscito dal cuore dell’uomo, un canto alla misericordia e al perdono”.
Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.
Da quale profondo grida l’orante? È l’abisso della coscienza umana e della sua miseria. È il fangoso abisso del peccato in cui l’uomo sprofonda, il suo inferno, il terribile girone della morte in cui si dibatte, le tenebre di una notte senza alba. È l’abisso del figlio della parabola che, “Dopo avere speso tuttto…andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci”. Per un israelita essere costretto a mettersi al servizio di uno straniero e per di più a pascolare i porci era il massimo del degrado; più in basso di così un essere umano non poteva cadere.
Nel libro di Isaia leggiamo “Ecco, non è troppo corta la mano del Signore per salvare, né troppo duro il suo orecchio per udire. Ma le vostre iniquità hanno scavato un solco tra voi e Dio; i vostri peccati gli hanno fatto nascondere il suo volto per non darvi più ascolto”. Is 59, 1-2
Da questo abisso del male, dal riconoscimento della propria miseria sale a Dio la supplica, l’invocazione piena di speranza perché Dio risponde offrendo perdono e grazia. Al termine della supplica il grido lascerà posto alla contemplazione dell’amore di Dio che viene in soccorso del peccatore e lo salva. Non posiamo non fare riferimento alle parole di San Paolo nella Lettera ai Romani: “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore”. Rom 7, 24-25.
Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.
La radicalità peccatrice dell’uomo è formulata con una domanda retorica che non attende risposta. Dove trovare un uomo capace di sostenere il giudizio di Dio con la sicurezza di essere perfetto? Se il giusto pecca sette volte al giorno chi può osare tanto? La risposta viene da un altro salmo, il 143/42:
“Signore, ascolta la mia preghiera!
Per la tua fedeltà,
porgi l’orecchio alle mie suppliche
e per la tua giustizia rispondimi.
Non entrare in giudizio con il tuo servo:
davanti a te nessun vivente è giusto”.
L’autocoscienza del peccato non cade però nella disperazione perché è sempre apertura verso la salvezza e la liberazione.
La fonte unica di salvezza dal male radicato nell’uomo è solo in Dio, è la grazia che prescinde dai nostri meriti come pregava Mosè: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa' di noi la tua eredità”. Es 34, 9
L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.
Più che le sentinelle l’aurora,
Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
L’orante ora attende la parola liberatrice di Dio che ha accolto la sua supplica. Lo esprime con questa immagine delle sentinelle. Le sentinelle che il pellegrino scorge sulle mura della città santa attendono l’arrivo del giorno con trepidazione, ma anche con la calma sicurezza di chi è certo che il sole spunterà con il suo carico di luce e di speranza e sarà il segno festoso della liberazione degli incubi della notte e del duro servizio di vigilanza.
È l’attesa della parola di Dio. Il Signore giunge con la sua misericordia e la sua liberazione: “Coraggio, figlio, ti sono perdonati i tuoi peccati”.
Il Vangelo è pieno del perdono di Dio la cui attesa era già espressa in questo salmo. C’è una profonda sintonia tra il pensiero del salmista e quello del Signore Gesù: Dio non è quell’implacabile giustiziere che gli uomini si sono spesso immaginati. La grandezza di Dio è perdonare. L’onnipotenza di Dio è quella dell’amore. Quando dice “con te è il perdono” e "con il Signore è la misericordia” utilizza due espressioni per dire che il perdono e la misericordia fanno parte della natura stessa di Dio; sono i tratti distintivi dell’identikit del Dio d’Israele, del nostro Dio, il Padre el Signore nostro Gesù Cristo. E Gesù non ha cessato di ripeterlo continuamente specie nelle parabole della misericordia del cap. 15 di Luca: la pecora perduta e ritrovata, della moneta perduta e ritrovata, del figlio perduto e ritrovato; e ancora i racconti della peccatrice perdonata (Lc 7, 26-30), del paralitico perdonato (Lc 5, 17-26), del ladrone perdonato (Lc 23, 43).
Gesù non si è limitato a ripetere questo salmo: nella sua persona si è incarnato questo salmo; veramente Gesù è stato il grido, la speranza del peccatore, il riscatto del peccatore.
Quando Gesù cantava questo salmo, quando durante le celebrazioni penitenziali nella sinagoga o durante le di pellegrinaggio sentiva la folla gridare il suo pentimento "Dal profondo a te grido, o Signore…" si sentiva in comunione profonda con della nostra povera umanità peccatrice. E la vigilia della sua passione, durante la Cena, Gesù esplicitamente ha dato alla sua morte questo significato: "Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati".
Dobbiamo gridarlo al mondo: Dio è amore, Dio ama tutti gli uomini. "Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre….Misericordia è l’atto ultimo e supremo con cui Dio ci viene incontro… Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono. La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona…" (Misericordiae vultus 1,2,3)
Il grido dell’uomo peccatore non rimane senza risposta. Quando si trova in fondo all’abisso del peccato può credersi solo, abbandonato, condannato a una situazione disperata. Ma è appunto in fondo all’abisso che Gesù viene a cercarci. Da qualsiasi profondità lanciamo il nostro grido d’aiuto, il nostro SOS un’uscita esiste sulla verticale attraverso la croce di colui che ci ama
"Come una sentinella che attende l’aurora" così deve essere il credente, così deve essere ciascuno di noi.
In questo mondo addormentato e narcotizzato che pensa che non ci sia nulla da fare, il credente fa come la sentinella. Mentre il plotone dorme la sentinella veglia e protegge l’accampamento.
Non è che non conti in tempo di guerra essere di guardia, circondati dai nemici: solitudine, tenebre, rumori sospetti, rischio di addormentarsi, nervosismo per la vicinanza del nemico. I minuti sono lunghi, le ore interminabili. Ma la sentinella sa che l’alba dovrà pur venire. Con questa impazienza spia il primo chiarore, i primi segni dell’alba. E chi assiste un malato sa che le ore più difficili sono quelle notturne. Quando comincia ad albeggiare anche l’ammalato riprende fiato.
L’oggetto della nostra speranza è Dio! "L’anima mia è rivolta al Signore più che le sentinelle all’aurora". Ecco cosa significa sperare. L’intervallo della notte è temporaneo, noi siamo incamminati verso il mattino.
La tradizione liturgica e popolare ha trasformato questa supplica anche in preghiera funebre nella speranza della risurrezione. Prestiamo la nostra voce ai fratelli defunti. La nostra preghiera di suffragio chiede al Signore che è misericordioso e pietoso che la loro attesa venga esaudita e possano essere resi simili a lui contemplandolo faccia a faccia così come Egli è!

machina triduo

Terza serata - PIETÀ DI ME, O DIO, NEL TUO AMORE (Salmo 51 cfr 2Sam 12, 1-15)
Il beato Charles de Foucauld riguardo q questo salmo annotava: “Grazie, mio Dio, per averci dato questa divina preghiera del Miserere, questo Miserere che è la nostra preghiera quotidiana…Diciamo spesso questo salmo, facciamone spesso la nostra preghiera. Esso racchiude il compendio di ogni nostra preghiera: adorazione, amore, offerta, ringraziamento, pentimento, domanda. Esso parte dalla considerazione di noi stessi e della vista dei nostri peccati e sale fino alla contemplazione di Dio passando attraverso il prossimo e pregando per la conversione di tutti gli uomini”.
Queste parole esprimono l’adesione appassionata che la comunità cristiana di ogni tempo ha riservato a questo salmo, certamente uno dei più celebri di tutto il salterio. Inoltre possiamo dire che è l’espressione sintetica di quel respiro di dolore e di peccato che sale dal cuore dell’umanità di tutti i tempi e di tutte le esperienze religiose che si identifica col rimorso.
Anche questo fa parte dei sette salmi penitenziali, così chiamati perché generalmente esprimono pentimento. (6, 32, 38, 51, 102, 130, e 14)
Ma chi è che ha composto questa preghiera? Quale è stata la prima voce che l’ha cantato? La risposta secondo la tradizione è spontanea, come dice il titolo: “Salmo. Di Davide. Quando il profeta Natan andò da lui, che era andato con Betsabea. Stabilisce un nesso tra il salmo e il pentimento del re dopo il suo adulterio e la celebre parabola di Natan (2 Sam 11-12). In questo salmo si incontrano la misericordia di Dio e il pentimento dell’uomo. Diceva Gerolamo Savonarola: “Ora la paura dei peccati che scopro in me stesso mi dispera; ora la speranza della tua misericordia è più grande della mia miseria, io non cesserò di sperare”.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore,
nella tua grande misericordia,
cancella la mia iniquità.
La confessione del peccato, che costituisce l’anima del salmo inizia con una invocazione che, potremmo dire, ci mostra il volto di Dio.
Nel libro dell’Esodo quando Mosè sale sul Sinai per ricevere le tavole della Legge “Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione”.
Al centro della invocazione si oppongono due realtà antitetiche: il peccato e Dio. Il peccato è ribellione, allontanamento da lui per cui all’amore dell’Alleanza si sostituisce l’adulterio. Mentre Dio è lo sposo sempre fedele, l’uomo con il suo peccato si fa sposa adultera, infedele. Il peccato è “voltare le spalle a Dio” (Ger 7, 24) e rivolgersi alle creature. L’orante però sa che alla realtà disgregatrice del peccato si oppone l’amore di Dio che libera, cancella, purifica.
Dio è pietoso, si piega sull’orante che lo supplica.
È ricco di misericordia.. La misericordia è la fedeltà nell’amore di Dio che non viene cancellata dal peccato “se siamo infedeli lui però rimane fedele perché non può rinnegare se stesso”. “2Tim 2, 13)
È lento all’ira e grande nell’amore. Possiamo dire che l’amore di Dio per l’uomo è ancora più radicale di quello di una madre per la sua creatura: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. (Is 49, 15)
Si, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Dopo aver implorato la bontà, la misericordia di Dio l’orante confessa, riconosce le sue colpe. È l’autocoscienza del peccatore che percepisce il suo male, la sua solitudine dopo aver voltato le spalle al suo Creatore. La confessione è anzitutto una esperienza di fede che fa aprire a Dio. Così il salmo 32, 5
“Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: “Confesserò al Signore le mie iniquità”
E tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato”.
E il salmo 38,19
“Ecco, io confesso la mia colpa,
sono in ansia per il mio peccato”.
La confessione del proprio peccato è una esperienza profondamente umana che coinvolge la libertà e la responsabilità. Ed è attraverso questa che Dio può entrare nell’anima devastata e ricostruirla. San Girolamo scriveva: “Se tu poni il tuo peccato davanti a te, Dio non lo pone davanti a te”. Il peccato è cancellato quando lo affidiamo alla misericordia di Dio.
Contro te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto.
L’uomo con la sua libertà è l’unico che può fronteggiare Dio e può sottrarsi al suo progetto di amore. “Dio che ti ha creato senza di te non può salvarti senza di te” dirà S. Agostino. Per usare un’immagine del profeta Osea il peccato è un adulterio, è la rovina di un amore che viene posposto a qualcos’altro.
Ma anche la violazione dei diritti del prossimo è un peccato contro Dio. È per questo che Davide dopo l’adulterio e l’omicidio esclama: “Contro te, contro te solo ho peccato”.
Anche San Paolo scrive: “Peccando contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo” (1Cor 8, 12). Prima che un’ingiuria fatta all’uomo, il peccato è anzitutto tradimento di Dio. E Sant’Agostino nel suo commento ai salmi commenta: “Poiché noi tutti siamo divenuti membra di Cristo, come non pecchi contro Cristo tu che pecchi contro il tuo fratello, membro di Cristo? Nessuno perciò dica: Poiché non ho peccato contro Dio, ma contro un fratello, io ho peccato solo contro un uomo, la mia colpa è leggera o nulla”.
Fammi sentire gioia e letizia
Esulteranno le ossa che hai spezzato.
Distogli lo sguardo dai miei peccati,
cancella tutte le mie colpe.
L’orante si presenta di nuovo davanti a Dio con una seconda confessione del suo peccato. È una confessione radicale: la realtà dell’uomo è tutta segnata dal peccato, dall’inizio alla fine. “L’istinto del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza” Gn 8, 21. E nel libro di Giobbe, 25, 4 leggiamo: “Come può essere giusto un uomo davanti a Dio e come può essere puro un nato di donna?”
Lo sottolinea bene San Paolo nella lettera ai Romani 7,18.25
“Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte”?
All’interrogativo risponde questo salmo, un canto alla grazia divina, come pure lo stesso Paolo: “Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore”!
La potenza dell’amore e della grazia è superiore a quella del peccato, il fiume dirompente del male ha meno forza dell’acqua fecondatrice del perdono!
Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova i me uno spirito saldo.
La grande svolta della conversione e del perdono è l’inizio di una nuova stagione della storia e della vita. Lo esprime bene la risposta del padre misericordioso al figlio maggiore della parabola: “Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” Lc 15, 32. È Dio che con il dono del suo Spirito genera nell’uomo uno spirito nuovo obbediente e docile alla sua Alleanza. Lo aveva promesso attraverso il profeta Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo. Metterò dentro di voi uno spirito nuovo”. Questa promessa si realizzerà la sera di Pasqua: “ La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” Gv 20, 19-23.
Rendimi la gioia della tua salvezza.
Sostienimi con uno spirito generoso.
Insegnerò ai ribelli le tue vie
e i peccatori a te ritorneranno.
Lo Spirito è la forza che sostiene e fa agire con amore e passione il cuore; il luogo ove l’uomo prende le sue decisioni. Al termine della supplica c’è la promessa di un impegno. Chi ha sperimentato l’amore misericordioso di Dio si trasforma in testimone ardente di questo amore soprattutto nei confronti di chi è peccatore. Il peccatore perdonato diventa missionario, il suo dramma diventa esemplare, la sapienza acquisita nel perdono viene comunicata come strumento efficace per combattere la follia del peccato, chi ha ritrovato la via di Dio la può indicare a chi è tentato o ha già intrapreso la strada sbagliata. Quando Gesù ha perdonato Maria Maddalena, la peccatrice, ne ha fatto di lei un’apostola. È stata lei, la prostituta di un tempo a essere testimone per prima della risurrezione di Gesù e inviata ad annunciarla agli altri apostoli. E i grandi santi da Paolo ad Agostino, da Francesco a Charles de Foucauld, esperimentato l’amore perdonante, hanno sentito dentro di sé un fuoco tale da non potere più resistere. Hanno fatto la stessa esperienza del profeta Geremia: “Mi dicevo: Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome. Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”. (Ger 20, 9)
Allora diciamo spesso questo salmo, facciamone spesso la nostra preghiera. Preghiamolo per noi e per i nostri defunti, purificati da ogni colpa, perché possano partecipare alla gioia del Paradiso come chiede la preghiera popolare:
“Anime sante, anime purganti
Pregate Dio per noi
che noi pregheremo per voi
perché vi doni la gioia eterna del santo Paradiso”.

Don Aldo Delaidelli




DALLE COMUNITÀ ­ Borno

GLI ANGELI… DI BORNO

La buona notizia della solidarietà

volontari borno

Oggi gli dò ragione perché, in quello che lui chiamò paradiso, ho incontrato degli angeli che sono visibili, che ci sono accanto, che incrociamo senza accorgerci che sono persone speciali, appunto angeli inviati dal cielo con la missione di guidarci e illuminarci… Sento il cuore palpitante dei bornesi che, in questo periodo particolare e difficile, si sono rimboccati le maniche e, senza pensarci due volte, hanno fatto nascere, anello dopo anello, una catena di solidarietà e generosità impensabili e incredibili mettendosi a disposizione dei bisognosi. Hanno messo da parte pudore, indifferenza, diffidenza, hanno donato il loro tempo al proprio vicino ed ecco allora che si sono palesati angeli tutto fare: angeli elettricisti, angeli falegnami, angeli idraulici, angeli panettieri, angeli pittori, angeli esercenti, angeli insegnanti, angeli che sono andati a far compagnia ad anziani soli, sono addirittura giunte a destinazione buste anonime con generose offerte. Tutti danno, danno, danno il massimo che possono, senza chiedere nulla in cambio. Sono api laboriose che portano la dolcezza del loro aiuto. La loro gioia è solo sapere che stanno portando un po’ di speranza e di sollievo a famiglie che stanno faticando per arrivare a fine mese, specie là dove ci sono bambini.

volontari borno

E che dire poi degli angeli della protezione civile, degli angeli delle varie associazioni di volontariato, degli angeli alpini, orgoglio italiano e orgoglio di Borno, per la maggior parte pensionati che, incuranti dei rischi e pericoli del Covid, non si sono esentati dal mettersi in prima linea per far fronte alle emergenze e alle numerose richieste di intervento e col medesimo slancio si sono adoperati Parrocchia e Comune.

volontari bornovolontari borno

Anche il semplice interessamento può dare il messaggio del “io ci sono, conta pure su di me, non sei solo”; tante situazioni tristi si sono alleggerite grazie a semplici sorrisi di incoraggiamento, o a parole gentili che arrivano al cuore perché partono dal cuore. Ho visto, con grande stretta al cuore, persone piangere nel chiedere aiuti che mai avrebbero immaginato di dover chiedere e altre piangere di gioia nel ringraziare chi aveva contribuito ad alleviare o anche solo a condividere le loro pene.

Quanti cuori sommersi palpitano d’amore, di speranza e di fiducia nel prossimo.

Allora anch’io, cuore palpitante, spero e credo che queste persone speciali, gli angeli di Borno, siano d’esempio e che questa schiera si arricchisca di ulteriori seguaci.

Oggi devo dare ragione a mio marito: Dio ha posto angeli nell’Eden Borno, con la cornice del suo stupendo spettacolo di bellezze naturali.

“Che vita meravigliosa questa vita dolorosa, seducente e miracolosa” canta Diodato. Sta a noi saperla vivere cercando di cogliere i lati positivi anche in ciò che, ai nostri occhi disattenti, appare come infinitamente nefasto e doloroso: cogliere una bella rosa, con uno stelo pieno di spine, può ferirci la mano, ma solo così possiamo inebriarci col suo soave profumo. Coraggio! Non perdiamoci d’animo! Perché speranza e ottimismo sono le molle che ci spingono e ci spingeranno ad andare avanti.

Francesca Paradies




DALLE COMUNITÀ - Ossimo Inf.

Restaurato l'antico CONFESSIONALE testimone di arte e di fede

antico CONFESSIONALE
30 Giugno 1963 - Prima Messa di don Girolamo Morelli (1936 – 2008) Sul fondo della chiesa si vede il confessionale ove era posto dal 1908.

Ego te absolvo
ab peccatis vestris
in nomine Patris et Filii
et Spiritus sancti.

Da alcuni mesi era tornato nella chiesa parrocchiale dei SS. Cosma e Damiano, l’ottocentesco confessionale che qui ha avuto dimora fino agli anni 60 del secolo scorso.

Necessitava di una doverosa sistemazione prima di essere riposto nella sua originale posizione dopo il restauro e l’allungamento della Chiesa che avvenne dal 1905 al 1908.

Quest'opera esce dalla bottega degli Inversini di Borno che non era nuova a lavori nella nostra chiesa; difatti a Francesco Inversini (Mazzunno 1763 – Gorzone 1836) si deve nel 1797-1798 l’impegnativo complesso ligneo dell’altare maggiore con tribuna e ancora della pala, completato dagli intagli curati dal suo collega scultore Tommaso Pietroboni (1760 – 1833).

Il medesimo Inversini nel 1820 tornò a operare in questa chiesa, curando la sistemazione, con inserimento di una predella, dell’altare Vergine Maria, eseguendo poi altri lavoretti negli anni 1827 – 1828 e costruendo nel 1835 il “restrello del battisterio e due confessionari”, verniciati l’anno dopo dal figlio Gherardo (Borno 1815 – 1877). Opera di Gherardo Inversini è nel 1868 la bussola della porta maggiore, come ricordato nel Registro “Memorie della chiesa di Ss. Cosma e Damiano di Ossimo Inferiore” custodito presso l’archivio Parrocchiale di Ossimo Inferiore. Da questo scritto si legge: “L’anno 1868. In quest’anno fu fatta la bussoila alla porta maggiore della chiesa da Ghirardo Inversini e figli di Borno per italiane lire 155. Compresa poi la ferramenta, assi, colori ad olio importo circa la somma di italiane lire 220. I suddetti hanno fatto ancora il vestiario di faciata al batisterio. Don Bernardo Contessi curato”

Il confessionale, bel manufatto ligneo, racchiude in sé i tanti anni del suo sacro utilizzo, il fervore a cui i peccatori si sono accostati per ricevere dal sacerdote l’assoluzione dei peccati.

In questo confessionale negli anni della sua permanenza ed il suo servizio in codesta contrada, Padre Innocenzo da Berzo esercitò questo pio servizio durante particolari feste religiose o come aiuto ai sacerdoti. Si narra che il futuro Beato, rapito dall’amore e dall’estasi, passò nella nostra chiesa ore e notti in emozionante adorazione del Santissimo Sacramento.

Pur non essendo figlio di questa terra, il Beato Innocenzo, al secolo Giovanni Scalvinoni nativo di Berzo inferiore, divenuto frate cappuccino al convento dell’Annunciata ove ha vissuto diciannove anni della sua vita, ha operato anche nella parrocchia di Ossimo Inferiore.

Risulta infatti che dal 1881 al 1888 il Padre Innocenzo fu parecchie volte invitato da don Bernardo Contessi da Ceretello (rettore dal 1866 al 1885) e da don Stefano Giacomelli da Breno (rettore dal 1886 al 1905) e specialmente tra il cambio dei due sacerdoti, per la celebrazione delle Sante Messe, confessare, o per sostituire i rettori durante i loro impegni ecclesiastici.

11 novembre 1877

Firma del Beato Innocenzo da Berzo

conservata nelle Vacchette – registro SS. Messe – Archivio Parrocchiale di Ossimo Inferiore.

Nei diciannove anni passati nel convento dell’Annunciata tante volte il Padre, tornando dai paesi limitrofi, timorosamente accoglieva l’ospitalità offertagli dalle famiglie, e cercando di non essere di peso si ritirava rannicchiato nel lato delle stalle ove passava le notti sgranando il rosario immerso nella più intensa preghiera.

In occasione del processo informativo per la beatificazione, anche a Ossimo alcuni parrocchiani testimoniarono sulle virtù del Padre Innocenzo da Berzo.

… Avea tanto fervore che tutti lo ascoltavano anche quei contadini che sono soliti a dormire anche coi bravi predicatori… Una volta io l’incontrai che barcollava: seppi che aveva passato tutta la notte in chiesa pregando, senza pensare niun cibo in tutto il tempo, perché restato in chiesa in orazione. Ad Ossimo vi rimase tutta la notte e la mattina fu trovato da mio cognato sagrista all’altar maggiore colle braccia aperte davanti al SS.mo Sacramento… - Francesco Fiora, fornaciaio

… Io conobbi molto bene il Servo di Dio P. Innocenzo cappuccino da Berzo, perché egli venne molte volte ad Ossimo a celebrare, ed anche un anno mi pare essendo vacante la Curazia, vi tenne la supplenza, e ricordo tra le altre cose che predicò il mese di Maria; in occasione poi di varie funzioni fui anche commensale, essendo io organista… - Antonio Franzoni, organista

… era mio confessore e lo chiamavo in parrocchia (Ossimo) a confessare e predicare più spesso che poteva… - Don Andrea Fanetti, parroco di Ossimo

… Andavo da lui a confessarmi; egli fu molte volte in casa mia paterna ad Ossimo quando vacante la curazia e bruciata la casa curaziale, la mia famiglia si prestava per l’alloggio del Padre che veniva per il suo ministero… - Don Damiano Zani di Ossimo Inferiore, da nove anni arciprete a Bienno.

… Lo vidi molte volte nel nostro paese di Ossimo, o perché ivi fungeva quasi da cappellano, o perché passava per recarsi in altri paesi in valle di Lozio… - Bortolo Pezzoni di Ossimo Inferiore, muratore...

Ricordo che il letto conservato presso la cella abitata dal Beato Innocenzo presso il convento dell’annunciata è il letto che usava il Beato Innocenzo presso l’antica curazia (ai tempi con sede nell’attuale piazza Vittorio Veneto) durante la sua permanenza per il servizio in loco, che don Giacomelli vendette alla famiglia Morelli, la quale in occasione della beatificazione di padre Innocenzo da Berzo lo donò al convento.

Omar Zani




DALLE COMUNITÀ - Ossimo Sup.

Gruppo A.N.A. di OSSIMO SUPERIORE 55° di fondazione

alpini ossimo sup

Finalmente ce l’abbiamo fatta! Parlo al plurale perché scrivo a nome del Gruppo A.N.A. di Ossimo Superiore. Nel 2020 il Gruppo celebrava il 55° anniversario della sua fondazione ma la pandemia costrinse a rimandare tutto, rendendo impossibili le riunioni e sconsigliate le visite nelle case degli anziani.

Storicamente il Gruppo è molto più vecchio: la rivista nazionale “L’Alpino” del 1° luglio 1929 riporta, tra i gruppi della sezione Camuna, anche quello di Ossimo; capogruppo era Carlo Zerla di Francesco. All’epoca il Gruppo comprendeva le due frazioni.

Il sopravvento del Fascismo, con la sua organizzazione militaresca di tutta la società, e il secondo conflitto mondiale, misero probabilmente in sordina l’organizzazione degli Alpini; anche per Ossimo manca ogni documentazione, tranne il gagliardetto gelosamente custodito nella frazione superiore e utilizzato ancora in occasioni particolari.

Le attività sociali ripresero nel 1965: ecco perché si celebra il 55°! Ma nel 1982 le due frazioni si separarono, costituendo due Gruppi, spinti da un sentimento di appartenenza, pur preservando l’unità nella solidarietà.

Ora il libro del ricordo è pronto, con una bella copertina opera dell’alpino Giovanni Andreoli, che riassume alcuni elementi fondanti del Gruppo.

alpini ossimo sup

Da anni infatti gli alpini di Ossimo Superiore si sono presi in carico il restauro e la manutenzione dell’antica chiesetta di S. Carlo: restauro che richiese tempo e pazienza dato il notevole degrado dell’edificio.

Caratteristica del Gruppo è l’annuale celebrazione della giornata del ricordo degli Alpini Andati Avanti. Il raduno si svolge davanti al monumento a loro dedicato: due poderose steli tenute strette dal motto “ALPINITÁ”. La prima in granito è un richiamo all’Adamello, montagna sacra agli Alpini; la seconda, di materiale più povero e scuro, è un richiamo a quanti soffrono nel mondo. Poi si sale in San Carlo per la Messa e l’appello dei defunti.

Il Gruppo ha sempre risposto ai richiami dell’Amministrazione comunale, prestando la propria opera; ha avuto partecipazione attiva alle attività degli altri Gruppi soprattutto a quelle dell’A.N.A. di Valle Camonica.

La generosità degli Alpini di Ossimo Superiore ha avuto modo di esplicarsi quando l’Associazione Nazionale progettò la costruzione di un asilo a Rossosch, là ove i nostri Alpini vissero momenti terribili della loro ritirata dalla terra di Russia. Ben quattro Alpini del Gruppo parteciparono alla spedizione, forse l’unico così generoso di tutta l’Italia!

Grande attenzione alle nuove generazioni è stata prestata in questi anni per trasmettere loro i valori del Corpo e il ricordo di vicende storiche. In queste attività i Gruppi dell’Altopiano hanno collaborato strettamente, accompagnando gli alunni in visite guidate, al museo della Guerra Bianca, al museo di Trento e alla Campana dei Caduti di Rovereto, in occasione del centenario della fine del primo conflitto mondiale. Ora gli alpini hanno pure una nuova sede, gentilmente concessa dall’Amministrazione comunale: qui s’incontrano e qui custodiscono documenti della loro storia.

Il giorno 2 aprile 2022 è stata inaugurata e benedetta. Gli Alpini e le autorità si sono, poi, recati in chiesa parrocchiale dove il colonnello mons. Angerlo Bassi ha benedetto il nuovo gagliardetto e dove è stato presentato il libro che sarà distribuito a tutte le famiglie del paese.

Francesco Inversini




DALLE COMUNITÀ - Lozio

LASCIAMOCI RIEMPIRE DAL SUO AMORE
Un’emozionante Via Crucis

via Crucis lozio

Venerdì 1 aprile alle ore 20, nella chiesa di S. Maria Assunta in Laveno, le parrocchie dei SS. Nazaro e Celso e SS. Pietro e Paolo in collaborazione con l’associazione culturale “I Musicanti”, la Schola Cantorum “Laeti Cantores” di Borno, i bambini che frequentano il catechismo e diversi membri della comunità, hanno animato un’emozionante Via Crucis. Purtroppo il maltempo ne ha impedito il percorso preparato per le vie del paese, ma nulla ha tolto alla riuscita della rappresentazione. Anzi, il fatto di ritrovarci tutti insieme, provenienti da diverse comunità dell’Altopiano, in raccoglimento nella suggestiva chiesa di Laveno, ha dato un segno tangibile di unità e condivisione e reso questo momento ancora più coinvolgente. Ritrovarsi insieme e ripercorrere le ultime tappe dolorose del cammino terreno di Gesù, ci ha aiutato a comprendere meglio il messaggio di speranza che la Croce ci trasmette e il dono particolare che il Signore ci ha fatto. Quest’anno abbiamo voluto pregare più intensamente per la Pace, ci siamo affidati a Lui perché ci aiuti a plasmarci, a rinnovarci e a svuotarci di noi stessi per essere sempre puri di cuore, miti, caritatevoli, pacificati e pacificatori, dispensatori di speranza. Dobbiamo lasciarci riempire dalla presenza di Dio per diventare veri strumenti di pace secondo il Suo modello.

Ad ogni stazione sono state presentate letture e meditazioni, recitate da più lettori provenienti dalle diverse parrocchie dell’Altopiano che, alternandosi, hanno permesso di ripercorrere i momenti significativi vissuti da Gesù nella salita sul Golgota, rispecchiando quel calvario che purtroppo molte persone stanno vivendo in questo momento. Molto curata e suggestiva anche l’interpretazione dei canti proposti dai due gruppi corali presenti: I Musicanti di Lozio e la Schola Cantorum Laeti Cantores di Borno con le direttrici Mascia ed Emilia che si sono uniti per l’occasione. Una particolare nota di merito e riconoscenza va data ai bambini che frequentano il catechismo e naturalmente alla catechista Alessia e alle giovanissime aiutanti Noemi e Chiara, che hanno partecipato con attenzione e coinvolgimento per tutto il tempo e preparato, con impegno e bravura, i diversi e significativi segni, i pensieri e disegni che sono arrivati, con la loro semplicità, direttamente nel cuore di ognuno.

Infine un grazie di cuore a don Paolo e a don Raffaele che ha officiato la celebrazione e che con la sua profonda e puntuale dialettica ha calato i tanti messaggi contenuti nelle meditazioni nel nostro quotidiano. Nessuno dimenticherà la colorita immagine della mucca che, dopo avere mangiato abbondanti erbe e fiori, rumina a maggior beneficio di prati e formaggi! L’invito di don Raffaele è naturalmente quello di non fermarci al puro ascolto della Parola e delle relative meditazioni, ma che nel silenzio del nostro cuore le ruminiamo per convertirci e seminare il Suo Amore.

Mascia Daldosso




DALLE COMUNITÀ - Lozio

Gli auguri di Villa Mozart

Carissimi lettori,
siamo vicini alla Santa Pasqua che, speravamo, fosse una festa di pace per tutto il mondo. Purtroppo non sarà così: oltre al virus ancora in circolazione, diversi conflitti armati gravano su alcuni stati portando conseguenze terribili alle popolazioni. Tutto il mondo è in apprensione: se lo Spirito Santo non illumina le menti e i cuori dei responsabili corriamo il rischio di una terza guerra mondiale!

Noi anziani abbiamo già subito in passato gli effetti tremendi della seconda guerra mondiale: morti, feriti, città distrutte dai bombardamenti, sfollati , profughi costretti a lasciare le proprie case nella speranza di essere accolti con amore e misericordia da altre nazioni. La stessa cosa si sta ripetendo oggigiorno: preghiamo Dio che ci aiuti!

La nostra situazione sanitaria in RSA, merito anche delle vaccinazioni, è migliorata. Il Covid c’è ancora, ma non è più così terribile come gli anni scorsi, e quindi abbiamo potuto riprendere qualche attività di gruppo e festeggiare il Santo Natale con una messa solenne celebrata dal nostro Don Paolo, con canti e preghiere preparate da noi. Per l’occasione sono venuti a trovarci gli Alpini con i loro doni e la loro allegria: abbiamo festeggiato e cantato insieme.

Siamo anche riusciti a preparare la festa del carnevale: la nostra Mascia e alcuni operatori ci hanno travestiti con costumi, parrucche, maschere e festoni alle pareti fatti da noi, molto colorati e divertenti.

Speriamo, con l’arrivo della primavera, di ritornare alla normalità e di poter finalmente uscire in paese e in valle a ritrovare i nostri amici.

Affidiamo al Signore e alla Madonna i nostri malati più gravi, che diano a loro e a noi tanta forza nel momento della sofferenza e della maggiore vulnerabilità.

Ringraziamo i nostri operatori che ci sono sempre vicini, i sacerdoti e i volontari: che Dio li protegga e protegga le loro famiglie. Nella speranza che Gesù Risorto dia pace al mondo interi, auguriamo a tutti una buona e santa Pasqua.

“Resta con noi Signore nell’ora della prova”.

Per gli ospiti di Villa Mozart

Antonia Picinelli
(classe 1926)




DALLE COMUNITÀ - Lozio

La BEFANA a Lozio

befana a Lozio
Le tradizioni che si tramandano dalla notte dei tempi... Anche quest'anno non si è risparmiata. Sempre più vecchia ma con uno sprint invidiabile, il suo giretto a Lozio lo fa fatto. Bimbi e adulti curiosi che, meritatamente o no, hanno avuto un dono.
Un pomeriggio d'inverno spensierato e in allegria.

befana a Lozio


DALLE COMUNITÀ - Lozio

CARNEVALE 2022

carnevale a Lozio

carnevale a Lozio
E finalmente un po' di allegria dopo tanto tem­po... ebbene si!!
Domenica 27 febbraio alle ore 14.30 ci siamo ritrovati per festeggiare il carnevale. Grandi e pic­cini con un'unica certezza: divertirsi... Giochi e musica, costumi e maschere, hanno allietato il pomeriggio presso il Centro, qualche scherzetto innocuo e tanti coriandoli colorati per le vie.
E, tra un gioco e l'altro, dolcetti e chiacchiere gustose per merenda. Insomma un piacevole pomeriggio in compagnia!!!

carnevale a Lozio


CON I MISSIONARI

GRAZIE PER LA TUA SCELTA “ALL’INGIÙ”

5-3-2022: omelia per le esequie di Padre Giacomo Rigali

Padre Giacomo
Padre GIACOMO RIGALI
nato a Borno il 24-12-1941
professione perpetua 12-9-1965
ordinazione presbiterale 15-10-1967
missionario in Bangladesh
consigliere generale saveriano
missionario nelle Filippine
morto a Borno il 3-3-2022

Con profonda commozione siamo riuniti per dare l’addio al nostro indimenticabile padre Giacomo, tutti condividendo con molti altri una profonda stima per lui.

Personalmente percepisco molta serenità; una tristezza umana, ma molta pace; anche un senso di ringraziamento; il cuore forse un po’ pesante, ma sereno, pieno.

Salutiamo p. Giacomo con la Eucarestia, il sacramento che più ci coinvolge nell’amore di Cristo; e ben sappiamo come l’amore non abbia mai ostacoli, davvero è più forte della morte. Amare una persona è dirle con sincerità di cuore che non morirà mai. Così diciamo spesso…

Questo ambiente eucaristico, ci aiuta a sentire che la morte per noi non è solo la fine, ma un compimento. La fede cristiana è una grande lotta non contro la morte, ma contro la paura della morte “che rende schiavi per tutta la vita” (Eb.2,15). La morte del cristiano si colloca nel solco della morte di Cristo: è un calice amaro… sì… ma che apre alla vita, alla risurrezione.

Allora: imparare a leggere la nostra vita, il nostro. presente, ciò che siamo dal punto di vista dii essa per essere così capaci di gestire il nostro cammino con serenità verso il compimento della vita. Per quello ci diciamo che bisogna imparare a morire; e per imparare a morire bisogna imparare a vivere (il senso della vita). Il mistero della morte - perché mistero rimane – si colloca nel significato che diamo alla vita. E la nostra fede non salta, ma attraversa la lacerazione della morte.

Padre Giacomo

Il nostro padre Giacomo è davvero un bell’esempio di questo processo: Lui era un amico della realtà, non perché fosse d’accordo o perché gli piacesse tutto quello che vedeva o succedeva, ma perché, a partire dalla sua Fede, cercava sempre un significato, una mediazione, una speranza, una apertura, una possibilità. E lo ha fatto anche nel suo ultimo passo: pienamente consapevole della realtà, della malattia. Tutto verso il compimento del suo cammino missionario e di credente: consegnarsi finalmente e totalmente all’amore di Dio. Ci ha lasciato nella pace, riconciliato con Dio, con l’universo intero: “tanti doni ricevuti … tanti doni condivisi”. P. Giacomo diceva sempre God must be madly in love with us: Dio deve essere innamorato pazzo di noi, così meschini, così indegni eppure… così amati. E oggi rende lode: ecco il mio Dio; in lui ho sperato perché mi salvasse. Questi è il Signore in cui ho sperato.

Fateci caso: l’apostolo Paolo non separa mai la morte di Cristo dalla sua resurrezione e quindi non può separare l’influsso che la morte e la risurrezione hanno sul credente. “Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso… siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita”.

Nel Vangelo Gesù dice “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Che cos’è che ci rende stanchi e oppressi?

Padre Giacomo

La stanchezza e oppressione di cui ci parla Gesù è qualcosa che viene da dentro, sono i lacci che paralizzano il cuore, le tante paure che producono sfiducia, scoraggiamenti, ansie inutili e dipendenze varie. In altre parole, è il peccato, cioè il nostro modo sbagliato di relazionarci con Dio, che non è quello che Gesù ci ha mostrato oggi nel vangelo: “ti rendo lode o Padre, perché hai rivelato queste cose ai piccoli…” Quando non siamo capaci di trattare Dio come Padre, non possiamo trattare gli altri come fratelli!

San Gregorio Magno diceva: “Ci sono quelli che desiderano essere umili, ma senza essere disprezzati; che desiderano essere felici con ciò che hanno, ma senza essere bisognosi; che vogliono essere casti, ma senza mortificare il corpo; essere pazienti, senza sofferenza. Essi vogliono acquisire virtù e nello stesso tempo evitare i sacrifici che quelle virtù richiedono”. E concludeva: “Sono come soldati che fuggono dal campo di battaglia, e cercano di vincere la guerra vivendo comodamente nella città” (Moralia, 7, 28,34).

P. Giacomo non è rimasto in città, non si è chiuso nell’ovile, non è fuggito dal campo di battaglia, ma è andato a cercarsela – per così dire – in Bangladesh, tra i più poveri dei poveri, nel trovare metodo e modo per far conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo a chi non lo conosceva; nelle Filippine, tra le comunità cristiane nelle baraccopoli, prima ancora nella Brianza quando, come giovane sacerdote animava missionariamente le parrocchie e i giovani di quelle comunità cristiane. Portando a Gesù tante tante persone, giovani, anziani, malati, famiglie nella disgrazia e incarnando l’invito di Gesù: “venite a me... e io vi darò ristoro”. Lui ha sempre camminato verso la verità mettendosi insieme a ogni essere umano. Non si stancava mai di lasciare la porta aperta, nonostante le difficoltà e i conflitti.

Alcuni tratti della sua personalità e del suo carattere: poliedrico, ricco e affascinante… un po’ anche ignoto. Io stesso, che sono stato accanto a lui per un bel po’ di anni non pretendo di averlo conosciuto “totalmente” (è la stessa cosa per tutti noi: a volte noi siamo un mistero a noi stessi). Un ricco volto umano e spirituale.

Davvero meriterebbe il nostro Giacomo un tempo più lungo per narrare la sua personalità, le sue caratteristiche... non in senso celebrativo, ma solo esistenziale.

Stile di vita sobrio nel mangiare, vestire, nel gestirsi: non era amico del superfluo. Arrivava a volte tardi, dopo il ministero, e la cena consisteva in due cucchiai di riso bollito, già freddo e rinsecchito, un pezzo di pesce, una banana e tutto insieme nello stesso piatto; il bel tutto accompagnato da un bicchiere d’acqua, e dall’immancabile tazza (caraffa) di caffè: così avrebbe dormito meglio!

Le immagini, le espressioni, i simboli che usava nelle sue omelie: efficacissimi. La scelta all’ingiù, la corriera, il volante, l’awareness (la consapevolezza), il tappabuchi (“Tutta la mia vita ho fatto il tappabuchi … che per un missionario, detto da un missionario, sia chiaro, non è un insulto!).

Una delle sue espressioni favorite era: la scelta all’ingiù! La logica dell’incarnazione, la scelta di Gesù Cristo, che deve alimentare e motivare ogni scelta cristiana; soprattutto quella vocazionale missionaria e dei religiosi. Lo diceva a tutti noi, ai giovani saveriani tentati dalla comodità, dalla scelta all’insu, dello status, della carriera, degli studi... invece che del servizio, dell’umiltà, dell’amore ai poveri.

Aveva una concezione sportiva della vita, della fede, della missione… e delle inevitabili difficoltà. E la condivideva con gli altri, aiutando molti ad uscire dalla sofferenza, a intravedere una luce, una speranza.

Leggeva decine e decine di libri, ma non scriveva una riga; leggeva, rifletteva, discuteva… Affrontare un dialogo con lui su questioni teologiche, pastorali o formative, o umane risultava sempre un’avventura avvincente; faceva bene al cuore e alla mente. Lui sempre in ricerca, domandando, con dubbi, provocando, cercando di capire, Era la incarnazione di una riflessione teologica e umana sempre in progress… inarrestabile, e dentro una visione del mondo attualissima, più avanti di quella di tanti giovani. Immagino che, come ci aveva promesso, p. Giacomo avrà già fatto molte domande al Padre eterno, come sempre lo chiamava lui, circa il perché di tanta confusione sulla terra, nell’universo. Almeno adesso, dovrebbe avere tutto chiaro, mentre la nostra “confusione” continua!

Padre Giacomo

Giacomo in questi anni era il nostro lolo (nonno). Incarnava la bellezza e la drammaticità dell'essere adulto, del diventare anziani. Adulto è colui che vive per gli altri e non si preoccupa più di sè. Adulto è chi è più interessato alla generazione che viene dopo di lui che alla propria: “Non abbiate paura dei cambiamenti”, pochi giorni fa confidava ad alcuni suoi giovani confratelli.

Infine: a voi familiari, a noi saveriani, a voi comunità tutta di Borno un invito: coltivate una memoria vivente di P. Giacomo; non la memoria di un morto, ma di un vivo.

Lui appartiene a questa comunità, nato dalle vostre radici; è un vostro “capitale”, un vostro “tesoro”, insieme ad altri, da non perdere per trovare e conservare le radici nei nostri “antenati” (come fanno in Cina, in Africa, in America Latina …), nei nostri defunti.

- Giacomo, cosa ci hai voluto comunicare con la tua vita e la tua morte?
- Che cosa era importante per te?
- Cosa abbiamo imparato da te?
- Che cosa ci vuoi dire?
- Come debbo rispondere con la mia esistenza alla tua?

Rispondere a queste domande è sicuramente un modo per continuare la sua missione, che è la missione di Cristo, un modo per mantenere vivo p. Giacomo tra di noi.

E anche io, per terminare, voglio rispondere a queste domande.

Caro Giacomo, per tanti di noi sei stato l’ispirazione e l’indicazione per un cammino autenticamente umano nella vita religiosa-missionaria, lontano da ogni forma di clericalismo o pretesa di definire Dio secondo certi schemi superati.

Per tutti noi era importante avere quel sassolino nella scarpa, la tua voce scomoda che ti fa pensare a modi diversi di essere discepoli missionari di Gesù, Colui che è stato scomodo a tanti.

Per te essere missionario non è stato un mestiere, o un semplice servizio reso agli altri, ma è stato un modo concreto di vivere la fede cristiana; un vero e proprio stile di vita, parte della tua identità.

Giacomo, Il cammino continua, tu rimarrai per noi un confratello significativo, interprete di uno stile missionario audace, e sempre in dialogo col mondo. Anche per questo a nome di tutti i tuoi confratelli e di chi ti ha voluto bene, vogliamo esprimerti oggi la nostra stima e gratitudine e ti affidiamo alla pace eterna, nelle braccia di Dio Padre.

Grazie, Giacomo. Maraming salamat po, padre.

p. Eugenio Pulcini




DI TUTTO UN PO'

Biografia di Gesù secondo i Vangeli

libro ravasi

“E voi chi dite che io sia?” Alla domanda posta da Gesù ai discepoli in molti hanno provato a dare una risposta.

Nel primo capitolo di questo libro il card. Gianfranco Ravasi ricorda alcune deboli fonti extra bibliche che citano l’esistenza di Gesù e accenna ai numerosi studi (soprattutto tedeschi) che negli ultimi due secoli, adottando sia il criterio della continuità sia quello della discontinuità con la cultura e i rituali dell’epoca, hanno cercato di andare oltre il cosiddetto Gesù della fede per poter ricostruire un presunto “vero” volto storico di Gesù.

L’esito di questi studi, pur se interessanti, ha fatto emergere come non si possa prescindere dai quattro Vangeli e dall’ambiente in cui sono nati, se vogliamo davvero conoscere e immergerci nei fatti, negli eventi che hanno segnato la vita di Gesù. Se non ricordo male anche papa Benedetto XVI nel suo libro “Gesù di Nazareth” annotava che tali studi alla fine mostravano un volto di Gesù molto meno credibile e ragionevole di quello tratteggiato dagli stessi quattro Vangeli.

Le 64.327 parole greche che li compongono, ricorda più volte il card. Ravasi, non sono una cronaca dei fatti, né una biografia storica in senso moderno e accademico, ma un’inestricabile intreccio di eventi, detti ed esperienze maturate alla luce della fede pasquale. Sono, quindi, da leggere e meditare camminando sul crinale tra storia e teologia, tra eventi (reali) e fede sgorgata nei testimoni di quegli eventi.

Con il tono pacato e lineare che lo contraddistingue anche nelle sue presenze televisive, l’autore ci guida in questo cammino, iniziando da Marco, il Vangelo più breve e ormai ritenuto da tutti il più antico. Prosegue poi con gli altri due sinottici, Matteo e Luca, che hanno integrato il materiale di Marco con le Beatitudini e altri racconti, compresi quelli dell’infanzia, presi da un’altra fonte. Per approdare al Vangelo di Giovanni che si distingue per linguaggio e alcuni fatti che non troviamo negli altri tre.

Di ogni Vangelo il card. Ravasi traccia la struttura e le caratteristiche peculiari, a chi era prevalentemente rivolto, non omettendo differenze nel narrare gli stessi fatti e le non rare contraddizioni che si riscontrano anche all’interno dei singoli Vangeli; contraddizioni e differenze che, insieme all’annuncio della risurrezione affidato alle donne, possono essere letti come prova della genuinità di questi testi.

Nel capitolo dedicato esclusivamente alla risurrezione – che insieme alla passione e morte costituiscono il cuore della buona notizia e della stessa fede cristiana – si evidenzia, infatti, che se i Vangeli fossero stati scritti solo per apologia, per pubblicizzare una religione inventata a tavolino, non avrebbero di certo affidato l’annuncio più importante e più sconvolgente della storia, la risurrezione di un uomo morto in croce, a delle donne. All’epoca, come purtroppo in parte anche oggi, le donne erano considerate poco attendibili e incapaci di rendere una testimonianza giuridicamente valida.

Concludono questo bel libro di 250 pagine i capitoli dedicati specificatamente all’infanzia, alle parole, ai gesti e, appunto, a passione e resurrezione di Gesù. I sobri brani dei Vangeli sulla sua nascita, secondo il card. Ravasi, dovrebbero aiutarci ad andare un po’ oltre certe atmosfere natalizie. In proposito nell’ultimo capitolo annota come i nomi dei tre re magi, degli stessi genitori di Maria, il bue e l’asino e altri dati cari a queste tradizioni natalizie sono derivati dai vangeli apocrifi: una serie di scritti databili molto dopo rispetto ai vangeli canonici (alcuni addirittura di epoca medievale) e che in gran parte o assecondavano curiosità e fantasie popolari, o sostenevano posizioni e ideologie gnostiche.

Riguardo ai miracoli-segni – troppo numerosi e in alcuni casi abbastanza dettagliati per essere letti solo come semplici allegorie dalla nostra moderna razionalità – l’autore invita a rifuggire da visioni troppo miracolistiche e taumaturgiche dello stesso Gesù, scrivendo che “non è il miracolo a provare la fede, ma è la fede che fa accettare il miracolo”. Un analogo pensiero Ravasi lo propone anche per la presenza del maligno nei quattro Vangeli canonici: troppo citato per essere ritenuto solo un mito, un simbolo culturale dell’epoca. Tuttavia sottolinea in modo deciso come non si possa mai porre sullo stesso piano Dio e il diavolo, il bene e il male non si equivalgono in una visione dualistica; solo Dio è davvero onnipotente e può prevalere su tutto con il suo amore. Inoltre ammonisce quei cristiani che pensano più al diavolo che a Gesù Cristo e ricorda che non possiamo sempre tirare in ballo il demonio per liberarci dalla responsabilità delle nostre azioni.

È un libro ovviamente che ho letto molto volentieri. In esso l’autore fa moltissimi riferimenti a quadri, opere letterarie e, in particolare, a composizioni musicali ispirate dagli episodi dei Vangeli non penso solo per far sfoggio della sua vasta cultura letteraria e artistica, ma proprio per sottolineare come la vita di Gesù, raccontata dai Vangeli, sia penetrata nel vissuto di questi duemila anni di cristianesimo.

Lo stesso Ravasi nell’introduzione invita a leggere questo suo libro tenendo aperto in parte il testo dei Vangeli in greco per chi ha fatto studi classici, o nella versione ufficiale italiana proposta dalla CEI. Penso che mediante il libro l’autore ci inviti a coltivare una buona famigliarità con queste 64.327 parole. Proviamo in Avvento e/o un Quaresima a prenderci l’impegno della lettura integrale dei quattro Vangeli. Da alcuni anni io lo faccio e, se posso rubale le parole di Papa Francesco, ho notato che è una lettura che mi fa bene, molto bene.

Franco Peci




NOMI E VOLTI

Battesimi

Borno ____

battesimo
Camilla Rossini
di Paolo e Daniela Gjuta
Borno 6 febbraio 2022

battesimo
Rachele Andreoli
di Alberto e Sandra Bolis
Borno 20 febbraio 2022

battesimo
Agnese Bettinzoli
di Mattia e Francesca Avanzini
Borno 20 marzo 2022




NOMI E VOLTI

Congratulazioni a...

laurea
Mario Bertelli
per la laurea in Ingegneria dell’Automazione

laurea
Lucia Bettineschi
per la laurea magistrale in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche

laurea
Noelle Maggiori
per la laurea in Scienze Biologiche

laurea
Alessandro Nitti
per la laurea Magistrale in Ingegneria Meccanica




NOMI E VOLTI

Chiamati alla vita eterna

Borno ____

defunto
Giovanni Domnighinì
6-3-1952 + 9-12-2021

defunto
Veglia Merici
13-8-1923 + 6-1-2022

defunto
Raffaele Elio Pariano
2-1-1952 + 12-1-2022

defunto
Anna Margherita Aquini
20-2-1927 + 13-1-2022

defunto
Giuseppe Gheza
8-4-1960 + 23-1-2022

defunto
Grazia Laddomada
21-4-1924 + 30-1-2022

defunto
Carlo Toniotti
11-1-1934 + 1-3-2022

defunto
Padre Giacomo Rigali
24-12-1941 + 3-3-2022

defunto
Battista Sanzogni
6-5-1927 + 16-3-2022

Ossimo Inf. ____

defunto
Gigi Natale Isonni
20-1-1944 + 11-12-2021

Ossimo Sup. ____

defunto
Guerina Bottichio
16-7-1958 + 30-12-2021

defunto
Angela Zendra
6-11-1935 + 4-1-2022

defunto
Batt. Riccardo Andreoli
3-5-1941 + 7-1-2022

defunto
Eugenia Bassi
8-8-1921 + 3-2-2022

Lozio ____

defunto
Maria Canossi
12-10-1926 + 15-12-2021

defunto
Maria Massa
2-7-1932 + 1-2-2022

defunto
Vincenzo Massa
30-8-1943 + 12-3-2022

defunto
M. Valerio Piccinelli
7-6-1927 + 23-3-2022




COMUNITÀ IN CRONACA

ABBIAMO CELEBRATO...

PRESEPIO MECCANICO presso la chiesa San Fiorino a Borno realizzato dal signor Gino Vanoli 8 dicembre 2021 - 23 gennaio 2022

Venerdì 24 dicembre 2021 PRESEPE VIVENTE a Ossimo Inferiore

Giovedì 6 gennaio 2022 “Epifania del Signore” Giornata Mondiale dell’Infanzia Missionaria Nel pomeriggio visita dei Magi, benedizione dei bambini e premiazione del concorso presepi.

Domenica 16 gennaio 2022 FESTA DI SANT’ANTONIO a Ossimo Superiore S. Messa, benedizione degli animali e del sale sul sagrato.

Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani dal 18 al 25 gennaio

Domenica 30 gennaio “San Giovanni Bosco” S. Messa solenne a Borno.

Mercoledì 2 febbraio “Presentazione del Signore” Candelora 26° Giornata mondiale della vita consacrata

Domenica 6 febbraio 44° Giornata nazionale per la vita Santa Messa solenne per le famiglie dei bambini nati nel 2021 a Borno, Ossimo Inf. e Ossimo Sup.

27 - 28 febbraio - 1 marzo TRIDUO DEI DEFUNTI a Borno Ha celebrato e dettato le meditazioni Mons. Aldo Delaidelli.

Giovedì 3 marzo S. Messa per il BEATO INNOCENZOa Berzo inferiore

TRIDUO DEI DEFUNTI 4 – 5 – 6 marzo a Ossimo Superiore e 11 – 12 – 13 marzo a Ossimo Inferiore Ha dettato le meditazioni Padre Giuseppe dei frati del convento dell’Annunciata.

per i ragazzi BUONGIORNO A GESÙ! Tutti i martedì e i giovedì di Quaresima in chiesa a Borno.

Martedì in chiesa a Borno INCONTRI QUARESIMALI PER ADULTI “In cammino con Gesù e la Chiesa” Ascolto della parola di Dio, riflessione dai padri cappuccini dell’Annunciata. Momento di Adorazione Eucaristica. Canto animato dal gruppo del Rinnovamento nello Spirito Santo “Gesù è la luce”.

Giovedì 17 marzo INCONTRO DI FORMAZIONE Per i genitori serata in chiesa a Borno. Teatro con MAX SERRA: “Il dialogo tra genitori-figli, prospettive e potenzialità”.

11-16-25 marzo - 1 aprile PREGHIERA DALLA FAMIGLIA Diretta facebook su parrocchiaborno

Venerdì 18 marzo FESTA DEL PAPÀ S. Messa a Borno con i ragazzi che accompagnano i propri papà.

Giovedì 31 marzo INCONTRO DI FORMAZIONE SPIRITUALE Per tutti i genitori in chiesa a Borno: momento insieme per fare comunione e comunità.

Venerdì 1 aprile Liturgia della VIA CRUCIS presso la chiesa di Laveno animata dai bambini del catechismo e da "I Musicanti"

Venerdì 8 aprile Liturgia della VIA CRUCIS per le strade del paese di Borno animata dai gruppi dei ragazzi e da alcuni gruppi del paese.


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"Machina" del Triduo dei Defunti

Frugando nel Sacco
Frugando nel Sacco

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Chiesa  di s. Antonio Borno
Chiesa di s. Antonio


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