Natale 2025

Don Raffaele
Da 2025 anni risuona il grido degli angeli ai pastori invitati ad andare alla culla di Gesù: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore!”. Anche quest’anno, Natale 2025, in tutte le chiese del mondo a ore diverse risuonerà questo canto e questo augurio che crediamo il più bel regalo di Natale: la pace!
Se rileggiamo le pagine dei Vangeli di Matteo e Luca sulla fine del mondo e il giudizio finale, ci pare che questi scritti siano non di 2000 anni fa, ma di oggi; sembra che Gesù descriva il nostro tempo, la nostra realtà: rivoluzioni, popolo contro popolo, guerre, carestie, pestilenze, persecuzione dei cristiani… Sono tutte cose che noi viviamo, vediamo e sentiamo ogni giorno attraverso i mezzi di comunicazione.
Nasce allora una domanda: l’augurio di pace del Natale anno zero, quando è nato Gesù, è un’illusione? Una pomata messa su una ferita per lenire il dolore, ma che non fa guarire? E noi cristiani, che da 2025 anni proclamiamo al mondo questo messaggio, siamo persone serie oppure simili a quelli che tutti gli anni a Natale si vestono da angeli o da babbi natale e girano per le vie a cantare le nenie natalizie così stucchevoli, monotone, sempre uguali… e se dai loro qualche moneta ti augurano il buon Natale?
Povero Natale, soffocato, sepolto sotto le canzoni, le luci, l’albero, il panettone, il babbo natale, le renne, sotto tutte le chincaglierie cinesi che riempiono i vari mercatini e tutti i negozi; e anche lì, dentro e fuori, le solite musichette natalizie. Si pensa che uno ascoltandole diventi più buono. Ritrovare il vero Natale in mezzo a tutto questo ciarpame di dolci, luci, auguri e belle parole diventa veramente difficile.
Alcuni non si lasciano distrarre da tutto ciò che risplende e luccica, cercano qualcosa di nuovo che renda il Natale non una festa da celebrare e mettere via, ma un dono che ci segue nel cammino e ci aiuta a sempre a sperare, la speranza di un mondo nuovo, dove la pace trovi dimora.
Natale è la festa che celebra la FORZA e la DEBOLEZZA di Dio!
Sì, il Natale è espressione della forza di Dio, del nostro Dio che ha portato a compimento il suo disegno senza mai arrendersi di fronte alle ribellioni dell’uomo. Ma Dio, nonostante la sua forza, non ha stravolto la storia e non ne ha approfittato per dispiegare la sua bellezza e la sua potenza: questa forza si è fatta presente in ciò che di fronte agli uomini non conta, si è fatta debolezza in una ragazza, Maria, che diventa dimora del Figlio Gesù, la parola che prende carne e viene ad abitare in mezzo a noi per essere l’Emmanuele, il Dio con noi.
Dio non cambia la storia, non mette da parte coloro che contano: si sottopone ai capricci umani di un imperatore che vuole il censimento costringendo migliaia di persone a spostarsi e fra loro, anche una piccola famiglia della Palestina, il cui bambino viene al mondo in un luogo sperduto e deposto in una mangiatoia. Dio sfida il mondo con un bambino che è la realtà più debole e povera perché ha bisogno di tutto!
Quel Bambino è il PRINCIPE DELLA PACE, porta nel mondo il seme della speranza, il seme della pace.
La pace è un dono da coltivare ogni giorno, è una pianticella che ha bisogno di cure e rischia di essere continuamente strappata dalla terra. I semi portato Gesù, come buona terra, noi dobbiamo accoglierli, coltivarli e farli fruttare affinché il mondo possa cambiare.
Ci sono semi di alcune piante che crescono anche nelle fessure del cemento armato e hanno tanta forza da spaccare il cemento stesso e venire alla luce: il seme della pace può avare una forza talmente grande da spaccare le guerre!
Natale di Pace? Sì, se lo viviamo come Natale di speranza che conclude questo anno giubilare – Noi pellegrini di speranza, appunto – che abbiamo vissuto.
E mentre qualcuno predica la pace e fabbrica armi e le usa, noi offriamo l’arma della preghiera e della speranza spronati dalle parole e dalla presenza di Papa Leone che continuamente ci rivolge questi inviti.
Ci scambieremo gli auguri di Natale.
Noi cristiani ci vogliamo scambiare l’augurio della pace: ci sia pace in noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità. E ogni giorno non stanchiamoci di accorgerci, accogliere e coltivare i semi della Speranza e della Pace.
A nome di tutti i sacerdoti dell’Altopiano del sole, auguri di Buon Natale!


La cura dei poveri fa parte della grande Tradizione della Chiesa, come un faro di luce che, dal Vangelo in poi, ha illuminato i cuori e i passi dei cristiani di ogni tempo. Pertanto, dobbiamo sentire l’urgenza di invitare tutti a immettersi in questo fiume di luce e di vita che proviene dal riconoscimento di Cristo nel volto dei bisognosi e dei sofferenti. L’amore per i poveri è un elemento essenziale della storia di Dio con noi e, dal cuore stesso della Chiesa, prorompe come un continuo appello ai cuori dei credenti, sia delle comunità che dei singoli fedeli. In quanto è Corpo di Cristo, la Chiesa sente come propria “carne” la vita dei poveri, i quali sono parte privilegiata del popolo in cammino. Per questo l’amore a coloro che sono poveri – in qualunque forma si manifesti tale povertà – è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio. [103]
A cura della redazione
Come scrive nei primi paragrafi, Papa Leone ha accolto volentieri e fatto suo questo progetto – un’esortazione sui poveri – pensato da Papa Francesco come seguito della Dilexit nos, l’enciclica sull’amore umano e divino del cuore di Gesù Cristo.
Ripercorrendo in 121 paragrafi prima gli innumerevoli spunti biblici che fanno dei poveri – gli orfani, le vedove, gli stranieri, gli oppressi – le persone verso le quali Dio si mostra e si fa più vicino, poi l’attenzione ai bisognosi dei padri della Chiesa e di tutta la stessa storia della Chiesa, da san Francesco a madre Teresa di Calcutta, non tralasciando i santi sociali come san Giovanni Bosco, Papa Leone XIV sottolinea con vigore che la cura dei cristiani verso i poveri, il camminare con loro non è soltanto un buon sentimento, una questione filantropica.
L’opzione preferenziale dei poveri, come è stato espresso dal continente latino-americano e poi accolto dal magistero dell’intera Chiesa, è una questione teologica: si è davvero cristiani, si tocca davvero l’amore di Dio solo quando si vive con e per i poveri. Citando la prima lettera di Giovanni, il Papa ci ricorda che se prima non amiamo i fratelli che vediamo, non possiamo amare Dio che non vediamo; l’amore del prossimo, specialmente di quello più in difficoltà, è il cuore stesso del Vangelo.
Nel documento viene specificato che non esiste solo una povertà materiale. Siamo chiamati ad impegnarci anche verso le “povertà di chi è emarginato socialmente e non ha strumenti per dare voce alla propria dignità e alle proprie capacità, la povertà morale e spirituale, la povertà culturale, quella di chi si trova in una condizione di debolezza o fragilità personale o sociale, la povertà di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà”. [9]
Un altro passaggio importante del documento afferma che “questa preferenza (per i poveri) non indica mai un esclusivismo o una discriminazione verso altri gruppi, che in Dio sarebbero impossibili; essa intende sottolineare l’agire di Dio che si muove a compassione verso la povertà e la debolezza dell’umanità intera e che, volendo inaugurare un Regno di giustizia, di fraternità e di solidarietà, ha particolarmente a cuore coloro che sono discriminati e oppressi, chiedendo anche a noi, alla sua Chiesa, una decisa e radicale scelta di campo a favore dei più deboli”. [16]
È proprio in questo senso che viene proposto anche il titolo, tradizionalmente tratto dalle prime parole di tutte le encicliche e le esortazioni, Dixile te, «Ti ho amato». Riferendosi ad un passo dell’Apocalisse (3,9) si sottolinea come il Signore ami soprattutto le comunità e le persone che non hanno rilevanza, quelle esposte alla violenza e al disprezzo, quelle a cui sono indirizzate le parole del cantico di Maria: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52-53). E se ci pensiamo bene, nonostante i nostri deliri di onnipotenza, tutti abbiamo poca forza, poco potere, tutti siamo deboli ma Dio ci ama.
Oltre a schierarsi per e con i più poveri, un altro invito importante, a nostro avviso, è quello di impegnarci anche politicamente contro la povertà, contro quelle strutture di peccato – come vennero definite per la prima volta da san Giovanni Paolo II – che rendono i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Notevole a tale riguardo è il richiamo alla dottrina sociale della Chiesa secondo la quale «Ogni proprietà privata ha per sua natura una funzione sociale che si fonda sulla comune destinazione dei beni. Se si trascura questa funzione sociale, la proprietà può diventare in molti modi occasione di cupidigia e di gravi disordini». (Cost. Past. Gaudium et spes)
Durante il tempo del Natale nelle Messe sentiremo risuonare ancora una volta lo stupendo prologo del Vangelo secondo Giovanni con quel “Verbo-parola che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, un’espressione su cui si sono confrontati molti teologi e filosofi, ma che in fondo ci suggerisce che la nostra fede non è una dottrina astratta, un spiritualismo vano e fumoso.
Proprio l’esortazione pensata da Papa Francesco e completata da Papa Leone XIV, ci ricorda che anche l’elemosina – gesto che oggi non gode di buona fama e di giustizia ristabilita secondo sant’Ambrogio – specialmente se compiuta guardando negli occhi la persona a cui offriamo il nostro aiuto, è l’occasione per toccare la carne del povero, per toccare la carne e l’amore di Cristo.


Card. Giovanni Battista Re
Il presepio, così caro al popolo cristiano, è una pagina viva del Vangelo, che suscita commozione, meraviglia e stupore.
L’origine del presepio ha la sua ispirazione nella narrazione della nascita di Gesù a Betlemme fatta dall’evangelista Luca, il quale dice: “Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’albergo”.
Il Figlio di Dio, entrando in questo mondo, trovò posto dove gli animali vanno a mangiare. Il fieno diventò il suo primo giaciglio.
In latino la parola mangiatoia è praesepium, che tradotto in italiano diventa presepio.
L’inizio della costruzione del presepio, come noi usiamo fare oggi, ebbe luogo nel 1223 a Greccio, per opera di San Francesco d’Assisi, il quale alcuni mesi prima aveva fatto un viaggio in Terra Santa e aveva potuto contemplare il paesaggio di Betlemme e le sue grotte.
Dopo essere passato a Roma, dove il 29 novembre 1223 ricevette da Papa Onorio la conferma della sua Regola, nel viaggio verso Assisi si fermò nel convento di Greccio, nella Valle di Rieti. Quindici giorni prima di Natale, S. Francesco chiese ad un nobile del posto, che si chiamava Giovanni, di aiutarlo ad attuare un suo grande desiderio: “Vorrei rappresentare – disse – il bambino nato a Betlemme e vedere con i miei occhi i disagi in cui si è trovato in una grotta, privo di quanto necessario per un neonato e vederlo adagiato sul fieno. In pari tempo desidero sperimentare in maniera viva la gioia per la nascita di Gesù”.
Quel nobile mise a disposizione un luogo appropriato della sua vasta tenuta. San Francesco nella sua fantasia chiese che vi fosse messo anche un bue ed un asinello. Fu una sacra rappresentazione molto suggestiva e un atto di pietà religiosa che il 25 dicembre e nei giorni successivi attirò a Greccio molti frati da varie parti e molta gente dei casolari della zona. Tutti manifestarono una gioia indicibile.
Quel presepio ha attraversato i secoli per la sua irresistibile suggestione e per la capacità di far sognare e pregare.
Il presepio, anche nel nostro tempo secolarizzato, è una bella tradizione natalizia delle nostre famiglie ed è diventato consuetudine allestirlo anche nelle piazze, nei luoghi di lavoro, negli ospedali, nei negozi, nei supermercati, nei collegi.
La scena del presepio tocca le corde del cuore; commuove perché manifesta la grandezza dell’amore di Dio per noi: Lui, il Creatore del cielo e della terra, si è abbassato fino alla nostra piccolezza e si è fatto vero uomo per la nostra salvezza e viene a cercarci.
Il Natale è la festa più umana della fede e il presepio ci fa, in qualche senso, vedere e toccare l’evento più alto della storia, quello di Dio che per nostro amore è disceso dal cielo e si è fatto uno di noi.
Il periodo natalizio è uno dei momenti più belli dell’anno. A Natale si ama stare insieme nelle nostre case. Si vuole godere la famiglia. Ci si scambiano auguri e doni. C’è in tutti un calore umano che commuove. C’è un’atmosfera irripetibile, che nessun altro giorno dell’anno conosce.
La celebrazione del Natale illumini i nostri passi e dia senso e valore alla nostra esistenza.

12-13-14 agosto - Giornate Eucarstiche a Borno
31 agosto - Festa degli Alpini a Lozio

14 settembre - S. Messa in ricordo di don Giulio Corini a Lozio
26 settembre - S. Messa nella chiesetta dei Ss. Cosma e Damiano all'Annunciata

28 settembre - Festa patronale Ss. Cosma e Damiano e 50° di ordinazione sacerdotale di don Cesare Isonni e don Lino Zani a Ossimo Inferiore
25 ottobre - Rassegna corale Voci dalla Concarena a Lozio

26 ottobre - Ricordo degli anniversari di matrimonio a Borno
13 novembre - S. Messa per la visita giubilare del vescovo Pierantonio Tremolada a Breno

19 novembre - Veglia di preghiera con P. Massimo Taglietti e i frati dell’Annunciata alla presenza della reliquia di s. Francesco a Borno
22 novembre - Giubileo dei Cori e delle Corali a Borno

«L’auto è ferma ai bordi della strada. L’autista cambia la ruota. Io non so da dove vengo né so dove vado. E allora perché attendo con impazienza il cambio della ruota?».
«A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, rispondo che so bene quello che sfuggo, ma non quello che cerco»
Emilia Pennacchio
La prima citazione è del famoso drammaturgo e poeta tedesco Bertolt Brecht, ateo; la seconda del filosofo francese Montaigne, cattolico.
L’impazienza per il primo, la necessità del viaggio come ricerca per l’altro. L’impellenza di andare, la necessità di guardare oltre. Movimento.
Fra le varie definizioni che sono arrivate in redazione sul senso del cammino, c’è questa: “Per me camminare è un modo per distaccarmi dal tempo, dalla realtà e da ciò che mi circonda. Ritrovare me stesso, lasciare andare la mente e i pensieri che mi affliggono ogni giorno. Fare un reset positivo.”
Il cammino qui è visto come strumento per guardarsi dentro e magari per riuscire a comprendere quale indirizzo dare al nostro andare, affinché non sia soltanto un mero girovagare, ma una crescita interiore. Un muoversi che è speranza, “Speranza che non delude”, perché è liberazione dalle tante subdole schiavitù a cui il mondo moderno ci sta abituando e che ci incastrano in un sistema bieco e vizioso privo di soddisfazione.
Nello scorso numero, quando abbiamo riflettuto sulla Misericordia, prendendo spunto da due figure note della letteratura classica, abbiamo visto come fra’ Cristoforo ne I Promessi Sposi e Jean Valjean ne I miserabili, per esercitarla hanno intrapreso il loro cambiamento muovendosi verso l’altro, verso il prossimo. Fra’ Cristoforo viene perdonato, cambia vita, cambia strada, cambia itinerario. Quel pezzo di “pane del perdono” che aveva conservato diventa strada per Renzo e Lucia che da lui lo ricevono e diventa poi indirizzo per instradare a loro volta i figli che avranno. Un cammino che non finisce mai se continuiamo a passarci il testimone nonostante le mille e mille difficoltà!
E così anche l’ex galeotto Jean Valjean: conosce la misericordia e impara a praticarla perché ha compreso che solo così l’uomo può redimersi e sperimentare la bellezza dell’amore offerto dal perdono ricevuto e donato. Lo ha fatto incontrando gli ultimi, come la povera Fantine, che la misericordia non sanno nemmeno immaginarsela!
Questi incontri, non sono forse cammini, pellegrinaggi, strade intraprese?
Si cammina per guardare dentro sé stessi, per quel senso di incompiutezza che grazie a Dio il mondo, con le sue lusinghe, non ci ha ancora saputo togliere. E che torna, spariglia le carte, ci dà una scossa, ci fa nascere dentro la speranza che, nel prendere coscienza di ciò che lasciamo, scopriamo la bellezza di ciò che ci appare davanti. È la bellezza della vita, della vita pienamente e consapevolmente vissuta.
Scrive il cardinal Ravasi: “Credenti e non credenti siamo, allora, insieme invitati a interrogarci sul senso del nostro cammino. I percorsi sono diversi, spesso sotto un sole sfolgorante, altre volte in mezzo a vegetazioni lussureggianti. Importante è non sedersi ai bordi del sentiero, inerti e scoraggiati, ma continuare la ricerca di una meta perché, come già insegnava il Socrate di Platone, «una vita senza ricerca non merita di essere vissuta»”.
Il pellegrinaggio giubilare è dunque un’opportunità: dal desiderio legittimo di prendere le distanze da quel quotidiano che spesso non colma il nostro senso di incompiutezza, nasce la necessità di riconciliarci con noi stessi, assaporando la bellezza dell’essere perdonati e acquisendo così l’energia per ripartire alleggeriti dai fardelli del nostro male di vivere.
Non so come, ma mentre pensavo al titolo dell’articolo, mi è tornato alla mente il famoso ultimo verso della Divina Commedia: “L'amor che move il sole e l'altre stelle”, la fine del viaggio di Dante.
E così penso:
Speranza? Sì!
Misericordia? Assolutamente!
Cammino? È crescita. Certo che sì!
Ma alla base di tutto, che innesta la speranza, che ci rende compassionevoli, che ci spinge ad andare avanti, sempre, quel che guida l’universo, il motore dell’esistenza e di tutto ciò che esiste e che è principio ultimo della felicità umana è l’AMORE.
Per amore Dio ci ha regalato un mondo bellissimo dove vivere, ci ha donato suo Figlio, un uomo che ci ha amato così tanto da essere morto per farci guadagnare l’eternità.
Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore, dice Giovanni della Croce. Non sugli errori, sulle mancanze, sulle pratiche religiose, ma sui gesti buoni, sulle briciole di gentilezza, sui bicchieri d’acqua donati. (p. Ermes Ronchi)
L'Anno Giubilare volge al termine. Il 6 gennaio verrà chiusa da papa Leone la Porta Santa aperta da papa Francesco e si aprirà il tempo di far fruttare nelle nostre vite i tanti doni che questo anno di grazia ci ha profuso.
E allora: buona strada a tutti noi, pellegrini di speranza!


Roberta - Cai Borno
Il cammino è una delle metafore più antiche dell’esperienza umana. Camminare significa avanzare, lasciare tracce, cambiare prospettiva. Quando però il cammino si sposta in montagna, questa esperienza si amplifica: l’ascesa diventa un gesto che unisce corpo, mente e spirito. Per molti, il percorso tra sentieri e cime è una forma di ricerca interiore, una pratica silenziosa che conduce a una comprensione più profonda di sé stessi, che condivisa anche con altri si trasforma in passione.
La montagna è un luogo dove il rumore del mondo si attenua e si appianano i rapporti perché non esiste differenza di età. In questo silenzio, la natura ti invita a un ascolto sincero: dei propri pensieri, delle proprie paure, ma anche delle proprie risorse. Chi cammina in quota si ritrova immerso in un ambiente che favorisce l’autenticità dei sentimenti, la fatica aiuta a condividere e apprezzare tutto quello che ti circonda.
Ma è grazie alla condivisione del tempo dei singoli individui che dà la possibilità di esistere all’associazione del CAI (Sezione Borno) e regala gratuitamente gite. Con questo impegno comune, si può far vivere in chi partecipa nuove salite ogni volta. Superare un tratto ripido, ritrovare il ritmo, affrontare un imprevisto meteo sono tutte esperienze che riflettono le prove della vita. La montagna insegna che la crescita passa attraverso il passo dopo passo, e che la forza non sta nella velocità ma nella continuità. La cima non è soltanto un punto geografico, ma rappresenta una crescita interiore. Non sempre si arriva fino alla vetta, e non sempre è necessario. Ciò che conta è la direzione del cammino.

Daniele Ferrari
Chi si ferma è perduto, recitava un vecchio adagio. Vivere è affrontare un cammino incessante che spesso intuiamo a fatica dove ci porti. Lungo il percorso incontriamo paesaggi, persone ed anche sorprese, ahimè non sempre piacevoli.
Con quale musica provare a interpretare questo cammino? Dopo averci pensato non poco, ho individuato nel secondo movimento della Sinfonia n. 5 di Ludwig van Beethoven una possibile colonna sonora per un’adeguata riflessione.
Questa Sinfonia di Beethoven, successivamente denominata Sinfonia del destino, venne composta tra il 1804 ed il 1808 ed è a pieno titolo considerata un capolavoro assoluto della storia della musica. Vorrei però focalizzare l’attenzione non sul celeberrimo primo movimento (con il primo tema del destino che bussa alla porta), ma sul secondo, Andante con moto, che Beethoven compone utilizzando la forma del Tema con variazioni.
Su YouTube si può ascoltare una magnifica esecuzione dell’Orchestra Filarmonica di Vienna diretta da Christian Thielemann (nel campo di ricerca di YouTube basterà inserire “Beethoven 5 Thielemann”; il secondo movimento inizia a 8’25”).
Il tema appare scarno, con una melodia eseguita da viole e violoncelli e punteggiata dal solo pizzicato dei contrabbassi, a cui segue la colorata risposta dei fiati (8’56”). È un incedere assai cantabile ma un po’ a scatti che, oltre un immaginario tornante non proprio agevole, si apre sul bagliore accecante del sole estivo (9’47”). Ma, come spesso accade, le nuvole attenuano di lì a poco il bagliore, lasciando nuovo spazio al tema iniziale che riappare non più a scatti, ma sinuoso nella variazione melodica (10’38”).
Ed ecco un nuovo tornante, più lungo, incerto e forse in salita (12’14”), percorrendo il quale ci chiediamo cosa mai ci aspetterà. Le nuvole lasciano filtrare solo qualche raggio di sole, e di nuovo si incontra un tornante (13’23”). Il paesaggio è in ombra, il sentiero un po’ umido, scivoloso a tratti (15’15”), ma quel primo tema non cessa di risuonare nella nostra anima (16’18”), quasi a infonderci forza per proseguire nel cammino dell’ascolto.
La narrazione musicale procede mostrandoci sempre nuove sfaccettature di quel primo tema, in un caleidoscopio di colori timbrici che Beethoven stende utilizzando magistralmente la tavolozza dei colori orchestrali.
Ora però il tempo stringe (…ed anche lo spazio per scrivere) per cui è tempo di tornare sui nostri passi, lungo la medesima strada.
Il tema che abbiamo sentito più volte tornerà uguale, ma sempre diverso nelle variazioni per lasciarci, stupiti, a contemplare nuove prospettive, nuovi dettagli (18’00”) ora svelati dalla luce ormai calante del sole (18’18”).
Se la vita è un cammino, potremmo forse interpretarla come un tema con variazioni. Oltre le multiformi sfaccettature di situazioni e persone si cela un sentiero inarrestabile sul quale compiremo anche passi falsi, ma che ci offrirà comunque l’opportunità di contemplare scenari e fare incontri inaspettati, variazioni sulla vita.

Fra Giorgio Stancheris
“La speranza non delude” (Rm 5,5), è il messaggio centrale del Giubileo che la Chiesa, popolo di Dio, sta vivendo dallo scorso 24 dicembre 2024, quando Papa Francesco ha aperto la Porta Santa della Basilica di San Pietro in Vaticano.
Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene.
Essa, infatti, nasce dall’amore e si fonda sull’amore che scaturisce dal Cuore di Gesù trafitto sulla croce. Poi è lo Spirito Santo, con la sua perenne presenza nella Chiesa, a irradiare nei credenti la luce della speranza.
Questa luce vista nella fede è nutrita dalla carità, dalle opere buone di ciascun cristiano e ci permette di andare avanti nella vita quotidiana, pur tra travagli e sofferenze, con serenità e pace nel cuore.
La nostra vita spirituale ha bisogno di momenti forti per nutrire e irrobustire la speranza.
Proprio per questo le nostre Parrocchie dell’Altopiano del Sole, se pur in tempi diversi, hanno celebrato negli scorsi mesi le Giornate Giubilari.
Su mandato dell’arciprete don Paolo Gregorini, sono stati i frati Cappuccini dell’Annunciata (P. Giuseppe, P. Maurizio, P. Piergiacomo, F. Giorgio) coordinati da P. Massimo Taglietti del convento di Lovere, a guidare queste giornate di particolare intensità spirituale e di gioiosa comunione.
Hanno scandito questi giorni le celebrazioni Eucaristiche mattutine, con una specifica predicazione sulla Parola proclamata.
A sere alterne riunivano la comunità le catechesi di P. Massimo, che rimarcavano in particolare il senso e il valore di fare comunione, di costituire la famiglia parrocchiale e di appartenere all’unica Chiesa di Dio, di cui Cristo è il capo e noi siamo le membra.
Bellissimi e gioiosi gli incontri con i bambini della scuola primaria col Buongiorno a Gesù..
Proficue sono state pure le visite dei frati alle famiglie e agli ammalati, momenti di prossimità vissuta con fratelli e sorelle che hanno portato gioia e speranza e hanno confermato noi religiosi come “frati del popolo”.
Non potevano mancare in queste giornate momenti di adorazione dell’Eucaristia: si sono svolti come preghiera serale, per immergerci totalmente nell’amore di Dio, per stare intimamente uniti a Lui e per affidarci al Cuore sacro e dolcissimo di Gesù.
Queste giornate di grazia si sono chiuse con la settimana celebrata a Borno dal 12 al 19 ottobre.
Essa ha avuto un particolare accento mariano, risuonato nelle catechesi serali di P. Massimo.
La Vergine Maria ci insegna a seguire Gesù come ha fatto Lei: con piena fiducia e totale abbandono alla sua divina volontà, come madre premurosa ci aiuta e ci sorregge nel cammino della vita.
Soprattutto, quando siamo schiacciati dalle sofferenze e dalle prove, ci consola e ci offre speranza con le parole che rivolse al veggente di Guadalupe San Juan Diego: “Non sto forse qui io, che sono tua madre?“.
Concludo con una sottolineatura presa dalla Bolla di indizione del Giubileo Spes non confundit: “Abbiamo bisogno di abbondare nella speranza per testimoniare in modo credibile e attraente la fede e l’amore che portiamo nel cuore; perché la fede sia gioiosa, la carità entusiasta; perché ognuno sia in grado di donare anche solo un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito, sapendo che, nello Spirito di Gesù, ciò può diventare per chi lo riceve un seme fecondo di speranza”.
Auguro a tutti che queste giornate, vissute dai presenti con spirituale entusiasmo, abbiano acceso nei cuori gioia, carità e speranza, per un santo cammino di fede incontro a Cristo Signore, nostro Dio e Re della storia.
* * *
Giorni di luce, di fraternità, condivisione e di gioia spirituale
Insieme ai frati dell’Annunciata e la nostra comunità di Borno nel mese di Ottobre abbiamo vissuto un tempo di profonda comunione e preghiera con le Giornate Giubilari.
Il canto del coro la sera dell'apertura ha elevato le nostre anime, trasformando ogni nota in lode e gratitudine a Maria, madre della Speranza.
Poi la meditazione, il silenzio che si è fatto voce di Dio, richiamo alla pace e alla presenza che rinnova il cuore.
Giorni di luce, di fraternità, condivisione e di gioia spirituale, segno della misericordia che ci accompagna e ci invita a camminare sempre nella speranza.
Ramona


Andrea Pennacchio
Collegandoci a internet e digitando “immagini di Santi” ci comparirà una serie di ritratti che appartengono all'immaginario collettivo.
L'iconografia classica ci presenta uomini e donne, generalmente adulti, ma spesso anche anziani, ritratti con gli elementi caratteristici delle varie figure sacre: abbigliamento, fattezze del volto, oggetti tenuti in mano, animali che li accompagnano... L'ambiente dello sfondo può variare da uno spazio divino e simbolico (come un trono dorato) a uno sfondo architettonico o paesaggistico più reale.
Se proviamo a digitare nel motore di ricerca “San Carlo Acutis” ci appare una serie di immagini di un adolescente sorridente, dal viso pulito, spesso con uno zaino in spalla, una polo rossa e blu, gli occhiali da sole infilati nello scollo della maglietta e sullo sfondo un ambiente naturale. Chi non conoscesse la sua storia, lo scambierebbe per un qualsiasi adolescente dei giorni nostri. Sicuramente non lo accomunerebbe a San Francesco piuttosto che a San Paolo o a Padre Pio. Eppure anche questo ragazzo è stato proclamato beato sotto il pontificato di papa Francesco che più volte ne aveva parlato come di un modello di santità dell'era digitale, per poi essere proclamato santo il 7 settembre 2025 da papa Leone XIV.
Nonostante la giovane età la vita di Carlo è stata intensa e ricca di impegno. Fin dai tempi della scuola mostrò curiosità vivace e mente brillante: i professori ricordano come spesso fossero costretti a modificare le lezioni per rispondere alle sue domande.
Realizzò video e progetti scolastici sul volontariato, donava vestiti, coperte e sorrisi a chi incontrava, e si faceva prossimo senza mai voltarsi indietro. Come ricorda la sua professoressa Capello: “Chi incontrava, aiutava. Una vita spesa per gli altri”.
Il suo impegno nella fede era altrettanto concreto: partecipava quotidianamente alla Messa, pregava regolarmente e si prendeva cura dei più bisognosi, incarnando un modello di santità che affascinava e talvolta inquietava i compagni di scuola.
La sua passione per l’informatica si unì alla vocazione: insieme a uno studente di ingegneria informatica curò il sito della parrocchia milanese di Santa Maria Segreta e progettò portali per il volontariato dell’Istituto Leone XIII, coordinando spot e contenuti per concorsi nazionali. Anche l’estate del 2006, nell'anno della sua morte, fu dedicata a ideare e sviluppare siti per progetti ecclesiastici, tra cui quello della Pontificia Accademia Cultorum Martyrum. Carlo ha utilizzato il web anche per diffondere la mostra Segni, dedicata ai miracoli eucaristici e divenuta celebre in tutto il mondo.
Forte il suo legame con San Francesco. Acutis, infatti, era solito trascorrere la maggior parte delle sue vacanze nella casa di famiglia ad Assisi, città dove è sepolto. Dal Santo Patrono d'Italia ha imparato a rispettare l'ambiente e a dedicarsi ai più poveri.
Il 12 ottobre 2006, a soli 15 anni, Carlo morì a causa di una leucemia fulminante, dopo un ricovero durato appena tre giorni all’ospedale San Gerardo di Monza. La sua breve vita, però, ha lasciato un’eredità duratura: nel 2020 è stato beatificato grazie al miracolo della guarigione inspiegabile di Valeria Valverde, una giovane del Costa Rica che studiava a Firenze.
A seguito di un incidente nel 2022, Valeria subì un trauma cranico. Era in fin di vita e la madre, che si trovava ad Assisi, andò a pregare davanti al corpo di Acutis che era sepolto lì: la sera la chiamarono dall'ospedale per dirle che la figlia si stava riprendendo.
Definito dalla madre Antonia Salzano un vero ed efficacissimo influencer di Dio, Acutis è diventato un simbolo per i giovani nell’era digitale, patrono di Internet e modello di come la santità possa vivere nella quotidianità: tra scuola, amici, passioni e gesti concreti di carità.
Leggendo la sua biografia mi sono rimaste impresse alcune sue frasi che dimostrano quanto fosse un quindicenne saggio, riflessivo, dimostrando una maturità straordinaria e una fede profonda nonostante la sua giovane età:
Preghiera
O Dio, nostro Padre,
grazie per averci dato Carlo,
modello di vita per i giovani,
e messaggio di amore per tutti.
Tu lo hai fatto innamorare
del tuo Figlio Gesù,
facendo dell’Eucaristia
la sua “autostrada per il Cielo”.
Tu gli hai dato Maria,
come Madre amatissima,
e ne hai fatto col Rosario
un cantore della sua tenerezza.
Accogli la sua preghiera per noi.
Guarda soprattutto ai poveri,
che egli ha amato e soccorso.
E rendi piena la nostra gioia,
ponendo Carlo tra i Santi della tua Chiesa,
perché il suo sorriso
risplenda ancora per noi
a gloria del tuo nome.
Amen


P. Maurizio Golino
Il 4 ottobre 2026 si celebreranno gli 800 anni dal giorno della morte di San Francesco d'Assisi, che lui stesso chiamò Sorella (Cantico di Frate Sole), e che i suoi frati e amici spirituali tradizionalmente chiamano Transito da questa vita a quella eterna. Pertanto il 4 ottobre di questo 2025 è iniziato l’anno decisivo che ci porterà all’ottavo centenario dalla morte, in Assisi, presso la famosa Porziuncola in Santa Maria degli Angeli.
Le Famiglie Francescane hanno creduto bene di creare un itinerario di avvicinamento al centenario del 2026, affinché l’attenzione non fosse fissata solo sulla morte del santo, ma anche su alcune tappe significative che hanno preceduto l’evento culmine di un’esperienza profonda di sequela Christi quale quella vissuta da Francesco d’Assisi.
La scansione degli eventi vissuti da Francesco negli ultimi anni di vita ha permesso di evidenziare le seguenti tappe:
1223/2023: 800 anni della Regola Bollata e del Natale di Greccio;
1224/2024: 800 anni dall’esperienza mistica delle Stimmate ricevute da Francesco a La Verna;
1225/2025: 800 anni dalla composizione del Cantico delle Creature;
1226/2026: 800 anni “della Pasqua” di Francesco.
I quattro centenari hanno fatto parte di un unico progetto tematico, che si è sviluppato gradualmente e armonicamente secondo la cronologia degli eventi celebrati. I temi chiave proposti per la celebrazione dei centenari sono stati considerati da molteplici prospettive, presenti in ogni celebrazione, che nello specifico si sono riferiti alla dimensione teologica (il nostro essere in Cristo), antropologica (il nostro essere fratelli e sorelle), ecclesiologica (il nostro essere in comunione) e testimoniale (il nostro essere nel mondo).
COME MUORE FRANCESCO
L'anniversario degli 800 anni è l'occasione per entrare nella vita del santo che muore nudo sulla nuda terra. Dalla Vita prima di Tommaso da Celano, scritta tra il 1228 e il 1229 sappiamo che Francesco, percependo la morte imminente, chiese di essere condotto all’amata Porziuncola. Qui si fa spogliare della ruvida veste di sacco e deporre nudo sulla nuda terra. Volendo essere conforme in tutto a Cristo Crocifisso che, povero e sofferente, era rimasto appeso nudo sulla croce, alzò come sempre il volto al cielo, tutto intento con lo Spirito a quella gloria, disse ai fratelli: “io ho fatto il mio dovere, Cristo vi insegni a fare il vostro”.
In quei drammatici istanti Francesco si rivolge ai suoi frati, stretti attorno a lui. Li esorta, parla a lungo della pazienza, dell’osservanza di Madonna povertà, raccomandando più di altra regola il Santo Vangelo. Mentre tutti i fratelli gli stanno intorno egli stende sopra di loro le mani intrecciando le braccia a forma di croce, un gesto che egli tanto amava, e li benedice presenti e futuri, nella potenza e nel nome del Crocifisso.
Con le ultime energie, Francesco, officia la rievocazione dell’Ultima Cena, si fece poi portare del pane, lo benedisse, lo spezzò ed a ciascuno nè diede un pezzo da mangiare. Volle anche gli portassero il libro dei Vangeli e chiese gli leggessero quel brano di Giovanni che inizia: “Prima della festa di Pasqua”. Lo fece in memoria di quell’ultima e santissima cena che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli e per dimostrare ai fratelli la sua tenerezza d’amore. Passò in inni di lode i giorni successivi, invitando i compagni a lodare con lui il Cristo.
Nella società contemporanea, il pensiero della morte viene spesso rimosso, non solo perché ci ricorda che siamo creature limitate, ma anche perché lascia scoperte quelle false sicurezze che ci fanno sentire padroni del tempo e della vita. Francesco d’Assisi, invece, accoglie sorella morte cantando, perché ha capito che essa non è la fine di tutto ma il fine che ci permette di entrare nella comunione piena con Dio. Infatti, la vita è un dono che deve essere restituito: «Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre» (Lettera a tutto l’Ordine 29, FF 221).
Alla fine dei suoi giorni Francesco contempla la sua vita e scopre la presenza e l’azione del Signore dappertutto, perciò nel Testamento ripete come un ritornello: «Il Signore dette a me, frate Francesco… Il Signore mi dette tale fede nelle chiese… Il Signore mi dette e mi dà una così grande fede… E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo» (Testamento 1-14, FF 110-116).
È lo stesso atteggiamento di Chiara d’Assisi quando scrive il suo Testamento, negli ultimi giorni della sua vita. Infatti, anche da lei Dio viene riconosciuto come il Donatore, a cui si deve rendere grazie per tutti i doni che elargisce, particolarmente per quello della vocazione (cf. Testamento di santa Chiara 1-2, FF 2823).
Celebrare gli 800 anni della Pasqua di Francesco d’Assisi è un invito a contemplare la nostra storia personale e quella della Famiglia Francescana con uno sguardo di fede, che sappia cogliere la presenza e l’azione divina in tutto, anche nelle situazioni difficili e drammatiche che abbiamo vissuto o che dobbiamo vivere nel tempo presente. È una opportunità per ringraziare Dio per tutti i doni che ci ha elargito,
OSTENSIONE DEL CORPO
La ricorrenza dell'VIII Centenario della morte di Francesco è l'occasione di un evento unico nella storia. Dal 22 febbraio al 22 marzo 2026 si terrà ad Assisi la prima ostensione pubblica prolungata delle spoglie mortali di san Francesco. In questa occasione i pellegrini provenienti da ogni parte del mondo potranno raccogliersi davanti al corpo del Poverello, visibile a tutti: «Un dono straordinario, un invito profondo alla preghiera e un’opportunità per vedere il vangelo di Cristo vissuto fino in fondo nella vita di una persona come noi», si legge in un comunicato del Sacro Convento: «Quest’ostensione, radicata nel tema evangelico del seme che muore per portare frutto nell’amore e nella fraternità, ci invita a considerare la vita del santo che continua a portare frutto dopo 800 anni e a ispirare l’umanità intera sulla via della pace, della fraternità, del servizio agli ultimi, della gioia e della cura del creato».
Guardare le spoglie di Francesco non è solo un gesto religioso o una tradizione: è un modo per ricordarci che la santità si fa carne, passa anche attraverso la fragilità di un corpo. Questo incontro ci ricorda che anche noi siamo fatti di limiti, ma soprattutto di possibilità. Francesco, che ha saputo accogliere la propria debolezza e farne un segno d’amore, ha ancora tanto da dire al nostro presente.
È comunque ancora san Francesco a metterci nell’unica, corretta ed autentica prospettiva per «vivere» il ricordo della sua «morte». Il segreto della sua preziosa e altissima esperienza umana e spirituale scaturisce anche dalle ultime parole consegnate ai frati che lo attorniavano nel letto del dolore fisico e della morte quel 3 ottobre 1226: «Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni!» (San Bonaventura da Bagnoregio, Leggenda Maggiore di San Francesco d’Assisi, XIV,3: FF 1239).


Luca Dalla Palma
LETTERA AI GALATI
Gli abitanti della Galazia, una regione che si trova al centro dell’odierna Turchia, erano un ramo dei Galli, quel popolo stanziatosi in Francia ma proveniente dal bacino settentrionale del Mar Nero in seguito alla grande migrazione verso Ovest. Un esercito di Galli, chiamati anche Galati, invase la regione centro-settentrionale della Turchia e vi si stabilì, dando alla nuova patria il nome di Galazia. Presumibilmente, la data di stesura di questa lettera è il 57 d.C., al termine del terzo viaggio missionario di Paolo, mentre egli si trovava forse ad Efeso o in Macedonia. Paolo aveva molto a cuore i Galati: si erano convertiti al cristianesimo attraverso la sua predicazione durante il suo secondo viaggio missionario e avevano accettato con gioia il vangelo, dimostrando un grande affetto verso di lui (Galati 4,13-14).
Dopo un breve saluto, Paolo passa a spiegare lo scopo della sua lettera. Si meraviglia dell’improvviso abbandono del Vangelo e li riprende accoratamente. Risalendo all’Antico Testamento e citando Abramo come esempio, Paolo mostra che per essere salvati non bisogna fare, ma credere per fede. Abramo fu salvato per via della sua fede, e questo molto prima che la legge fosse data al popolo tramite Mosè. La vera funzione della legge è di convincere l’uomo di essere un peccatore: nessuno è in grado di adempierla in ogni cosa. Solo Cristo, che era senza peccato, ci è riuscito. Gesù, unico uomo giusto sulla terra, condannato ingiustamente ad una morte atroce, adempiendo la legge ha reso possibile la riconciliazione fra Dio e l'uomo, separati a causa del peccato. Questa è la grazia di Dio, ovvero che, nonostante non ce lo meritassimo, grazie al sacrificio di Gesù sulla croce e alla sua vittoria sulla morte attraverso la risurrezione, possiamo avere pace con Dio ed essere adottati come suoi figli. A tutti coloro che credono veramente in Gesù, Dio dona lo Spirito Santo, che li guida e li aiuta a vivere una vita che piace a Lui. Lo Spirito, e non la legge, ci dona l’identità di Figli di Dio. Paolo incoraggia i Galati a perseverare nella libertà cristiana perché la legge può essere adempiuta attraverso l’amore (5,13-14).
LETTERA AGLI EFESINI
Efeso era un prospero centro commerciale sulle rive del mare Egeo, alle porte dell’Asia minore. Era celebre soprattutto per il tempio di Diana, una delle sette meraviglie del mondo. L’apostolo Paolo rimase tre anni ad Efeso (Atti degli Apostoli 20,31) e la sua missione portò molti risultati. La lettera agli Efesini, come pure quelle ai Colossesi, ai Filippesi e a Filemone, fu scritta da Roma mentre Paolo era in prigione.
Si tratta di uno scritto focalizzato sulla chiesa. La chiesa è un organismo universale composto da singoli individui, cioè tutti coloro che sono salvati mediante la fede in Cristo Gesù. Una nuova unità è stata creata da Dio attraverso l’opera riconciliatrice della croce (2,16). In tal modo, ebrei e pagani sono entrati a far parte della famiglia di Dio, in cui sono abbattute tutte le barriere razziali, culturali e sociali. C’è una sola chiesa e Cristo ne è il Capo. L’apostolo Paolo usa tre figure per descrivere la chiesa: al capitolo 2 essa è raffigurata come un edificio, al capitolo 4 quella del corpo e al capitolo 5 la chiesa è rappresentata come una sposa.
Nei primi tre capitoli, mentre sviluppa nel lettore il concetto di chiesa, l'apostolo focalizza sul ruolo di Cristo per tutti coloro che credono, sul concetto di grazia e sull'unione che deriva dall'esperienza personale di Cristo confermata dallo Spirito Santo. Infine, i capitoli 4, 5, e 6 insegnano quali dovrebbero essere le conseguenze pratiche per la vita e le relazioni umane: esortano a ricercare la santificazione in ogni aspetto della vita come conseguenza del rapporto con Dio, senza trascurare l'aspetto della lotta spirituale, che è possibile solo usando l’armatura completa di Dio (capitolo 6, dal versetto 10).
LETTERA AI FILIPPESI
L’origine della chiesa di Filippi è descritta dettagliatamente in Atti degli Apostoli 16 (12-40). La prima a nascere in Europa, essa venne fondata verso il 51 d.C., durante il secondo viaggio missionario di Paolo. L’apostolo decise di andare a Filippi in seguito ad una visione, nella quale vide un macedone che gli diceva: «Passa in Macedonia e aiutaci».
In questo scritto, una caratteristica emerge sulle altre: la gioia che lo permea in tutte le sue parti. La sua lettura è davvero incoraggiante: “gioia” e “rallegrarsi” sono le parole più frequenti.
Vediamo, ad esempio, che l’apostolo gioisce nella preghiera (1,4) e dei risultati delle sue fatiche (4,1), gioisce nel sapere che il Vangelo è predicato (1,18), gioisce nella sofferenza anche se questa dovesse condurre alla morte (2,17). Egli esorta i suoi lettori a rallegrarsi nel Signore. Vuole che essi abbiano la gioia della fede (1,25), la gioia della comunione fraterna (2,28) e che, come lui, si rallegrino anche nella prova e nella sofferenza (1,29).
È impressionante notare come l’autore sia capace di gioire, e incoraggiare alla gioia, in un momento tanto difficile della sua vita. Paolo era prigioniero di Nerone, le sue parole non provenivano dalla pace e dalla tranquillità di una vacanza al mare. Al contrario chi scriveva stava aspettando una sentenza che avrebbe potuto significare la sua morte. Paolo sapeva gioire perché era consapevole che la sua unione con Cristo non dipendeva dalle circostanze più o meno favorevoli.
Dopo i saluti, Paolo ringrazia Dio per i Filippesi, ricorda la sua costante preghiera per loro, dà alcune notizie sulla sua prigionia, poi racconta le sue esperienze di prigioniero. Esorta i Filippesi a vivere in modo degno del Vangelo di Cristo, seguendo il suo esempio di umiltà. Nel capitolo 2 troviamo la sublime dichiarazione dell’umiltà del Signore Gesù, seguita dalla glorificazione. Questo è il punto in cui la lettera raggiunge il suo apice. Dopo un intermezzo in cui parla di Epafrodito e Timoteo, Paolo racconta il suo passato di persecutore, la sua esperienza nella vita cristiana e invita i Filippesi a stare in guardia verso quelli che insidiano il loro cammino. L'apostolo conclude con un appello all’unità della Chiesa e dei consigli su come sentire, pensare e agire. Ringrazia i Filippesi per la rinnovata generosità e chiude con i saluti e una benedizione.
LETTERA AI COLOSSESI
Situata nella valle del fiume Lico, nell’odierna Turchia, Colosse era una piccola città, meno importante delle vicine Laodicea e Ierapoli. In tutti e tre questi centri si erano costituite delle chiese cristiane. La lettera ai Colossesi, come ho già detto, è stata scritta con tutta probabilità durante la carcerazione romana di Paolo, intorno al 62 d.C.
Quale messaggio vuole dare Paolo con questo scritto? Non possiamo essere salvati per mezzo delle nostre buone azioni, perché le nostre “buone” azioni sono imperfette. Per usare le parole di un profeta dell’Antico Testamento, agli occhi di Dio sono un “abito sporco” (Isaia 64,6). La salvezza non consiste nel far pareggiare i conti delle nostre azioni, non è un calcolo da ragioniere dove le buone opere rappresentano le entrate e le cattive opere rappresentano le uscite. Se il metodo è la valutazione delle nostre azioni, non c’è speranza: chiuderemo sempre in passivo. La speranza però c’è, ed è in Cristo. Paolo dice che tutte le nostre cattive azioni devono essere cancellate dal documento dove si trovano scritte. La cancellazione è avvenuta quando il documento su cui erano elencate le nostre azioni fu “inchiodato alla croce”. In che modo fu “inchiodata” quella lista che ci condannava? Non fu un foglio di carta ad essere inchiodato alla croce, ma Cristo. Fu così che Egli è diventato il documento di condanna che conteneva le mie azioni cattive. È stato Lui a subire la mia condanna. Ed è stato Lui a donarmi la salvezza. Ecco perché Cristo è l’unica via per riconciliarci con Dio.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti
di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l'essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall'aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
"Gesù Cristo è Signore!",
a gloria di Dio Padre.
(Fil 2,5,11)


Don Stefano
Molti anziani e non, ricordano con piacere le celebrazioni molto curate e solenni dedicate al culto dell’Eucarestia negli anni ‘40 del novecento. Questo tipo di devozione scandiva la vita dei contadina di quel tempo: celebrazioni Eucaristiche, adorazioni, processioni, momenti di preghiera mariana (rosario, anche nelle case). Così come nelle feste comandate e di precetto, la domenica giorno del Signore e in alcune circostanze particolari, la preghiera del vespro e l’adorazione Eucaristica acquistavano un significato molto speciale.
Ricevere la benedizione Eucaristica in quel contesto di preghiera e raccoglimento voleva dire incontrare in forma speciale Cristo nel grande Sacramento e accoglierlo nel tempo presente, condividere le gioie e le speranze di persone battezzate e figlie nel Figlio. Non è per discriminare o snobbare il tempo attuale e nemmeno per ribadire un presunto passato sempre positivo, ma ricordare questi momenti può aiutarci ad entrare in uno stile della preghiera che non ha tempo, non ha spazio; momenti in cui possiamo cogliere che la presenza del Signore in mezzo a noi è più calda che mai e arricchisce indubbiamente la nostra esistenza, stanca e raffreddata dalle correnti di un mondo spesso egoista e secolarizzato. Prenderci del tempo e ammirare il pane consacrato può aprire il nostro cuore all’amore e alla pazienza di Dio, è qualcosa di estremamente vitale, ci incoraggia e ci sprona a intuire che l’amore si estende sopra ogni cosa nella misura in cui possiamo viverlo e trasmetterlo agli altri. Si tratta di un Sacramento di comunione reciproca, non solo per gustarlo con la bocca, ma anche con altri sensi, in particolare la vista per vedere il Signore!
L’adorazione Eucaristica che nelle nostre comunità viene proposta è significativa per la vita personale, pastorale, comunitaria, arricchisce e genera alla vita. Le comunità che in questi anni sono arricchite da molti momenti di preghiera e adorazione, sono comunità benedette da una grazia speciale che viene dall’Alto, è innegabile il flusso spirituale che l’adorazione riversa sulle vite interiori delle persone. Molti negano questo aspetto personale di sentire il Signore Gesù in un pezzo di pane, ma a chi riconosce nella fede questo grande segno vengono donati grandi benefici.
Sapere stare nel silenzio che fortifica e fa crescere la persona nella vita vera, quella esterna ma anche quella del cuore, arricchendosi di momenti donati a Lui per comprendere il volere di Dio sulla nostra vita, è la ricetta segreta per abbandonarsi nelle braccia di Dio, per sperare e agire sempre e comunque, anche quando le motivazioni della nostra esistenza vengono meno in relazione a momenti di sconforto e dolore. La vita che Gesù ci propone è la completa adesione al volere del Padre suo e alla sua opera santificante. Apriamoci alla riscoperta dell’adorazione al Santissimo Sacramento per aprire la nostra vita al suo amore.
L’ostensorio è l’oggetto liturgico per eccellenza ad essere utilizzato per questo tipo di preghiera. Il termine ostensorio deriva dal latino ostendere cioè mostrare, far percepire a chi sta guardando, la bellezza. Si tratta in genere di oggetti di grande valore artistico, sacro ed è innegabile la capacità manuale di chi ha realizzato questi preziosi manufatti.
Gli ostensori iniziano a diffondersi intorno al XIII sec. d.C., nel periodo nel quale la Chiesa cattolica esprime, attraverso la teologia, il dogma della presenza reale di Cristo Signore nel Sacramento, la dottrina scolastica della transustanziazione: la conversione della sostanza del pane e del vino nel vero corpo e sangue di Cristo durante la celebrazione eucaristica nel momento della consacrazione.
Questi strumenti liturgici vengono sempre più utilizzati nell’affermarsi della solennità del Corpus Domini e nell’adorazione al Sacramento.
Dal XVI sec., attraverso la predicazione dei frati predicatori e in particolare di san Bernardino da Siena, l’ostensorio acquisisce la forma a raggiera. Infatti sono formati solitamente da una parte centrale dove si mostra l’Ostia Magna consacrata, simboleggia la luce e lo splendore di Gesù Eucarestia, con raggi o altre decorazioni che puntano verso l’esterno.
Molto particolari e significativi sono gli ostensori della comunità di Lozio, piccoli tesori d’arte e storia di fede.
L’invito è quello di riscoprire la bellezza dell’Eucarestia. Come diceva il nuovo santo Carlo Acutis è la nostra autostrada per il cielo, facendo riferimento ad una grande opportunità per noi battezzati di fermarci un momento davanti e accanto a Lui, il Signore Gesù, il Figlio dell’Altissimo.
Cosa dire di fronte a così tale importanza? Non occorrono troppe parole. Ad Ars in Francia, paese dove San Giovanni Maria Vienny svolse il suo ministero pastorale, chiedendo ad un contadino perché e cosa facesse così tanto tempo in quella chiesa in adorazione, il contadino rispose: “io guardo lui e lui guarda me”.
Apriamoci anche noi a questi inviti dei santi di ieri e di oggi. Non serve sempre sapere tutto e tanto meno conoscere ogni cosa di quello che Dio ha in mente per noi, l’importante è abbandonarsi alla grazia che santifica e arricchisce, come quello che Maria dice nel Magnificat: “ha umiliato i dominatori e ha innalzato gli umili”...tutti quelli che si sono resi umili dinnanzi al Santissimo Sacramento!
La preghiera dinnanzi a Gesù è un’opportunità e da battezzati e fratelli non possiamo sprecarla. È lì che possiamo affidare tutto e tutti alla volontà di Dio. Lui ci dirà quelle“molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”, come aveva detto ai suoi discepoli, ci ricorderà ancora una volta che porterà insieme a noi le sofferenze, le difficoltà, le fatiche ma anchela bellezza di ritrovarci insieme intorno a Lui per pregare, per portare i pesi gli uni degli altri, per sentirci comunità.


DAL SALMO 119
Nun
105 Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.
106 Ho giurato, e lo confermo,
di osservare i tuoi giusti giudizi.
107 Sono tanto umiliato, Signore:
dammi vita secondo la tua parola.
108 Signore, gradisci le offerte
delle mie labbra,
insegnami i tuoi giudizi.
109 La mia vita è sempre in pericolo,
ma non dimentico la tua legge.
110 I malvagi mi hanno teso un tranello,
ma io non ho deviato dai tuoi precetti.
111 Mia eredità per sempre sono i tuoi
insegnamenti,
perché sono essi la gioia del mio cuore.
112 Ho piegato il mio cuore
a compiere i tuoi decreti,
in eterno, senza fine.
Samec
113 Odio chi ha il cuore diviso;
io invece amo la tua legge.
114 Tu sei mio rifugio e mio scudo:
spero nella tua parola.
115 Allontanatevi da me, o malvagi:
voglio custodire i comandi del mio Dio.
116 Sostienimi secondo la tua promessa
e avrò vita,
non deludere la mia speranza.
117 Aiutami e sarò salvo,
non perderò mai di vista i tuoi decreti.
118 Tu disprezzi chi abbandona i tuoi decreti,
perché menzogne sono i suoi pensieri.
119 Tu consideri scorie tutti i malvagi
della terra,
perciò amo i tuoi insegnamenti.
120 Per paura di te la mia pelle rabbrividisce:
io temo i tuoi giudizi.
Ain
121 Ho agito secondo giudizio e giustizia;
non abbandonarmi ai miei oppressori.
122 Assicura il bene al tuo servo;
non mi opprimano gli orgogliosi.
123 I miei occhi si consumano nell'attesa
della tua salvezza
e per la promessa della tua giustizia.
124 Agisci con il tuo servo
secondo il tuo amore
e insegnami i tuoi decreti.
125 Io sono tuo servo: fammi comprendere
e conoscerò i tuoi insegnamenti.
126 È tempo che tu agisca, Signore:
hanno infranto la tua legge.
127 Perciò amo i tuoi comandi,
più dell'oro, dell'oro più fino.
128 Per questo io considero retti
tutti i tuoi precetti
e odio ogni falso sentiero.
Questo monumentale alfabeto della parola di Dio, espressa in modo eminente dalla Torah, la Legge biblica, è simile a un canto orientale che sgrana le sue cellule sonore su cerchi che a spirale salgono al cielo in ripetizioni infinite. In questa specie di «moto perpetuo» della fedeltà alla parola divina, lampada per i passi (v. 105), più dolce del miele (v. 103) e più preziosa dell'oro fino (v. 127), fa impressione la sofisticata tecnica stilistica per cui, con le progressive lettere dell'alfabeto ebraico, non iniziano solo i 22 ottonari del Salmo, ma anche tutti i singoli versetti dell'ottonario mentre ogni versetto deve contenere almeno una delle otto parole ebraiche con cui si definisce la legge: torah, «legge», dabar, «parola», ‘edût, «testimonianza», mishpat, «giudizio», ‘imrah, «detto», hôq, «decreto», piqqudîn, «precetti», miswah, «ordine».
Come in un rosario che si snoda dall'alef alla tau, dall'A alla Z, il fedele deve lasciarsi conquistare da questo filo orante continuo, il più lungo di tutto il Salterio, e deve professare la sua gioia di essere sempre con Dio in tutte le sue ore e le sue scelte di vita.
Si dice che il filosofo Blaise Pascal lo recitasse quotidianamente mentre Dietrich Bonhoeffer, il teologo martire del nazismo, scriveva: «Indubbiamente il Salmo 119 è particolarmente pesante per la sua lunghezza e monotonia; ma proprio per questo dobbiamo procedere parola per parola, frase per frase molto lentamente, pazientemente. Scopriremo allora che le apparenti ripetizioni sono in realtà aspetti nuovi di una sola e medesima realtà: l'amore per la parola di Dio. Come quest'amore non può avere mai fine, così non hanno fine le parole che lo confessano. Esse possono accompagnarci per tutta la nostra vita e nella loro semplicità esse divengono preghiera del fanciullo, dell'uomo, del vegliardo».
Card G. Ravasi

Massimo Biasibetti
Volontariato: cosa può significare nella nostra vita? Vi racconto la mia esperienza.
Ho scelto di entrare in questo mondo molti anni fa, iniziando come soccorritore e poi autista di ambulanze per il 118 per ben 22 anni.
Successivamente mi è stato proposto di entrare a far parte di un gruppo cinofilo per la ricerca di persone scomparse: un’occasione che ho colto con grande entusiasmo portandola avanti per altri 20 anni.
Ora, visto che ho sposato 45 anni fa una ragazza bornese e sono in pensione, con mia moglie siamo ritornati a far parte di questa bellissima comunità, così ricca di stimoli sotto tanti aspetti. Non è stato difficile, quindi, anche in questa nuova realtà portare il mio contributo mettendo a disposizione la mia esperienza nel campo del volontariato. Fra le altre cose che Borno mi ha dato l’occasione di fare, mi preme qui raccontare dell’opportunità che mi è stata offerta nella Rsa Cavalier Paolo Rivadossi.
Qui ho iniziato un altro percorso di arricchimento personale.
Due volte al mese, infatti, mi ritrovo a rallegrare i pomeriggi degli ospiti presenti cantando e suonando la chitarra, senza far mancare il racconto di qualche aneddoto simpatico che strappa bellissimi sorrisi ai miei amici vecchietti.
Renderli felici, anche solo per quel poco tempo che rimango con loro, è una grande gioia per me.
Posso assicurarvi che la felicità che vedo nei loro sguardi non ha niente a che vedere con quello che loro danno a me: li ringrazio sempre prima di salutarli, perché esco da quell'ambiente con il cuore e con lo spirito pieni di gioia.
E allora, ritornando alla parola volontariato, sappiate che si fa del bene e che si dedica un pochino del proprio tempo con la certezza che il nostro cuore e la nostra anima ne saranno sempre grate.

Eleonora Bonizzoni
Pochi e Super! Numeri esigui quest’anno al nostro asilo, poco più di una grande famiglia. Di fatto la stessa ragione che affatica le risorse di gestione si è rilevata un’occasione di collaborazione calda e significativa da parte delle famiglie.
L’irrinunciabile Castagnata, appuntamento storico per tutta la comunità, ne è stata prova tangibile. Due giorni poco clementi per le condizioni meteo (domenica mancavano all’appello solo Noè e i Liocorni), in cui la popolazione ossimese non ha temuto il diluvio e si è respirato un vero clima di divertita collaborazione. A partecipare attivamente anche diverse famiglie ex della Scuola Materna, segno inequivocabile della grande affezione che si è creata nel tempo.
Quando le cose sono fatte non per puro dovere, ma per un valore condiviso, lavorando e divertendosi insieme, si raggiungono risultati sorpren- denti. E quest'anno è stato davvero così. Meravigliosi!
Meravigliosi e in perfetto allineamento con il tema del Progetto Educativo-didattico di quest’anno: LA MERAVIGLIA!
L’infanzia è l’età dello sguardo, l’età in cui la meraviglia si sofferma sulle piccole cose e diventa grande negli occhi di bambini e bambine.
Relazione, cura, emozione, curiosità, queste le parole chiave del tempo in asilo dei nostri bambini. La ricerca della meraviglia spinge verso ciò che non ti aspetta e ti arricchisce di ciò che non conosci.
Un tema ambizioso e delizioso allo stesso tempo, che la Maestra Daniela e il suo entourage portano avanti con cura e dedizione.
News 2025-26: l’accoglienza in asilo dei bambini di 2 anni! Un passaggio importante per la nostra struttura. Il Consiglio ha scelto di supportare e rendere possibile questa evoluzione disponendo risorse che allargassero l’organico. La forbice di età più ampia chiede un’attenzione specifica perché gli stimoli siano diversificati per età e relative esigenze.
Interessante ma non unica novità: Chiocciole, Api e Farfalle quest’anno si stanno cimentando con un progetto di inglese che non si giustappone alla quotidianità solo con un pacchetto di ore dedicate (che di fatto si strutturerà in primavera). Fin d’ora si sta gradualmente integrando la lingua inglese come lingua ordinaria per il normale svolgimento di alcuni momenti di giornata in asilo. Il progetto è destinato a sostanziarsi ancora di più il prossimo anno: ci è sembrato rispondente all’attualità poter offrire uno stimolo linguistico competente in una età in cui la plasticità dei loro apprendimenti è… meravigliosa!
L’Open Day del 22 novembre ha aperto le porte a diversi bambini e relative famiglie per conoscere la nostra realtà. Se ve lo siete persi potete comunque chiamare in Asilo al numero 0364 311277 o chiedere informazioni a don Paolo.
Buon Natale e Buone Feste da tutti noi: Consiglio, Staff.. e soprattutto Chiocciole, Api e Farfalle!



Sara Saviori
Questo 2025 è stato un anno speciale per il Gruppo Alpini di Ossimo Superiore, che ha celebrato due importanti anniversari: i sessant’anni della fondazione del Gruppo Alpini e i Vent’anni della creazione dell’Area della Memoria.
Per essere precisi bisognerebbe specificare che questo 2025 celebra la rifondazione del gruppo.
Infatti nessuno conosce con esattezza la data del primo evento costitutivo; il più remoto documento relativo al gruppo risale all’edizione del 1 luglio 1929 de “L’Alpino” che riporta l’elenco dei gruppi ratificati, tra i quali è presente Ossimo. Questo testimonia che il gruppo era già attivo prima del 1929.
Ma dal 1929 al 1965 non si hanno più notizie degli alpini di Ossimo, probabilmente anche a ragione degli eventi bellici del periodo.
Solamente nel 1965 si ha traccia di una festa del gruppo. È pertanto da quest’anno che prendono ufficialmente il via le ricorrenze e le feste del Gruppo Alpini di Ossimo, che fino al 1982 raggruppava gli alpini delle due frazioni; solo successivamente avverrà la costituzione dei due distinti gruppi di Ossimo Inferiore e di Ossimo Superiore.
Avviene invece nel 2005 la costruzione del monumento dedicato agli Alpini Andati Avanti, inaugurato il 23 ottobre del 2005 in occasione del 40° di fondazione del Gruppo. Questo monumento è la realizzazione dei desideri di un alpino decano andato avanti, l’alpino Giacomo Maggiori. L’attività costruttiva fu poi intrapresa dall’allora capo gruppo, il compianto Cesare Saviori.
L’alpino Aleandro ha poi ideato la struttura del monumento: due stele che rappresentano gli alpini e i loro ideali. La prima, in granito, rappresenta il loro caro Adamello, la forza e la resistenza che li caratterizza di fronte alle intemperie e alle difficoltà; la seconda, in un materiale lapideo più fragile e di colorazione scura, simboleggia la debolezza di quanti ancora soffrono nel nostro mondo. I due massi sono congiunti da una traversa di ferro, che rappresenta la solidarietà degli Alpini, come un braccio teso verso il più debole. La lastra di ferro riporta la scritta: Alpinità, una parola che riassume lo spirito che contraddistingue il gruppo.
Ed eccoci qui, dopo 20 anni, sempre ad ottobre, a festeggiare il 60° anniversario di fondazione del Gruppo e il 20° anniversario di costruzione del monumento.
Quest’anno quindi la consueta festa del gruppo, che solitamente si svolge in agosto e culmina con la S. Messa alla chiesetta di S. Carlo, ha avuto un sapore tutto speciale. La festa ha preso il via da Piazza Roma con un corteo formato da tutti gli Alpini, la popolazione e le autorità e accompagnato dalla Banda S. Cecilia di Borno, guidata dal Maestro Tommaso Fenaroli ed è giunto proprio ai piedi della chiesetta, dove è situata l’Area della Memoria. Non a caso questo monumento è sito proprio ai piedi della chiesa di S. Carlo, della quale gli Alpini da sempre si occupano del mantenimento.
Ecco, quindi, che nel cuore dell’Alpinità ossimese, con l’alza bandiera e l’inno d’Italia, ha preso il via la suggestiva cerimonia che ha visto in apertura la consueta deposizione floreale da parte delle Madrine del gruppo: Cecilia Zerla e Irma Brizzi. È seguita poi la benedizione del sacerdote don Angelo Bassi, già Cappellano Militare degli Alpini in quel di Merano alla caserma Rossi, ora colonnello e monsignore Angelo Bassi.
Il Capo Gruppo Giacomo Andreoli ha dato il benvenuto ai partecipanti spiegando il significato della celebrazione e il sindaco Cristian Farisè ha portato i saluti dell’amministrazione comunale (presente alla cerimonia). Anche il vicepresidente vicario della Sezione ANA di Vallecamonica Riccardo Mariolini ha voluto rendere omaggio alla celebrazione con un breve discorso sul valore e sugli ideali che hanno da sempre contraddistinto gli alpini portando i saluti del presidente Ciro Ballardini.
Ma alla cerimonia erano presenti anche diversi Consiglieri Sezionali, i Carabinieri della compagnia di Borno, il generale Ermete Venturi (ormai ossimese a tutti gli effetti) i gruppi alpini dei paesi limitrofi con i rispettivi Gagliardetti ed Alfieri e il Gruppo di Protezione Civile che ha contribuito al servizio d’ordine.
A differenza degli scorsi anni, il corteo ha sfilato poi lungo le vie del paese per giungere alla chiesa parrocchiale dove mons. Angelo Bassi ha celebrato la S. Messa. Ad accompagnare la celebrazione sono stati i canti del coro Amici del Canto di Borno. Al termine della celebrazione in molti si sono ritrovati presso la sede del Gruppo Alpini per gustare assieme un ottimo pranzo comunitario. E non poteva mancare un momento di divertimento in conclusone della festa: una lotteria con ricchi premi ha visto far contenti tanti partecipanti.
Ad oggi il Gruppo Alpini di Ossimo Superiore conta, tra alpini e simpatizzanti, poco più di venti iscritti: la popolazione è molto legata al gruppo e la partecipazione alla festa è stata calorosa e numerosa.


Omar Zani
Era il 25 ottobre 1925 quando, con grande emozione e trepidazione, si inaugurava la grande struttura fatta sorgere per accogliere i bambini della contrada con età compresa tra i 3 e i 6 anni.
Il desiderio d’avere anche in Ossimo Inferiore un asilo era già nei pensieri di Don Pietro Stefano Giacomelli (Breno 1846 – Ossimo Inferiore 1905). Tale progetto venne poi accantonato dal sacerdote per far confluire le risorse della comunità prima, verso la fine del 1800, alla costruzione della nuova casa parrocchiale presso la piazza S. Damiano, e poi dal 1905 all’allungamento di due altari e rifacimento del pavimento della chiesa dedicata ai Ss. Cosma e Damiano, edificio dichiarato dal sacerdote piccolo per l’affluenza e la devozione del paese.
Purtroppo don Giacomelli non vide finita l’opera iniziata nella chiesa perché nel giugno 1905 morì in Ossimo.
A succederle, fu inviato don Raffaele Giudici (Clusone 1878 – Malegno 1962), che terminò i lavori iniziati da Don Giacomelli.
Poi arrivò la prima guerra mondiale che, oltre a portare povertà, portò pure 13 caduti.
Solo finita la guerra il sacerdote giunse ad indire in chiesa, il 19 marzo 1919 dopo la solenne celebrazione liturgica in onore di S. Giuseppe, una riunione ove presero parte i capi famiglia della contrada. A loro era chiesto l’appoggio oltre che morale anche finanziario per dar modo di poter dar forma al tanto desiderato Asilo. Ottantotto capi famiglia firmarono il loro appoggio e depositarono un fondo per iniziare i lavori. La contrada racimolò la cifra di 11.000 lire (undicimila lire), ed una simil cifra venne versata da Mons. Damiano Zani parroco di Bienno (Ossimo Inferiore 1863 – Bienno 1941), e da Pietro Isonni (Ossimo Inferiore 1853–1926).
Il prato ove la scuola materna avrebbe dovuto nascere fu donato da Basilico Ludovico (Malegno 1866 – Ossimo Inferiore 1922) e da Pietro Isonni.
Il 19 marzo 1920 la gente di Ossimo Inferiore accoglieva le prime tre suore Dorotee di Cemmo chiamate dall’allora curato della Contrada a reggere ed insegnare presso il nascente asilo del paese.
A mediare presso l’allora Madre Generale delle Suore Dorotee di Cemmo fu l’ossimese Suor Nazzarena Maggiori al secolo Domenica (Ossimo Inferiore 25 agosto 1870 – Artogne 6 marzo 1938). Nata in una famiglia contadina, quarta figlia di Francesco detto Cader e Franzoni Bortolomea.
“… Entrata maestra nell’Istituto, spiegò quasi tutta la sua attività nel paese di Artogne, ma fu anche per il triennio 1929 – 1932, Superiora dell’Istituto. Temperamento timido, preghiera quasi continua, buon cuore per tutte e spirito di sacrificio, furono le sue qualità distinte. Visse con dinnanzi a sé, quasi continuo, il pensiero della morte che avvenne in una sola mezz’ora di agonia, per sincope cardiaca…” (Annali Casa Madre)
Suor Eustocchio Gregorini, Suor Caterina Cattane e Suor Valentina Zigliana furono le prime religiose che si insediarono in Ossimo Inferiore per dedicarsi completamente alla scuola materna e alla scuola elementare.
Le religiose fecero il loro ingresso a piedi dall’antica strada del Panden che collega il comune di Ossimo a quello di Borno.
La loro provvisoria residenza era presso una dimora privata sita in Vicolo Rosaga, mentre l’asilo veniva tenuto nelle stanze della canonica ora adibite all’oratorio.
Il 2 ottobre 1922 avvenne la benedizione e la posa della prima pietra di quella che poi sarebbe diventata la Scuola Materna. Negli scritti di Don Raffaele si legge l’emozione e l’orgoglio d’una contrada, oltre che all’impegno che ognuno si prese per poter portare a termine nel miglior modo questa opera.
Tutto il paese si impegnò per la realizzazione di questo stabile. Il 25 ottobre 1925 l’asilo fu inaugurato.
Don Raffaele Giudici scrive: “Ad Memoriam – In questo S. Mese del Santo Patriarca S. Giuseppe si aprirà la Scuola dell’Asilo che viene affidata alle R.R. Suore Dorotee di Cemmo. Finalmente dopo sei anni di continuo lavoro coll’aiuto del Cielo si ottenne un felicissimo risultato. Anche il popolo fece molto, sebbene non tutti furono concordi e sebbene il sottoscritto ricevette molte e amare delusioni. Ad maiorem Dei Gloria. W.S. Joseph” – Don Giudici Raffaele
I primi bambini che entrarono in questa scuola furono quelli nati nel 1920/1921/1922.
L’asilo era diretto da due suore addette alla cura dei bambini, una suora invece era addetta alle cucine, all’orto, agli animali, mentre un’inserviente curava la stufa, il focolare, i pavimenti e tutti i lavori dell’ampio edificio.
Nel 1975/1976 il parroco don Giovan Maria Spiranti (Edolo 1915 – Ossimo 2001) susseguito nel 1946 a don Giudici, notò che l’antica Scuola Materna S. Giuseppe iniziava ad avere un po’ di problemi. Riunito l’intero paese, come già successo nel 1919, il reverendo espresse il suo desiderio di rinnovare gli ambienti della scuola, perché con l’era moderna potessero aver giusto uso.
Con l’appoggio dell’intero paese si iniziarono i lavori. In questi anni le lezioni dell’asilo venivano svolte al primo piano dell’Asilo Santa Barbara. L’Asilo S. Barbara fu un’opera voluta da don Spiranti e eseguita dalla Scuola Muratori negli anni 50.
I lavori durarono 10 anni.
Anche nel 2004, dovendo metter a norma i locali e la sicurezza dell’intera Scuola Materna, si intervenne a nuovi cambiamenti, dovuti per una degna continuità delle attività.
Purtroppo nel 2004 la Madre Generale delle suore Dorotee di Cemmo ritirò dalla Scuola Materna le suore dopo 84 anni d’impegno.
Anche mancando la figura delle suore, la nostra Scuola Materna rimane sempre ligia al filone religioso per cui fu voluto dai nostri padri il 19 marzo 1919.
Le suore che hanno operato in Ossimo Inferiore sono state 48.
In questo anno scolastico 2025/2026, i bambini che frequentano la nostra Scuola Materna sono 13. A guidarli ci sono 2 maestre che con l’appoggio di alcuni genitori portano alla scoperta di nuovi valori i nostri piccoli.
* * *
Il 2025 è per Ossimo Inferiore un anno speciale perché ricco di ricorrenze. Difatti, oltre al Centenario dell’inaugurazione della Scuola Materna, possiamo ricordare:
• Il Centenario dell’Inaugurazione del Monumento dei Caduti, voluto da Don Raffaele e dalla popolazione a ricordo dei 13 caduti nel primo conflitto mondiale.
• 1945, 80 anni fa’, il 7 aprile, il bombardamento al paese e alla Chiesetta di San Rocco.
• 1975, 50 anni fa, l’ordinazione sacerdotale di don Cesare Isonni e don Lino Zani


Tutto è cominciato dal desiderio di non perdere la memoria. Ogni edificio, ogni aula, ogni panchina del cortile, ha ascoltato voci, risate, pianti, giochi, preghiere. Dentro quelle mura è passata la vita di generazioni.
Mi sono detto: “Queste storie non possono restare chiuse nei ricordi, devono continuare a parlare anche a chi verrà dopo”.
E allora ho pensato che per raccontare un secolo di infanzia, di educazione, di dedizione, serviva uno sguardo speciale, non quello di un adulto, ma quello di qualcuno che vive la scuola da un angolo diverso, più piccolo, più curioso.
Così è nato Rosicchio, un topolino vivace, tenero e un po’ impiccione, la cui famiglia abita le cantine della nostra scuola fin dalla sua costruzione. È lui il narratore della nostra storia, la voce che ci accompagna in questo viaggio lungo cento anni.
Raccontare cento anni non significa solo elencare date o cambiamenti, ma ricordare che questa scuola è sempre stata il cuore pulsante di Ossimo Inferiore.
Qui i bambini hanno imparato non solo a leggere e a scrivere, ma a condividere, ad aiutarsi, a crescere insieme. Qui si sono gettate le basi di quello spirito di comunità che ancora oggi ci unisce.
Ogni generazione ha lasciato un’impronta: chi un disegno appeso nel salone o nelle aule, chi una risata, chi un sogno.
E oggi, rileggendo quelle pagine, possiamo riconoscerci in quelle storie, magari anche sorridere di qualche vecchia foto, di un grembiulino troppo grande, di un gioco fatto con poco ma con tanta fantasia. Scrivere questo libro è stato come aprire un vecchio album di famiglia. Ogni pagina aveva il profumo del tempo passato, ma anche la freschezza dell’infanzia che non tramonta mai.
A volte ho sorriso, a volte mi sono commosso. Perché, in fondo, parlare di questa scuola significa parlare di me e di noi, della nostra identità, delle radici che ci tengono uniti anche quando la vita ci porta lontano. E mentre scrivevo, pensavo ai bambini che oggi frequentano la scuola: a loro dedico soprattutto questo racconto.
Perché sappiano che dietro ogni giocattolo, ogni canzoncina, ogni disegno colorato, ci sono cento anni di amore, di impegno e di sogni condivisi.
C’è una cosa che Rosicchio mi ha insegnato. Lui, con il suo nasino curioso, non smette mai di guardare il mondo con stupore. Ecco credo che la nostra scuola, in fondo, serva proprio a questo: a insegnarci a non perdere mai la meraviglia.
Cent’anni sono tanti, ma se ci pensiamo bene non sono che l’inizio di un cammino che continua. La scuola dell’infanzia di Ossimo Inferiore non è solo un luogo: è un cuore che batte. Ogni volta che un bambino entra in quell’aula, il tempo riparte da capo, e la storia ricomincia.
Chi desiderasse comprarne una copia la può richiedere presso:
• la Scuola Materna S. Giuseppe.
• Alimentari – Edicola da Emma
• Bar Sport
Tutto il ricavato andrà per le attività della Scuola.

Franco Peci
Ormai giovane donna che ha lasciato il villaggio e vive in città, Djuma si ritrova con una lettera in tasca. Non ha avuto ancora il coraggio di aprirla e leggerla. Proviene da Le Vieux, quel padre che a pochi giorni dalla nascita l’ha data via ad una famiglia di un altro villaggio, a dodici anni l’ha ripresa perché gli occorreva una serva in casa e, dopo qualche anno, l’ha spedita in città, a servizio ancora di un’altra famiglia.
Nel frattempo, però, grazie alla famiglia che l’ha cresciuta e l’ha mandata a scuola, grazie alla gente del villaggio, grazie a pére Louis – un missionario dei Padri Bianchi che condivide in pieno la vita della gente accogliendo tutti e costruendo scuole e chiese non con i mattoni, ma radunando ragazzi e adulti sotto il mango della cour – Djuma ha maturato fiducia in sé stessa e nelle opportunità che la vita offre.
Ha maturato e si sente appoggiata da quel Gesù che, secondo père Louis, ha rivelato un volto di Dio molto diverso da quello tradizionale. Ha capito che non tutto ciò che succede è voluto da Dio e non bisogna accettare qualsiasi situazione, anche le più difficili e umilianti, in nome di quel inshllah, Dio lo vuole. Non bisogna essere sempre come la rana della storiella che illustra bene un certo fatalismo africano: in un giorno molto caldo questa salta in una pentola di acqua fresca e si sente bene, ma dopo un po’ qualcuno accende il fuoco sotto la pentola; l’acqua tiepida è ancora piacevole ma la temperatura diventa sempre più insopportabile, eppure la rana, continuando a sperare che prima o poi tutto tornerà come prima, non prova nemmeno a darsi da fare per saltar fuori dalla pentola.
Con questo romanzo, che si legge molto volentieri, l’autrice ci fa assaporare la vita, i colori, i cibi, le relazioni familiari estese del Burkina Faso, con dei cenni anche alla sua storia e alla sua politica. È un ricco reportage, reso vivo proprio dalla narrazione di vita e di vite, come è scritto nel sottotitolo, che solo chi vive davvero la realtà di questo paese può raccontare.
L’autrice è, infatti, Grazia Le Mura, missionaria in Burkina insieme alla bornese Patrizia Zerla. Da molti anni mandano avanti CASA S.A.R.A. (Sentirsi Amati Ridona Amore), dove accolgono in un ambiente famigliare bambini orfani o con situazioni difficili.
Anche questo libro è una testimonianza della loro passione e impegno per questo paese africano, un racconto che forse scuote alcuni stereotipi.
I poveri non sono migliori né peggiori di chi vive con più beni a disposizione: anche in situazioni di indigenza c’è chi si impegna, chi si lascia trascinare, chi in nome di tradizioni patriarcali ha pretese di padrone. Djuma ci suggerisce che val sempre la pena impegnarsi per sperare e costruire un futuro migliore.
Informazioni sulla missione di Patrizia e Grazia www.tantemaniper.org

Carla Odelli
Nonostante il “terrore” della traversata LIVORNO-OLBIA in traghetto, andata e ritorno, e il traghetto per la Maddalena, ho potuto ammirare e godere le bellezze di questa isola, regione autonoma a statuto speciale.
A OLBIA, ci siamo incontrati con la guida Piero che ci avrebbe seguiti per tutto il tour: una guida molto preparata e innamorata della sua Sardegna.
Olbia, in provincia di Sassari è uno dei principali porti passeggeri che collega l’isola con la penisola italiana; ha una splendida spiaggia. È stata l’antica capitale della GALLURA.
Abbiamo attraversato in pullman la macchia mediterranea, selvaggia, con varietà di vegetazione: oleandri, fichi d’india, cisto, mirto, eriche, pini, corbezzoli, ginepri… popolata da cinghiali.
A PALAU, prima dell’imbarco per la Maddalena, si è potuto ammirare la postazione fortificata per la difesa del territorio. La città è stata fondata nel 1875 da pastori locali, oggi rinomata località turistica, nota per le sue spiagge incontaminate e le formazioni rocciose, uniche. Simbolo della città è la famosa ROCCIA DELL’ORSO, scolpita nei millenni da agenti atmosferici; è una formazione granitica naturale.
Visita panoramica della MADDALENA, un arcipelago incantevole, famoso per le sue acque cristalline, le spiagge mozzafiato e la sua natura selvaggia: è una delle riserve naturali più belle d’Italia. È composta da diverse isole, tra cui CAPRERA, ultima dimora di Giuseppe Garibaldi, l’eroe del risorgimento italiano che vi si stabilì nel 1856 e vi morì nel 1882; il suo esilio fu una scelta personale che durò 26 anni. Qui si trova la sua casa nota come “casa bianca”, con oggetti personali, fotografie, lettere… oggi aperta al pubblico. È un museo a lui dedicato insieme alle tombe e ai monumenti funebri delle figlie Rosa e Anita. Sull’isola Garibaldi si dedicò all’agricoltura e alla vita famigliare avendola scelta come BUEN RETIRO. Ci sono ancora gli ulivi da lui coltivati.
Arrivati in COSTA SMERALDA, Piero ci ha fatto notare che questo magnifico luogo è simbolo di lusso, mondanità e turismo d’élite, famosa per le sue spiagge di sabbia bianca e le acque cristalline. Negli anni ’60 il principe Karim Aga Kan scoprì questa zona, se ne innamorò e avviò un progetto di sviluppo turistico trasformandola in una destinazione di lusso. Sono stati aperti locali divenuti celebri come il Billionaire. Tutto affascinante. La principale località è PORTO CERVO, considerata il cuore della Costa Smeralda. Da ammirare gli edifici in stile mediterraneo e godere una vista sul PORTO VECCHIO dove sono ormeggiati yacht di lusso. In serata arriviamo a TEMPIO PAUSANIA, una storica cittadina situata nel cuore della Gallura, conosciuta come la “città della pietra” per l’uso del granito grigio negli edifici e nelle pavimentazioni; è nota anche per le sue sorgenti di acqua pura e per l’aria salubre di montagna. La perla archeologica di Tempio Pausania è il NURAGHE MAJORI, maestoso e singolare testimone della civiltà nuragica, popolato da una colonia di rarissimi piccoli pipistrelli. È adagiato su una cupola granitica in mezzo ad un lussureggiante bosco di querce da sughero, frassini, lecci.
Transitando per la Gallura, abbiamo potuto osservare e ammirare la vasta piantagione di querce da sughero. Lungo il viaggio Piero ci ha spiegato che il sughero è un materiale naturale rinnovabile: la corteccia può essere raccolta ogni 9-10 anni senza danneggiare l’albero che la rigenera. Nei comuni di Tempio Pausania e Santa Teresa di Gallura si concentra il 70%-80% del sughero italiano per la tappatura.
La Gallura era abitata da pastori corsi che qui portarono la loro cultura. Purtroppo, nacquero le faide, il banditismo, la criminalità, i sequestri di persona, diventando sede di banditi. La guida ci ha raccontato di Graziano Mesina, uno dei più noti banditi sardi del dopoguerra con una vita segnata da sequestri, evasioni, latitanze e vicissitudini giudiziarie. Era diventato una figura mitica da quando è intervenuto come mediatore, durante un permesso carcerario, per facilitare la liberazione del piccolo Farouk kassam nel 1992.
Venerdì 29 agosto partenza per SANTA TERESA GALLURA, località turistica di fronte alle BOCCHE DI SAN BONIFACIO, sulle coste della Corsica. Fondata nel 1808 dal Re Vittorio Emanuele I di Savoia è intitolata a sua moglie Maria Teresa d’Austria. Qui, qualche buon gustaio, ha bevuto il “Mirto”, liquore tradizionale ottenuto dalle bacche di mirto e il vino “Cannonau”. La spiaggia ha una sabbia fine bianchissima e un’acqua limpida con riflessi rosa per la presenza di minuscoli frammenti di corallo. In zona sono presenti nuraghi e tombe di giganti, segni di abitazioni dell’uomo fin dalla preistoria. A CASTEL SARDO ho ammirato e fotografato la roccia a forma di elefante con all’interno delle tombe preistoriche risalenti al IV-III millennio a.C. Questa formazione rocciosa naturale vulcanica, rossastra, tipica della zona ha assorto nel tempo la forma di un elefante seduto con la proboscide rivolta verso il basso, grazie all’azione del vento e degli agenti atmosferici che l’hanno scolpita. È una delle attrazioni più fotografate della zona. A Castel Sardo abbiamo pranzato al caratteristico ristorante “su Nuraghe”. Castel Sardo è fra i borghi medievali più belli d’Italia, si affaccia sul golfo dell’ASINARA, ha coste rocciose esposte ai venti. Il borgo è famoso per LA ROCCA DEI DORIA, castello costruito dai Doria, famiglia genovese, nel XII secolo. Ora è sede del museo dell’”intreccio mediterraneo”. Ha case colorate e stradine lastricate. Visita alla chiesa di SANTA MARIA DELLE GRAZIE, stile gotico con un bellissimo crocifisso nero del 1300. Nel medioevo sia il castello che il borgo furono protetti da cinte murarie.
Il 30 agosto di nuovo in acqua, imbarco per il tour panoramico della Maddalena. Io ho ammirato poco: che fifa!!!
Visita della cittadina di ALGHERO, famosa per il suo centro storico di origini catalane, lastricato, le mura sul mare e le spiagge meravigliose. Emozionante la passeggiata sui Bastioni, strutture difensive costruite durante il dominio della Corona d’Aragona nel XV-XVI secolo per proteggere la città dagli attacchi nemici via mare. Oggi i bastioni sono una delle attrazioni più suggestive di Alghero. Visita alla Cattedrale di SANTA MARIA, stile gotico-neoclassico con la torre campanaria in arenaria e alla Cattedrale di SAN FRANCESCO, un complesso monumentale costruito nella metà del ‘400: è uno dei principali esempi di architettura gotico-catalana costruita tra il XIV-XV secolo, subì diverse ristrutturazioni mantenendo comunque un fascino unico. Suggestivo il chiostro risalente al XV secolo caratterizzato da archi a tutto sesto; si respira un’atmosfera di pace e spiritualità. L’interno è a navata unica con cappelle laterali e un bellissimo soffitto ligneo. Lungo il viaggio ci soffermiamo alla chiesa della SANTISSIMA TRINITÀ di SACCARGIA, stile romanico-pisano. È situata nel territorio di CODRONGIANOS. I muri sono costruiti utilizzando conci di calcare bianco e basalto nero, la facciata è ornata da finte logge e trafori, il campanile quadrangolare comunica con l’interno, il pavimento è in concio di granito.
Cambiamo zona: BOSA, una splendida cittadina in provincia di Oristano. Con origini fenice è famosa per il suo centro storico pittoresco, le case colorate per motivi marinareschi, il castello MALASPINA e il fiume TEMO che con la sua foce a delta è l’unico fiume navigabile della Sardegna. È famosa per la MALVASIA, un vino dolce e aromatico perfetto per degustare con i dolci tipici della zona. Visita alla chiesa di SANTA MARIA IMMACOLATA, chiesa moderna con capitelli rococò, navata centrale e leoni ai lati dell’altare. La città è importante per le concerie e la lavorazione del corallo.
Arrivo a ORISTANO, capoluogo del GIUDICATO D’ARBOREA, città situata nella parte centro-occidentale della Sardegna. Ha una lunga storia che affonda le radici nell’epoca giudicale. La CARTA DE LOGU è il suo codice legislativo promulgato intorno al 1392, opera di ELEONORA D’ARBOREA e del padre MARIANO IV, che regolava i vari aspetti della vita civile e penale ponendo molta attenzione ai diritti delle donne e alla tutela dell’ambiente. Importanti le chiese: cattedrale in stile romanico-gotico-catalano, Santa Chiara in stile gotico, San Francesco con un cristo ligneo, Santa Giusta…
Arrivati a THARROS, villaggio nuragico, città punico-fenicia in provincia di Oristano, visitiamo l’area archeologica che si trova nella parte sud della penisola di SINIS e la chiesa paleocristiana di SAN GIOVANNI IN SINIS, stile bizantino, edifico religioso cattolico, anticamente adibito a necropoli punica e poi cristiana, edificato durante il periodo bizantino a metà del VI secolo; è una delle più antiche chiese della Sardegna. Ha una pianta rettangolare e l’abside sporgente costruita in pietra arenaria e ossidiana, a vista. L’interno ha tre navate.
Il 1° settembre, siamo a CAGLIARI, capoluogo di regione. Visita della città in bus. Piero ci ha descritto una città affascinante che unisce storia millenaria, paesaggi naturali mozzafiato e una vivace vita culturale. È situata su sette colli calcarei affacciata sul GOLFO DEGLI ANGELI, conosciuta anche come “Città del sole”.
È nota per il castello, un quartiere fortificato medioevale in collina, ubicato al di sopra del resto della città. Alla BASILICA DI NOSTRA SIGNORA DI BONARIA il Don ha concelebrato la santa messa.
La chiesa è un gioiello storico e spirituale e rappresenta un importante simbolo religioso e culturale per l’isola; la città di Buenos Aires ne ha preso il nome. La chiesa è composta da due edifici principali: il santuario gotico-catalano costruito nel 1324 per volere dell’infante ALFONSO D’ARAGONA durante l’assedio di Castel di Castro; la basilica neoclassica iniziata nel XVIII secolo e completata nel XX secolo, elevata a basilica minore da Papa Pio XI nel 1926.
All’interno è custodito il simulacro della Madonna, una statua lignea raffigurante la vergine con il bambino. Secondo la leggenda, nel 1370, una nave spagnola durante una tempesta che miracolosamente si placò, gettò in mare una cassa che approdò sulla spiaggia ai piedi del colle di Bonaria. All’interno vi era la statua della Madonna che fu portata al santuario e divenne oggetto di grande devozione.
Nel chiostro si trova il museo che ospita ex-voto e quadretti votivi, reperti archeologici dell’epoca pre-nuragica, arredi sacri, tra cui doni di sovrani e papi. Nel pomeriggio molti di noi hanno fatto il bagno nelle acque cristalline del golfo.
Attraversiamo la Barbagia e visitiamo NUORO città conosciuta come ATENE DELLA SARDEGNA per il suo patrimonio culturale. È immersa nella regione storica della Barbagia caratterizzata da paesaggi montuosi e tradizioni autentiche. Nuoro ha dato i natali a importanti figure della cultura sarda, tra cui GRAZIA DE LEDDA, vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 1926 e SEBASTIANO e SALVATORE SATTA. Abbiamo visitato il MUSEO DELEDDIANO dedicato alla vita e alle opere della scrittrice. La sua casa è un edifico che risale alla seconda metà dell’ ‘800, abitazione del ceto benestante.
Il museo inaugurato nel 1983 ospita una ricca collezione di manoscritti, fotografie, documenti e oggetti personali della scrittrice.
Il museo del costume delle tradizioni sarde, inaugurato nel 1976 è molto interessante. Qui è rappresentata in modo eccellente la cultura sarda: il lavoro, le festività, le abitazioni, il vestire, l’alimentazione, la religiosità. Altrettanto interessante il museo dei costumi sardi, una raccolta di 54 abiti tradizionali dai colori sgargianti e vivaci peculiarità delle famiglie benestanti, dai colori blu e rosso per i costumi dei contadini e dei meno abbienti.
Il nostro tour sta per finire. A ORGOSOLO un lauto pasto con i pastori a base di pecora lessa, porceddu allo spiedo, succoso e croccante, antipasti di pancetta, prosciutto e salsiccia di maiali rigorosamente allevati nelle campagne, dolci del luogo.
Bella sorpresa il breve trattenimento musicale dei pastori. Molto interessante è stata la visita ai famosi “murales”, dipinti che adornano le facciate delle case e affrontano problematiche legate alla popolazione locale: resistenza partigiana, banditismo sardo, ma raccontano anche i principali avvenimenti storici e sociali italiani e internazionali. Strade quindi ricche di arte e storia. Si contano più di 200 murales rendendo il paese una galleria d’arte a cielo aperto. A OROSEI prendiamo alloggio e ci prepariamo al ritorno in Valle.
È stato un tour impegnativo, che è durato poco ma che ci ha lasciato molto.
Grazie don Paolo per essere stato la guida spirituale di questo numeroso gruppo, sempre paziente, cordiale e disponibile.
Grazie ad Alessandro, il nostro autista sempre pronto, preciso e sicuro durante gli spostamenti. Grazie anche a Piero e ai numerosi partecipanti.
Al prossimo tour!
Carla Odelli
Stezzano è un Comune in provincia di Bergamo. A pochi chilometri dal centro del paese era stata edificata, nel XII secolo, una edicola in onore della Madre di Dio. La maggior parte della popolazione che era dedita all’agricoltura, durante la giornata lavorativa, vi sostava in preghiera.
Nel XIII secolo, davanti a questa cappella avvenne la prima apparizione della Madonna con in braccio il bambino Gesù ad una contadina del paese. La struttura fu quindi ampliata, edificando la prima chiesetta chiamata MADONNA DEI CAMPI. Quando si verificarono altri avvenimenti prodigiosi quali lo scaturire di abbondante acqua limpida da un pilastro con dipinta l’immagine della Madonna; l’apparizione poi a due pastorelle, Bartolomea e Dorotea, che andando a pregare alla ferrata della finestra videro la Madonna vestita di nero, inginocchiata con in mano un breviario. Da qui l’appellativo di NOSTRA SIGNORA DELLA PREGHIERA.
Ci furono altre apparizioni e guarigioni miracolose che contribuirono a richiamare l’attenzione dei ministri della Chiesa. Il luogo diventò presto meta di pellegrinaggio e di devozione popolare; lo testimoniano i molti dipinti. La chiesa fu ampliata e abbellita. L’interno è ricco di decorazioni, stucchi, cappelle, affreschi e tele di pregio. C’è un affresco di autore ignoto che rappresenta la Vergine seduta sopra un largo scranno in atto di sostenere il bimbo. Maria tiene l’avambraccio sollevato, quasi un invito all’amore del suo bambino. Da ammirare un gruppo scultoreo raffigurante l’apparizione mariana, la grande cupola che ospita magnifici affreschi dell’incoronazione di Maria Santissima; sulla volta affreschi con l’apparizione della Madonna alle due pastorelle.
La pianta è quella di una chiesa-santuario; presenta due facciate: una principale tradizionale e una secondaria molto elegante e più visibile.
La chiesa è inserita in uno spazio delimitato da un recinto con ampio sagrato erboso. Il porticato posto lateralmente ospita le stazioni della Via Crucis.
Papa Giovanni XXIII era molto devoto al santuario e vi faceva spesso sosta per pregare. Nel 2018, come reliquia, nella cappella a sinistra è stato collocato il piviale che Papa Giovanni ha donato alla comunità di Stezzano. In questo santuario abbiamo recitato il Santo Rosario e assistito alla Santa Messa celebrata dai nostri sacerdoti.
Nel pomeriggio, a Bergamo, abbiamo avuto l’incontro con la guida per la visita alla CITTÀ ALTA. Interessanti le notizie sulla “fontana secca” che è una fontana specifica attualmente senza acqua in PIAZZA MERCATO DELLE SCARPE. La sorgente che la alimentava si è esaurita nel ‘700, per questo è diventata nota come “fontana secca”, esempio di fontane medievali.
Le MURA BASTIONATE, simbolo di Bergamo, costruite dalla serenissima Repubblica di Venezia per difendere la città tra il 1561 e il 1588 (27 anni). Sono Patrimonio dell’UNESCO dal 2017.
Le dimensioni della cinta sono imponenti, lunghe 5 km. Oggi meta turistica e culturale.
La ROCCA, di origine trecentesca, sorge su uno dei luoghi più antichi di Bergamo, il colle SANT’EUFEMIA. Il suo imponente MASTIO è circondato da una delle aree verdi più suggestive della città, IL PARCO DELLE RIMEMBRANZE, un vero e proprio museo a cielo aperto, ideato come spazio commemorativo con numerose lapidi storiche dedicate ai caduti della Prima e Seconda Guerra Mondiale. Uno degli elementi più noti è un carro armato proveniente dalla Battaglia di EL ALAMEIN.
Dal BELVEDERE, si ha una spettacolare vista sulla CITTÀ BASSA e le PREALPI OROBICHE.
Abbiamo ammirato torri e campanili: il Campanone (torre civica) simbolo di Bergamo Alta, Torre dell’Orologio gigante che batte cento colpi a mezzanotte, Campanile di Santa Maria Maggiore elegante in stile romanico-gotico, campanile del Duomo e di altre Chiese minori.
Le CASE-TORRI sono gli elementi più caratteristici della città alta. Dal Belvedere della Rocca la vista splendida ci ha permesso di ammirare alcune delle case-torri storiche rimaste, che sono delle case medievali fortificate e servivano da abitazione e da difesa. Più alta era la torre, più prestigiosa la famiglia. La torre del GOMBITO è una delle più alte e meglio conservate; ha una forma massiccia e slanciata. La torre del CAMPANONE che è una torre civica, ha la forma di casa-torre originale. Molte altre torri minori sono sparse e inglobate nelle abitazioni moderne. Tutte hanno profili quadrati e alti, spesso senza finestre grandi sulle prime altezze. Si distinguono dai campanili perché non hanno campane e sono più uniformi, spesso raggruppate in piccoli nuclei. Erano il simbolo di potere famigliare: più alta era la torre, più ricca e influente la famiglia. Alcune torri raggiungevano anche i 50 metri.
Altra visita molto interessante la CATTEDRALE DI SANT’ALESSANDRO, Patrono di Bergamo.
È la principale chiesa della città, sede vescovile della diocesi, importante simbolo religioso e culturale. La prima chiesa fu edificata sulle fondamenta di una chiesa paleocristiana; durante il medioevo ampliata e arricchita con opere artistiche diventando il centro religioso. Presenta elementi in stile rinascimentale, barocco e neoclassico. Custodisce al suo interno reliquie di Sant’Alessandro. La facciata esterna ottocentesca è in marmo bianco di Botticino.
PIAZZA NUOVA è situata nel cuore della città alta tra le vie GOMBITO e COLLEONI. È una piazza rettangolare aperta e luminosa circondata da edifici storici.
La BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE si trova accanto alla cattedrale e al palazzo vescovile. Lo stile esterno è principalmente romanico-lombardo, i portali laterali sono noti come PORTA DEI LEONI ROSSI e PORTA DEI LEONI BIANCHI con statue di leoni in marmo che sorreggono colonne.
La CAPPELLA COLLEONI si trova in Piazza Duomo, accanto alla basilica di S. Maria Maggiore. È stata commissionata dall’omonimo condottiero bergamasco come mausoleo per sé e per la sua famiglia. La guida ci ha spiegato che, secondo la tradizione, Colleoni fece demolire la sacrestia per poter costruire la propria cappella.
All’interno c’è il suo monumento funebre: doppio sarcofago in pietra scolpita, statua equestre in legno dorato e luce che entra dal rosone. Incorporato nella cancellata d’ingresso, c’è lo stemma che, toccato a mezzanotte, secondo la leggenda locale, porta fortuna.
Anche il BATTISTERO si trova in Piazza Duomo, di fronte alla cattedrale. È un edifico ottagonale. Le otto statue collocate sulle esili colonnine rappresentano le tre virtù teologali, le quattro virtù cardinali e la pazienza. Ha uno stile gotico-tardo.
Il nostro pellegrinaggio termina qui. Grazie ai nostri sacerdoti che ci hanno accompagnato e assistito. Grazie al nostro paziente autista e a noi molto numerosi!


Gregory Andreoli
Anche quest’anno si è tenuto il “Pelegrinatio Summorum Pontificum”, giunto alla sua XIV edizione, che ha richiamato a Roma migliaia di fedeli provenienti da tutto il mondo per le celebrazioni solenni, culminate nella solennità di Cristo Re.
Il pellegrinaggio prende il nome dal Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, con cui Papa Benedetto XVI ha liberalizzato la celebrazione della Messa Antica (in latino e con il sacerdote rivolto verso il Tabernacolo), fino ad allora concessa con l’indulto. Tale provvedimento si inserisce all’interno di un percorso iniziato già sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II per favorire una riconciliazione interna della Chiesa. Il Papa polacco aveva già concesso la celebrazione di questo rito con generosità, arrivando anche ad istituire la Fraternità Sacerdotale San Pietro che celebra secondo l’edizione del Messale Romano del 1962.
Particolarmente sentita è stata la Messa pontificale in latino di sabato 25 ottobre, celebrata quest’anno presso la Basilica di San Pietro. Infatti, già nella mattinata, circa tremila pellegrini si sono raccolti nel centro di Roma per la recita del rosario, per poi muoversi al ritmo delle Litanie dei Santi verso il cuore della cristianità.
Quindi, dopo l’arrivo in Vaticano e aver varcato la Porta Santa in occasione dell’anno giubilare, i presenti hanno partecipato alla Santa Messa presieduta dal Cardinale Raymod Leo Burke presso l’Altare della Cattedra. In una Basilica Vaticana gremitissima, il porporato statunitense ha ricordato l’importanza del rito straordinario nella storia della Chiesa: “Lo stesso rito in uso dai tempi di papa San Gregorio Magno, che ha ispirato molti a praticare l’eroismo della santità fino al martirio”.
Nell’omelia, poi, ha dedicato una particolare attenzione all’importanza della devozione mariana nella vita di ogni cristiano. Infatti, ha ricordato che Cristo, sulla Croce, ci ha affidati a Sua Madre «vera Mediatrice della nostra salvezza, dove i disegni divini trovano compimento: Madre della speranza».
Alla fine della celebrazione ha preso la parola il cardinale Ernest Simoni, sopravvissuto alle persecuzioni in Albania e per questo definito da Papa Francesco un martire vivente, che ha invocato la protezione di San Michele Arcangelo su tutti i presenti.
Il pellegrinaggio Summorum Pontificum, ancora una volta ha dimostrato di saper riunire nell’Urbs Aeterna migliaia di fedeli: tutti uniti nella stessa fede in Gesù Cristo e in un profondo spirito di comunione con la Santa Sede. Un segnale importante in una società sempre più secolarizzata.

Sabato 17 maggio 2025 nel centro di Borno si è svolta l’inaugurazione del monumento dedicato ai donatori di ieri, di oggi e di domani.La scultura è stata realizzata in acciaio ed è un cuore grande come quello degli avisini. Il cuore in acciaio simboleggia la contemporaneità e il cuore pulsante dei donatori che rappresentano il futuro. Il tutto è posizionato nella via centrale di Borno, dove l’occhio dei bornesi e dei villeggianti, lo possono vedere pulsare.
Diciamo che non si potevano incarnare in modo migliore i valori della nostra associazione! Insieme a noi per festeggiare questo momento significativo sono intervenute autorità, e cittadini: il sindaco di Borno Matteo Rivadossi,il sindaco di Malegno Matteo Furloni, il sindaco di Ossimo Cristian Farisè, la Vicesindaca di Lozio Rossella Cicolin, il parroco di Borno che ha benedetto la scultura don Paolo Gregorini, l’ing. Romain Zaleski al quale l’Avis deve un grazie grande come il cuore, il comandante dei Carabinieri Capitano Yuri Abbate, il comandante di Borno Gaetano Schiattarella, il comandante della Polizia stradale Cristian Scalvinoni e gli amici dell’Avis.
In questo importante anniversario l’Avis regala al comune di Borno un monumento che è la testimonianza di una comunità che da 55 anni si dedica al prossimo. Ai sostenitori di questa associazione, alla dirigenza e ai quasi mille donatori va sicuramente il merito di promuovere con immutata energia e passione la donazione del sangue come gesto di umana solidarietà ed esemplare dovere civico. Credo sia giusto ricordare i pionieri di questo viaggio con grande affetto e riconoscenza, e rammentare ai più giovani che da subito questa vicinanza all’Avis si è radicata nelle nostre comunità.
La donazione del sangue non è un gesto fine a sé stesso: chi dona si inserisce in un contesto di promozione della salute che contribuisce allo sviluppo di una cultura di solidarietà responsabile, tesa al miglioramento della qualità della vita. Un principio che è rimasto immutato in questi 55 anni e che continua a essere l’orizzonte di tutti i donatori.
Gli obiettivi raggiunti dall’Avis di Malegno Ossimo Borno Lozio sono la conferma di quanto le nostre comunità sappiano essere generose, solidali e responsabili: basta guardare all’incredibile numero di donatori attivi. Possa questo monumento non solo rendere più bello il paese di Borno, ma anche stimolare tante nuove persone ad avvicinarsi al volontariato, e non rinunciare mai alla solidarietà.
Il Presidente
Cav. Giorgio Mascherpa

Alle porte del suo trentesimo compleanno, al Consultorio Familiare Tovini viene aggiudicato il Premio Beato Tovini anno 2025.
Ma partiamo da alcuni cenni storici e dalla sua mission…. Il Consultorio Familiare G. Tovini con sede a Breno si è costituito come Associazione in data 22-4-1996 ed oggi è Associazione Onlus. È nato a seguito di un’importante azione di mappatura e di rilevazione dei bisogni di sostegno alla famiglia e alla persona, di formazione e di prevenzione presenti nel territorio camuno; fortemente voluto dalle zone pastorali della Vallecamonica in stretta collaborazione con l’Istituto Pro-Familia che ne condivide lo spirito e le finalità e nei cui ambienti ha la propria sede.
L’Associazione non ha scopo di lucro, è improntata a criteri di democraticità ed esplica la propria attività nell’ambito della Regione Lombardia.
Offre servizi rivolti alla coppia, alla famiglia intesa come un sistema di più individui portatori di bisogni specifici per la fascia d’età; all’adulto singolo, al minore, all’anziano, alla persona con invalidità o disabilità derivanti da patologie degenerative, in relazione ai bisogni socio-sanitari emergenti nel ciclo di vita senza distinzione di razza, lingua e religione.
Il C. F. G. Tovini è un servizio privato, accreditato con decreto n° IX/3007 del 15-2-2012.
Tutta l’attività del Consultorio si ispira ai principi di solidarietà umana secondo gli insegnamenti del magistero della Chiesa Cattolica, con attenzione privilegiata alla divulgazione di una cultura della maternità e della famiglia; di dichiarata ispirazione cristiana fa obiezione di coscienza. Il Consultorio Familiare G. Tovini ha un’importante e riconosciuta esperienza clinica oramai trentennale sul versante psico-socio-relazionale e psicoterapeutico a favore della coppia o del nucleo familiare (terapia familiare a orientamento sistemico) potendo anche usufruire di uno studio attrezzato con specchio.
Il Consultorio familiare Giuseppe Tovini voluto quasi trent’anni fa, continua dunque ad attestarsi come realtà necessaria per il territorio valligiano, che si spende per la famiglia e per la vita dalla nascita fino all’ausilio per l’età avanzata.
Nel 2024 abbiamo erogato più di 3.000 prestazioni al singolo e alla coppia con ben oltre 400 persone in carico ed organizzato attività di promozione e di educazione alla salute presso istituti scolastici, oratori e centri per anziani coinvolgendo altre 600 persone.
Nell’anno corrente il flusso degli accessi, quindi delle richieste, è stato importante e anche nel periodo estivo; ma a settembre con tutto ciò, la vita del Consultorio è stata sorprendentemente caratterizzata dalla notifica dell’assegnazione del Premio Tovini 2025.
Ed è proprio per la sua storia importante di presenza sul territorio e per il suo operato sempre a favore della famiglia e dei suoi componenti, che la commissione giudicatrice del Premio Beato Tovini - Cividate Camuno, che quest’anno aveva come tema “l’impegno in favore della famiglia quale espressione della collettività sociale, riprendendo la sensibilità del Beato Tovini verso la famiglia”, ha ritenuto di aggiudicare il premio al Consultorio Familiare G. Tovini.
Domenica 14 settembre presso la chiesa parrocchiale di Cividate, dopo la processione con le reliquie dei Beati per le vie del paese, si è svolta la cerimonia di consegna del Premio Giuseppe Tovini con targa e un premio di duemila euro ritirati dal presidente Faustino Testini.
Il presidente accompagnato da alcuni suoi più stretti collaboratori ha ringraziato per il prestigioso riconoscimento che ci invita a continuare nella nostra attività sempre più complessa e più impegnativa a favore della famiglia e di tutti i suoi componenti.
Per il Consultorio Familiare G. Tovini
Il Direttore
Dr.ssa Guglielmina Ducoli
Per avere informazioni o per accedere al Consultorio chiamare allo 0364/327990 dal martedì al sabato mattina, oppure inviare una mail all’indirizzo info@consultovini.it
Associazione Consultorio Familiare
“G. TOVINI” ONLUS
Via Guadalupe, 10 25043 – Breno (Bs)
Ente Accreditato Regione Lombardia


Edoardo Morbi di Cristiano e Sonia Bettoni - Borno 27 luglio 2025
Edoardo Ceri di Luca e Sara Scalvenzi - Borno 31 agosto 2025
Elide Tilola di Giovanni e Claudia Tognali - Borno 20 settembre 2025

Cesare Saponaro di Luca e Valentina Bontempi - Borno 21 settembre 2025
Evelyn Sangalli di Fabio e Maria Miorini - Borno 21 settembre 2025
Elia Arici di Matteo e Paola Medici - Borno 5 ottobre 2025
Mattia Fisogni di Davide e Laura Arici - Borno 26 ottobre 2025

Mauro Arici Laurea in Communication technologies and multimedia (16-7-2025)
Martina Francesca Commensoli Laurea in Ingegneria gestionale (24 ottobre 2025)
Anja Fedriga Laurea in Scienze dell'educazione
Angela Bassi Laurea in Economia Aziendale

Mariafrancesca Giacomini e Federico Poma Paline 13 settembre 2025
Daniela Albamonte e Carlo Coroloni Ossimo Sup. 4 ottobre 2025
Marta Zanaglio e Daniele Camossi Ossimo Sup. 13 settembre 2025

Felicitazioni a...
Liliana Maggiori e Remo Gheza per il loro 50° di matrimonio festeggiato il 10 ottobre 2025
Auguri a...
Bortolina Fiora per i suoi 90 anni festeggiat1 il 1° agosto 2025

Maria Bardini 4 apr 1940 + 24 ago 2025
Giovanni Pietro Sanzogni 29 ott 1932 + 28 ago 2025
Fabio Gragnoli 2 ago 1929 + 29 ago 2025
Sandra Maria Galbassini 20 nov 1943 + 3 set 2025
Marisa Stocchetti 13 feb 1958 + 6 set 2025
Marisa Vanni 18 mag 1937 + 10 set 2025
Bortolina Venturelli 21 apr 1923 + 21 set 2025
Bartolomea Bettineschi 18 lug 1938 + 17 ott 2025

Maria Arici 2 apr 1937 + 19 ott 2025
Franco Magri 31 ott 1939 + 6 nov 2025
Francesca Fiora 4 lug 1947 + 16 nov 2025
Linda Zanella 3 gen 1969 + 19 nov 2025
Stefanina Ghiroldi 1 ott 1930 + 26 nov 2025
Antonio Franzoni 21 set 1948 + 14 nov 2025
Maurizio Vizzardi 30 giu 1960 + 11 ago 2025
Gianfranco Seniga 12 apr 1947 + 28 ago 2025

Carlo Zerla 8 set 1941 + 31 ott 2025
Maria (Rosa) Carrara 15 set 1942 + 7 nov 2025
Ines Canossi 29 gen 1941 + 30 lug 2025
Lorenzo Ballarini 26 nov 1936 + 19 ago 2025
Girolamo Massa 6 ago 1960 + 5 set 2025
Francesca Bonariva 14 dic 1931 + 7 ott 2025
Maria Grazia Ballarini 11 giu 1954 + 8 ott 2025
Giuseppe Ballarini 21 nov 1955 + 21 nov 2025

“Siate ferventi nello spirito, servite il Signore… Siate solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità.”
(Lettera di San Paolo ai Romani 12,11.13)
“Che il mio amore sia di opere e non di parole”
(Beata Annunciata Cocchetti)
Brescia, 20 novembre 2025
Maria Bambina, questo è il nome di battesimo della nostra sorella sr Ida. Un nome che sicuramente dice la fede dei suoi genitori, la loro devozione a Maria, il desiderio di affidare a Maria quella nuova vita che andava ad arricchire la famiglia Masnovi.
Una fede forte che oggi vogliamo anche noi rinnovare in Dio che è Via Verità e Vita.
In questi giorni il Signore ha bussato più volte alla nostra porta per chiamare a sé alcune sorelle… Lo sento come un richiamo forte a non rimuovere la morte dalla nostra vita, dai nostri pensieri, ma un'occasione affondarci sull'essenziale a ricordarci che siamo chiamati a una vita piena, eterna sapendo che l'amore è più forte della morte.
Non sappiamo quando il Signore verrà, ma possiamo sicuramente, in questa attesa del giorno senza fine amare, amare fino alla fine. Credo sia questo il senso delle parole di San Paolo nella lettera ai Romani che pensando a sr Ida mi sono venute in mente.
L'ho conosciuta a Borno, come penso molti di noi la ricordano, donna di preghiera, di grande passione apostolica che viveva nel servizio ai più piccoli della scuola dell'infanzia e nel servizio alla parrocchia, un amore fatto di opere, come diceva Madre Annunciata. Un amore concreto capace sempre di accogliere con un sorriso chi andava a trovare la comunità di Borno. Io la ricordo subito pronta a preparare un caffè, a darti un biscotto, come gesti di un'ospitalità semplice, ma calda e accogliente. Era davvero premurosa nell'ospitalità. Il suo amore non aveva bisogno di grandi discorsi parlavano i gesti, il tempo donato, le fatiche accettate, le preghiere silenziose. Attraverso le opere, spesso nascoste agli occhi del mondo, ha reso visibile l'amore di Dio.
Sr Ida è passata in tante nostre comunità. Ha incontrato tante persone, ma sicuramente a Borno possiamo dire che ha lasciato il suo cuore. Negli ultimi anni, però, la malattia ha segnato i suoi giorni e così è giunta in Casa Angeli. Le suore la ricordano “come una donna dal carattere forte, schietto simpatica e amata da tutti per il suo modo di essere. Pregava volentieri, comunicava con facilità. Fortezza e dolcezza erano le sue caratteristiche. Se sbagliava, capiva, chiedeva scusa e ringraziava…”
Per tutto questo - e per molto di più che solo Dio conosce - vogliamo dirti grazie sr Ida. Grazie per la tua testimonianza semplice forte. Grazie perché con la tua vita hai mostrato che l'amore cristiano è concreto, quotidiano, capace di trasformare le piccole cose in offerta preziosa.
Un grazie riconoscente alla sua famiglia di origine che lei ha amato tanto e che gli è stata vicino fino a questi ultimi giorni, quando si è aggravata.
Grazie a suora Angelita, alla comunità di Casa Angeli, a tutto il personale sanitario. Davvero la loro presenza costante generosa ci è di esempio. Grazie perché esprimete con la vostra attenzione e tenerezza tutta la cura che Dio ha per ciascuno di noi, soprattutto quando la fragilità e il limite si fanno più forti.
Ora sr Ida contempla il volto del Signore, l’Amato, affidiamo alla sua intercessione il cammino della nostra Famiglia Religiosa, il dono di nuove vocazioni e tutti i bisogni dei suoi parenti e conoscenti. Siamo certi che il suo servizio fedele diventerà un seme di speranza e di bene per noi che restiamo a camminare sulla strada del Vangelo.
Con affetto saluto ciascuna di voi.
Suor Margherita Pennucchini
Madre generale
Nata a a Cemmo il 03 marzo 1956 Entrata Capodiponte (BS) il24 maggio 1935
Entrata in Noviziato 1'8 maggio 1957
Voti Perpetui a Casa Madre Cemmo il 29 agosto 1966
Prima Professione a Casa Madre Cemmo il 5 ottobre 1959
Per alcuni anni dopo la Prima Professione passa in varie case dell'Istituto, a servizio della comunità e delle attività parrocchiali. In seguito, si prepara per l’educazione dei bambini della scuola materna, prezioso servizio a cui si dedica, con vivacità e passione, in varie comunità per circa venticinque anni.
Anche quando alcuni problemi di salute non le consentono più una presenza stabile nella scuola, il suo temperamento di animatrice trova vie di espressione nelle relazioni fraterne e nelle occasioni offerte da una vita semplice tra la gente.
Poi giunge il tempo della consegna e dell'affidamento, attraverso il quale il Signore e andato preparandola all’incontro finale con Lui.
Sr lda ha vissuto la sua consacrazione:
- Dal 6 ottobre 1959 al 31 ottobre 1963 a Brescia via A. Gallo
- Dal 1° novembre 1963 al 31 ottobre 1964 a Marmentino
- Dal 1° novembre 1964 al 31 ottobre 1965 a Sonico
- Dal 1° novembre 1965 al 30 settembre 1971 a Borno
- Dal 1° ottobre 1971 al 31 luglio 1972 a Roma (Via Dronero)
- Dal 1° agosto 1972 al 30 settembre 1973 a Roma (Via Massimi)
- Dal 1° ottobre 1973 al 30 settembre 1974 a Lograto
- Dal 1° ottobre 1974 al 30 settembre 1979 a Brescia d. Redentore
- Dal 1° ottobre 1979 al 31 dicembre 1980 a Brescia S. Anna
- Dal 1° gennaio 1981 al 31 luglio 1981 a Brescia Mater Divinae Gratiae
- Dal 1° agosto 1981 al 30 settembre 1982 a Cemmo Casa Madre
- Dal 1° ottobre 1982 al 30 settembre 2004 a Borno
- Dal 1° ottobre 2004 al 30 novembre 2004 a Metaponto
- Dal 1° dicembre 2004 all' 11 novembre 2018 a Borno
- Dal 12 novembre 2018 al 21 marzo 2019 a Brescia Casa Angeli
- Dal 22 marzo 2019 al 4 giugno 2023 a Capodiponte
- Dal 5 giugno 2023 al 20 novembre 2025 a Brescia Casa Angeli
Le sue condizioni di salute vengono compromesse in pochi giorni da una grave infezione che, nonostante le cure prestategli, non si e potuta arginare. Il Signore l'ha portata con sé alle 5.30 di giovedì 20 novembre 2025.
Il funerale viene celebrato nella parrocchia di Cemmo, da don Pierangelo Pedersoli, venerdì 21 novembre alle ore 14.30. Dopo le esequie Sr lda viene tumulata nella cappella dell'Istituto, nel cimitero di Cemmo.


Il più bel sentimento che possiamo provare è il senso del mistero. È la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza. Chi non lo conosce, chi non sa più fermarsi davanti allo stupore e restare rapito, è già come morto: i suoi occhi sono spenti.
Einstein

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